
anniversary
70 anni fa… MARCINELLE

Scrivo due parole su una persona perbene: ENRICO DEL GUASTA… …nasce in provincia di Pisa. Militare a Fossombrone, l'8 settembre del ‘43 si unisce a un gruppo di giovani partigiani e partecipa alla Resistenza. Intelligente e altruista, gli viene affidato il comando del distaccamento “Balducci”, una formazione delle Brigate Garibaldi operante nelle Marche.
Dopo la Liberazione, la miseria e l'ostilità verso chi aveva scelto di lottare per i diritti degli altri lo costringono a emigrare in Belgio.
Trova lavoro in miniera, ma la vita non migliora: otto ore al giorno, sei giorni su sette, per una paga inferiore a quella promessa. A casa, se così si può dire, vive con la moglie e quattro figli in una baracca di lamiera ondulata costruita dai tedeschi per i prigionieri di guerra.
Nonostante tutto, non si arrende. Si impegna nel sociale ed è tra i promotori di un circolo operaio a Marcinelle.
Nel '56 ha 36 anni. La sera del 7 agosto scende al Bois du Cazier per il turno di notte: otto ore nei cunicoli appena illuminati dalle lampade, l'odore del carbone, il rumore battente dei martelli pneumatici, la polvere che entra nei polmoni. Otto ore senza pause in condizioni di sicurezza quasi inesistenti.
Alle sei del mattino risale in superficie per mezzo di una gabbia che funge d'ascensore. È con altri minatori, stretti l'uno all'altro, gli occhi spenti, i volti neri di carbone.
All'uscita, alla luce del sole, incrocia i compagni pronti a scendere in miniera per il turno del mattino. Uno di loro cerca un sostituto. «Vorrei assistere mia figlia malata», dice. Enrico non esita, sa cosa significa. «Torna a casa», risponde. «Ti sostituisco io» Cambia la lampada, ritorna nella gabbia e scende di nuovo a mille metri sottoterra.
Due ore dopo, la tragedia. Enrico non vide più la luce, così come altri 255 minatori come lui. Il suo corpo fu ritrovato un mese e mezzo dopo, a 1.035 metri di profondità.
Sono passati 70 anni da quel tragico 8 agosto del ‘56. Sabato, a Marcinelle, si terrà la cerimonia in ricordo delle vittime. Davanti alle telecamere ci saranno le autorità. Dietro, tante persone perbene.
ALBERTO PIAZZI * da Bruxelles 6 agosto 2026

* Alberto Piazzi è nato a Soresina nel 1952. Figlio di un operaio della Pirelli ha vissuto a Pizzighettone e Sesto San Giovanni. Per mantenersi gli studi ha svolto parecchi lavori: operaio della Falck e della Kodak prima, e tecnico del Comune di Sesto San Giovanni poi. Giovane attivista del Movimento studentesco e poi sindacalista, ha fatto parte della segreteria provinciale milanese della CGIL Funzione Pubblica. Nel 1985 si è trasferito a Bruxelles per occuparsi delle politiche europee di Ricerca e Sviluppo Tecnologico, del Fondo Sociale Europeo e del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. Nel 2018 approda al mondo dell'editoria con il romanzo-thriller Il dossier E (Robin Edizioni), che pur essendo, come dichiarato dall'autore stesso, un'opera di fantasia, attinge alle politiche del suo percorso lavorativo. I temi che fanno da sfondo alla storia sono la ricerca, la finanza e la geopolitica, cioè le tre materie che nell'ultimo trentennio hanno cambiato la vita a milioni di persone. Nel 2019 ha pubblicato con lo stesso editore il suo secondo libro: Sono Mattia, Scala C, un romanzo che racconta la vita straordinaria di Mattia, un ragazzo nato in un villaggio operaio della periferia milanese. Per una serie di fatti sfortunati, a soli 14 anni è rinchiuso nel riformatorio di Pizzighettone.



1946 Trattato italia – Belgio: Uomini in cambio di Carbone
di Giovanni Crema*
1946 Trattato italia – Belgio: Uomini in cambio di Carbone. 70 anni fà la tragedia di Marcinelle con 262 minatori morti di cui 136 italiani.
Nell'immenso impianto minerario del Bois du Cazier dalla fine degli anni quaranta trovarono impiego centinaia di minatori giunti dall'Italia in virtù di un trattato siglato ottant'anni fa nel giugno del 1946 e voluto dal secondo Governo guidato da Alcide De Gasperi nella sua visione del ruolo della circolazione delle persone e del lavoro nella visione europea e ci permette di fare il punto circa le promesse mantenute e anche le mancate realizzazioni di questa “Europa del lavoro”. Un accordo controverso, la cui valutazione, a distanza di anni e alla luce delle realizzazioni (a tratti drammatiche) che ne sortirono, diviene un'occasione per interrogarsi sulla distanza che talora si può ravvisare nella storia tra la visione europea dei Padri fondatori e le concrete vicende che, nel bene e nel male, hanno fatto l'Europa. L'accordo italo-belga del 1946, oggetto in seguito di successive integrazioni e precisazioni, prevedeva infatti che il Belgio accogliesse migliaia di lavoratori italiani nelle miniere di carbone belghe e assicurava all'Italia un'importante fornitura di carbone, proporzionale al numero di minatori inviati. In questo modo, il Belgio superava la carenza di manodopera che ne stava rallentando la ripresa industriale, mentre l'Italia, Paese sconfitto nella seconda guerra mondiale e che versava in condizioni economiche disastrose, trovava una valvola di sfogo alla dilagante disoccupazione che caratterizzava il dopoguerra e si garantiva una materia prima indispensabile alla Ricostruzione. Garantiva poi la possibilità di inviare rimesse economiche che contribuirono al sostentamento di intere comunità e nella nostra provincia lo ricordo benissimo. Ma all'ombra dei trattati si aprirà il dramma di migliaia di lavoratori, che si troveranno ad affrontare durissime condizioni di vita e di lavoro, che susciteranno vane critiche dello stesso governo De Gasperi e saliranno drammaticamente alla ribalta alcuni anni dopo la sua morte, quando un incendio scoppiato nella miniera di Marcinelle perderanno la vita 262 persone, tra cui ben 136 immigrati italiani. Marcinelle non fu solo un incidente, fu la rivelazione di un sistema. Di una sicurezza inesistente, di impianti obsoleti, di una gestione che sacrificava vite per la produzione. Fu la denuncia di un accordo che aveva trasformato uomini in numeri, famiglie in statistiche, speranze in carbone. In quel tragico 8 Agosto 1956 fu scossa l'opinione pubblica europea costringendo a rivedere le politiche di sicurezza. Subito dopo il disastro, l' Italia sospese temporaneamente e ridusse drasticamente i nuovi invii di lavoratori, frenando di fatto la stagione dei trasferimenti di massa. Le lotte sindacali del dopoguerra portarono ad un progressivo pareggiamento dei diritti e delle tutele previdenziali dei lavoratori stranieri. Segnò la fine dell'idea che il lavoro potesse essere barattato con carbone. Segnò l'inizio di una nuova consapevolezza: che la sicurezza non è un optional, che la dignità non è negoziabile, che la vita non può essere sacrificata per la produzione.
Nacque una nuova attenzione verso i diritti dei lavoratori all'estero. Nacque la consapevolezza che l'emigrazione italiana non è solo una storia di partenze, ma una storia di sacrifici, di lotte, di conquiste civili. Una storia che non può essere più relegata a memoria circoscritta, ma riconosciuta come una delle grandi vicende nazionali. Ma oggi non dobbiamo ricordare quella tragedia solo per il dolore. Quella drammatica vicenda rappresentò uno dei passaggi che prepararono il terreno al miracolo economico degli anni successivi ma fu anche uno dei tasselli del processo che avrebbe portato alla Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio il primo nucleo della' integrazione continentale. La politica italiana comprese prima di altri che energia, industria e lavoro erano aspetti inseparabili di una strategia nazionale. In questi ultimi anni, anche a causa di un pesante clima internazionale pieno di tensione e purtroppo anche di scontri, il tema dell'energia è tornato prepotentemente attuale. La politica odierna denuncia il costo dell'energia italiana, ormai superiore a quello di molti paesi concorrenti, ma dimentica che gran parte delle resistenze che hanno bloccato per decenni un piano energetico nazionale provengono proprio da quella cultura politica che ha trasformato ogni infrastruttura in terreno di scontro ideologico. Oggi c'è chi parte da Napoli, Torino o Palermo verso Bruxelles, e da chi arriva in Italia da molto più lontano. Gli italiani residenti all'estero hanno ormai superato i sei milioni e quattrocentomila, con oltre un milione e seicentomila partenze in vent'anni; e non si tratta soltanto della cosiddetta “fuga di cervelli”, perché a muoversi è il Paese intero, e il Mezzogiorno più di ogni altra parte. Riguarda oggi il riconoscimento delle qualifiche professionali, la portabilità dei diritti previdenziali, i contributi versati in più Stati che devono parlarsi tra loro, la lotta al lavoro grigio e nero – che non sparisce di certo attraversando un confine – e l'accesso effettivo ai servizi sociali per chi vive lontano da casa. Sono storie quotidiane: la famiglia italiana a Bruxelles che deve ricongiungere i periodi contributivi maturati in due Paesi, il giovane partito per il Nord Europa che rischia un buco previdenziale. Ma lo stesso identico lavoro riguarda anche chi in Italia ci arriva: la giovane lavoratrice domestica accompagnata nei suoi diritti, il rider assistito sulle tutele assicurative, l'infortunio o la malattia professionale da far riconoscere a chi spesso nemmeno padroneggia la lingua per orientarsi da solo.
Da qui il passaggio all'Europa. Il lavoro e la libera circolazione dei lavoratori sono stati uno dei pilastri dell'integrazione europea. Il lavoro deve essere tutelato, perché è un diritto; sicuro, perché di lavoro si deve vivere e non morire; dignitoso e ben retribuito; stabile, perché la precarietà è una perdita di libertà. L'Europa che vogliamo è quella dei diritti, della giustizia sociale, del Pilastro europeo dei diritti sociali, della solidarietà e dell'accoglienza, per chi arriva oggi come per chi emigrava ottant'anni fa, fuggendo dalla miseria, dalla fame o dalla guerra. Anche noi siamo stati migranti, non dimentichiamolo mai. Le miniere del Belgio sono il simbolo della fatica e del lavoro disumano, ma anche delle lotte sindacali per i diritti e dell'emigrazione stessa. Quest'anno ricorre il settantesimo anniversario di Marcinelle e onoriamo le vittime anche per ribadire che vogliamo un' Europa dei diritti, di un lavoro dignitoso e di un salario giusto. Un' Europa dell'uguaglianza, della solidarietà, della democrazia e della pace perché o si afferma l'Europa dei diritti e della solidarietà, o l'Europa muore. Un grande politico riformista Filippo Turati disse più di cento anni orsono: “Abbiamo bisogno degli Stati Uniti d'Europa, altrimenti diventeremo una colonia di quella nostra ex colonia di un tempo, gli Stati Uniti d'America”.
Da quella tragedia è nata la Giornata del Lavoro Italiano nel Mondo, celebrata ogni 8 agosto. Ma da questo dovrebbe nascere anche un dovere civile e un impegno politico corale e imprescindibile: che la storia dell'emigrazione italiana entri nelle scuole, nelle università, nella cultura pubblica. Che diventi parte significativa della Storia d'Italia, per essere stata una diaspora che in poco più di un secolo ha visto partire 29 milioni di italiani per le terre d'emigrazione in ogni angolo del mondo. Settant'anni dopo Marcinelle continua dunque a parlare. Proclama un monito per l'intera umanità. Ci ricorda che il lavoro è dignità, ma può diventare tragedia quando la dignità viene negata. Ci ricorda che gli emigrati italiani hanno costruito il mondo con le loro mani, spesso pagando un prezzo altissimo. Ci ricorda che la sicurezza non è un lusso, ma un diritto. Ci ricorda che la memoria non è un esercizio del passato, ma un impegno del presente. È un monito, è una ferita, è una responsabilità, è un tributo alla vita di 262 uomini che non devono essere dimenticati. E soprattutto è un dovere, quello di continuare a raccontare e fare memoria. Ma la storia di quel lontano 1946 e di quel benessere che scaturì da quelle intuizioni e grandi sacrifici continua a parlarci. Ci ricorda che il lavoro non nasce per decreto, che lo sviluppo non si costruisce contro l'economia e che il benessere di una nazione richiede visione, coraggio e responsabilità. Le qualità che consentirono all'Italia di rialzarsi allora e delle quali oggi si avverte nuovamente il bisogno.

* Sindaco di Belluno per un quadriennio con il Partito Socialista Italiano, diventa parlamentare dei Socialisti Italiani nel 1996 alla Camera dei deputati, dove guida la componente socialista nel gruppo misto anche dopo la trasformazione in SDI. Durante la XIV legislatura è presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato. In tale veste fu da lui riscontrato che "la verbalizzazione delle operazioni di scrutinio ha creato problemi che hanno avuto una ricaduta seria sul lavoro della Giunta: i Documenti III, nn. 1 e 2 - con cui in questa legislatura la Giunta ha proposto l'annullamento delle elezioni di due senatori, ricevendo il conforto dell'Assemblea - hanno fatto emergere gli errori materiali che, in fase di redazione del verbale delle operazioni ovvero di trascrizione dei risultati nel verbale circoscrizionale, possono falsare il conteggio complessivo dei voti conseguiti da ciascun candidato e, conseguentemente, portare alla erronea proclamazione di un candidato diverso da quello che avrebbe titolo ad essere eletto senatore"; perciò sotto la sua gestione la Giunta "richiese quanto meno l'utile trasmissione elettronica dei dati dei verbali circoscrizionali agli uffici parlamentari incaricati della verifica dei poteri, mediante un'omogeneità di ambienti informatici", iniziando una riflessione sull'utilità dell'informatica nell'apparato elettorale per la prima volta confermata "dalla legge di bilancio per il 2018 (al comma 1123 dell'articolo 1). Nella XV legislatura è componente dell'Ufficio di Presidenza della Lega delle autonomie locali.
Nel 2005 presenta la relazione parlamentare sul caso Antonveneta e le intercettazioni dei senatori[6]: si trattò della prima riflessione intorno ad una guarentigia "di difficile gestione (vista la natura di atti a sorpresa di queste misure)"[7], riflessione in buona parte confermata dalla successiva sentenza n. 390 del 2007 sulla Legge Boato.
Nel 2024 abbandona il PSI per fondare il Movimento Socialista Liberale.
E poiché, a prescindere dalle migliori intenzioni celebrative, gli anniversari, ancorché ben rivisitati, passano …ma le maleintenzionalità restano, pubblichiamo la dichiarazione del Sindacato (una volta tanto unito!) che riguarda una piccola Marcinelle avvenuta poche ore fa nella nostra terra.
TRAGEDIA SUL LAVORO NEI CAMPI DI STAGNO LOMBARDO: NON È FATALITÀ, DIGNITÀ E SICUREZZA DEVONO VENIRE PRIMA DI TUTTO
Le segreterie di Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil Cremona, appresa la notizia dell'ennesima tragedia sul lavoro, esprimono innanzi tutto cordoglio e vicinanza alla famiglia, oltre all'immediata disponibilità per tutte le necessità che tale tragedia comporta. E' altresì necessario rimarcare, ancora una volta, che le condizioni estreme a cui i lavoratori sono sottoposti nei campi e nelle operazioni di raccolta non possono essere considerate fatalità, ma una grave e insopportabile violazione del diritto a un lavoro dignitoso e rispettoso delle regole più elementari. Proprio in questi mesi le organizzazioni sindacali hanno istituito di concerto con le associazioni datoriali una figura nuova per il territorio con la responsabilità della tutela e della sicurezza che auspichiamo possa concorrere al miglioramento delle condizioni di lavoro. In relazione alla famiglia e all'evoluzione delle indagini in corso, valuteremo tutte le iniziative atte a tutelare i famigliari del lavoratore scomparso, augurandoci che al più presto vengano accertate tutte le responsabilità di una tragedia che poteva e doveva essere evitata.
Fai Cisl
Flai Cgil
Uila Uil