“Movimento 17 ottobre”
edicola
(copy&paste autorizzato dalle chat del Movimento Socialista Liberale)

Circolano già a Milano…
…ma pare anche in molte città italiane, gli appuntamenti su Internet. Ci troviamo sabato. Alcuni hanno chiesto per fare cosa. Hanno risposto: per la rivolta. Meno male che non parlano, come molti di noi un tempo, di rivoluzione. Anche perché cosa vogliano costruire questi ragazzi non lo sanno neanche loro. Ci sono infatti organizzazioni di estrema sinistra e di estrema destra, quel Movimento 17 ottobre, dai contorni alquanto confusi, extracomunitari e anti extracomunitari, chi inneggia a Marx e Gramsci e chi al fascismo, chi sventola bandiere palestinesi e chi bandiere con falce e martello. E ci sono frammenti di una generazione disturbata, con problemi reali, dalla scuola alla casa, che però saltano fuori meno dei vestiti Harmony fregati nelle boutiques d'alta moda. Loro non assaltano negozi perché contestano il lusso, come facevano i sessantottini alla prima della Scala. Loro assaltano negozi perché vogliono appropriarsi del lusso. E magari metterlo all'asta su Internet. Ad ogni modo Milano é in emergenza. Cinquecento militari sono già in città. Il governo avrebbe voluto dotarli di poteri di polizia giudiziaria (cioè di arresto) ma giustamente Mattarella gli ha fatto cambiare idea. Il decreto del governo introduce un nuovo reato: chi durante le proteste utilizza bastoni, mazze o lancia oggetti mettendo a rischio l'incolumità delle persone rischia una reclusione da due a cinque anni e una multa fino a 20mila euro. La pena aumenta se le violenze sono commesse a volto coperto e in caso di danni a infrastrutture o servizi di pubblica utilità. Tra le altre novità c'è l'estensione del fermo preventivo anche per “chi turba la sicurezza in luoghi caratterizzati da un consistente afflusso di persone”. Questa misura varrà anche per i minorenni, ma solo se hanno compiuto 16 anni. Sono anche previste pene pecuniarie per i genitori in caso di danneggiamenti procurati dai loro figli. E qui il ruolo delle famiglie e anche dell'educazione scolastica deve essere presa in considerazione. Una osservazione. Lo psichiatra Paolo Crepet propone una sorta di coprifuoco per i ragazzi al di sotto dei 14 anni dopo la mezzanotte. Ci pensino i sindaci se non ci pensano i genitori. Difficile da gestire. Se ne trovi uno all'una che fai? Lo arresti? Magari dimentica la scarpetta di Cenerentola… Ma é davvero sopportabile vedere dodicenni che trascorrono la notte da un vicolo all'altro, da un bar all'altro sguazzando in bande cosiddette dei Maranza? Noi a 12 anni giocavamo ancora a coperchietti, loro infrangono vetrine e attaccano la polizia esibendo foto con un berretto strappato a un poliziotto. E i genitori? Tra le norme del decreto legge figura anche la possibilità del questore di disporre il divieto ai minorenni di partecipazione agli assembramenti di cinque o più persone, anche in forma di gruppo, in luogo pubblico o aperto al pubblico, qualora tengano comportamenti intimidatori. Queste misure (quanti decreti sicurezza ci sono in giro?) paiono del tutto inutili. Non credo che l'introduzione di nuovi reati e l'aumento delle pene scoraggerà questi ragazzi. Si deve certo reprimere e anche prevenire atti di violenza e di danni alle cose e alle persone. E ben vengano i militari anche se, non avendo poteri di polizia, era certo più efficace l'invio di poliziotti veri e propri. Dque appuntamento a sabato. Una volta c'era il sabato fascista, poi ricordo bene il sabato delle manifestazioni per il Vietnam e la Cambogia (mamma mia, anche a favore di Pol Pot sul quale ricordo che L'Unità scrisse un articolo di elogi), ci vediamo solo al sabato, come cantavano I Gufi, milanesi anche loro, di una Milano che cantava ed era più felice e ironica. Oggi ci sono i sabati della rivolta. Quelli che fanno tremare i commercianti e li inducono ad abbassare le saracinesche e i cittadini a rimanere a casa. La guerra ibrida, sostiene il ministro della Difesa Guido Crosetto? Certo gli interventi con un profilo falso dilagano su Internet e online si possono promuovere mille eventi. Che la Russia possa agire anche in questo modo fagocitando e addirittura promuovendo incidenti non é da escludere. In Francia come da noi. Se Crosetto ha degli elementi li esibisca in Parlamento. E l'opposizione non metta la testa sotto la sabbia pensando ai gazebo, alle primarie e alle candidature. E' tempo di una risposta comune al vandalismo, soprattutto se indotto. Una volta si invocava l'unità nazionale. Adesso di nazionale c'é solo il conflitto. E il sabato, non del villaggio, ma del saccheggio.

Un sabato normale….
E' andata bene. Benino, insomma. Nessun negozio saccheggiato a Milano. Piazza del duomo blindata. I millequattrocento militari oltre ai poliziotti hanno garantito l'ordine. Scaramucce varie si sono verificate a Torino e, più gravi perché hanno determinato feriti tra le forze dell'ordine, a Bologna. Tutto sommato un sabato normale o quasi. Certo, le autorità hanno avuto da fare nelle ore precedenti il supposto d. day. La strategia del Viminale ha consentito, dopo le oltre cento perquisizioni di venerdì e le oltre 150 di sabato mattina, il ritrovamento di indumenti per il travisamento ma anche oggetti d'offesa, insieme con l'identificazione del creatore della pagine social del movimento “14 ottobre”, Ussef Shier, trentenne italiano di seconda generazione di origini marocchine e residente in provincia di Brescia. Costui, come aveva annunciato sulle piattaforme social con un seguito di migliaia di persone, avrebbe dovuto indicare le nuove piazze per le proteste dei ragazzi in otto città. Si trattava di un'improvvisazione voluta per disperdere l'attenzione delle forze dell'ordine. Ma l'appuntamento é clamorosamente saltato perché lui era in Questura dove, dopo essere stato interrogato, è stato denunciato per istigazione a delinquere aggravata per finalità di terrorismo. Questi i fatti. Shier é il capo, telematico s'intende, della protesta? Ma non dovevano esserci capi? E chi é questo giovane di origini marocchine? Si é subito parlato di un suo ruolo attivo nelle manifestazioni pro Pal e la Palestina é infatti uno dei temi che spesso vengono agitati nelle manifestazioni. A tal punto che nella confusione generale di questo tentativo di rivolta, ho letto in una pagina facebook di costoro un commento che diceva: “Gli ebrei si vogliono prendere il mondo intero”. Siamo vicini al complotto giudaico massonico di età infelice. Attenzione. Bruciano le immagini della Meloni e la bandiera israeliana, poi non capisci perché abbiano assaltato i negozi per accaparrarsi vestiti firmati o bici costose. Sempre uno di loro scrive: “Voglio prendermi scarpe che non ho mai avuto”, E sembra dunque una sorta di rivolta della jacquerie, un contrasto tra poveri e ricchi. Poi guardi bene e in piazza ci sono studenti liceali con moto di lusso, appartenenti a famiglie benestanti. Era così anche nel 1968? Sì, ma allora si diceva di rifiutare il sistema e il lusso non lo si pretendeva, lo si disprezzava. Oggi non si progetta o si sogna un mondo migliore. Si pretende di partecipare meglio a quello che c'é. Intendiamoci, questi ragazzi hanno diritto di manifestare e di promuovere mobilitazioni. Pacificamente, come é nella tradizioni dei partiti politici e delle organizzazioni sindacali. Avrebbero anche temi su cui lanciare contestazioni alle generazioni che li hanno preceduti. La maggioranza dei giovani non scendono in piazza con coltelli, con bastoni, con bulloni, incapucciati e bendati per non farsi riconoscere. Per questi ultimi vale il bell'editoriale di Federico Rampini sul Corriere di oggi. Con le nostre analisi e i nostri approfondimenti stiamo cercando di giustificare gli aggressori per tentare di colpevolizzare gli aggrediti, in fondo noi stessi, la nostra società. In effetti ogni volta che c'é un atto di violenza di un giovane, si cercano i motivi nel disagio, nella disperazione, nella solitudine, come se tutti i giovani disagiati, disperati, soli avessero compiuto questi gesti. Non é così. La stragrande parte dei giovani che avverte disagi, che vede buio dinnanzi a sé e che vive in solitudine non si diverte a rompere vetri e a rubare vestiti, né tanto meno ad aggredire la polizia. Studia, tenta di trovarsi un lavoro, cerca una ragazza o un ragazzo e fa una vita pacifica. Attribuire a tutti le colpe di uno serve solo ad assolvere l'uno. Questo vale in generale, per un delitto da cronaca nera, per un attentato terroristico, per un femminicidio, per la violenza domestica. Si é tentato anche di socializzare parlando di crisi generazionale quei matti che gettavano sassi da un ponte dell'autostrada che erano semplicemente dei delinquenti di stampo sadico. Anche quei sassi sono colpa della società. E, si diceva, del sistema. Basta con questa debordante analisi da sinistri in pantofole. Affrontiamo i problemi dell'università e della scuola, chiediamoci perché negli ultimi due anni 75mila giovani, in gran parte laureati, sono espatriati per fare carriera e per vivere una vita di soddisfazioni e se sia ammissibile che le aziende cerchino operai specializzati e periti tecnici senza trovarli e che la facoltà di medicina sia ancora a numero praticamente chiuso visto che tra dieci anni non avremo più chirurghi per tutti gli ospedali. E condanniamo i violenti che con questi temi non c'entrano proprio niente. Ma proprio niente.
Mauro Del Bue Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all'Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un'intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all'ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l'Avanti online.
Mauro Del Bue Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all'Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un'intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all'ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l'Avanti online.

Prima di processare una generazione dovremmo chiederci quale società le abbiamo consegnato. E se noi adulti siamo ancora capaci di dare l'esempio. Ogni volta che un fatto di cronaca coinvolge dei ragazzi finiamo per mettere sotto processo un'intera generazione. Fragili, aggressivi, dipendenti dai social, insofferenti alle regole. La risposta arriva puntuale: più disciplina, più divieti, più controllo. Prima di giudicarli, però, dovremmo avere il coraggio di guardarci allo specchio. I giovani non sono cresciuti nel vuoto. Sono cresciuti nel mondo costruito dagli adulti. Chiediamo loro rispetto mentre, troppo spesso, sui social abbiamo normalizzato l'insulto, l'aggressività, la delegittimazione di chi la pensa diversamente. Diciamo che le parole hanno un peso, ma offriamo ogni giorno l'esempio di adulti che trasformano il dissenso in scontro.
Predichiamo educazione ai giovani mentre abbiamo progressivamente smarrito la forza dell'esempio. Questo non significa assolverli. Le regole servono e chi le viola deve risponderne. Ma nessuna regola educa davvero se chi la propone non riesce a renderla credibile con il proprio comportamento. Durante il Covid abbiamo riscoperto quanto fosse importante la socialità. Volevamo le scuole aperte perché i ragazzi potessero tornare a incontrarsi. Finita l'emergenza, quella consapevolezza sembra essersi rapidamente affievolita. Oggi ci preoccupiamo, giustamente, delle ore trascorse davanti a uno smartphone. Ma prima di accusare i ragazzi di rifugiarsi nel digitale dovremmo chiederci quali alternative siamo stati capaci di offrire nel mondo reale. Non possiamo impoverire i luoghi della relazione e poi indignarci perché una parte crescente delle relazioni si trasferisce dentro uno schermo. È da qui che dovrebbe partire una politica diversa. Scuole aperte anche nel pomeriggio, non per prolungare le lezioni, ma per ospitare sport, musica, teatro, laboratori e associazionismo. Spazi pubblici restituiti ai ragazzi. Sport e cultura accessibili anche a chi cresce in una famiglia con minori possibilità. Un'educazione digitale che sia parte della cittadinanza e riguardi i giovani, ma anche gli adulti. Quando una regola viene violata, alla sanzione dovrebbe accompagnarsi, quando possibile, la riparazione. Chi danneggia qualcosa contribuisca a ripristinarlo. Chi ferisce una persona o una comunità si assuma la responsabilità delle conseguenze. Punire può fermare un comportamento. Educare alla responsabilità può cambiarlo. Ma c'è una questione ancora più grande: l'autonomia. Un giovane che studia ma non può permettersi di farlo lontano da casa, che lavora ma non riesce a costruirsi una vita indipendente, che rimane economicamente legato alla propria famiglia non vive soltanto un problema economico: vive una libertà incompleta. Casa, lavoro, istruzione, formazione, sport, cultura e socialità sono allora parti dello stesso progetto di emancipazione. È su questo terreno che una cultura socialista e riformista può ritrovare una funzione moderna: impedire che il reddito dei genitori, il luogo in cui si nasce o il quartiere nel quale si cresce decidano in anticipo le opportunità di una persona. Ridurre le disuguaglianze significa aumentare la libertà. Essere riformisti significa trasformare questo principio in opportunità concrete, non limitarsi a denunciarne l'assenza. Non dobbiamo proteggere i giovani dal futuro. Dobbiamo metterli nelle condizioni di conquistarselo, con diritti e opportunità, ma anche con doveri e responsabilità. Forse è arrivato il momento di smettere di chiederci soltanto che cosa sia successo ai giovani e di avere il coraggio di porci una domanda più scomoda: che cosa è successo a noi adulti? I giovani non hanno bisogno di essere aggiustati. Hanno bisogno di adulti credibili e di una società che non decida il loro destino prima ancora che possano scegliere. Un Paese che giudica i propri giovani senza offrire loro una possibilità li condanna al presente. Un Paese che dà loro gli strumenti per diventare liberi costruisce il proprio futuro.
Aldo Repeti Nato a Livorno nel 1968 esperto in materia di sicurezza sul lavoro, lavora presso una azienda di smaltimento rifiuti. Socialista riformista. Ha ricoperto la carica di Segretario Provinciale del PSI della Federazione livornese, in due periodi dal 1994 al 2002 e poi dal 2013 fino al 2023. Già Segretario Regionale della Toscana e più volte membro del Consiglio Nazionale e della Direzione Nazionale. Ha svolto fino al 2022 anche il ruolo di arbitro di calcio prima ed osservatore arbitrale poi.

La rabbia senza parole
Mentre scrivo, nella mattina di sabato 24 ottobre, una ventina di città italiane, da Milano a Roma, da Bologna a Bari, da Firenze a Como, si preparano a un pomeriggio di tensione, perché sui telefoni dei ragazzi continua a rimbalzare lo stesso appuntamento, ogni sabato alle 15 nella piazza principale della propria città, e le prefetture rafforzano i presidi mentre i commercianti abbassano le serrande in anticipo; i fatti di Milano sono stati soltanto il punto di partenza di qualcosa che non è più un episodio ma un modello che si replica per imitazione, e che proprio per questo va compreso prima ancora che contenuto.
Quella a cui stiamo assistendo non è una protesta né una rivolta contro un'ingiustizia, ma una rabbia senza valori, che non nasce dal rifiuto di qualcosa né dal desiderio di qualcos'altro: le stagioni di conflitto che ci hanno preceduto, anche quando furono violente, portavano con sé parole, ideali e un avversario a cui chiedere conto, mentre qui non c'è alcuna richiesta, ma soltanto vetrine da sfondare, merce da portare via e divise da colpire. Lo mostra il sedicente Movimento 17 ottobre, nato su Instagram nei giorni successivi ai saccheggi, che diffonde istruzioni su come coprirsi il volto ed evitare i controlli e accosta senza alcuna coerenza il fascio littorio, la A anarchica e la bandiera arcobaleno, perché quando ogni simbolo vale l'altro nessuno significa più nulla, e ciò che resta non è un'idea ma un'estetica, il total black, il volto coperto, il fumogeno da filmare.
I social, in questo, non sono soltanto uno strumento di convocazione ma il veicolo di un contagio che si propaga da una regione all'altra: a Padova la Digos ha perquisito un diciassettenne che gestiva una chat seguita da duecento ragazzi in cui si pianificavano saccheggi, a Como una trentina di giovani, quasi tutti minorenni, è indagata per istigazione al saccheggio, a Bari sono stati perquisiti ragazzi che si preparavano a colpire le vie dello shopping, mentre tra Pisa, Firenze e Lucca sono circolati nelle chat studentesche messaggi su centinaia di giovani armati in arrivo, in parte falsi o generati con l'intelligenza artificiale, che hanno prodotto paura vera a partire da nulla. Per un adolescente, del resto, la violenza di gruppo filmata e condivisa è anche una prestazione, qualcosa che esiste nella misura in cui viene visto, e i video girati durante i saccheggi ne sono la ricompensa più immediata, il che spiega forse perché il centro delle città, il luogo in cui tutto è esposto, sia diventato il palcoscenico prescelto.
Davanti a tutto questo la reazione di noi adulti è stata quella che conosciamo meglio, cioè più agenti nelle strade, pene più severe e ora la proposta di vietare i social ai minori di quattordici anni, e nessuno nega che una città abbia il diritto di difendersi né che chi ha devastato e ferito debba risponderne; ma se ci fermiamo qui, se pensiamo che tutelare i giovani significhi soltanto contenerli, sorvegliarli e punirli, ripetiamo l'errore di credere che si possa proteggere una generazione togliendole il conflitto e la forza, invece di insegnarle che cosa farne.
Occorre infatti distinguere l'aggressività dalla violenza, che il linguaggio comune tende a confondere: l'aggressività, come ricorda il latino aggredior, andare verso, intraprendere, è la forza con cui un ragazzo si stacca dai genitori, difende un'idea, affronta una prova e dice di no, ed è una risorsa senza la quale nessuno diventerebbe adulto, mentre la violenza è ciò che accade quando quella stessa forza non incontra nessuno capace di darle una forma, e invece di andare verso il mondo gli si scaglia contro. Sappiamo che in adolescenza le aree cerebrali legate alle emozioni e alla ricerca della gratificazione sono particolarmente attive, mentre quelle che servono a fermarsi e a valutare le conseguenze maturano più lentamente, e che lo sguardo dei coetanei amplifica questa spinta; ma sappiamo anche che la capacità di regolare la propria rabbia non arriva da sola con l'età, bensì si impara nella relazione con adulti che per anni prestano ai più giovani la propria calma, e che un cervello ancora così plastico è pronto a lasciarsi educare.
Donald Winnicott sosteneva che persino i comportamenti antisociali contengono una speranza nascosta, perché sono il modo con cui chi si è sentito privato di qualcosa torna a bussare alla porta del mondo, e che ciò di cui un adolescente ha più bisogno è un ambiente adulto capace di sopravvivere alla sua aggressività, cioè di non crollare, non fuggire e non vendicarsi, ma di restare lì a fare da limite; ed è qui che la domanda comincia a riguardare noi, perché abbiamo costruito una società che chiede ai ragazzi di essere tranquilli e performanti, che ha chiuso i cortili e svuotato gli oratori e che nello stesso tempo ha messo loro in mano uno smartphone in cui ogni oggetto di marca segna chi conta e chi no, e abbiamo costruito un modo di essere genitori ed educatori che oscilla tra chi protegge troppo, evitando ai figli ogni frustrazione, e chi non c'è, perché stanco, solo o distratto dallo stesso schermo da cui vorrebbe proteggerli.
Nei vent'anni in cui ho insegnato, e soprattutto negli anni della pandemia, ho visto nei miei studenti un malessere che raramente prendeva la forma della rabbia e molto più spesso quella del ritiro e dell'ansia, e credo che le immagini di questi giorni ne mostrino l'altra faccia, perché il dolore che non trova ascolto può rivolgersi contro se stessi oppure contro il mondo, ma nasce in entrambi i casi dal sentirsi invisibili; e ho imparato che i ragazzi più arrabbiati erano spesso quelli con più energia da offrire, e che a volte bastava un adulto capace di riconoscere in quella rabbia una domanda, e non soltanto una minaccia, perché quell'energia trovasse una direzione.
La rabbia dei ragazzi, dunque, non va spenta ma educata, e questo significa una scuola che insegni a riconoscere e nominare le emozioni e lasci spazio al disaccordo, all'errore e alla riparazione, significa restituire ai ragazzi il corpo attraverso lo sport, il teatro, la musica e il lavoro manuale, dove la forza si misura con un limite reale, significa offrire loro cause per cui valga la pena impegnarsi, e significa una giustizia che accanto alla sanzione chieda a chi ha sbagliato di riparare il danno e di guardarne le conseguenze. Gli antichi chiamavano prosoche l'attenzione vigile a se stessi, la capacità di accorgersi del movimento interiore prima che diventi azione, e la consideravano un esercizio che si impara con l'aiuto di un maestro, perché tra l'impulso e il gesto esiste uno spazio che educare significa allargare; nessun divieto, nemmeno quello dei social, può insegnare ai ragazzi ad abitarlo al posto di un adulto presente, tanto più se arriva da una generazione che quei telefoni li ha messi nelle loro mani e fatica per prima a staccarne gli occhi.
I ragazzi che in queste settimane riempiono le piazze non vogliono dirci nulla, eppure ci mostrano il vuoto che abbiamo lasciato crescere attorno a loro, e tocca a noi trasformarlo nella domanda che non sanno formulare, se ci sia ancora qualcuno disposto a restare, a sopportare la loro rabbia senza fuggire e senza restituirla, e ad aiutarli con pazienza e fermezza a trasformare la forza che oggi distrugge in quella con cui domani potrebbero costruire.
Ilaria Vaglini è filosofa, saggista e pedagogista, e si occupa di Neuropedagogia e Filosofia Applicata. Docente presso il Master in Neuroscienze, Mindfulness e Pratiche Contemplative e il Corso di Perfezionamento sul Fine Vita dell'Università di Pisa, svolge attività di ricerca e formazione in ambito sanitario ed educativo. I suoi studi esplorano la natura dell'esperienza umana, la finitudine e l'integrazione etica al benessere e alla salute, attraverso il dialogo tra metodologie pedagogiche, pratiche filosofiche e neuroscienze. È affiliata all'Università di Padova e all'Università di Pisa.
le risposte sono mancate
Rispondendo giorni fa ad un post, espressi una opinione ed una proposta ampia, ma ovviamente abbozzata e non esaustiva sulla questione, chiedendo di aprire un dibattito per approfondire la proposta che, secondo me, coinvolge altre situazioni del vivere civile, ben oltre le violenze di Milano, Torino e Parigi, e che nel post intesi rilevare, da cui potesse, perché no, scaturire qualcosa di "politicamente eretico" da parte del Movimento per il programma dei RIFORMATORI. Purtroppo le risposte sono mancate anche tra di noi. Anche io credo però, che senza il supporto di soggetti conoscitori della psicologia dei nostri giovani e di sociologi che analizzano una società stravolta, difficilmente la politica sappia o voglia agire. Sia chiaro, i soggetti interessati ad una riforma strutturale sono tanti, ad iniziare dalle famiglie.
Graziano Luppichini – Rosignano (Livorno).
Esponente politico e membro della Direzione Provinciale PSI di Livorno, è stato consigliere comunale a Rosignano Marittimo e capogruppo di "Noi Riformisti per Rosignano", oltre a partecipare a iniziative storiche e commemorative promosse dall'Associazione Culturale Socialista Liberale Toscana.
Lo diciamo a … L'ECP riceviamo da C. L. Vicenza
Grazie per Lettere all' Eco 87 Il mio apporto è minimale ma sentito, ho sempre fatto uso della testa e parlato con il cuore. Mi amareggiata molto vedere oggi città devastate da gruppi di minorenni senza ideali, senza rispetto di sé e degli altri motivati solo dal richiamo dei social. È terribile pensare ad un futuro in mano a AI e fatto di fake news a cui i giovani danno ascolto.
Mi informo volentieri sugli eventi culturali del territorio, le occasioni ghiotte non mancano mai. Eppure molte volte mi è capitato, anche con ingresso libero, di vedere le sale mezze vuote. La cultura oggi ha ancora valore civico e di arricchimento? Ci sono giovani impegnati che sono la speranza del nostro futuro, ma tutti gli altri manipolati dal Potere di destra e inclini alla violenza e alla voglia insana di avere, invece di essere, dove ci porteranno? Stasera sono ansiosa di vedere i risultati delle elezioni in Israele. Se dovesse vincere Netanyahu sono certa che verserò lacrime di sconforto.
Lo diciamo a …L'ECP riceviamo da Losco (SI)
«Una chat con la foto del Duce, 44 iscritti, messaggi come “riapriamo i forni” e “tirate fuori i manganelli e venite”. Secondo la Questura era nata la sera del 19 ottobre per organizzare ronde nel centro di Crema, in risposta a un'altra chat che annunciava disordini a Cremona, poi mai avvenuti. La sera stessa una trentina di ragazzi girava compatta per il centro. Nelle perquisizioni di ieri sono saltati fuori coltelli, un machete, un manganello telescopico. Tra le parole scritte in chat e la strada sono passate poche ore.
Nel mirino di quella chat c'erano stranieri e “maranza”, messi nello stesso mucchio. È una parola che a destra usano da mesi per giudicare i ragazzi dalla faccia e dal cognome. Ora ci hanno scritto pure una proposta di legge, che loro stessi chiamano “anti-maranza”. E quando a un vicepremier hanno chiesto cosa voglia dire “maranza”, ha risposto di non averne idea. Fomentano l'odio contro un nemico che non sanno nemmeno definire. Ci preferiscono divisi per non dover affrontare i problemi reali: salari, bollette, casa, servizi.
Le responsabilità dei singoli le accerterà la magistratura. Quella politica è di chi da anni cerca e raccoglie consenso sulla paura e sulla discriminazione. Quattro anni di decreti sicurezza non hanno reso le nostre città più sicure. Hanno fatto credere che la sicurezza si fa indicando un nemico e hanno legittimato l'idea di una giustizia “fai da te”. A Crema qualcuno l'ha messa in pratica. Il 19 ottobre la sicurezza l'hanno fatta gli agenti del Commissariato di Crema, che hanno fermato un'auto e da lì sono risaliti alla chat. È su questo che bisogna investire: più agenti, contratti e risorse, non l'ennesimo decreto che non risolve nulla.
I giovani non hanno bisogno di ronde né di etichette che li dividono per cognome o colore della pelle. Hanno bisogno di spazi di aggregazione gratuiti, servizi di prossimità, educatori di strada e una scuola pubblica con più risorse. E di adulti che li ascoltino. Al Comune e alle scuole di Crema chiedo di partire da qui, aprendo subito momenti di confronto con i ragazzi.
CHIOSA EDITORIALE: 
(Commento a caldo, con ferma determinazione a monitorare e commentare gli sviluppi)… Così ci apprestavamo ad inizio settimana a commentare le notizie (di fonte social) tutte da verificare che preannunciavano l'approssimarsi anche a Cremona. Fortunatamente nella nostra città e nel nostro territorio l'affaire 17 ottobre, per quanto sinistramente e “tempestivamente” preannunciato con le modalità di un tempo reale incardinato dal ciclo digital e A I, non si è manifestato secondo i moduli operativi, che, invece, hanno messo a soqquadro importanti contesti urbani. Con un lascito di distruzione, di illegalità sulla sicurezza e, soprattutto, di innesco di una spirale che dire terroristica non appare eccessivo. Un profilo questo che abbiamo percepito nelle 48 ore intercorrenti tra l'annuncio a mezzo Internet e la temuta ricaduta pratica. Non pretendiamo di scrivere notizie da scoop. Semplicemente riveliamo di aver monitorato in diretta online e battendo fisicamente la città (soprattutto nei suoi distretti preannunciati come location elettiva di quella che avrebbe dovuto/potuto essere la riedizione locale dei disordini avvenuti qualche ora prima a Milano, Torino, Bologna…
Fortunatamente tutto questo è stato risparmiato, ma solo in senso fisico. Molti, dal preannuncio, hanno temuto il ripetersi delle vandalizzazioni del 2015 innescate dal Centro Sociale Dordoni.
Fortunatamente tutto questo non è avvenuto. Forse per una facilità sovrastimata dell'innesco a mezzo chat. O più realisticamente perché Cremona (nel segmento vocato alla mobilitazione) non è caduta nell'agguato. Soprattutto, il bacino degli educatori e della scuola (in cui la “ribellione” avrebbe dovuto innescarsi) ha costituito un importante deterrente alla suggestione emulativa. E, soprattutto, i corpi statali hanno fornito una encomiabile prestazione, che ha efficacemente dissuaso. Sul piano emotivo, però, la “mobilitazione” ha sortito un diffuso effetto panico; riflesso in una significativo, se non propria paralisi della quotidianità, cambio di ritmo.
Abbiamo l'impressione, ad una settimana di distanza, che almeno sotto il profilo emotivo il segnale sia stato metabolizzato. Resta, ovviamente, aperta la percezione di un cambio di fase nelle vicende della tenuta del modello liberaldemocratico ed in particolare dell'ordine pubblico, che avrà bisogno di molta “calma e gesso”. Soprattutto, di forte aderenza allo spirito comunitario.
Abbiamo ritenuto, in questo spirito, di fornire un ampio squarcio dell'importante lavoro editoriale espresso da La Giustizia e dal Movimento Liberale Socialista su un ormai universalmente desueto terreno di verità e di responsabilità civile.
E, poiché da sempre la nostra testata pratica il pensiero critico, abbiamo ritenuto congruo irrobustire l'editing con la pubblicazione dei contributi pervenuti.
Da ultimo, ma non ultimo, ci sembra opportuna una “chiusa” affidata ad un messaggio di rango istituzionale. Quello del Presidente del Consiglio Comunale, Luciano Pizzetti. Il cui incipit è stato:
«Citta sequestrata, ma c'è speranza. Siamo in rete o presi nella rete? La comprensione é un atto politico importante ». Pizzetti ha invitato a distinguere la necessita di comprendere le ragioni del disagio sociale dalla giustificazione degli episodi violenti. Ha richiamato le difficolta delle nuove generazioni, che si trovano ad affrontare un percorso segnato da minori opportunità rispetto a quelle di cui hanno potuto beneficiare i loro genitori. Rivendicazioni che, a suo giudizio, non possono pero diventare una giustificazione per la violenza. «Giustificare ciò che e accaduto mi pare francamente impossibile », e ha dichiarato, indicando negli episodi verificatisi un sintomo di un degrado che é «prima ancora che politico» di natura sociale. Pizzetti ha inoltre posto l'attenzione sul ruolo dei social network nella diffusione dei messaggi violenti. «La domanda e se siamo in rete o se siamo presi nella rete», ha osservato, evidenziando come la circolazione incontrollata di contenuti e messaggi possa rappresentare un problema persino più difficile da affrontare rispetto alla violenza fisica. «E violenza indurre a non andare a scuola, e violenza indurre a chiudere i negozi, e violenza desertificare la citta». In un quadro che ha definito «fosco», Pizzetti ha individuato un segnale positivo nel comportamento degli studenti che, pur ricevendo messaggi allarmistici attraverso la rete, hanno scelto di non aderire alle indicazioni di chi alimenta la violenza: anche chi vive immerso nelle reti digitali può scegliere di non lasciarsi condizionare dai contenuti che circolano online. Un passaggio specifico dell'intervento e stato dedicato all'attività delle forze di polizia a Cremona. Pizzetti ne ha sottolineato la professionalità, evidenziando la discrezione e l'efficienza con cui sono stati condotti gli interventi e individuati i primi responsabili. L'autorevole intervento di Pizzetti assume un particolare rilievo sia per i contenuti sia per il ruolo istituzionale. Che lasciare sperare in un impulso resipiscente delle forze politiche rispetto ad una consolidata costumanza di uso delle istituzioni in chiave di amplificazione delle loro pur legittime caratterizzazione. Formuliamo l'auspicio che la nostra città sappia collegarsi all'annuncio dei numerosi Sindaci di importanti Città di una volontà di cooperazione Inter istituzionale per affrontare la questione della sicurezza.