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Leonida Bissolati. La politica come costruzione

Di Stefano Loi

  09/02/2026

Di Redazione

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Ci sono figure che la storia non, ma archivia. È diverso. La cancellazione è violenta, evidente, lascia tracce. L'archiviazione è un gesto più sottile: si prende un nome, lo si colloca in una cartella laterale, lo si tiene disponibile per gli addetti ai lavori, e intanto lo si sottrae alla lingua viva di una società. Leonida Bissolati sta lì, da più di un secolo, in una zona grigia che non è oblio e non è canonizzazione. Eppure, se il presente ha davvero una domanda urgente, non è una domanda di nuovi miti. È una domanda di metodo, di struttura, di responsabilità. È una domanda di politica come costruzione. È precisamente la domanda che Bissolati, nel suo tempo, aveva trasformato in programma.

Parlare di Bissolati oggi non serve a rimettere in vetrina un riformista moderato, formula pigra che non spiega nulla e soprattutto indebolisce. Serve, semmai, a riaprire una frattura culturale rimossa: quella fra un socialismo inteso come gesto di rottura e un socialismo inteso come architettura di società. Nel Novecento italiano, questa frattura è stata spesso narrata come disputa di correnti, come dialettica interna, come psicodramma ideologico. Ma, sul piano strutturale, è qualcosa di più esigente: è una diversa idea del tempo storico, della funzione delle istituzioni, del rapporto fra conflitto e ordine, fra popolo e Stato. La rimozione di Bissolati, allora, non è solo un fatto storiografico. È un sintomo: un Paese che fatica ad attribuire dignità politica alla riforma, e che tende a riconoscere valore solo a ciò che appare totale, definitivo, teatrale.

Bissolati nasce a Cremona nel 1857, muore a Roma il 6 maggio 1920, dunque prima della presa del potere fascista e prima della sua trasformazione in regime. Ma vive interamente dentro la crisi lunga dello Stato liberale, dentro le accelerazioni sociali dell'industrializzazione, dentro l'emersione delle masse come soggetto politico. La prima chiave è questa: Bissolati non è un nostalgico dell'ordine liberale, né un demolitore del sistema. È uno che intuisce, con anticipo, che la modernità politica non consiste nel proclamare il popolo, ma nel dargli strumenti. Non consiste nel gridare la giustizia, ma nel renderla praticabile, difendibile, riproducibile nel tempo. La sua idea, in definitiva, è che la politica non si misura nella purezza dell'intenzione, ma nella qualità delle istituzioni che riesce a generare.

Il suo passaggio cruciale è la stampa, perché la stampa, in quella fase storica, non è informazione: è organizzazione sociale. Dirigere un giornale nazionale socialista significa disciplinare una lingua, costruire un lessico comune, dare forma a un pubblico. Bissolati dirige l'Avanti! dal primo numero, il 25 dicembre 1896, fino al 1902: non è un dettaglio tecnico, è un'operazione di organizzazione sociale, ante litteram. Un quotidiano non produce solo opinioni; produce appartenenza, produce identità, produce un modo di stare insieme nella storia. In quel laboratorio Bissolati lavora su ciò che ogni progetto politico serio deve governare: la transizione fra rabbia e coscienza, fra indignazione e programma, fra conflitto e organizzazione.

A conferma che non si tratta di teoria, ma di prassi verificabile, vale un fatto semplice: L'Eco del Popolo. Bissolati lo fondò nel 1889. Il dato che oggi la testata risulti ancora registrata e attiva, pur con un raggio più visibile in ambito provinciale che nel circuito nazionale, è un elemento concreto: misura continuità, non retorica.

Nel dibattito locale, il PSI cittadino ha precisato in tempi recenti che L'Eco del Popolo non sarebbe “organo ufficiale” del partito. Questa puntualizzazione non cambia la natura storica della testata come voce socialista e non incide sul punto rilevante: la continuità nel tempo come lavoro, cura e capitale sociale.

Tenere in vita una voce nel tempo non è un automatismo, né un riflesso d'inerzia. È lavoro. È cura. È continuità costruita. Significa attraversare stagioni storiche che non hanno premiato, anzi spesso hanno punito, tutto ciò che non si adattava al rumore del momento. Significa sopravvivere alla marginalità, alla scarsità di risorse, alla perdita di centralità della carta stampata, e a un contesto culturale che troppo spesso confonde l'opinione con la conoscenza. In termini strutturali, è capitale sociale: una comunità che continua a produrre lingua, a coltivare memoria, a difendere una certa idea di cittadinanza adulta.

Da questo discende la seconda chiave: il riformismo bissolatiano non è gradualismo in senso remissivo; è, al contrario, una forma di radicalità istituzionale. È la scelta di combattere per trasformare lo Stato dall'interno, senza rinunciare all'obiettivo di giustizia sociale. È un socialismo che non teme il Parlamento perché non lo scambia per una messa in scena, ma lo considera un campo di forza, un luogo in cui il conflitto può diventare norma, e la norma può diventare tutela. Questa impostazione lo pone inevitabilmente in tensione con le linee più intransigenti del socialismo del tempo. Il punto non è distribuire ragioni e torti con il senno di poi; il punto è comprendere la natura strutturale del dissenso: da una parte la politica come promessa assoluta, dall'altra la politica come costruzione verificabile.

Uno snodo storico, breve ma decisivo, rende il quadro ancora più chiaro: la mancata opposizione alla guerra di Libia e le conseguenze politiche che ne seguirono nel 1912, fino alla rottura con il Partito Socialista. Non per ridurre una traiettoria a un singolo fatto, ma per ricordare che la responsabilità non è mai una parola astratta: è sempre un costo. Produce rotture, espulsioni, isolamento. Non è un episodio: è la dimostrazione che l'etica della responsabilità non è neutra. Ed è su questo terreno che il presente torna in causa. Oggi, in Italia e non solo, la politica è spesso ridotta a due caricature speculari. La prima è la politica come comunicazione, cioè come gestione del racconto: si parla per occupare spazio, per produrre reazioni, per generare appartenenze emotive rapide. La seconda è la politica come moralismo, cioè come pronuncia: si dichiara il Bene, si individua il Nemico, si alza la temperatura, e poi si lascia che il reale resti com'è. In entrambi i casi, il risultato è identico: la società si frantuma in tribù, la fiducia istituzionale si assottiglia, la riforma diventa parola sospetta, e l'azione pubblica si trasforma in una sequenza di gesti simbolici. Quando la politica rinuncia a produrre istituzioni e si limita a produrre clima, consegna il Paese alla sua parte più fragile: l'emotività collettiva.

Bissolati, al contrario, obbliga a una domanda più scomoda: che cosa significa governare il conflitto senza spegnerlo, e senza trasformarlo in spettacolo? Significa riconoscere che il conflitto sociale è fisiologico, ma deve trovare dispositivi, canali, garanzie. Significa ammettere che una società complessa non si salva con la retorica dell'unità, ma con la robustezza delle mediazioni. Significa, soprattutto, rifiutare l'idea che la politica sia una lotteria carismatica e riportarla alla sua natura più severa: responsabilità verso la vita concreta degli individui.

A questo punto vale nominare, senza abusarne, una categoria decisiva: l'etica della responsabilità. Non come posa intellettuale, ma come struttura mentale di chi sa che ogni scelta pubblica produce conseguenze, che ogni parola istituzionale ha un costo, che ogni scorciatoia erode capitale sociale. Bissolati incarna questa postura in un'epoca in cui era più facile, e più remunerativo, aderire ai miti. Per questo la sua figura è stata, ed è, scomoda. Non offre combustibile emotivo; offre metodo. Non offre l'ebbrezza della rottura; offre la disciplina della riforma. Un livello nel quale si può parlare, con cautela ma con nettezza, di rimozione. Non perché Bissolati sia sparito dalle bibliografie o dagli archivi: la documentazione c'è, le tracce istituzionali locali esistono, le memorie sono reperibili. Il punto è un altro: nel discorso pubblico, Bissolati non è diventato lessico. Non è diventato una categoria con cui pensare il presente. E questo, per una società, è un dato strutturale: ciò che non entra nella lingua comune non entra nella capacità di immaginare. Se una tradizione riformista non diventa immaginario, la politica resta prigioniera del suo dualismo sterile: o marketing o estremismo, o cinismo o profezia.

Ma c'è un passaggio che va fissato, perché la precisione non è un vezzo, bensì ciò che separa l'analisi dalla propaganda. È improprio dire che Bissolati non conobbe il fascismo. Conobbe l'Italia postbellica, conobbe la radicalizzazione sociale, vide l'avvio di dinamiche che avrebbero poi favorito l'ascesa del fascismo. Non vide, invece, il fascismo come regime, non vide la sua istituzionalizzazione e la sua durata, morendo prima della Marcia su Roma. Questa puntualizzazione non è pignoleria cronologica: è un punto di metodo. Significa collocare Bissolati nel luogo esatto in cui la politica democratica poteva ancora giocarsi la partita, e in cui la cultura riformista poteva ancora tentare una soluzione non tragica della crisi.

Ora, poiché bisogna trasformare la figura storica in griglia applicabile, qual è concretamente l'eredità riattivabile di Bissolati?

La prima eredità è la credibilità delle istituzioni, intese non come paravento o feticcio, ma come bene comune e come dispositivo di tutela. Nel nostro tempo le istituzioni vengono spesso invocate a corrente alternata: brandite come clava contro l'avversario, oppure disprezzate quando non servono. Bissolati impone l'inverso: le istituzioni sono l'unico strumento che rende i diritti più forti delle contingenze, più duraturi delle maggioranze, più stabili delle emozioni collettive.

La seconda eredità è l'idea di socialismo come alfabetizzazione politica. Un progetto socialista, se vuole essere serio, non è una bandiera: è la capacità di produrre competenze civiche, coscienza sociale, partecipazione informata. Oggi questo terreno è devastato: l'opinione ha sostituito la conoscenza, la reazione ha sostituito la deliberazione. Rimettere in circolo Bissolati significa ridare dignità alla fatica di costruire una cittadinanza adulta.

La terza eredità è la laicità come infrastruttura. Non la laicità come riflesso polemico, ma la laicità come neutralità dello Stato e uguaglianza reale dei cittadini. Senza laicità, i diritti diventano concessioni; con la laicità, i diritti diventano criteri.

Infine, la quarta eredità è la riforma come atto politico forte. Nel linguaggio corrente, riforma è diventata parola indebolita, talvolta usata come sinonimo di taglio o come maschera della gestione. Bissolati suggerisce il contrario: riformare è un gesto di potenza democratica, perché cambia la struttura senza rompere la società. È un'azione che non fa rumore, ma produce durata.

Se tutto questo è vero, allora il recupero di Bissolati non può essere un esercizio commemorativo. Deve essere un'operazione culturale e sociale: rimettere in circolo categorie, rieducare al metodo, ricostruire un rapporto fra conflitto e istituzioni. In sintesi, trasformare una memoria in una funzione.

La conclusione, quindi, non è un omaggio. È una presa di posizione. Bissolati non va celebrato. Va usato, nel senso più serio del termine. Va assunto come strumento per giudicare il presente, per smascherare le sue scorciatoie, per misurare la differenza fra propaganda e costruzione. Perché una società che archivia i propri costruttori finisce per affidarsi, ciclicamente, ai propri demolitori. E questa non è una legge della storia: è una scelta culturale. Bissolati, oggi, è la possibilità di scegliere diversamente. È un dovere, verso la storia e verso il Paese, ridare all'Italia la possibilità di ritrovare valori e ideali socialisti che la sua visione può restituire come materia civile, concreta, fattuale, praticabile.

Bissolati, oggi, è la possibilità di scegliere diversamente. È un dovere, verso la storia e verso il Paese, ridare all'Italia la possibilità di ritrovare valori e ideali socialisti che la sua visione può restituire come materia civile, concreta, fattuale, praticabile.

Stefano Loi, residente ad Agnadello. Classe 1980, nato e cresciuto in Sardegna, a Carbonia, nella costa sud-ovest. Professionista pluridecennale in Robotica e Automazione nella Grande Industria. Da circa tre anni: Impiegato Tecnico Specialista in Microsoft Italia, nel distretto di Milano e provincia, dove mi occupo di Cloud e Data Center, comparto 4825 CO+I, con il focus alla implementazione e integrazione della Intelligenza Artificiale a supporto del territorio Nazionale.

Attualmente in Microsoft RLS (Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza) e Delegato Sindacale unico per Microsoft 4825 Italia.

PERVENUTO DAI LETTORI:

*grazie per Eco Bacheca del 7/2/2026 ricchissima, ho letto con interesse il tuo editing ammiro la tua chiarezza nella scrittura e, soprattutto, il desiderio di trasmettere cultura. Abbiamo il dovere di divulgare la verità e il valore della Memoria storica.

**Sempre bravo chi resiste al compromesso che per troppi se non per quasi tutti oggi è la scialuppa a cui attaccarsi

***Concordo. È una rubrica leggera, utile, ed è essenziale in un giornale. È uno spazio di vita quotidiana, indispensabile per un territorio: un punto di unione e di incontro per la comunità. *Vede, Direttore, ci tengo a dirle che lei ha fatto e sta facendo un lavoro straordinario: ha mantenuto vivo, e mantiene tuttora vivo, *L'Eco del Popolo*. Un patrimonio storico, culturale e sociale di valore inestimabile. Ed è doveroso riconoscerlo, darne atto, ed è giusto che tutti possano leggere e godere di una voce socialista, libera, riformista, che deve tornare a fare ancora più Eco. Lei è custode e difensore di un patrimonio nazionale, e non lo dico per retorica: lo penso seriamente.

CHIOSA

Se non avessimo 80 anni e inclinassimo al narcisismo avremmo di che….

Ma, soprattutto, per rincuorarci ed auto caricarci, abbiamo scelto di riportare alcune delle note arrivate dai lettori. Che, ripetiamo, ci danno un senso al rapporto costi-benefici di questa impresa editoriale. Il cui significato e la cui sostenibilità vengono delineati da un “esterno” che è l'autore dell'articolo che pubblichiamo. E che, a seguito dell'incontro avvenuto stamattina a livello di sostenitori dell'Associazione Zanoni e della testata, entra a far parte della “squadra”. Diciamo che ciò rappresenta una punzonatura incoraggiante per il calendario alle viste. Che riguarda una risagomatura dei palinsesti editoriali per il futuri maggiormente inclini alla rivisitazione storica. A cominciare dal “filotto” di ricorrenze di cui abbiamo dato conto in un'edizione precedente.

Riguardano prevalentemente la figura e l'opera del nostro padre fondatore. Nel 2027 ricorrerà il 170° della nascita e nel 2020 ricorreva il Centenario della nascita.

Il programma celebrativo di quest'ultima se l'è mangia to il Covid. Soprattutto, se l'è mangiato la poco encomiabile neghittosità di coloro, come direbbe don Camillo, tanto promettono e poi…

Vorrà dire che faremo da soli. Partendo o ripartendo da dove ci eravamo lasciati 7 anni anni fa con l'artista-partigiano Mario Coppetti, che spirò a 106 anni dando gli ultimi ritocchi al calco del volto di Leonida Bissolati. Che fuso, in duplice copia, attende da tempo di essere installato alla porta dell'osteria della Marcella (fucina della fondazione di tutto: L'Eco del Popolo, la Camera del Lavoro, la Società Operaia) e nella cappella Cassola al Pincetto del Verano in cui riposano le ossa del maggior politico cremonese.

Quanto all'elogio (non dovuto) del giovane Stefano Loi (che accogliamo calorosamente)… troppa grazia. Era questo lo spirito con cui nel 1963 risposi alla chiamata dello storico direttore dell'Eco e del direttore dell'edizione milanese dell'Avanti. Deve essere stata una buona leva quella punzonata a metà anni 60 da Sassano (padre del più noto Marco per le vicende della liceale Zanzara). Ne facevano parte Intini, Tognoli, Fontana (poi sovrintendente Scala), Pillitteri, Finetti e negli anni 70 il povero Tobagi. Io e Bertazzoni (di Mantova) eravamo i campagnoli. Sono uno dei pochi sopravvissuti (e non me ne lamento). Ma, con altri generosi veterans, avverto maggiormente l'imperativo di un passaggio del testimone. Della memoria storia, delle sue fonti, della divulgazione ed attualizzazione. Grazie.

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