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EdP Storia saggistica

  26/08/2026

Di Redazione

EdP+Storia+saggistica

all'insegna dell'80mo

Essendo l'80mo della Repubblica ormai in dirittura di finale, la nostra testata, ha ritenuto di opportuno implementare il palinsesto dedicato, nel quadro celebrativo, alla rivisitazione, all'approfondimento, alla divulgazione, alla attualizzazione di quel ciclo storico. Qualche settimana fa, preconizzavamo le ultime battute di un ciclo testimoniante esordito con la iniziativa editoriale, nella duplice versione analogica, grazie alla preziosa collaborazione con Cremona Books, e digitale del Saggio di Zanoni del 1956, arricchita, nelle ultime settimane dalla pubblicazione (con le medesime modalità binarie) dell'apprezzato Saggio di Giancarlo Corada “La memoria ritrovata: Castelleone e i paesi vicini”). Ricorderemo anche il versante convegnistico rappresentato dalla riuscita conviviale di approfondimento del saggio del prof. Mimmo Franzinelli intitolato “La resa dei conti- dalla guerra civile alla violenza postbellica” (localizzata nel bresciano). Insomma, (senza alcun autoelogio) non ci siamo risparmiati.

Ne è prova una ragguardevole partecipazione di pubblico interessato e forse autoselezionato; come dimostrato dalla partecipazione convegnistica e dai dati di accesso alla testata, nonché (e ciò, considerando la stagnazione del mercato librario, è di particolare significato) il quasi totale esaurimento dei due saggi.

A prescindere dal modulo temporale della ricorrenza riteniamo, come testata di ispirazione bissolatiana/zanoniana e come associazione di ricerca e di divulgazione che sia opportuno proseguire questo progetto rievocativo, più che celebrativo.

Con questa premessa, introduciamo questo editing dedicato ai quattro saggi recentemente licenziati dal professor Giancarlo Corada. Già pubblicati in versione cartacea suo quotidiano cremonese e noi concessi per la versione digitale.

Insomma, come si sarebbe detto un tempo, la lotta continua e speriamo proprio di estendere questo impegno di approfondimento storico e divulgativo, senza limiti temporali.

D'altro lato, giova considerare che le motivazioni, come abbiamo poco prima considerato, di una degna rievocazione non si esauriscono in una scansione strettamente temporale. Ma, oltretutto, in aggiunta all'immanenza valoriale dei perni dell'ordinamento, non v'è chi non veda l'ancora inconcluso obiettivo di un'identificazione universale.

Insomma, ricorrendo ad un cortese eufemismo, rimangono ben percepibili grumo di vissuto che con ogni evidenza inducono considerare tutt'altro che raggiunto il traguardo della piena condivisione identitaria della Repubblica nata dalla Liberazione.

E, mettiamo le mani avanti, non nello spaccato di riemergenti frames di colore.

Quale (erroneamente) potrebbe essere percepita l'esternazione  del nostro “maestro” Patecchio (Emilio Zanoni) nell'ultima primavera della sua esistenza.

Mancheremmo ad un dovere di completezza e di chiarezza se ci astenessimo, in sede di presentazione dei quattro saggi di Corada, dal menzionare il “confronto” (sic) su alcuni concetti che sono alla base della solidità dell'impianto che regge, nei fatti, la solidità della Repubblica nata dalla conclusione della Resistenza. Per essere più espliciti e in qualche senso più autorevoli nell'esposizione del concetto, dichiariamo sul punto di  “acchiappare” da Corsera e in particolare da “lo dico al Corriere” di oggi, in cui il sempre magistrale Cazzullo risponde a “Cos'era il fascismo vissuto dall'interno”

Restando all'essenziale e dopo aver delibato la mai seriamente affrontata vexata quaestio della dichiarazione di riconoscimento e di appartenenza (pieni!) ai valori della libertà e della democrazia (in cui è incardinato tutto quanto avvenuto a seguito del 25 aprile 1945), l'egregio opinionista/editorialista  dell'interrogata  virgoletta, in proposito, l'esternazione dell'interrogata (dal New York Time” premier che in materia di presa di distanza dal Ventennio se ne esce con un bel (e surreale e svicolante) “Chiaramente, se guardiamo a questa storia oggi è una cosa. Se l'avessimo vissuta dall'interno, probabilmente l'avremmo vista diversamente”. Un'esternazione, quella della premier e leader del partito del “non rinnegare, non restaurare” da “fuga per la vittoria”, funzionale, se non all'imperativo, all'utilità di non dichiarare mai: sono antifascista, mi riconosco appieno nei valori della libertà e della democrazia. Incardinati, aggiungiamo noi, nella Repubblica e nella Costituzione e, res non parva, negli 80 anni che tra le molte luci e alcune ombre hanno saldamente punzonato l'appartenenza dell'Italia al modello occidentale della liberaldemocrazia e all'esemplare modello di evoluzione e di progresso civile e sociale. Di cui (senza pagare dazio di endorsement e di  dichiarazione di appartenenza, quando non, al contrario, di professare il motto ricostitutivo (quanto meno equivoco, come suggerisce la grammatica e soprattutto il factual) del non rinnegare, non restaurare ha beneficiato l'azione politica e istituzionale dei “reticenti”.

Quanto, poi, alla riluttanza ispirata dal “se avessimo vissuto quella storia dall'interno” e dall'inizio Cazzullo fa notare che questa storia, appunto si capiva dall'inizio. Quando le squadracce vanno all'assalto delle amministrazioni socialiste, costringendo alle dimissioni i Sindaci e conquistando con le armi in pugno decine di Municipi. Dando la caccia agli esponenti socialisti o semplicemente progressisti. Tra cui, cita espressamente Cazzullo, quelli di Cremona: “l'11 dicembre 1921 le camice nere tendono un agguato lungo una strada di campagna ad Attilio Boldori, invalido di guerra, lo ammazzano a bastonate e vengono difesi dal loro capo, Roberto Farinacci, con questa motivazione: “Non è colpa loro se le ossa del cranio di Boldori si erano rivelate troppo deboli”. Un perno difensivo che sarebbe stato agitato in sede istruttoria per il caso Boldori e sarebbe stato ripescato nel successivo caso

GIANCARLO CORADA

IL GENERALE MISCHI

A volte la Storia, grande o “media”, come nel nostro caso, passa dove meno te l'aspetti. A volte neppure te ne accorgi.

Cappella Cantone è un piccolo paese della provincia di Cremona, con una gradevole piazzetta ed una notevole estensione territoriale. Una volta la Paullese l'attraversava, ora l'ha lasciato ai margini. Oggi ha 540 abitanti circa; nel 1945, anno in cui si colloca l'avvenimento di cui parliamo, ne aveva circa 1000. Fu uno dei centri più attivi della Resistenza nel cremonese, in proporzione al numero degli abitanti. I partigiani ufficialmente riconosciuti sono pochi, ma nel Fondo Anpi ed in altri documenti presso l'Archivio di Stato di Cremona i numeri indicati sono considerevoli: 17 appartenenti ad una Sap (Squadra d'azione patriottica), operante in pianura, 30 cosiddetti “insurrezionali”, cioè coloro che si erano uniti ai partigiani nelle ultime settimane prima del 25 Aprile, nonché un discreto numero di partigiani in montagna. Cappella Cantone pianse anche alcune vittime. Un partigiano venne ucciso in Piemonte: Achille Piazzi, nato a Gombito nel 1924 ma residente a Cappella Cantone, operaio, fu un valido comandante partigiano operante nella zona di La Morra, in provincia di Cuneo. Catturato con l'intero suo gruppo, senza armi perché nascoste sotto terra piuttosto che cederle al nemico, fu fucilato il 29 agosto 1944, dopo essere stato brutalmente torturato.  Un altro partigiano, Luigi Bigini, del 1916, contadino, fu ferito seriamente al braccio in un'azione contro i nazifascisti nella zona di Sarmato (Val Tidone), in provincia di Piacenza, dove erano numerosi i cremonesi. Infine, un altro partigiano, il patriota Giuseppe Boschini, nato a Pandino nel 1899 ma residente a Cappella Cantone, venne ucciso da una raffica di mitra sparatagli da un soldato tedesco il 26 Aprile 1945, alla cascina Razziche, mentre tentava di difendere gli abitanti dalla razzia tedesca. Tre eroi sconosciuti ai più!

E la Storia, direte voi? Ebbene, agli inizi di maggio del ‘45 i partigiani di Cappella Cantone catturarono un ufficiale fascista in fuga, cui sul momento non diedero grande importanza. Lo consegnarono alla caserma dei carabinieri di Soresina, la quale a sua volta lo diede alla GMA di Cremona (Amministrazione Militare Alleata). Si trattava di un personaggio importante: il generale Archimede Mischi, nato a Forlì nel 1885 e particolarmente distintosi nella lotta antipartigiana. Ufficiale nella Grande Guerra,  che terminò con il grado di colonnello, rimase ferito più volte, tanto da rimanere invalido al braccio sinistro. Iscritto fin dall'inizio al partito fascista, partecipò alla Marcia su Roma. Congedatosi dall'esercito nel 1927, l'anno successivo entrò nella fascista Milizia Volontaria della Sicurezza Nazionale, con i cui reparti prese parte alla guerra di Etiopia (1935-36) ed alle prime azioni di contrasto alla guerriglia abissina. Ritornato in patria, assunse il comando della Milizia Confinaria, che mantenne fino al 1943. Dopo l'otto settembre aderì alla Repubblica di Salò e fu comandante per un breve periodo, tra il 4 ottobre e l'otto dicembre 1943, dell'Arma dei carabinieri, prima che venisse accorpata alla Milizia nella Guardia Nazionale Repubblicana. Successivamente l'incarico più importante: divenne vice-capo di Stato Maggiore dell'esercito repubblichino, ma sostituì poi l'ammalatosi generale Gastone Gambara nell'incarico di Capo di Stato Maggiore. Mantenne tale rilevante incarico fino alla fine! L'esercito repubblichino venne usato soprattutto in chiave antipartigiana ed il Mischi guidò in particolare la repressione in Piemonte, macchiandosi di gravi crimini contro la popolazione locale. Catturato, come dicevo, dai partigiani di Cappella Cantone e consegnato agli Alleati, dopo aver tentato il suicidio tagliandosi le vene, fu rinchiuso nel Campo di Concentramento di Coltano (Pisa) e poi consegnato alle autorità italiane, che lo trasferirono nel carcere militare di Forte Boccea, a Roma, in attesa del processo. Al processo il Procuratore chiese la pena di morte. Il 3 dicembre 1947 fu condannato alla perdita del grado, delle decorazioni ed a 18 anni di carcere. Con successiva sentenza della Corte di Cassazione, in data 18 ottobre 1955, nel clima antipartigiano che si era creato, fu assolto e reintegrato nel grado e nelle onorificenze. Già il 3 giugno 1952 gli era stata concessa la riabilitazione. Se ne tornò tranquillamente a Forlì, dove morì il 15 agosto 1970.

CAMPANE

Suono di libertà

La donazione, nelle scorse settimane, di una bella campana al Duomo di Crema mi ha richiamato alla mente alcuni episodi poco noti in cui le nostre campane sono state protagoniste. Meglio: involontarie protagoniste, o meglio ancora vittime. Episodi che stanno a testimoniare il forte legame tra la nostra gente ed il suono delle campane come intermediazione fra la terra e il cielo. Soprattutto a Castelleone, “L'isola sonante” (proprio per le numerose campane) di cui parla il romanziere Virgilio Brocchi.

Il primo episodio, il più odioso, è il più vicino nel tempo (tanto che forse qualche anziano, al tempo bambino, se lo ricorderà). Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, la Germania nazista requisì circa 175.000 campane nelle chiese della stessa Germania e di tutti i Paesi occupati (salvo l'Italia, lasciata ai fascisti) per estrarre i componenti metallici, soprattutto rame e stagno, indispensabili per costruire cannoni. La stragrande maggioranza, circa 150.000 campane, non fu mai restituita. Questa distruzione è stata considerata un crimine di guerra dal Tribunale di Norimberga del 1945 e un atto sacrilego da parte della Chiesa cattolica. E' un aspetto assolutamente poco conosciuto del saccheggio nazista (certamente di poco conto rispetto ai lager, alle torture, alle stragi; ma non senza rilevanza). Nessuno, comunque, come in Italia del resto, è mai stato condannato per questo o comunque costretto a risarcire. Neppure su questioni del genere abbiamo fatto i conti con la nostra storia! In Italia vennero sequestrate dai fascisti (sulla base del Regio Decreto del 23 aprile 1942 n. 5050) 102.000 campane. Tantissime! Tra le Diocesi più colpite Piacenza, Cremona e Brescia. Nel nostro territorio il paese più penalizzato fu Castelleone, forse proprio per il carattere antifascista del cattolicesimo migliolino locale: vennero devastate 18 chiese e rubato anche il “campanone”, che pesava 24 quintali. Inutile dire che ciò accentuò il dissenso dei sacerdoti e della popolazione nei confronti del Regime. Anche azioni come la requisizione delle campane dimostrano il distacco di una piccola minoranza fascista dal “sentire comune” della popolazione.

Altro episodio, di natura assolutamente diversa, unito al primo praticamente solo dalla dimenticanza e dalla arroganza del potere, è molto più antico nel tempo. Nel 1796 Napoleone Bonaparte, superate le Alpi, dilagò nella pianura padana e, oltre al resto, occupò Cremona. Vi furono delle resistenze, ma un piccolo gruppo di giacobini esultò. Napoleone di fatto pose a Cremona il quartier generale militare (cui era aggregato Ugo Foscolo) ed a Milano il comando politico. Lasciata Cremona, però, vi era un altro compito importante da assolvere per i francesi: occupare la munitissima fortezza austriaca di Mantova. Napoleone partì quindi con l'esercito a porre l'assedio a Mantova. Prima di partire ordinò, però, di legare tutte le campane di Cremona (pare anzi di tutta la Diocesi) fino alla “liberazione” della fortezza assediata. Così avvenne. Le ragioni di questo provvedimento sono complesse: innanzitutto Napoleone voleva evitare ogni messaggio, magari criptato, fra i numerosi filo-austriaci cremonesi ed altri residenti in campagna e legati alla guarnigione austriaca in Mantova. Però, voleva anche dimostrare ai cremonesi, ed a tutti gli italiani, chi era il vero vincitore e che la Chiesa o trovava un compromesso o avrebbe perso la partita. 10 mesi durò l'assedio di Mantova, a partire dal 3 giugno 1796 fino al 2 Febbraio 1797, quando la guarnigione austriaca si arrese sostanzialmente per fame. Sappiamo del dolore dei cremonesi (sarebbe un'altra storia da raccontare) e della gioia quando finalmente le campane vennero slegate e ricominciò una vita apparentemente normale.

Di questo e di altri episodi della storia di Castelleone l'Autore parla nel libro “Una memoria ritrovata:Castelleone ed i paesi vicini”, reperibile nelle librerie del paese.

LA STRAGE DI SAN LEONARDO AL FRIGIDO

Tre cremonesi tra le vittime

Le stragi nazifasciste sono state numerose, in Italia, nel periodo che va dall'autunno del 1943 alla primavera del 1945. Secondo l'“Atlante delle stragi naziste e fasciste” promosso dall' Anpi e dall'Istituto “Ferruccio Parri”, con il contributo scientifico dell'Università di Pisa, sono state oltre 5500 con più di 23.000 morti. 3400 di queste stragi sono state frutto della violenza nazista; 1100 sono state di matrice fascista e le altre miste, naziste e fasciste. Alcune, giustamente, sono assai note, per il numero delle vittime, le modalità dell'eccidio, la risonanza nel tempo: Sant'Anna di Stazzema, Marzabotto, le Fosse Ardeatine e poche altre. Molte sono conosciute a livello locale, altre sono cadute nell'oblio o quasi. Una in particolare è stata, da noi soprattutto, quasi dimenticata, pur essendo le vittime numerose ed essendovi fra queste tre giovani cremonesi: quella avvenuta vicino alla chiesetta di San Leonardo, presso il fiume Frigido, a Massa. Su questa strage negli ultimi tempi le autorità e l'Anpi di Massa hanno condotto pregevoli ricerche, difficili anche perché, non essendo le vittime massesi, non vi erano state denunce di scomparse in città e provincia (salvo una donna del Comune di Zeri, in provincia appunto di Massa Carrara, colpevole di aver ucciso un maiale di nascosto dalle autorità!). Molto si è discusso anche delle “cause” di questa strage e si è arrivati all'unica ipotesi possibile. La strage non è stata, infatti, dettata da motivi di rappresaglia, di lotta antipartigiana (non vi erano partigiani nell'area) o di controllo del territorio. Si pensa che i tedeschi (le SS della 16a Divisione Panzergrenadier, la stessa di Marzabotto!) abbiano “semplicemente” voluto evitare, nella fuga ormai imminente, di portare con se dei prigionieri e di non volerli liberare per “vendetta” contro i massesi. Il Comando tedesco aveva infatti ordinato lo sfollamento dell'intera popolazione di Massa entro il 15 settembre del 1944. La popolazione, invece di abbandonare definitivamente la città, si rifugiò perlopiù sulle montagne. I tedeschi il 14 settembre presero in consegna il carcere giudiziario, situato nel castello Malaspina, che vedeva registrati 168 detenuti, per motivi vari (per lo più renitenti alla leva o disertori). La mattina del 16 settembre arrivarono al castello con dei camion e trasportarono 149 di questi detenuti sull'argine destro del fiume Frigido, presso la chiesetta di San Leonardo. I prigionieri furono fatti scendere in alcuni crateri creati dai bombardamenti alleati, fucilati e lasciati sul posto, malamente coperti di terra. Solo tempo dopo, dalla puzza che da lì proveniva, venne scoperto il terribile eccidio. La cifra dei morti accertati varia da 147 a 149. Di tre detenuti si sa che furono risparmiati, in quanto lavoravano per il comandante tedesco; della sorte dei rimanenti presenti sul registro del carcere non si hanno notizie. Dopo la guerra, le salme sono state identificate grazie all'opera preziosa di monsignor Angelo Ricci, cappellano del carcere. Vi sono, dicevo, tre cremonesi fra le vittime: Ercole Brocca, castelleonese, diciannovenne, contadino, da poco arruolato nella 2a batteria costiera “La Spezia”, sbandato dopo l'8 settembre per un po' di tempo nel territorio dell'Appennino Toscano, catturato dai tedeschi e condannato per diserzione; Carlo Ferrari, nativo di Rivarolo del Re ma residente a Casalmaggiore, anche lui di soli 19 anni, catturato sul passo della Cisa ed incarcerato come disertore per il rifiuto di entrare nell'esercito repubblichino e di lavorare per i tedeschi; Riccardo Sordi, di Formigara, lui pure sui vent'anni, soldato semplice, sbandato dopo l'8 settembre, catturato dai tedeschi e condannato come disertore. Tre storie simili, dunque. Fino a pochi anni fa, prima cioè degli approfondimenti sulla strage del Frigido, i nostri caduti, come anche parecchi altri, venivano dati come “dispersi in Germania”. Questa fu la notizia data alle famiglie. Oggi sappiamo che così non è stato. Io credo che i Comuni di Castelleone, Casalmaggiore, Rivarolo del Re e Formigara, con l'Amministrazione Provinciale di Cremona abbiano il dovere civico di unirsi, nelle forme che riterranno opportune, alle commemorazioni del prossimo mese di settembre per la strage delle ignorate vittime di Massa.  

VIRGILIO BROCCHI

Un anniversario mancato

Ugo Foscolo, nel carme “Dei sepolcri”, giustamente parlava de “l'alterna onnipotenza delle umane sorti”!  Centocinquant'anni fa nasceva uno degli scrittori più amati della prima metà del ‘900. Oggi quasi nessuno lo conosce e, che io sappia, l'anniversario è stato dimenticato (salvo alcune lodevoli eccezioni del Comune e della Biblioteca di Castelleone, a lui intitolata, che ha dedicato alla sua opera maggiore il giardino ove si tengono le manifestazioni estive). Virgilio Brocchi nacque ad Orvinio (Rieti) il 19-1-1876 e morì a Nervi (Genova) nel 1961. Possiamo però considerarlo a tutti gli effetti cremonese, sia perché a Castelleone trascorse la sua giovinezza, tornò ripetutamente per lunghi periodi in età adulta e volle essere sepolto; sia perché qui ambientò il suo ciclo di romanzi più noto, traendo dal paese personaggi e situazioni, riconoscibilissimi anche se con i nomi modificati. I suoi genitori, di origine veneta, erano venuti ad abitare a Castelleone perché il padre di Virgilio, Ippolito, svolgeva qui l'attività di notaio. Virgilio, studente di ginnasio a Crema, quindi di liceo a Cremona, frequentò l'università a Padova, dove si laureò poco più che ventenne in Lettere e Filosofia. Vinti alcuni concorsi, cominciò il peregrinare tipico dell'insegnante, che lo portò in Sicilia, nelle Marche, a Bologna e infine a Milano. Non abbandonò l'insegnamento, perché gli piaceva e gli garantiva la sopravvivenza economica, finché la sua attività di scrittore non glielo permise. Non l'abbandonò nemmeno quando Emilio Caldara, originario di Soresina, amato Sindaco socialista di Milano dal 30 giugno 1914 al 20 novembre 1920, lo nominò “Assessore dell'istruzione superiore e delle Belle Arti” e, inoltre, per tutta la durata della Prima Guerra Mondiale, lo mise alla Presidenza dell'Ufficio di assistenza morale ai soldati malati e feriti. Brocchi, che nel frattempo aveva cominciato a frequentare il salotto di Anna Kuliscioff ed era divenuto amico di Margherita Sarfatti, svolse come Assessore un'attività rilevante, pur essendo in tempo di guerra. Tra i suoi compiti vi era la gestione del Teatro alla Scala, cui provvide con passione e solerzia. Inoltre, sistemò le raccolte del Castello Sforzesco, promosse la scuola di musica e di canto, incentivò il teatro popolare; realizzò nella sede della Società Umanitaria la prima Esposizione Regionale Lombarda di Arti Decorative, acquisì il Palazzo Reale e, tramite sottoscrizione popolare, la tela di Pellizza da Volpedo “Il Quarto Stato”, che ancora oggi si può ammirare a Milano. Durante il periodo che lo vide impegnato come assessore e come insegnante Brocchi pubblicò con l'editore Treves sedici romanzi, tra cui “Il posto nel mondo” che superò le 160.000 copie vendute e “La storia di Allegretto e Serenella”, un libro per bambini che vendette a sua volta centinaia di migliaia di copie ed è ancora venduto. Nel 1922 incontrò Arnoldo Mondadori, il quale fiutò la possibilità di lauti guadagni con i libri di Brocchi. Con Mondadori Brocchi pubblicò oltre 35 romanzi, accolti in genere tiepidamente dalla critica ma entusiasticamente dal pubblico. Appena raggiunta l'autonomia economica come scrittore, abbandonò l'insegnamento, si sposò con la donna amata (una sua studentessa, sposata subito dopo l'esame di maturità), ebbe una figlia, andò a vivere in una villa a Nervi, la “Sirenetta”, dove scrisse la maggior parte dei suoi libri. “L'isola sonante” è un ciclo di quattro romanzi, pubblicati in due anni, tra il 1919 ed il 1920 (poi seguirono numerose ristampe), in cui Brocchi parla di una borgata immaginaria del cremonese, in realtà Castelleone, caratterizzata dal suono delle tante campane, borgata dove fervono intrallazzi e meschinerie tipiche di una ristretta vita provinciale, ma anche discussioni teologiche e filosofiche e scontri tra Paolotti e Podrecchiani (clericali ed anticlericali), nel periodo delle lotte sociali e degli scioperi nelle campagne, promossi dalle leghe “bianche” e dalle leghe “rosse”. Su questo sfondo realistico si stagliano le figure di due preti modernisti e innamorati e si snodano le loro vicende: uno dei due, a un certo punto getta la tonaca e si sposa; l'altro invece ha la forza di staccarsi dalla donna amata e si incammina sulla strada che lo condurrà agli alti vertici della gerarchia ecclesiastica. “L'isola sonante”, oltre ad essere una testimonianza delle condizioni politico-sociali dell'epoca, soprattutto per quanto riguarda l'azione dei cattolici nell'Italia settentrionale, rivela la formazione culturale e le idee del Brocchi. In quel periodo (ma più o meno tale rimarrà per tutta la vita) Brocchi era socialista. Una volta scrisse: “il socialismo fu per me una religione”. Socialista riformista, vicino alle posizioni di Bissolati e di Turati, come appunto Caldara. Un po' romantico, sentimentale ed umanitario, come tanti socialisti dell'epoca. Con un forte afflato spirituale, che però prescindeva dalla fede nel Dio della Bibbia e poteva dire di richiamarsi alla filosofia positivistica di Roberto Ardigò. L'intero ciclo de “L'isola sonante” si ispira a questi ideali socialisti abbracciati con una passione redentrice sostanzialmente ottimistica. A questi ideali il Brocchi si mantenne fedele anche durante il periodo fascista, pur senza svolgere alcuna militanza antifascista. Nel periodo fascista usò sempre grande prudenza, soprattutto dopo l'esperienza, nel periodo della Grande Guerra, di un processo cui era stato costretto per la pubblicazione di un libro, “Secondo il cuor mio”, romanzo intimista e larvatamente contro la guerra, che venne sommerso dalle polemiche. Brocchi venne tacciato di “nefando disfattismo”, “caporettismo” e “tradimento”. Assolto dalle accuse, ripubblicò il libro dedicandolo ai suoi avvocati! Nel periodo fascista, dicevo, fu sempre prudente (non era un “cuor di leone”!) e solo alla fine riprese un minimo di attività politica, con un discorso (poi pubblicato da Mondadori) pronunciato il 1°maggio del 1945 a Castelleone, poi a Cremona, ed altre iniziative negli anni successivi. Ormai la sua attività prevalente era la letteratura, “l'arte” come la chiamava: sia l'insegnamento che la politica, era solito dire, erano “arti”, ma la letteratura le superava e comunque non era possibile abbracciarle tutte e tre contemporaneamente.  

Virgilio Brocchi morì il 7 Aprile del 1961. La sua fama si stava notevolmente affievolendo, ma la sua notorietà rimaneva grande. Lo dimostra il fatto che venne commemorato con tutti gli onori alla Camera dei Deputati nella seduta dell'11 aprile. I rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari parlano di Virgilio Brocchi e della sua opera con grande stima e rispetto. Mario Berlinguer (il padre del più noto Enrico), parlamentare socialista, è tra i pochi a mettere in risalto l'aspetto politico del Brocchi, democratico e socialista. Ricorda che fu membro della Giunta Caldara, secondo Berlinguer la migliore che Milano abbia mai avuto. Berlinguer azzarda anche un nesso tra ideologia politica e valore letterario e conclude, con un po' di retorica: l'opera di Brocchi “deve essere presente alle nuove generazioni come testimonianza di ciò che possa e riesca a fare il socialismo”. Tutti i rappresentanti dei gruppi politici, comunque, pur senza citare, quelli di centro-destra, l'impegno politico dello scrittore, si associano alle parole di lode ed inviano condoglianze alla moglie ed alla figlia. Cesare Degli Occhi, milanese, parlamentare monarchico (ma all'epoca de “L'isola sonante” amico di Miglioli, protagonista della Sinistra cattolica e conoscente di Brocchi) dice: “la sua opera letteraria è di gusto antico e pure vivo nei sentimenti che sopravvivono a tutte le vicende letterariamente fortunose…Credette in alte speranze che non vorrei andassero deluse”. Giorgio Bardanzellu, sardo, lui pure monarchico, afferma: “nei suoi libri abbiamo ammirato un senso di umanità grande, comprensiva, amorosa, che pervade ogni sua opera e ogni sua pagina”. Si associa ed invia le condoglianze ai familiari il Presidente della Camera in quella seduta, il comunista Girolamo Li Causi, a nome anche del Presidente Giovanni Leone. Nella stessa seduta viene commemorato anche il patriota e scrittore Gianni Stuparich, lui pure deceduto il 7 Aprile. Molti di coloro che commemorano Stuparich aggiungono parole di lode anche per Brocchi, come il leader comunista Vittorio Vidali, che torna sul tema politico dell'opera di Brocchi e lo definisce “insigne patriota, democratico e scrittore”. Sul “Corriere della Sera” fu invece Eugenio Montale a commemorarlo: “Un infaticabile e probo scrittore. Ha amato l'arte di narratore con puro cuore e con una buona fede assoluta”. Dopo di allora quasi nessuno l'ha più ricordato; salvo, ma in negativo, Umberto Eco, che, in un'intervista, a chi gli domandava se il suo romanzo “Il nome della rosa” avesse cambiato la letteratura italiana rispose: “Ci sono libri che possono apparire provocatori, ma non cambiano la letteratura. Prenda “Gli indifferenti”: casca come un sasso in mezzo allo stagno, ma possiamo dire che nei dieci-vent'anni dopo i narratori italiani hanno cominciato a scrivere come Moravia? No. Continuavano a scrivere come Virgilio Brocchi”. In effetti, una patina di antico si avverte leggendo le opere di Brocchi. Eppure io credo non sia errato il giudizio che dava di lui “La Civiltà Cattolica” nel lontano 1938: “Egli ha saputo capire il gusto dei lettori del suo tempo ed a tale gusto adattare tutta la propria attività narrativa...Un fedele servitore del pubblico...Piace anche per quella vena di sentimento che lo rivela non un freddo osservatore degli uomini, ma un animo che sa mettersi con essi in contatto e trarne belle consonanze di affetti”. A ciò aggiungerei che, soprattutto in alcune opere, sa comunicare speranza nel futuro.

POST SCRIPTUM. A proposito di omissioni e di reticenze saremmo imperdonabili se non dedicassimo la chiusa di questo corposo editing se non mettessimo i classici piedi nel piatto.

Da mesi stiamo denunciando il crollo del monumento alla Libertà realizzato sessant'anni fa dall'esimio artista Ruffini (alla cui opera recentemente il Comune ha dedicato un'importante esposizione) e collocata sopra la fontana collocata all'inizio della cittadella degli studi di via Palestro. Collassata, si dice a seguito di un temporale, da cui è uscita, diciamo, un po' ammaccata. Quando il buondio volle, il titolare (l'Amministrazione Provinciale), dispose la rimozione, promettendo (ma quasi sotto tortura) la riparazione ed il ripristino. Passano i mesi e quando si è in imbarazzo …anche di più. La nostra testata è stata sul pezzo. Al punto che nel corso di un'iniziativa pubblica, il Presidente della Provincia, messo bonariamente alle strette, garantì che il monumento, trasferito in un laboratorio, sarebbe tornato al suo posto in modo da celebrare convenientemente l'81mo della Liberazione. Continueremo a stare sul pezzo.

Dall'archivio L'Eco Storia

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A Cremona l’8 settembre per la prima volta senza Mario Coppetti

In occasione della “Commemorazione dell’8 settembre”, data dell’Armistizio e inizio della Resistenza, l’Amministrazione Comunale, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, l’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, l’Associazione Nazionale Divisione Acqui promuovono la rievocazione del 75° anniversario

  giovedì 19 giugno 2014

La figura di Attilio Botti Il Sindaco socialista tipografo

Riproponiamo alcuni articoli tratti dall’Eco del Popolo su Attilio Botti Sindaco di Cremona

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Helmut Schmidt: un grande socialista, un grande europeista

Pia Locatelli, capogruppo socialista e presidente onorario dell'Internazionale socialista donne ha ricordato alla Camera la figura e l'opera di Helmut Schmid

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