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ECO-Storia all'insegna dell'80°

  16/06/2026

Di Redazione

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Con questo editing (un po' fra celebrazioni, storia e libri) chiudiamo la rassegna della rievocazione della Liberazione e della Costituente della Repubblica. Rassegna che, come avevamo auspicato, si sta rivelando approdo concreto di contributi pervenuti dalle associazioni partigiane, da singoli studiosi e da eventi celebrativi e, se è consentito azzardare, un certo successo di partecipazione “popolare” (se ancora si può dire). Nella punzonatura della rassegna avevamo altresì espresso un voto. Che questo impegno fosse percepito come la migliore intenzione di rivisitare, approfondire, celebrare il passato in direzione di un servizio reso alla comunità ed alle fasce generazionali più giovani. Affinché ne traggano linfa vitale per una ulteriore crescita civile, in linea con gli ideali e le testimonianze che costellarono la fine di un ciclo drammatico ed aprirono le prospettive di una nuova Italia.

Da questo punto di vista ci pare utile arricchire questo consuntivo estraendo da un recente editoriale dell'amico scrittore Domenico Cacopardo. Che sul punto è stato di una precisione chirurgica. La dove ha osservato: “Quello che importa, oggi, è che l'odio diffuso a piene mani in questi anni venga placato. Sia perché la Costituzione non è di nessuno: è di tutti gli italiani in quanto cittadini. Sia per ché la Costituzione non declama un antifascismo parolaio e illusorio, ma dà prescrizioni a salvaguardia della democrazia e, quindi, concretamente antifasciste. E di conseguenza non sono revocabili in dubbio le ripetute adesioni alla Repubblica e alla sua Costituzione pronunciate da vari esponenti del centro-destra e in particolare da Giorgia Meloni.

Se, tra i tanti diritti sanciti dalla Costituzione italiana non c'è il diritto di odiare, nella coscienza di chi ha a cuore il futuro dei giovani e dell'Italia, il futuro della democrazia e

della libertà, il futuro salvifico dell'Europa si dovrebbe affermare il bando dell'odio. Rientriamo nell'alveo di un dibattito civile tra programmi alternativi. Modo corretto e non patologico di esercitare i diritti politici degli italiani e dei loro rappresentanti.

Il rifiorire della Repubblica che ne conseguirà - se ne conseguirà - darà la spinta che serve per navigare in un prossimo futuro.”

Per quanto nelle nostre prerogative e prestazioni, ci pare di poter affermare che sia andata proprio così.  A cominciare da un 25 aprile la cui celebrazione non ha fornito un quadro di continuità e di omogeneità, sul piano prestazionale/celebrativo e sulla effettività di incidenza nel voler lasciare un segno coerente ed edificante di continuità nell'impronta storico/identitaria comunitaria. Quanto meno a livello territoriale.

Mah…si sa … la pesatura (che quasi sempre è determinata dall'impulso dell'indotto di consensi) non ha metri sempre obiettivi. Di nostro sentiamo di compiacerci del fatto che almeno nella nostra giurisdizione territoriale, in cui le due ricorrenze (80mo e 81mo) non sono state né snobbate né celebrate a “minimo sindacale” grazie alla generale scesa in campo delle istituzioni locali, del diffuso associazionismo e volontariato, della cultura civile in un afflato corale edificante, il “cartellone” non ha subito i contraccolpi di inopinate “varianti”, paventate con largo anticipo, anche se non nei modi e nelle dimensioni malauguratamente approdate nei  fatti in diretta e nei loro strascichi quasi inarrestabili.

Di nostro, abbiamo messo il coordinamento degli apporti ricadenti nelle prerogative collaborative ed il completamento della visuale traendo da nostri precedenti scritti ed edizioni.

A parte l'imprevedibile entrée, alla vigilia della ricorrenza, dell'omaggio floreale (segnalato dall'assessore ai Cimiteriali avv. Carletti e recisamente condannato dal Presidente dell'Anpi Prof. Corada), dedicato (nel tempietto dei Caduti Partigiani) alla brigatista Braghetti, i percorsi celebrativi 2026 si sono incrociati con la prevedibilissima messa di omaggio alla memoria dei (sic) caduti nell'opposto fronte. Lo segnaliamo dalla prima performance del 1965 (il cui contrasto procurò a chi scrive e a quattro cinque imberbi di Nuova Resistenza Anpi e della FGS e della FGCI una nottata nella cella della Questura): se riteniamo che questa modalità di violazione di legge del divieto di apologia serva solo alla retorica condanna il giorno dopo, siamo solo sulla buona strada.

Ci sia infine (per modo di dire, perché la cronaca celebrativa ha ancora molto su cui soffermarsi) consentita, per evitare accuse di colpevoli omissioni, una chiusa super partes sul tema del deragliamento a livello nazionale e milanese, soprattutto, della celebrazione della Liberazione. Una chiusa che mette in campo l'intero pronunciamento della FIAP. Nell'auspicio che se ne tenga conto a partire non dal prossimo 25 aprile, ma da subito:

FIAP – FEDERAZIONE ITALIANA ASSOCIAZIONI PARTIGIANE

  Una ferita aperta nella festa di tutti. Sull'81° Anniversario della Liberazione, sugli ebrei cacciati a Milano, sugli ucraini aggrediti, e su chi pretende di decidere quali bandiere possano stare nella nostra piazza.

Quello che è accaduto in alcune piazze del 25 aprile 2026 è una ferita aperta, e come tale va guardata in faccia, senza infingimenti.

A Milano, città Stati – è stato bloccato per oltre due ore all'incrocio fra corso Venezia e via Senato da un muro di contestatori, e infine scortato dalla polizia in tenuta antisommossa fuori dal corteo della Festa della Liberazione. Per la prima volta dal dopoguerra. Dalle file dei contestatori sono piovuti slogan come «fuori i sionisti», «assassini», «viva Hitler» e l'oscenità «siete saponette mancate», riferita al ghetto di Varsavia, ai forni di Auschwitz, alla Shoah. E non dimentichiamo che a Roma la Brigata Ebraica non sfila da anni perché è impossibile garantire la sicurezza dei loro esponenti.

A Roma, a Bologna ed in altre città cittadini che portavano la bandiera ucraina sono stati aggrediti con spray urticante; il presidente di +Europa Matteo Hallissey è finito al pronto soccorso con un'abrasione alla cornea. Così come, in alcune piazze, sono state contestate le bandiere degli attivisti democratici iraniani.

La FIAP – Federazione Italiana Associazioni Partigiane condanna senza ambiguità e senza distinguo tutto questo.

Piena adesione al grido di allarme dell'UCEI e delle Comunità ebraiche

La FIAP esprime la propria piena, fraterna e commossa solidarietà all'Unione delle Comunità

Ebraiche Italiane e alle Comunità ebraiche di Milano, Bologna e Roma, e fa proprio il grido di allarme contenuto nel comunicato congiunto della presidente UCEI Livia Ottolenghi e dei presidenti Walker Meghnagi, Daniele De Paz e Victor Fadlun. La presidente Ottolenghi ha scritto, in un messaggio agli iscritti, che l'ondata d'odio antiebraico ha raggiunto in Italia livelli che non si vedevano da quasi cento anni. Sono parole che da sole pesano come pietre, e che richiedono dalle istituzioni – e da ogni associazione che si dica antifascista – una risposta all'altezza. La FIAP si associa anche all'appello accorato che l'UCEI ha rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, garante dei valori costituzionali, perché la libertà di manifestare non si traduca mai in intimidazione o discriminazione, e perché venga ristabilita la verità contro chi prova a deformarla.

Una Resistenza che fu anche ebraica. Una Liberazione che fu anche grazie agli Alleati.

Cinquemila ebrei del mandato britannico di Palestina combatterono in Italia con la Brigata Ebraica per liberare il nostro Paese, rischiando la vita due volte: come partigiani e come ebrei. Otto ebrei italiani sono stati insigniti della Medaglia d'Oro al Valor Militare per la Resistenza. Nel 2017 il Parlamento italiano ha conferito la Medaglia d'Oro al Valor Militare proprio alla Brigata Ebraica.

Trecentocinquantamila soldati alleati morirono per liberarci: li onoriamo nei cimiteri di guerra che costellano la Penisola. Insultare oggi quei vessilli, urlare «saponette mancate» a una ragazzina dello Hashomer Hatzair – il movimento ebraico-socialista che guidò la rivolta del Ghetto di Varsavia nel 1943 – significa sputare sulle tombe dei nostri liberatori. Significa cancellare un pezzo della storia della Resistenza italiana.

Lo abbiamo scritto e ribadito: il 25 aprile non può diventare un'arena geopolitica, né una piazza a inviti. Hanno diritto di cittadinanza le bandiere di chi stava allora, e sta oggi, dalla parte giusta della libertà. Non hanno titolo i simboli di chi stava dall'altra parte allora, e di chi dall'altra parte sta oggi.

Una risposta al presidente nazionale dell'ANPI. Il presidente nazionale dell'ANPI Gianfranco Pagliarulo ha dichiarato che il corteo di Milano non è stato bloccato dalle contestazioni, ma «perché la Brigata ebraica non si è mossa», accusandola di non aver «rispettato i patti» portando le bandiere d'Israele e con esse la stella di David. Sono parole che la FIAP respinge integralmente, pur solidarizzando con la stessa ANPI per l'aggressione armata subita da due suoi militanti e sulla cui matrice va indagato senza indugio.

Addossare alla vittima la colpa dell'aggressione è uno schema antico e sempre indegno. Lo è ancora di più quando lo si fa nel giorno della Liberazione, in nome dell'associazione che dovrebbe custodire la memoria di chi quella Liberazione la pagò con la vita.

E poi: di quali «patti» si parla? Da quando il presidente di una associazione partigiana – che del 25 aprile non è proprietario, ma compartecipe, come tutti noi – ritiene di poter decidere quali bandiere abbiano diritto di sfilare nella festa nazionale della Repubblica? Ricordiamo le parole di Ferruccio Parri all'indomani della costituzione della FIAP: «Noi non abbiamo rotto il fronte della Resistenza, ne abbiamo rotto il monopolio». Quel monopolio non era accettabile allora, non lo è oggi.

E poi: a che titolo qualcuno si arroga il diritto – e per giunta lo esercita in modo assoluto – di ammettere o escludere chi possa prendere parte alle manifestazioni pubbliche di celebrazione del 25

Aprile? La Festa della Liberazione, nella sua impostazione originaria, fa capo unitariamente a tutte le componenti del Comitato di Liberazione Nazionale e del suo braccio armato, il Corpo Volontari della Libertà – il vero esercito di popolo della guerra di Liberazione, decorato di Medaglia d'Oro al Valor Militare – e dunque, ancora oggi, alle quattro associazioni partigiane storicamente riconosciute: ANPI, FIAP, ANPC e FIVL. Per decenni queste associazioni hanno gestito insieme protocolli unitari, in accordo con le Autorità locali e con le Forze dell'Ordine, custodendo il pluralismo che fu il marchio originario della Resistenza italiana. Una deriva «proprietaria» – come quella oggi rivendicata da chi pretende di disporre di patti, di bandiere ammesse e di bandiere espulse – nuoce a quella trasversalità e a quel pluralismo che sono il segno autenticamente antifascista della festa, e che i padri costituenti di tutte le componenti vollero come carattere fondativo della Repubblica.

Sempre Ferruccio Parri disse: «Perché una manifestazione possa essere fatta in comune, occorre vi sia la garanzia più evidente, direi la più parlante, che la manifestazione non può servire a nessuna parte politica, e la garanzia automatica di questa neutralità noi la possiamo trovare solo nella contemporanea presenza delle tre (oggi quattro) organizzazioni che lavorano sul piano nazionale»

Ed è una domanda che non possiamo non porre con durezza: come è possibile che, secondo l'ANPI,

le bandiere dei nostri liberatori ebraici e statunitensi non possano stare in piazza, mentre vi sono state tollerate – e in alcuni cortei hanno sfilato indisturbate – le bandiere della Repubblica islamica criminale dell'Iran (il regime che opprime, tortura e impicca il proprio popolo, e finanzia il terrorismo internazionale), i simboli di organizzazioni terroristiche come Hezbollah e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, le insegne delle autoproclamate «repubbliche-fantoccio» di Donetsk e Luhansk, gemmazioni dell'aggressione russa? Per chi è rimasto fedele al messaggio dei partigiani, non è una domanda retorica. È la differenza tra la parte giusta e la parte sbagliata della storia.

Chiediamo al presidente dell'ANPI di chiarire le sue parole, sperando che siano state male riportate della stampa. Chiediamo al Ministro dell'Interno di garantire, in ogni piazza italiana, il diritto di chi porta la bandiera della Brigata Ebraica e quello di chi porta la bandiera ucraina di sfilare in sicurezza, accanto a tutti gli altri.

L'antisemitismo travestito da antisionismo Quando un solo Stato al mondo viene sistematicamente trasformato nel bersaglio simbolico di ogni male, il confine tra critica politica e pregiudizio razziale diventa labile fino a sparire. Quando in una piazza italiana, nel 2026, si grida «viva Hitler» e «saponette mancate» a giovani ebrei e ai loro genitori, non c'è più alcun confine: è antisemitismo nudo, lo stesso che credevamo confinato nelle pagine più nere della nostra storia. Travestirlo da antisionismo non serve a nasconderlo: serve solo a renderlo socialmente accettabile. Criticare anche duramente le politiche di un governo è legittimo e fa parte della vita democratica. Negare il diritto all'esistenza di uno Stato, evocare i forni nazisti contro persone in carne e ossa, estenderne le responsabilità a cittadini italiani e scacciarli da una piazza pubblica perché ebrei: tutto questo non è critica politica. È odio, troppo spesso tollerato ed anche alimentato.

L'Ucraina aggredita: la Resistenza di oggi Mentre a Milano si insultava la Brigata Ebraica, a Roma e in altre città chi sfilava con la bandiera ucraina veniva aggredito e colpito dallo spray urticante. Non è un dettaglio: è la stessa logica. È l'incapacità – o il rifiuto – di riconoscere nella resistenza ucraina contro l'aggressione russa il carattere patriottico e di liberazione nazionale che fu della nostra Resistenza. È impossibile, per chi ha letto le Lettere dei condannati a morte della Resistenza, non sentire risuonare nelle parole di una madre, di un padre, di un soldato ucraino di oggi le stesse parole d'allora: «Giustizia, Libertà, Patria». Per questo la FIAP, proprio nella giornata del 25 aprile, ha consegnato a Kyiv – per le mani del proprio socio Marco Setaccioli – la tessera della Federazione a Oleksandra Matviichuk, giurista dei diritti umani, presidente del Center for Civil Liberties, organizzazione ucraina Premio Nobel per la Pace nel 2022 per il lavoro di documentazione dei crimini di guerra commessi dalla Federazione Russa in Ucraina. La tessera FIAP 2026 reca i ritratti di tre donne della nostra Resistenza – Ada Rossi, Ada Gobetti, Bianca Ceva – che insieme raccontano tre dimensioni del nostro antifascismo che parlano direttamente al   voro di Matviichuk: il progetto europeo federalista come risposta alla tirannia, la resistenza morale e armata della società civile, la documentazione dei crimini perché un giorno si possa fare giustizia. Il Tribunal for Putin di Matviichuk è il lavoro di Bianca Ceva continuato nel nostro secolo.

La frontiera a est di Kyiv è la nostra frontiera: la frontiera dell'Europa unita pensata a Ventotene. Consegnare quella tessera proprio nella giornata della Liberazione, e proprio a Kyiv, ha significato per la FIAP affermare che la nostra Liberazione e la loro Liberazione sono lo stesso cammino, e dire da che parte sta la Federazione di fronte a chi chiede agli aggrediti di arrendersi nel nome di una falsa pace. Nel ricevere la tessera, Matviichuk ha detto parole che potrebbero essere state pronunciate da Ferruccio Parri o da Sandro Pertini: «Questa non è solo una guerra tra due Stati, è una guerra tra due sistemi: l'autoritarismo e la democrazia. […] Le persone comuni possono cambiare la storia». È la voce della Resistenza europea di oggi. È la voce a cui la FIAP, fedele alla propria storia, lega il proprio nome.

Da dove ripartire: dalle piazze unitarie Sarebbe ingiusto, e falso, ridurre il 25 aprile 2026 alle sue derive. La gran parte delle piazze d'Italia – dai piccoli paesi della montagna partigiana alle grandi città – è stata, ancora una volta, meravigliosa: unitaria, intergenerazionale, festosa, antifascista nel senso più pieno e meno settario della parola. È da lì che la FIAP intende ripartire. Da quei sindaci, da quelle scuole, da quei cori, da quegli anziani partigiani e da quei bambini che hanno cantato Bella ciao insieme. Da quelle piazze in cui le bandiere dei liberatori – tutti i liberatori – non hanno avuto bisogno di essere difese, perché erano semplicemente a casa loro.

Una responsabilità, e una linea La FIAP non abbandonerà la piazza del 25 aprile. È la nostra piazza – la piazza del CVL, dell'unità resistenziale, di Parri e di Pertini, di Galante Garrone e di Bruno Segre. Ma non accetteremo mai più che a sequestrarla siano slogan nazisti, simboli di regimi assolutisti e criminali, o pretese di esclusione mascherate da «patti» mai concordati con noi. Chiediamo al Comitato Permanente Antifascista di convocarsi con urgenza.

Lo storico Timothy Snyder ha scritto che «la libertà non è assenza di male ma presenza di bene». Il

25 aprile è la presenza di bene della nostra Repubblica. Difenderla, oggi, significa difenderla anche da chi pretende di farne una proprietà privata.

Luca Aniasi Presidente Nazionale FIAP – Federazione Italiana Associazioni Partigiane

Via De Amicis 17 - 20123 Milano Tel. 02/83.78.830 – 02/89.40.6175 - www.fiapitalia.it - fiap.presidenza@gmail.com

Pagato il dovuto ed intero pedaggio ad un servizio informativo a visus perimetrico dei fatti e riflessioni sincere, non potremo non soffermarci sulle modalità (cittadine) della celebrazione della Festa della Repubblica.

Le celebrazioni dovrebbero avere come cardine motivazionale e come format rituale la simmetria con gli anniversari degli eventi scaturigine. Il 25 aprile, quello dello storico cambio di fase destinato, con l'irreversibile ripudio del fascismo, all'approdo alla liberaldemocrazia. Il 2 giugno, quello dell'avvio contestuale del ciclo successivo dell'ancoraggio alla Repubblica ed alla Costituzione. Ricordarlo solennemente in questo giorno (ed intimamente in ognuno dei 365 di ogni anno) risponde ad un'esigenza identitaria ma anche di check-in della permanenza di questo "patto". Come indirizzo strategico di modello comunitario, ma anche come costante punzonatura di tenuta e di progressione. “Farlo significa irrobustire l'aderenza. Farlo nella data canonica significa, al di là del dovere celebrativo, rinnovare sicurezza e speranza, rispetto al "contenitore" Scriveva La Repubblica, rinnovare “la garanzia di progressione dei cardini fondanti. Avrebbe dovuto essere questa anche a Cremona la mission celebrativa particolareggiata territorialmente, nel più ampio quadro ispirato dal Capo dello Stato

Che non sia andato tutto bene come sarebbe stato doveroso almeno auspicare, lo si deduce dall'incipit cronachistico del quotidiano stampato: “Fuoco incrociato sulle assenze sillaba la cronaca della giornata celebrativa.” Tutto si può dire, infatti, tranne che il rito  della celebrazione del 2026 sia stato coerente con i pregressi moduli, con cui la ricorrenza della Repubblica veniva percepita e concretamente esitata come chiusa del ciclo celebrativo incardinato dalla Liberazione. Nel senso che l'intero panel (celebrativo ed organizzativo) è sempre ricaduto nelle prerogative dell'organigramma delle istituzioni locali e dell'associazionismo civile. Cosa che, ad eccezione del Capoluogo, si è ripetuta in tutto il Territorio provinciale. La chiosa virgolettata (dal titolo) de La Provincia mette la discontinuità in prima pagina ed evidenzia (a beneficio di chi la volesse cogliere una sonora discontinuità). In cui la partecipazione è stata cosa sold out. E con un profilo motivazionale e relazionale esattamente opposto al morettiano dilemma (e consegna comportamentale) del "Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo proprio?" La battuta, spesso parafrasata, degli esordi "Ecce bombo", ha ormai assunto il valore di un assist iconico, snobbata  nella realtà descritta per il 2 giugno. Da 40 anni, infatti, viene evocata ma non praticata. Perché nella società scandita pop nessuno (tranne ormai la metà del corpo elettorale consolidato disertore delle urne) è vittima del dilemma/pruderie di disertare ovvero di andare (ma in disparte). C'erano (nel nuovo epicentro iconico della sponda canottiera, che sostituirà quello storico della mayor platea all'incrocio cardo-decumano) se non tutti, tanti...tantissimi...e non unti dallo spirito morettiano. Passato lo giorno, converrebbe approfondire l'efficacia concreta ed edificante dell'inedito modulo celebrativo.

Un nuovo celebrante, la cui festosa giornata di mezzo secolo fa era tutt'al più assorbita dal riposo, si è preso il centro della scena. Un nuovo format dei festeggiamenti scrive il redattore cronaca.

C'è, anche a scandire il nuovo format cerimoniale, una progressione grammaticale: il "pulpito" delle autorità

Uno spettacolo "impressionante" destinato, si presume, ad una percezione rassicurante dell'affido in buone mani (in aggiunta ai convincimenti condivisi e convergenti de l'esprit) della domanda di ordine e sicurezza.

La sensazione che i nuovi innesti nei vertici dei presidî locali dello Stato stiano acquisendo conferme sul campo non abbisognerebbe di "simulazioni". Basterebbe rendere queste "dimostrazioni", astrattamente enucleate a scopo didascalico, cogenti costantemente sul campo concreto. Magari mettendo un po' in riga vasti settori della governance di mandato elettivo, che con inscalfibili certezze scambiste (tra aspettativa di consenso e fai quel che vuoi) alimentano ormai inneschi sistemici di comportamenti di difficile controllo.

Che l'allestimento del nuovo format degli eventi celebrativi non lasci spazio all'improvvisazione è dimostrato dalle rivelazioni di un disegno preciso di messa in campo di nuove filosofie e modalità comunicative. Se ne è avuto un saggio un mese fa al Filo in occasione dei festeggiamenti dei corpi di polizia (für Volksaufklärung).

Quella del 2 giugno a Po sarebbe eccessivo e ineducato definire una scampagnata che senza togliere niente alle migliori intenzioni di una celebrazione potabile per tutti ha compiaciuto aspettative autoreferenziali e indulgenze dopolavoristiche. Comprensibili nel dilagante timbro pop e, senza nessuna malevolenza, ben anticipata (con altre intenzioni) nella storia

L'impressione che (forse si percepisce erroneamente in sentiments adusi al tradizionalismo) se ne trae (dalla separatezza, anche celebrativa, delle due ricorrenze) è se non della loro "incomunicabilità" testimoniante una certa propensione ad attenuare il nesso di consequenzialità. Che perora una Repubblica conseguenza dell'accadimento svolta avvenuto un anno prima. I massimi vertici istituzionali hanno celebrato (con in pancia un certa aliquota negazionista/ riformista verso il valore aggiunto ed inequivoco dell'antifascismo fondante) la Liberazione. Un mese dopo (lo diciamo non in odio ai nuovi format celebrativi) si festeggia (a Cremona, al Po, che non è il mare, dove verrebbe bene mostrar le chiappe chiare) una Repubblica. Un festeggiamento svuotato di precordi

 Osserva il nostro eternamente apprezzato Mieli: “il giusto equilibrio delle componenti celebrative della Festa della Repubblica, diciamo di asset, tra consapevolezze ideali e patriottiche, esibite festosamente ma anche postural vertical, senza nulla concedere a certe reticenze. Ci riferiamo alla mai interamente risolta ritrosia a dire apertis verbis che la Repubblica è fondata sul lavoro ma è anche incardinata sull'autonomia del propria difesa (esterna ed interna) garantita dal nostro esercito e dai nostri strumenti di sicurezza di polizia”

 Un giusto equilibrio tra il "cartellone" delle espressioni, del format si dice adesso, celebrative e il retroterra valoriale da rievocare e riattualizzare.

 Una Repubblica fatta di rinnovate consapevolezze e sicurezze.

 Il 2 giugno non è la festa delle forze armate. Ma della Repubblica. Di cui le medesime sono asset fondamentale. Purtroppo, di ciò ha fatto perdere esatta cognizione un impulso "esibizionistico". A mostrare i muscoli. Che la difesa sia tratto fondamentale del sistema-paese è fuori discussione. Mieli, anche in questo caso a ragione, auspica per il futuro una parata europea.

POST SCRIPTUM. A proposito di omissioni e di reticenze saremmo imperdonabili se non dedicassimo la chiusa di questo corposo editing se non mettessimo i classici piedi nel piatto.

Da mesi stiamo denunciando il crollo del monumento alla Libertà realizzato sessant'anni fa dall'esimio artista Ruffini (alla cui opera recentemente il Comune ha dedicato un'importante esposizione) e collocata sopra la fontana collocata all'inizio della cittadella degli studi di via Palestro. Collassata, si dice a seguito di un temporale, da cui è uscita, diciamo, un po' ammaccata. Quando il buondio volle, il titolare (l'Amministrazione Provinciale), dispose la rimozione, promettendo (ma quasi sotto tortura) la riparazione ed il ripristino. Passano i mesi e quando si è in imbarazzo …anche di più. La nostra testata è stata sul pezzo. Al punto che nel corso di un'iniziativa pubblica, il Presidente della Provincia, messo bonariamente alle strette, garantì che il monumento, trasferito in un laboratorio, sarebbe tornato al suo posto in modo da celebrare convenientemente l'81mo della Liberazione. Continueremo a stare sul pezzo.

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