storia
libri eventi
All'insegna dell'80mo 
Come facilmente percepibile, anche questo format tematico dedicato all'approfondimento delle materie connesse all'80mo della Repubblica, si avvarrà della proposizione di contributi pervenuti dalla associazioni partigiane, da singoli studiosi e da eventi celebrativi.
Di nostro, mettiamo il coordinamento degli apporti ed i completamento della visuale traendo da nostri precedenti scritti ed edizioni.
Ci sia consentito esprimere un voto. Che questo impegno sia percepito come la migliore intenzione di rivisitare, approfondire, celebrare il passato in direzione di un servizio reso alla comunità ed alle fasce generazionali più giovani. Affinché ne traggano linfa vitale per una ulteriore crescita civile, in linea con gli ideali e le testimonianze che costellarono la fine di un ciclo drammatico ed aprirono le prospettive di una nuova Italia
1) Lo storico Franzinelli a Cremona per presentare l'ultima fatica editoriale.

5 Introduzione
13 I Dalla guerra alla Resistenza
«Sono il Tobegia», 13 – Tra renitenza, neofascismo e ribellione, 20 – Guerriglia e controguerriglia a Brescia, 30 – Tradimento e fine del tenente Martini, 44 – Il puzzle partigiano della Val Trompia, 49 55 II L'eccidio di Bovegno Ferragosto 1944: dalla «soffiata» all'incursione nazifascista, 55 – Uccisioni e incendi, 59 – L'indomani: vilipendio di cadaveri, 67 – Due anni dopo: l'«armadio della vergogna», 73 – Processo farsa a Bologna, 80 84 III Partigiani contro partigiani
Insediamenti e contese territoriali, 84 – Eliminazione del partigianato autonomo: i russi, 91 – L'implausibile morte di Cecco Bertussi, 103 –Eliminazione del partigianato autonomo: i fratelli Vivenzi, 110 – Eliminazione del partigianato autonomo: il Gruppo Gimmj, 117
122 IV Repressione, guerriglia urbana, rastrellamenti La «Iena di Brescia», 122 – Genesi della 122a Brigata Garibaldi, 136 – Il comandante Alberto, partigiano-gappista, 139 – Guerriglia urbana, 144 – La crisi di fine 1944, 150 – La ripresa di primavera, 160 –
Torture e fucilazioni al Sonclino, 162 – La resistibile ascesa di Tito, «comandante per caso», 167 171 V Vittoria… e vendetta Il sapore della libertà, 171 – Il Comando garibaldino di Sant'Eufemia, 179 – «Pietà l'è morta», 196 – Gli 11 sequestrati di Lumezzane, 208
INDICE
214 VI Violenze e fantasmi del dopoguerra Morte in tribunale, 214 – L'arresto di Tito e la continuità dello Stato, 224 – Dal carcere di Volterra all'amnistia Togliatti, 230 – Convulsioni della guerra fredda, 235 – Vie d'esilio e nuove indagini, 242 – La controversa fine di Tito Tobegia, 252 263 Note 297 Ringraziamenti 299 Credi fotografici LA RESA DEI CONTI Alla memoria di don Giovanni Antonioli, Gino Boldini, Maria Franzinelli, Gino Frattini, Aristide Giudici, Luciana Menici e delle migliaia di persone che come loro nei momenti peggiori per il Paese fecero la scelta giusta, rischiando la vita per alimentare una pur tenue fiammella di umanità dentro la guerra (in)civile
INTRODUZIONE
Intendo esaminare qui i ricordi di esperienze estreme, di offese subite o inflitte. […]
Qui, come in altri fenomeni, ci troviamo davanti ad una paradossale analogia tra vittima ed oppressore, e ci preme essere chiari: i due sono nella stessa trappola, ma è l'oppressore, e solo lui, che l'ha approntata e che l'ha fatta scattare, e se ne soffre, è giusto che ne soffra; ed è iniquo che ne soffra la vittima, come invece ne soffre, anche a distanza di decenni. Ancora una volta si deve constatare, con lutto, che l'offesa è insanabile: si protrae nel tempo, e le Erinni, a cui bisogna pur credere, non travagliano solo il tormentatore (se pure lo travagliano, aiutate o no dalla punizione umana), ma perpetuano l'opera di questo negando la pace al tormentato.
PRIMO LEVI, I sommersi e i salvati1 L'idea di questo lavoro proviene dalla scoperta di un fondo archivistico inedito sull'eccidio di Sant'Eufemia, periferia di Brescia, dove il 9-10 maggio 1945 un gruppo di (ex) partigiani garibaldini uccise una quarantina di fascisti arrestati poco prima. Materiale impressionante e che pone un'immediata domanda: come è possibile che giovani protagonisti della lotta per la libertà contro dittatura e occupazione straniera si trasformino in spietati «giustizieri», violando anzitutto le direttive dei CLN sul trattamento dei prigionieri? Fenomeno non nuovo nella storia, anzi: tipico delle guerre civili.
La filosofa pacifista Simone Weil, volontaria in Spagna nella Colonna Durruti, testimone di violenze «assolutamente contrarie all'ideale libertario» (delle quali avverte la corresponsabilità), scopre che, «quando le autorità temporali o spirituali decidono che le vite di certe persone mancano di valore, nulla è più naturale nell'uomo che uccidere: appena si sa di poter uccidere La resa dei conti senza conseguenze, gli uomini iniziano ad ammazzare, o comunque incoraggiano gli assassini con sorrisi d'approvazione».2 Riflessioni sviluppate nel memoriale del 1938 a Georges Bernanos (autore de I grandi cimiteri sotto la luna) sulle mattanze tra repubblicani e franchisti che in Spagna innescano la guerra civile europea: «Si parte come volontari, con idealità di sacrificio, e si cade in una guerra che rassomiglia a una guerra di mercenari, ma con molte crudeltà in più e un minor senso del rispetto dovuto al nemico».3
Pure un altro volontario, l'esule Nicola Chiaromonte (arruolato nelle forze aeree repubblicane), rimane impressionato dall'interiorizzazione della violenza da parte di chi combatte per la causa della libertà; egli – testimonierà André Malraux – «vedeva l'elemento fisiologico della guerra svilupparsi presso molti dei suoi migliori compagni, e ne era sconvolto».
4 Le riflessioni sulla perdita di umanità determinata dalla guerra assillano Ernesto Rossi che – liberato dopo tredici anni fra carcere e confino, ma costretto a rifugiarsi in Svizzera per evitare un nuovo arresto – nell'aprile 1945 rimpatria clandestinamente per collaborare a Milano con la Resistenza azionista. Anch'egli rimane sconvolto dall'interiorizzazione della violenza da parte di alcuni giovani partigiani: ne scrive a Salvemini, stigmatizzando che degli antifascisti possano vantare l'uccisione di prigionieri «con una indifferenza per il valore della vita umana che qualche anno fa sarebbe sembrato certamente anche a loro una manifestazione di brutale malvagità». Vede i disvalori del regime infettare gli stessi nemici di Mussolini, nel generalizzato degrado provocato dalla guerra: «In questi ultimi anni tutti si sono abituati a vivere illegalmente, a vendere o comprare sul mercato nero, a farsi giustizia da sé. Anche chi ha rubato o assassinato per motivi patriottici difficilmente riesce oggi a rispettare il suo avversario politico».
5 A suo giudizio, simili comportamenti non possono spiegarsi con la sola analisi politica, poiché coinvolgono le strutture più profonde della natura umana.
Introduzione 7 La testimonianza più toccante – perché «dall'interno» – è del filosofo Pietro Chiodi, partigiano azionista nelle Langhe. Insieme alla sorella di un suo compagno (seviziato e poi impiccato) entra nel carcere dove si infieriva sui ribelli e nel quale sono ora rinchiusi tedeschi e fascisti; qui rivive l'esperienza partigiana, ma dalla prospettiva dei compagni assassinati: «No, quei mesi non erano riempiti dalla mia salvezza, dalle mie lacrime, dalla vittoria, dalla libertà: erano riempiti dalla loro morte». Dinanzi a un prigioniero che sino a poco prima torturava e uccideva i «ribelli» sente montare la violenza: Era un volto come questo che avevano visto Piero e Cocito mentre il capestro gli veniva posto al collo. La mano mi scivolò sulla gabilondon [pistola semiautomatica]. L'altro fece un balzo indietro urlando con le mani in alto. Mi balenarono nella mente le parole di Sandrino: «Ti lascio entrare ma sulla tua parola d'onore che non sparerai a nessuno». Lo colpii selvaggiamente colla pistola sul viso.
Si accasciò a terra gemendo mentre il sangue gli usciva a fiotti dal naso riempiendogli la bocca. Mi posi innanzi agli altri. Due caddero in ginocchio invocando pietà. Lena li colpì a calci sul viso rovesciandoli indietro. La afferrai per un braccio sospingendola fuori.
6 Chiodi ritrova a fatica il controllo di se stesso e frena l'ansia vendicativa che altri giovani lasciano invece erompere furiosamente. Nella scrittura di queste pagine si è tenuta come riferimento una considerazione di Claudio Pavone: «Moralità è parola particolarmente adatta a disegnare il territorio sul quale si incontrano e si scontrano la politica e la morale, rinviando alla storia come possibile misura comune. Si trattava, fin dove possibile, dicalare in contingenze storiche, presentatesi in prima istanza investe politica, alcuni grandi problemi morali e, reciprocamente, di mostrare come le stesse contingenze storiche rinviassero necessariamente a quei problemi».
7 Le complesse vicende del 1943-45 sono state tradizionalmente affrontate secondo compartimenti stagni, separando la storia della Resistenza da quella della Repubblica sociale, ed entrambe a prescindere dalle dinamiche dell'occupazione germanica.
La resa dei conti 8 E senza un proficuo e vicendevole confronto tra storie generali e storie locali. Qui si è puntato a un approccio complessivo, inclusivo dei vari attori e delle quotidiane interdipendenze. La ricerca si è concentrata su un'area geograficamente circoscritta – Brescia e la Val Trompia – nel cuore della RSI, essendosi insediate tra Salò e il capoluogo di provincia le principali strutture politico-militari del governo fascista e degli occupanti. Un laboratorio nel quale interagiscono e si scontrano i vari soggetti della
guerra civile, della lotta di Liberazione, del collaborazionismo, secondo dinamiche ricostruibili attraverso una molteplicità di materiali: dai rapporti giornalieri della Guardia nazionale repubblicana e della questura alle carte dei tribunali militari e di altri organi fascisti; da relazioni ed epistolari della Resistenza e – per il dopoguerra – dai materiali giudiziari delle Corti d'Assise straordinarie ai carteggi delle nuove autorità democratiche, da diari e testimonianze di protagonisti alle monografie di storia locale. Il raffronto tra avvenimenti provinciali ed eventi nazionali, condotto su scala ridotta considerando le peculiarità della microstoria, rivela aspetti significativi rimasti generalmente ai margini, e che invece risaltano in una nuova prospettiva, a partire dall'impressionante irradiazione della violenza, che ricorda certe danze macabre d'ambientazione medievale.
D'altronde, come si è osservato in una monografia sulla distruzione delle comunità in Europa – dalla Rivoluzione dell'ottobre 1917 alla guerra d'Ucraina – attraverso la mescolanza di scontri armati internazionali e conflitti intestini, le guerre civili hanno rivestito un ruolo rilevante nel plasmare il mondo in cui viviamo: volenti o nolenti «questa è in gran parte una storia del nostro tempo, in cui convergono molteplici livelli di realtà: l'individuale e il collettivo; il personale e l'istituzionale; il locale, il nazionale e l'internazionale; il politico, il sociale e il culturale».
Lo studio delle guerre civili consente insomma «di approfondire la natura umana, le chiavi della vita in comunità, il ruolo dell'individuo e la sua capacità di influenzare la realtà».8
Ed è proprio quanto questo libro si propone.
Introduzione 9
All'analisi degli incartamenti sulla strage di Sant'Eufemia (utilizzati nei due capitoli conclusivi) si accompagna il viaggio a ritroso nella violenza politica, a partire dalla sua genesi, manifestatasi nelle stesse località dal 1921 con lo squadrismo e poi con la violenza di Stato di carcere e confino, sino all'erompere nell'autunno 1943 della guerra totale, con l'occupazione tedesca supportata – nel Bresciano più che altrove – dal collaborazionismo. Già il 12 settembre, terzo giorno dell'occupazione germanica, il maggiore della Milizia Ferruccio Sorlini insedia il direttorio repubblicano, con la priorità della caccia agli antifascisti. Egli – via via segretario federale, ufficiale della GNR, capo di una banda irregolare e infine vicecomandante della Brigata nera «Tognù» – personifica la commistione di criminalità politica e criminalità comune scatenatasi nei venti mesi della Repubblica sociale. La Banda Sorlini, raggruppamento di polizia speciale protetto dai tedeschi, è il corrispettivo della Banda Carità a Firenze e Padova, della Banda Koch a Roma e Milano.
La resa dei conti si può leggere come un case study del 1943-45: immersione in un'area circoscritta, con aspetti e collegamenti che le conferiscono valenze nazionali. A partire dall'aspetto economico, che in guerra diviene una priorità assoluta: la produzione di ferro, di acciai e di armi, peculiarità di Brescia e della Val Trompia in particolare; di qui il fitto controllo dei tedeschi, esteso alle varie attività produttive della provincia, tra le più industrializzate della penisola. Gli operai si ritrovano blanditi con talune migliorie salariali e controllati rigidamente anche con il ricatto della deportazione in caso di sciopero: per questo motivo la combattività aziendale è assai ridotta, sebbene cellule clandestine comuniste operino d'intesa con i partigiani e li riforniscano di armi trafuga-
te dalle fabbriche. Una rilevante specificità politica sta nel fatto che la Lombardia è, dall'inizio e per tutta la durata della guerra partigiana, «il fanalino di coda» nella costituzione delle Brigate Garibaldi, e la Val Trompia ancor di più, poiché bisogna aspettare l'ottobre 1944 per la formazione della 122a Brigata Garibaldi, visto che
La resa dei conti10 commissario e comandante provengono da fuori per mancanza in loco di militanti all'altezza. È il riflesso della fragilità strutturale del comunismo bresciano, destinata a proiettarsi nel dopoguerra («zona rossa» della provincia sarà la Valsaviore, dove la 54a Brigata Garibaldi aveva trovato estesi consensi popolari). Senza tener presente l'enorme debolezza comunista, non si comprenderebbe il protagonismo del controverso comandante partigiano Luigi Guitti, che – noncurante di strategie politiche nazionali – fornisce della linea del partito una sua personale e rozza interpretazione, giocata interamente a livello locale, tra la «sua» Sant'Eufemia e la Val Trompia. E tutto ciò si lega all'evidente superiorità politico-militare della Resistenza di ispirazione cattolica, ben altrimenti strutturata e collegata con il CLN provinciale e il CLNAI.
Altro fattore caratterizzante la realtà bresciana è l'influenza della Chiesa, più radicata che altrove. Il vescovo, monsignor Giacinto Tredici, persegue la «pacificazione»: condanna ogni violenza e intrattiene rapporti cordialmente dialoganti sia con le autorità fasciste sia con gli occupanti. Egli frena, senza però poterlo impedire, lo sviluppo dell'antifascismo cattolico, testimoniato dall'impegno di laici e sacerdoti nelle Fiamme Verdi.
La Militärkommandantur 1011 delega la repressione del partigianato e il controllo dell'ordine pubblico ai collaborazionisti, che vi provvedono in modo talmente pervasivo da richiedere solo in talune occasioni – nella costante interconnessione con GNR, X Mas e Brigate nere – l'intervento diretto degli occupanti, meno intenso rispetto ad altre province, limitato ad alcuni ra-strellamenti e in particolare alla strage di Bovegno. Quell'eccidio (16 vittime, nel Ferragosto 1944), perpetrato congiuntamente da occupanti e collaborazionisti, diverrà un caso esemplare di giustizia negata: il materiale investigativo raccolto dai carabinieri della località valtrumplina nell'estate 1945 finisce infatti nel cosiddetto «armadio della vergogna»; dopo un sequestro di oltre mezzo secolo sarà rinvenuto nella Procura generale militare della capitale e inviato al Tribunale militare di Verona, dove è stato reperito per questo libro. Si tratta di una documentazione straordinaria, che ricostruisce gli eventi attraverso le voci di madri, vedove e figlie delle vittime, fornendo una visione inedita della presenza delle donne negli spazi pubblici, nel momento più tragico della storia della comunità.
L'analisi della Resistenza ne dimostra le difficoltà non solo nel difendersi dal nemico ma pure nel lavoro organizzativo, qui esaminato nella travagliata genesi della 122a Brigata Garibaldi in Val Trompia, con la decapitazione dei tre gruppi partigiani insediati in un territorio che i dirigenti comunisti bresciani vogliono riservare in maniera esclusiva alla costituenda formazione.
Nella valutazione dell'eccidio di Sant'Eufemia avvenuto nel maggio 1945 (e qui ricostruito per la prima volta) bisogna evitare le seduzioni dell'anacronismo, guardando a quel terribile episodio con la mentalità odierna invece di contestualizzarlo nell'affannosa uscita da un tremendo conflitto sfociato nella guerra civile. Sino a fine aprile 1945 uccidere il nemico è azione meritoria e necessaria per la liberazione del Paese. L'odio alimentato da rastrellamenti, torture, fucilazioni, incendi e rappresaglie – diviene componente costitutiva dell'immaginario individuale come di quello collettivo.
Alla cessazione dei combattimenti segue una violenza inerziale, con la riproposizione di dinamiche sanguinose di ritorsione e vendetta. Un'Italia pacificata e libera significa per molti partigiani un'Italia senza più fascisti, personificazione di tutto ciò contro cui si è combattuto. Quei giovani ribelli erano stati (dis)educati dalla pedagogia autoritaria del regime, che vedeva la guerra come banco di prova di popoli e di individui, nella predicazione dell'odio quale dovere patriottico. Le squadre convinte di compiere un atto di giustizia ripropongono «ferocemente, in un quadro totalmente mutato, una situazione
di guerra civile: una situazione cioè in cui è rotto il monopolio statale della legalità e della violenza».9 Anziché approvare o stigmatizzare bisogna comprendere e spiegare le dinamiche della tempestosa transizione dalla guerra alla pace, dalla dittatura alla democrazia, dall'esistenza raminga nei boschi al rientro nella vita civile. Senza scordare la radicale alterità degli schieramenti politico-militari, poiché da un lato si rafforzava la sudditanza al predominio nazista, mentre dall'altro si contribuiva alla liberazione dal giogo hitleriano e al recupero della dignità nazionale.
Quanto ai fascisti, il ritrovarsi perseguitati dopo essere stati parte dell'apparato repressivo non ne nobilita la causa, che era e rimane quella dell'oppressione e della dittatura bellicista.
Il tragico epilogo di quelle esistenze, illegalmente stroncate da (ex) partigiani dimentichi degli ideali originari della Resistenza sul piano morale prima ancora che politico e militare, suscita istintivi moti di umana solidarietà. Quell'orribile fine è un contraccolpo del dramma (inter)nazionale inscenato nel primo dopoguerra dallo squadrismo, apripista della dittatura ventennale che nel togliere la libertà agli italiani li ha tramutati in massa
di manovra contro le popolazioni e i governi di Etiopia, Libia, Somalia, Spagna, Albania, Francia, Inghilterra, Grecia, Iugoslavia, Unione Sovietica… all'insegna degli slogan mussoliniani
CREDERE-OBBEDIRE-COMBATTERE e VINCERE! E VINCEREMO! Come profetizzato dal fondatore di Giustizia e Libertà, Carlo Rosselli (assassinato il 9 giugno 1937 col fratello Nello in Normandia da sicari francesi su mandato italiano), la guerra attizzata da fascismo e nazismo in ogni parte d'Europa torna alfine nei luoghi di partenza, con ulteriori lutti e sofferenze. Vent'anni di dittatura hanno imbarbarito il carattere degli italiani e abbassato paurosamente la soglia di umanità: è questo uno dei presupposti fondamentali delle violenze postbelliche.
Al tradizionale indice dei nomi si è preferito un apparato di rimandi interni, per consentire al lettore di «navigare» nel testo seguendo determinati personaggi o particolari tematiche.
Associazione Zanoni – L'Eco del Popolo - A.N.P.I – A.N.P.C. - ANVA
giovedì 11 giugno 2026 ORE 17
Sala Convegni Circolo Filo – piazza Filodrammatici,2 Cremona
L'AUTORE MIMMO FRANZINELLI presenta ai lettori cremonesi
“la resa dei conti”
Intervento di saluto di
- Avv. Alessandro Zontini, presidente della Società Filodrammatica Cremonese
Introduzione di prof. Giancarlo Corada e prof. Franco Verdi
Nel corso della conferenza opererà, in collaborazione con la Libreria del Convegno, un book-corner per la distribuzione del libro, a richiesta autografato dall'autore.
2) 1946: il valore della democrazia


1946: il valore della democrazia
L'Italia esce dalla guerra a pezzi con la produzione agricola e industriale ridotta al lumicino, con strade, ponti e ferrovie al collasso dopo cinque anni di guerra e bombardamenti e con milioni di abitazioni inagibili. Non va dimenticato l'aspetto umano: non c'è famiglia che non pianga un morto al fronte o sotto le bombe, c'è incertezza per la sorte di prigionieri e dispersi e ci sono cicatrici difficili da rimarginare in un Paese appena uscito dalla dittatura fascista e da una guerra che nel periodo dell'occupazione tedesca era stata sì di Liberazione, ma anche civile.
È in questo contesto che - prima del referendum del 2 giugno che porta alla nascita della
Repubblica - vengono organizzate le elezioni amministrative. Lo si fa a scaglioni, si va a votare il 17, 24 e 31 marzo, il 7 aprile e il 6 ottobre del 1946 e «l'organizzazione stessa non deve essere stata semplice considerato che l'ultima volta si era votato nel 1924. Nell'attesa di poter riportare la relazione di Superti, carichiamo sul presente pdf la parte del nostro precedente lavoro dedicato al medesimo argomento.
*
6.1 – Le autonomie locali, base della democrazia repubblicana.
Intendiamo sviluppare il percorso delle nuove istituzioni, partendo, sulla base di un'impostazione non solo cronologica, dall'insediamento dell'amministrazione periferica, il primo tassello della stabilizzazione istituzionale a diretto contatto col sentimento popolare.
Ed anche perché dai Comuni, dalla teoria del ‘socialismo comunale' di Turati e di Caldara, come abbiamo visto nelle premesse, era partita la marcia di avvicinamento di un socialismo, ancora magmatico, all'evoluzione gradualista entro la civiltà democratica.
A livello centrale, fu avviato un rilevante impegno progettuale sulla materia istituzionale, il cui sviluppo non fu sempre lineare, ma approdò a sintesi coerenti con i principi generali che ne ispiravano la guida.
Si dirà più avanti dell'impostazione relativa al progetto costituzionale per la Repubblica.
Qui si affronta, invece, il tema dell'articolazione dei poteri locali, rispetto a cui nel P.S.I. si affrontarono, inizialmente, due posizioni contrapposte.
La prima, sostenuta da Massimo Severo Giannini, Foscolo Lombardi, E. Lami Starnuti e A. Levi, postulava un indirizzo radicalmente innovativo rispetto all'impianto ereditato dal precedente regime: soppressione dell'ente intermedio, costituito dalla Provincia, ed istituzione delle Regioni.
La seconda, portata avanti da Nenni e Basso, era recisamente avversa al decentramento amministrativo su base regionale.
Entrambe postulavano un passaggio nevralgico (ed irrealizzato): la soppressione della Prefettura.
Con argomentazioni, facilmente rilevabili dall'articolo di prima pagina “Aboliamo il R. Prefetto” del 13 ottobre 1945:
“Sabato scorso all'accenno del compagno Basso alla necessità di sopprimere in Italia l'istituto governativo del prefetto, l'assemblea intera dei compagni militanti si è scossa ed ha sottolineato con chiaro consenso la precisa dichiarazione dell'oratore.
Ed invero, anche a prescindere dall'inderogabile volontà popolare di un decentramento amministrativo che è anche nei postulati di riforma del nostro Partito, l'abolizione dell'istituto prefettizio, come longa manus del centralismo burocratico governativo, rientra tra le più elementari richieste di democratizzazione del Paese.
Istituito da Napoleone con precisi intenti di stretta subordinazione periferica alla macchina statale, il prefetto è sempre stato il tipico esempio della più chiusa e cocciuta dipendenza dai poteri statali.
Inviato nelle provincie, ignaro di qualsiasi attività e tendenza locale, esso interpreta il suo compito in un'unica funzione. Salvaguardare ad ogni costo la compagine burocratica dello Stato, impedire qualsiasi iniziativa che vada oltre gli scopi meschini dell'organizzazione statale.
Può darsi che nei primi anni dell'unità l'istituto servisse a qualcosa per cementare un poco le diverse regioni italiane sino allora scisse in sette diversi governi.
Ma allo stato attuale delle esigenze popolari e della situazione politica ed economica, esso appare completamente fuori fase e senza forza alcuna di rinnovamento.
E' pertanto necessario che al prefetto di nomina governativa, ristretto nei vincoli e nella preoccupazione della carriera, si sostituisca un magistrato locale esperto delle sensibilità provinciali, eletto democraticamente e legittimo rappresentante degli interessi economici ed amministrativi della zona.
La parola d'ordine del nostro Partito per la Costituente è questa: aboliamo il regio prefetto, compartimento stagno fra il popolo e il Governo.
Demoliamo soprattutto quel ridicolo e vanitoso monumento di vacuità, di testardaggine che è il prefetto ereditato dal regime fascista.
Nel periodo avanti il fascismo, il prefetto giolittiano fu il manipolatore delle elezioni ‘democratiche', testé sbandierato alla Consulta dai travestiti reazionari.
Con l'appoggio della questura, delle cricche locali, dei sordidi interessi della consorteria agraria, il prefetto, specie nell'Italia meridionale, riuscì a far mandare alla Camera il classico tipo di deputato ‘consorte', del rappresentante del popolo scelto accortamente fra i piega-schiena della politichetta provinciale.
Da questi deputati veniva poi fuori l'accolta dei ‘deputati mazzieri', dei ‘moretti' giolittiani, che alla Camera davano il loro appoggio alle leggi reazionarie di Pelloux o ai decreti capestro della canaglia romagnola.
Fu poi facile a questi prefetti democratici mettersi in linea con il nuovo regime fascista.
Bastò loro sostituire la redingotta di prammatica nell'orbace e negli stivaloni lucidi della divisa totalitaria.
Bastò loro mettersi sul berrettone l'aquilone littorio.
Nella testa le idee erano e furono le stesse.
I favoreggiatori del fascismo del '20 e del '21 divennero le granitiche colonne del regime, i soffocatori della libertà, i presidenti delle commissioni per il confino, gli esaltatori dello Stato autoritario.
Nel ventennio fascista, oltre i prefetti di carriera, ci furono anche i prefetti politici mandati dal p.n.f. ad occupare le cariche per merito squadrista o per sinecura e ricompensa delle loro disavventure in alto loco.
E se i primi, provenienti in gran parte dai paesi caldi del sud, avevano almeno una patente di studi legali conquistata nelle famose università del Mezzogiorno, dove, come a Messina, sino a pochi anni fa, l'esame di procedura civile poteva esser sostituito, putacaso, dal diritto saraceno o altra quisquilia, i secondi invece erano totalmente digiuni di ogni studio, sprovvisti d'ogni buon senso pratico ed investiti unicamente dal verbo divino della parola ducesca.
Su questo stento albero prefettizio s'è inserito oggi, dopo la caduta del fascismo, l'arboscello malescio del nuovo prefetto democratico, ad uso e consumo della rifiorente burocrazia romana.
Fatta eccezione di qualche prefetto del C.L.N., che si è imposto con la sua autorità e attività di cittadino, tutti gli altri provengono dalla carriera fascista e mantengono probabilmente in testa le stesse idee e gli stessi sistemi di una volta.
E' per questo che il popolo sente che questi organi sono a lui completamente estranei, al di fuori e in bando della sua vita civica.
Se si vuole realmente giungere alla democrazia del Paese è assolutamente necessario che siano scartati i primi ostacoli.
I prefetti di nomina governativa rappresentano questa remora tremenda al progresso.
Il prefetti rappresentano la pietra d'inciampo sul cammino della democrazia nazionale.
Demoliamo i regi prefetti, longa manus della monarchia.
Cacciamo dalla prefettura lo spirito reazionario che vi aleggia e stagna, così come aleggia nelle questure e nei distretti e nei comandi militari.
Solo a queste condizioni l'Italia s'avvicinerà all'ideale di Carlo Cattaneo e di Ferrari”
Meglio di così “Il Cordelliere”, autore dell'articolo, non avrebbe potuto dire, sul piano dei precedenti storici e dell'inopportunità di confermare nel nuovo ordinamento un istituto tanto obsoleto ed odioso, che ricalcherà, specie nella fase di profondo scelbismo, tutto quanto l'articolo aveva posto a carico dell'istituto.
Ma, almeno su ciò, non ci sarà partita, perché prevarrà la tendenza continuistica e sostanzialmente restauratrice interpretata dalla D.C.
Intrecciandosi con gli sviluppi politici, il confronto ebbe come epilogo la coesistenza dei due livelli istituzionali intermedi.
Il dibattito impegnò anche le strutture periferiche del Partito; e se ne ha riscontro in una serie di interventi pubblicati da L'EdP.
Non sempre si raggiunsero ineccepibili livelli scientifici, ma inequivocabilmente si era in presenza di una forte volontà di partecipare alla progettazione del nuovo ordinamento istituzionale, anche dal basso.
In ogni caso, la spinta politica del P.S.I. premeva, nei confronti delle decisioni del Governo, affinché, vincendo la tendenza dilatoria dei democristiani, timorosi di doversi sottoporre al giudizio degli elettori in un clima ancora contagiato dall'epopea resistenziale, si andasse alle urne.
Per il vero, e giustamente, i socialisti per urne intendevano quelle da cui sarebbe uscita la composizione della Costituente.
Mentre il fronte conservatore optava chiaramente a favore del meno impegnativo versante dell'insediamento delle amministrazioni locali.
Tesa questa che prevalse.
Ma già dalla fine del 1945 la Federazione Provinciale Socialista aveva fatto sentire con una certa decisione l'istanza favorevole alla convocazione del corpo elettorale.
Con l'articolo, del 22 dicembre, intitolato, appunto, “Elezioni”, del massimo responsabile politico, Piero Pressinotti:
“Cause indipendenti dalla volontà del Governo Parri e che si possono identificare nell'enorme quantità di lavoro derivata dall'estensione del voto alle donne, dall'epurazione delle liste elettorali, dalla scomparsa provocata dalla guerra di interi uffici anagrafici, hanno comportato che, alla distanza di otto mesi dalla liberazione, non possiamo ancora dire di essere veramente pronti per le elezioni.
La consulta non ha ancora approvato la legge elettorale, il che lascia prevedere, nel caso di pronunciamento entro l'anno, che le elezioni amministrative non potranno avvenire prima della seconda quindicina di febbraio.
Non vogliamo in questa sede esaminare se le elezioni amministrative intralceranno la campagna elettorale politica, né sperare che, in considerazione di un ulteriore ritardo, riconoscendo la necessità urgente per il paese di darsi vera forma democratica di governo, si ritorni al concetto tanto ostacolato dalle destre che le elezioni politiche debbano precedere le amministrative, vogliamo solo parlare di quella campagna che in questo momento crediamo probabile, quella per le elezioni amministrative.
Le nostre Sezioni comunali hanno già aderito al lavoro preparatorio formando commissioni e partecipando con queste alle riunioni indette dalla Federazione Provinciale.
Le commissioni hanno rivelato una sensibilità politica non indifferente ed hanno dimostrato per la soluzione dei problemi locali una capacità non certamente sottovalutabile.
Rifuggendo da inutile demagogia i nostri compagni si attengono a norme strettamente aderenti alla situazione economica e finanziaria nella compilazione del programma dei lavori da intraprendersi nel comune ed esprimono nel contempo il loro istintivo senso di autogoverno affermando improrogabile il decentramento amministrativo.
Ascoltando le opinioni ed i desideri dei nostri organi periferici non possiamo che dichiaraci pienamente d'accordo.
Identificando il programma del nostro Partito con gli interessi del Comune e della Provincia, noi socialisti lotteremo con la scheda affinché il nuovo Stato democratico poggi le sue basi sull'autonomia comunale e provinciale, autonomia che solo si potrà ottenere abolendo il prefetto di napoleonica memoria e sostituendolo con organi nominati dagli elettori della provincia.
Il Prefetto potrà essere sostituito dal presidente della Deputazione Provinciale, sempre composta democraticamente come nel periodo prefascista.
A nostro avviso potrà essere mantenuta la Giunta Provinciale Amministrativa se gli eletti saranno in maggioranza, secondo la legge 1915, nei confronti dei funzionari e consentendo che possa pronunciarsi solo sulla legittimità delle delibere comunali.
Si dovrà addivenire poi a riforme nell'ordinamento della scuola concedendo possibilità di direzione e controllo al Comune, al quale anche nel campo tributario dovrà essere lasciata facoltà di stabilire una forte progressività di tassazione nei confronti dei redditi elevati.
Per terminare, sorvolando sui provvedimenti di minore importanza, ribadendo il concetto del decentramento, insisteremo sull'abolizione della Sepral e sulla costituzione di Enti Comunali di Alimentazione.
Questi sono i nostri punti base, questi saranno i unti ai quali aderiranno, ne siamo certi, le forze unite dei lavoratori.
Dobbiamo rinnovare profondamente, rinnovare per la rinascita dell'Italia”
Ma, poiché in quel momento era in programma il solo rinnovo delle amministrazioni comunali, conviene fissare l'obiettivo della ricerca sullo sforzo programmatico, sulla base del quale i socialisti si apprestavano a sottoporsi al giudizio degli elettori.
Un primo contributo riguardava le funzioni municipali ed era compendiato nell'intelaiatura politico-programmatica predisposta nell'inverno del 1946 dall'Esecutivo Provinciale del P.S.I., di cui forniamo di seguito lo stralcio riferito agli elementi ispiratori della visione istituzionale:
“L'AUTONOMIA COMUNALE
Il Comune è tanto più autonomo quanto più ha funzioni proprie.
Il Partito Socialista si differenzia da altri partiti borghesi in quanto non vuole dotare di Comune di funzioni sottratte allo Stato, ma sottratte invece all'azione privata.
Il decentramento amministrativo rende il Comune più forte e l'amministrazione migliore; l'autonomia è fatta di funzioni proprie non di funzioni delegate; l'autonomia tributaria è la principale fra tutte le autonomia dl Comune.
L'abolizione della tutela economica è necessaria alla sua dignità e noi la reclamiamo in quanto la tutela economica si traduce in una vera e propria oppressione attraverso gli organi a prevalenza burocratica che sono i Prefetti e le Giunte Provinciali Amministrative.
Tale tutela può essere più logicamente esercitata da organismi regionali di carattere tecnico e giuridico nei quali le rappresentanze dei comuni siano presenti.
E' evidente che l'apparato statale tal quale esso è non può lasciarci delle eccessive illusioni quanto alla conquista immediata dell'autonomia.
In attesa della sua realizzazione, che è lecito attendere dalla Costituente, il Comune dovrà praticare delle riforme sostanziali restituendo all'Amministrazione Municipale la gestione diretta della sua economia, abolendo le concessioni di servizi pubblici a privati speculatori promuovendo e potenziando le municipalizzazioni e controllando severamente gli organi amministrativi.
REGIME TRIBUTARIO
I TRIBUTI COMUNALI GRAVANO IN PREVALENZA SUI CONSUMATORI.
Bisogna quindi gradualmente sostituirli con cespiti provenienti da imposte dirette (tassa di famiglia), praticando l'esonero sull'imponibile corrispondente al reddito minimo vitale del contribuente e con l'applicazione della progressività.
Nei comuni rurali sarà opportuno
Mantenere la tassa sul bestiame con sgravio per i piccoli coltivatori.
Aumento della sovrimposta comunale sui terreni e fabbricati commisurato al valore attuale per fronteggiare le esigenze finanziarie del Comune”.
Il documento fornì lo spunto per un confronto con il settimanale democristiano, consentendo così di precisare ulteriormente i contenuti del nuovo ordinamento amministrativo, quali venivano propugnati dal P.S.I.
Era intitolato “ Risposta a ‘LA RISCOSSA' Autonomia Comunale” e veniva pubblicato sulla prima pagina del n° 42 del 23 febbraio 1946:
“La Riscossa di sabato scorso ha creduto trovare nelle nostre enunciazioni programmatiche per le prossime elezioni amministrative una contraddizione, in cui saremmo caduti a proposito di autonomia comunale.
Noi abbiamo affermato che il nostro partito si differenzia da altri partiti borghesi ‘in quanto non vuole dotare il Comune di funzioni sottratte allo Stato, ma intende invece sottrarre funzioni all'azione privata'.
Che cosa significa ciò, si domanda il Signor Gabriele Rovo, se non una contraddizione in termini?
Concediamo al nostro contradditore che nel testo pubblicato dal nostro giornale uno svarione abbia potuto rendere la frase un po' ermetica.
Ma lo sviluppo del testo che seguiva la frase incriminata avrebbe dovuto appagare ogni curiosità di ipercritico.
E' del resto evidente che quando noi accenniamo allo Stato e alle sue funzioni non intendiamo alludere allo Stato fascista il quale non era altro che una mostruosa impalcatura ipertrofica antieconomica e antisociale; allo Stato quale vorrebbero ricostruirlo certi partiti borghesi.
Il nostro Partito pur riconoscendo che il ‘decentramento amministrativo rende il Comune più forte e l'Amministrazione migliore' ritiene che ‘l'autonomia è fatta di funzioni proprie, non di funzioni delegate'.
L'autonomia tributaria, noi abbiamo sottolineato, è la principale fra tutte le autonomie comunale.
Poiché il Comune sarà maggiormente autonomo se le sue facoltà di carattere tributario e finanziario, quelle di regolamentazione in materia sociale e quelle di intervento nella vita economica, saranno garantite e sviluppate.
Le funzioni specifiche che noi vogliamo lasciare allo Stato sono quelle dell'emissione della valuta, della difesa del paese, dei rapporti internazionali, della tutela della libertà e dell'incolumità dei cittadini e, nel campo economico, la gestione industrializzata dei grandi servizi pubblici a carattere nazionale e il controllo dei grandi complessi monopolistici, industriali, bancari e assicurativi.
Quando si parla di autonomia locale o regionale è necessario essere precisi onde non correre il rischio di cadere nella esagerazione di chi vorrebbe polverizzare il Paese in tante repubblichette indipendenti e fatalmente prima o poi in conflitto fra di esse.
Occorre dunque conciliare i diritti imprescindibili dei nuclei amministrativi locali con le funzioni da attribuirsi alle Regioni e con quelle che sono di pertinenza dello Stato che abbiamo succintamente enunciato prima.
L'articolista della Riscossa si richiama a Luigi Sturzo, sindaco di Caltagirone e uno degli animatori della lega dei Comuni Italiani.
Ci consentirà di fare appello, a nostra volta, a un nostro conterraneo illustre: Emilio Caldara, Sindaco di Milano, ai cui scritti ci siamo ispirati nel redigere gli elementi basilari del nostro programma amministrativo e del quale nessuno potrà contestare l'indefessa azione in favore dell'autonomia comunale.
Noi siamo lietissimi che altri partiti condividano il nostro pensiero su taluni aspetti dell'autonomia municipale che hanno sempre costituito in materia l'essenza programmatica del nostro Partito.
Noi vorremmo però che la rivendicazione autonomistica, che da taluni si reclama a gran voce, nascondesse preoccupazioni esulanti da quella che gli è propria perché rispondente alle aspirazioni della massa popolare sul terreno tributario, sociale e assistenziale.
Ma questo è un altro ragionamento”.
Già da inizio gennaio di quell'anno, la Federazione Socialista tendeva a dare all'impegnativa stagione di elezioni e di insediamento delle prime amministrazione democratiche, votate dal popolo, una rilevanza prioritaria, anche in considerazione delle conseguenze che l'evento avrebbe proiettato sia sulle prospettive di stabilizzazione istituzionale sia sugli sviluppi delle future campagne politiche.
Il Comitato Esecutivo Provinciale mise a punto una sorta di istruzioni per l'uso, di intelaiatura di programma, cui uniformarsi localmente nell'allestimento dei singoli programmi comunali, dal titolo “ELEZIONI GENERALI AMMINISTRATIVE – Elementi basilari del programma socialista”:
“UNA PREMESSA
Dopo un quarto di secolo il popolo italiano è convocato per eleggere liberamente i suoi legittimi rappresentanti nelle Amministrazioni comunali.
In questo lungo periodo che ha oscurato la storia del nostro paese, l'Italia è stata funestata dal regime brigantesco del fascismo il quale, in materia di amministrazioni locali, si è identificato con la dilapidazione delle ricchezze collettive, con la corruzione più sfacciata e con l'imperio della sopraffazione.
Il popolo, dopo questo calvario di lagrime e di sangue, ritorna alla ribalta della storia chiamato ad esercitarvi i suoi diritti elettorali nella nuova atmosfera della libertà e della democrazia.
E malgrado questa pausa in cui un'intera generazione è stata avulsa dal diritto del voto e praticamente estromessa dalla vita pubblica, noi abbiamo fiducia che gli elettori, giovani ed anziani, uomini e donne, parteciperanno a queste prime consultazioni con entusiasmo e con cosciente maturità.
La violenza fascista ha cacciato dai municipi gli eletti dal popolo e vi ha sostituito la gestione podestarile incontrollata, fonte propizia di tutte le speculazioni degli amici del regime.
Non lo dimentichino gli elettori e le elettrici della nostra provincia.
Nelle elezioni amministrative dell'autunno 1920 i due terzi dei comuni erano conquistati dai candidati del Partito Socialista, sul quale non si era ancora abbattuta la funesta scissione di Livorno.
E oltre al capoluogo della provincia e a quella dei due circondari di Crema e di Casalmaggiore, la quasi totalità di quelli di mandamento e dei centri più vitali della nostra terra.
Nell'altro terzo il maggior numero era stato conquistato dal partito popolare e soltanto qualche piccolo comune era caduto nelle mani delle consorterie locali.
I social-comunisti avevano ottenuto la maggioranza nelle elezioni provinciali con 26 mandati contro 13 ai popolari e uno ad un fascista camuffato da ex combattente.
Rievocando questo passato noi volgiamo additare ai nostri militanti il dovere che loro incombe della battaglia elettorale che si apre nei prossimi giorni: non soltanto riconquistare le posizioni di ieri, ma superarle.
IL PROBLEMA EDUCATIVO
Diffusione della cultura popolare incoraggiando l'insegnamento professionale agrario, industriale, domestico, diurno e serale, e degli istituti complementari della scuola (patronato scolastico, asili infantili, dopo-scuola, refezione gratuita, biblioteche popolari9.
POLITICA ANNONARIA
La politica dei consumi è la sola che possa dare benefici essenziali alla massa popolare, soprattutto nella sua situazione attuale.
Il Partito socialista che preconizza lo smantellamento di tutte le bardature fasciste, soprattutto in materia di ripartizione dei generi alimentari e di largo consumo, deve tuttavia preoccuparsi di non lasciare alla caotica organizzazione commerciale borghese l'arbitrio di amministrare senza controllo questo settore importante della vita economica
Il comune socialista dovrà quindi svolgere un'attiva azione annonaria nel senso di favorire la cooperazione di consumo integrata da istituti provinciali e consorziali per combattere la speculazione e sopprimere gli intermediari.
L'ASSISTENZA SOCIALE
Una larga parte dei cittadini è oggi assistita a mezzo delle leggi previdenziali sugli infortuni, sulla malattia e sull'inabilità.
Tuttavia gli organismi preposti a tali servizi si sono rivelati di una pesantezza e di una complicazione tale (senza contare i sussidi irrisori che sono previsti per gli aventi diritto) che urge una riforma completa del loro funzionamento e delle loro attribuzioni.
Da qui la necessità per il Comune di integrare con provvidenze appropriate le lacune della legislazione in vigore per gli assicurati.
Rimane sempre però uno stuolo di non assistiti dalle leggi attuali a cui il Comune ha il dovere di provvedere con sussidi e con aiuti che deve attingere alle sue risorse normali ed eccezionali: a questo punto torna a proposito mettere in rilievo come, al tempo nostro la carità, che in passato potevano elargire istituzioni particolari dotate di beni provenienti da lasciti, sia pressoché inoperante.
Il fascismo anche in questo settore ha esercitato le sue malefatte criminali, alienando parte del patrimonio dei poveri e facendolo servire per l'arricchimento dei suoi favoriti.
L'assistenza non può dunque dipendere dalle risorse più o meno aleatorie delle Congregazioni di Carità, degli Ospedali o delle altre opere pie: per noi socialisti essa è un obbligo sociale che la comunità ha contratto verso i minorati fisici o, più largamente, sociali e a cui deve provvedere indipendentemente dall'empirismo dei benefattori.
Nei paesi più civili il problema è ormai risolto in quanto Ospedali, Orfanotrofi, Istituti ciechi, sordomuti, deficienti, invalidi, ecc, sono gestiti e finanziati, nella loro grandissima maggioranza,dai Comuni, dalle Regioni o dallo Stato.
RIFORME IGIENICO-SANITARIE
a)sistemazione più adeguata degli ospedali e degli stabilimenti di cura;
b)riordino dei poliambulatori per il popolo (locali, attrezzamenti, personale d'assistenza);
creazione di centri extra-urbani per le malattie infettive e contagiose con annessi reparti contumaciali;
c) miglioramento dell'assistenza ai vecchi e ai cronici;
d) accentramento amministrativo e funzionale delle colonie fluviali, marine e montane purché abbiano meglio a rispondere ai loro scopi;
e) medicine, medicamenti e apparecchi di protesi gratuite ai poveri;
f) diffusione dei bagni e delle docce popolari;
g) sorveglianza igienica nelle scuole, nelle fabbriche e nei pubblici ritrovi.
L'IGIENE DELL'ABITAZIONE
L'abitazione dell'operaio e del contadino deve attirare la vigilante cura delle Amministrazioni Comunali socialiste.
Il fascismo ha sempre trascurato questo vitale problema tanto nei centri urbani che nelle campagne, perché non voleva – e non poteva –mettersi in conflitto con la classe capitalista di cui era al tempo stesso l'espressione più ignobile e il servo sciocco.
Occorrerà che in ogni comune si istituiscano delle Commissioni igienico-edilizie per la constatazione dl grado di abitabilità delle case dei contadini e degli operai e per ordinare le necessarie riparazioni e le opportune demolizioni.
Questa politica di risanamento dovrà integrarsi – nei Comuni che ne sono in grado – con quella della costruzione di abitazioni popolari.
Ma in tutti i comuni rurali sarà comunque possibile all'amministrazione socialista di provvedere al risanamento rapito delle abitazioni malsane ordinando le bonifiche da apportarvi e all'occorrenza sostituendosi ai proprietari inadempienti.
Il recupero delle spese potrà e dovrà essere possibile con provvedimenti di imperio suggeriti dalla difesa igienica della popolazione.
LAVORI PUBBLICI
In Ogni comune, anche di entità limitata, vi sono necessità igieniche, edilizie o stradali che hanno la loro importanza per gli abitanti.
Orbene, l'Amministrazione socialista dovrà segnalare agli organismi competenti queste opere per accelerare la loro esecuzione.
Vi sono comuni i quali hanno ancora dei fabbricati scolastici inadeguati alle necessità dove i mezzi di comunicazione sono appena rudimentali o in cui urgono lavori pubblici di risanamento.
Bisogna che queste opere siano eseguite perché in regime democratico le necessità dell'abitante del comune rurale sono le stesse di quelle del centro urbano dal momento che è sottoposto agli stessi doveri civici e agli stessi oneri tributari.
Con queste linee schematiche non abbiamo inteso dare ai nostri compagni un programma dettagliato di amministrazione municipale, ma soltanto una traccia sulla quale essi elaboreranno le rivendicazioni particolari del loro comune rispettivo.
Quello che ci preme è che i socialisti sappiano nel 1946 essere degni della tradizione gloriosa del nostro partito anche nel campo municipale e portarlo alla vittoria.”
Dettata dalla difficoltà di frequenti contatti e dall'ovvia constatazione del relativo livello di acculturazione politica delle strutture periferiche insediate su un vasto territorio ed animate, nel maggior numero dei casi, da volonterosi attivisti generalmente al primo contatto con le procedure elettorali, fu assunta dalla Federazione una linea di efficiente centralizzazione dei temi nevralgici del programma amministrativo.
Ne scaturirono degli “Appunti per gli amministratori municipali”:
“Eseguite le operazioni preliminari, secondo le istruzioni precedentemente impartite da questa Commissione Provinciale, le Commissioni Elettorali Comunali del nostro Partito devono preparare ora le basi della buona riuscita delle elezioni: Programma amministrativo e lista dei candidati.
Si tenga conto che la massa degli elettori, che è più che raddoppiata con il voto alle donne, è per la maggior parte disorientata sia per le donne che per la prima volta sono chiamate alle urne, sia per i giovani che non hanno mai votato, sia infine anche per gli anziani, che in questo ventennio trascorso hanno disimparato dal fascismo ad interessarsi della cosa pubblica.
Di qui la necessità di lavorare con criterio e competenza all'elaborazione del programma amministrativo e della lista dei candidati, in modo che l'uno sia ben capito e l'altra sia ben accettata dalla maggioranza degli elettori.
Parliamo ora del Programma Amministrativo.
Vi sono due specie di criteri che dovranno informare il programma e cioè criteri generali d'indole prettamente socialista che informa tutti gli atti del nostro partito e quindi anche tutti i programmi amministrativi locali, criteri generali che si identificano principalmente in Repubblica, decentramento amministrativo e tributario (autonomia comunale), abolizione del Prefetto e criteri particolari che varieranno da Comune a Comune a seconda di particolari condizioni, come natura della popolazione, posizione geografica, ecc.
I criteri generali, sebbene non potranno applicarsi in pieno, finché vigerà l'attuale legislazione borghese fascista, ma che potranno essere applicati al massimo limite consentito, salvo sviluppi futuri, si possono riassumere come segue:
a – massimo incremento alle imposte dirette sia reali che personali;
b - forte progressività delle aliquote di dette imposte applicando la formula ‘a maggiori redditi, maggiori imposte';
c- massimo incremento alle imposte indirette che colpiscono beni di lusso e massima agevolazione per quelle che colpiscono generi di prima necessità;
d – massimo incremento alle erogazioni straordinarie di bilancio per le opere di pubblica utilità che vanno a risolvere problemi locali a favore della massa della popolazione (refettori scolastici, ambulatori medici, case popolari, Ricoveri, Ospizi, ecc);
e – assoluta aderenza del programma amministrativo alla situazione reale di ogni comune.
Vi sono poi i criteri particolari dettati questi dalla situazione locale del Comune.
Per es, se la popolazione è prettamente rurale,; se il Comune è molto sparso con frazioni distanti; se vi è scarsità di comunicazioni con le arterie principali; se il reddito della popolazione è basato sull'agricoltura piuttosto che sul commercio e sull'industria, ecc.
Tenendo conto dei suesposti concetti, le Commissioni si consulteranno anche coi compagni che hanno già esperienza dell'amministrazione locale ed insieme elaboreranno il programma tenendo conto dei vari bisogni veramente sentiti dal loro comune.
Ma si raccomanda di programmare ciò che sarà realmente possibile fare; niente promesse a vuoto; niente demagogia, che, in definitiva, tornerebbe a tutto svantaggio del nostro Partito”.
Se non temessimo, fondatamente, di far girare nella tomba i pionieri di quelle battaglie politiche, oseremmo pensare che la dirigenza socialista cremonese confezionò un ‘kit elettorale' (privo, però, delle cianfrusaglie spettacolari del ‘Cavaliere'), comprendente l'impostazione istituzionale, normativa e politica, nonché l'identikit del candidato.
Tracciato, quest'ultimo, da “Democrazia in alto”:
“L'Esecutivo Provinciale del Partito ha raccomandato alle organizzazioni periferiche dipendenti, specialmente in quei Comuni dove nel prossimo mese di marzo si svolgeranno le elezioni amministrative, di proporre quali candidati delle persone capaci ed oneste, spaziando anche al di fuori degli iscritti al Partito stesso.
Il principio è ottimo ed ha un contenuto di libertà democratica veramente progressiva.
Bisogna attuare questo principio anche nelle fasi successive.
Si scelgano rapidamente questi candidati comunicandone i nominativi agli elettori e si inizi fra gli uni e gli altri quello scambio di idee che incidano sulle finalità sulle quali si dovrà imperniare il criterio amministrativo dei Consigli Comunali.
Perché è appunto questo che vogliono gli elettori.
In modo che coloro ai quali sono disposti concedere il proprio voto intendono risolvere i problemi più urgenti, più utili e più necessari che toccano il Comune.
Intendo riferirmi particolarmente ai Comuni rurali dove la maggior parte degli elettori non è troppo al corrente delle discussioni svoltesi sulla stampa intorno ai peculiari problemi attinenti l'educazione, la finanza, la sanità, l'igiene e via dicendo e riflettenti gli interessi dei piccoli centri.
E' necessario quindi una specie di dissertazione sia pur semplice nelle sue linee di esposizione reciproca, attraverso comizi, conferenze, colloqui da svolgersi anche nei cascinali, nei quali esclusivamente i candidati all'amministrazione dei Comuni devono dire chiaro e netto e con senso di responsabilità ciò che intendono di fare per il bene supremo della collettività.
Essi potranno sentire la modesta parola del contadino, dell'operaio, del dipendente, delle madri, nella esposizione dei loro più umani desideri, e soprattutto si darà a queste persone finalmente la consapevolezza di partecipare a questa vita pubblica che è sempre stata considerata da loro come un privilegio di pochi.
Non si oltrepassi la cerchia dei problemi contingenti e si miri soprattutto ad un esame della situazione delle singole comunità cercando di ingenerare anche nei più umili quel senso di dignità e di personalità tanto necessario affinché il nostro popolo possa elevarsi all'altezza morale e sociale degli altri più evoluti.
Questa funzione intellettiva fra elettore ed eligendo sarà del massimo interesse e farà assumere ai candidati la pubblica responsabilità di mantenere e svolgere ciò che hanno promesso.”
E' evidente che la direttiva sui comportamenti pre-elettorali, adombrante in qualche modo istruzioni elementari di tecnica di avvicinamento e contatto, postulava una funzione educativa, verso le masse, del voto.
Il complesso di premesse ordinamentali e programmatiche e di istruzioni tecnico-elettorali, era completato da un forte ‘viatico' politico, risultante da un'imponente massa di riunioni, convegni, discussioni ad ogni livello, come è facile constatare dall'intenso calendario; ma, soprattutto dall'incisivo apporto didattico degli articoli di Emilio Zanoni.
Caposaldo ispiratore di quell'impegno può essere definito “Significato politico delle amministrative” di Emilio Zanoni (L'EdP 41/46):
“Il Regionale di Liberazione Nazionale ha diramato a tutti gli organi dipendenti e ai partiti consociati l'invito a mantenere, in occasione delle prossime elezioni amministrative, la calma e la più perfetta legalità.
Usciti da un ventennio di sopraffazione, durante il quale l'arbitrio dei violenti e dei facinorosi era legge e la volontà dispotica d'un individuo veniva gabellata per consenso nazionale, gli italiani si trovano al paso di dare all'opinione pubblica internazionale una dimostrazione patente di civismo e di rispetto per il diritto.
E' ben vero che sinora non si ebbe esempio di libera manifestazione democratica del popolo se non nelle elezioni del 1919.
Se si pensa alle elezioni anteriori alla prima guerra mondiale a suffragio ristretto (il suffragio universale fu difatti introdotto nel 1913), viziate, specie nell'Italia meridionale, dalla camorra, dal broglio, dalla corruzione dei ‘moretti' e dei prefetti, ostacolate dai carabinieri (i cafoni si cucivan le tasche per impedire che la benemerita facesse scivolare dentro qualche coltello a scrocco onde accusarli di porto d'armi abusivo nel recinto della Sezione elettorale), se si pensa a cosa si ridussero le elezioni nel periodo fascista la nostra osservazione non ha bisogno d'esser ulteriormente suffragata.
Nelle elezioni politiche e amministrative, seguite immediatamente alla prima guerra mondiale, il popolo, neutralista per istinto, sfociò colla piena irresistibile d'un fiume e parve volesse impadronirsi dello Stato, cui sino allora era rimasto estraneo e indifferente.
La sofferenza di quei quattro anni di guerra, il sanguinoso svenamento, operato per sentimenti ad esso alieni, produssero nel popolo come una scossa elettrica che valse a scuoterlo dall'apatia e a indurlo a un'effettiva partecipazione alla vita pubblica. Oggi probabilmente il fenomeno si ripeterà su scala ancor più vasta.
Errano qualunquisti e liberali quando affermano la necessità del voto obbligatorio stante il probabile astensionismo delle masse.
Noi riteniamo che la partecipazione popolare sarà rilevantissima, né a questa illazione siamo tratti da fallaci illusioni o rosee speranze.
L'atmosfera indubbiamente si va montando nelle campagne e nella città.
Un fervore nuovo si nota nelle masse, una voce segreta si diffonde come portata da fili invisibili.
Dieci mesi di snervati quietismo, dieci mesi di approcci, di manovre, non sono serviti a fiaccare definitivamente l'attesa popolare.
Anche gli ultimi tentativi di sbordare alla Consulta la nave elettorale si rivelano fiacchi e cozzanti contro il muro dei partiti di sinistra.
C'è un'aria di rassegnazione fra i barbacani della destra più destra.
Lucifero e Bencivenga parlano senza convinzione colla sola volontà di salvar la faccia; la ‘Lega delle vecchie barbe' assume oggi (segno dei tempi!) il nuovo appellativo di ‘lega elettorale'.
Si discutono programmi, si vagliano uomini, si costituiscono blocchi rispondenti a reali esigenze o contingenze puramente di convenienza.
Se nei centri minori la lotta avrà per oggetto gli uomini e questioni prettamente amministrative (i partiti difatti hanno voluto spogliare i programmi di ogni contenuto politico) nei centri maggiori, anche senza volerlo, essa assumerà il carattere di una vera e propria affermazione politica.
Tra le masse della città, politicamente più preparate, gli uomini e i programmi contano fino a un certo punto, maggior significato avrà l'affermazione d'un partito agli effetti politici.
Né si dimentiche che l'instaurazione della repubblica spagnola fu determinata dalla prevalenza degli elementi repubblicani nelle elezioni comunali del 1931.
La riluttanza dei partiti democratici italiani a dare colorito politico alle amministrative è probabilmente dovuto ai resti di una timidità, d'una paura ad affrontare le soluzioni nette e chiare di aperto dissidio.
Rimanendo ancora in piedi l'ossatura dell'alleanza cienneliana, permangono i dubbi e le incertezze sulla convenienza di scatenare la lotta aperta.
Ma l'improrogabilità di questa prenderà, e già se ne notano i segni!, la mano sulle renitenze tattiche e sui piccoli accomodamenti locali.
L'opinione pubblica è ormai definitivamente orientata verso blocchi aperti e meno adusata adusata agli scambietti e ai giochi elettorali, prenderà netta posizioni non su uomini ma sull'idea che questi rappresentano.
L'influenza che il successo nelle elezioni amministrative eserciterà sulla vita nazionale dovrà annoverarsi fra i più notevoli fattori per la futura battaglia politica.
Di ciò si deve indubbiamente tener conto e questa tendenza traspare dalla decisa volontà che i partiti mettono nella conquista delle basi comunali.
Il Partito Socialista impegna così le sue migliori forze di attacco, persuaso che a una su affermazione nel campo amministrativo farà riscontro un deciso successo nel campo politico.
Smascherata localmente la reazione e privata dell'appoggio che le potrebbe derivare sarà più facile sconfiggerla definitivamente alle elezioni per la Costituente.
La graduale presa dei poteri dalla periferia al centro risponde al concetto nostro di democrazia e il Partito socialista mira soprattutto a questa realizzazione”
Com'è evidente, prevaleva nel ‘politico' Zanoni una forte lettura ‘strumentale' del passaggio delle elezioni amministrative rispetto alle successive tappe dello scontro politico per la costruzione dello Stato e la conquista del socialismo.
Se tale cifra poteva in qualche misura costituire un'asimmetria nella visione strategica del PSI, in termini di approccio alla tornata delle elezioni amministrative, deprivandole o sminuendole del prioritario significato amministrativo, lo stesso Zanoni si era incaricato, con “Conquista delle basi” del precedente n° 40/46, di assicurare un baricentro più equilibrato alla battaglia cui il partito si apprestava:
“Il centralismo soffocante del vecchio stato costituzionale ed autoritario il Partito socialista vuole sostituire, oltre che un semplice decentramento amministrativo, una più savia articolazione degli organi periferici che dovranno costituire le ruote, piccole ma esenziali, del meccanismo sociale e statale del futuro.
Ragion per cui la conquista dei comuni, da parte del proletariato, varrà a significare non soltanto un'affermazione simbolica ma un primo e sostanziale passo sulla via di una riforma radicale.
Se nel passato l'entrata di una amministrazione ‘in giacchetta' in una sede comunale significava avanti tutto una protesta delle nuove forze progressiste contro il vecchio stato di cose (il Sindaco Caldara ad esempio si rifiutava di andar a salutare il re all'inaugurazione dell'Esposizione di Milano), oggi la conquista dei comuni equivarrà a una vittoria di prima grandezza per le conseguenze che ne deriveranno.
Il vecchio organismo statale italiano, con tutte le sue impalcature, con tutte le sue bardature, con tutte le sue contraddizioni ed insipienze, si trova, nonostante gli sforzi compassionevoli di pii samaritani statolatrii, in una situazione di crisi che può preludere al totale sfacelo.
Allo sforzo combinato delle energie sanamente rinnovatrici o rivoluzionarie che dir si voglia, spetta oggi il compito di accelerare questo processo di disgregazione per giungere a quella fase marxistica di ‘deperimento' che costituisce il punto d'arrivo della nostra prassi perché si determini la possibilità della nostra attuazione programmatica.
L'autorità centrale dello Stato (e per Stato oggi intendiamo non la formulazione democratica del C.L.N. ma tutto quel complesso capitalistico e burocratico perpetuatosi sino a noi) va smantellata con lavorio continuo e costruttore.
Colla conquista dei comuni il proletariato avrà nelle mani un'arma potente per sviluppare la sua azione negativa e positiva a un tempo.
Deve perciò svanire ogni concezione riformistica di amministrazione comunale diretta soltanto al miglioramento dei pubblici servizi, a una più equa ripartizione tributaria, per far luogo alla tendenza innovatrice di attuare nei comuni i nuovi organismi di base del futuro governo democratico.
La borghesia capitalista, durante l''altro dopoguerra, aveva intravisto nella conquista socialista dei comuni il gergo disgregatore del ‘suo' stato e corse ai ripari espellendo colla violenza e colla frode i rappresentanti del popolo dalle amministrazioni. Legittimamente occupate in base alla sua stessa legislazione.
Durante i successivi venti anni tutta la forza combinata dell'autoritarismo e del capitalismo pesò sull'attività comunale, svuotandola di ogni contenuto di vita propria e riducendola a volgarizzazione periferica della parola d'ordine accentratrice e soffocatrice delle aspirazioni proletarie.
Oggi il popolo risorto intende rioccupare tutte le sue posizioni di partenza donde in avvenire svilupperà la sua azione di conquista totale dello Stato.
E nel fervore, nell'ansia che si riscontra nelle masse popolari di tutti comuni si ha l'inconscia conferma della volontà che fermenta nei cuori. (…)
Il Partito Socialista, forte della sua esperienza amministrativa di quarant'anni, a mezzo dei suoi uomini migliori, molti dei quali esperti e ferrati per la risoluzione dei problemi contingenti dell'attività amministrativa, si presenterà fiducioso al giudizio degli elettori e delle elettrici (…)”.
Già, perché, per la prima volta, alle urne si sarebbe presentato un soggetto nuovo, che avrebbe raddoppiato la massa dei votanti: la donna.
Una variabile da non trascurare, se si fossero tenuti presenti i condizionamenti secolarmente gravanti, per pregiudizi di varia natura, sulla stessa.
D'altro lato, il contemporaneo Giovannino Guareschi, che non cesseremo di citare, aveva fatto teorizzare alla voce narrante de “Don Camillo e l'onorevole Peppone”: “il partito che convince le donne si assicura un agente segreto in ogni famiglia”.
La materia formò oggetto specifico delle riflessioni di “Giselda” intitolata “Le donne alle urne”:
“Per a prima volta nella storia d'Italia le donne hanno il diritto di partecipare alle elezioni.
Ogni donna deve sentirsi orgogliosa di questo nuovo diritto che, riparando a una grave ingiustizia, riconosce finalmente capacità di giudizio pari a quello dell'uomo nei riguardi della pubblica amministrazione e dell'assetto politico dello Stato.
Nelle nazioni in cui già da tempo la donna partecipa alla vita pubblica, essa ha dato prove non dubbie di questa sua capacità che, sviluppatasi con l'esperienza, ha dimostrato come anche essa possa in qualunque campo assolvere il suo compito con la stessa intelligenza e con la stessa tenacia fin qui accreditate soltanto all'altro sesso.
E la società ne ha fatto doveroso riconoscimento affidando pure alle donne cariche pubbliche di non lieve importanza (…)”
Sia pur per inciso, andrebbe aggiunto che, per coerenza, nella lista per il comune capoluogo i socialisti inseriranno due candidati donna; un segno, quantitativamente modesto (viste anche le difficoltà dei tempi), ma coerentemente emblematico di quanto fosse avvertita l'importanza dell'emancipazione femminile, a partire dall'esercizio dei diritti civili.
Ma altri input premevano sullo sforzo socialista di percezione delle dinamiche di catalizzazione dei consensi.
Si chiedeva, infatti, L'EdP di sabato 23 marzo 1946 “Cosa faranno i ceti medi?”:
“Le discussioni intorno ai cosiddetti ceti medi possono considerarsi come esaurite. Almeno dal punto di vista dottrinale e anche da quello meramente economico.
I ceti medi hanno cioè degli interessi comuni con il proletariato dei campi e delle officine e ogni pretesa separazione da esso è arbitraria e contro ogni senso logico.
Che cosa ha fatto in favore di questa massa di lavoratori delle amministrazioni pubbliche e private, di artigiani, di coltivatori diretti, di intellettuali la borghesia capitalista, di cui il fascismo è stato il figlio prediletto e il cane di guardia dei suoi privilegi?
L'ha asservita e l'ha avvilita sempre., negandole ogni possibilità di rivendicare i suoi diritti economici e spirituali.
L'ha impoverita perché fosse sempre in ginocchio davanti al Moloch borghese.
L'ha incatenata al suo carro perché fosse complice del suo predominio di violenza e di giustizia.
I ceti medi devono abbandonare le fisime e i pregiudizi che li hanno sempre divisi dalla massa del popolo lavoratore e comprendere finalmente come la difesa obiettiva delle loro sorti è affidata solamente al trionfo del socialismo che vuole la liberazione di tutto il genere umano dal prepotere del denaro, del militarismo e della iniquità”
Ma c'era anche un altro rilevante tassello sociale: i giovani.
Ai quali, si era rivolto il recente congresso provinciale dei giovani socialisti, svoltosi il 23 febbraio 1946, e veniva dedicato un articolo di prima pagina del n° 45/46, a firma Ugo Stocchero, intitolato “La politica ed i giovani”, in cui tra l'altro si considerava:
“I giovani, precisamente quelli della generazione sotto i quaranta, inesperti di politica, rimangono sgomenti dalle lotte intestine che dilaniano quasi tutti i Partiti (…) A liberazione avvenuta i giovani hanno impegnata ogni loro energia ai fini della rinascita politica e sociale della Nazione (…)”
Lo scandaglio socialista sulle ‘intenzioni di voto', si direbbe oggi, nulla trascurava, dall'articolazione dell'elettorato per classi di età e per sesso ai ceti sociali, ma, significativamente, anche interlocutori che non si sarebbero detti.
Si chiede, infatti, L'EdP n° 46 “Per chi voteranno gli ex fascisti?”:
“Gli ex fascisti, scampati alle sanzioni esemplari della giustizia del popolo, circolano liberamente per le vie della nostra città e forse si illudono che la spugna dell'oblio abbia cancellato il ricordo della loro faziosità criminale.
Fra questi ci sono gli assassini di Attilio Boldori, i manganellatori feroci dei nostri compagni, gli incendiari i saccheggiatori delle cooperative proletarie, spie dell'O.V.R.A., della polizia farinacciana, e del tedesco invasore, i profittatori del regime.
Ci sono gli ‘epurati' a cui l'indulgenza tre volte buona del Governo e dei partiti democratici ha aperto le prigioni e ha perfino consentito la riassunzione negli impieghi pubblici e privati da cui erano stati scacciati.
Per chi voterà questa gente?
Per i democratici italiani, cioè per i difensori della monarchia complice del fascismo.
Per i liberali che costituiscono la difesa degli interessi del capitalismo.
Per la democrazia cristiana che accoglie nelle sue braccia tutti i relitti della reazione.
I fascisti sperano in possibili incrinature della massa proletaria per potere scatenare a tempo opportuno l'offensiva reazionaria che riconduca il nostro povero paese nelle tenebre spaventose della reazione.
Gli operai, gli impiegati, i tecnici, i contadini, gli artigiani, i coltivatori diretti, gli intellettuali non si presteranno al giuoco dei nemici del popolo.
Essi sbarreranno la via alla reazione votando socialista”.
Per arrivare ad una sintesi dell'impostazione di quell'impegnativo banco di prova, si può dire che il P.S.I. partiva da una lucida intuizione del quadro generale di riforme che avrebbe dovuto orientare ed attuare il nuovo ordinamento.
La tornata elettorale amministrativa diveniva ad un tempo un passaggio rilevante della transizione al nuovo quadro istituzionale e testava le condizioni per una più vasta transizione, in senso sociale ed economico, ad un sistema di democrazia progressiva.
Da qui, in sintesi, l'importanza attribuita dal P.S.I. a quell'appuntamento, che preludeva a quello ben rilevante del referendum istituzionale e dell'elezione dell'Assemblea Costituente, che sarebbe andata a sostituire la Consulta.
Se tali premesse facevano, tecnicamente ed idealmente, capo all'autonomo bagaglio ideologico ed organizzativo del P.S.I., occorre dire che, in qualche misura, in forza dei pronunciamenti non esattamente criptici contenuti nelle intenzioni politiche, dichiarate ed efficacemente divulgate dalla penna di Zanoni, la sigla della fase veniva senza dubbio impressa dall'ormai incipiente approdo all'unità organica delle sinistre.
Che, già da quei mesi, si prospettò come una vera e propria camicia di Nesso per i socialisti.
Ne è prova un significativo comunicato, pubblicato il 19 gennaio 1946, intitolato “Elezioni amministrative – Invito per il Fronte Democratico del Lavoratori”:
“Dopo essersi riunita a Roma, il giorno 15 gennaio, la Giunta d'Intesa tra il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria ed il Partito Comunista Italiano ha emanato il seguente comunicato:
Esaminate le ultime deliberazioni prese dalle Direzioni dei due Partiti sul problema della tattica per le prossime elezioni amministrative, constata la concordanza con la dichiarazione comune del febbraio 1945, decide di:
1. Presentare nelle prossime elezioni amministrative, in tutti i comuni nei quali verrà applicata la lista maggioritaria, una lista comune con rappresentanza paritetica.
Nei maggiori comuni dove si applicherà il sistema proporzionale e si presenteranno in liste separate, si dovrà realizzare l'accordo preventivo circa la condotta della lotta elettorale, il programma e la formazione delle Giunte comunali.
2. Aprire localmente l'accordo - sulla base di programmi concreti a condizioni da stabilirsi tenendo conto delle singole situazioni – a tutti i Partiti sinceramente democratici, includendo eventualmente anche candidati senza partito, notoriamente ispirati a sentimenti democratici e progressisti.
3. Invitare le organizzazioni dei due partiti a costituire in ogni località Comitati elettorali comuni per svolgere azione unitaria nella lotta per la conquista delle amministrazioni municipali.
4. Stabilire un collegamento fra i due rispettivi uffici centrali elettorali allo scopo di presiedere in comune alla realizzazione pratica delle odierne decisioni.
Nella nostra provincia la Giunta d'Intesa, approvando interamente il comunicato, fa appello a tutte le forze democratiche per una sincera adesione alla lista social-comunista.
La Giunta d'Intesa provinciale, considerando che tutti i candidati socialisti e comunisti dovranno posseder capacità tecniche adeguate alla missione e doti morali ineccepibili, ha stabilito che questi debbano essere approvati all'unanimità dai componenti dei Comitati elettorali comunali e che, in caso di divergenza, solo le due federazioni potranno emettere il giudizio definitivo”
Partendo da tali premesse, si affrontò, domenica 17 marzo, la prima delle tre tornate, che includeva quindici comuni: Cappella Picenardi, Cella Dati, Cicognolo, Derovere, Gabbioneta Binanuova, Gadesco Pieve Delmona, Grontardo, Persico Dosimo, Pescarolo, Pessina, Pozzaglio, Robecco d'Oglio, Scandolara Ripa d'Oglio, Sospiro e Vescovato.
Non ci fu partita: cappotto quindici a zero per le sinistre.
Come in quella successiva del 23 marzo che interessò altri quindici comuni: Annicco, Bonemerse, Bordolano, Castelverde, Crotta d'Adda, Gerre de' Caprioli, Grumello Cremonese, Isola Dovarese, Malagnino, Ostiano, pieve d'Olmi, Pieve S. Giacomo, S. Saniele Ripa Po, Sesto Cremonese, Corte de' Cortesi.
E come nella successiva del 1° aprile che ne elesse 14: Casteldidone, Castelvisconti, Cumignano sul Naviglio, Rivolta D'Adda, Salvirola, Soresina, Cappella Cantone, Martignana Po, Rivarolo del Re, Spineda, Ticengo, Trigolo e Voltido.
E come gran parte delle successive che si conclusero ad ottobre con l'elezione degli amministratori di altri 31 Comuni, fra cui Crema, Casalmaggiore, Pizzighettone (a sinistra) e Soncino.
Al termine dell'impegnativa stagione di elezioni comunali, che insediò governi eletti dal popolo, la tendenza elettorale era inequivoca: la D.C. era maggioranza in una ventina di Comuni, prevalentemente piccoli (ad eccezione di Soncino) collocati nel cremasco; il P.S.I. aveva ottenuto, su 110 comuni (115 sarebbero divenuti successivamente, quando sarebbe entrato in funzione il telaio di Penelope, che avrebbe annullato le poche aggregazioni di piccoli comuni, operata, sia pure autoritariamente, dalla politica mussoliniana), 60 sindaci, a cominciare dai centri più importanti.
Oltre al capoluogo, in cui si votò, come vedremo tra poco, a Crema col Dott. Carlo Rossignoli –primario ospedaliero-, Casalmaggiore col Dott. Rienzo De Padova – dirigente-, Soresina con l'Avv. Maestroni, a Pizzighettone con l'Ing. Giuseppe Sini – dirigente industriale, a Rivolta d'Adda con Tullio Cazzulani – agente di commercio.
Ma intanto si andava profilando la più impegnativa delle prove elettorali: domenica 24 marzo si sarebbe votato per il Comune Capoluogo.
Il P.S.I. si presentava con il programma che abbiamo sintetizzato, col proprio simbolo e con una qualificata lista di candidati, composta da Caporali G. Ernesto – organizzatore sindacale; Rossini Luigi –rappresentante; Verzeletti Arturo – organizzatore sindacale; Boldori Giuseppe Comunardo – dirigente cooperative; Calatroni Bruno – Avvocato; Granata Carlo – ferroviere; Chiappari Ferruccio – medico; Ferragni Gaetano – avvocato; Brugnelli Ettore – ingegnere; Del Miglio Giovanni – edile; Maggi Dismo – artigiano; Fezzi Piero – professore; Ferrari Annibale, contadino; Rusconi Mario – ingegnere (reduce);Gamba Davide Annibale – artigiano; Rossi Ugo – impiegato; Ronco Ferruccio – operaio; Musoni Achille – tipografo; Melegari Elsa – insegnate; Germani Carlo – edile; Castiglioni Vezio – impiegato;Gatti Guido – ferroviere; Sali Francesco –artigiano, Aldovini Rosolino – geometra (reduce); Piccioni Luigi di Achille – operaio; Lazzari Ernesto – muratore; Grassoni Augusto – impiegato (reduce); Zappieri Ugo – commerciante; Galliani Maria – impiegata; Pagliari Ultimo – ferroviere; Ferrami Carlo – impiegato; Della Noce Fulvio – operaio; Sgarbazzini Ferruccio – commerciante (fraz. Cavatigozzi); Pilati Alberto – contadino (frazione Bagnara); Giacinti Ettore – operaio; Raseti Giulio – operaio -; Billi Giovanni – commerciante; Curti Mario – operaio; Crotti Primo – contadino (fraz. Picenengo); Ruggeri Sivio – contadino (fraz. Boschetto).
La settimana della vigilia fu contraddistinta da una mobilitazione allo spasimo.
Fu lanciato un ultimo appello agli elettori:
“Nella ridda dei programmi e delle liste, presentate dai vari partiti politici per le prossime elezioni municipali della nostra Città, il P.S.I.U.P., forte della sua tradizione, fiero delle lotte del passato che portarono alla decisiva affermazione del proletariato insediato nel reggimento della cosa pubblica, si presenta oggi nuovamente al giudizio dell'opinione pubblica la quale saprà esattamente vagliare il complesso di riforme a contenuto civile e sociale che costituiscono il profondo substrato della democrazia socialista.
Il programma socialista per le elezioni amministrative, redatto dalla federazione provinciale, è chiaro, preciso e onesto.
Non promette se non quello che si può mantenere.
Ha carattere generale per il bene di tutta la cittadinanza; ha carattere classista per certe rivendicazioni basate sul concetto di giustizia distributiva.
Però in linea pregiudiziale il Partito Socialista denuncia sin da oggi la materiale impossibilità di amministrare, se il Comune non otterrà dalla prossima Costituente, operante e sovrana, l'autonomia funzionale, l'abolizione degli inceppanti freni tutorii, un adeguato finanziamento e una notevole iniziativa tributaria.
Allora soltanto il Partito Socialista potrà e saprà:
- alleggerire le imposte che toccano i meno abbienti e colpire i redditi con criterio fortemente progressivo;
- municipalizzare i più importanti servizi di pubblica utilità;
- risolvere la crisi degli alloggi;
- sviluppare in ogni sua forma, anche assistenziale, l'istruzione elementare professionale e media;
- curare la salute pubblica con servizi igienico-sanitari;
- riformare le opere pie per renderle più rispondenti alle complesse necessità dell'assistenza.
Cittadini!
Tutti alle urne per l'affermazione del principio ‘Il Comune al Popolo'.
Per il vero, tale appello risultava sormontato, nella prima pagina de L'EdP del 23 marzo 1946 da un “Domani alle urne”, firmato da “L'amico del popolo”, in cui, tra l'altro, si proclamava:
“ (…) Noi lombardi, noi cremonesi in particolare, abbiamo connaturato nel sangue questa aspirazione democratica di darci il miglior reggimento possibile della cosa pubblica, di eleggere gli uomini più adatti alle funzioni comunali.
Dai tempi della città medioevale e murata, quando le campane della Torre dei Militi chiamava a raccolta il popolo per l'elezione dei consoli e dei podestà, fino all'epoca torva dello Spagnolismo quando si eleggevano i decurioni e un senatore rappresentava Cremona nel Senato di Milano, il popolo cremonese non è mai restato assente ai problemi comunali.
I gloriosi monumentali edifici eretti ‘aere pubblico' nel primo medioevo furon certamente approvati dal popolo, così come il popolo approvava le spese per gli ornamenti artistici delle chiese e delle piazze.
C'è altresì una tradizione di civica critica che risale fino ai primordi della nostra città, quando un canale fu chiamato ‘Murmura' per i mormorii suscitati nel popolo dai probabili sperperi degli amministratori di allora.
Vennero poi con la Repubblica Cisalpina i sindaci con la fascia tricolore; vennero col '48 e col '59 i sindaci della nuova libera Italia.
Oggi, dopo l'occhiuta parentesi fascista, torna la possibilità per noi cremonesi di eleggere una rappresentanza savia, capace e sinceramente democratica.
Questa nostra città fieramente ghibellina, questa nostra città che resistette agli interdetti politici del Papa,deve darsi una municipalità del tutto degna delle sue tradizioni democratiche, garibaldine e socialiste. (…)”
Ma sulla chiamata alle urne, in casa socialista, non tutti i pronunciamenti era ispirati dal medesimo fervore.
Ve n'era di più pacati, ma non per questo meno efficaci nel penetrare la sensibilità popolare; come dimostra “Soddisfazione, riconoscenza, responsabilità” di Gino Rossini:
“C'è qualcosa di nuovo oggi nel Sole,
anzi d'antico; io vivo altrove e sento
che sono intorno nate le viole…
G. Pascoli
Si, Maestro, vi è qualcosa di nuovo oggi nel Sole, anzi d'antico. Vi è tutta la luce, tutta la speranza, tutto l'entusiasmo dei cuori dei nostri lavoratori, di quei lavoratori che Tu stesso,Maestro Poeta, hai tanto amato!
E' il nuovo mondo che sorge, e che sarebbe sorto venticinque anni or sono, se la violenza bieca e triste dei Tiranni non avesse distrutto quanto era stato creato!
Sono intorno nate le viole!
Accarezzato da questo sole primaverile e quante per tutte le ripe, gli argini, i campi!
Se ne sono infiorate le nostre contadine, liete, ridenti entusiaste, domenica quando sono andate per la prima volta a deporre la scheda nell'urna, fianco a fianco dei loro uomini vestiti a festa!
E dopo il dovere compiuto hanno parlato; e hanno detto che hanno votato per i loro partiti, per i partiti dei loro uomini, ed hanno detto, soddisfatte e fiere, che loro non hanno voluto tradire i mariti, i padri, i fratelli, gli eroi che sono caduti per la conquista della libertà.
Ne ho sentito una che diceva: se il Signore mi chiamerà a lui e mi rimprovererà quello che ho fatto dando il voto a voi socialisti, dirò che ho fatto così perché voi volete la giustizia sulla terra e volete rendere più umana la nostra fatica!
Vedrete che anche Lui comprenderà, benevolo e generoso, la mia azione e la riconoscerà seria, onesta, doverosa!
Il reduce che mi accompagnava e che aveva sentito, rise; poi soggiunse: certi ‘gagarini' di oggi che parlano di libertà, di Patria, di sacrificio, di andare verso il popolo, non sanno neanche che cosa siano tutte queste belle cose; a loro concediamo di gozzovigliare nei caffè e piroettare nelle sale di ballo, tutti ben profumati, azzimati, calzoni con riga dritta.
Ma vicino a noi, che ‘puzziamo' ancora di caserma e l'alito sa di aceto e di cipolla, che indossiamo i poveri vestiti della ‘Post-bellica' e scarponi della Camera del Lavoro, non li vogliamo vicino; non li ascoltiamo nemmeno nella loro propaganda che sente di attualità, di necessità elettorale!
Noi sappiamo a chi dare il voto e lo abbiamo dato ai figli del nostro popolo, ai nostri fratelli del lavoro, ai rappresentanti autentici della classe lavoratrice, di cui noi siamo viva parte e che non dobbiamo, non vogliamo tradire!
Quanta luce, quale viva luce,nelle pupille di quella donna e di questo reduce, mentre parlavano; e che calore nella voce, che sincerità nelle loro parole!
Una musica paesana mandava a noi l'eco di inni che tanto possono sullo spirito dei combattenti, quello del Piave, di Mameli, di Garibaldi, l'inno dei Lavoratori; era la festa del paese, e il popolo giubilante innalzava al cielo le sue bandiere rosse e tricolore.
******
Riandavo con la mia mente agli anni della giovinezza, quando assieme ai cari compagni, quali Ferrari, Menga, Mattarozzi, Ghinaglia, tutti morti, per questi stessi paesi si scorazzava in bicicletta a portare la nostra parola, a propagandare l'Idea di cui ancora oggi parliamo.
E poi fu la notte, la tempesta.
E per sopravvivere, molti vissero l'esilio, altri si ritirarono, altri accettarono l'amarezza e l'umiliazione; piegarono, piegammo.
Ma non ci smarrimmo, rimase il cuore coi suoi ricordi; la coscienza con la sua voce e non aspettammo (per la verità eravamo in pochi in quel momento, vero Cabrini, Ferragni, Ferrari, Pressinotti, Marabutti, Pito, Giano, Bigli, Zanoni?) il sorgere della nuova aurora.
Ci muovemmo quando ancora era buoi pesto, osammo, resistemmo e cogliemmo il primo bacio del nuovo sole.
Ora è luce e gioia per tutto il popolo, ora il popolo può parlare, può leggere, riunirsi, può votare, può forgiare il suo destino.
Omaggio e Riconoscenza a tutti i Gloriosi che hanno sacrificato sull'Alpi e nelle pianure, nelle trincee e nei campi di concentramento, nella prigionia in lontani continenti, la loro superba giovinezza per fare redenta nuovamente questa Patria tanto amata.
Siano tutti uniti in questo ricordo, i soldati di tutti le armi, i partigiani di tute le formazioni, i patrioti di tutti i partiti, che hanno sacrificato, che si sono sacrificati, perché l'Italia avesse questa nuova primavera!
******
Ora con la conquista dei comuni da parte dei rappresentanti dei nostri partiti, nuove responsabilità vengono addossate agli amministratori ed agli uomini responsabili della vita politica.
Necessita saper amministrare con onestà, disinteresse, abnegazione.
Le difficoltà sono immense, ché le casse sono vuote e coloro che dovranno contribuire a riempirle, già si dimostrano recalcitranti.
Abbiamo ugualmente fiducia. Tutto quello che si potrà fare si farà, poi vi penserà la Costituente.
Ma le bandiere del proletariato che oggi sventolano sull'alto delle civiche torri dei nostri comuni non saranno ammainate come avvenne nel lontano 1922 perché il proletariato risponderà, se la violenza avversaria volesse nuovamente abbattersi sulle nostre organizzazioni e sui nostri comuni.
Ore di pace, di concordia, di vita civile quella di oggi e quella che vogliamo per domani, per ricostruire nel silenzio e con l'opera alacre, per rimediare alle distruzioni ed alle sventure che hanno colpito l'Italia; non violenze, non prepotenze in quest'ora di trionfo e di soddisfazione, ma propositi di uomini che hanno nella mente la visione di un popolo che tanto ha sofferto e nel cuore il desiderio di svolgere per tutte le strade della nostra città e della nostra provincia, opera feconda di bene, di amore e di pace per tutte le genti affaticate, propaganda per la loro elevazione morale, elevamento per le conquiste necessarie al miglioramento della vita di tutti i lavoratori”
Tutti propositi ed auspici, che con la veemenza giacobina di Zanoni o la venatura poetica di Rossini o la razionalità delle direttive dell'organizzazione, si sarebbero misurati con la percezione popolare, non solo dell' evento straordinario e desueto per anni, ma delle prospettive che si sarebbero dischiuse con il voto.
Ciò che avvenne!
Il 26 marzo, uscì, in edizione straordinaria, L'Eco del Popolo che, a tutta pagina, declamava “ CREMONA DEL POPOLO! Il rosso gonfalone socialista garrisce al vento della rinnovata primavera! Nel nome di Matteotti e di Boldori il proletariato cremonese è tornato al Comune. “
Ne avevano ben donde i socialisti nel manifestare la soddisfazione per “La vittoria”, come scrisse il direttore:
Era nello nostra trepida attesa, accarezzata come il soffio della rinata primavera, questa nostra vittoria che oggi ondeggia al sole un numero infinito di rosse bandiere.
E un'ideale bandiera rossa sventola oggi sulla nostra maggiore torre e sembra avvolgere nelle sue pieghe tutte le speranze e tutte le aspirazioni del proletariato.
E' gioia oggi nel popolo che vede il Comune tornare nelle sue mani, è gioia e conforto soprattutto per noi compagni militanti che abbiamo cresciuto colle nostre mani questa speranza, l'abbiamo vista farsi giovinetta fiorente, e fiorire poi rigogliosa e splendida.
Quanti superbi critici, quanti inaciditi Aristarchi, quanti grotteschi e sollazzevoli avversari avevano sperato la morte precoce del nostro partito.
Oggi invece la disillusione pervade questi spiriti semplici.
Il Partito Socialista s'è risollevato dalla bara, dove volevano comporlo, compassionevoli amici e nemici ed ha dimostrato d'esser vivo e vitale.
Pei partiti reazionari queste elezioni sono state realmente una sorpresa.
Liberali e qualunquisti sono usciti dalle urne colle ossa rotte, l'alleanza Repubblicana ha riconfermato la sua qualità di quattro noci in un sacco.
La Democrazia Cristiana, traendo frutto dall'agglomerato cittadino di preti, suore, frati e ospizi di carità e ospedali ha conquistato buone posizioni, inferiori però alle nostre.
L'affermazione di principio del nostro partito è risultata chiara e nitida.
Il socialismo ha dimostrato d'esser vivo nella carne del popolo cremonese, ha dimostrato soprattutto che il seme sparso da Bissolati, Garibotti, Boldori non è andato perduto.
Cremona del popolo è tornata al popolo.
Questa nostra città democratica e garibaldina, socialista e laica ha mostrato come la maggioranza dei suoi abitanti non abbia voluto soggiacere a un'ibrida formulazione politica tenuta in piedi dagli stecchi del confessionalismo.
E noi ne siamo lieti, e noi siamo superbi di questa nostra affermazione.
Con il Partito Socialista torna in Comune il Popolo Cremonese, torna in Comune la tradizione proletaria, torna in Comune l'onestà inconcussa, la capacità, di cui già nel passato gli uomini del nostro partito han reso chiara testimonianza. (…)”
Il responso delle urne, infatti, era stato:
Lista socialista 13.210
Lista democristiana 13.016
Lista comunista 9. 117
Lista Alleanza repubblicana 1.393
Lista Democratici Italiani 1.377
Lista Liberali 1.218
Con un terzo dei voti il P.S.I. diventava il primo partito della città, sia pure distanziato di pochissimo dalla D.C., mentre il PCI si collocava nella terza posizione per consensi.
Quattordici furono gli eletti: Caporali Ernesto, Rossini Gino, Ferragni Gaetano, Boldori Comunardo, Chiappari Ferruccio, Verzeletti Arturo, Granata Carlo, Fezzi Pietro, Calatroni Bruno, Zappieri Ugo, Maggi Dismo, Sgarbazzini Ferruccio, Brugnelli Ettore, Gamba Davide.
La sera stessa della proclamazione dei risultati si formò quasi spontaneamente una manifestazione del popolo socialista, come annunciato da L'EdP N° 47/46:
“Nella piazza del Comune si è svolto ieri sera il grande comizio per la celebrazione della vittoria popolare.
La grande piazza, cui sovrasta la magica facciata del Duomo, governata da luce ed ombra, era densa di folla, era densa di popolo che ivi conveniva dopo un'aspra fatica.
Molti oratori hanno parlato. Ma che serve ripeter quanto essi hanno detto?
Le parole non servono e si compendiano in una sola frase ‘abbiamo vinto?.
Abbiamo vinto superando di stretta misura i più vicini competitori, abbiamo vinto nella legalità e nella calma, senza far ricorso a quei metodi subdoli di propaganda, di sobillazione, di menzogna cui invece son ricorsi i nostri avversari.
Verzeletti, il comunista Bernamonti, Caporali, Pressinotti, Ghisolfi, Del varo Rossi, Zanoni hanno parlato e le loro parole sono state il commento della vittoria.
Il popolo cremonese colla sua spontanea adunanza, il popolo cremonese col suo entusiasmo è stato il protagonista della serata così come lo era stato il giorno prima alle urne.
Abbiamo vinto, compagni!
La parola ci gonfia il petto di presagi.
Abbiamo vinto, ma altra e più grande vittoria dobbiamo riportare il 2 giugno”
Come si può notare, la celebrazione della vittoria alle elezioni comunali coincideva con la mobilitazione in vista del più impegnativo appuntamento con le elezioni politiche.
E con l'assunzione della piena consapevolezza dei nuovi compiti che tale successo richiedeva, come d'altro lato interpretava l'estensore de “La nostra lotta”:
“ (…) Noi intendiamo renderci interpreti di questa volontà e adoperarci con sereno spirito realistico ad affrontare con fermezza tutti quei problemi che richiedono una pronta soluzione colla consapevolezza delle responsabilità e degli impegni che ci siamo assunti davanti alla classe lavoratrice.
Certo si è che le difficoltà da superare saranno molte, molte le ostilità da vincere, molte le subdole manovre da sventare, ma quella grande maggioranza di popolo che ha espresso la fiducia in noi e che ci sosterrà in ogni evenienza saprà rendersi conto che la rinascente democrazia italiana deve essere oggi sostenuta non da quella concezione individualistica che ha sempre caratterizzata la società borghese ma incentrata nel concetto delle esigenze della collettività nazionale e soprattutto nel senso di un altro spirito di solidarietà (…)”
A tale responsabile coscienza si ispirerà l'insediamento della rappresentanza socialista nell'istituzionale comunale.
L'EdP del 13 Aprile 1946 annuncia nel taglio centrale della prima pagina: “ CREMONA SOCIALISTA E DEMOCRATICA Col compagno Gino Rossini entrano in Comune il lavoro e la democrazia”:
“Martedì sera (9 aprile – nda) il nostro Comune ha vissuto un'ora di vera democrazia che ha richiamato alla memoria gli eventi memorabili delle libertà comunali del Rinascimento e l'era che dal riscatto dal prepotere assolutista è giunta fino all'infausto affermarsi del fascismo.
I consiglieri comunali, eletti nelle elezioni di domenica 24 marzo, hanno preso ufficialmente possesso dei seggi loro assegnati e, come primo atto della loro amministrazione, hanno proceduto all'elezione e all'investitura del nuovo sindaco e dei sei assessori effettivi più due supplenti.
Il pubblico assiepava l'aula da qualche ora, quando, poco dopo le 21, cominciano ad affluire i nuovi reggitori del Comune.
Il Salone dei Quadri sgombrato dal prosaico obbrobrio delle impalcature che delimitavano gli uffici annonari, è tornato al suo antico splendore, con i suoi grandiosi affreschi, con la sua vastità atta ad accogliere le assemblee del popolo.
Di fronte ai seggi consigliari si erge un palco con un microfono su cui prendono posto il sindaco uscente avocato Calabroni ed il consigliere Caporali.
In prima fila, dinnanzi ai seggi, siedono i componenti del C.L.N. cittadino, con a capo l'Avv. Frosi e il presidente della Deputazione Provinciale Avv. Zelioli.
Ecco, ha inizio il solenne atto della rinata vita cittadina.
Il segretario del Comune procede all'appello dei consiglieri.
Risultano assenti giustificati: Rizzi Ottorino e Zappieri.
Gli oratori
Prende quindi la parola il Sindaco uscente, avvocato Calatroni, che restituisce i poteri al C.LN.
Egli dice:
‘Restituisco il mandato che la Città di Cremona ha conferito alla nostra amministrazione nel fatidico 25 aprile, che noi eseguito fino ad oggi per circa un anno e che la benevolenza della popolazione ci ha permesso di esplicare nel modo migliore.
Chiedo scusa a voi tutti, egregi colleghi, se ho dovuto convocarvi in un locale per così dire provvisorio, ma voi sapete che la vera aula del Consiglio era stata distrutta dai fascisti circa venti anni fa.
Però ho pensato che, se anche ho dovuto convocarvi in una stanza come questa, il simbolo della democrazia sarebbe stato ugualmente salvato perché quando si pensa e si agisce democraticamente si può raggiungere ovunque i bene supremo.
Il saluto del consiglio della liberazione
Porto a voi tutti il saluto della vecchia Giunta che ha testé dimesso il suo mandato e chiederò al nuovo Sindaco, che fra poco verrà eletto, di fare un a breve esposizione di quel poco che la Giunta fa e da cui prenderà le mosse per poter proseguire sul cammino democratico per il bene del nostro Comune.
Porto a voi anche il compiacimento del popolo cremonese che dopo venticinque anni vede finalmente radunarsi un consiglio comunale liberamente eletto.
E' questo un grande compiacimento e anche un augurio per il domani, perché noi siamo alla vigilia di grandi avvenimenti, della Costituente.
Dell'amministrazione passata per forza di cose la nostra Giunta non può fare in questo periodo nessuna particolare osservazione perché ha dovuto percorrere ancora la vecchia strada fascista.
Dopo la Costituente, l'Amministrazione comunale potrà amministrare il Comune senza nessun controllo prefettizio e di formule.
E' questo l'augurio che io faccio a nome di Cremona Libera, che ha gioito particolarmente dopo la vittoria democratica riportata nella città di Milano che è stata tale da costituire caparra sicura della più grande vittoria democratica del 2 giugno.”
Al termine del suo discorso, salutato dagli applausi degli astanti, l'avv. Calabroni, secondo le consuetudini, cede la parola al consigliere che di diritto è presidente della assemblea avendo riportato il maggior numero di voti alle le elezioni: il consigliere Caporali.
Questi prende la parola e pronuncia un discorso del quale diamo le parti principali.
Discorso del compagno Caporali
‘Colleghe e colleghi, compagni ed amici!
Sono commosso per l'onore che mi è stato conferito dalla cittadinanza di presiedere questa prima assemblea del riconquistato Comune libero della nostra città, e ne sono fiero perché sento che con gli uomini del mio partito e dei partiti fratelli noi abbiamo combattuto sempre durante questo venticinquennio di iattura e di vergogna il fascismo traditore e dilapidatore della città.
La libertà trionfa, la libertà che il popolo italiano ha saputo conquistare attraverso questo quarto di secolo, di dolore, di sofferenza, di lagrime, di sangue.
Bisogna ricostruire il Comune e col Comune bisogna ricostruire la Patria.
Ed è per questo che io vorrei augurarmi che la nuova amministrazione eletta stasera abbia il consenso di tutti coloro che sono stati eletti; vorrei augurarmi che tutte quante le fazioni politiche comprendano la necessità della maggioranza e della minoranza, per fare in modo che gli interessi obiettivi e morali della nostra popolazione siano difesi e tutelati.
Molti problemi urgono: vi sono quelli materiali del salario e della vita di ogni giorno, quelli delle abitazioni del popolo, della protezione dell'infanzia e della vecchiaia.
Il problema grave che urge più di tutti è quello della disoccupazione.
Noi abbiamo detto agli elettori che nella situazione attuale finanziaria del Comune e dello Stato non era possibile promettere miracoli e che si può soltanto dare alla popolazione la sensazione che gli eletti di stasera faranno tutto il possibile perché la condizione dei meno abbienti sia migliorata.
Noi abbiamo sempre detto che in questo momento doloroso del nostro Paese, di cui sono responsabili le forze del capitalismo e della reazione, è necessaria la penitenza.
Fino ad oggi la penitenza l'hanno fatta le classi lavoratrici, viene il momento in cui la penitenza debbono farla le classi abbienti.
Ed è questo il compito che il nuovo Comune deve assolvere nel limite delle leggi e delle sue possibilità.
Abbiamo grandi doveri verso la popolazione della nostra città, doveri di onestà, di saggia amministrazione, di civismo, dopo il periodo della dittatura che ha disonorato e venduto l'Italia.
Abbiamo dei doveri di civismo, ma occorre una cosa: che il fascismo sia distrutto nelle cose, nelle anime e nei cervelli; è necessaria un'operazione di rieducazione, di disintossicazione, è necessario dare alla gente il gusto del lavoro e del lavoro ben fatto.
Faccio un appello all'unità nel senso augusto della parola, l'unità di tutti gli spiriti al di là delle nostre concezioni politiche, filosofiche o dottrinarie.
Faccio appello all'unità perché soltanto in questo modo noi potremo dare all'Italia un regime veramente democratico: la libertà, la pace e il benessere.'
Espletata formalmente la proba di alfabetismo degli eletti, viene concessa la parola al Consigliere Avv. Squintani, che porta ai colleghi il saluto della Democrazia Cristiana ed espone la posizione dei 14 consiglieri democristiani nei confronti del nuovo Consiglio comunale.
Bernamonti per il Partito Comunista
La parola, subito dopo, viene concessa al Consigliere Bernamonti.
Egli dice:
‘Cittadini, noi ritorniamo su questi banchi dopo tanti anni di forzata assenza, dopo tanti anni della oscura reazione con lo stesso animo, con lo stesso spirito col quale li abbiamo forzatamente abbandonati.
La cittadinanza, gli amici e gli avversari ci sono stati testimoni in passato della obiettività con la quale abbiamo sempre dato la nostra opera al Comune.
Mi associo alle nobili parole del compagno avvocato Calatroni, del compagno Ernesto Caporali e dell'amico avvocato Squintani.
Il Partito socialista ed il Partito comunista hanno lasciato il Comune con le mani vuote, pulite ed altrettanto non si può dire dei successori fascisti.
Con lo stesso spirito noi torniamo qui.'
Terminati i discorsi, il Presidente dell'assemblea invita quindi i colleghi a procedere all'elezione del nuovo sindaco.
Si procede alle operazioni di scrutinio, dal quale risulta eletto, per 22 voti, il consigliere socialista ROSSINI GINO.
Riportano un voto ciascuno i consiglieri Avv. Ferragni e Avv. Calatroni. Schede bianche: 14.
Proclamato nella persona di Gino Rossini il nuovo Sindaco di Cremona, si procede alla nomina dei sei assessori effettivi che risultano eletti nelle persone dei consiglieri: Avv. Bruno Calatroni (socialista), voti 23; Ettore Brugnelli (socialista), voti 22; Dante Bernamonti (comunista), voti 22; Dott. Stefano Pugnoli (comunista), voti 22; Carlo Granata (socialista), voti 22; Valentino Giudici (comunista) voti 22.
Ed ecco il risultati dell'elezione dei due assessori supplenti: dottor Ferruccio Chiappari (socialista) voti 22 e Orsini Mario (comunista) voti 22.
Le massime cariche comunali sono così assegnate.
Il Sindaco nuovo eletto sale sul palco per pronunciare il suo saluto al popolo e ai colleghi consiglieri.
Parla il nuovo Sindaco
Ecco il testo del discorso pronunciato da Gino Rossini:
‘Signori Consiglieri, Cittadini di Cremona!
Il Partito Socialista, cui ho l'onore di appartenere, ringrazia, ringrazia la cittadinanza per la prova superba del 24 marzo che ha portato il nostro Partito all'avanguardia degli altri Partiti, ringrazia tutta la popolazione cremonese, che è scattata e si è portata alle urne per dire la propria volontà facendo affermare il Partito, in nome del quale sono caduti Giacomo Matteotti ed Attilio Boldori.
In questa sala, questa sera, aleggiano gli spiriti di tutti i nostri martiri, di tutti i martiri caduti in questo ventennio di oppressione.
Tutti i martiri caduti durante l'insurrezione appartenevano a tutti i partiti, appartenevano a tutto il nostro popolo, appartenevano ad ogni classe sociale, ma con nelle pupille la visione dell'Italia libera ed indipendente osarono andare al combattimento e caddero da eroi per la nostra libertà, o popolo di Cremona.
Con loro, altre migliaia di uomini sono caduti nei campi di concentramento in Germania, nelle trincee della battaglia, nei gruppi di combattimento che assieme agli alleati collaborarono per schiantare la resistenza tedesca, mentre i partigiani della montagna e della pianura scattavano come un sol uomo contro lo schieramento tedesco.
Vedo qui in mezzo a voi tutti i compagni della vigilia, del C.L.N., dei Partiti che hanno contribuito a questa vittoria.
A quasi di distanza fra pochi giorni, il popolo cremonese verrà chiamato a festeggiare questa libertà, questa liberazione e sarà un osanna ed un riconoscimento per tutti i Caduti.
Io vi invito a ricordare questi giovani, questi nostri figlioli che hanno che hanno saputo fare olocausto della loro giovinezza, del loro sangue per dare a noi tutti quella libertà che tanto avevano agognato.
Oggi, dopo questo supremo sacrificio, Cremona ha il suo libero Comune, oggi qui vi sono i liberi cittadini cremonesi voluti dal vostro suffragio, dai vostri voti.
Ma vi è ancora un dovere: portare oltre i caduti delle lotte partigiane, delle lotte della guerra che tanto hanno insanguinato questa Patria.'
Rossini passa quindi a commemorare i compagni scomparsi: Garibotti, Boldori, Chiappari, Botti, Pozzoli.
Porge inoltre un saluto all'amico Calatroni che, designato dal C.L.N, assolse la sua delicata attività per un anno disinteressatamente e con tutta la sua passione, cosa questa che tuttavia non lo ha mai salvato da critiche e da calunnie.
Rossini prosegue dicendo:
‘Io saluto tutti i miei compagni socialisti e i compagni comunisti che sono qui presenti consiglieri comunali; saluto i consiglieri delle minoranze, i consiglieri dei partiti che sono rappresentati qui, a quali noi promettiamo quella collaborazione con la concordia, con quella fraternità che l'avv. Squintani ha auspicato poc'anzi nella sua bella relazione.
Io mi auguro che nel lavoro che andiamo a svolgere, questa atmosfera di fraternità, di concordia possa lungamente durare fino all'esaurimento della nostra opera, duri sempre in tutti i momenti in cui saremo chiamati a concorrere con la nostra opera, con la nostra fatica a reggere le sorti del Comune, perché solo così noi potremo concorrere al bene della cittadinanza. Che tanto attende dalla nostra fatica e dal nostro lavoro.
Noi ci mettiamo all'opera, guardiamo le miserie immense di questa popolazione, le conosciamo perché siamo parte integrante di questa popolazione lavoratrice che tanto ha sofferto prima col fascismo, poi con la guerra, poi con la venuta dei tedeschi qui in questa nostra città, in questo nostro Comune; sappiamo quale somma di sacrifici questo popolo ha vissuto; sappiamo quale enorme somma di bisogni di esigenze il popolo cremonese ancora sopporta, e noi per non tradire questo nostro popolo dovremo dare tutta la nostra attività con passione e disinteresse al di sopra di ogni tendenza di partito, al di sopra di ogni idea politica; qui noi saremo i fratelli maggiori di questi nostri lavoratori che attendono da noi tanti e tanti aiuti, tanto interessamento.
Ringrazio tutti i Consiglieri della dimostrazione di fiducia che hanno avuto sul mio nominativo, nominativo di uomo di lavoro, e vi prometto che questa fiducia non andrà delusa e daremo tutta la nostra opera pur sapendo già quale gigantesco compito ci aspetti.
Lo faremo col cuore; è l'unica arma che il popolo ci riconosce, lo faremo con entusiasmo, lo faremo con la passione, lo faremo con onestà soprattutto.
Amici Consiglieri, con questi propositi accingiamoci al lavoro che ci attende, con questi propositi la cittadinanza abbia fiducia che qui vi sono quaranta galantuomini disposti a tutto dare per il popolo cremonese.'
Un caloroso applauso degli astanti fa eco alle ultime parole del neo-sindaco”
Ma, oltre agli applausi, Rossini ‘incassò', cosa non meno importante, anche un messaggio aperto di Tancredi, intitolato “Lettera al compagno Sindaco”:
“Caro Rossini, meritatamente la maggioranza del Consiglio Comunale di Cremona ti ha elevato alla carica di primo magistrato della nostra città.
Dopo la dura parentesi fascista, con l'amministrazione socialista da te degnamente rappresentata, entrano in comune il lavoro e la democrazia.
Entra il lavoro perché tu hai duramente lavorato per tutta la vita; entra la democrazia perché il tuo nobile animo è aperto ad ogni libera manifestazione dello spirito.
E' stata l'altra sera la vittoria proletaria, la vittoria del nostro partito ma è stata anche la particolare vittoria del nostro piccolo gruppo di compagni ed amici.
Per chi come noi, in periodo clandestino, ha assistito al tuo lavoro profondo e pericoloso, per chi come noi ha accompagnato con trepidazione il sorgere di questa giovinetta libertà, è stata l'altra sera una degna ricompensa e un meritato guiderdone.
E un po' l'abbiamo tenuta a battesimo noi questa libera amministrazione comunale nello studio di Bruno e a casa tua dove si davano tocchi alla preparazione insurrezionale.
Caro Gino, ti vedo ancora quando venivi alle riunioni e slacciando la giacca traevi fuori quei pacchetti di banconote che sapevi raccogliere fra i simpatizzanti per le urgenti necessità del partito e per la lotta antifascista.
Oggi il tuo compito è ancora pressappoco lo stesso.
Sei alla testa della amministrazione comunale e devi dar lavoro e pane a quanti (e sono molti) ne sono privi.
Lo sai che non ti invidiamo per il duro lavoro che devi compiere, sai anzi che molte preoccupazioni nutriamo per il buon andamento delle cose comunali ma tu non ignori certamente che tutto il Partito Socialista è dietro di te e ti darà tutto l'appoggio necessario.
Si è ripresa così la tradizione di Cremona socialista e democratica.
Al valente, modesto e carissimo compagno Calatroni tu subentri, non per un cambio di guardia, ma per completare e rafforzare la sua attività che non verrà meno.
Oggi i compagni ti salutano Sindaco e primo magistrato della città e nella loro cordiale stretta di mano è la stessa simpatia, lo stesso slancio di fraternità che vi era nel duro periodo di lotta”.
I “convenevoli”, anche si trattava chiaramente di dichiarazioni di intento politico, ebbero un momento significativo nell'intervista rilasciata al giornale socialista l'11 maggio:
“ ‘Siedi, siedi': così mi invita il compagno Rossini che ho voluto visitare nel suo ampio Gabinetto di lavoro.
Certamente è stanco. Inizio l'intervista:
‘Caro Sindaco, come va?'.
- Oggi, giovedì, ho ricevuto una sessantina di persone, alcune commissioni, firmato e letto tutte quelle pratiche.
E adesso, pregandoti di far presto (Rossini non fa tanti complimenti), vorrei andare a cena; se vedi l'orologio segna le 20,30, caro mio –
Capisco che scherza, ma riconosco che ha ragione; gli offro una sigaretta, un po' di fumo il suo vizio, e mi permetto alcune domande:
‘Dimmi, Gino, ma cosa viene a fare tutta questa gente dal Sindaco'
- Viene a chiedere lavoro, assistenza, ed anche qualche immediato aiuto; ma, più che altro, lavoro
‘E tu cosa puoi fare?
- Se avessi lavoro, glielo darei, e se avessi del denaro, farei altrettanto. Se tu vedessi e sentissi quante miserie, quanti dolori, quanti casi veramente disperati; e quante lagrime da parte di mamme che fanno fatica dal male che hanno addosso e che pensano di ritornare ale loro casupole dove dormono in terra coi loro bambini macilenti, con qualche soccorso che io Sindaco dovrei loro dare per permettere la compera del pane! -
(Rossini si è dimenticato di avere fame e quando attacca su questo tema si accende). Continua:
- Non avrei creduto a così enorme miseria; e vorrei avere i mezzi per lenirla; quando dispongo di qualche centinaio di lire e lo consegno a chi ne ha bisogno, dovresti vedere la felicità ritornare su quei visi smunti e tribolati! –
‘ E dove vai a prendere queste piccole somme?'
- Me l'ha insegnato quel mago di Calatroni. Quando mi vien chiesta la firma di qualche permesso di ballo, fuori i soldi, naturalmente offerta volontaria; e qualche cosetta ho messo da parte, naturalmente in mano all'Economo e quando capisco di dover intervenire a favore di qualcuno che chiede, firmo un biglietto e l'Economo consegna la cifra segnata. Ma ce ne vorrebbero di biglietti da mille! –
‘ E lavori da eseguirsi, niente? Le strade orribili, le case indecenti…'
- Calma, calma, per le case si è già pensato e presto saranno affrontati i relativi lavori; si continua la costruzione della Casa a San Bernardo, tutto a debito, è già stato appaltato un primo lotto di lavori per le fognature; fra breve alcuni lavori si inizieranno; per le case che tu dici indecenti, ho già un piano da mettere in esecuzione; per adesso però vi è un altro problema che mi preoccupa –
‘ Quale? ‘
- Quello dell'alimentazione. Però abbiamo già fatto un'importante riunione presso il signor Prefetto che pure segue attentamente il problema e ci siamo accordati –
‘ Così avremo da mangiare fino alla saldatura? –
- Se coloro che detengono grano, faranno il loro dovere, senz'altro potremo mangiare; se non lo consegneranno, lo si andrà a prendere, con le buone e con le cattive.
Il popolo cremonese, i lavoratori cremonesi non devono essere alla mercé degli speculatori e degli accaparratori. Lotta serrata e decisa contro questi nemici del popolo. –
‘ Approvo perfettamente ‘
- E son sicuro che avrò vicino in questa azione tutte le forze dei partiti e delle organizzazioni sindacali. Non intendo partire subito in quarta facendo atti di forza; adopererò, come è mio sistema, la persuasione; insufficiente od inutile questa, passerò ad altri sistemi.
E' una dura battaglia che dobbiamo vincere, se desideriamo la calma nella nostra città. Vorrei che tutti comprendessero che non si può continuare all'infinito, con la disoccupazione, con la fame, con la disperazione in molte famiglie. Viene il giorno in cui ci si stanca ed allora si butta all'aria il cappello –
‘Ci sono molti disoccupati nel Comune?'
- Oltre tremila; e fra questi moltissimi reduci ritornati da sei, otto, dieci mesi alle loro case che non hanno ancora trovato dove occuparsi.
Mi ricorda la situazione del 1919, anche allora i reduci si trovavano allo sbaraglio; però questa volta il Prefetto ha emanato un coraggioso ed opportuno Decreto in osservanza del quale qualche centinaio di reduci, partigiani, combattenti potranno essere sistemati presso le aziende private Qualche cosa si è fatto, molto si potrebbe fare se coloro che molto posseggono facessero lavorare con costruzioni, nuovi stabilimenti, potenziamento di quelli che vi sono e che agonizzano, tanto che si è preoccupati che non si possano tirar avanti un pezzo con le attuali maestranze.
Si dice già che il lavoro è poco, che vi è la crisi di produzione, dati gli alti costi della mano d'opera e la scarsa richiesta di prodotti ecc. ecc. –
‘ Insomma è tutta questione d'argent?'
-Proprio così. Chi ha denaro, fatto bene o fatto male, lo tiene troppo egoisticamente custodito e non pensa al male che sta facendo a se stesso – “
Il clima dell'insediamento del primo Consiglio Comunale democratico e del nuovo Sindaco, assediati da problemi enormi, appare inattualizzabile per l'enorme divario di scenari, ma soprattutto per il divario di ‘stile' dei rapporti politici.
Si era ancora, infatti, sostanzialmente in un quadro di rapporti ciellennisti; fatto che non aveva impedito, in campagna elettorale, una evidente e decisa contrapposizione tra sinistre e moderati. Ma, con l'elezione di una giunta autosufficiente (con la significativa astensione del gruppo democristiano, che, per segnare una discontinuità politica, avrebbe potuto votare un candidato-sindaco di bandiera) si andava profilando, anche a livello locale, nella scia delle distinzioni sui grandi temi nazionali ed internazionali, un destino separato fra le tre grandi componenti della Resistenza.
L'iniziale assetto di governo comunale, scaturito da quella seduta, sarà modificato, allo scopo di associare il gruppo democratico-cristiano alla gestione del Municipio.
Il 30 luglio, infatti, a seguito delle dimissioni degli assessori Ing. Ettore Brugnelli (socialista) e Valentino Giudici (comunista), sarebbero stati eletti l'Ing. Luigi Leggeri ai Lavori Pubblici e l'Avv. Antonio Squintani ai Servizi Demografici e razionamento consumi; entrambi della D.C.
Comunque, fu con grande rispetto, con piena condivisione di principi universali, sul piano etico e della solidarietà, del primato di quell'investitura, di quel motivo, per cui i quaranta consiglieri neo-eletti, quella sera, furono nel non ancora splendente Salone dei Quadri: il buon governo!
C'era anche, diciamolo pure, un eccesso d'enfasi, se non di retorica, specie nel riferimento all'anteprima, costituita dall'epopea insurrezionale; ma le ferite erano ancora aperte ed i destini democratici ed emancipatori non ancora ben tracciati e consolidati.
Soprattutto, si profilava un vistoso divario tra la grande massa di problemi aperti, di ogni tipo, e la penuria di risorse, tra la necessità di dare ordine all'azione amministrazione e la tabula rasa dei riferimenti istituzionali ed ordinamentali, che non fossero, per esemplificazione, il rifiuto della continuità, anche esile, col regime trapassato.
Ma la macchina si mise in moto.
E col trascorrere del tempo… anche la dinamica di accentuazione delle distinzioni, non attenuate neppure dalla successiva accettazione del gruppo democristiano di assumere responsabilità di giunta.
Un evento questo che, apparentemente indirizzato a ricomporre l'unità antifascista, nella realtà lasciò aperto, sotterraneamente, un contenzioso politico di fondo.
Che ritornò in emersione nell'estate-autunno del 1947, a qualche mese dalla scissione socialista di gennaio ed alla vigilia delle elezioni politiche dell'anno dopo.
Della situazione di sofferenza diede notizia l'Eco del 5 settembre 1947 con “I veri motivi della crisi del Comune di Cremona”:
“Si è voluto in questo periodo parlare da parte di varia stampa parlare di crisi comunale.
Abbiamo proprio ora attraversato quel periodo dell'anno in cui i giornali sono di solito a secco di notizie.
Una volta chi faceva le spese era il serpente di remare. Ora è la crisi comunale.
In realtà non vi è stata nessuna crisi, me sussisteva veramente uno spasmodico desiderio che una crisi si potesse creare.
Infatti ben sappiamo come a certa gente dispiacciano certe conquiste ottenute dalle sinistre e che il fascismo non ha potuto distruggere tanto erano solide.
Vogliamo parlare delle aziende municipalizzate, che fondate dalle amministrazioni attorno alla prima guerra mondiale costituiscono ancora oggi il più bell'ornamento del Comune di Cremona.
Sappiamo perfino come un membro non di sinistra della commissione per la centrale del latte abbia più volte auspicato che tale industria abbia al più presto a passare di mano di privati capitalisti.
E' questo il desiderio di tutti quegli elementi reazionari i quali hanno per ben tre volte tentato di privare la città di Cremona del latte quotidiano e che, per fortuna, non sono riusciti nel loro intento per il contegno fermo dell'amministrazione.
Ma ben altre sono le nostalgie!
La Ditta Trazza non si rassegna di aver perduto la gestione della imposta di consumo di Cremona!
Altri appaltatori minori rimpiangono i lucri perduti.
Le lacrime di costoro vengono raccolte da chi ha interesse a farli risollevare.
Ed allora si approfitta del mese di agosto per inventare una crisi comunale, covando la speranza che, chissà, intorbidando le acque, si possa arrivare alla nomina di un commissario prefettizio il quale cerchi nuovamente di distruggere in pochi mesi l'opera ormai biennale di un'amministrazione popolare”.
“I veri motivi”, non volendo farsi depistare, correrebbero apparentemente sul filo di piccole beghe da ballatoio, mentre denunciano un incipiente iato, concettuale e metodologico, nell'affrontare problematiche di impostazione amministrativa fra sinistre e montante centrismo; come è facile avvertire dall'Eco dell'11 ottobre 1947 con “La crisi Comunale a Cremona”:
“Tutti sono a conoscenza della crisi determinatasi nell'Amministrazione Comunale perché i quotidiani cittadini trattano ampiamente da qualche settimana l'argomento.
L'azione della Democrazia Cristiana contro il Sindaco e gli assessori socialisti e comunisti palesatasi all'inizio, dove ricusò di assumere quella responsabilità che le derivava dai tredicimila voti ottenuti, assunse, dopo la partecipazione nella Giunta, forme sempre più riprovevoli.
In questi ultimi mesi la politica ‘del doppio binario' partecipazione nella Giunta ed opposizione nel Consiglio e sulla stampa, assunse forme provocatorie, favorite dal consenso tacito (o concordato) di quel gruppo di consiglieri che si era formato dopo il Congresso di Roma del Partito Socialista.
Essa arrivò alle insinuazioni, alle calunnie, anche se queste erano poste in forme abile, attraverso articoli e comunicati stesi da mano abituata a prosa contorta ed involuta.
Di inevitabili incidenti accaduti nel corso dell'amministrazione, contrattempi verificatisi durante il lavoro dei nostri compagni, tentò servirsene la D.C. per orientare l'opinione pubblica in senso sfavorevole.
Quest'azione culminò nell'ordine del giorno del gruppo Consigliare della D.C. apparso sui giornali cittadini in data 2 ottobre.
Era la goccia che faceva traboccare il vaso.
I Gruppi Socialista e Comunista incaricarono l'on. Bernamonti e l'avv. Calatroni di rendere edotta la cittadinanza, sulla pubblica piazza, dei tentativi fatti ripetutamente dalla D.C. per infrangere l'unità democratica comunale.
Questi oratori assolsero ottimamente il loro compito, e le loro dichiarazioni furono sottolineati da applausi intensi della folla, l'onestà cristallina dei compagni accusati ed il loro commovente spirito di sacrificio tutto dedito al bene dei nostri cittadini.
Non mancarono di accennare all'egoismo dei ceti abbienti che tentano paralizzare le iniziative, i provvedimenti del Comune e contro i quali la D.C. (in omaggio all'interclassismo) non prese mai una posizione chiara e forte di lotta.
Non dimenticarono che gli ingiusti attacchi portati dai democristiani ai nostri amministratori potevano far parte di una manovra tendente a creare la gestione commissariale nel Comune di Cremona.
Rivolsero un appello a coloro i quali, mesi fa, abbandonarono il nostro Partito, perché sentano nell'ora grave il loro dovere di rappresentanti nominati dal popolo per la difesa delle istituzioni democratiche.
E siamo arrivati alla riunione del Consiglio Comunale del 7 ottobre.
E' un avvenimento che, per mancanza di tempo e brevità di spazio, non ci è consentito di illustrare proporzionatamente alla sua importanza.
Possiamo dire che da parte nostra la questione è stata trattata sino in fondo, senza reticenza e senza sottintesi, come la situazione lo richiedeva.
Udimmo la voce accorata, anche sdegnata, di certi punti, del compagno Rossini tracciare a linee generali i motivi che hanno animato la mozione di protesta presentata dagli amministratori socialisti e comunisti.
Sentimmo tutta l'elevatezza del suo sentire, tutto il dolore di questo grande cuore.
Ma perché, udimmo chiedere rivolto particolarmente al responsabile della D.C., dopo le lotte combattute assieme per la libertà, dopo le sofferenze e i rischi comuni, volete oggi forse per inconfessabili scopi elettorali rompere questa democrazia, attentare a questa libertà?
Alle parole del Sindaco, applaudite vivamente dal numeroso pubblico stazionante nell'aula e nella piazza, seguì la lucida esposizione dell'assessore Dott. Pugnoli dalla quale emerse tutta l'onestà e la correttezza della nostra giunta.
Bruno Calatroni, con il suo intervento successivo, portò a conoscenza dell'opinione pubblica quali potrebbero essere le ragioni che animano elementi, nominati dalla D.C. e legati agli interessi dei produttori latte, nell'azione negativa sin qui condotta, nei confronti della Centrale del Latte.
Informò poi circa la causa intentata dalla Coop. L'Agnello (composta da soci democristiani) al Comune di Cremona, tendente ad occupare i locali oggi usufruiti dalla Mensa Comunale.
Il consigliere Cabrini trattò diffusamente l'Ente Comunale di Consumo, elogiando l'attività svolta e i risultati ottenuti, e precisando nel contempo che la Commissione Amministratrice è stata inflessibile nei confronti di un dipendente che commise irregolarità.
Inflessibilità che forse non è riscontrabile in tutti i settori politici, se è vero quanto si dice e cioè che l'avv. Rizzi avrebbe difeso davanti alla Giunta Provinciale Amministrativa i dipendenti comunali Guzzi e Losio promossi a suo tempo al grado superiore per meriti fascisti.
Il consigliere Verzeletti manifestò tutto il suo sdegno perla speculazione tentata su pretese irregolarità dell'operaio Priori nell'esplicazione dell'incarico affidatogli nel Panificio Comunale.
Rivolse un forte richiamo, per le responsabilità assunte di fronte agli elettori, al gruppo saragattiano.
L'assessore Orsini tenne a precisare quali furono i motivi che impedirono il riconoscimento, da parte del Comando Alleato, al 25 aprile 1945, della nomina del sig. Telò Mario quale assessore designato dalla D.C.
Terminato nel pubblico gli applausi ai nostri compagni e le mormorazioni nei confronti della parte avversa si alzò a parlare a nome del suo gruppo l'avv. Rizzi.
Poca cosa, misere cose, argomenti triti e ritriti esposti, seppure con abilità di leguleio con un certo livore.
Quando poi intervenne il Telò che l'austero ambiente del Salone dei Quadri fosse tramutato in un locale dove (forse per abitudine contratta dall'ex assessore) di solito la gente è usa fare pettegolezzo, parlare di cose sciocche.
Evidente ristrettezza di pensiero.
La seduta venne poi tolta, poco ci resta da dire.
Noi attendiamo con fermezza gli eventi e terminiamo con le parole del compagno Rossini:
‘Signori consiglieri democristiani, saragattiani, indipendenti, noi abbiamo assunto le nostre responsabilità, assumetele voi in pari misura' “.
Chiuse le schermaglie con un sostanziale pareggio, non si potrebbe certamente dire che la valentia ed il prestigio indiscusso del Sindaco Rossini potessero far premio a lungo sul primato delle sinistre; conquistato nelle urne, ma progressivamente minato sia dall'erosione, costituita dal passaggio della metà dei quattordici socialisti eletti nelle file saragattiane, che dai richiami dagli scenario nazionale ed internazionale, che riflettevano conseguenze anche a livello di amministrazione periferica.
Ciò non è, anche a distanza di più di mezzo secolo, troppo elegante, nel comportamento della fazione centrista, ma coloro che miravano ad un ‘ribaltone' cominciarono a far conto sulla declinante salute di Gino Rossini, affetto dalla prima guerra mondiale da tbc; cui venne diagnosticata, in quei mesi, una neoplasia polmonare.
Già dall'incrocio dei guantoni, per riferirci al Comune Capoluogo da sempre la realtà più significativa della realtà istituzionale locale, il cambio di fase si esplicitò, curiosamente per un contesto abituato a scontri a viso aperto, con modalità anticipatrici delle pratiche ‘ribaltonistiche' dei tempi attuali.
Rispetto alla odierna situazione, però, bisognerebbe precisare che non vigeva il ‘maggioritario' ed era alle viste una prassi, destinata, come vedremo, a consolidarsi nel tempo, di cambi in corsa di mandato.
D'altro lato, c'era stata di mezzo una scissione nel P.S.I. che aveva lasciato sul terreno metà degli eletti, gravitanti tendenzialmente su una maggioranza centrista, e sarebbe sopravvenuto il risultato delle politiche del 1948, in qualche modo legittimante un mutamento di equilibri.
Tutti questi fatti si intrecciavano, bisogna pur dirlo, con la salute declinante, di Rossini, che, di ciò consapevole e, per di più motivato da un'incomparabile correttezza politico-istituzionale, ad un certo punto, si risolse alle dimissioni.
Affidate, in data 10 febbraio 1948, ad una lettera indirizzata al Consiglio Comunale:
“Circa due anni or sono, la fiducia dei cittadini cremonesi e dei compagni Consiglieri Socialisti e Comunisti, mi riservava l'onore della elezione a Sindaco di Cremona.
In tutto questo tempo, ritengo di aver dimostrato il mio più intenso e più affettuoso interessamento per la cittadinanza, specie per le categorie dei cittadini meno abbienti, spinto da un intimo sentimento di fraterna solidarietà e dalla perfetta conoscenza dello stato di miserevole condizione di numerose famiglie.
Ora però, amici Consiglieri, mi trovo nella situazione di lasciare il mio posto, causa la necessità urgentissima di curare la mia salute e ciò a seguito del male che nuovamente mi ha colpito (ben tre volte in questi ultimi dodici mesi) e preoccupato della stagione invernale che mi costringe a più forte, assoluto riguardo se non voglio ancora aumentare il pericolo di un più grave pericolo di male e l'acuirsi dei dolorosi disturbi propri della mia invalidità di guerra.
Vi prego pertanto compagni ed amici del Consiglio Comunale di accettare le mie dimissioni da Sindaco e dicendomi lieto della fatica che fino ad ora sostenuto a favore dei miei concittadini e della mia città, vogliate gradire i miei più cordiali saluti ed i ringraziamenti più sentiti per la preziosa vostra collaborazione svolta per il bene della Amministrazione Comunale e della nostra cara Città”.
La decisione di Rossini aprì una fase di incertezza, in teoria non proficua per la gestione comunale; ma ebbe, sicuramente, il merito di costringere tutti a mettere le carte in tavola per superare quelle incertezze, da cui la Civica Amministrazione avrebbe tratto maggior nocumento.
Ai primi di maggio il quotidiano annunciava “Il Sindaco recede dalle proprie dimissioni”:
”Abbiamo tempo fa annunciato che il Sindaco aveva intenzione di dimettersi per regioni di salute, e di questa sua volontà aveva fatto partecipi numerosi conoscenti e alcuni compagni di giunta.
Senonché in questi ultimi giorni, e specialmente durante il breve periodo in cui egli è rimasto a Cremona (ora è tornato all'Ospedale Civile di Brescia per riprendere quella cura, che gli auguriamo vivamente possa ristabilirlo completamente) egli è stato avvicinato da numerosi amici, i quali, prospettandogli la situazione locale, lo anno esortato a voler ripensare alla cosa.
E Gino Rossini, che ha sempre dato prova di spirito di sacrificio e di alto attaccamento al dovere, ha dichiarato ieri di restare al posto che da due anni ricopre con alta dignità.
Ieri sera il Consiglio Comunale, in seduta segreta, ha determinato di applicare anche nel nostro Comune la legge che consente che al Sindaco venga assegnata una indennità di carica.
Per svolgere la propria attività di primo magistrato cittadino, Rossini ha dovuto trascurare i propri affari che ne hanno subito un grave danno. (Andrebbe precisato quel “ha dovuto trascurare i propri affari che ne hanno subito un grave danno, che a distanza di oltre cinquant'anni potrebbe suggerire a posteri disinformati l'dea del risultato di un'oziosa neghittosità, subentrata nel Sindaco socialista come assuefazione al palazzo.
In realtà Rossini, mantenendo fede ad un rigore calvinista, si risolse, nel timore di suscitare compiacenti rapporti di lavoro, in cui potessero allignare aspettative di favoritismi, decise di dimezzare la propria clientela – nda)
Egli è sempre vissuto del suo lavoro modesto e assiduo: perdere mezza giornata in Comune, significa per lui perdere metà del proprio guadagno, indispensabile per far fronte alle più modeste necessità famigliari.
Da qui la decisione unanime di tutto il Consiglio (decisione presa fra gli applausi dell'assemblea) di accordare al Sindaco una indennità mensile di carica di L. 40.000 (attualizzabili in 500 euro d'oggi – nda).
Senonché il Consiglio si troverà di fronte ad una difficoltà: quella di far accettare a Rossini questa indennità che, ripetiamo, è ormai percepita da quasi tutti i Sindaci italiani, compresi quelli dei piccoli paesi.
Infatti, egli ha scritto al Vicesindaco dott. Pugnoli nei termini seguenti: ‘Ho visto che in data 11 corr. Hai diramato invito ai Consiglieri per una seduta straordinaria per trattare un ordine del giorno che al comma n. 2 dice –Indennità di carica al Sindaco-
Mi oppongo, con un netto rifiuto.
Pubblicamente e sulla stampa fu detto e scritto più volte che Sindaco ed Assessori prestavano disinteressatamente la loro opera ed io non intendo venir meno a queste dichiarazioni'.
Mentre additiamo alla cittadinanza lo spirito di disinteresse di Gino Rossini, ci auguriamo che egli voglia comprendere come il Comune non intende corrispondergli un emolumento, ma semplicemente rimborsargli in parte quel ch'egli, impegnato dai doveri della sua carica, non può più guadagnare.
Una volta i Sindaci erano persone facoltose che potevano dedicare tutta la loro attività al Comune senza nulla perdere. Adesso gli amministratori sono dei professionisti, dei lavoratori per i quali una interruzione della attività può significare il disagio.
Rossini accolga questa indennità con lo stesso animo con il quale la città gliel'offre.
All'inizio della seduta consiliare di ieri, è venuta a galla la questione della eventuale crisi di giunta.
I rappresentanti della D.C. hanno fatto rilevare che la Giunta, nella sua composizione attuale, non rispecchia più il pensiero degli elettori, espresso nelle elezioni del 18 aprile; da qui la necessità di giungere ad una rinnovazione della compagine.
Dopo una discussione ampia e vivace, è stato stabilito di giungere a degli accordi tra i rappresentanti delle varie correnti, accordi che saranno discussi in una prossima seduta pubblica”
Gli accordi, menzionati dal quotidiano, si riferivano al tentativo, esperito da una commissione consiliare, di riposizionare le forze in Giunta, principiando dall'accettazione delle dimissioni di Rossini, che sarebbe stato sostituito dal socialdemocratico Ingegner Brugnelli.
Il quale, nel giro di pochi giorni, declinò l'offerta, rimettendo in discussione tutto l'impianto dell'accordo.
Fatto questo che indusse il Sindaco a confermare la sua risoluzione, nell'indubbio intento di favorire una svolta positiva.
Di cui diede notizia, il 17 maggio 1948, il quotidiano locale, che, pur continuando ad essere, come veniva svillaneggiato dalle sinistre, il ‘giornale degli agrari fascisti', dimostrava, nei confronti dell'evoluzione degli eventi politico-amministrativi e, soprattutto, della vicenda umana di Rossini, una esemplare correttezza, quasi un rispettoso pudore.
Ed ecco l'annuncio: “Le dimissioni del Sindaco sono irrevocabili ”:
“Gino Rossini è ancora degente all'Ospedale di Brescia, ove è sottoposto a cure amorose.
Egli spera di poter tornare presto a Cremona completamente guarito.
Noi glielo auguriamo di cuore.
Abbiamo avuto occasione di incontrarlo a Brescia. Il suo morale appariva sollevato.
Gli abbiamo domandato qualche notizia sulle cose del Comune.
Rossini ci ha parlato della indennità che il Consiglio Comunale all'unanimità ha deliberato a suo favore.
Egli è irremovibile nell'idea di non accettarla. Anzi non riesce nemmeno a comprendere come un sindaco possa accettare un emolumento per svolgere le funzioni che la cittadinanza gli ha affidato.
‘Ad ogni modo – ci ha detto – la cosa mi riguarda assai relativamente: ormai ho presentato le dimissioni. E questa volta sono irrevocabili.
Come è noto ai nostri lettori, Rossini aveva rassegnato le dimissioni qualche tempo fa; poi, dietro insistenze dei suoi compagni di partito, aveva deciso di recedere sperando che questa sua decisione avrebbe agevolato un amichevole componimento della vertenza sulla composizione della Giunta.
‘Le mie speranze sono andate deluse –ci ha detto Rossini – Vedo che i rappresentanti dei vari gruppi consiliari non riescono ad intendersi, a trovare una via media che possa conciliare gli interessi della città con quelli dei partiti.
Per conto mio non ritiro più le dimissioni: faccio voti che la situazione possa schiarirsi e che il Consiglio possa giungere alla nomina del mio successore nella persona di un uomo che abbia veramente a cuore gli interessi della città, al di sopra di ogni interesse di partito.
Sarebbe assai bene che l'accordo potesse essere raggiunto, onde evitare un regime commissariale che non farebbe che arenare il programma di ricostruzione deciso dall'attuale amministrazione' “.
D'altro lato, l'iniziativa politica della D.C. per un radicale cambio di vertice premeva, fino al punto di metter i piedi nel piatto con la richiesta formale di dimissioni del Sindaco Rossini.
Al proposito, si riporta la cronaca del La Provincia del giorno 8 ottobre 1948, relativa alla seduta del Consiglio del giorno prima, cronaca che pone la centralità dell'intervento del democristiano Avv. Rizzi:
“Se le sue richieste saranno accolte, continuerà a collaborare; altrimenti si metterà sul piede di una opposizione costruttiva e non demolitrice.
Quali sono i punti controversi?
Il fatto che a fianco del Sindaco Rossini vi è, strettamente unito, l'assessore Calatroni, il quale è un altro sindaco.
La D.C. non crede tollerabile tale diarchia.
Vi è debolezza nella realizzazioni delle deliberazioni di Giunta; vi è inframmettenza politica nell'amministrazione comunale, tanto è vero ch'egli in più di un'occasione ebbe a protestare perché l'on. Pressinotti veniva invitato a partecipare a certe sedute, ripetendo così il deprecato sistema di farinacciana memoria.
Quale il modo di riparare alla crisi?
Con la sostituzione di alcuni uomini.
Il Sindaco Rossini, per esempio, pur avendo dato prova di costante generosità, secondo la D.C. dovrebbe essere sostituito.
Per gli altri, si potrebbe giungere ad accordi opportuni.”
La cartina di tornasole delle reali intenzioni dei vari partiti per la normalizzazione scattò con la seduta del 17 ottobre, apertasi con l'adempimento dell'elezione del primo cittadino, carica, cui, inaspettatamente, assurse, con 18 voti (presumibilmente 14 dc, 3 saragattiani ed un voto del gruppo comunista), il capogruppo democristiano Avv. Ottorino Rizzi.
L'attribuzione del voto determinante ad un componente del gruppo comunista non è frutto di illazione postuma, bensì dell'ammissione di “Lotta di Popolo”, che, dopo aver titolato, forse non troppo elegantemente, “La banda demo-saragattiana si è procacciata il Sindaco”, scrisse: “Fra questi diciotto voti, vi è quello del noto Marabotti, trafuga del nostro Partito, nella cui lista è stato eletto, che se non fosse completamente privo di sensibilità politica avrebbe dovuto dimettersi fin dal gennaio 1947 (…)”.
D'altro lato, che sullo svolgimento della seduta consigliare aleggiasse qualche tinta inconsueta, per un trend comportamentale abitualmente cavalleresco, oltre alla constata assenza di quattro consiglieri della sinistra (in aggiunta al traghettato Marabotti), è dimostrato dal paradigmatico titolo de La Provincia “L'Avv. Rizzi eletto sindaco con 4 voti di maggioranza – Un colpo a sorpresa condotto con abilità e concluso magistralmente”.
Un'ulteriore curiosità si aggiunse ad un clima non propriamente solare: “La giunta social-comunista, eletta dal popolo, rimarrà com'è suo dovere al proprio posto in Comune”, come annunciò il settimanale della Federazione Comunista e come, in realtà, avvenne; completando, in tal modo, il paradosso, di una giunta da separati in casa.
Una settimana dopo (il 26 ottobre), moriva, nella generale costernazione della città, Gino Rossini.
Un destino di morte prematura che coglierà anche il suo successore, Ottorino Rizzi, scomparso improvvisamente a Roma, meno di quattro anni dopo il 6 febbraio 1952.
Con Rizzi, che risultò confermato nel successivo turno elettorale, era cambiato un ciclo di alleanze politiche, che portò al vertice comunale il centrismo.
Ma il governo cittadino di Cremona, per il bilanciamento dei due fronti contrapposti, si prospetterà sempre problematico, dovendo la storia amministrativa attraversare più di un deserto commissariale.
Una certa stabilità si realizzerà soltanto con l'apertura a sinistra di inizio anni sessanta.
Cremona sarà uno dei primi capoluoghi di provincia, unitamente a Genova e Venezia (dove nel 1957 si era svolto il Congresso Nazionale del PSI del primato autonomista, cui era pervenuto, fatto inconsueto e sensazionale per l'epoca e per l'importanza dell'evento, il messaggio beneaugurante del Cardinale Angelo Roncalli, patriarca della città lagunare, destinato, solo un anno dopo, a ben altra Cattedra) ad inaugurare la svolta a sinistra con un'inedita alleanza tra socialisti e cattolici, guidata da Vincenzo Vernaschi e Silvano Meazzi (sostituito qualche mese dopo e per due mandati da Mario Coppetti).
Entrambi espressione della volontà fortemente presente, sia pure a costo di travagli e di lacerazioni, di spezzare gli steccati delle divisioni e di innovare significativamente la politica locale; sia pur partendo, in una fase nevralgica, da una logica da real-politik suggerita dallo stato di necessità di assicurare stabilità e governabilità al Comune.
Stabilità e governabilità, che si erano rarefatte verso la fine degli anni cinquanta, quando, a seguito delle elezioni del 1956, finite con un risultato di parità numerica tra gli schieramenti, si dovette passare, a causa della defezione democristiana dal consesso elettivo, attraverso una gestione commissariale. All'epoca ritenuta giustamente una iattura, sia per le incrostazioni burocraticistiche e, quindi, paralizzanti insite nella discontinuità del mandato democratico sia per la dipendenza ministeriale del funzionario di carriera, nominato commissario straordinario (per la cronaca, il Conte Salazar). Provvidenzialmente nel 1957 il PCI, notoriamente meno sognatore quando si trattava di ottimizzare l'approccio alle urne (anche se nel 1948, come ricorda Giuseppe Azzoni nel suo recente ed interessante “Il PCI a Cremona dopo la Liberazione” mancò, non si sa se e quanto consapevolmente, la significativa elezione di Guido Miglioli al Parlamento), “suggerì” alle proprie sezioni di far confluire un centinaio di voti sul PSDI, consentendo, in tal modo, alla piccola formazione, di eleggere due consiglieri ed alla sinistra di conseguire una maggioranza autosufficiente, anche se di misura.
L'Avv.Calatroni, approdato nel 1954 al PSDI (che avrebbe abbandonato due anni dopo, ritornando nel PSI con Unione Popolare), e Bergamaschi risultarono eletti consiglieri e determinanti nel varo della Giunta Feraboli.
Arnaldo Feraboli, un ex bancario, che dalla Liberazione era stato un dei più eminenti dirigenti cooperativi. Aveva, fronteggiato qualche mese prima, nel ballottaggio, il Sindaco uscente Lombardi (subentrato all'avv. Rizzi), e, nella prospettiva di un nuovo ballottaggio, era stato prescelto per ragioni di prestigio, oltre che, diciamolo pure, di anagrafe.
Condusse in porto, con un mix di bonomia (percepibile anche nelle immagini fotografiche pubblicate) e di autorevolezza morale, ma anche con buoni risultati amministrativi, un governo, sostenuto da PSI, PSDI e PCI, che avevano espresso nella composizione della giunta i loro migliori quadri.
Ciò non bastò (a dimostrazione di un dislocamento elettorale equilibrato), nella tornata successiva, a determinare rapporti di forza meno precari, di cui la città avrebbe avuto bisogno per affrontare le grandi questioni strategiche suggerite dall'evidente perdita di terreno con lo sviluppo. Sviluppo concentratosi nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova ed inclinante all'emarginazione del profondo sud padano.
Nelle elezioni del 26 marzo 1961 i socialisti avevano conseguito 11.677 e 10 consiglieri, che assommati ai 9 del PCI ed, eventualmente, all'unico consigliere del PSDI, non avrebbero garantito la maggioranza.
L'approccio scudo-crociato non era stato dei più promettenti, avendo tentato di varare una giunta minoritaria con il voto sottobanco dei due consiglieri liberali. Una siffatta Giunta dovette gettare la spugna.
DC e PSI affrontarono, anzi dovettero affrontare, la situazione in termini nuovi e discontinui rispetto al retroterra di alleanze pregresse. Una scelta tutto sommato facile per la DC, che, dopo anni di opposizione nel Capoluogo (pur essendo detentrice del monopolio del potere governativo), si sarebbe vista aprire la prospettiva di tornare a ruoli di maggioranza.
Una scelta, al contrario, tormentata per il PSI cremonese, che, da sempre orientato verso un'alleanza preferenziale a sinistra (con cui governava la maggior parte dei Comuni minori della provincia), non poteva, però, sottrarsi all'imperativo della governabilità e non intendeva, almeno in alcuni settori interni sensibili alla svolta nenniana, rinunciare alle prove di svolta a sinistra, che la congiuntura suggeriva.
Una prospettiva che potenzialmente scompaginava i giochi interni, nel confronto politico e nei ruoli dirigenziali ed istituzionali, aprendo per la prima volta chanches per la sempre minoritaria corrente autonomista. Nenni, sempre amatissimo dalla base socialista, ai congressi provinciali era poco premiato dai cremonesi, il cui gruppo dirigente, già a quel tempo, aveva inaugurato una curiosa procedura congressuale: le mozioni locali. Un espediente che permetteva alla ristretta nomenklatura di scuola morandiana di sterilizzare la democrazia interna da eventuali contaminazioni eterologhe.
Il Direttivo Socialista, che aveva dedicato al tema tre lunghe ed impegnative sedute, conclusesi con una votazione (17 contro 13,) deliberò di “non pervenire ad un accordo con la DC”.
Successivamente, come recita un comunicato della maggioranza del Direttivo, “ (…) la Direzione, con una sua interpretazione dello Statuto, ritenne di demandare al Comitato Esecutivo e al Gruppo Consiliare la facoltà di decidere in merito al problema della Giunta del capoluogo”.
Non estranea a tale conclusione fu, in quei giorni, un informale incontro a Bergamo, in occasione del festival provinciale de L'Avanti!, di una delegazione ufficiosa, composta da Silvano Meazzi, Mario Coppetti e Pompeo Fermi.
In una successiva drammatica riunione congiunta dell'Esecutivo Provinciale e del gruppo consiliare comunale, conclusiva del dibattito, la corrente di sinistra, da sempre maggioritaria, si lacerò ed una parte di essa si alleò alla corrente nenniana, consentendo al Segretario Meazzi di siglare l'accordo con la DC.
A testimoniare la rilevanza dell'evento, si cita un episodio di quella fase ai più sconosciuto; e, se conosciuto per tradizione orale, sicuramente inedito.
Determinante nell'adozione della deliberazione fu Oddino Magnani, un promettente quadro trapiantato dal natio delta padano (in omaggio ai canoni morandiani imperanti nei primi anni cinquanta); originariamente per dirigere il movimento giovanile socialista e, da poco, approdato al movimento cooperativo, ed, in quei giorni impegnato, in una missione in Bulgaria in rappresentanza della cooperazione.
Poiché i tempi dell'intesa non erano compatibili con quelli della missione, rientrò anzitempo, in tutta segretezza, con un volo speciale messo a disposizione dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Con tutta segretezza, in quanto l'inaspettato arrivo di Magnani, oltre che spostare la maggioranza e non essere considerato nel novero delle realistiche evenienze, costituì un vero coup de theatre, che lasciò basiti gli sconfitti e fece discutere, nei giorni, per non dire negli anni, successivi, appassionatamente. Più per una logica inerziale interna che per una questione di contenuti, in considerazione dell'ineluttabilità dell'assenza di alternative ad un commissariamento continuo, di cui erano consapevoli gli stessi comunisti.
Vero è che poté essere varata una inedita ed ampia maggioranza, sulla base di un accordo politico-programmatico, che dichiarava: “ I tre gruppi consiliari della DC, del PSI e e del PSDI in accordo coi deliberati dei rispettivi partiti che hanno riconosciuta la necessità di dare alla nostra città una Amministrazione stabile, democratica ed aperta al progresso sociale, evitando il grave danno di una gestione commissariale, convengono di formare una Giunta tripartita, impegnata ad affrontare in concreto i problemi del Comune di Cremona (…)”.
Un'altra volta Cremona aveva dimostrato di essere un significativo laboratorio politico, dotato di senso realistico, ma anche anticipatore delle grandi svolte nazionali.
Tale alleanza opererà fecondamente sino al 1968, quando risulterà paralizzata dal pertinace rifiuto della Democrazia Cristiana, egemonizzata nel capoluogo dalla leadership “basista” (notoriamente generata dal ventre materno dell'Eni di Enrico Mattei, anche se potenziata, nella realtà cremonese, da un innegabile rapporto preferenziale col notabilato agrario, nonché da una devozione filiale verso la curia vescovile), di dar corso ad un qualificante punto: la municipalizzazione del gas. Che era stata inserita negli accordi programmatici, sulla base di una coerente, forte e motivata richiesta dei socialisti, e che veniva fatta oggetto di quella che, in termini calcistici, si direbbe invereconda melina, da parte della DC. Che, quando si trattava di difendere così alti valori etici (gli interessi dell'Italgas, uno dei tanti feudi scudocrociati), tendeva a perdere il pelo ma non il vizio.
***********
Una volta archiviata la lunga stagione dell'insediamento dei Comuni, democraticamente eletti, restava, in materia di ingegneria istituzionale, riferita all'ordinamento delle autonomie locali, francamente molta carne al fuoco in un momento, in cui non tutte le caselle normative erano state completate dalla Consulta, prima, e dalla Costituente, più avanti.
Rimaneva irrisolto il problema dell'ente territoriale intermedio, la Provincia.
Ne fece una puntualizzazione, nell'ambito di un significativo excursus storico, L'EdP del 2 febbraio 1946 sotto il titolo “Punti fermi per le elezioni amministrative – La Provincia”:
“Nelle elezioni amministrative del 1920 i socialisti conquistarono oltre ottanta comuni e la maggioranza al Consiglio Provinciale.
Giuseppe Garibotti ed Attilio Boldori vennero eletti rispettivamente Presidente e Vicepresidente del Consiglio Provinciale ed i compagni Sasselli, Morelli, Spotti, Sidoli, Caporali, Mascheroni, ecc, membri della Deputazione Provinciale.
In questi tempi di deplorevole mancanza di iniziativa da parte della Deputazione Provinciale, specialmente di fronte al grave problema dei reduci e dei disoccupati, va ricordato con particolare compiacimento che nel 1920 i nostri compagni potenziarono ed attrezzarono convenientemente un Ufficio Speciale delle Costruzioni a mezzo del quale venne risolto il problema della disoccupazione in tutto il territorio della Provincia.
E si noti che anche allora, come oggi, il problema era reso particolarmente difficile e complesso dal ritorno dei combattenti dalla guerra europea.
Uno dei primi atti degli amministratori fascisti fu naturalmente l'abbandono del programma di lavori iniziato da noi nel 1920 e lo scioglimento dell' Ufficio Speciale delle Costruzioni.
Il fascismo accentrò nelle mani di pochi funzionari ambiziosi e servili pressoché tutta l'attività dell'Ente e chiamò a reggere la più ‘cremonese' fra le Amministrazioni locali un ex Prefetto meridionale fedele esecutore delle volontà di Farinacci.
E chi non ricorda le manifestazioni del ventennio di ‘mangianza' fascista nella quale l'Amministrazione Provinciale venne messa letteralmente al servizio di una fazione?
Fra le tante porcherie commesse e che sarebbe troppo lungo elencare qui, noi socialisti non possiamo dimenticare che il fascismo ebbe la spudoratezza di assumere alle dipendenze dell'Amministrazione Provinciale in qualità di tutore della legge, Giorgio Passani, l'assassino di Attilio Boldori, vicepresidente del Consiglio Provinciale!
In quei tempi anche la podagrosa burocrazia dell'Ente ebbe buon gioco e su taluni funzionari piovvero numerose le nomine e gli incarichi con le relative prebende.
Purtroppo taluni privilegi sussistono tuttora, altri sono rivendicati, sollecitati e verranno magari ripristinati perché la burocrazia, ora più che mai formalista e legalitaria, ma insensibile alle necessità di popolo, dell'Ente e del Paese, si difende le sue comode posizioni con vera maestria…burocratica.
Così, per dare lavoro ai reduci e ai disoccupati, si propone alla Commissione Prefettizia il licenziamento di personale avventizio mentre un cospicuo numero di funzionari di ruolo, che maturato il diritto a pensione, continua a permanere in servizio non solo, ma assolve tuttora gli incarichi speciali, attribuiti dal fascismo, e riscuote naturalmente adeguati emolumenti connessi agli incarichi.
E' logico domandarsi perché l'attuale Amministrazione non osi affrontare e risolvere una così delicata e spinosa situazione resa ancor più grave dal fatto che le elezioni amministrative provinciali sono state rimandate alle calende greche.
A tale proposito è doveroso prospettare all'opinione pubblica il problema della stessa Deputazione Provinciale.
L'attuale consesso rimarrà in carica fino all'epoca in cui i Consigli Provinciali verranno democraticamente eletti dal popolo, anche se le elezioni si faranno, per ipotesi, fra un paio d'anni?
Perché se è vero che i componenti della Deputazione Provinciale sono stati designati dal C.L.N. è altrettanto vero che fra i partiti rappresentati in seno ad essa hanno diritto a voto: tre liberali, due democristiani, un repubblicano, un azionista, un comunista e un socialista.
Come abbiamo già ricordato, nel 1920 l'Amministrazione Provinciale era a maggioranza socialista mentre attualmente il Partito ha un solo rappresentante in Deputazione con diritto di voto!
I partiti di massa sono praticamente in minoranza e di conseguenza le posizioni debbono essere tempestivamente rivedute ed aggiornate se si vuole attuare un vero programma popolare di ricostruzione”
Per quanto fosse interessante la rievocazione storica e non fosse, in quel momento in agenda la revisione, come auspicato, dello stato di precarietà dell'Ente, l'articolo segnalava una lacuna istituzionale; cui si doveva porre rimedio con provvedimenti di tipo legislativo.
Nelle more, si apriva, come più volte anticipato, il dibattito su come riprogettare le funzioni e la normativa dell'ente provinciale.
Interessante, in questo senso, appare l'articolo, intitolato “La Provincia” di Francesco Ubaldi, pubblicato sul n° 43/46:
“Abbiamo definito nel precedente articolo come una cosa inutile l'attuale amministrazione provinciale, dato che l'istituto del Prefetto si è fatta la parte del leone.
Vediamo ora quali possano essere i rimedi ad un tale stato di cose e come, dal lato istituzionale, quali siano le riforme che possano essere introdotte.
Quasi tutti i partiti sono d'accordo che il Prefetto deve essere abolito, e su questo punto nulla da eccepire.
Le difficoltà si presentano circa gli organi che lo devono sostituire.
Noi pensiamo che la riforma debba essere introdotta per gradi, allo scopo di evitare altre eccessive scosse a questo nostro Paese, che durante il periodo fascista è stato fatto oggetto dei più sconclusionati esperimenti politici e trattato né più né meno come una cavia da laboratorio.
Il primo passo quindi secondo noi dovrebbe essere quello di passare tutti i poteri del Prefetto e del Consiglio di Prefettura al Consiglio Provinciale, alla Deputazione Provinciale ed al Presidente di quest'ultima.
Allora soltanto il Consiglio Provinciale assumerebbe la veste di un parlamento provinciale mentre la Deputazione assumerebbe quella di un vero e proprio ministero provinciale.
I poteri del Prefetto quindi passerebbero nelle mani di un organo collegiale e democratico.
Sappiamo però come sia auspicata la creazione di un ente Regione con una sua amministrazione, ente che dovrebbe permettere localmente la risoluzione di questioni amministrative che oggi devono dipendere dal centro, e che appunto per questo divengono insolubili e per ragioni burocratiche e per ragioni di lontananza.
La creazione della Regione si appalesa quindi non dico necessaria ma addirittura vitale anche per le condizioni geografiche del nostro Paese, nel quale vi sono Regioni che distano anche mille chilometri dalla capitale.
Infine la varietà della struttura economica da Regione a Regione e la diversità dei costumi fa sì che una giusta ed equilibrata autonomia regionale venga ad imporsi.
Ma su questo argomento della Regione ritorneremo più ampiamente bastandoci ora di osservare che il coesistere di consigli provinciali e di consigli regionali, nonchè un parlamento centrale verrebbe senza dubbio ad appesantire la struttura amministrativa del paese con la conseguenza di togliere snellezza di funzionamento.
Stando così le cose è quindi nostro pensiero che in un secondo tempo sia il caso di fondere in un solo organo l'amministrazione del Comune Capoluogo con l'Amministrazione Provinciale.
Infatti, di solito i problemi del capoluogo sono intimamente connessi con i problemi provinciali per cui un solo organo deliberativo-esecutivo potrebbe bastare al governo dell'uno e dell'altro ente provinciale (…)”
Come si può osservare, la fervida immaginazione non mancò mai di alimentare la progettualità dell'ordinamento amministrativo italiano!
L'insediamento della Provincia elettiva, all'inizio degli anni cinquanta, mise in moto, al di là di un formale nominalismo istituzionale, il convincimento che essa potesse fungere secondo il modulo postulato dai socialisti a metà degli anni quaranta; vale a dire il Parlamento Provinciale.
Cioè quell'assise, democraticamente eletta, che avrebbe assorbito, per alcuni aspetti, le funzioni dell'Ente Economico Provinciale e dell'ex Deputazione e che avrebbe operato come ente intermedio di governo del territorio provinciale.
Una lettura, questa, che fu adottata e praticata, particolarmente dai socialisti che fecero dei dibattiti consiliari la palestra di confronto, soprattutto, sulle tematiche di sviluppo e di innovazione della comunità provinciale.
L'acuto di questa lettura coincise, nel 1954, con la messa a punto del Piano del Lavoro, di cui il dibattito consiliare divenne una cassa di risonanza, oltre che di qualificato confronto politico.
Se si avesse la curiosità di svolgere un'analisi comparativa, rispetto all'effettiva realizzazione del piano di cui trattasi, si ricaverebbe che l'amministrazione pubblica locale dimostrò, fortemente condizionata dalle visioni conservatrici dell'establishment economico, propugnatore di una visione conservatrice refrattaria a qualsiasi innovazione che potesse ‘contaminare di innovazione' la provincia, una forte resistenza al recepimento di quello sforzo.
Alcuni di quei progetti, infatti, verranno avviati a realizzazione, sulla spinta prevalente a fornire una risposta all'emergenza occupazionale, ma in termini quasi totalmente avulsi dalla consapevolezza di dover pianificare lo sviluppo della comunità provinciale.
Si potrebbe azzardare che il volano del tanto o poco sviluppo, realizzato dall'immediato dopoguerra in poi, risieda in quella stagione di riforme.
Ovviamente, alcuni progetti verranno elusi; ma in ogni caso resteranno a connotare uno scenario in cui i soggetti politici e sociali dimostrarono grande capacità progettuale.
Nello stesso periodo, infatti, i socialisti, in appoggio alle istanze del mondo del lavoro, seppero, rispetto alle tematiche della modernizzazione, confrontarsi, pur nel ruolo di oppositore, ad armi pari con chi era investito di ruoli di governo.
Anche sollevando, polemicamente, incongruenze e disattenzioni attorno a questioni nodali.
Che resteranno irrisolte per il tempo a venire.
Due di queste risultarono particolarmente significative e riguardarono la Facoltà (meglio sarebbe dire, la mancata facoltà) di Agraria e l'inserimento (meglio sarebbe dire, il mancato inserimento ) del territorio cremonese nel tracciato della Autostrada A1, il vero volano del boom economico degli anni cinquanta-sessanta.
Della prima s'occupò il “Corsivo corpo 7” del n° 2/54:
“A maggior gloria dell'Università Cattolica, della ‘Vita' pure cattolica e de ‘L'Italia' di carta il presente corsivo non può essere stampato che in ‘corpo 7'.
O non hanno i tre summentovati, se non laudati enti o giornali intrapreso una campagna contro i nostri ‘sette studenti' della Facoltà agraria di Piacenza, per la quale la nostra Amministrazione Provinciale versa, in quattro anni, la unifica cifra 40 milioni?
Tralasciamo anzitutto le ingiurie e gli insulti che uno almeno dei tre compari ‘L'Italia' di carta ha lanciato contro di noi.
L'appellativo più temperato é ‘falsario' indirizzato al responsabile di questo giornale.
Ma noi, che in Consiglio Comunale, ci occupiamo anche della tassa sulle immondizie non ci curiamo di queste onorifiche parole.
Proporremo però, sempre in Consiglio Comunale, un emendamento al disposto della tassa si da includere in essa e la prosa e le persone dei degnissimi redattori.
Detto ciò ai quattro beccaccioni de ‘L'Italia' entriamo nel merito.
Siamo stati accusati di falso perché gli studenti iscritti al nobile ateneo delle ‘patate e carote cattoliche' (vulgo facoltà agraria) non sarebbero sette come i peccati mortali, bensì quarantuno o settantasette (le cifre sono discordi).
Potremmo dire che i dati in parola ci sono stati suggeriti da un professore all'Ateneo di Parma; ma tutto ciò non ha valore probante.
Desidereremmo, però, sapere quanti fra i quarantuno o settantasette della Facoltà Agraria sono cremonesi, vale a dire quanti sono i figli dei contribuenti della provincia di Cremona che usufruiscono dei 40 milioni stanziati.
Non saranno sette ma poco ci manca.
E se per sette, o poco più studenti di agraria la Provincia di Cremona sborsa 40 milioni, per totale di 41 o 77 unità studentesche, quanto avranno versato in totale le amministrazioni provinciali della Lombardia ( tutte democristiane ).
Non andiamo errati se la cifra dei milioni supera i 200.
E allora, egregi riprensori delle falsità altrui?
Val la pena, con un giochetto di cifre, di guardare il bruscolino nell'occhio del vicino per non rimirare la trave che occupa il proprio occhio?
Allacciatevi le mutande, o difensori della morale e del giusto!
Il nostro numero 7 poteva anche avere un significato simbolico, se non addirittura riferibile agli studenti cremonesi.
E vi par giusto,rimettendo il discorso nei suoi termini esatti, che un'amministrazione pubblica adoperi il pubblico denaro per imprese che riguardano enti che collo Stato nulla hanno a che fare?
Noi, come dice ‘L'Italia', faremmo del ‘laicismo' perché ci rifiutiamo a che il pubblico denaro vada ad enti a fine e a sfondo clericale.
Che razza di discorsi e quale serietà d'impostazione.
Abbiamo sostenuto le facoltà governative di agraria di Milano e di Bologna appunto perché sono governative vale a dire di tutti.
Abbiamo controbattuto in Consiglio e nella stampa lo stanziamento dei 40 milioni perché essi vanno a rendere più fitta la ragnatela clericale che, ogni dì di più, avvolge il paese nostro.
E tornassero questi 40 milioni di utile almeno alla cittadinanza!
Ma ben si vede (e lo dicono tutti i professori e gli insegnanti in buona fede) come le scuole private confessionali siano il ricettacolo dei ripetenti e dei bocciati siano il covo degli intrighi per sabotare le scuole governative.
Levatevi allora la maschera o campioni della scuola privata clericale, truffaldina e settaria!
Dal canto nostro siamo precisi: i denari del pubblico vanno all'iniziative pubbliche, tutelate dallo Stato e non ad imprese che, alla lunga, mirano a svilire le scuole governative.
E ore gettatemi pure contro tutti i meloni e i cocomeri prodotti nella vostra facoltà agraria.
Dubito, però, signori de ‘L'Italia', che in mancanza di questi dovrete gettare le vostre zucche vuote o ripiene di vento.
Gherardo Patecchio”.
L'affezionato corsivista si mostrava travolto da una incontenibile fremito laicistico, ma non consapevole, almeno del tutto, dell'importanza che quei “meloni e cocomeri” avrebbero avuto nello sviluppo della sorella città padana e della sua provincia.
Avrebbe, semmai, dovuto chiedere al governo locale la ragione per cui una così importante opportunità fosse lasciata volare sulla testa della comunità cremonese.
Sfuggirebbe la ragione di una scelta incongruente, se non venisse approfondita la circostanza.
Da una parte, infatti, la Provincia, presieduta dall'Avv. Ghisalberti, dopo ripetuti incontri, in sede cremonese e milanese, con Padre Agostino Gemelli, dominus della Cattolica, metteva sul tavolo l'impegno di spesa non irrilevante di 40 milioni (attualizzabili in 500.000 Euro), dall'altra, accettava (anzi, qualche autorevole testimone ricorda che pose come condizione che non avesse sede a Cremona) che la Facoltà sorgesse a Piacenza come “Facoltà di Agraria di Piacenza e Cremona”.
La spiegazione di una siffatta incongruenza potrebbe essere fatta risalire alle titubanze del Presidente Ghisalberti, amministratore integerrimo ma “sparagnino” fino a farsi obnubilare di fronte a grandi progetti, titubanze determinate dalla preoccupazione di assumersi un rilevante carico finanziario.
Un tratto caratteriale, questo, probabilmente accentuato, quando si trattava di progetti fortemente innovativi – nel campo del sapere o nella infrastrutturazione non importa -, dal fiato caldo alitato sul collo delle istituzioni locali da un establishment, atavicamente ostile a qualsiasi modernizzazione che potesse mettere in discussione un assetto bucolico.
Ostilità che priveranno Cremona (habitat naturale, più di Piacenza, per un tale prestigioso insediamento in grado di sviluppare sinergie, almeno agli occhi dei contemporanei) di una formidabile opportunità.
Al punto tale che col tempo la Facoltà non si fregerà, neppure nella denominazione, della partnership cremonese, che (beffa nel danno!) resterà, però, nella compartecipazione finanziaria, tanto contrastata da Gherardo Patecchio.
Bisognerebbe, per un dovere di obiettività, anche dire che i socialisti, scottati da quella sgradevole congiuntura, manterranno, più tardi negli anni settanta (quando deterranno responsabilità di governo) sospettose riserve nei confronti del progetto della Facoltà di Magistero.
Gli stessi interrogativi verranno sollevati da L'Eco del Popolo, solo qualche mese appresso, nell'edizione n° 7/54, relativamente ad un'altra questione nodale, con un significativo titolo “ Uno scacco per le autorità democristiane - L'autostrada Milano-Bologna-Ancona e le necessità della nostra provincia” :
“Lunedì scorso si é discusso a lungo in Consiglio Provinciale sul problema dell'adesione o meno della Provincia all'iniziativa promossa da un consorzio, dell'autostrada Milano-Pescara.
Si é discusso a lungo, dicevamo, forse per compensare, nella carenza e a suo tempo dell'autorità democristiana la mancanza assoluta di popolarizzazione del problema fra le vaste masse popolari numerosi che avrebbero appoggiato, con una solida compattezza, l'azione dagli enti provinciali che avessero perentoriamente richiesto una soluzione più favorevole alla necessità di Cremona.
E nonostante tutte le chiacchiere e le imbarazzate reticenze dei dirigenti democristiani (non abbiamo dubbi in proposito) la situazione é ormai goffamente e clamorosamente orientata contro gli interessi cremonesi.
Si ripete ora per l'autostrada, come ricorda il compagno Ricca, quello che avvenne dopo il Risorgimento a proposito della ferrovia Milano-Roma il cui tracciato doveva passare per la provincia di Cremona, mentre per l'ostilità di ottusi ceti agrari e per insipienza di amministratori, la stessa ferrovia venne fatta passare per Piacenza.
E addio allora, ai sogni di una provincia industrializzata e commercializzata!
Come anche ora addio ad una provincia più fiorente, più favorita, a mezzo l'autostrada di traffici e di vita.
Cremona e provincia resteranno quel cantuccio provinciale senza risorse e senza iniziative che per sempre resterà una specie di provincia agricola senza slanci e senza nemmeno una migliorata situazione nella stessa agricoltura.
Ma questo é già un altro discorso.
Dicevamo dunque che il nostro parere, circa gli interessi cremonesi nell'autostrada più che compromessa é addirittura una causa disperata come Cittadini cremonesi, come amanti del progresso tutto ciò ci addolora e ci sconforta.
L'abbiamo detto altra volta: sotto il governo spagnolo Cremona da città ricca e industriosa di 100 mila abitanti divenne un borgo selvaggio e isterico ove 10 mila abitanti si contendevano un tozzo di pane alle porte degli infiniti conventi.
Sotto il regime democristiano (se non sopravviene qualche mutamento) Cremona si avvia alla sua sterilizzazione e all'inedia più assoluta.
Questa nostra concezione é pienamente suffragata dai fatti.
L'immobilismo iniziativistico dei ceti detentori del capitale cremonese trova poi il suo péndant nell'immobilismo amministrativo delle autorità che dovrebbero avere a cuore gli interessi della provincia.
Non bastano, vivaddio, qualche lettera di sollecito e una riunione tra i comuni tenuta due anni fa!
Occorreva che la Provincia e il Comune di Cremona si battessero come leoni, popolarizzassero il problema, investissero della responsabilità parlamentari della provincia, specie quelli democristiani, che si dice, abbiano notevole influenza negli ambienti governativi, capitalistici di Roma.
Viceversa nulla di tutto ciò.
Secondo il proverbio ‘si é chiusa la stalla dopo la fuga dei buoi'.
E non valgono ora le accorate proteste, e non bastano le strida alla Ponzio Pilato dell'Avv. Crivelli di fronte alle serrate critiche di un nostro compagno!
Non vale che si accusi la sinistra in Consiglio Comunale e Provinciale di voler addossare delle responsabilità che non toccherebbero agli enti amministrativi.
Questa responsabilità permane in forma grave e assoluta giustifica in pieno gli appunti e le rimostranze che la minoranza conscia di rappresentare interessi vitali della maggioranza della popolazione, ha mosso in sede di discussione.
Un'autostrada che passasse attraverso la provincia nostra da Crema a Cremona sarebbe stata un vero e proprio mezzo di resurrezione della nostra economia provinciale.
La Provincia ne avrebbe risentito gli effetti e si sarebbe posta al livello delle province lombarde più progredite.
Un'autostrada che pur non passando per la nostra provincia, fosse però stata tracciata al limitare di essa avrebbe, se pure in forma minore, fortemente contribuito all'utilità generale di Cremona.
Quest'ultima progettazione fa passare l'autostrada a Mortizza vicino a Piacenza più lontano dalla nostra provincia che non nel penultimo progetto!
Occorrono due raccordi di cui l'uno: quello Pizzighettone-Maleo-Codogno costerebbe agli enti provinciali la bellezza di 300 milioni con una molto relativa utilità per la nostra provincia.
Tanto varrebbe, e sarebbe più utile, con la cifra stessa migliorare la Cremona-Crema e metterci in migliore comunicazione con Milano!
Ma oggi le nostre autorità si ostinano a volere la adesione al Consorzio!
Hanno con ciò la coscienza della loro passata carenza di attività; hanno coscienza che i cremonesi, al momento delle elezioni, se ne ricorderanno.
Se ci avessero pensato prima forse la soluzione sarebbe stata diversa.
Ora la loro ostinazione, in gran parte oltre che determinata dalle citate ragioni di prestigio crollante, é dettata da una precisa presa di posizione che traspare da una lettera del Sig. Casati presidente del Consiglio di Milano, lettera che venne dimenticata nell'incartamento e che venne letta da un consigliere della minoranza.
Nella lettera, che é stata citata in Consiglio, il Casati richiedeva l'adesione della Provincia di Cremona ‘per regioni di equilibrio e di gruppi'.
Cosa si nasconde sotto questa perifrasi?
Nel consorzio, come é logico, sono rappresentate le Province e i Comuni emiliani retti nella stragrande maggioranza da ‘amministrazioni rosse'.
Casati cerca l'equilibrio.
Vale a dire che vuole costituire un gruppo democristiano di Province e Comuni da contrapporre ad un ipotetico gruppo social-comunista.
Dove vanno mai a ficcarsi le preoccupazioni e i segreti intendimenti!
Noi socialisti, veramente, non ci avevamo mai pensato, pensosi, come sempre siamo stati, unicamente degli interessi pubblici!
Ed é stato anche per questo motivo che abbiamo puntato i piedi di fronte alla richiesta improvvisa di adesione col consorzio dopo che erano quasi sfumate le speranze di una soluzione più utile agli interessi della provincia.
La nostra adesione deve essere condizionata:
1) – A un riesame, assicurando la revisione del tracciato che é assolutamente contrario agli interessi provinciali.
2) - Che nello statuto del Consorzio siano poste clausole tali da impedire al capitale monopolistico, in un secondo tempo, di impadronirsi della gestione del consorzio stesso. Perché anche questo secondo punto deve essere tenuto strettamente presente.
Il collega Panzi, in sede di consiglio ha esaminato, punto per punto, il progetto di statuto.
Se le province emiliane, interessate a che l'autostrada si faccia a tutti i costi, hanno sorvolato su di esso che é di schietta intonazione capitalistica governativa, ciò non costituisce una buona ragione perché i socialisti cremonesi non debbano, apertis verbis, denunciare i pericoli.
La critica del compagno Panzi che, d'altronde, é la critica socialista, verteva oltre che sulla imprecisione dei termini e sulla voluta oscurità della dizione adottata a tutti gli usi e a tutti gli scambietti, sul carattere monopolistico del consorzio e nell'intenzione, a stento mimetizzata, di estendere l'attività ad altra impresa a carattere speculativo.
Tutto ciò, abbiamo detto, ha sollevato le ire dell'Avv. Crivelli difensore ‘cremasco' di interessi che nulla hanno a che vedere con la provincia.
Comunque sia non sono le grida isteriche o le manovrette o i colpi di maggioranza a mutare la nostra posizione.
Siamo favorevoli a un'autostrada il cui tracciato tenga nel debito conto gli interessi cremonesi e non quelli di futuri ‘Capocottari' governativi.
Siamo per la nostra provincia così sacrificata in passato, che deve essere valorizzata al suo giusto livello.
Gherardo Patecchio”
Come sia andata a finire ormai si sa.
Cremona fu tagliata fuori dal tracciato della A1, vera, si ripete, dorsale del boom economico.
La Provincia optò, malgré bongré, per la ‘paullese' di collegamento ordinario tra Cremona e l'area metropolitana, lestamente ribattezza ‘la ghisalbertina', in omaggio al ruolo svolto dal suo sponsor, il presidente dell'ente.
Concepita e realizzata nell'ottica teorica del detto collegamento, ma ben presto rivelatasi del tutto inadeguata allo scopo, per effetto dei limiti progettuali (imputabili alla parsimonia dell'Avv. Ghisalberti, che, pare, si opponesse tenacemente all'idea di un nastro a doppia carreggiata).
I socialisti, in quell'epoca, furono impegnati su un terzo fronte infrastrutturale: il ponte in muratura sul Po a Casalmaggiore, fortunatamente, forse anche grazie a quella pressione, destinato ad essere realizzato nell'arco di pochi anni.
Sul problema si pronunciò autorevolmente si L'Eco 21/54 Augusto Bernardi, segretario della Sezione di Casalmaggiore, succeduto al Rag. Alfredo Bottoli nel Consiglio Provinciale.
Bernardi, appunto nell'intervista dichiarò: “Quanto prima Casalmaggiore avrà il nuovo ponte sul Po – Il contributo dei socialisti e dei democratici per la realizzazione della grande opera”:
“(…) Premetto che il contributo dato da noi socialisti per questa grande opera è iniziato fin dal 1949. Per nostra iniziativa, d'intesa con il compagno Rag. Alfredo Bottoli facente parte dell'allora Deputazione Provinciale, costituimmo a Casalmaggiore un Comitato per la difesa degli interessi casalaschi e in particolare modo per l'erezione di un ponte in cemento armato sul Po.
Il suddetto Comitato era formato dalle varie categorie interessate agli sviluppi economici della zona e dai rappresentanti di tutti i partiti tranne la Democrazia Cristiana, che nonostante i ripetuti inviti non ha mai dato la propria adesione.
Il Comitato ebbe il compito di coordinare le varie necessità della nostra zona ed in special modo l'indeprecabile necessità di un nuovo ponte sul Po ed il compagno Bottoli si rendeva interprete e sostenitore presso la Deputazione Provinciale di questi nostri problemi. (…)
Per la nostra zona ed in particolare per Casalmaggiore è atteso con ansia l'inizio dei lavori che da anni attendono la grande opera. Dopo tante delusioni create dalla propaganda elettorale fatta da determinati partiti nelle elezioni amministrative del 1951 e nelle elezioni politiche del 1953, molti sono ancora increduli che tale opera venga veramente realizzata. Quindi posso affermare che se tale opera diventi quanto prima realtà concreta il merito è delle due Amministrazioni di Parma e di Cremona, quella di Parma ha avuto in questa fase preparativa un compito maggiore sia per la progettazione dell'opera, sia per il superamento delle varie difficoltà burocratiche incontrate durante le varie fasi di questo lungo e meticoloso lavoro. (…)
Le prospettive per lo sviluppo economico e sociale della nostra zona e in particolar modo per Casalmaggiore sono infinite e grandiose.
Vi saranno possibilità di sviluppo per l'industria e porteranno un benessere generale per tutti ed in special modo per le classi lavoratrici, si potrà anche avviare a soluzione la piaga della disoccupazione.
Io prevedo che questa opera di carattere nazionale una volta ultimata creerà la necessità di sviluppare tutta la rete stradale del retroterra; verrà creata una arteria di comunicazioni da La Spezia al Brennero che si collegherà con i grandi centri industriali e commerciali di Verona e di Brescia e di tutte le altre città.
Tutti questi sviluppi di comunicazione creeranno un aumento demografico di tutta la zona, quindi la necessità di costruire case, scuole, acquedotti, fognature, lavoro e benessere per tutte le categorie, operai, artigiani commercianti e piccoli industriali. La nuova opera viene costruita con criteri tecnici moderni e con un'estetica del tutto nuova, ed io credo che sia la prima costruzione di tale tipo in Italia, quindi avremo un'opera meravigliosa in tutti i suoi aspetti”
Così sapevano, con grande lungimiranza e passione civile, progettare, forse anche un po' sognare, i socialisti come Bernardi, un uomo buono ed intelligente, che, essendo nato a Colorno, più di ogni altro conoscenza l'importanza di un'opera, che con qualche decina di metri di ponte avrebbe annullato una secolare invalicabile barriera.
Molti di quei sogni resteranno per anni nel cassetto; e solo ora sembrerebbero destinati ad uscirne.
La denuncia, da parte dei socialisti, in ordine alle timidezze ed alle inconcludenze dei pubblici poteri nella realizzazione del ponte, non mancò e fu clamorosa, come si evince dall'articolo a firma Lino Bernocchi (un disegnatore tecnico della Magneti Marelli che, dopo l'esperienza partigiana, era approdato ai quadri della CGIL e del PSI), apparso su L'EdP 4/55 ed intitolato “ CONTRO L'APATIA DELL'AMMINISTRAZIONE CLERICALE
I SOCIALISTI CASALASCHI SI BATTERANNO PER LA RINASCITA ECONOMICA DELLA ZONA – Il ponte in muratura sul Po diventerà il cuore dell'economia casalasca”:
“E' dovere di ogni buon cittadino interessarsi della situazione economica del suo Paese anche perché questa può condizionare, essendo direttamente proporzionale, la sua economia famigliare.
Questa norma, se non vale per quei detti privilegi che traggono le fonte del loro benessere sfruttando le condizioni di miseria di coloro che vivono del proprio lavoro, a quanto ci è dato di conoscere valutando i fatti, non vale nemmeno per gli amministratori di d.c. di Casalmaggiore.
La miseria, nella quale la stragrande maggioranza di cittadini sono costretti a vivere, anziché essere da stimolo per coloro che reggono la malasorte degli amministratori, per cui si debba andare alla ricerca delle cause che la determinano, al fine di migliorare le condizioni economiche generali, sembra agisca da sonnifero sulle già addormentate capacità amministrative.
Non ci stancheremo di ripeterci, causa la sordità che minaccia di diventare cronica dei ‘nostri', ma dobbiamo ancora una volta richiamare l'attenzione dei cittadini sulle grandi possibilità esistenti per salvare l'economia casalasca e sulla necessità di smuovere dall'immobilismo più acuto, che si alleanza pedestremente alla politica governativa, l'amministrazione d.c. di Casalmaggiore.
Sono anni, purtroppo, che l'amministrazione d.c. di Casalmaggiore su questi problemi si dorme i più beati sonni, anche se in occasione delle elezioni amministrative a scopo elettoralistico ne ha fatto uso, impegnandosi a risolverli, per poi relegarli nel più dimenticato ripostiglio comunale.
Fu l'azione condotta dalla Camera del Lavoro, dai partiti dei lavoratori, sorretta dalla lotta unitaria dei cittadini e di tutti i lavoratori di Casalmaggiore, che chiede la spinta per l'attuazione del canale di irrigazione e la costruzione del ponte in muratura sul Po.
A che punto si trovano ancora oggi le due delle maggiori opere di rinascita prospettate, che possono, se ultimate, risolvere da sole quasi totalmente la grave situazione economica del Comune?
Basti pensare che la completa attuazione del ‘Navarolo' una volta irriguo, occuperebbe nel solo settore dell'agricoltura migliaia di giornate lavorative annue in più e nello stesso tempo significherebbe un aumento del 20% della produzione, per capire l'importanza dei lavori di finitura. (…)
Un capitolo a parte meriterebbe il ‘costruendo' ponte in muratura sul Po.
Quest'opera, quando sarà realtà, può rappresentare il fulcro della rinascita casalasca.
Oltre per mettere, come il ‘Navarolo' un sensibile benessere immediato, derivante dall'assorbimento di una parte dei troppi disoccupati, dallo sviluppo industriale locale, dall'aumento del transito stradale a tutto vantaggio degli artigiani e degli esercenti, dall'aumento degli scambi commerciali, senz'altro inciderà positivamente anche su un possibile sviluppo produttivo in tutti i rami del settore dell'agricoltura.
Il ponte in muratura sul Po potrà diventare il cuore dell'economia di più province; per il logico ed indispensabile sviluppo delle arterie stradali provinciali e comunali, delle quali si renderà necessaria l'attuazione e il miglioramento di quelle esistenti per l'immancabile conseguente aumento degli scambi commerciali da provincia a provincia.
Oggi però, a tre mesi da quando la radio ‘indipendente' strombazzava la posa della prima pietra, il ponte si trova ancora in fase ‘sperimentale' e, a detta di un tecnica dell'impresa di costruzione, le prime assunzioni di mano d'opera un consistenti si avranno, se tutto va bene, fra un paio di mesi.(…)”
In qualche misura, però, come abbiamo già anticipato, il pessimismo di Bernocchi verrà smentito pochi mesi dopo, addirittura dalla presenza sul cantiere del ministro ai Lavori Pubblici, il socialdemocratico On. Romita.
Effettivamente é difficile, a mezzo secolo di distanza, non condividere il senso delle denunce e delle polemiche dei socialisti sulle carenze progettuali del governo locale scudocrociato e della classe dirigente cremonese; soprattutto se si hanno presenti le negative ricadute che determinarono quelle scelte e quelle miopi noncuranze, nei destini di differenziato sviluppo all'interno dell'area padana. Che vedono ancora Cremona arrancare alla ricerca di improbabili collegamenti con le aree sviluppate.
Né, quando i tanti Don Abbondio detentori del potere politico si risolveranno ad osare con audaci progetti infrastrutturali, come nel caso della A21, non saranno tanto determinati nel rintuzzare le pretese del partner bresciano, interessato ad attrarre sul proprio asse l'originario tracciato orientato verso la dorsale del Brennero, secondo la primaria indicazione progettuale della troika degli ingegneri provinciali, Grassi, Rusconi e Crippa.
Riepilogativamente, si può affermare che i socialisti tennero alto il livello del confronto sulla elaborazione delle linee di programma per lo sviluppo sociale ed economico della provincia, facendo dell'iniziativa del gruppo socialista in Consiglio Provinciale un capo-saldo di stimolo al dibattito e ad un tempo un'occasione di visibilità.
Uno spaccato di tale iniziativa si può proficuamente dedurre dall'articolo intitolato “Perché non abbiamo approvato il bilancio della Provincia”, apparso su L'Eco n° 2/54:
“Nella ultima tornata del Consiglio Provinciale del 18 u.s. se qualcuno e noi fra questi aspettava una esauriente risposta agli interrogativi, alle critiche costruttive, alle osservazioni della minoranza, nella replica che a nome della Giunta ha fatto l'Avv. Crivelli: è rimasto certamente deluso.
Deluso, non solo per la povertà delle argomentazioni e dei problemi trattati dalla Giunta; ma soprattutto per il fatto che palesemente si è potuto rilevare come volutamente si cerca di eludere da parte della D.C. la sostanza dei problemi sociali che gravano sulla provincia e che direttamente e indirettamente determinano l'indirizzo di attività e degli interventi della Provincia.
Non esistono per i rappresentanti d.c. nel Consiglio Provinciale gravi problemi e inderogabili necessità di intervento, particolarmente nel campo sociale, per cui tutti gli sforzi dovrebbero essere volti nei settori dei lavori pubblici, della scuola, dell'igiene e sanità, della viabilità con la volontà di assolvere a due funzioni: garantire lavoro alle migliaia di disoccupati della provincia e portare a soluzione problemi che a superiori garanzie civili ai cittadini uniscono condizioni di sviluppo sociale della provincia.
Sulla costruzione del ponte a Casalmaggiore, che speriamo finalmente venga attuata; con la modifica degli stanziamenti nel settore della pubblica istruzione, con qualche briciola per l'assistenza e per l'igiene e sanità, si voleva ottenere il voto del Consiglio.
E se pure all'Avv. Crivelli è mancato il coraggio, o la volontà di affermarlo, quel poco che di nuovo è stato cominciato, è frutto della costante azione della minoranza.
Infatti se si sta lavorando per il Consorzio Provinciale per la costruzione in ogni comune di impianti di acquedotti, se si dovrà come si deve arrivare alla costituzione di un Consorzio per dare ad ogni comune l'impianto di fognature e di spurgo delle acque e dei detriti, se la Provincia sarà costretta ad affrontare i problemi dell'istruzione tecnica e della qualificazione e della riqualificazione della mano d'opera; ciò è dovuto ad iniziative, a mozioni, in definitiva all'azione ed alla lotta condotta dalla minoranza consigliare ed in modo particolare dei consiglieri socialisti.
A queste importanti opere debbono aggiungersi quelle scaturite da altre mozioni, approvate all'unanimità presentate dai nostri compagni, sulle borse di studio, e per degnamente ricordare con scritti e con opere monumentali, gli eroi della Resistenza e tutto il movimento insurrezionale in ricorrenza del decennale della Resistenza.
Queste iniziative, se pure sono costrette ad accettarle i d.c. del Consiglio Provinciale, tendono a sminuirle nel loro valore politico e sociale.
Lo scopo è evidente; mascherare una loro palese insufficienza di indirizzo e di visione politica dei compiti e dei problemi che investono l'amministrazione provinciale; ridurre al minimo il valore delle iniziative della minoranza; condurre nel contempo un'attività che tende al massimo alla tranquilla e normale ordinaria amministrazione.
L'importanza e la validità dei problemi posti dai nostri compagni hanno caratterizzato e caratterizzano sempre più l'attività del Consiglio Provinciale.
Cosicché, dopo la stentata e vuota replica dell'Avv. Crivelli, il Consiglio all'unanimità è stato chiamato ad approvare due ordini del giorno presentati per il gruppo socialista, dai compagni On. Ricca, Ghisolfi, Zaffanella. (…)”
Il leit-motiv della presenza socialista nell'ente intermedio di governo locale fu costantemente rappresentato da un lucida visione attorno alla priorità di dotare un territorio, che già allora prospettava la tendenza ad essere emarginato dalle grandi innovazioni in corso, di un plan-master capace di pianificare la modernizzazione, lo sviluppo, il riequilibrio territoriale e sociale. Tutto ciò cui le giunte centriste, per tutto il decennio cinquanta, sostanzialmente resistettero, preferendo gestire l'ordinaria amministrazione.
Ma il PSI, dimostrando in ciò tenacia e coerenza, fece di tale priorità la condizione pregiudiziale per la partecipazione, all'inizio degli anni sessanta, alla giunta provinciale, nel quadro della ‘svolta a sinistra' che aprì ai socialisti le responsabilità di governo.
Recando a tale appuntamento il bagaglio di critiche e di proposte, che avevano caratterizzato l'impegno nel ruolo di opposizione costruttiva.
Un segnale di svolta fu rappresentato, non solo dal recepimento di molte di quelle proposte, ma anche e soprattutto l'affermazione di un nuovo metodo, nell'impostazione e nella soluzione delle questioni territoriali: la pianificazione.
Un metodo che faceva capo all'ispirazione generale di quella stagione di innovazione governativa e che, in amministrazione provinciale, avviò una fase destinata ad impegnare risorse progettuali e territoriali inaspettate. Convenzionalmente si può dire che segno di ciò fu l'avvio della programmazione, con la Giunta Ghisalberti-Merzario; da cui scaturì un documento significativo “CREMONA: elementi d'una politica di sviluppo – sviluppo economico, bisogno della comunità, infrastrutture e amministrazione pubblica nella Provincia di Cremona”.
Meglio noto come il “Corna Pellegrini – Ferrario”: l'antenato del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, arrivato quarant'anni dopo, come adempimento di un obbligo legislativo regionale.Mentre quegli “elementi” risultarono conseguenza di una volontà politica di avviare un nuovo metodo di governo locale, che avrebbe delineato la pianificazione territoriale, a livello comunale e comprensoriale, l'infrastrutturazione (tra cui ‘il raccordo autostradale della Serenissima' – alias A 21 – ed il completamento del Canale Navigabile Milano-Cremona-Po), la dotazione dei servizi (tra cui il piano dell'edilizia scolastica), la pianificazione metodologica e finanziaria. D'altro lato, andrebbe, infine, ricordato che, al di là delle contrapposizioni di schieramento, emersero, in quegli anni, tangibili prove di responsabilità interistituzionali su alcuni grandi progetti, come il Porto di Cremona. Che, partorito dalla creatività progettuale delle giunte socialiste di inizio secolo, per opera prevalente di Giuseppe Garibotti, verrà recuperato dalle amministrazioni del secondo dopoguerra e troverà suggello nella visita-inaugurazione, da parte del Capo dello Stato Gronchi, nel settembre del 1960; accolto dal Sindaco Feraboli e dal Presidente Ghisalberti.
3)
Anche se avremmo preferito se non proprio fare lo scoop e battere tempisticamente parlando batte la “concorrenza” nella dirittura d'arrivo dell'annuncio giornalistico, procediamo di buon grado a dar conto dell'interessante aggregato di approfondimento storico e di progetto divulgativo (soprattutto, considerando la circostanza dell'80mo della Repubblica) in capo all'iniziativa assunta dall'ANPI provinciale. Trattasi del Saggio evidenziato (con il frontespizio dell'edizione cartacea) in apertura d'articolo. Che, stampato da Fantigrafica ed edito dall'Anpi, è stato presentato, con una bella e partecipata conferenza presso Biblioteca civica (via Roma). Con l'intervento di Corada ed Eugenio Clerici. L'incipit dell'Autore è quanto meno scontato: “Senza memoria storica scritta la pur importante memoria orale dura al massimo il tempo della vita dei protagonisti. Anche il presente lavoro risponde a questa logica: mettere per iscritto eventi, nomi, idee di un periodo fondamentale per il nostro presente e per il nostro futuro”.
Questa ineludibile premessa, che aiuta molto a comprendere la ratio del lavoro di Corada, consente di stimare dalle prime battute il raggio di osservazione delle vicende che hanno interessate uno dei quadranti più importanti in cui si svolsero la Resistenza e la Liberazione nel nostro Territorio.
In qualche modo completa molto il visus rappresentato dalla fedele ricostruzione della fase conclusiva della transizione di 80 anni fa che abbiamo recentemente reso disponibile con la stampa del Saggio di Zanoni intitolato IL MOVIMENTO CREMONESE DI LIBERAZIONE NEL SECONDO RISORGIMENTO - DAL PRIMO AL SECONDO RISORGIMENTO NAZIONALE edito (in cartaceo) da CremonaBooks e in digitale da questa nostra testata. Che sarebbe la forma editoriale e divulgativa, per la quale si espressi disponibili l'autore e l'editore.
La premessa, che intende ribadire il pieno convincimento di una partnership ideale ed operativa (per ottenere il massimo risultato di divulgazione), lascia ben sperare nella prospettiva che la formula diventi una costante.
Dalla vastità e dalla profondità di una ricerca, che per quanto limitata ad un comprensorio territoriale, lascia facilmente intendere un impegno rilevante, si ricavano le dimensioni ed il rango di questa “memoria ritrovata”. Focalizzata nell'enclave circondariale di Castelleone, di Trigolo, Romanengo, San Bassano, Montodine e molti altri paesi. Il numero di chi ha partecipato effettivamente alla Resistenza è risultato in questi paesi più alto di quello che finora si conosceva, così come sono emersi dati molto interessanti sulla partecipazione dei cattolici, che non si è limitata solo alle Fiamme Verdi. Il decreto 518 del 1945 che stabiliva i criteri per il riconoscimento della qualifica di partigiano o patriota era molto, troppo restrittivo. Non ho problemi a definirlo maschilista e militaresco, e questo ha impedito il giusto riconoscimento all'impegno e alla lotta di molte donne, dei medici, degli infermieri, di quella parte della popolazione civile che ai partigiani ha dato aiuto e sostegno. Si pensi, solo a Cremona, ai casi paradossali di Maria Biselli e di Franz Cortese. Su questo non infondato punto di vista espresso dall'autore professor Corada, intratterremo un rapporto “dialettico”; derivando da un lungo passo dal nostro “Il Socialismo di Patecchio” *. No, non c'era un ‘popolo in armi' a combattere il nazifascismo, ma neppure una minoranza risicata. Vi fu, in primo luogo, la Resistenza dei partigiani combattenti; ma anche quella delle donne, degli Imi, della gente ‘comune' ma che voleva la pace, la fine della dittatura ed una maggiore giustizia sociale. E sono proprio la Resistenza e la guerra di Liberazione a ridare dignità a un Paese umiliato da oltre vent'anni di totalitarismo e messo in ginocchio dalla guerra, dall'occupazione nazista, dalla fame, dalle deportazioni, dagli eccidi.

Il saggio di Corada indaga molte altre forme di antifascismo e di Resistenza. Racconta dei molti cattolici, compresi tanti sacerdoti, dei carabinieri, dei militari che preferirono la deportazione all'adesione alla Repubblica sociale, di chi a Cefalonia e Corfù non volle arrendersi ai tedeschi nei giorni successivi all'armistizio. Racconta di suo padre Serafino: partigiano, arrestato, torturato e deportato a Dobbiaco fino all'arrivo degli Alleati. Ritrova una memoria che ha corso il rischio di restare sommersa e la restituisce al presente.
Serafino Corada Nato a Castelleone (Cremona) il 4 settembre 1920, deceduto a Castelleone il 6 agosto 2013
Subito dopo aver frequentato la scuola elementare, Serafino Corada inizia l'apprendistato artigiano tra il piombo e le linotype di antiche stamperie del cremonese. A 18 anni, a Milano, lavora duro: di giorno alla tipografia Sonzogno in zona Duomo, la notte alla Sangalli dove ha a disposizione anche una soffitta per dormire.
Due anni dopo, scoppiata la guerra, Serafino è richiamato alle armi e dislocato in Sicilia con il 5° reggimento fanteria “Aosta”. All'indomani dell'8 settembre '43, percorrendo l'intera penisola, giunge a pochi chilometri da casa ma è fermato dalle SS e rinchiuso nell'ex zuccherificio di Cremona.
Grazie all'aiuto di un medico riesce a scappare e ad unirsi alla 1ª divisione partigiana di “Giustizia e Libertà” a Piacenza, comandata da Fausto Cosso, entrando anche nella redazione del giornale Grido del Popolo. In seguito a un grande rastrellamento nazifascista, la sua formazione è scompaginata e per Corada inizia un periodo di clandestinità, tra nascondigli di fortuna e fughe precipitose. Spesso aiutato da preti di piccoli villaggi, si sposta dal monte Santa Franca, a Caorso, a Casalpusterlengo, a Trigolo fino a raggiungere casa e a tornare nelle file della Resistenza.
A dicembre 1944, durante una breve visita alla famiglia, è nuovamente arrestato e condotto nelle cantine del carcere giudiziario di via Jacini, a Cremona. Serafino subisce duri interrogatori e torture che avvenivano nel Palazzo della Rivoluzione, sede del PNF. Dopo Natale è trasferito a Brescia, anticamera dell'internamento, e poi al campo di concentramento di Dobbiaco. L'8 maggio '45 è liberato dall'arrivo degli americani.
Nell'immediato dopoguerra Corada si iscrive al PRI di Vittorio Dotti, ma ne esce quasi subito per alcune dichiarazioni di appoggio a Pétain che lo fanno infuriare. Senza mai più tessere di partito, a partire dal 1950 è ininterrottamente per quasi cinquant'anni consigliere comunale del suo paese, Castelleone, come indipendente di sinistra. Serafino Corada ha continuato a fare il tipografo in proprio pubblicando, tra gli altri, ben 27 libri come autore, trasformandosi in una vera e propria memoria storica del territorio cremonese, anche grazie all'esperienza del Gruppo Teatrale Dialettale da lui fondato.
*
La gracile struttura politico-organizzativa e militare costituì, nonostante le tremende difficoltà, un vero volano di moltiplicazione degli sforzi di capillarizzazione sul territorio, vieppiù procedeva lo stato pre-agonico del regime.
Il presente scritto, tra l'altro privo di pretese scientifiche, sicuramente ometterà qualche doverosa citazione; purtuttavia, non si sottrae al compito di enucleare, sia pure sommariamente, l'impianto, messo in campo dai socialisti già dall'inizio del 1944, partendo da un ordine di grandezza delle forze.
Armando Parlato, qui ripetutamente citato per la pregevole ricostruzione storica, contenuta nel volume “La resistenza cremonese”, fa una stima, a pag. 182, della forza numerica dei combattenti armati, organizzatori dell'insurrezione del 26 aprile a Cremona, sostenendo “Si può dire che in quel momento risolutivo (notte tra il 24 ed il 25 aprile nda) le forze partigiane nel capoluogo assommavano a circa un centinaio di uomini nelle SAP” e più oltre “Per l'aprile 1945, alla vigilia dell'insurrezione, si può dire che, tra città e provincia, esistevano circa 500 partigiani, in prevalenza comunisti” .
Una stima difficilmente controvertibile per il rigore di tutta la sua ricerca storica. Presumibilmente Parlato deve essersi riferito a qualche testimonianza orale, raccolta qualche decennio dopo presso i protagonisti degli eventi. Ovvero l'autore potrebbe aver limitato la stima a qualcuna delle formazioni partigiane in campo.
In ogni caso a chi scrive sembra un dato decisamente sottodimensionato, anche in relazione alla verifica effettuata sulla documentazione rinvenuta in quel che resta dell'archivio storico della Federazione Socialista Cremonese, inaspettatamente reperito durante il riordino del materiale, che costituisce la prima parte del fondo dell'Associazione Zanoni.
Il materiale, cui ci si riferisce, é costituito da numero cinque tomi rilegati, parzialmente prestampati e completati a mano, recanti sul frontespizio “C.V.L. (Corpo Volontari della Libertà - nda) Comando di Piazza di Cremona-Comando Brigata “Matteotti” Patrioti Combattenti “.
Non si tratta altro che dello schedario, registrato sicuramente nella fase immediatamente successiva alla Liberazione ed afferente al censimento dei matteottini cremonesi partecipanti alla preparazione dell'insurrezione ed alle operazioni militari della liberazione; quasi sicuramente collegato alle attività dell'Ufficio-stralcio dell'
La compilazione delle singole schede segue l'articolazione territoriale, riferita all'organizzazione delle Brigate; in molti casi é completa, permettendo così una sicura individuazione dei partigiani registrati, in altri é più sommaria.
Tra le caratteristiche distintive é interessante enucleare l'epoca di appartenenza alle formazioni Matteotti, in modo da consentire una ricostruzione delle reali dimensioni dell'apparato pre-insurrezionale e del livello di effettiva preparazione militare.
Tali registri, presumibilmente ricadenti sotto le prerogative dell'ultimo dei tre Comandanti matteottini, Ottorino Frassi, come peraltro si evince dalle annotazioni dallo stesso vergate, sono stati sottoposti a sommario esame, che ha condotto a limitarne l'ambito alle sole tre Brigate ed alle SAP operanti nel circondario cremonese (in pratica nel territorio compreso tra Castelleone ed Isola Dovarese).
I registri riportano analiticamente i completi dati anagrafici dei partigiani matteottini, la loro posizione all'8 settembre 1943, la data di arruolamento nelle Brigate e conducono alla conclusione che fu vasto e determinante il contributo dei socialisti cremonesi alla lotta armata al nazifascismo, se nel territorio considerato operarono, prima, in clandestinità e, poi, nell'insurrezione, a fianco dei partigiani garibaldini e delle Fiamme Verdi, ben 1518 matteottini.
Da tale censimento si può dedurre che l'oscuro e pericoloso lavoro clandestino di costruzione dell'organizzazione politico-militare socialista portò, entro la fine del 1944, a reclutare, sulla base delle registrazioni del CVL, 680 combattenti, di cui 102 militari e 578 patrioti civili.
Nei mesi successivi, dall'inizio del 1945 all'aprile dello stesso anno si aggiungeranno a quel primo nucleo operante nella clandestinità altri 838 matteottini, di cui 161 militari (82 graduati) e 677 patrioti civili.
Come é stato anticipato, il Raggruppamento delle Brigate Matteotti e le collegate SAP furono dislocate prevalentemente nel territorio compreso tra i fiumi Po, Adda ed Oglio; anche se numerosi furono i partigiani socialisti che operarono, magari inquadrati in altri raggruppamenti, nei comprensori cremasco e casalasco (a dimostrazione del fatto che le differenze politiche venivano dopo la priorità della lotta antifascista).
D'altro lato, può risultare abbastanza evidente che non tutti i partigiani inquadrati nelle formazioni matteottine fossero di fede politica socialista.
Complessivamente i partigiani matteottini risultarono così censiti: Cremona 393, Annicco 88, Azzanello 13, Bonemerse 77, Ca' d'Andrea 1, Casalbuttano 18, Casalmorano 23, Castelleone 79, Castelverde 4, Castelvisconti 5, Cella Dati 80, Cingia de' Botti 3, Corte de' Cortesi 3, Corte de' Frati 2, Crotta d'Adda 51, Drizzona 90, Formigara 20, Gadesco 28, Genivolta 7, Grumello 22, Isola Dovarese 66, Malagnino 1, Motta Baluffi 1, Olmeneta 8, Paderno Ponchielli 3, Persico D. 1, Pessina 16, Pizzighettone 209, Pozzaglio 4, Robecco O. 11, S. Bassano 5, S. Daniele 12, S. Giovanni 1, Sesto C. 18, Soresina 88, Stagno Lombardo 18, Sospiro 8, Vescovato 43.
Per ragioni di obiettività e di completezza va anche ribadito quanto già anticipato, vale a dire che il censimento é sicuramente successivo agli avvenimenti, essendo, oltretutto, irrealistico pensare che le regole della clandestinità fossero compatibili con siffatti adempimenti burocratici.
Fatto questo che potrebbe, in qualche misura, accreditare una certa generosità, nel clima della vittoria, verso riconoscimenti richiesti e concessi sotto l'impulso popolare a non distanziarsi troppo dal carro del vincitore. Regola italiana, questa, che vale, ovviamente, anche per la Resistenza. D'altro lato, ricordano i testimoni di quei giorni che a partire dal 27 aprile ben pochi erano i cittadini che non indossavano al braccio la fascia tricolore, almeno quanti erano coloro che, solo qualche mese prima, non esibivano i contrassegni del regime.
Occorre, infine, precisare che la tenuta dei registri, disposta dal Comandante partigiano Ottorino Frassi (almeno si suppone dalle annotazioni vergate e firmate dallo stesso), fu sottoposta (impossibile definirne l'epoca, ma sicuramente nei primi mesi successivi all'insurrezione, anche considerato che lo stesso Frassi sarà chiamato a reggere la Segreteria della Federazione di Sondrio) a periodica revisione, scaturente in qualche rettifica, suscettibile di elevare il margine di attendibilità alle registrazioni. Tale anagrafe interna fu, poi, utile all'organizzazione della Fondazione G. Matteotti, la cui principale attività era rivolta al soccorso delle famiglie dei caduti, degli ex internati, dei perseguitati politici.
Infine, si possono mettere in relazione tali registri con la permanente iniziativa politica di raccordo, a livello di militanza socialista, tra coloro che furono protagonisti della liberazione, come si evince dai ricorrenti comunicati apparsi sulle pagine de l'EdP, tra cui citiamo il numero 133 del 15 novembre 1947 – pag. 2, recante “Ai matteottini la benemerenza del Partito – L'Ufficio Reduci e Partigiani della Federazione socialista informa le sezioni ed i compagni interessati che è stato costituito per tutta l'Italia un certificato di benemerenza (sul tipo attestato Alexander) per tutti i Matteottini, iscritti al Partito, che abbiano collaborato alla liberazione dell'Italia dal nazifascismo. Tale attestato verrà consegnato ai partigiani, patrioti, benemeriti e clandestini politici riconosciuti ufficialmente e non riconosciuti dalla Commissione Regionale, che siano oggi iscritti al PSI. Saranno garanti del rilascio di tale attestato i comandanti di brigata e i commissari politici o i segretari del Partito in periodo clandestino. E' chiaro che il diploma di benemerenza verrà assegnato a tutti coloro che abbiano dato in qualche forma il loro contributo alla lotta partigiana, a coloro che chiesero l'iscrizione al Partito in epoca anteriore alla liberazione, a coloro che in una qualsiasi forma contribuirono all'opera politica, propagandistica, organizzativa, militare e di soccorso, nel Partito Socialista, durante la Resistenza (…)”
In ogni caso ha costituito per noi un'utile traccia per la ricostruzione delle linee su cui fu impostata l'organizzazione politico-militare dei socialisti cremonesi, dalla clandestinità all'insurrezione.
4) PARRI UN PADRE DELLA REPUBBLICA CON RADICI CREMONESI
In un progetto organico di rivisitazione dell'ultima fase resistenziale e dell'approdo alla Liberazione, già dieci anni fa, avevamo stimato che non si potesse trascurare l'approfondimento di un personaggio che, al di là della sua rinomanza nazionale ed internazionale, ebbe un concreto ruolo, politico e militare, anche nel nostro contesto locale. Ci riferiamo a Ferruccio Parri. Il cui profilo è stato accuratamente ricordato ed approfondito da importante articolo di Anselmi Gusperti, figura politica e da qualche tempo pubblicista noto, apparso sul settimanale Mondo Padano. Dal cui Direttore, Alessandro Rossi, abbiamo ottenuto l'autorizzazione a replicare sulla nostra testata. In tal modo, mirando ad estendere la platea dei lettori su una figura centrale della vita politica di ottant'anni fa; figura che, per quanto riguarda, ha, come si avrà modo di percepire dalla lettura della bella testimonianza del professor Lodovico Favalli Meroni da noi pubblicata dieci anni fa, ebbe una indiscussa centralità negli accadimenti della Resistenza, Liberazione, transizione repubblicana.
“Maurizio” (con il tatto tipico di un ceto dirigente, riservato e forse aristocratico) avrebbe continuato ad “occuparsi” di Cremona. Nel 1955-56, in occasione delle “querelle” tra l'autore del saggio Istituto per la storia nazionale per il movimento di liberazione in Italia (di cui Parri sarebbe stato Presidente) e la Provincia (istituzione committente del concorso, vinto da Zanoni), sarebbe stato interpellato sia dal Presidente avv. Ghisalberti sia dal Presidente della Commissione Giudicatrice prof. Alfredo Galetti.
Parri, le cui “fortune” di centralità nei ruoli di vertice istituzionale, sarebbero (malauguratamente, considerato lo spessore etico-morale e culturale) sarebbero nel prosieguo un po' periferizzate nei piani alti della Repubblica, non si sarebbe sottratto alla chiamata per un ruolo di ispirazione e di traino in occasione delle celebrazioni del centenario della guerra risorgimentale di indipendenza. Nel 1959, infatti, avrebbe accompagnato (oltre a molto altro) la gioventù socialista nell'approfondimento del significato storico ed evocativo della guerra di liberazione dall'invasore asburgico.
Del che forniamo, credendo di dare valore alla simmetria zanoniana del Primo Risorgimento e del Secondo (la Liberazione del 1945), un'interessante documentazione.

UN CREMONESE ILLUSTRE
Nel 1942 l'avvocato Calatroni fu assegnato a Terracina come tenente della Fanteria Costiera addetto alla difesa del territorio. Era al comando di una compagnia di richiamati che, proprio per l'età, erano stati destinati alla “ difesa del territorio nazionale”.( tra questi mi è dato ricordare il sig. Rocchetta – padre di una ragazza che poi divenne segretaria dell'avvocato – e il Sig. Marchesi, sarto di professione e suo attendente ) Il tratto di costa tirrenica oggetto del presidio misurava, complessivamente, circa 50 Km a cavallo di Capo Circeo: i 25 Km più a NORD del Circeo erano sotto il controllo di una compagnia di fanteria italiana mentre i 25 Km più a SUD, sotto il controllo di una compagnia di fanteria tedesca al comando di un tenente di complemento austriaco ( nella vita civile professore di Latino e Greco in un liceo di Graz ). Con questo ufficiale della Wehrmacht ebbe un vero, profondo e sincero rapporto di amicizia. Amicizia nata e quotidianamente rafforzata dalla comune profonda conoscenza della storia antica, delle arti, della cultura in generale e, in particolare, della lingua latina. Questo ufficiale, che si offendeva quando veniva appellato “tedesco” in quanto si vantava di essere austriaco, si “dilettava” nel trascorrere intere serate dissertando con il nostro Bruno di storia, di arte, di filosofia e di tante altre belle cose il tutto quasi sempre in lingua latina pur conoscendo abbastanza bene la nostra lingua.
Finita la guerra, Calatroni (non più dotato di patente in quanto non aveva rinnovato la sua vecchia conseguita parecchi anni prima dello scoppio della seconda guerra mondiale) più volte chiese di essere accompagnato a Graz dove sperava di poter aver notizie del collega “ufficiale-gentiluomo “- capiremo poi il perché di tale appellativo -. Questo desiderio scaturiva da questi fatti: nel pomeriggio dell'8 settembre o, forse il 9, in occasione di uno dei frequenti incontri tra ufficiali ( tra Terracina e il Capo Circeo ) l'austriaco gli disse perentoriamente:” dal Professore all'Avvocato: domani tu ed il tuo reparto dovete sparire!” e, per rafforzare l'ordine aggiunse:” Bruno fuge!” Sicuramente, come tutti gli ufficiali tedeschi, aveva appena ricevuto l'ordine di arrestare, l'indomani, i militari italiani che collaboravano con loro in qualità di “alleati. Possiamo facilmente immaginare, il mattino successivo, la falsa meraviglia mostrata davanti ai suoi uomini che dovevano eseguire i rastrellamenti e conseguenti arresti, nel non trovare né il collega italiano né i suoi uomini al solito posto! Era stato quindi proprio e soltanto grazie all'amicizia del giovane professore di profonda cultura umanistica che aveva potuto evitare, unitamente al suo intero reparto, l'internamento in qualche campo tedesco con tutto ciò che facilmente possiamo immaginare.
Il ritorno fu organizzato con mezzi di fortuna: che andarono dalla bici al treno a carretti comunque trainati. Giunto in modo un po' rocambolesco a Cremona verso la fine di Settembre dello stesso '43, vi rimase “indisturbato” o meglio” non particolarmente disturbato” fino alla liberazione. Questo “tranquillo” soggiorno domestico fu dovuto sia alla sua età sia al fatto che figurava, come in realtà era, figlio unico di madre vedova. Questo stato gli permise di non essere arruolato nella RSI e di non doversi rifugiare sui monti con i partigiani le cui fila così copiosamente contribuì ad ingrossare.
Inseritosi nella multiforme e segreta galassia dell'antifascismo attivo, prese in mano la gestione dell'opposizione al nazi-fascismo a Cremona. I fatti in seguito affiorati dimostrano che riuscì a mettersi in contatto con molti capi della resistenza italiana e fra questi, certamente, anche con il gruppo che faceva capo a Ferruccio Parri noto fra “gli addetti ai lavori” come “il compagno Maurizio” che, proprio per essere uno dei rappresentati di spicco del neonato Comitato di Liberazione Nazionale, era una delle persone più ricercate d'Italia tanto che su di esso, se non erro, pendeva una taglia. Ancor oggi non mi è dato sapere se lo conobbe personalmente e attraverso quali conoscenze o intermediari venne in contatto con lui.
Negli ultimi mesi del 1943 cominciò a prendere piede ed a ben organizzarsi il movimento partigiano: molti giovani preferivano imboscarsi (in questo caso non si tratta di un modus dicendi!) piuttosto di andare a combattere una guerra ormai persa sotto braccio ai tedeschi ed ai fascisti nostrani. Il problema era quello di sapere dove erano queste brigate, raggiungerle e venire accolti senza passare per infiltrati o spie. Alla realizzazione di tali insostituibili contatti contribuì, con il suo incondizionato entusiasmo, grande zelo e molta incoscienza l'avvocato Calatroni. Si avvalse anche della fattiva e occulta collaborazione di un padre Barnabita, tal padre Carbonaro, attraverso il quale indirizzò decine di giovani cremonesi ad arruolarsi nel neonato esercito che aveva le sue basi e svolgeva la sua azione di disturbo prevalentemente sull'Appennino piacentino. (forse anche per una questione di orografia, di ridotta distanza e di raggiungibilità dalle grandi città del nord).
Nell'angusto ambiente cremonese Calatroni, di fatto, era molto sorvegliato e in assenza di telefoni
praticamente non esistevano e, come la posta, erano piuttosto controllati
non poteva prendere personalmente contatti con il suddetto padre barnabita se non a rischio di far saltare l'intera organizzazione cremonese e quindi…. decise di farsi sostituire negli abboccamenti da una sua giovane ma fidatissima amica, probabilmente ignara dei pericoli a cui si sarebbe esposta. Ella, inginocchiatasi nel confessionale e proferita la parola d'ordine - che variava di giorno in giorno - riportava al frate quanto l'avvocato le aveva detto e viceversa. Generalmente si trattava di ottenere informazioni circa il luogo, l'ora, il segnale di riconoscimento e il numero di uomini che dovevano e potevano essere accompagnati sugli Appennini per andare ad ingrossare le fila dei “partigiani”. Da notare che nulla di quanto detto doveva essere scritto, neppure su pizzini, diremmo oggi, me tutto doveva rigorosamente essere tenuto a memoria; qualora qualcuno degli attori di questa “farsa” fosse stato fermato, interrogato o fatto oggetto d'interesse da parte della polizia fascista l'ordine era di negare tutto, di fingere, di cadere dalle nuvole!
Non contento di questa rischioso coinvolgimento, ad un certo punto chiese all'inseparabile amica Dina di andar ancor più avanti nella collaborazione e nei rischi conseguenti. Si trattava di questo: ogni tanto avrebbe dovuto fornire ospitalità, per una notte, ad una persona, “il compagno Maurizio”, del cui passaggio assolutamente nessuno doveva sapere nulla. A questa persona non doveva essere fatta alcuna domanda circa la sua identità, i suoi spostamenti, la sua provenienza, le sue incombenze: in pratica non bisognava chiedergli nulla; tutt'al più bisognava ascoltare attentamente quello che diceva. Questo “fantasma” sarebbe giunto a tarda sera, avrebbe bussato con alcuni colpi inferti in modo pattuito alla porta secondaria della sua abitazione - che dava sul vicolo delle Rose - sarebbe entrato per rifocillarsi e riposarsi e sarebbe rimasto fino alla luce dell'alba del giorno successivo. Poi, attraverso la stessa porta da cui era entrato, se ne sarebbe andato. Tali visite si ripeterono più volte e nell'arco di qualche mese. Proprio per la reiterazione di questi brevissimi e silenziosi soggiorni, fra il compagno Maurizio e la sua ospite si affievolì il gelo iniziale e, mentre aspettava che gli si mettesse in tavola qualche specialità culinaria si lasciò andare a “confidenze” che, comunque, nulla lasciavano trapelare sulla sua identità, sui suoi spostamenti, sulla sua ” missione “. L'unica cosa che emerse fu che stava andando a trovare la sua famiglia composta da moglie e due figli in Svizzera. Ancor oggi non so se effettivamente stava raggiungendo la famiglia esule in Svizzera o, piuttosto, non si recasse nella Confederazione per incontrare gli emissari degli alleati con cui concordare i movimenti, le modalità e gli aiuti da dare alla sua forza partigiana denominata “Giustizia e Libertà”. La storia ci dice che, nonostante la grande abilità di Parri nell'attività di mediatore, tali colloqui non sortirono grandi effetti in quanto gli alleati, al solo sentirlo chiamare “compagno”, lo assimilarono ai comunisti che proprio non desideravano prendessero il sopravvento e il primato fra tutte le truppe partigiane di varia tendenza. Venne il 25 Aprile, l'Italia si liberò del fascismo, si diede immediatamente nuovi capi e a Cremona, per scelta e volontà del Comando Alleato, Calatroni divenne – senza essere eletto - il primo sindaco (non più podestà!), che oggi potremmo definire “di transizione”. Un incarico del genere, in quei drammatici, bui e pericolosi momenti, pochi l'avrebbero assunto e pochissimi l'avrebbero portato a termine con l'entusiasmo, l'ardore, la determinazione, le capacità organizzative e l'energia che vi profuse il neo-sindaco. In questa occasione manifestò anche un altro pregio – oggi scomparso – cioè quello di intendere gli incarichi politici come un dovere che tutti abbiamo nei confronti della collettività e della Nazione. Questa impostazione era tanto sentita che, alla indizione delle regolari elezioni- nel 1946 - rinunciò a “correre” per la carica di primo cittadino proponendo, al posto suo, Gino Rossini, un collaboratore che meglio di ogni altro avrebbe potuto in modo competente continuare le iniziative che, nonostante l'alacrità e l'ardore dell'intera Giunta Comunale, non erano state portate a termine. Anche i giornali cominciarono a ritornare alla normalità giornali che, per molti anni ancor più della radio, furono l'unico elemento di informazione “libera” – si fa per dire – del paese. Il giornale più diffuso era il “Corriere della Sera” con il supplemento domenicale de “La Domenica del Corriere”; proprio su un numero di fine Giugno '45 del quotidiano fu pubblicata la notizia della formazione, dopo la caduta del 3° governo Bonomi, del nuovo governo presieduto da “un certo” Ferruccio Parri. La fotografia dello statista campeggiava in prima pagina. Solo allora la signora che lo ospitò si rese conto di chi aveva avuto l'onore di ospitare e a quali rischi aveva esposta se stessa e i familiari tutti. Se diamo per scontato che ogni favola ha un senso solo se ha una propria morale, direi che la morale della “nostra favola” può essere così sintetizzata: spesso si diventa “eroi” inconsciamente miscelando una abbondante dose d'incoscienza e di entusiasmo con una certa quantità di fatalità.
Lodovico Favalli Meroni
Cremona 1° Febbraio 2016

La casa in via Ferrario 3, in cui avvennero gli incontri clandestini di Parri.
Questa foto (come documenta il professor Favalli Meroni) ritrae l'ingresso dell'edificio su vicolo dietro la casa. Ora è irriconoscibile. Un tempo c'era una muraglia in cotto con una portina in ferro.
Sullo sfondo è visibile la cavallerizza allora in perfetta efficienza
e pertinenza della caserma da cui fuggirono molti nostri soldati l'otto
settembre in seguito all'assedio fatto dalle truppe della Wehrmacht che, con
carri armati, sparavano sull'ingresso della caserma da vicolo Ferrario.
Questo è il portone principale della casa dove più volte venne il compagno
Maurizio in via Ferrario 3 (allora Vicolo). Sullo sfondo è ben visibile l'ingresso della caserma Manfredini a proposito della quale racconterò un'altra imprudenza fatta da mia madre proprio l'8 settembre per salvare molti italiani che fuggivano.