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ECO-bacheca del 15 marzo

  15/03/2024

Di Redazione

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Società Filodrammatica: "Il timballo di nozze"

Appuntamento imperdibile per gli amanti della cultura e dello spettacolo di classe, raffinato ed intelligente, quello che la storica “Società Filodrammatica” sempre guidata dal presidente Giorgio Mantovani, con il patrocinio del Comune di Cremona e con la collaborazione di Cassapadana, presenterà il giorno 18 marzo 2024, alle ore 21.00. Si tratta de “Il timballo di nozze”, la storia dei Promessi Sposi raccontata dalle cuoche del banchetto nuziale di Renzo e Lucia. Con Francesca Cecala e Swewa Schneider, il testo e la regia sono di Chiara Bazzoli. Come tutti sanno nei “Promessi sposi”. celebre opera di Alessandro Manzoni, Renzo e Lucia alla fine si sposano. È forse meno noto che il pranzo di nozze viene offerto loro dal Marchese, erede di quel diavolaccio di Don Rodrigo, che, per la gioia di tutti, è morto di peste. Lo spettacolo racconta la storia degli sposi più famosi della letteratura italiana, rievocata da due cuoche. E' il giorno delle nozze e di mattina presto, nella cucina del palazzotto, la cuoca Emilia e la sua nuova assistente Cecilia sono alle prese con un menù straordinario: consommè verde con polpettine dal lesso e stufato di coppa di manzo, pernice in crosta di pane ripiena ai tartufi con cipolline arrosto, cappone ripieno allo spiedo con zucca saltata agli stigmi di zafferano, trota in gelatina su letto d'alloro al profumo di petrosello. Emilia, vecchia cuoca di Don Rodrigo che nella sua vita ne ha viste d'ogni, è aiutata nella preparazione di questo pranzo straordinario da Cecilia, l'idiota del paese, che il Marchese ha messo nella sua cucina con un atto di carità. Le due cuoche tritando, mischiando, rosolando, bagnando, tagliando, versando, con un dialogo che ha il fluire scomposto e vivace delle chiacchiere, cadenzato dalle esigenze del cucinare e dalle bizzarrie di Cecilia, incarnano i buoni e cattivi della storia, prendono le parti dell'uno o dell'altro, si infervorano e ci coinvolgono nella meravigliosa favola di Alessandro Manzoni.

La regista ha preferito rispettare il contesto dell'opera e avvicinarsi al Manzoni con riverenza, sapendo che la sua versione dei Promessi sposi; non poteva che essere la visione da una porta leggermente socchiusa di una stanza meravigliosamente affrescata. E quella porta socchiusa sono le due donne che rileggono la storia dei promessi sposi secondo il loro punto di vista, avvicinandosi e discostandosi dalla visione originale. Si potrebbe semplificare dicendo che Emilia, la cuoca, per età e storia personale, riflette il punto di vista e la lingua manzoniana, mentre Cecilia l'assistente, che parla in una non ben definita lingua lombarda, ha una visione più superficiale di ciò che è accaduto, facendosi ingenuamente impressionare dai fatti macroscopici. E nel raccontare le vicende di Renzo e Lucia le due donne svelano anche la loro storia e costruiscono il loro legame. Entrambe indossano un costume alla foggia del tempo e lavorano ad un tavolino come fosse un vero tavolo di lavoro o d'appoggio. La scena è nuda e la cucina in cui Emilia e Cecilia lavorano è resa visibile dalle parole e dai movimenti delle due donne. Il verismo del testo, in cui il dialogo fluisce in modo naturale, è contrastato dal movimento delle mani che rimane un po' stilizzato e dal movimento delle due donne nello spazio, che richiama quello di due ingranaggi di uno stesso meccanismo.

Lo spettacolo della durata di circa 60 minuti si innesta nella serie di poliedriche proposte che la “Società Filodrammatica” offre da sempre ad un pubblico attento ed esigente. Il Filo ha una storia antica ma, in questi anni, è sempre stato capace, anche grazie alla presidenza di Giorgio Mantovani e del suo nucleo di collaboratori, di offrire novità culturali di preminente interesse. Non fa eccezione questo spettacolo “manzoniano” che ha già riscosso notevole successo nella vicina Brescia. Disegno luci di Andrea Ghidini, costumi e oggetti di scena di Erica Moretti, consulenza musicale di Giorgio Tonelli, produzione “Compagnia piccolo canto” in collaborazione con “Teatro delle Ali di Breno”.

PS: Non tutti sanno che proprio nella piazzetta del TEATRO FILO, Alessandro Manzoni ha ambientato l'episodio del nobile Lodovico che si scontra e uccide il suo avversario e dove cade morto anche il suo fido servitore Cristoforo. Lodovico scappa e trova rifugio in un convento di Cappuccini, e lì pentitosi matura la decisione di farsi frate prendendo il nome di Fra' Cristoforo.

Un appuntamento davvero imperdibile. Per info: 334 8985081 - email filodrammatica@gmail.com

Dal Centro di ricerca Alfredo Galmozzi di Crema

Ecco i promemoria di due importanti Appuntamenti organizzati dal Centro Galmozzi.

Per informazioni: +39 0373 80 420 - email info@centrogalmozzi.it

Un evento alla Libreria del Convegno

Esposizione di Maria Assunta Karini, dal 16 marzo al 17 aprile 2024.

Orari di visita: lunedì: 16.30-19.30; da martedì a sabato: 9.30-12.30 e 16.30-19.30; domenica; 10.30-12.30 e 16.30-19.00.

Due parole sulle Barene.

Un arcipelago di ciuffi d'erba periodicamente sommerse dalle maree segnalate puntualmente da Punta della Salute. Novanta km quadrati di intrecci senza senso, di “ghebi” che si formano e si dissolvono, il loro suolo è argilloso, “suolo salso” -lo chiamano così- per l'elevata concentrazione di cloruri, dove cresce e sopravvive una vegetazione alofila, tenace vive su suoli salati.

Un prezioso velo di natura dai contorni improvvisi che limita l'impatto delle maree e del moto ondoso formando un sudario di acque espanse, ormai prive di vigore e forza distruttiva. E come le islas flotantes la loro vita dipende dalla mano dell'uomo che scava canali profondi, provoca moti ondosi spropositati con imbarcazioni a vapore e ne accelera l'erosione, la modifica, la scomparsa. Dimenticato ecosistema lagunare, preserva dalle correnti Venezia e tutte le sue isole. Al contrario delle velme, totalmente prive di vegetazione e che emergono solo in particolari condizioni di bassa marea, le barene sono baluardi coraggiosi sempre presenti, con piante di limoni profumati dalle infiorate essenze.

Barene, luoghi ruvidi, indispensabili eppur ignorati, lasciati vivere nella loro immensa solitudine. Silenziose trincee vegetali che sfidano il mare, che resistono alla sua forza, che salvano mondi umani senza alcuna ricompensa o tantomeno riconoscenza. Le barene sono un incitamento tacito, eppur struggentemente poetico a resistere a “tutto”, senza affondare, senza paure di alcun tipo. E al tempo stesso a creare ed essere una geometria di “resistenza” palpabile, visibile, artisticamente attiva.Le barene,laddove si manifestano nel loro essere vivi gangli proteiformi dimostrano –senza alcuna parola- il loro essere arte.

 

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