il giorno dopo…….

Si sarà ben compreso dai lunghi “precedenti” e dalle più recenti ouvertures tematiche che fanno della rivisitazione e della divulgazione storica della Resistenza e della Liberazione, praticamente, il maggior perno editoriale della nostra testata, una volontà di non finire la festa il giorno dopo.
Proseguiremo, anche in considerazione delle percezioni attorno ad una festa vissuta ed archiviata tutt'altro che bene, il confronto per il cui prosieguo attingeremo da un copioso e qualificato bacino di spunti, che traiamo dalla rassegna stampa e dalle lettere dei nostri lettori.
Il presente editing, in ogni caso, è praticamente monotematico, in quanto si limita all'esclusiva pubblicazione “Il movimento cremonese di Liberazione nel secondo Risorgimento - Saggio storico” di Emilio Zanoni”. Il cui approdo editoriale era stato preannunciato sei anni in fa a corollario del ricco impegno per una degna celebrazione del 25 aprile.
Nell'occasione avevamo premesso di pubblicare, non senza emozione e, se consentito, con un certo sentimento di appagamento per l'impegnativo lavoro e per la vastità della collaborazione, non solo il testo del saggio, ma anche notizie attorno al suo rinvenimento/ricerca, l'inquadramento storico ed i necessari contributi di presentazione di tutto il complesso percorso. Tra cui, anzi ad iniziare dalla prefazione di Giuseppe Azzoni, alla cui collaborazione dobbiamo l'esito di un'impresa tutt'altro che scontata.
Un contributo, questo, storiografico, che costituisce, ancorché formalmente inedito, una tappa miliare della corretta narrazione di quegli accadimenti.
Avrebbe dovuto avere gli onori dei tipi di stampa; ma non avvenne mai. E la ragione di ciò già costituirebbe materiale per un'appendice storica.
Ancorché, come osservato, inedito, il saggio di Zanoni ha costituito la base di riferimento (in alcuni casi, anche se in aderenza fattuale, con una certa disinvoltura) per ulteriori fecondi approfondimenti.
Abbiamo reso merito all'instancabile lavoro di ricerca di Azzoni se il testo è uscito dall'oblio fisico ed è diventata sostenibile l'idea della sua pubblicazione.
Congiuntamente, lo anticipiamo, alla pubblicazione di tutti gli atti che compongono il fascicolo depositato nell'Archivio della Provincia di Cremona.
La cui analisi, per l'importanza dei documenti in esso conservati, ha suscitato in corso di ricerca sorpresa ed emozione in chi scrive.
Per fornire una sintetica idea del valore documentale si dirà che presidente della Commissione Giudicatrice del concorso storico fu il prof. Alfredo Galetti, esimio accademico, e che per il suo espletamento ci si avvalse dell'interpello del Senatore Ferruccio Parri, già capo del Governo e a quel tempo fondatore e presidente dell'Istituto storico della Resistenza.
Da ultimo, riteniamo utile fornire qualche dettaglio sul supporto iconografico scelto per l'iniziativa editoriale. Trattasi del combinato grafico del francobollo con annullo speciale in occasione del 10° anniversario della Liberazione e della immagine della fontana immaginata come decoro monumentale della cittadella degli studi di Via Palestro. Nelle intenzioni dei realizzatori del moderno insediamento scolastico sorto (come ci ha ricordato Fabrizio Loffi) sulle rovine della preesistente Caserma Paolini, un portale didascalico, diretto a trasmettere un messaggio di percezioni e di consapevolezze, a beneficio delle giovani generazioni (baby war-enders e baby-boomers, si sarebbe detto più tardi). Perché nella cittadella degli studi e della diffusione del sapere maturassero ogni giorno coscienza dello snodo fondativo della Repubblica sorta dalla Liberazione.
Il degrado e la trascuratezza fisica, decretato probabilmente da scarsa informazione od inconsapevolezza, di quel portale farebbe ammainare qualsiasi entusiasmo di testimonianza e divulgazione.
Ma noi, soprattutto di fronte agli eventi drammatici in corso che impongono una forte coesione comunitaria, guardiamo al mezzo bicchiere, suscettibile di farci rivisitare quel ciclo storico e di far emergere alcuni dei particolari di permanente interesse e valore.
Il bellissimo bronzo, intitolato “Ai caduti per la libertà” uscì dalla sensibilità e dalle mani del celebre artista cremonese Dante Ruffini (incidentalmente cognato dello scultore Mario Coppetti) che lo realizzò nel 1963, poco prima della prematura scomparsa avvenuta l'anno successivo.
Dell'autore dell'epigrafe non possiamo, in assenza di verifiche dettagliate ed inoppugnabili, che azzardare. In zona operavano come docenti ed educatori i professori Gianfranco Taglietti e Mario Coppetti e come funzionario scolastico Emilio Zanoni. Nonché il professor Casella che era stato nel 1945 Provveditore agli Studi su nomina del CLN.
La formulazione rimanda al loro stile. Riteniamo fondamentale, nella consapevolezza di una celebrazione che nella migliore delle ipotesi sarà virtuale ( e, dio-non-voglia, potrebbe continuare ad essere funestata dalle contrapposizionI) riportare qui sotto:

Questa prefazione rende, infine, obbligatoria la segnalazione della riprovevole condizione del manufatto artistico, danneggiato (si è detto) da un nubifragio; avviato al restauro in un prestigioso laboratorio fuori provincia e, predestinato (negli auspici e nell'impegno degli aventi causa) ad occupare ilposto che gli spetta: il presidio dell'accesso, dal valore anche inconico, alla “cittadella degli studi”. Che rappresenta (soprattutto, idealmente)
Ai partecipanti (all'incontro conviviale di presentazione dell'edizione cartacea) e ai partners che l'avevano voluto e preconizzato (e soprattutto collocato in continuità non solo temporale ma principalmente concettuale nella sequenza della celebrazione dell'80mo anniversario della Liberazione), rivolgevo un sentito ringraziamento per questo gesto collettivo ed individuale di condivisione.
Rispetto ad una testimonianza i cui perni affondano sia nella volontà di fornire un fattivo contributo al calendario celebrativo sia di lasciare tracce concrete in quella che noi azzardiamo chiamare post-produzione.
Senza nulla togliere alle più apparenti modalità celebrative, riteniamo che lo sforzo che abbiamo portato avanti, che ha coinvolto molte risorse intellettuali e civili, che é approdato ad un risultato “palpabile”, come può essere “il cartaceo” della salvaguardia delle fonti documentali, per di più accompagnate ad un percorso ermeneutico di collocazione nei contesti, possa essere percepito come un servizio finalizzato all'ampliamento delle conoscenze storiche del nostro territorio.
Del che ringraziamo tutto il panel di organizzazioni e di apporti individuali che lo hanno consentito. A cominciare dall'editore Cremona Book, che è sceso in campo per questo progetto collettivo, fatto, si ripete di associazioni (partigiane in particolare), di sodalizi di prestigio (come la Società Filodrammatica, che è diventato da tempo un riferimento per l'approfondimento e la diffusione libraria), di singole individualità intellettuali, come il Direttore Gualandris, che pur prescindendo dal ruolo di guida del quotidiano locale, si rivela da tempo una risorsa per una mission condivisa in tale campo.
Avrei dovuto anticiparlo, nelle prime battute. Lo dico adesso: la funzione di buttafuori di questi eventi, in cui operano congiuntamente Associazione Zanoni ed Eco del Popolo, è sempre spettato a Clara Rossini. Soprattutto sarebbe spettato a lei in questa evenienza, in considerazione, oltre che del ruolo di riferimento della nostra rappresentanza, anche della circostanza che suo padre Gino, primo Sindaco elettivo di Cremona, ebbe, insieme all'avvocato Calatroni e a Coppetti, un ruolo significativo nelle vicende così ben descritte nel saggio di Zanoni. Ovviamente insieme all'avvocato Miglioli ed all'indimenticabile Vescovo Giovanni Cazzani; cui va riconosciuto il merito di una moral suasion che ottant'anni fa impedì una non imprevedibile tragedia, che si sarebbe assommata a quella immane di una lunga guerra e di una disumana repressione.
Clara, da un anno a questa parte, non ha potuto partecipare, per ragioni di temporanei problemi di salute. Le auguriamo di riprendersi al più presto. In modo da poter riprendere insieme la nostra attività.
La consapevolezza che questo progetto di focalizzazione di un segmento storico cruciale potesse essere utile anche nei contesti attuali è dimostrata dalla percezione che il combinato di antifascismo, Resistenza, Repubblica, Costituzione non è mai per sempre. Il 2024 è stato l'anno del Centenario di Matteotti, celebrato, se è permesso dire così, “grandiosamente”; per iniziativa di programmazione delle associazioni culturali e delle Istituzioni, ma anche per iniziativa autonoma del territorio.
Anche l'80mo della Liberazione è partito bene. Anche se l'appello alla “sobrietà” aveva fatto temere qualche tentativo di ritagliarne la spinta.
In qualche modo, si può azzardare che la mission celebrativa, per quanto presente nelle consapevolezze, ebbe in passato declinazioni articolate. Ne è dimostrazione il percorso di questo Saggio Storico, immaginato a fine 1953 come innesco di un significativo calendario di iniziative per il 10mo anniversario della Liberazione (1955).
Lo sto scrivendo nel corredo documentale laterale all'edizione, che, dopo questa “cartacea”, sarà in forma digitale postata su www Eco del Popolo.
La “squadra” messa in campo per la ricorrenza contava sull'apporto dell'Istituto della storia contemporanea presieduto da Parri (il quale ebbe un'intensa frequentazione nella Resistenza Cremonese), la Presidenza della Cariplo nella persona del suo Presidente Dellamore, il professor Alfredo Galletti esimio accademico, che fu presidente della Commissione Giudicatrice.
Concludo: Sabino Cassese, uno dei massimi costituzionalisti (teorico divulgativi, ma anche per il suo curriculum di civil servant, pratici) nel dedicato editoriale odierno di Corsera affermava: 2 giugno, tre volte festa. Per ricordare, appunto, con commossa ammirazione (ed, aggiungiamo noi, con esortazione alla permanente attualizzazione) per la Repubblica, la Democrazia, la Costituzione.
Che ci sia bisogno di questo rinnovato impegno resistenziale è dimostrato dalla persistenza di una generale clima “scettico” e revisionista. I cui “picchi” ogni tanto rimbalzano anche nel nostro territorio, considerato che in un importante Comune della nostra Provincia un Sindaco si è opposto sia alla revoca della straordinaria cittadinanza a Mussolini sia alla posa di una “pietra” d'inciampo a ricordo (e a monito permanente) dei 500 reclusi nelle carceri locali destinati ai “campi”.
Per concludere (ottimisticamente) questo proemio. Un anno fa facemmo il vernissage dell'edizione “cartacea” prodotta da Cremona Book (circa 400 copie, quasi esaurite, con una piccola giacenza che aspetta nella prestigiosa location del Palazzo dell'Arte gli ultimi appassionati di storia e di libri).
Oggi, qui, facciamo la punzonatura della versione digitale. Che renderà totalmente e gratuitamente accessibile la lettura del Saggio.


PREFAZIONE ED ESEGESI
UN FORTE “SAGGIO STORICO”, PER ONORARE IL 75° DELLA LIBERAZIONE ED IL 25° DELLA SCOMPARSA DI EMILIO ZANONI
di Giuseppe Azzoni
(Xilografia di Graziano Bertoldi)
La pubblicazione (on line) de “Il movimento cremonese di Liberazione nel secondo Risorgimento - Saggio storico” di Emilio Zanoni, è un modo forte ed appropriato per rendere memoria di queste due ricorrenze. Zanoni lo aveva scritto nel 1955 corrispondendo ad una iniziativa dell'allora Presidente della Provincia, Giuseppe Ghisalberti, volta a promuovere studi e ricerche nel 10° anniversario della Liberazione.
Il saggio, un dattiloscritto di 407 cartelle, rimase inedito e sconosciuto. Occasione della sua riscoperta fu, nel 2014, il ritrovamento in uno stipo del Comune di un certo quantitativo di documenti e carte dell'ex Sindaco Zanoni, che al Comune di Cremona aveva lasciato i suoi beni. Queste carte sono ora depositate nel nostro Archivio di Stato, tra esse vi è uno dei dattiloscritti originali del saggio. Subito dopo il ritrovamento Enrico Vidali, per l'Associazione “Emilio Zanoni”, ricostruì, con una ricerca negli archivi della Provincia, tutta la vicenda della iniziativa del Presidente Ghisalberti e dei suoi esiti. Egli stesso ne dà conto in queste pagine.
Nel 1955 non era ancora stata pubblicata alcuna opera organica sulla Resistenza cremonese. Il saggio di Zanoni costituiva per molti aspetti una fonte. Esso senza dubbio fu visto come tale dallo storico Armando Parlato in occasione della pubblicazione del suo “La Resistenza cremonese”, un testo basilare in materia. Vi si riconoscono alcuni passaggi importanti vissuti da Zanoni e ricordati in questo saggio, Parlato appone ad uno di questi passaggi una nota: “dattiloscritto anonimo (ma di Emilio Zanoni)”, per il resto cita più volte Zanoni in quanto tra i protagonisti all'epoca di fatti riportati.
Quando il saggio fu “riscoperto”, Angelo Locatelli gli dedicò una intera pagina su “Mondo Padano” del 21 marzo 2014.
Nello stesso anno il sottoscritto trasse dal testo originale un “compendio” destinato al sito web dell'ANPI di Cremona.
Ora “l'Eco del popolo” rende finalmente disponibile quel testo nella sua versione integrale. Rende così meritoriamente memoria ad ambedue le ricorrenze citate all'inizio.
La ricorrenza che ricorda la persona di Emilio Zanoni a 25 anni dalla morte è onorata proprio considerando come il suo pensiero, la sua etica, i suoi ideali, momenti così centrali della sua vita ci sono restituiti da queste pagine. Ed il suo stile. A chi l'ha conosciuto vien da dire … “è proprio lui”..., o gli viene da riconoscerlo anche se non ha visto il nome dell'autore del saggio...
Il modo conseguente ed ordinato con cui sgrana le vicende, il filo pedagogicamente insistito ed ininterrotto che lega la rivoluzione francese al Risorgimento al sorgere del movimento operaio all'antifascismo alla Resistenza alla democrazia... Quindi richiami e citazioni assolutamente suoi propri, le invettive e le apologie, la lama sottile dell'ironia ovvero il colpo di scure.
L'impressione è quella di un testo che ha il sapore del classico. Magari con alcuni passaggi obbligatoriamente “datati” o con qualche singolo giudizio ora considerato non più “storicamente corretto” ma ben solido nell'impianto e nella narrazione veritiera. Ricco di notizie su cose e persone non reperibili altrove in quanto vissute personalmente dall'autore. Denso di sentimenti. Non per niente, vale ricordare che Zanoni era stato membro del CLN provinciale.
Altrettanto valido è l'omaggio che i contenuti di questo saggio rendono al 75° della Liberazione. Il lettore può ritrovarvi vicende e protagonisti di quanto avvenne nella nostra provincia in quegli anni.
Valga ad indicarne in sintesi la sostanza la sequenza che di seguito delineo usando alcuni dei titoli e capoversi che Zanoni appone ai vari capitoli del suo saggio.
“Dal primo al secondo Risorgimento nazionale” … “Il popolo cremonese verso la democrazia politica” … “Concordia discors del movimento socialista e di quello cattolico cremonese” … “Il fascismo antitesi aberrante di una società moderna” … “Cose e uomini del “ducato” fascista di Cremona” … “La guerra viene la guerra verrà (la voce della radio gracchia sulle piazze)” … “Il 25 luglio … i 45 giorni di Badoglio … l'otto settembre 1943 a Cremona” … “La repubblichetta fascista” … “Il Comitato di Liberazione” … “Ieri nelle prime ore del mattino è stato passato per le armi...” … “Genesi e forma del movimento cremonese di Liberazione” … “La città sotterranea” … “Il crollo del fascismo in città. Cremona è libera!”
La sequenza davvero esime da ulteriori commenti.

EMILIO ZANONI
IL MOVIMENTO CREMONESE DI LIBERAZIONE NEL SECONDO RISORGIMENTO
SAGGIO STORICO
Senza autorizzazione è vietato riprodurre questo volume, anche parzialmente e con qualsiasi mezzo compresa la fotocopia per uso interno o didattico Chi desidera ricevere informazioni sui volumi pubblicati può rivolgersi direttamente all'editore
Prefazione
In occasione dell'ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo, il concorso di diverse volontà permette di porre a disposizione dei lettori, soprattutto di Cremona e provincia, per la prima volta un testo di notevole rilevanza. In rete, grazie all'impegno de “L'Eco del popolo”, viene pubblicata l'edizione integrale (dopo una meritoria edizione parziale a cura di Giuseppe Azzoni dieci anni fa) e su carta, per le edizioni Cremonabooks, l'edizione quasi integrale di un'opera di Emilio Zanoni (1914-1995). Zanoni, Senatore della Repubblica dal 1958 al 1963 e popolare Sindaco di Cremona dal 1970 al 1980, scrisse quest'opera nel 1955, in occasione del decimo anniversario della Liberazione. Aveva allora una quarantina d'anni ed una trentina quando era stato tra i protagonisti dell'Antifascismo e della Resistenza a Cremona e Provincia. Questo lavoro risente, fin dal linguaggio, della preparazione giuridica, letteraria e politica di Zanoni all'Università di Pavia, luogo di formazione umana e politica per molti giovani cremonesi fin dal Risorgimento. Tutti coloro che hanno conosciuto Zanoni sanno che a Pavia l'immersione del giovane studente nei testi ottocenteschi di letteratura, politica e giurisprudenza aveva formato per sempre il suo linguaggio, il suo modo di parlare, di esprimersi, insieme antiquato ed efficace.
Anche in questo testo troviamo espressioni assolutamente oggi obsolete, anche se italianissime anto per citarne alcune: “fiso”, “esulare”, “forre”, “pei”, “resipiscenti”, “aire”, “epa”, “rubesti”,” saccardi”). Il testo è comunque assai leggibile dal punto di vista della lingua: queste espressioni creano solo una patina di antico in un testo di notevole modernità, i cui contenuti soprattutto meriterebbero grande attenzione ed attenta riflessione. La ricerca storica da allora è proseguita molto e guai a non tenerne conto; ma questo scritto mantiene intatti validità ed interesse, anzitutto per le informazioni “di prima mano” che l'Autore, protagonista in tante occasioni, ci dà relativamente alla storia di Cremona e della Provincia, dall'avvento del Fascismo in poi; pure, però, per le valutazioni di carattere generali su Fascismo e Resistenza.
Zanoni parte dalla considerazione che, per capirla davvero, la Resistenza, occorre collocarla in un quadro di avvenimenti che vengono da molto lontano. Egli infatti sottolinea continuamente
il legame tra Resistenza e Risorgimento, secondo una convinzione diffusa soprattutto nel mondo azionista e socialista. Sottolinea altresì il legame della Resistenza con l'Antifascismo precedente al Ventennio, seppure con evidenti aggiornamenti ad una diversa realtà sociale e politica. Sottolinea anche che la Resistenza cremonese non può essere vista se non all'interno del movimento nazionale di lotta armata contro il Nazifascismo e ricorda che anche dopo il 25 Aprile in molti casi i partigiani
Cremonesi, pur potendo starsene “con le mani in mano” a veder passare i tedeschi in fuga, cercarono di ridurre il più possibile il potenziale bellico dei fuggiaschi per ragioni non territoriali ma nazionali. Per Zanoni il Fascismo è stato un ritorno al passato, a prima di Mazzini e Garibaldi, è forza antistorica ed antinazionale, perché ha bloccato lo sviluppo in senso sociale e democratico della Nazione. Il confronto tra Risorgimento e Resistenza percorre l'intero scritto di Zanoni. Ovviamente, la Resistenza porta delle novità e Zanoni tenta una analisi complessiva, una sistemazione teorica, di quanto avvenuto pochi anni prima. Per lui caratteristiche della Resistenza sono: 1) lotta organizzata; 2) unitaria; 3) nazionale; 4) variegata; 5) convinzione di lavorare insieme anche dopo la fine della dittatura per sempre più democrazia. Zanoni ne fa anche una questione di classe, nel senso anzitutto che vi era una forte aspirazione all'innovazione sociale un po' in tutte le forze della Resistenza, anche in quelle più moderate; certo con tante sfumature e tante differenze, ma l'esigenza di un cambiamento sociale, di una maggiore giustizia sociale era estremamente diffusa. Nel senso poi che, pure con eccezioni, erano più diffusi tra i ceti più poveri la solidarietà, l'impegno al sacrificio e l'opposizione al sistema di dominio, mentre vi era tra i ricchi e benestanti più individualismo e più egoismo, quindi meno disponibilità a rischiare nella lotta.
Comprensibilmente, visto che i primi nulla avevano da perdere, mentre i secondi erano legati a proprietà, averi e ricchezze. Per questo Zanoni elogia tra i secondi coloro che costituirono delle eccezioni: alcuni ricchi professionisti, anche alcuni proprietari terrieri e certi industriali. Eccezioni, però.
Zanoni vuole raccontare, sinteticamente, la storia di Cremona dalla presa di potere del Fascismo. Riprende, quindi, dalla descrizione del Ventennio. La città, apparentemente “fascistissima”, dove Farinacci sembrava dominare in maniera assoluta, nel profondo e in silenzio, secondo Zanoni, manteneva una sostanziale fedeltà agli ideali democratici. Gruppi organizzati rimasero in clandestinità, ma sempre presenti; e questo si poteva notare ai funerali, alle celebrazioni clandestine del primo maggio, ai volantinaggi qua e là presenti nel corso degli anni. Soprattutto i comunisti, dice Zanoni citando Rosolino Ferragni, condannato nel 1928 a 16 anni e quattro mesi di carcere, erano attivi nel mantenere una rete clandestina: si riunivano in locali pubblici, a porta Po e porta Venezia; i “fenicotteri” (così venivano chiamati i corrieri che trasportavano materiale clandestino) collegavano i vari gruppi con Milano. Purtroppo, delazioni, infiltrati dell'Ovra (la Polizia segreta fascista), ingenuità, provocarono nel corso degli anni arresti, condanne al confino, dispersione dei gruppi di militanti antifascisti. Piccoli gruppi, però, soprattutto di azionisti e comunisti, rimasero sempre attivi. Alcuni giovani cremonesi, studenti dell'università di Pavia (dove forte era la presenza antifascista), diventeranno poi protagonisti della Resistenza, tra cui lo stesso Zanoni.
Zanoni si sofferma poi sul 25 luglio del 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò il Duce ed il Re lo fece arrestare.
Il “colpo di Stato monarchico”, così lo chiama Zanoni, fu promosso dalle stesse forze che nel 1922 avevano sostenuto il Fascismo ed ora, a causa dell'andamento della guerra e del malcontento popolare, cercavano di accreditarsi davanti agli italiani ed al mondo libero distinguendo le proprie responsabilità da chi fino ad un momento prima avevano osannato. Zanoni è assai severo: “la Corona, la burocrazia, l'alta banca, il grande capitale.
C'era qualcosa di sporco nel fatto che i complici di lunga data buttassero a mare i più compromessi per rifarsi una verginità di seconda mano”. Però, secondo Zanoni, occorre vedere anche il rovescio della medaglia: il “colpo di Stato monarchico” socchiuse le porte alle forze popolari e democratiche. In maniera parziale e limitata, è vero. Con molti divieti. Ma i partiti antifascisti approfittarono dei 45 giorni del governo Badoglio per emergere alla luce del sole e rafforzarsi. Il giudizio sul governo Badoglio resta comunque assai negativo: solo nella repressione degli antifascisti funzionò, seppure solo in parte; non nel bloccare i tedeschi e smantellare definitivamente la dittatura.
A Cremona il 25 luglio venne vissuto all'inizio con grande sorpresa e poi con gioia ed entusiasmo, per la convinzione che la guerra fosse finita ed il Fascismo definitivamente caduto. Zanoni descrive la città della notte del 25 luglio, a causa anche dell'oscuramento integrale per paura dei bombardamenti, come “un ammasso oscuro di ombre ed un incerto formicaio di uomini e di speranze”. La mattina del 26 luglio, quando le notizie dell'arresto del Duce e di un nuovo governo sono confermate, è una mattina di festa, “di spensierata allegria”. Alcuni gruppi penetrano negli edifici pubblici e nei palazzi del potere fascista: i simboli fascisti ed i ritratti di Mussolini vengono buttati per strada e fatti a pezzi. Per le vie cittadine si forma quasi spontaneamente un corteo che, al canto di “Fratelli d'Italia” e con in testa la bandiera tricolore, attraversa la città imbandierata. Vengono affissi i primi manifesti inneggianti alla libertà riconquistata.
Pochi “tafferugli di lieve entità”: a Cremona, nonostante tutto, non vi furono rappresaglie nei confronti dei fascisti. Fu dopo l'8 settembre e con la Repubblica di Salò che l'odio crebbe. Il 26 luglio si tenne un comizio in piazza del Duomo, interrotto però dai militari. Ben presto gli antifascisti si resero conto che il regime in cui si trovavano era di semi legalità, non di democrazia. I partiti, però, si riorganizzarono egualmente. Si formò un Comitato Antifascista, il cui ruolo fu sempre assai limitato.
A comandare davvero fu il Comando Militare della piazza di Cremona, diretto dal generale Giacomo Florio, un uomo, dice Zanoni, “senza iniziative e senza mordente”.
Sicuramente è l'8 settembre del 1943, per Zanoni ma anche per la più parte degli storici, il momento del decisivo cambiamento: “il significato dell'otto settembre sta, profondamente, in questa antitesi fra il vecchio ed il nuovo mondo che sorge “da un canto la vecchia società italiana, con le sue sovrastrutture fasciste e statali rimaste anche nei 45 giorni, dall'altro le forze di rinnovamento della nazione”. Da un lato è una data infausta per il crollo o l'inadeguatezza delle vecchie istituzioni (Monarchia, Esercito ecc.); dall'altro è l'inizio di un lungo cammino verso la democrazia. Cremona è una delle poche città italiane in cui i militari residenti nelle caserme cittadine si oppongono in armi all'occupazione tedesca. Alcuni civili li sostengono ed alla fine vi sono 31 morti italiani ed un numero imprecisato di tedeschi.
Dallo sfacelo dell'8 settembre nasce la “repubblichetta” di Salò o “repubblichina” (così da subito il popolo la definì), asservita ai tedeschi. Una repubblica da operetta, aggiunge subito Zanoni.
I cremonesi che vi aderirono lo fecero o perché burocrati (nel senso che volevano prendere uno stipendio per vivere meglio di altri) o per fanatismo. A parte pochi grandi gerarchi che continuarono a ricavare ricchi profitti. Secondo Zanoni la “gran massa del popolo cremonese” fu antifascista non solo per odio alla guerra, ai tedeschi ed alla tirannia, per sdegno o virtù; ma perché “anelava a ricostituirsi in democrazia”. La repubblichina ha la stabilità dei castelli di sabbia. Zanoni è durissimo nei confronti di chi aderisce: “pochi deboli di mente”, “tarati o fanatici”, “mascalzoni”, “ghigne sinistre”, “sbarbatelli precocemente sfuggiti ai patrii riformatori”, “per innata viltà”, “masnada di avventurieri”, “belve”, “lanzichenecchi della Decima Mas” e così via. Le donne, le cosiddette “ausiliarie”, sono degne di loro: “rifiuti della nazione”! Questo il popolo pensava. Ed infatti, dopo anni di chiuso conformismo e di obbedienza cieca, la gerarchia si vide di fronte all'inosservanza “assoluta e glaciale” delle sue ordinanze, soprattutto quelle che reclutavano i giovani per l'esercito filotedesco. L'esercito repubblichino si stava infatti ricostituendo in Germania: alcune decine di migliaia dei circa seicentomila militari italiani catturati dopo l'8 settembre aderirono; la stragrande maggioranza disse di no, con grande coraggio ed al prezzo di gravi privazioni. Non solo: intere compagnie della “Monterosa”, la principale Divisione dell'esercito repubblichino, passarono poi, giunte in Italia, con i partigiani. La repubblichina, ricorda Zanoni, si dotò anche di un finto “socialisteggiare”, di una finta democrazia, di un finto rifarsi alle origini diciannoviste o al passato risorgimentale, mazziniano e garibaldino. Farinacci in realtà, lo si sa da tante fonti, era poco convinto della “politica sociale” adottata ufficialmente dalla Repubblica (che lui avrebbe voluto chiamare “fascista” e non “sociale”).
Per lui non aveva senso la lotta ai capitalisti, per quanto “traditori”, in quel momento e non tutti. Gli operai dovevano fare il loro lavoro, i contadini pure, i capi comandare... Farinacci auspica uno Stato in cui la gerarchia sia tutto, leale con i tedeschi, in cui i privilegi dei gerarchi siano rispettati. Secondo Zanoni “il fascismo repubblichino resta un fenomeno estraneo alla comunità nazionale”.
La Resistenza vera e propria costituisce la parte fondamentale del lavoro di Zanoni. Primo problema è definire la Resistenza: solo movimento di liberazione nazionale dallo straniero e dalla dittatura o anche rivoluzione? Per Zanoni la Resistenza fu soprattutto rivoluzione, ma una rivoluzione democratica. Una rivoluzione che iniziò tra la fine di settembre ed i primi di ottobre del 1943, nel centro-nord essenzialmente. La Resistenza fu il “popolo in armi”: anche in questa definizione si vede la convinzione che ci fosse una reale continuità rispetto al primo Risorgimento. Il vero governo della Resistenza non fu quello del re e di Badoglio, ma quello del CLN, del Comitato appunto formato dai partiti rappresentativi del popolo. A Cremona il Comitato Antifascista, costituitosi dopo il 25 luglio e disperso dal ritorno dei fascisti, venne sostituito dal Comitato di Liberazione, espressione locale del Comitato nazionale. Zanoni fece parte, in rappresentanza dei socialisti (allora PSIUP) del Comitato cremonese, cui facevano riferimento i tanti CLN comunali della Provincia, ininterrottamente dall'autunno del 1944 fino alla Liberazione.
L'attività partigiana in una realtà di pianura o di città era molto diversa rispetto a quella che poteva svolgersi in montagna. Però, sostiene Zanoni, come in montagna anche in città ed in pianura fu molto presente e sostenuta convintamente da gran parte della popolazione. Zanoni insiste molto sul concetto del “sostegno popolare”: a differenza del Risorgimento, quando il “popolo minuto” e soprattutto i contadini furono indifferenti, o in certi casi anche ostili ai patrioti, con la Resistenza la partecipazione fu corale. Per questo anche lui, come del resto tanti altri partigiani che ho conosciuto, fu assai contrario all'uso dell'espressione “guerra civile”, legittimata poi dagli studi di un grande storico, pure lui partigiano, Claudio Pavone. Ovviamente, dipende da che cosa si intende! Pavone usa l'espressione addirittura per esaltare l'eticità della guerra partigiana. Zanoni definisce invece chi sostiene la tesi della guerra civile “alleato dei fascisti”, perché chi allora la sosteneva (e forse alcuni anche oggi) intendeva mettere le due parti sullo stesso piano, con torti e ragioni più o meno uguali. Invece si è trattato di una “sacra guerra” della stragrande maggioranza del popolo italiano contro l'invasore e i suoi servi e per una democrazia vera.
I partigiani sono “l'esercito dell'Italia democratica”, secondo Zanoni, abbastanza consapevoli della scelta che compivano (non sceglievano, cioè, quasi a caso, perché comunque bisognava stare “o di qua o di là”). La repubblichina di Salò (come in Europa tutti i governi collaborazionisti) è nata ad opera dei tedeschi e per difendere i privilegi della casta fascista, senza nessuna dignità istituzionale. Nè morale: i repubblichini erano fanatici o “pagnottisti”, arroganti e violenti (spesso i più violenti erano non Cremonesi ma provenienti dalle regioni del centro-sud Italia già liberate dagli Alleati). Insaziabili: grandi quantità di viveri, di buona qualità, erano riservati ai militi fascisti ed ai tedeschi mentre il tenore di vita dei cremonesi calava ogni giorno. Manovrieri: Farinacci cercò, appoggiando e stampando la rivista “Crociata Italica” di don Tullio Calcagno, di crearsi una base di consenso nel mondo cattolico più reazionario, favorendo un ero e proprio scisma nella Chiesa. Nessuna somiglianza, quindi, fra le due “parti”, nessuna equivalenza. Zanoni, poi, passa a parlare con cognizione di causa della “città sotterranea”, della rete clandestina che si sviluppa a Cremona e in Provincia. Da gennaio a maggio del 1944 si rafforzano i partiti antifascisti, cresce il reclutamento militare fra i partigiani, si organizza il consenso popolare.
Zanoni sostiene la piena legittimità delle azioni partigiane, anche quelle apparentemente più contestabili: bisognava “incutere terrore agli oppressori, alla guerra totale proclamata dai nazifascisti i patrioti non potevano che rispondere con la guerra totale del popolo, condotta senza esclusione di forme e di colpi”. Ma la differenza morale era enorme: Zanoni cita tanti casi di violenza gratuita da parte dei fascisti, casi che ancora oggi fanno sanguinare il cuore delle persone oneste. Quello di Luigi Ruggeri, il partigiano “Carmen”, giovane sottufficiale della Guardia di Finanza, catturato per una delazione. Portato a Villa Merli, interrogato e torturato, non parla; i partigiani catturano due militi fascisti per scambiarli con lui, ma nonostante questo viene torturato e ucciso, mentre i partigiani ai due militi non torcono un capello. Quello di Sergio Murdaca, studente dell'Istituto Tecnico “Ala Ponzone” di Cremona: catturato dai fascisti, viene mutilato di un occhio, evirato, finito a colpi di moschetto sulla testa e poi bruciato tra le fiamme del cascinale dove si era rifugiato.
I giovani cremonesi barbaramente trucidati ed evirati al Col del Lys. Zanoni cita tanti altri casi simili di violenze da parte dei fascisti. I partigiani non si sono mai comportati così! Furono moltissimi i caduti Cremonesi fra i partigiani, sia nel territorio della Provincia di Cremona che, soprattutto, in montagna: in Val di Susa, sull'Appennino piacentino-parmense ma anche in tanti altri luoghi in cui per le vicende della vita si trovarono ad essere.
Alcuni addirittura si unirono ai partigiani slavi in Jugoslavia o al maquis in Francia o in zone del Nord Italia assai lontane da Cremona.
Non possiamo certo seguire le vicende di questi eroici ragazzi, ma ognuno di loro meriterebbe un racconto.
Zanoni parla anche, manifestando tutta la sofferenza dei Cremonesi del tempo, dei bombardamenti da parte degli Alleati, bombardamenti la cui responsabilità non può che essere attribuita alla guerra fascista. Il 2 maggio del 1944, una mattinata di domenica, centinaia e centinaia di bombardieri alleati passano sopra Cremona ed i paesi vicini diretti verso l'Austria e la Germania. Tremano i vetri delle case e la paura è grande. E' però anche una dimostrazione di potenza che rincuora gli antifascisti.
Il mese dopo, il 4 giugno c' è la Liberazione di Roma e subito dopo l'apertura del fronte in Normandia. A Cremona i fascisti proclamano tre giorni di lutto per la caduta di Roma “in mano ai barbari”, con la sospensione dei pochi spettacoli ed eventi sportivi che ancora si tenevano.
I Bollettini di guerra fascista definiscono “fluida” la situazione: un modo per mascherare le sconfitte! Il 14 giugno vengono bombardate piazza Castello e le case oltre il passaggio a livello di via Milano. Poche vittime, ma il 10 luglio vi sono più di 100 morti e 200 feriti nel bombardamento della Stazione ferroviaria e piazza Risorgimento. Pochi giorni dopo il ponte di ferro sul Po viene semidistrutto e quasi tutti i ponti sull' Adda, l'Oglio, il Serio vengono bombardati. La provincia di Cremona, che è circondata da fiumi, risulta isolata. Nel tardo autunno però i fascisti rialzano la testa, anche a causa del cosiddetto “proclama Alexander”, in cui il comandante inglese invitava i partigiani a cessare per l'inverno le attività più pericolose.
Fascisti e tedeschi ne approfittano per riorganizzarsi e intanto continua la propalazione di false notizie su nuove mirabolanti armi segrete di Hitler. Il mese di dicembre 1944 è paradossalmente il mese in cui i fascisti più fanatici credono maggiormente nella vittoria! Comunque, anche nei mesi più difficili dell'inverno tra il 1944 e il ‘45 (i mesi dei grandi rastrellamenti nazifascisti in montagna e lungo le direttrici principali) la guerra partigiana continua e gruppi partigiani sono sempre in azione.
Zanoni infine dedica una buona parte della sua narrazione al periodo dell'insurrezione. Più preparati sono, a suo parere, i gruppi partigiani di provincia, provenienti in gran parte dal mondo contadino, rispetto a quelli di città più eterogenei (salvo i gruppi operai, perché grande fu il ruolo delle lotte operaie e degli scioperi del Marzo del ‘43 e del Marzo del ‘44). Lontani e ancora impegnati nella guerriglia i partigiani di montagna, la lotta insurrezionale è sostenuta per un certo periodo quasi esclusivamente dai gruppi di città e campagna. La struttura militare è quella classica. Vi era la Divisione. Poi la Brigata, composta da circa 300 uomini; ogni Brigata è formata da due Battaglioni, un Battaglione da più Distaccamenti, ogni Distaccamento da due o più Squadre.
Ogni comandante è affiancato da un Commissario Politico, che cerca di dare un indirizzo il più preciso possibile. Il nome viene scelto, in genere nei giorni dell'insurrezione o anche dopo, fra i caduti più prestigiosi. Le Brigate Garibaldi operanti a Cremona e Provincia, in prevalenza formate da partigiani comunisti, erano riunite in Raggruppamento (280° Raggruppamento “Ferruccio Ghinaglia”, Comandante il milanese Ettore Grassi, Commissario Guido Percudani). Il Raggruppamento conta quattro Brigate: 1) la “Follo”, operante nel Cremasco e nel Soresinese; 2) la “Cerioli”, organizzata nella zona da Cremona a Ostiano; 3) la “Carmen Ruggeri”, nella zona del Casalasco inferiore; 4) la “Ghidetti”, Brigata Sap di Cremona città. L'armamento è buono ormai, recuperato negli ultimi mesi dal disarmo di tanti militi fascisti e dalle armi di molte caserme degli ex-carabinieri. Nella fase insurrezionale, la situazione permette di armare quasi tutti partigiani. Le Brigate “Matteotti”, socialiste, erano tre, più alcuni Battaglioni autonomi (a Crema, a Stagno Lombardo ed a Spineda). Secondo il “Diario storico delle Matteotti”, al 12 agosto 1944 i “matteottini” nella zona centrale della provincia erano 320. Le “Fiamme Verdi”, che in genere organizzavano partigiani cattolici, pure comprendevano tre Brigate: 1) la “B. Zelioli”, operante nella zona di Olmeneta e Cremona; 2) la “Zambelli”, nella zona ovest della provincia; 3) la “A. Boccoli”, per la zona est della provincia. Più attiva e forte era quella ad est. In più vi erano gruppi autonomi nel Cremasco. Le “Fiamme Verdi”, inoltre, erano molto attive nel servizio di informazioni, preziose per il Corpo Volontari della Libertà. Vi erano poi la Brigata “Rosselli”, di “Giustizia e Libertà”, del Partito d'Azione, soprattutto attiva in città a Cremona. Comandante era il poco conosciuto veterinario cremonese Lionello Miglioli e comprendeva 171 partigiani e 306 patrioti. Anche il “Fronte della gioventù”, organizzazione unitaria, anche se a prevalenza comunista, della gioventù antifascista, aveva organizzato la sua Brigata, la “Eugenio Curiel”, che diede prova di valore e sacrificio nei giorni dell'insurrezione. Questo riusciva a mettere in campo il CLN cremo-
nese! I fascisti sottovalutarono sempre la forza dei partigiani in città e provincia di Cremona. Ed anche noi, forse.
Ho riportato nei dettagli l'elenco che fa Zanoni per mostrare, anzitutto, la forza della Resistenza a Cremona e Provincia. Non a caso Cremona si libera da sola e quando arrivano i soldati Alleati la città è in mano ai partigiani! E poi ho citato l'elenco per dimostrare come la Resistenza, qui come altrove, non fosse prevalentemente formata da comunisti ed azionisti, con l'aggiunta di un po' di socialisti. Ruolo decisivo lo giocò la componente cattolica, per la cui funzione anche militare Zanoni mostra sempre un grande rispetto. Per di più, le divisioni politiche non erano così nette come oggi siamo portati a credere: vi erano cattolici nelle Brigate comuniste, azioniste o socialiste e viceversa.
La consapevolezza della sconfitta si fece strada in città fra i fascisti anche più ottusi nel pomeriggio del 22 Aprile, quando cominciarono ad arrivare in Cremona da oltre Po fascisti fuggiaschi, a piedi o in bicicletta. Zanoni li descrive come animali: “deposta dal volto l'usata minaccia entravano negli esercizi pubblici a calmare l'arsura della strozza da cui raucamente non uscivano che bestemmie e imprecazioni all'indirizzo dei capi paurosi e traditori”. Il pomeriggio del 23 Aprile, alle 17, il CLN provinciale si riunì e praticamente rimase riunito in permanenza da allora. Del CLN, vista l'ingente mole di lavoro, facevano parte ormai due rappresentanti per partito e non uno solo, come fino ad allora era stato (Zanoni, prima solo socialista, poi fu uno dei due). Le prime decisioni sono organizzative: la fascia tricolore al braccio per i patrioti come segno di riconoscimento; occupare anzitutto gli edifici pubblici; liberare i prigionieri politici; giudicare in fretta i fascisti particolarmente colpevoli. Il 24 la situazione è ancora abbastanza tranquilla. In piazza Sant'Agata, di fronte a palazzo Trecchi, i tedeschi avevano messo quattro mortai, due verso corso Campi due verso San Luca. Molti cittadini temevano estreme vendette sulla città. I fascisti invece, secondo Zanoni vigliacchi, se la stavano squagliando o cambiavano casacca. Fuggivano verso le montagne bresciane e i tedeschi si disinteressavano di loro. Il 25 Aprile Guido Miglioli, illustre esponente della sinistra cattolica, propone un incontro con Farinacci per trattare la resa. Il CLN però è contrario: ormai l'indicazione nazionale è quella che ufficialmente darà Sandro Pertini, “arrendersi o perire”. E' chiesta, cioè, la resa incondizionata.
Il colloquio si tiene lo stesso, ma senza risultati. Il CLN cremonese decide l'insurrezione per il 26 Aprile alle 14: l'avviso verrà dato ai gruppi partigiani tramite staffette e con il suono simultaneo a martello delle campane. Il comunicato del CLN, scritto probabilmente dallo stesso Zanoni si conclude così: “… cittadini, alle armi contro fascisti e tedeschi”. La mattina del 26 era “grigia, fredda, nebbiosa”. Ancora, soli oppure a crocchi, fascisti in fuga. A poco a poco, gruppi di partigiani si mettono in posizione e si avvicinano alla città. Primo ordine del CLN al Procuratore fascista: liberare subito i patrioti prigionieri (cosa che avverrà, ma non subito). In quel momento, mattina del 26 aprile, i patrioti in città sono dai 600 ai 700 armati. Tedeschi e fascisti erano ben più numerosi (anche per l'arrivo dei fuggiaschi da oltre Po) ed i tedeschi bene armati e meglio preparati dei partigiani. Se avessero voluto, tedeschi e repubblichini avrebbero potuto mettere a ferro e fuoco la città; ma i primi pensavano solo ad una ritirata ordinata per ricostituire una linea di difesa sulle Alpi ed i secondi pensavano solo a ritirare milioni dalle banche e scappare. Il “capo della provincia” fascista, Vincenzo Ortalli, tramite monsignor Cazzani chiede un incontro al CLN, incontro che avviene al Palazzo della Provincia di corso Vittorio Emanuele, la mattina del 26. Ortalli era comandante politico e militare (la repubblichina, in odio alla Monarchia, aveva abolito le Prefetture), formalmente sovraordinato allo stesso Farinacci.
Farinacci fugge verso mezzogiorno del 26 su di un'auto carica di valigie. Il CLN accetta la resa incondizionata, che nel frattempo Ortalli aveva proposto: i militi fascisti non responsabili di crimini sarebbero stati rispettati. Alle 14 suonano le campane della città e dei paesi, i partigiani dalla provincia cominciano a entrare in Cremona, gli ultimi fascisti fuggono. A Villa Merli addirittura, i torturatori, certi che non l'avrebbero passata liscia, si aprono un cunicolo, forando la muraglia per passare attraverso giardini e case e fuggire. Alla caserma “Paolini”, i cosiddetti “fidanzati della morte”, per sfuggire all'abbraccio della loro amata (a parole e forse degli altri) cercano di nascondersi sotto montagne di materassi e coperte, snidati a calci dai partigiani.
La battaglia per la Liberazione, racconta Zanoni, si andò frantumando nelle tarde ore del 26 Aprile in una serie di scaramucce e scontri a fuoco. Il 27 Aprile, 22 anni e 9 mesi da che le “masnade fasciste erano penette in palazzo comunale”, la battaglia può dirsi conclusa. Il 28 Aprile però continua ad imperversare in periferia ed in Provincia. Zanoni affronta anche con chiarezza un argomento delicato: le condanne dei fascisti. Niente vendette, poche fucilazioni. Il Tribunale di guerra (composto da tutte le formazioni patriottiche) condanna a morte nove fascisti rastrellatori e spie, responsabili della morte di tanti patrioti, e tre elementi della Questura fascista, responsabili di torture e sevizie.
Vengono fucilati alla Caserma del Diavolo; un altro viene fucilato in piazza Marconi: tutti con regolare processo. Altre condanne vengono comminate in contumacia. Meno di 40 fascisti sono giustiziati in tutta la provincia. I capi maggiori vengono fucilati altrove: Farinacci a Vimercate, il console Tambini vicino a Soncino, l'ingegner Mori nei pressi di Milano, Tullio Calcagno a Milano, ino Milanesi a Bergamo. Legittime sono state le condanne, afferma Zanoni; oltretutto, sarebbe stato impossibile fare diversamente, perché il popolo era pronto a farsi giustizia da solo.
Altro tema affrontato da Zanoni riguarda l'atteggiamento da tenere nei confronti dei tedeschi in ritirata. Con la Liberazione non si era esaurito il compito assegnato ai partigiani dal CLN e dalle forze Alleate: impedire ai tedeschi di ricostituire una linea a difesa dei valichi alpini. Armate ancora fino ai denti, le forze armate tedesche spesso ripiegavano in maniera ordinata e decise a combattere fino alla fine. In alcuni casi i partigiani dovettero venire a patto con loro. Tutto il popolo italiano “ad eccezione di una trascurabile minoranza di traditori e attendisti” sosteneva le forze partigiane. Lo scontro si frantuma in mille battaglie; eppure si può parlare, secondo Zanoni, giustamente di una sola “battaglia dei fiumi e delle vie di comunicazione”.
La prima fase della battaglia avviene attorno ai traghetti sul Po, si sviluppa dal 22 al 30 Aprile. Liberata Cremona il 26, restano i tedeschi al Trecchi. Monsignor Cazzani (nei cui confronti Zanoni ha parole di stima, anche per l'atteggiamento tenuto nel Ventennio) media fra loro e i partigiani, ma le trattative non sono brevi. Vi è un paradosso: per due giorni al centro della città vi è un nucleo tedesco armato fino ai denti e fuori i patrioti disarmano i tedeschi intenzionati ad entrare in Cremona. Dal 21 comincia il passaggio di truppe tedesche tramite il traghetto delle Colonie Padane. Il clima è surreale, ma alla fine si trova un accordo: le truppe tedesche possono passare, lasciando però le armi pesanti sulla sponda piacentina. Erano tanti, dicono coloro che li hanno visti: i resti di una Divisione passano lungo la circonvallazione, per via Bergamo, in maniera ordinata. In periferia ed appena fuori città vengono attaccati ai fianchi da gruppi partigiani. A Soresina e Castelleone grossi gruppi vengono disarmati. Alla “Caserma del Diavolo” vengono raggruppati fino a 600 prigionieri tedeschi, consegnati poi agli Alleati, e 200 repubblichini vengono rinchiusi nella “Paolini”. Si calcola che circa 3000 tedeschi, bandiera bianca in testa, instradati lungo le strade che portano lontano dalla città, siano passati imperterriti. Però, ogni tanto vi è una sparatoria: la strage dei Vigili del Fuoco di Bagnara avviene in questi giorni.
Più difficile è la Liberazione di Crema, perché circa 200 fascisti meridionali erano giunti in città, pronti a difenderla. Il CLN cremasco si riunì alle 17,15 per ordinare comunque l'insurrezione alle 12,15 del 26 Aprile. Trattative si tennero a palazzo Vescovile ed alle 18 viene reso pubblico l'accordo: i più facinorosi tra i fascisti (180 circa) sarebbero usciti armati dal ponte sul Serio (si sarebbero uniti poi ad un gruppo di tedeschi provenienti da Piacenza, armati con armi pesanti; per disperdersi infine nel Bresciano e Bergamasco); gli altri, la maggioranza, si arresero. Il 27 aprile, nei pressi di San Bernardino, avvenne uno scontro tra i partigiani ed una colonna di tedeschi e fascisti; con i partigiani agiva un Reggimento di cecoslovacchi, di stanza a Vaiano, membri della Wehrmacht ma passati con la Resistenza.
I tedeschi alla fine si arresero, i repubblichini fuggirono verso Bergamo e si dispersero.
Intanto, a Casalmaggiore 400 tedeschi erano arroccati in città. Il traghetto sito fra Gussola e Torricella era difeso da 50 tedeschi con armi pesanti. Nell'attacco cadono 13 partigiani. Violenze da parte dei tedeschi ovunque: incendiati casolari e masserizie, bestiame rubato, stupri. Quando lo ritrovano, i partigiani scoprono che al garibaldino Giorgio Marconi era stato asportato il cuore! Dal 26 al 30 la battaglia infuria ovunque in provincia!
Le gloriose barricate di Pessina, i caduti di Isola Dovarese... Così a Crema e nel Cremasco. I tedeschi provenienti dal piacentino e lodigiano attraversano l'Adda. Nella sola Crema oltre 6000 tedeschi vengono catturati ed appena possibile consegnati ai militari Alleati. Un centinaio di patrioti Cremonesi, compreso il futuro senatore Luciano Bera, di Soresina, vengono liberati dal carcere di Bergamo e giunsero in tempo per gli ultimi confronti armati. Il “Fronte Democratico”, giornale del CLN, il maggio può proclamare “... dalla mezzanotte del 1 maggio 1945 la lotta insurrezionale deve considerarsi conclusa”. Zanoni riporta i numeri dei caduti: sono imprecisi per difetto (i cremonesi della Divisione Acqui uccisi dai tedeschi furono 175 e non 150 e così via). In tutto, fra partigiani, militari e civili, possiamo parlare di circa cinquecento caduti. Tanti! Eppure, né il gonfalone della città nè quello della Provincia riportano medaglie o riconoscimenti. Forse, nell'ottantesimo anniversario della Liberazione, sarebbe giusto rimediare!
Gian Carlo Corada
LA RESISTENZA NEI TEMPI DELL'OGGI
Nella stagione storica – da noi tutti ricordata – della Presidenza, in Provincia, dell'Avv. Gualazzini (anno 1955), fu indetto un pubblico Concorso sulla “Resistenza” (la Giuria comprendeva pure il Prof. Alfredo Galletti, noto italianista che aveva sostituito il poeta Carducci sulla cattedra di Italiano all'Università di Bologna): vincitore fu designato l'Avv. Emilio Zanoni, il futuro Sindaco della nostra città...
IL fatto riveste una singolarità, perché viene celebrato a 10 anni della fine della guerra e perché sottolinea un particolare interesse, da parte di quegli Amministratori sensibili alla Storia e soprattutto a quella più recente, per un fenomeno che aveva coinvolto tante coscienze e che aveva permesso ad una classe politica, cosciente di avere pagato sulla propria pelle tanti sacrifici, di pensare alla nascita della “Carta Costituzionale”, il documento più prezioso del nostro stesso futuro.
Oggi, viene ricuperata quella “pagina storica” e a noi si chiede una riflessione adeguata al problema. Ogni anno, in occasione del 25 Aprile, si levano – spesso da noi – contestazioni di varia natura, ma è pur vero che, sempre, siamo riusciti a lanciare un messaggio che si inserisce nel travaglio della Storia e si apre a nuove prospettive; così, il discorso si apre al mondo dei Giovani, mai tanto presenti, perché, nella logica della Scuola, una giornata di vacanza deve rimanere tale, cioè un tempo per rilassarsi e non per arricchirsi sul piano delle idee e della promozione ai valori, sia pure in un confronto ordinato e ragionato.
In questi ultimi anni di tentato rinnovamento della Scuola, con una attenzione prioritaria ai “programmi”, il progetto della “Storia” si chiudeva con una eventuale riduzione delle ore appunto di “Storia”, insieme al contestato “Latino”, che sembrava non parlare più alle intelligenze dei Ragazzi in formazione (ma Cicerone aveva avuto il coraggio di proporre temi come l'Amicizia. La Legge, La Vecchiaia, Il diritto di cittadinanza... e “Le lettere morali” di Seneca toccavano molteplici problemi dalla vita sociale a quella individuale...); così, il tema della Storia e dell'Educazione Civica ( la nobile invenzione della Classe Politica degli anni sessanta, quando nacque la riforma della “Scuola Media”, che fu proiettata tutta sul futuro...) rimase, a volte, nell'ombra...Ora, ho sentito che al Ministero si vorrebbe creare una Commissione permanente per pensare alla Storia Contemporanea, come disciplina che educa e valorizza la formazione culturale stessa: un'ottima idea, per verificare tanti problemi e dare una consistenza culturale ad una disciplina chiamata a dare anima all'intera programmazione: l'importanza della “Commissione” dipenderà dagli uomini e dalle donne che abbiano senso della Scuola e che parlino il linguaggio della vita, misurandosi sempre con i “fatti” e con la incidenza sulla realtà dei tempi che hanno vissuto; ugualmente, come sosteneva Mario Lodi con l'immagine della “finestra” della classe che si apre sulla strada, queste “persone”, chiamate a misurarsi intorno a vicende dell'ultimo periodo stotico, devono approdare da una partecipazione, culturalmente valida e interiormente verificata, alla vita della Società.
In questo clima si potrà verificare pure il tema della “Resistenza”, interpretato non come una scelta di pochi, bensì di popolo, che lavorò per il riscatto del Paese, uscito dopo una lunga dittatura, con la presenza di “intellettuali” che aiutarono a gettare le basi della futura Repubblica...Gli anni cinquanta, quelli del Concorso citato, nella realtà della costruzione del Paese dopo tante rovine, uscirono anche dal “clima resistenziale” e da una intensa elaborazione di idee.
Angelo Rescaglio - ANPC
Vincere la sensazione di aver finito di vivere il futuro.
È esattamente ciò che da tempo pervade, un po' a tutto campo e tematicamente (per la materia oggetto di questa specifica) le riflessioni e le consapevolezze di un attempato baby boomer, concepito, si potrebbe azzardare, con residuati bellici; per di più nel contesto degli albori di una transazione che avrebbe scandito un cambio di fase, molto simile (se non altro negli auspici ma anche nei risultati concreti) ad una rivoluzione copernicana. E con esse la certezza che il “futuro” fosse irreversibilmente un presente, destinato ad una indefettibile progressione.
Come si sa, ci si sarebbe avveduti, in corso d'opera e, soprattutto, nelle derive del ciclo corrente, se non proprio dell'erroneità totale, della necessità di rettificare almeno parzialmente quella sicumera.
La ricorrenza dell'80mo (anzi l'avvisaglia) ci aveva, con virtuoso largo anticipo, indotto a tradurre in una organica sistemazione teorico pratica questa riflessione.
Di recente ha osservato Natalia Aspesi: “dovremmo occuparci non solo di fascismo…” Con il suo portato, aggiungiamo noi, di un attento incrocio tra la permanente consapevolezza della fine di quel ciclo e l'avvertenza dell'effettivo stato dell'arte del processo di metabolizzazione, conseguente al cambio di fase di ottant'anni fa.
Con il che non intendiamo focalizzare, ad esclusivo beneficio
del fondamento della premessa, quel segmento di segnalazione di posture vocate, come si è usi definire, allo scetticismo e al negazionismo/revisionismo, in cui è sempre più difficile ignorare una stretta e funzionale correlazione e incontrovertibili simmetrie con i cambiamenti di pelle delle «testimonianze» illiberali.
Sia quel che sia abbiamo (la proprietà editoriale de L'Eco del Popolo e l'Associazione Emilio Zanoni) ritenuto opportuno ispirare il format celebrativo dell'80mo all'incipit, molto sinteticamente lumeggiato, nella sua ispirazione edificante ed in aderenza ai convincimenti in materia di centralità della funzione della storia in qualsiasi dimensione celebrativa e divulgativa.
Fieno ne avevamo messo, come si suol dire, in cascina, per effetto dell'attitudine verso la ricerca delle fonti documentali e verso la sistemazione storiografica di segmenti, diciamo, minori (nel senso di una dislocazione periferica rispetto agli eventi maggiori).
Attitudine diventata, nel corso del tempo, una linea guida cui riferire la predilezione dello sforzo di mettere in rete segmenti apparentemente disorganici di approfondimento. Sforzo che molto spesso, negli ultimi tempi, ha messo in sinergia non espressamente declinata i risultati di costanti interessi storico-culturali.
Ci siamo così imbattuti nella circostanza astrale scaturita, da un lato, dalla generosa segnalazione di Giuseppe Azzoni (che già una decina di anni fa aveva messo in dirittura d'arrivo il percorso che nei precedenti decenni aveva incrementato le supposizioni circa l'esistenza di un saggio storico di Zanoni) e, dall'altro, l'entrata in campo del generoso patronage di Davide Viola, allora Presidente della Provincia, istituzione, che, come si avrà contezza nel prosieguo, ebbe un ruolo negli sviluppi delle vicende incardinate nella volontà di dare, nel 1955, degna celebrazione, dieci anni dopo, alla Liberazione di Cremona.
La organica sistemazione storiografica (per la penna di Emilio Zanoni, che sul pezzo era già stato insistentemente in tutta la decade delle edizioni della testata socialista e nel biennio della testata CLN Fronte Democratico – edito 1945 1948) aveva come scaturigine occasionale la mozione del 1953 del gruppo socialista in Consiglio Provinciale, con cui veniva segnalata l'opportunità di una degna celebrazione del 10° anniversario. Che avesse come perno, in aggiunta ovviamente agli eventi celebrativi, un concorso storico tematico. Appunto la Liberazione di Cremona.
Se ne fecero carico il Consiglio Provinciale e la Presidenza. Fu reso pubblico il bando (pubblicato, come era uso fare allora, a mezzo manifesti murali).
Al di là degli impulsi “militanti” correlati alla permanenza di non sopiti idealismi, abbiamo ritenuto, in aggiunta all'auspicio di benefiche ricadute sul terreno dell'intensificazione del programma di approfondimento e divulgazione di quei valori (peraltro, già in atto per spontanea iniziativa di un multiforme aggregato di iniziative presenti nel territorio), di dare conseguenze pratiche al ritrovamento di un testo di valore storiografico, cui minimalmente andrebbe riconosciuto il valore di una cronaca in diretta dell'accadimento di ottant'anni fa.
Contestualmente e conseguentemente all'istruttoria in sede consigliare fu costituita una Commissione giudicatrice, presieduta, a dimostrazione della ineccepibile caratura storica dell'iniziativa, dall'autorevole cattedratico cremonese, professor Alfredo Galetti, titolare della cattedra di letteratura italiana di Bologna.
Ne sarebbe risultato vincitore Emilio Zanoni. Ma, per le ragioni dichiarate dai pronunciamenti degli aventi causa nella procedura concorsuale ed in quelle sottese, il testo non avrebbe raggiunto gli oneri editoriali.
Sul che offriremo ampia disamina su basi espressamente documentali nelle successive edizioni digitali della testata che Zanoni diresse per molti decenni.
Mancheremmo colpevolmente ad un primario dovere di inquadramento storico-culturale se, in questi tempi contraddistinti dall'insorgenza, come abbiamo anticipato, di pulsioni “revisioniste” prevalentemente incardinate nella manomissione della storia, non evidenziassimo la mission del Saggio. Il cui titolo (Dal Primo al Secondo Risorgimento Nazionale) fa giustizia oltre ogni ragionevole dubbio del background ideale, che mosse lo scrittore, nella doppia veste di cronachista in diretta dell'accadimento oggetto del saggio ma anche di partecipante attivo dei fatti. E fa giustizia, soprattutto, della “diceria” affibbiata indistintamente al “pacchetto” di sinistra della Resistenza di finalizzare la Liberazione nell'ottica della “spallata”. Per quanto non strettamente indispensabile il Saggio di Zanoni (ispirato dal forte richiamo al “secondo Risorgimento) dice sufficientemente della vera ispirazione di quella appassionata stagione, di idealismi e di progetti di cambiamento. Che avrebbero consegnato ai posteri una Patria unita, emancipata, più giusta.
Enrico Vidali
GLOSSARIO
BBNN Brigate Nere
CLN Comitato di Liberazione Nazionale
CLNAI Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia
CVL Corpo Volontari della Libertà
EIAR Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche
GAG Gruppi di Azione Giovanile
GAP Gruppi di Azione Patriottica
GL Giustizia e Libertà
GNR Guardia Nazionale Repubblicana
MVSN Milizia Nazionale per la Sicurezza Nazionale
OP Abbreviazione di OVRA
OVRA Organizzazione di Vigilanza e Repressione dell'Antifascismo
PFR Partito Fascista Repubblicano
PNF Partito Nazionale Fascista
RSI Repubblica Sociale Italiana
SAP Squadre di Azione Patriottica
SEPRAL Sezione Provinciale dell'Alimentazione
SPE Tribunale Speciale per la difesa dello Stato
UPI Ufficio Politico Investigativo
Prefazione di Gian Carlo Corada Vincere la sensazione di aver finito di vivere il futuro Enrico Vidali Intervento Sen. Angelo Rescaglio
Il movimento cremonese di liberazione nel secondo Risorgimento
Genesi e forma del movimento cremonese di liberazione
Il 25 luglio a Cremona
Significato dell'8 settembre. Si combatte per le vie di Cremona
La Repubblichetta Fascista cremonese
Scene di operetta su fondo da “Grand-Guignol”
Simbolo dell'unità della lotta antifascista
Si costituisce il C.L.N. di Cremona
“Ieri nelle prime ore del mattino è stato passato per le armi...”
La città sotterranea
Si combatte e si muore ovunque, si spiega la bandiera della libertà
La neve cade sui monti e si arrossa di sangue cremonese
La lotta partigiana si allarga in provincia. Autunno 1944
Si aprono le porte all'insurrezione. Inverno 1945
Il crollo del fascismo in città. Cremona libera
Aprile vede i tedeschi in fuga verso le loro tane
Biografia di Emilio Zanoni
CONVIVIALE DI PRESENTAZIONE DELL'EDIZIONE CARTACEA- Maggio 2025 Sala Conferenza Società Filodrammatica Cremonese – corredo fotografico

(Xilografia di Graziano Bertoldi)
Legenda: 1- Antonio Bini – Antonio Di Dio Emma – 3 Giuseppe Piazza – 4 Renato Campi – 5 Luigi Ruggeri
6 – Andrea Boccoli – 7 Giovanni Favagrossa – Bruno Ghidetti
E 3Emma
IL MOVIMENTO CREMONESE DI LIBERAZIONE NEL SECONDO RISORGIMENTO
SAGGIO STORICO
DAL PRIMO AL SECONDO RISORGIMENTO NAZIONALE
NECESSITA' DI UNA STORIA LOCALE DELLA RESISTENZA AL FASCISMO
Parte I
L'apporto che il popolo cremonese, rappresentato nei suoi espressivi elementi e nelle grandi masse dei ceti produttori, diede a quel grande fenomeno di vita italiana che ormai passa sotto il nome di Secondo Risorgimento Nazionale, non può essere compreso e spiegato se non si tiene conto della evoluzione storica, in senso democratico ed economico, che la provincia cremonese compì ed a cui essa collaborò, grosso modo, in quasi un secolo di storia moderna.
Il Secondo Risorgimento Nazionale, con la effettiva immissione nella vita politica italiana di masse e di forze fino allora rimaste estranee o tenute in soggezione, con la apertura democratica verso realizzazioni, che nel secolo scorso sembravano confinate nella sognata repubblica di Mazzini o nella utopistica città del sole di Carlo Pisacane, rappresenta, dopo il superamento della eclissi dittatoriale, il coronamento del ciclo storico del Primo Risorgimento col quale l'Italia moderna, assunta a dignità di Nazione, iniziava il faticoso cammino sull'erta che porta alla fraternità e solidarietà dei popoli in una gara, solenne e produttiva, di opere feconde per il bene dell'umanità.
I valori di rinascita nazionale, cui la parte migliore del popolo italiano, nel primo Risorgimento, diede ala e nutrì di sangue e sacrifici, permasero immutati e costituivano degli ideali per i quali i Patrioti del 1945 insorsero in aperta battaglia, formulando nelle soste del combattimento o nell'attimo breve prima della morte eroica, la carta repubblicana che rimarrà, superata le contingenti vertenze politiche, come pietra miliare sul cammino della Nazione.
La continuità ideale della lotta che affratella gli antifascisti del XX secolo ai patrioti italiani del XIX trova, sul terreno realistico della costruzione dell'edificio nazionale, una riprova ed una sostanziale rispondenza alla sua ineluttabile necessità.
Se il fascismo, malattia deformante del tronco nazionale, più che una soluzione di continuità, aveva rappresentato una deviazione antistorica ed antiprogressista della vita italiana, l'antifascismo militante, o meglio, le forze vive della Nazione, riprendendo il sopravvento, a costo di durissimi sacrifici, volevano significare che la Nazione, abusivamente per vent'anni personificata in un mito ed in una casta aberrante, dalla sua vera anima riprendeva coscienza di se, ci restituiva gli ideali del Primo risorgimento, coronava l'opera di un secolo di lotte dei patrioti, poneva infine le premesse per un avvenire agli italiani, meno duro e denso di speranze e certezze.
Perciò più che il superamento delle malsane e infeconde iniziative del ventennio rivolte ad una proiezione di parata di problemi italiani in una falsa e lunare visuale di teorie e di miti di cartapesta, la lotta del popolo per la liberazione equivale al compimento della grande opera iniziata dai padri e che il primo dopoguerra per immaturità di ceti produttori e per cecità egoistica di categorie privilegiate, aveva interrotto.
Anche se il risultato di questa dura battaglia, la Costituzione repubblicana, è ancora oggetto d'interpretazione o di dissenso, ben si può affermare che esso, con gli sviluppi di cui è suscettibile in avvenire, mercé la evoluzione democratica e il progresso, sempre maggiormente nei secoli futuri apparirà come il documento capitale del popolo, l'ancora a cui, nelle immancabili bufere o tempeste, potrà assicurarsi la nave della Nazione.
Di ciò è chiara e prima speranza soprattutto il nuovo senso nazionale che pone gli strati lavoratori in prima linea sul terreno patriottico e della difesa e sviluppo della Costituzione repubblicana.
Se il suffragio universale, concesso poco tempo avanti la prima guerra mondiale, è stato ripagato col sacrificio di migliaia di lavoratori sulla via di Trieste e di Trento, la partecipazione delle grandi masse contadine, operaie ed impiegatizie alla guerra di liberazione rappresenta la conquista dell'idea nazionale e la definitiva penetrazione degli ideali patriottici in ceti che, per la loro particolare immaturità dovuta a secolare ignoranza, erano rimasti quasi estranei al lavoro di costruzione delle fondamenta dello Stato Nazionale.
Oggi il processo di fusione delle varie categorie del popolo, iniziato subito dopo il 1859 dalle élites risorgimentali, interrotto dall'oligarchia fascista, si è quasi compiuto.
Anche se i nostalgici dell'oligarchia, e fra essi non vanno solo compresi i reduci delle assoldate bande nere, si battono ancora perché rimanga la incrinatura della coscienza nazionale, questa trionferà infine definitivamente così come sugli egoismi municipali trionfò nel secolo scorso il concetto della unità e della indipendenza.
In ciò ha senso e valore il lavoro che tutto un popolo diede affinché la terza Italia di Mazzini, di Garibaldi, di Manzoni, di Carducci e di Matteotti, deposta la servile livrea del nazifascismo riprendesse in un'Europa pacificata ed unita il grande compito che le spetta: sanare le piaghe inferte, dare dignità e riscoprire sulle vie del progresso i motivi di fraterna convivenza fra le Nazioni.
Oltre la ripresa dei valori in nome dei quali l'Italia combatté nel primo Risorgimento, il Movimento Nazionale di Liberazione ebbe nei suoi martiri, nel suo filo conduttore, nelle sue azioni, una singolare e significativa concomitanza con essi non solo in simboli esteriori, ma di profonda e connaturata identità nelle idealità e nei fini.
Non è stata ancora scritta, salvo qualche studio limitato nel tempo e nei personaggi, una storia organica del contributo che Cremona e il suo territorio diedero al Primo Risorgimento.
Se questa storia non è stata ancora scritta dai giornali, dalle memorie, dai documenti ufficiali, dai rapporti della Polizia Austriaca, dai verbali delle Associazioni Patriottiche si sprigiona e circonda il lettore di queste carte tutta una atmosfera particolare che appare identica alla atmosfera in cui agirono i Patrioti Cremonesi del 1943 – 1945.
Le epiche pagine della Liberazione della città di Cremona, nel marzo del 1848, assomigliano e si identificano in quelle non meno radiose dell'aprile 1945.
Il truce periodo, che va dall'agosto 1848 al giugno 1859, rivive nel ricordo di coloro che sentirono, dal settembre 1943 alla primavera del 1945, passare cadenzato sul selciato cittadino il passo baldanzoso degli invasori nazifascisti.
I caduti e i Martiri cremonesi della guerra dell'indipendenza nazionale hanno gli stessi volti e parlano lo stesso linguaggio dei giovani eroici caduti per le vie e sulle piazze cittadine nelle ultime battaglie contro i tedeschi in fuga.
I volontari cremonesi in Ispagna e Portogallo, i combattenti cremonesi della colonna Tibaldi, i difensori di Venezia e Roma nel 1849, i cremonesi della spedizione dei Mille, della pattuglia di Villa Glori avrebbero compreso, si sarebbero affratellati con i giovani Partigiani combattenti sulle Alpi, sugli Appennini, e in Grecia e in Iugoslavia.
La vecchia e cara Cremona, nell'aprile del 1945 apparve trasfigurata e gloriosamente inebriata di quello spirito nazionalmente democratico di cui, alle grandi ore, essa fu pervasa e che diede alle sue moltitudini forza di resistere allo straniero, tenacia nelle avversità, impeto prorompente di vittoria.
Ecco perciò che a questo punto già si delineano gli elementi sui quali, criticamente e con passione di patrioti, si può e si deve contessere uno studio sulla Resistenza Cremonese nel secondo Risorgimento.
Com'è naturale è strettamente legata ed interdipendente al periodo storico che la Nazione attraversò, né poteva essere diversamente.
Se fin dal 1848 i quasi 46 mila voti del capoluogo e della provincia dati alla annessione col Piemonte contro i 24 per lo Stato separato, significavano una coerente coscienza nazionale, l'azione successiva e le correnti di pensiero politico sviluppatesi a Cremona chiarirono e dimostrarono coerenza al filone della idea Italiana.
In uno studio come il nostro, limitato ad avvenimenti provinciali, bisognerà pur tenere conto di questo inquadramento ideologico e di più ampi fatti e di più determinati fattori. Oltre il concetto direttivo della unità e della indipendenza nazionale, che appare veramente determinante come molla propulsiva del movimento cremonese di liberazione, esistono e confortano a tener conto del sopraddetto inquadramento anche i motivi nazionali dettati dalla esistenza e dalla azione dei risorti, su scala nazionale, partiti politici.
L'azione pertanto che si svolge a Cremona e nel suo territorio è un'azione riflessa nel grande movimento italiano di attività e di tesi politica.
Presenta, però, alcune sue caratteristiche proprie del peculiare carattere sociale economico politico della zona con riferimento anche alla tradizione storica e alla lotta politica qui svoltasi nel periodo antecedente al fascismo.
Perché se difatti nel ventennio dittatoriale i motivi sui quali per 50 anni si intrecciò la civile ed umana gara dei movimenti politici, furono obliterati, in realtà essi permisero e costituirono l'humus fecondo per il quale le idealità politico-sociali della lotta clandestina rinverdirono pur rivestendo vesti e forme rinnovative.
A suffragio di questa proposizione sarà perciò utile premettere un quadro sia pure limitato del cammino, percorso a Cremona sulla strada della democrazia politica ed economica dei giorni eroici del 1859 fino alla squallida “rivoluzione” del 1922.
Ad illustrazione delle nuove forme che il Movimento di Liberazione assunse nel biennio 43-‘45, oltre l'evoluzione subita dai partiti politici nel ventennio in Italia e nell'esilio all'estero si accennerà nel presente studio anche a qualche tentativo locale di dar forma politica e contenuto sociale, all'infuori dei tradizionali partiti, al Movimento della Resistenza.
I partiti, presentandosi nel 45 alla libera ribalta della lotta politica coi vecchi simboli e colle bandiere di un tempo, avevano in realtà profondamente mutato l'essenza dei programmi pur rimanendo fedeli al loro grande ideale iniziale.
In sostanza, la grande trasmutazione di venti anni di storia, nonché il palingenetico cataclisma della seconda guerra mondiale operavano e lasciavano la loro traccia sui movimenti politici e nella loro linea direttiva.
Sarebbe stato troppo semplicistico, per non dire puerile, che i partiti politici strettamente legati alle esigenze delle masse non avvertissero e non tenessero conto della evoluzione dei tempi e delle necessità nuove sorgenti.
Stupidamente e contrariamente ai suoi stessi interessi reazionari la Santa Alleanza del 1815 aveva fatto risorgere un vecchio mondo già seppellito nella coscienza dei più; anche se il fascismo non era stato un vero movimento di progresso, ma un chiuso ed ottuso ritorno di reazione non si poteva uscire da esso, sic et simpliciter, colla mentalità e coi programmi antecedenti.
La rielaborazione di questi, avvenuta nei congressi e nelle riunioni clandestine, era accompagnata dalla manifestazione delle aspirazioni popolari che, sfuggendo al terrorismo ideologico fascista s'indirizzarono verso l'ammodernamento delle tradizionali forze politiche per farne uno strumento adeguato e rinnovato di azione politica conseguente.
I cahiers della rivoluzione francese trovavano un riscontro nelle discussioni dialettiche dei centri provinciali e locali.
Di questo fenomeno terremo conto e diremo parola a tempo opportuno.
Ecco pertanto accennati i quattro elementi che sono fondamentali in un esame critico della storia della Resistenza Cremonese:
1) Continuità storica e dottrinaria fra Primo Risorgimento e Movimento di Liberazione, considerato come coronamento della lotta secolare del popolo italiano per l'indipendenza, l'unità ed il progresso civile e sociale.
2) Legame del Movimento Cremonese di Liberazione colla tradizione democratica e sociale del periodo antecedente alla dittatura nel quadro del contributo dato da Cremona alle lotte del Primo Risorgimento.
3) Sforzo dei resistenti cremonesi, sul terreno ideologico e politico, per giungere ad una concezione moderna della lotta di Liberazione su particolari motivi propri della strutturazione nuova della società e tenendo conto delle peculiari condizioni e all'assetto sociale della provincia cremonese.
4) Connessione stretta ed interdipendenza tra l'azione del Movimento cremonese di Liberazione e il grande Movimento Nazionale di idee e di azione politica; vale a dire, inquadramento della Resistenza Cremonese come avvenimento e tesi politiche del Secondo Risorgimento Nazionale.
A proposito di questo punto fondamentale, si può affermare che, a parte la stretta aderenza del C.L.N. Provinciale e degli organismi dipendenti alle direttive nazionali del C.N.L.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) e del Comando Provinciale alle disposizioni del comando generale del Corpo dei Volontari della Libertà, l'adesione dei resistenti cremonesi alla parola d'ordine della resistenza nazionale fu completa ed assoluta.
Fuori dalla stretta cerchia provinciale, la Resistenza Cremonese fu condotta sul piano nazionale. Anche quando, dopo la liberazione della città e l'instaurazione dei poteri civili e militari nelle autorità democratiche, ci si sarebbe potuto trovare di fronte ad una tattica attendista. Nel senso di lasciare che i Tedeschi in rotta defluissero tranquillamente nei traghetti del Po e dell'Oglio. Le formazioni dei volontari cremonesi affrontarono, invece, con gravi sacrifici di sangue la lotta per l'integrale sconfitta ai fini nazionali delle truppe tedesche in ritirata, ma ancora formidabili per l'armamento e l'affidamento proprio delle compagnie di ventura.
In sostanza, la guerra sul piano nazionale che i partigiani sempre condussero resistendo magari alle insinuazioni dei comandi germanici di tregue d'armi e di zone neutre.
Questi quattro elementi caratterizzano, dunque, il Movimento Cremonese di Liberazione, ne segnano l'inquadramento, ne chiariscono le origini, ne indicano i fattori, ne precisano i fini e ne sanciscono i definitivi risultati.
Se non si tiene conto di essi uno studio sulla Resistenza Cremonese apparirebbe come modesta cronistoria di fatti provinciali e silloge di caduti sia pure per una nobilissima idea.
La cronistoria dei fatti deve perciò essere inquadrata nei sopra accennati elementi; deve essere preceduta e accompagnata da una disamina, per quanto possibile prossima al vero, della situazione politica sociale ed economica della provincia durante la ventennale dittatura.
Lo sforzo di ricostruzione non può e non deve limitarsi alla esaltazione dei caduti della nobilissima causa, non può soffermarsi soltanto sulla semplice e nuda cronaca dei fatti.
Ciò ha sapore e merita considerazione di attento studio nelle cittadine cronache medioevali che di per sé servano come documento per la ricostruzione di un mondo ormai definitivamente tramontato.
Una delle tendenze più aggiornate della critica storica, non prescindendo dalla comparsa, sulla scena nazionale, di forze e movimenti popolari, é particolarmente rivolta a raccordare l'analisi approfondita delle vicende locali alle correnti di azione e di pensiero del quadro nazionale.
In questo senso uno studio sulla Resistenza Cremonese, fuori di ogni preoccupazione apologetica, e posto invece su un rigoroso piano obiettivo, ha significato e valore.
Ho già in precedenza lamentato la mancanza di uno studio completo e profondo sul primo Risorgimento Nazionale a Cremona.
La lamentela trova la sua giustificazione nella considerazione sopra fatta relativamente alla necessità di studi organici di vita storica provinciale.
Oggi, nonostante seri e ben congegnati studi sulla Resistenza (e fa testo sin d'ora l'opera di Roberto Battaglia) manca un'opera che dica in ogni campo l'ultima parola sull'argomento.
E' prematura essa, a nostro modesto avviso, finché l'epopea storica del secondo Risorgimento Italiano non abbia trovato in ogni parte d'Italia modesti, ma coscienziosi e diligenti osservatori e storici delle vicende locali della Liberazione.
Si pensi soltanto al lavorio dialettico che i gruppi dei resistenti, in previsione del periodo di lotta aperta al fascismo, esercitarono nel segreto delle loro discussioni e alla influenza che esso poté avere e sulla formazione degli uomini e indirettamente sui programmi dei rinati movimenti politici.
Si pensi alle strutturazioni diverse fra zona e zona degli organismi della Liberazione, ai provvedimenti da questi adottati, nel vivo della lotta partigiana e in una zona liberata per adattare le idee-guida della Liberazione e alle nuove esigenze e alla mentalità della risorgente democrazia.
E in quest'opera il secondo Risorgimento può vantare un'esperienza e una rispondenza di molto superiore a quelli del primo Risorgimento stesso.
Allora erano soltanto le élites culturali ed economiche della nazione che potevano contemplare e riconoscere in sé l'evoluzione compiuta. Nel periodo storico, che si esamina, sono ceti più vasti, tutta la Nazione che partecipa attivamente o di stretto riflesso al ciclo evolutivo rappresentato dagli avvenimenti e dalle idee ispiratrici.
Il secondo Risorgimento è stato vissuto dall'intera Nazione; è un'esperienza che l'intero popolo italiano ha subito su di sé, nelle sue carni, nel suo intelletto.
Gli stessi nostalgici del fascismo, pur nel loro inconcludente frasario da trafugatori e di seppellitori di cadaveri, sentono sostanzialmente che un ritorno al passato non è possibile, che la esperienza del popolo in materia è così affinata che nonostante tutti i travestimenti, il passato ha solidamente sbarrato le strade per un impossibile ritorno.
In definitiva, per tutti gli Italiani l'esperienza subita nel periodo delle lotte li Liberazione, costituisce un importante dato di fatto al quale ci si rifà a ancor più ci si dovrà rifare in avvenire per comprendere la crisi della vecchia società italiana e il sorgere da questa di un'anima e di una nuova coscienza.
La grande massa popolare italiana ha avvertito, sia pure in forma nebulosa, che gradatamente però si va chiarendo, il processo storico che la Liberazione chiude e il ciclo nuovo che essa ha inaugurato. Anche per questo scopo, per chiarire ed illustrare alle masse popolari il grande avvenimento culminato al 25 Aprile 1945, uno studio storico sull'argomento ha significato e valore.
Partendo dai precedenti storici e dottrinari maturati nel Secondo Risorgimento e portati a frutto nel periodo appena antecedente alla prima guerra mondiale, arriveremo ad una disamina del fenomeno di reazione e di ritorno al passato (sia pure sotto vesti e orpelli rinnovati) che prende il nome di fascismo.
Da questo che per Cremona, come per tutta Italia, fu corrotto periodo di basso impero, di perdita di valori ideali, di consunzione dei motivi di rinascita, di inaridimento delle stesse fonti di ricchezza economica, giungeremo alla dura lotta che i resistenti cremonesi sostennero per l'affermazione dell'Italia nuova.
Prima, nella rivolta contro il conformismo piatto del partito unico, stupidamente identificato colla Patria e col mito della razza; poi, a viso aperto, nella congiura e nell'insurrezione, sanguinosa e gloriosa.
E c'è caro, fin da questo momento, affermare che il contributo, dato da Cremona al Secondo Risorgimento, così come le circostanze e l'ambiente lo permisero, fu degno in tutto e non inferiore a quello che i nostri padri diedero per l'unità e l'indipendenza nel secolo scorso.
IL POPOLO CREMONESE VERSO LA DEMOCRAZIA POLITICA
Come in tutta Italia l'affermazione a Cremona del principio e della prassi della democrazia politica avviene, si colora, trae sviluppi per una successiva elaborazione contemporaneamente all'affermarsi dell'idea nazionale unitaria.
Giova premettere ancora una volta che l'affermazione di questi due ideali risorgimentali avviene a cura e a successivo profitto dei ceti colti della società, della media e minuta borghesia che, unendo ai voti ideali tratti dagli studi umanistici il senso concreto di uno sviluppo industriale e agrario non consentito dalle vecchie formazioni feudali e paternalistiche, vogliono uscire dal recinto gotico delle cadenti istituzioni per entrare a vele spiegate nell'ampio mare del liberalismo già solcato dai potenti streamer delle imprese capitalistiche di Inghilterra e Francia.
Sempre un innegabile progresso, se si vuole, sulla morta gora e sulla landa selvaggia dell'immobilismo reazionario del moribondo feudalesimo.
I ceti più numerosi, i ceti che traggono dal duro servile lavoro lo scarso sostentamento per se e per le loro famiglie, rimangono, almeno nella prima fase, sostanzialmente estranei al lavoro di affermazione delle anzidette idealità.
La primitività dei metodi di diffusione della cultura, la bramosa ricerca di un tozzo di pane che ostacola ogni altra qualsivoglia aspirazione, sono le remore che si frappongono, unitamente ad altri secondari fattori, ad una partecipazione di questi ceti al processo costruttivo del Primo Risorgimento.
Da ciò all'inserimento di essi nel ciclo nazionale dovranno passare un ampio periodo di tempo e molte energie di educazione e di propaganda dovranno essere spese dagli elementi più illuminati perché anche nel seno di questi ceti si accenda la fiamma, prorompa poi per forza e impulso proprio, verso altra direzione nel senso evolutivo sociale del Risorgimento.
La folata rivoluzionaria portata nel 1796 dalla vittoriosa armata di Francia, aveva come un turbine forte scoperchiato i tetti cadenti dei vecchi manieri feudali, gettando all'aria privilegi di casta, di corporazione, limitazioni di ogni genere e sconvolgendo sia pure per un breve lasso di tempo, tutto l'assetto politico sociale dell'epoca.
Ma se le truppe austriache tornando a Cremona, dopo la parentesi Cisalpina e Napoleonica, nell'aprile 1814 avevano potuto restaurare grande parte dell'edificio sconvolto da 18 anni di illuminismo politico, i semi sparsi dalla stessa folata rivoluzionaria avevano anche attecchito su lembi e solchi di buona terra.
Apparentemente la sconfitta delle idee nuove era chiara e patente. Nella realtà la rivoluzione continuava ad agire, con forza di attrattiva sui giovani e sugli intellettuali, nei due aspetti di rivoluzione nazionale unitaria e di affermazione dei principi democratici.
La Carboneria, dopo il passaggio in ceppi da Cremona di Confalonieri e di Pallavicino diretti all'ergastolo di Mantova e quindi allo Spielberg, aveva qui avuto i primi adepti.
Nel 1821 alcuni giovani cremonesi, studenti all'Università di Pavia avevano passato il Ticino e militato “nel Battaglione della Speranza” assieme alle truppe costituzionali del Piemonte di Santarosa. Erano Tibaldi, Bonati, Tentolini.
La Giovane Italia pur dopo i moti infelici del 1831 e del 33 aveva reclutato adepti tra i giovani studenti e i professionisti (Strada, Ciniselli, Cazzaniga, Stradivari) alcuni dei quali vennero arrestati e sottoposti per anni alle angherie della polizia austriaca.
Nel grosso borgo sonnolento, che era Cremona austriaca, sottoposto alla cappa oscura dell'immobilismo politico, vivente di riflesso nel conservatorismo cieco dei vecchi strati dominanti e nella supina acquiescenza dei ceti diseredati, donde nel ‘96, la reazione aveva tratto le bande reazionarie del Casalasco, l'appello rivoluzionario partiva dai giovani della minuta borghesia i cui padri si erano politicamente educati alle assemblee del Club Patriottico e alle sedute della Municipalità Cisalpina.
L'idea nazionale innestandosi sulle esigenze di libertà e di democrazia precipue rispetto ad essa alla fine del ‘700, scuoteva e smuoveva, man mano che ci si inoltrava nel secolo, un sempre maggior numero di coscienze.
Né è da trascurare a tale proposito il determinismo economico, non di classe, ma di stato che indirizzava strati sempre più ampi contro l'innaturale fusione della progredente Lombardia con zone di arretrata stasi agraria e industriale, facenti parte dell'Impero Asburgico.
Tutti questi moventi cooperavano a creare una coscienza nazionale, e a rendere più acute le aspirazioni a un regime di più ampio respiro fondato per di più sul concetto di nazionalità.
Il 1848 cremonese, anche nella vaga nebulosità dottrinaria, negli sbandamenti e nei cedimenti improvvisi dovuti a immaturità e a imprecisione di obiettivi, rappresenta già il punto di arrivo non definitivo, per l'affermazione del concetto di democrazia politica.
Esso si manifesta (non essendosi potuto per il repentino ritorno degli austriaci far lungo ad elezioni parlamentari) nella votazione plebiscitaria per l'annessione o meno al Regno di Sardegna.
E' a dir subito, a scanso di troppo fallaci o premature illusioni, che detta votazione risentiva degli inconvenienti che solitamente si riscontrano nelle forme plebiscitarie e cioè della pressione morale da parte di podestà dei Comuni e delle altre autorità sugli elementi meno quotati, a votare in favore dell'annessione.
Comunque sia la manifestazione di volontà degli elettori in quella occasione è rimarcabile sotto due punti di vista: la partecipazione alla costruzione di un'attività democratica di vaste masse (oltre 46 mila elettori in provincia), anche se in gran parte immature di fronte al problema politico da risolvere e la coscienza politica acquisita nella massa da un numero maggiore di cittadini con conseguente elaborazione delle tesi favorevoli all'unità attraverso l'annessione graduale allo stato Sardo.
Unitamente a questa prima grande manifestazione politica di affermazione del principio democratico attraverso le elezioni, nello scorcio della primavera del ‘48, prende forza e sviluppo nel territorio cremonese l'altro grande principio della “nazione armata” che tende ad organizzarsi e a difendersi dalle offese del nemico esterno e dalle insidie dell'interno avversario mercé l'armamento dei democratici più coscienti.
La “guardia nazionale o civica “ del 1848, i battaglioni di volontari delle due spedizioni Tibaldi (marzo e luglio 1848) reclutati non soltanto fra i giovani della media e minuta borghesia, ma anche fra gli strati più coscienti dell'artigianato cittadino, preludono, a quasi cent'anni di distanza, al volontariato di libertà che recluterà nelle sue file senza alcuna distinzione, cremonesi appartenenti a tutti i rami della società italiana.
Anche se per disgraziata coincidenza di eventi l'auspicata liberazione dal giogo straniero avviene per Cremona, come per tutta la Lombardia, ad oltre dieci anni di distanza, i semi democratico- nazionali del 1848 e di tutto il periodo storico anteriore ad esso, non vanno perduti.
L'11 giugno 1859 colla definitiva partenza da Cremona del Presidio Austriaco e dei ritardatari dell'esercito asburgico sconfitto a Magenta, salutava un'era nuova e poneva tutte le premesse per la definitiva affermazione del principio democratico.
Incerti e dubbiosi erano i primi passi dei cremonesi sulla strada ubertosa della libertà.
Il nemico straniero si accampava in armi a pochi chilometri dalla città campeggiando sul confine dell'Oglio.
Il nemico interno era rappresentato dai campioni del vecchio ordine di cose e, più che per se stesso, costituiva un pericolo per l'influenza che poteva esercitare valendosi di idonee parole d'ordine, sulle masse immature suscettibili di agitarsi alla presentazione di vecchi simboli ed ancora impermeabili alla dottrina liberale che per loro non si rivestiva di concrete riforme tali da colpire la fuggevole impressione e la loro, ben più importante, massa di interessi.
Una sana politica democratica, dettata dall'esigenza stessa di sopravvivenza e di sviluppo del nuovo stato nazionale, doveva perciò tendere da un lato al consolidamento dei principi attraverso un ben regolato sistema di democrazia, dall'altro all'immissione nella cittadella democratica di sempre più vaste falangi tali da consentire la sua difesa e da ridurre al minimo il margine di insicurezza della democrazia italiana.
Dicevamo che i primi passi erano stati dubbiosi ed incerti. Ciò era dovuto a sostanziali difetti di taluni istituti stessi senza alcuna garanzia di funzionamento, ad ambienti nuovi e di economia diversa, alla burocrazia qui trapiantata dell'antico Stato Sardo, al monopolio che la nuova classe politica dirigente avrebbe voluto esercitare nell'ambito dello stato nuovo. In sostanza era il partito monarchico costituzionale che tendeva ad avere l'esclusiva politica ed economica contro il parere del liberale progressista, nell'opposizione tenace e strenua del partito radicale e di quello repubblicano.
Le forze retrive, chiamiamo così non quelle fuori dello stato ma quelle che all'interno volevano ritardare il progresso, costituirono quasi fino all'avvento della sinistra parlamentare nel 1876, una remora non indifferente e un peso tutt'altro che trascurabile per la evoluzione del nuovo stato.
Il ritardo da essa frapposto sul cammino del nuovo stato, nonostante i tentativi di acceleramento posti in essere dal movimento più propriamente democratico, è stato tale da compromettere seriamente nell'avvenire la modernizzazione dello stato e da costituire, come le lacune e l'arretratezza in taluni settori della vita italiana, un fattore non indifferente ed imponderabile per la sostanziale fragilità della democrazia esposta ad urti della dittatura.
Anche questa è perciò una premessa al fascismo considerato non soltanto come fenomeno del XX secolo prodotto dalla guerra e dall'egoismo di classe, ma anche come portato e derivato di tutti i vecchi mali incancreniti della società e della politica italiana.
Le forze democratiche del Risorgimento tesero però fin dall'inizio al raggiungimento degli obiettivi indicati.
La trasmutazione dall'interno dello stato politico era possibile con l'affermazione in senso evolutivo dei principi democratici con l'allargamento di una base più cosciente.
Quest'ultimo risultato si otteneva mercé la costituzione e l'attività di società politiche e patriottiche (Reduci, Veterani, Costituzionali, Associazioni Patriottiche di Mutuo Soccorso fra Operai, ecc...) nonché mediante la sempre crescente diffusione della cultura.
Al censimento del 1861 poco meno della metà della popolazione del Comune di Cremona risultava illetterata, con due scuole elementari e quattro minori.
I giornali politici nazionali e il bisettimanale di notizie del capoluogo avevano una ben scarsa diffusione e tiratura.
La situazione di fatto, considerata dall'angolo di visuale dei progressisti, era ben penosa e suscettibile di un assai difficile miglioramento.
Analfabetismo, miseria, apatia in basso: Egoismo, corruzione, abuso di poteri nella classe monarchica dirigente. Al ceto illuminato voglioso di affermare su solide basi le istituzioni democratiche spettava un ben duro compito tanto in città quanto e più ancora nei paesi della provincia.
Evidentemente se il partito oscurantista, anziché ritirarsi sotto la tenda di Achille dell'attendismo fondato sulla speranza di un intervento straniero, avesse preso l'iniziativa, facilmente sarebbe riuscito ad avere il sopravvento ed a soffocare in culla la gracile democrazia.
Ci sono però nella storia dei momenti in cui i Partiti del passato, quasi per una nemesi fatale si lasciano sfuggire dalle mani l'occasione e le armi più formidabili, mentre i movimenti dell'avvenire, con possibilità minori, ma con uomini e con idee temprate alle grandi lotte riescono ad avere per intuito e volontà, la supremazia nel momento decisivo.
In ciò è maestra la storia delle più grandi rivoluzioni di popolo che il mondo abbia mai conosciuto.
Anche nel Risorgimento italiano avviene la stessa cosa. Le élites democratiche si pongono arditamente e coscientemente alla guida delle masse per sé progressiste, quando siano chiarite dei motivi essenziali basati su riforme e sui loro interessi e, in breve volgere di tempo, riescono a collocare le loro batterie su un terreno più favorevole.
In città l'ideale democratico nazionale comincia a guadagnare alla causa strati più numerosi dell'artigianato e del piccolo commercio. A due riprese Garibaldi parla al popolo di Cremona.
Come risultato alla seconda guerra per l'indipendenza del 1866, il numero di volontari cremonesi (Reggimento comandato da Giovanni Cadolini) si raddoppia rispetto al 1859. L'anno dopo a Villa Glori quasi una decuria dei settanta è costituita da cremonesi.
E' nel decennio 1860-70 che questa opera di fusione del popolo nel grande crogiolo democratico e nazionale si accelera e si sviluppa.
Affratellamento ad opera, come si è visto nel 48, della funzionante guardia nazionale, educazione civile e politica attraverso l'aumentato numero di scuole anche serali e di giornali, gli studi e le conferenze popolari tenute nel seno della società operaia.
Insieme a questo graduale sviluppo del movimento democratico si opera e si rafforza il consolidamento dei principi attraverso l'affoltirsi degli elettori coscienti e l'insediamento negli organi amministrativi periferici e provinciali e in Parlamento di personalità schiettamente democratiche aperte al progresso e non sdegnose di graduale immissione all'auto-governo delle forze più propriamente popolari le cui aspirazioni, indistintamente, vanno ora fermentando.
Alle prime elezioni del ‘60 per l'invio al Parlamento subalpino dei rappresentanti delle province annesse (Lombardia, Emilia, Romagna, Toscana) si manifesta a Cremona una certa perplessità.
Il circolo elettorale di parte dell'elettorato cittadino (non si dimentichi che valeva allora una norma molto restrittiva circa l'elettorato, limitato a chi pagava 300 lire di imposta diretta o aveva determinati titoli sanciti dalla legge) aveva proposto una serie di nomi in testa ai quali, per il Collegio di Cremona, figurava Mauro Macchi, integro patriota e studioso appassionato di problemi filologici e sociali.
Il partito Monarchico vedeva Macchi come il fumo negli occhi, poiché nella di lui intransigente fedeltà ai principi di una democrazia radicalmente progressista intuiva l'avversario delle istituzioni e della monarchia così come esso le intendeva.
Nonostante l'opposizione di questo gruppo, appoggiato dal giornale “Il Corriere Cremonese” il cui direttore Fulvio Cazzaniga in appresso doveva, al proposito, fare onorevole e graziosa ammenda, Macchi venne eletto deputato e fino alla morte avvenuta verso l'80 continuò a rappresentare alla Camera il Collegio di Cremona.
L'elezione a deputato di Macchi si può considerare decisiva per l'evoluzione democratica nella provincia di Cremona.
Non tanto per l'attività propagandistica dell'uomo, che svolgeva soprattutto una azione parlamentare di grande apertura e un lavoro da scrittoio non completamente accessibile alle grandi masse popolari. La sua nomina significava, se pur in maniera inespressa, l'accettazione da parte dei Cremonesi di una politica rivolta ad una sostanziale evoluzione che respingeva perciò le forme più chiuse del conservatorismo.
Da questo momento, si insinua nel gran fiume della democrazia cremonese un filone più radicale e progressista che arriverà poi alle proposizioni e all'elezione di Ettore Sacchi.
Se a Cremona la combattuta elezione di Macchi indicava la tendenza degli elettori volti al progresso, anche gli elettori del Casalasco, inviando per due volte alla Camera Giuseppe Garibaldi e Francesco Domenico Guerrazzi, preludevano alla elezione verso fine secolo del repubblicano Ing. Cavour Beduschi.
Solo il circondario cremasco che pure (come risulta da documenti ed articoli di giornali del periodo 61-64) aveva visto con soddisfazione il suo distacco dalla provincia di Lodi che monopolizzava tutti gli uffici e le Magistrature Provinciali, non partecipava a questo moto evolutivo preferendo seguire, forse anche per aspirazione ad una sua maggior valorizzazione, una linea più dichiaratamente locale.
Col passare del tempo anche altri collegi della provincia come Pizzighettone, Soresina, Pescarlo subirono una evoluzione in senso democratico.
A Pizzighettone, verso il '70, veniva eletto il Sonzogno scrittore e pubblicista di indubbio valore chiaramente orientato verso la democrazia radicale.
Veniva pure eletto qualche tempo appresso nel collegio di Pescarolo il repubblicano Mori, mente aperta di riformatore, organizzatore nei suoi fondi di Cittadella di Stagno di una colonia cooperativa di contadini.
Nel settore più propriamente amministrativo della provincia il consolidamento e l'affermazione del principio democratico seguivano di pari passo col movimento generale delle idee e colla evoluzione dell'economia provinciale verso forme più perfezionate e moderne.
Residuo dell'ordinamento sardo, i sindaci venivano scelti fra consiglieri e nominati dal potere centrale.
Anche per le elezioni amministrative valevano criteri censuari con un lieve regresso rispetto alle leggi austriache che pure ammettevano le donne come “ deputati comunali” dei piccoli comuni ove non esisteva un consiglio vero e proprio.
Il comune di Cremona ebbe, a varie riprese nel corso del periodo, rappresentanze più o meno forti del movimento radicale democratico tali da giungere anche alla maggioranza assoluta.
Durante i tristi fatti della repressione novantottesca il consiglio di Cremona e il sindaco assunsero un atteggiamento molto comprensivo della situazione e di riprovazione aperta degli stessi metodi repressivi, anticostituzionali del Governo.
La già allora opinione pubblica italiana, fortemente influenzata da dottrine rinnovatrici, si orientava chiaramente per un rinnovamento politico e sociale.
Una grave lacuna resta da sottolineare nella vita politica provinciale così come in tutta la vita italiana del periodo.
Le masse cattoliche, ipnotizzate dalla “questione romana”, restano estranee alla vita della nuova sorgente democrazia.
Assistono allo sviluppo di questa senza parteciparvi così da protrarre nel tempo il processo costruttivo di una coscienza nazionale e da renderne più fragile la nuova costruzione: atteggiamento che si ripercuote nel tempo e al quale si cercò di porre rimedio, a un cinquantennio dall'unità nazionale, col movimento politico sindacale dei cattolici.
Ma questo fattore, unitamente a molti altri dovuti alle circostanze ed a elementi storici ed economici di diverse ampiezze, non giovò certamente al rafforzamento di uno stato democratico esposto, come si vide col fascismo, ad avventure totalitarie in cui lo stesso Paese avrebbe potuto perdersi e dissolversi.
Certamente, pur con l'infinità di problemi che si affacciarono ad uno stato di nuova costruzione, colle difficoltà emergenti dalla situazione di fatto ereditata dalle antecedenti strutture statali, con le gravi lacune esistenti nell'economia, nella diffusione della cultura, nelle strutturazioni sociali, negli urti regionalistici, nei problemi di rinascita; lo stato di consolidamento e di affermazione del principio democratico, come espressione di una prassi evolutiva, si può considerare alla fine del secolo soddisfacente per vari punti di vista.
La vasta immissione sulla scena politica di ceti più numerosi attraverso riforme elettorali che culmineranno con la concessione del suffragio universale, la graduale evoluzione verso concezioni sociali, il formarsi di una mentalità di riforme che prende il posto del cieco conservatorismo fatto di pregiudizi e di radicati egoismi costituiscono indubbiamente la premessa a una concezione più moderna della vita italiana.
In una fase ancor più sviluppata di questa graduale trasmutazione interverrà il fascismo, non solo come espressione del nemico di classe verso i ceti che doverosamente chiedono il loro affrancamento, ma anche forza di reazione, rappresentante e racchiudente in se le mai sopite volontà tirannesche dei sottofondi anti-risorgimentali.
Il fascismo, dopo aver battuto in breccia le rivendicazioni e i movimenti operai si rivolgerà contro le espressioni più tradizionali della vecchia democrazia.
Antirisorgimentale dunque per due precise ragioni: la prima per aver arrestato l'opera rinnovatrice del Risorgimento che tendeva ad arrivare alla conclusione logica e storica dell'Italia e degli Italiani; la seconda per aver compromesso sul terreno interno ed internazionale, attraverso pazze avventure di guerra, l'opera portata quasi alla meta dai padri del Risorgimento è l''aver voluto arrestare l'evoluzione risorgimentale e democratica del popolo. Ciò pone il fascismo nella posizione di forza antistorica ed antinazionale.
“CONCORDIA DISCORS” DEL MOVIMENTO SOCIALISTA E DI QUELLO CATTOLICO CREMONESE PER LA DEMOCRAZIA ECONOMICA
Come si è detto in precedenza il ciclo evolutivo del Risorgimento storicamente non poteva esaurirsi nella raggiunta unità nazionale bensì puntare anche all'affermazione piena del principio democratico.
La Patria degli italiani doveva, per forza di cose e per il moto direttivo della grande tesi democratico-nazionale, evolversi fino ad identificarsi in tutti i suoi figli aventi in tutti i campi pari doveri e pari diritti.
Chiusa perciò la fase unitaria, aperta e in via di sviluppo quella democratica, legata a questa doveva ben presto precisarsi e svilupparsi anche la fase sociale intravista, in embrione e dottrina, da pensatori e uomini di azione come Mazzini, Montanelli e Pisacane.
Il fenomeno doveva verificarsi su due direttive:
L'immissione nella vita pubblica e la partecipazione cosciente ad essa di tutte le masse di popolo fino ad allora rimaste estranee, per le accennate ragioni, al grande moto.
La partecipazione, oltre che al ciclo produttivo della economia nazionale, anche alla direzione di questa con conseguente elevamento del tenore di vita materiale e morale dei ceti diseredati.
Nella stessa evoluzione risorgimentale in atto, a un certo punto, si nota questo inizio, questa svolta sociale operata e avvertita dai più pensosi alfieri del “ Partito d'Azione Mazziniano-Garibaldino”.
Se Garibaldi a Caprera aveva deposto la sua spada, nemica della guerra, per impugnare i pacifici arnesi campestri e per brandire nuova arma per lui a pro dell'Italia, la penna di propagandista della nuova missione dei Patrioti, una parte notevole dei suoi seguaci si era dedicata ai nuovi compiti del Risorgimento: l'elevamento del popolo, l'identificazione di questo con la Patria italiana.
Se ardua e lunga impresa era stata quella di arrivare all'unità nazionale e alla affermazione democratica fra ostacoli e incomprensioni di ogni genere, ben più difficile avrebbe dovuto essere il compito di dare contenuto sociale riformatore alla società italiana in formazione e di far partecipi i lavoratori italiani alla funzione direzionale dell'economia.
La situazione di fatto, specie nella provincia di Cremona, con la predominante strutturazione agricola, con modesti nuclei artigiani, presentava ostacoli complessi derivanti da una serie di ragioni solo in parte riferibili a quelli di ordine propriamente politico.
Ostacoli di natura economica derivanti da più che centenari metodi e rapporti di conduzione agraria, difformità di ambienti, pregiudizi derivanti in massima parte dalla sostanziale immaturità di entrambi i ceti contrapposti, impedivano di risolvere le contraddizioni del regime economico.
La fase sociale del Risorgimento posta in essere da studi e da dottrine dei rivoluzionari a sé conseguenti, trovò a un certo punto terreno fertile, dissodato ai margini dai pionieri del Risorgimento, nelle grandi masse, per lo stato di miseria fuori ogni limite umano di sopportazione, e perché come nel Risorgimento politico unitario, la massa rivelò in se stessa e a se stessa il grande lievito rivoluzionario di cui era portatrice.
Ai pochi spiriti liberi che, nel decennio precedente, avevano dato impulso allo sforzo riformatore ed innovatore, la prima grande levata di scudi della classe contadina cremonese negli scioperi agrari della primavera del 1882 apparve inopinata e come avvenimento tale da colpire l'opinione pubblica.
Già negli anni stessi di lotta del Risorgimento si era avuto a Cremona una avvisaglia di tempi e di mentalità nuova nei ceti lavoratori scossi, sia pure in forma vaga e nebulosa, dai grandi avvenimenti che si svolgevano attorno a loro.
Un'agitazione salariale avvenuta nel 1862 aveva dato il chi vive ai ceti possidenti, suscitando in quelli democratici un'ombra di sospetto basata su una temuta, e forse non del tutto non provata, istigazione da parte del partito retrogrado.
Nell'82 però questo sospetto era totalmente scomparso e i democratici cremonesi appoggiarono nella stampa e coi mezzi a loro disposizione la prima agitazione sociale dei lavoratori della terra.
Sta di fatto che i vecchi seguaci del patriottismo potevano non sentire vibrare le fibre dell'appello della redenzione della plebe diseredata, mentre poi il ragionamento li induceva a perseverare per compiere l'opera che a loro stessi sembrava ed era incompleta.
Il moto ascensionale dei lavoratori da quel primo sintomatico ed occasionale avvenimento andò progredendo nel decennio successivo.
Il fattore negativo della miseria in cui versavano i contadini, universalmente ammesso da studiosi e uomini di cuore dell'epoca, dipendente da una cattiva organizzazione della produzione e dal largo margine lasciato al profitto dell'imprenditore, valeva come stimolante alla forza rivoluzionaria insita nella classe.
Il socialismo risorgimentale degli utopisti e dei pensatori, ristretto ad élites di avanguardia del pensiero, veniva a colorarsi della teoria marxista internazionale senza perciò modificare quello che doveva essere, e sarà, il corso fatale del ciclo del Risorgimento, che deve concludere alla supremazia del lavoro nelle forze direzionali della società e dello stato.
E ciò è tanto più vero anche se, in determinati momenti, deviazioni dei lavoratori o fallaci metodi di propaganda hanno portato a visuali aberranti del problema.
Il nucleo storico della concezione permane sempre lo stesso: quello per cui il fascismo, colpendo brutalmente le organizzazioni dei lavoratori, oltre che una aggressione di classe, commise un crimine antinazionale con l'aver cercato di fermare l'evoluzione storica risorgimentale.
Dicevo che nel decennio 82-92 i lavoratori cremonesi si introdussero gradatamente nell'ambito della vita sociale economica e politica provinciale. Di pari passo infatti colla organizzazione sindacale si svolgeva il processo politico della immissione delle forze nuove nei fortilizi democratici delle amministrazioni provinciali.
Nel 1893 i lavoratori danno vita ufficiale agli organismi provinciali di difesa economica: Federazione Provinciale dei contadini e Camera Provinciale del Lavoro.
Si è già anche costituito il partito politico, che dai filoni del pensiero risorgimentale assume il nome di “Socialista”.
Il verbo nuovo attrae combattenti e simpatizzanti dagli angoli più remoti della provincia. Si creano fra i ceti un entusiasmo e una tensione quali si erano sviluppati fra la minuta borghesia e l'artigianato ai tempi delle lotte eroiche del Risorgimento.
E la lotta nuova anche si sviluppa tra i lavoratori appoggiati dai ceti democratici e la casta che voleva detenere il monopolio del nuovo stato per il mantenimento dei suoi privilegi.
Arruolati di diritto in questo schieramento erano anche i residui del vecchio partito feudale antirisorgimentale. Mentre i ceti più illuminati venivano incontro alle più elementari esigenze degli strati in agitazione, altri tenevano duro determinando nella provincia momenti di tensione che non pervennero mai però ad intemperanti eccessi con conseguenti gravi infrazioni all'ordine pubblico.
Non è questa evidentemente la sede per trattare analiticamente i particolari di una disamina economica e strutturale della situazione. Ci basta sottolineare da un canto gli innegabili progressi, nel settore sociale e dell'elevamento morale e materiale dei lavoratori, raggiunti mercé l'abnegazione della stessa classe e la maggior coscienza del suo stato.
La sospensione delle guarentigie costituzionali posta ad esecuzione dal gabinetto Pelloux era rivolta a un tentativo di compressione delle forze popolari e nel contempo era diretta alla messa in mora delle stesse istituzioni democratiche, sospette allora come poi per il fascismo, di una evoluzione troppo contraria agli interessi dei ceti monopolizzatori.
Criticamente perciò, sin da questo momento, il fascismo, per la sua perfetta analogia coi movimenti reazionari di classe e coi gruppi del più smaccato oscurantismo, si può definire come un fenomeno non nuovo della società italiana.
Un fenomeno che, sotto le spoglie nuove e coi mezzi ad esso elargiti dal moderno progresso meccanico, ha rinnovato per gli italiani esperienze e tempi passati riverniciando metodi e propositi intramontabili in taluni settori sempre ostili ad ogni evoluzione.
Per contro il contributo dato dal movimento operaio, a prescindere dall'innegabile miglioramento ottenuto per i ceti lavoratori, all'istradamento del paese sulla via della modernizzazione e della trasformazione in popolo cosciente delle vecchie plebi abbruttite dal secolare servaggio, è particolarmente connesso con la definitiva affermazione di una coscienza unitaria nello stato democratico.
Ciò è tanto più vero in quanto nel primo decennio del XX secolo, si muovono le forze e le masse cattoliche rimaste per lungo tempo estranee alla vita nazionale. Ai fini dell'economia del lavoro non è qui il caso, come non si è fatto per il movimento socialista di classe, di fare una completa disamina dottrinaria e storica sulla iniziata immissione delle forze cattoliche nell'alveo della vita nazionale. Sta di fatto che esse, perfettamente consce della maturità dei tempi, videro la necessità di inserimento, voluto da preoccupazioni di carattere religioso e anche e soprattutto dall'imperativo storico ed economico dell'ora.
E' chiaro che qui si allude non a gruppetti politici che si erano precedentemente e quasi di straforo introdotti nella vita amministrativa e politica della provincia ma a forze schiettamente popolari di contadini, di operai, di lavoratori in genere che intuivano di non poter restare inerti spettatori di un processo evolutivo che non concedeva tregua e tanto meno, arresti definitivi.
Mons. Geremia Bonomelli, imponente figura di prelato e sottile uomo, politico, anche se dotato di una certa quale impetuosità di carattere, aveva molto tempo prima cercato un inserimento ufficiale Del movimento cattolico attraverso la soluzione della questione romana e il conseguente riconoscimento dello stato unitario e liberale.
L'iniziativa, nonostante fosse appoggiata da piccoli gruppi di cattolici liberali, era caduta per una serie complessa di ragioni.
Venne ripresa, non sotto l'obiettivo preciso e meditato del Bonomelli, ma nell'ampia visuale dell'inserimento nell'ambito nazionale delle anzidette forze popolari cattoliche agenti in diretta concorrenza con quelle socialiste ma cooperanti però con esse, anche senza volerlo espressamente, nel fine indicato dalla concezione risorgimentale.
Con la virtuale rinuncia dei cattolici alle polemiche sostanziali contro il Risorgimento altre notevoli masse vengono così ad essere introdotte nel ciclo nazionale.
Si può dire per esse quanto si è osservato a proposito delle forze socialiste. Nonostante atteggiamenti discordanti e deviazioni di cui fu propagandista acceso in buona fede Don Davide Albertario, alfiere di una politica di riforme poggiate però su premesse antistatali, le forze popolari cattoliche assolvono il compito di aumentare il margine di azione dei fattori della vita sociale e democratica.
D'altro canto è di particolare rilievo il fatto che le forze popolari cattoliche agiscano precipuamente in quella parte della provincia (cremasco e soresinese) che fino ad allora era rimasta impenetrabile, o quasi, tanto ai nuovi fermenti sociali quanto alle vecchie istanze risorgimentali.
Tutta o quasi la provincia viene così ad essere investita da un afflato di rinnovamento dei vecchi istituti e delle antiche strutturazioni da parte delle masse, quale che sia il loro credo politico, che iniziano e portano bene avanti il corso dell'evoluzione in senso democratico ed economico.
L'affermazione che il Risorgimento, democratico all'origine, contiene i fermenti verso una concezione di democrazia economica ha in questa azione solidale, in questa “concordia discorso” dei due movimenti una riprova validamente espressiva al vaglio dell'esperienza costruttiva di una società veramente moderna. E quali sono i dati positivi che le masse lavoratrici, immesse nell'agone politico, danno in definitiva al ciclo del segnato progresso?
Il fatto stesso della loro immissione costituisce, come si è visto lo sbocco iniziale nella fase sociale del Risorgimento. Ciò implica una accettazione, quanto meno, o addirittura una accessione del metodo democratico alle iniziative e alle tendenze riformatrici nelle masse stesse.
Il dato unitario dello stato nazionale implicitamente viene accettato nella tendenza a inserirsi (delle forze popolari) tra le forze direzionali di esso.
La tesi in contrario, basata su un internazionalismo malinteso in mala fede dai ceti avversi a scopo di propaganda o frainteso per ignoranza, del termine ultimo del ciclo storico, non può essere validamente sostenuta da coloro che negano alle masse questa partecipazione attiva alla storia messa in movimento nel ciclo risorgimentale.
Ammessi questi dati fondamentali per cui i ceti lavoratori si pongono, dichiaratamente o non, tra le forze costruttrici della nostra civiltà italiana fondata sul risorgimento, ne deriva che il contributo dato da essi rientra fra i fattori fondamentali dell'evoluzione.
Quest'azione, evidentemente, non costituisce l'unico fattore del progresso provinciale, ma unitamente ad altri fattori, che indicheremo in seguito, ha dato ad esso una buona spinta in avanti.
I patti colonici stipulati fra le organizzazioni dei lavoratori e quelle dell'altra parte, in sostituzione delle statuizioni tradizionali (unilateralmente e) tassativamente stabilite in precedenza, segnano sì un miglioramento del tenore di vita delle categorie contadine, ma implicitamente costituiscono un motivo di ricerca, di perfezionamento del metodo agrario da parte imprenditoriale per recuperare per altra via il margine di profitti inciso dall'azione dei lavoratori.
Lo stesso si dica degli accordi liberamente statuiti fra le parti e relativi alle variazioni in aumento delle tabelle salariali per le categoria operaie.
Conseguentemente al migliorato tenore di vita materiale dei lavoratori si sviluppa gradualmente in provincia un accresciuto senso della necessità di un miglioramento dello stato morale e culturale delle masse.
C'è anzitutto, in corrispondenza alla diminuzione della miseria e al senso di minore soggezione economica, uno stato di dignità conquistata che equivale all'affermazione solenne dell'ingresso di queste classi nella categoria dei cittadini coscienti.
Ai maggiori salari corrisposti per funzioni superiori e specializzate, corrisponde da parte dei lavoratori una ricerca di perfezionamento delle proprie cognizioni tecniche e generali.
La graduale estensione del suffragio elettorale, sulla base del titolo di studio posseduto, induce i ceti lavoratori a raggiungere uno stadio più elevato di cultura onde essere ammessi anche ufficialmente nella categoria dei cittadini attivi. Sotto questo aspetto si va attuando l'imponderabile della fusione dei vari ceti sociali e della creazione di una coscienza unitaria tesa al progresso ed all'elevamento delle forze più represse.
Si attua cioè, senza gravi scosse, la pacifica evoluzione verso il primo stadio della democrazia economica che ha per suo presupposto la democrazia politica, rampollata dal risorgimento e rafforzata nel primo cinquantennio dell'unità italiana.
Democrazia politica e democrazia economica, legate da un vincolo di interdipendenza dialettica, anche nella nostra provincia sono la forza motrice per l'avvenire.
IL CAMMINO VERSO UNA SOCIETA' MODERNA DI CUI IL FASCISMO E' L'ANTITESI ABERRANTE
Nel primo decennio del secolo XX il processo evolutivo provinciale nel senso in precedenza indicato appare ormai giunto ad uno stadio avanzato.
L'immissione delle forze nuove nell'alveo nazionale è un dato acquisito; il livellamento di esso al grado di progresso delle precedenti espressioni politiche è pur esso quasi raggiunto.
C'è stato lo sbocco nella fase sociale che, correlativamente, al progresso negli altri campi, rappresenta il coronamento dell'edificio risorgimentale.
Sotto l'impulso di queste nuove forze si pongono premesse per l'avvenire e si inizia una nuova marcia verso la fase risolutiva del ciclo storico. Insensibilmente si è operata in tutta la provincia la demolizione dei residui feudali e della vecchia mentalità ormai superata.
Se fino alla metà dell'800 la provincia cremonese come tutta la Lombardia appariva ancora totalmente impregnata dai persistenti fluidi dell'età trascorsa e ancorata a uno stadio primitivo, ormai superato nelle concezioni ma ancora evidente e vivo alla generazione presente, ora grazie al lavoro compiuto tutto appare sostanzialmente mutato. La fase illuministica dell'ultimo periodo austriaco aveva cercato, attraverso riforme di istituti e di costumi, attraverso incoraggiamenti dall'alto, attraverso miglioramenti di colture e di imprese, di dare volto più moderno allo stato di cose esistenti.
Mancando il presupposto fondamentale della democrazia politica e dell'impulso nazionale però l'opera doveva restare tronca e con ripercussioni piuttosto lievi sulla ulteriore evoluzione. Immessa l'Italia unita nel ciclo nazionale l'opera di diradamento degli sterpi nella landa della vita sociale e di abbattimento dei vecchi ruderi ormai inutili o addirittura pericolosi doveva essere portata a termine in un lasso di tempo relativamente breve.
Più che i mutamenti appariscenti dovuti all'abbattimento delle vecchie istituzioni, alla rottura dei vecchi legami corporativi, al disfacimento di organizzazioni più che centenarie, l'impronta palese dell'opera di demolizione si rivela nella mutata mentalità e nella più spiccata sensibilità acquisita dalla nuova generazione risorgimentale.
La tendenza paternalistica all'impostazione e risoluzione dei problemi tende a scomparire correlativamente alla ricerca di metodi di lavoro stabiliti in un sempre più vasto contradditorio.
L'opinione pubblica si orienta verso un allargamento della visuale generale sui problemi di ogni specie; la mentalità generale si affina, liberandosi da asprezze ed angolosità ereditariamente stabilite come verità consacrate.
La dispersione di vecchi pregiudizi nel campo moralistico, famigliare e sociale si accentua gradatamente.
Un esempio tratto dalla quotidiana polemica provinciale può giovare al proposito per illustrare quanto sopra si è detto. Esisteva ancora a Cremona verso il '60 una casa di Industria finanziata da Enti morali che forniva lavoro, nella cattiva stagione, a un certo numero di disoccupati o liberi oppure internati nella casa stessa. Essendo l'istituzione in deficit sorse sul giornale “Il Corriere Cremonese” una polemica relativa alle sorti del pio Istituto. Ci fu chi sostenne che agli internati doveva essere destinato un cibo, più che frugale, grossolano, tale da restringere il numero di coloro che si facevano ammettere nel ricovero.
L'affermazione piattamente sociale, seppure ispirata al vecchio concetto della miseria come fenomeno ineluttabile, cadde in un coro di disapprovazione ribadito con voce più autorevole dallo stesso Direttore dell'Ospedale, il Dr Ciniselli.
Ciò serve a testimoniare, come si diceva, l'evoluzione avvenuta nella mentalità generale, liberatasi dai vecchi pregiudizi e mirante ad orizzonti nuovi sotto l'impulso di nuove idee più ampie e più generose.
Quest'opera di demolizione dei vecchi istituti e di smantellamento della vecchia mentalità viene naturalmente accompagnata da un vastissimo moto, cui si è più volte accennato, nel campo del progresso economico attraverso il miglioramento agrario e l'industrializzazione delle imprese.
Questi miglioramenti come i fenomeni precedenti trattati in sede politica e sociale, non si sviluppano isolatamente o per conto loro così come l'evoluzione di altri settori non avviene soltanto per forza propria.
Sta di fatto che una concatenazione dialettica esiste fra tutti gli indicati economici e che un'interdipendenza si crea costituendo un unico nesso di concezione e di evoluzione.
Lo sviluppo generale, su direttrici generali, avviene perciò quasi contemporaneamente in tutti i settori che si influenzano a vicenda scambiando esperienze e risultati, usufruendo di mutue circostanze di progresso.
Il passaggio dall'economia feudale a riforme nuove avviene in provincia in modo appariscente e in breve lasso di tempo.
L'agricoltura, mezzo preponderante di vita della popolazione cremonese, era rimasta fino al risorgimento nello stato primitivo dal secolo antecedente.
Migliorie sporadiche erano state fatte ma sostanzialmente non si poteva parlare di un acquisito perfezionamento tecnico, né tanto meno, di una iniziata industrializzazione dell'agricoltura.
E' stata da tempo sfatata la credenza che il territorio cremonese sia fertile per sua stessa natura.
Il lavoro di innumerevoli generazioni contadine ha dissodato gran parte della provincia là dove esistevano terre sterili, lande inospitali, zone periodicamente invase dalle acque.
L'aver ridotto a buona terra la superficie dell'agro cremonese, l'aver bonificato i territori sterili, l'aver imbrigliato le acque, l'aver aperto canali di irrigazione e di scolo, costituiscono il risultato di un durissimo lavoro man mano meglio rimunerato dai prodotti del suolo stesso.
L'evoluzione che si compie in questo periodo è fondamentale per le sorti dell'economia cremonese. I nuovi metodi di coltura, i nuovi generi dei prodotti, l'uso di strumenti più adatti alla bisogna, una razionale fecondazione del terreno a mezzo di nuovi ritrovati chimici, una collaborazione più efficiente tra proprietari affittuari e i lavoratori che hanno migliorato le condizioni di vita, importano un più che considerevole aumento del reddito agrario e della produzione.
Cremona balza ai primi posti della statistica produttiva italiana; proporzionalmente alla sua superficie la provincia è la maggiormente tassata per lo stesso reddito agrario.
Ciò ci dice soprattutto che il circondario di Cremona e per Soresina. Nel Casalasco prevalgono terre asciutte con colture alquanto diverse dalle caratteristiche cremonesi quindi il progresso è meno accentuato. Così anche si dica per il Cremasco ove però l'apertura di una fitta rete di canalizzazione pone le premesse per una sostanziale miglioramento delle sorti dell'agricoltura.
Correlativamente all'impetuoso sviluppo dell'agricoltura cremonese prende piede e si estende l'attività intesa alla trasformazione dei prodotti agricoli fondamentali della provincia. Sorgono un po' dovunque caseifici e latterie sociali il cui macchinario viene perfezionato a cura di società allo scopo costituite. Si formano i consorzi per l'acquisto di macchine e per la distribuzione di concimi.
Molto più modesta è l'industrializzazione vera e propria della provincia.
L'Italia, ancora oggi, non è potenza industriale, nel vero senso della parola. Il suo mancato sviluppo in larghe zone è da attribuirsi in origine alla scarsezza di capitali.
Dopo l'unificazione il paese doveva darsi un patrimonio pubblico di strade di comunicazione ferrate o meno, di opere edilizie, di moderni servizi e di impianti pubblici.
Logicamente la maggior parte del bilancio nazionale era impegnata in quest'opera come quella impellente di dare mezzi per il raggiungimento dell'unità e per la difesa delle conquiste ottenute.
Solo un parte del reddito nazionale poteva così essere impegnata nell'industrializzazione del paese non potendo poi essere distolta da attività produttive come l'agricoltura.
Per forze di cose l'industrializzazione avveniva nelle zone ove esisteva almeno un embrione di iniziativa industriale e dove il capitale non ricavava un utile conveniente dall'agricoltura. Non era questo il caso di Cremona tradizionalmente legata alle sorti dell'agricoltura con strati artigiani addetti alle necessità della vita o specializzati nei servizi agrari.
L'industrializzazione della provincia si limitò perciò a uno scarso numero di fabbrichette in città con nuclei operai di origine contadina, poco consistenti. Solo a Crema l'industrializzazione avrebbe segnato punti di vantaggio con l'affermarsi di solide imprese con numero abbastanza cospicuo di mano d'opera.
All'evoluzione politica di carattere economico, alla demolizione dei vecchi costumi e della mentalità sorpassata, al miglioramento generale del tenore di vita di tutti gli strati si accompagna la consapevolezza dei cittadini di essere finalmente la forza della nazione in progresso.
Questa consapevolezza dei cittadini di essere finalmente la forza della nazione in progresso si esercita nelle competizioni politico-amministrative e si rivela attraverso gli organi della stampa provinciale.
Il “quarto potere” esce in provincia dalla minorità e dalla soggezione di forze intimamente reazionarie, così come il suo apparato meccanico esce dalle officine artigianali per trasformarsi in organismi indipendenti e con mezzi adeguati.
Il giornalismo provinciale cremonese sorto praticamente verso la metà del XVIII secolo come strumento ausiliario di velleità più o meno confessate assume, se pure in modesta forma provinciale, la fisionomia e le caratteristiche di forza e di impulso di un potere basato sulla sua capacità di informazione e di persuasione. La stampa cremonese al servizio di grandi idee esplica con abilità e coscienza il suo grande compito.
Questo è agevolato dalla presenza in provincia di scrittori e giornalisti che farebbero onore, o lo faranno anche, alla ribalta nazionale: Fulvio Cazzaniga, Francesco Robolotti, Leonida Bissolati, Arcangelo Ghisleri, Ettore Sacchi; accompagnati e seguiti da una pleiade di minori, esperti di problemi amministrativi, filosofici e politici.
La stampa cremonese svolge così a varie riprese potenti campagne e per gli ideali nazionali-unitari e per la difesa delle libertà minacciate.
Quando, con impeto garibaldino, balzerà nell'agone la dialettica d'assalto delle masse popolari contro quella interlocutoria degli abitudinari, Cremona assumerà una importanza travalicante il cerchio modesto delle sue mura. A testimonianza di questa diretta partecipazione della provincia alla vita nazionale e del contributo dato da essa a problemi agitantisi in una sede più vasta si può citare le iniziative di grande respiro sviluppatesi a Cremona verso la fine del secolo e l'inizio del nuovo: il congresso nazionale delle Mutualità, il convegno delle banche popolari, il Congresso Nazionale degli insegnanti, il convegno nazionale della difesa della pace...
Accanto all'attività giornalistica e a quelle di apertura nazionale si sviluppano iniziative culturali e di studio di importanza notevole.
Già dopo il 1860, in un articolo riportato dal “Corriere Cremonese”, Niccolò Tommaseo attestava che fra le città d'Italia, Cremona, Como, Pesaro, Ancona si distinguevano come cenacoli di studi umanistici e centri di raccolta, forse più delle grandi città, di attività e di iniziative culturali.
A Cremona infatti, oltre la Civica Biblioteca e varie altre private ricche di migliaia di volumi e di incunaboli rari, ancora prima del 1848 a cura dell'Abate Gallina, introduttore a Cremona del primo asilo infantile sugli insegnamenti di Ferrante Aporti, era stata costituita una biblioteca circolare.
Nei pochi mesi di libertà quarantottesca era stato aperto in un locale del Municipio un Gabinetto di lettura accessibile ai soci.
Ma più delle istituzioni culturali interessa porre nel dovuto rilievo l'ambiente di profondi studi di carattere umanistico esistente a Cremona dalla metà del secolo scorso.
La tradizione di studi severi, legata alla scuola classica di Cremona, veniva seguita e arricchita dalle feconde opere di ingegno di valenti e modesti studiosi.
Da Luigi Bellò, Vincenzo Lancetti, Giuseppe Montani, Carlo Tedaldi Fores, Giovanni Radaelli, si arriva a Stefano Bissolati, a Pietro Fecit, a Felice Geromini.
Né si può sottacere l'interessamento che la borghesia cremonese prestava ai problemi dell'arte con raccolte private di opere artistiche, o a quelli dell'agricoltura con la partecipazione a studi di vario genere pur se attuata con metodi talvolta piuttosto dilettantistici.
Tutto ciò facilitava indubbiamente l'apertura di questi strati verso problemi politici di interesse nazionale e dava agio di comprensione al quesito fondamentale dell'unità politica e dell'affermazione della democrazia.
Quanto sinora abbiamo esposto, in sintesi senza la pretesa di voler trattare a fondo gli argomenti indicati, serve però al nostro scopo di dare un'inquadratura chiaramente indicativa dello sforzo compiuto dalle precedenti generazioni cremonesi per arrivare a compiere l'opera assegnata nel programma di rinascita del Risorgimento Nazionale.
L'immissione nell'attività patriottico-democratica, grosso modo dal 1821 al 1922, degli strati sani della società italiana, in tutte le loro espressioni e sfumature, era rivolta al compimento degli ideali risorgimentali cioè alla costituzione di una società italiana moderna, con apertura sociale, fondata sulle forze reali del mondo contemporaneo italiano: lavoro e solidarietà. Mostrare ciò serve ad inchiodare al muro il fascismo come preteso fenomeno di rinascita patriottica e sociale.
Interrompendo con la violenza e la frode il ciclo evolutivo della società italiana, il fascismo si pose come forza di regresso, come espressione inverniciata delle putride velleità di ripresa degli strati più sordamente egoistici ostili al Risorgimento e a tutto quanto esso rappresenta per il progresso del paese.
Ciò diciamo non sotto l'impeto della polemica politica, ma nella considerazione obiettiva dei fatti e delle circostanze. La società moderna italiana anche in avvenire per poter continuare la sua evoluzione non può e non deve prescindere dalla grande strada dove confluiscono il senso dell'umanità e quello della pacifica elaborazione nazionale del concetto di democrazia sociale.
Il fascismo fu perciò un movimento antinazionale nella dottrina e nella prassi sull'agone nazionale. In sede provinciale fu fenomeno di arretramento dello sviluppo produttivo sociale e culturale della zona.
Non per nulla, a un certo momento della sua parabola, nella parola dei suoi apologeti e di suoi scrittori da strapazzo esso s'identificò in “strapaese”.
Nonostante la sua bravata in sede internazionale e le sue pose da sostenitore di una politica imperialistica mondiale, il fascismo oltre che fenomeno provinciale fu, soprattutto, fenomeno provincializzante della vita della società italiana. Anche per questo riguardo i dati e le cose qui esposte, concernenti il progresso civile sociale di Cremona e gli sforzi compiuti dalle generazioni cremonesi per far si che la provincia uscisse dalla mediocrità provinciale per allinearsi con tutta la nazione in gara di miglioramento generale, hanno la loro singolare importanza di documento probatorio e di vita.
Le chiacchiere nostalgiche e i ricordi “imperiali” tramontati poi nel disonore e nella rovina, non servono a svilire la dura ma reale ed onesta concezione di vita propria degli uomini, che, contrariamente ai dettami del prefazionista del Macchiavelli, si estende alle nazioni: lavorare assiduamente e con onestà di metodi e di fini per il raggiungimento dell'obiettivo fissato.
Oltre che come documento di confronto tra la vita e i fini della società cremonese nel periodo antecedente al fascismo e la stasi depressiva causata dal fascismo stesso, gli appunti e i dati già visti in precedenza servono anche ad un preciso ed obiettivo scopo di inquadramento storico. Si mira non soltanto ad una comparazione ma a dare un contributo per un esame obiettivo delle condizioni ambientali in cui il fascismo sorse e si sviluppò.
Giacché un movimento, qualunque esso sia, non sorge improvvisamente dalla contingente temperie degli uomini, ma trae alimento e prospera su elementi preesistenti così come altri elementi della stessa situazione possa erigersi a fattore di opposizione.
Logicamente, nel corso del presente studio, man mano che si presenteranno situazioni di urto, resistenze, oppure circostanze favorevoli al movimento sorgente di reazione, queste verranno sottolineate. La parte più interessante riguarderà il permanere e la resistenza dei fili conduttori della società moderna italiana pure nella stasi fascista.
Interesserà ancora maggiormente quando sarà giunto il momento di seguire in tutta la sua esplosione fenomenica la contro reazione liberatrice operata dai vitali motivi risorgimentali insiti nella vita sociale cremonese durante il periodo vero e proprio della lotta di Liberazione contro il fascismo.
Quando l'artificiosa cappa conformistica, fatta di un sostanziale ritorno al passato, cadrà sotto l'urgere di forze nuove direttamente congiunte agli ideali e alle tradizioni risorgimentali, il mondo di prima sempre attuale nelle sue istanze riapparirà fecondato dall'antica esperienza e spronato dalle esigenze poste in essere da una forza rivoluzionaria. Poniamo l'accento ancora su una cosa: il fascismo intimamente fu sempre conscio delle ostilità ideologiche in atto fra esso e il primo risorgimento.
Il fascismo fu sempre convinto della sua sostanziale aberrazione dei problemi della vita e dell'anima italiana.
Cercò di insinuarsi falsandone il profondo significato e gli ideali occultando o minimizzando i problemi. Fenomeno non nuovo nelle dittature, use ad accaparrarsi il passato per preparare a se alibi e complici di fronte ai contemporanei.
Si assiste perciò in certi momenti in sede nazionale e provinciale a vere e proprie campagne promosse dal fascismo per svilire o denigrare uomini e metodi della democrazia che erano in profondo dissenso dalla sua politica antinazionale. Anche in sede provinciale cremonese il fascismo seguì questa strada. Ed anche per riportare chiarezza nelle idee a questo proposito si è reso necessario l'inquadramento storico precedente.
Lasciamo ora le anticipazioni e i giudizi di massima per venire allo studio che ci interessa.
Cremona e il suo territorio nel corso di una quasi centenaria rivoluzione, sono giunti alle soglie della vita moderna.
Le correnti economiche e di pensiero fuse ed intrecciate nel grande movimento politico e di classe sono sboccate nella fase decisiva della storia.
Sarebbe stato auspicabile che la pacifica evoluzione perseguita per un sì lungo tempo avesse potuto continuare senza privare gli italiani di una faticosa esperienza raggiunta a costo di duri sacrifici.
Talvolta però, ai limiti della storia, si presentano crisi di crescenza o crisi determinate da malattie non prima esplose ma che pur debbono compiere il loro ciclo.
L'età moderna teneva in serbo per l'Italia una di queste ultime crisi fatta di deficienze nello sviluppo della giovane democrazia e dall'attardarsi di vecchi strati su posizioni superate, del confluire in un solo gruppo dei problemi inevasi, dei risentimenti e dei livori di antichi nuclei ostili al divenire democratico della nazione.
Nel corso di questa crisi dovevano trionfare sventuratamente le forze antinazionali. Vedremo in seguito come alla stasi reazionaria fascista seguirà in Italia e a Cremona la salutare contro azione democratico-nazionale.
I MOVIMENTI POLITICI CREMONESI NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE
Nel giugno 1914 tre avvenimenti, di proporzione diversa ma ugualmente importanti nel rispettivo ambito, vennero a colpire l'attenzione dei cittadini cremonesi esercitando nel prosieguo del tempo un'influenza preponderante sulla situazione generale. L'attentato di Sarajevo, la settimana rossa, la conquista del Comune di Cremona da parte delle forze popolari socialiste. Potrebbe sembrare azzardato, e in certo senso lo è, porre sullo stesso piano di osservazione tre fatti così' diversi e distanti per le diverse reazioni che ne seguirono.
Visti però dall'angolo della visuale provinciale e in rapporto alla provincia stessa essi possono essere presi come punto di partenza per una disamina dell'evoluzione che da essi si inizia.
L'attentato di Sarajevo, causa occasionale della prima grande conflagrazione, chiude sul terreno internazionale la fase della politica di equilibrio fra blocchi di stati nazionali basati su posizioni acquisite ed anche sulla spinta imperialistica che segue sulla scia dei valori capitalistici nazionali.
L'equilibrio, salvo brevi parentesi in cui parve che ci si avvicinasse al limite di rottura (Agadir e crisi bosniaca) durava si può dire dal congresso delle potenze a Berlino del 1878.
Faticosamente raggiunto allora in una fase cioè in cui le forze centrifughe e discordanti dei vari nazionalismi non avevano ancora raggiunto il punto massimo, inevitabilmente doveva infrangersi quando queste non vigilate e non tenute in soggezione da una corrispondente volontà democratica di solidarietà internazionale, raggiunto l'acme di saturazione, esplosero le une contro le altre per le contraddizioni stesse del regime degli stati a libera economia e a concorrenza illimitata.
Ci fu chi vide nella guerra incipiente lo strumento per mezzo del quale sarebbero sorti gli ultimi stati nazionali, ancor confusi nell'ibrida conformazione dinastica, e si sarebbero affermate la democrazia sugli aspetti evanescenti del torbido passato monarchico-militarista-feudale. Illusione questa che crebbe negli animi di coloro che guardarono soltanto il lato esteriore della questione mentre non affondavano lo sguardo nelle tenebre oscure del determinismo economico fattore sostanziale di ogni evento sia esso positivo o negativo.
La “settimana rossa”, cioè quella serie di agitazioni, di scioperi, di azioni pre -rivoluzionarie che scossero l'Italia nella prima metà del giugno 1914, poneva fine a quel periodo di storia che era iniziato nel settembre 1904, dopo il primo sciopero generale promosso dai lavoratori.
Periodo che dalla frase usuale, trita ormai per l'abitudine, si può definire come il tempo in cui “la carta faceva aggio sull'oro”.
Sostanzialmente uno dei pochi lassi di tempo in cui parve che lo sfortunato popolo italiano potesse godere di un certo qual agio di vita e sperare anche in una felice evoluzione verso tempi ancor più favorevole.
Parafrasando il vecchio detto di Taillerand si potrebbe per gli Italiani dire che chi non ha vissuto quel periodo non ha conosciuto la gioia del viver tranquillo.
La settimana rossa in gran parte smentiva, però, quella quiete di vita e dava un accento un po' diverso al mito mieloso di quell'età felice.
A parte ogni altra considerazione parve che i ceti più laboriosi, coloro per la cui diuturna fatica il mondo aveva raggiunto un tollerabile assetto, insorgessero, quasi per presenza, contro funesti avvenimenti di guerra di cui l'ombra incipiente e premonitrice cominciava ad avvolgere le opere di pace e le serene conquiste della civiltà.
Nello stesso giugno 1914 le forze popolari socialiste conquistavano il Comune di Cremona togliendolo ad una maggioranza moderato-democratica ed instaurando nel Municipio il metodo nuovo con uomini nuovi dello sbocco del Risorgimento nazionale verso la sua fase sociale.
I tre avvenimenti indicati segnano dunque per la nostra provincia un punto fermo di arrivo creando un'incognita cui l'avvenire avrebbe dato poi una risposta.
Vediamo ora le ultime espressioni provinciali della lotta politica che determina l'assetto e l'ambiente donde sorgerà il fascismo eversore.
In provincia le forze politiche si dividono in 4 raggruppamenti maggiori, attorno ai quali ruotano e agiscono correnti minori di pensiero e nuclei dissidenti dalle tesi maggioritarie.
I raggruppamenti sono quelli che traggono organizzazione e tesi rispettivamente dal socialismo, dal credo cattolico, dal pensiero democratico radicale, dai gruppi moderati e reazionari ormai solidamente fusi ed operanti.
In precedenza si è già spesa parola su questi avvenimenti politici, giova però, ai fini di un migliore inquadramento dello studio, aggiungere ancora qualche considerazione relativamente al periodo in esame.
Il socialismo cremonese, dopo la dinamica ascesa del decennio della fine del secolo, si era fin verso il 1904 apparentemente quasi fermato sulle sue posizioni.
Nella realtà esso progrediva nella conquista interiore dei ceti lavoratori e, in regime di ancora ristretto suffragio elettorale, iniziava la pacifica conquista delle pubbliche amministrazioni.
Transigente o intransigente, a seconda delle circostanze, coi movimenti della sinistra progressiva esso si faceva campione di intransigenza assoluta nel confronto sul programma.
Dopo il 1904 aveva ripreso anche esteriormente la sua forza di espansione giungendo alla conquista di molte amministrazioni e portando la sua organizzazione anche in zone finora impermeabili alla sua propaganda.
Nel complesso la sua attività si dimostrava benefica per le masse lavoratrici, educate a dignità di popolo ed a coscienza di cittadini.
La scissione del partito operata al Congresso di Reggio Emilia, colla espulsione dei riformisti di destra, aveva inciso a Cremona colla fuori uscita di Leonida Bissolati, leader amato dalle masse per la rettitudine della sua vita e per la sua attività nobilmente spesa nella redenzione delle plebi oppresse.
A questo però doveva limitarsi la perdita subita dal socialismo cremonese nella scissione del Partito perché le masse anche se sinceramente addolorate per l'allontanamento di Bissolati, rimasero fedeli alla vecchia idea stringendosi attorno alla ormai tradizionale organizzazione.
Tuttavia piccoli nuclei di riformisti di destra si costituirono qua e là per la provincia. Si ingrossarono nel 1914 per l'affluire in essi dei massoni espulsi dal partito al Congresso di Ancona.
Questi nuclei non ebbero mai una funzione predominante, ridussero il loro programma a una funzione di democrazia sociale radicaleggiante e caddero, per la maggiore parte, nella illusione interventista della guerra “ultima delle guerre”.
Abbiamo detto in precedenza che il movimento cattolico popolare si rafforzò ed agì nella zona di Soresina e nel cremasco e ciò per evidenti ragioni di ambiente dato che in queste zone il sentimento cattolico era più fortemente sentito e radicato che altrove.
L'organizzazione cattolica (in senso politico, ben inteso) era invece piuttosto debole nel territorio cremonese vero e proprio e nel capoluogo della provincia.
Qui la massa dei cittadini aveva maggiormente subito l'influenza dei partiti laici e, a differenza dei paesi sperduti nella campagna dove i preti vivevano quasi la stessa vita dei lavoratori, aveva sotto gli occhi l'attività del partito moderato non troppo tenera e sensibile alle necessità dei diseredati.
Nel Castelleonese e nel Cremasco l'originario anelito al miglioramento delle masse contadine trovò sfogo nella propaganda e nelle parole d'ordine del movimento popolare cattolico che additava, sotto il segno della religione, un programma di rinnovamento sociale ed economico assai prossimo nelle riforme e nei miglioramenti, se non nel fine ultimo, a quello socialista.
Guido Miglioli, mente chiara e lucido pensiero, anima devota all'ideale di riforma, fu il vero e genuino apostolo della campagna popolare cattolica, condotta da lui con volontà intensa e con spirito combattivo.
La sua elezione a deputato per il collegio di Soresina sancì, in forma eloquente, il definitivo ingresso delle forze popolari cattoliche cremonesi nella scena politica.
L'opposizione alla guerra prima, nobilmente e conseguentemente fatta da Miglioli nel Parlamento e nel paese, la resistenza contro il fascismo poi, culminata nel patto di alleanza colle forze socialiste nel maggio 1922, testimoniano l'adesione di queste forze agli ideali, alle grandi fasi del Risorgimento Nazionale.
Terzo fra i grandi schieramenti politici provinciali viene in questo periodo il raggruppamento democratico-radicale.
E' questo, nella sua rappresentazione ideale, un nobile fusto che si va sfrondando delle sue foglie e dei suoi rami che serviranno da humus feconda ai movimenti politici di avvenire. Trae le sue origini dalle luci del primo risorgimento, trova nelle parole dei profeti e precursori di esso le sue parole d'ordine e il suo programma.
Ma decenni di governo nei consigli della provincia, decenni di attività nella scena politica l'hanno infiacchito e reso tardo.
La sua miglior funzione è quella esercitata nel decennio 1890-1900 quando, partecipando alla grande alleanza dei partiti popolari, respinse con socialisti e repubblicani il ritorno dell'assolutismo sulle baionette di Bava-Beccaris e coi decreti legge Pelloux.
Ora i giovani più generosi si distaccano da esso, attratti da più luminosi ideali. Le masse sorte a nuova vita non comprendono la sua parola limitatamente politica, troppo settaria nell'impostazione laica e blandamente conservatrice sul terreno delle innovazioni sociali pur nel formale riconoscimento della necessità di graduali riforme.
Questo raggruppamento ha alla sua testa una spiccata individualità e un lucidissimo cervello: Ettore Sacchi.
Altri, e in modo degno, l'avvocato Giacinto Cremonesi, ha tratteggiato dopo la liberazione, la figura di questo cremonese lumeggiandone il carattere, la dottrina, la dirittura morale.
Importa a noi sottolineare il potente contributo che Ettore Sacchi diede dal 98 al 900 per impedire lo slittamento delle istituzioni nazionali verso una forma di fascismo “ ante litteram”.
Importa attestare e sottolineare la virtù degli uomini politici del periodo anteriore al fascismo, l'onestà di Ettore Sacchi uomo e professionista, che dalla vita politica, all'avvento da lui deprecato dal fascismo, si ritrasse, galantuomo, patriota senza macchia, statista del vecchio stampo.
Il movimento democratico-radicale rappresentava dunque una forza in declino pur se ancora robusta e rappresentativa. Esso era rappresentato nei consessi provinciali e comunali da uomini di valore le cui concezioni erano però, forse un po' troppo, legate ad una politica e ad un programma superato.
Aveva connessioni col mondo finanziario industriale e sentiva, abbastanza fortemente, il vincolo della “loggia”.
E' stato forse questo ultimo legame ad influenzare, data la posizione interventista della massoneria, l'atteggiamento della maggior parte dei radicali, divenuti sostenitori dell'entrata in guerra dell'Italia passando sopra l'ideologia pacifista di E. T. Moneta.
Dietro questi partiti, quasi confinato nella penombra del sottofondo politico, esisteva, allignando tra piccole gare, scambietti politici, ricevimenti in Prefettura, il movimento dei moderati: monarchici e liberali, reazionari tiepidi e aperti reazionari in vena di camuffamento.
Più che un vero e proprio movimento è questo uno stato d'animo, un'opinione, un fenomeno qualunquista ante litteram fatto di rimpianti dei tempi passati e di aspirazioni confuse ad un ritorno all'antico regime.
Vi si confondono i residui della vecchia consorteria lombarda, che aveva plaudito le cannonate di Bava-Beccaris contro case operaie e il convento dei Cappuccini a Porta Monforte di Milano, i discendenti del reazionarismo austriacante, i vecchi e nuovi arnesi dell'egoismo di classe che vorrebbero contendere ai contadini i miseri aumenti sui salari di fame e costringere le lavoratrici dei campi a pagare con giornate di zappatura del granoturco il caldo animale delle stalle durante l'invernata.
In quegli anni, novità italiana di marca francese (alla Charles Maurras), si era andato diffondendo in Italia il Movimento Nazionalista con intendimenti imperialistici (Il Regno di Federzoni) sotto il cui orpello parolaio e salottiero si occultavano velleità e propositi antisociali di politica dura contro il parlamentarismo, il socialismo e in genere contro l'evoluzione democratica.
Il nazionalismo cioè, compreso della necessità di camuffarsi sotto vesti nuove, assume l'aspetto di un movimento di avanguardia, celando nel suo cavallo di Troia, la metaforica forca che a tempo opportuno si trasformerà in un vero e proprio patibolo per il popolo italiano.
Di questo travestimento sostanzialmente reazionario, dopo aver tentato quello sovversivo, si servirà il fascismo, in avvenire, con successo maggiore di quello dei ben pettinati nazionalisti nostrani.
Il nazionalismo futuristico del primo anteguerra resta però più che altro un fenomeno da grandi città come Roma, Firenze, Venezia.
Gli Andrea Sperelli provinciali, che hanno assaggiato Nietzsche attraverso D'Annunzio, non si azzardano ad uscire dal caldo nido del moderatismo tradizionale.
Questa resta perciò la forma in cui si traducono in provincia le velleità e le aspirazioni a una politica di rimpianti e di colpi di forza contro l'evoluzione democratica.
Ça va sans dire, i legami fra i moderati e le forze del capitalismo agrario sono costanti e continui. L'economia cremonese dal 1904 al 1914, nel quadro del generale rifiorimento italiano prospera e si amplia. Naturalmente essa si basa sui fondamentali prodotti dell'agricoltura: cereali, bestiame, latte, bozzoli, mangimi e sulle industrie di trasformazione dei vari prodotti agricoli oltre che su una modesta sebbene avviata industria vera e propria.
Il tenore di vita della popolazione ha fatto, dalla fine del secolo XIX, progressi inestimabili.
All'atroce miseria dei salariati e dei braccianti, alla vita stentata per gli operai, alla povertà segreta della minuta borghesia di un tempo fanno ora riscontro un tenore di vita e una dignità di esistenza veramente superiori al previsto.
Ciò è dovuto in parte al generale progresso economico industriale, ma è stato però strappato sia con la lotta sia per concessioni sulla base del divenire democratico e sociale.
Se la conquista del Comune di Cremona da parte delle forze popolari socialiste, dovuta all'estensione del suffragio elettorale e non prevista nemmeno dagli organi dirigenti del Partito, divenne fonte di polemica fra i movimenti sconfitti e creò preoccupazioni e rammarico nel seno della vecchia classe dirigente che ormai si vedeva minacciata nelle sue posizioni, lo scoppio della grande conflagrazione mondiale diè inizio ad una polemica ancor più vivace.
Diciamo polemica usando un termine quasi eufemistico, per alludere al profondo dissenso di tattica sulla politica internazionale che intaccava profondamente la stessa ideologia dei partiti, in contrasto fra loro e al loro interno. L'animo degli iscritti era turbato, preso nel dilemma tra convinzioni personali e disciplina e dottrina tradizionale del movimento.
La faciloneria propagandistica del fascismo, che si basò in seguito sui ricordi della “bella guerra”, volle trarre a questa complessa lotta politica le illazioni più favorevoli alla sua tesi richiamandosi a due commi:
Il neutralismo fu una posizione antipatriottica.
Tutti gli interventisti divennero in seguito nazional-fascisti.
Ora è facile demolire questo mito che la propaganda piazzaiola, dal balcone di Palazzo Venezia all'Arengo della nostra Piazza Duomo, cercò di inculcare nelle giovani generazioni.
Il neutralismo anzitutto non fu una posizione antipatriottica ma la nobile aspirazione dei ceti democratici e de lavoratori a mantenere il paese in pace al di fuori di una catastrofe mondiale, dalla quale o vinti o vincitori, si sarebbe usciti in una crisi di proporzione gigantesca.
D'altra parte il problema dell'unità nazionale, come era avvenuto in altri periodi storici del Risorgimento, poteva essere raggiunto con le arti politiche della diplomazia, così come auspicava Giolitti col suo “parecchio” nei confronti della faciloneria reazionaria di Salandra.
Ci sono difatti tutti i dati per credere che la vecchia classe dirigente moderata-monarchica spingesse alla guerra prima in alleanza cogli imperi centrali, poi assieme ai governi dell'Intesa, essendo contrastata dall'avanzata delle forze popolari. Secondariamente è ormai dimostrato che i sostenitori della tesi neutralistica in guerra fecero bravamente il loro dovere, mentre molti interventisti (e a Cremona si potrebbero fare nomi e precisazioni) rimasero cautamente al sicuro nei “boschi “propizi o delle Ferrovie dello Stato o di altre amministrazioni pubbliche.
Il secondo punto della propaganda fascista è facile da ribattere quanto il primo. Non tutti gli interventisti furono veramente combattenti: molti inalberarono il cartello “armiamoci e partite “mentre molti altri, dal 1919 al 1945, furono chiaramente e decisamente sulla barricata antifascista in difesa delle libertà democratiche.
Liberato il campo dalle tesi fallaci della propaganda fascista si può affermare, in tutta sicurezza e obiettività di giudizio storico, che le forze più consapevoli delle responsabilità che investivano le sorti della democrazia e del paese, furono i raggruppamenti politici che sostenevano la tesi della neutralità: partito socialista, movimento cattolico, gruppi di democrazia laica e patriottica.
Indubbiamente questi movimenti avevano dietro di sé la grande massa del popolo italiano, i ceti produttori, l'anima progressista e conservatrice al tempo stesso del paese.
Sventuratamente in un paese di giovane democrazia come l'Italia, le forze reazionarie, quelle che sarebbero divenute nel dopoguerra le forze del colpo di stato, avevano complici e alleate le potenze della burocrazia, del capitale italiano e straniero, delle sette segrete.
Taluni strati della minuta borghesia, più facilmente emotiva e suggestionabile ai richiami che potevano sembrare patriottici, dimostrarono ed agirono come se la guerra (naturalmente non prevista né così lunga né così sanguinosa), dovesse essere il vaglio del patriottismo.
Vennero a Cremona in quel tempo i deputati belgi Lorand e Destrè ad agitare la causa della loro patria. Venne il 29 dicembre 1914 Cesare Battisti.
Il dissidio fra le due correnti politiche si dimostrò sempre più inconciliabile. Per la prima volta nella storia politica di Cremona, per le vie e le piazze cittadine rintronarono sinistramente colpi di rivoltella sparati dalle due parti in rissa.
Il fatto, guardato allora con orrore, doveva nel dopo guerra divenire una cosa consueta col quotidiano stillicidio di sangue e di vittime.
Venne infine la guerra deprecata o benedetta dagli uni e dagli altri e l'eco solenne della grande ora faceva cessare le gare ponendo gli Italiani davanti alle loro responsabilità, che evidentemente erano più gravi per coloro che avevano voluto entrare in guerra.
La grande massa dei cittadini in grado di portare le armi partiva per il fronte.
Provincia eminentemente agricola, Cremona inviava migliaia e migliaia dei suoi contadini a combattere sulle petraie e sulle quote contese del Carso.
Pochi in città, non essendovi o quasi industrie protette, gli “esonerati” fra gli operai.
Fra questi pochi gran parte dei redattori della “Squilla”, il settimanale interventista da cui sarebbero derivate la farinacciana “Voce del popolo sovrano” e poi “Cremona Nuova”.
Essendo la gran massa dei lavoratori partita per la guerra, cessavano in provincia le sane competizioni del lavoro. I comuni amministrati da elementi democratici continuavano l'ordinaria amministrazione profondendo inoltre, per quanto potevano, tutto il disponibile nell'assistenza alle famiglie dei richiamati e nella pubblica beneficenza.
L'economia provinciale per le restrizioni imposte a determinati settori produttivi diminuì gradatamente il suo livello. Il tenore di vita dei ceti poveri e medi per l'inflazione crescente, l'aumento dei prezzi, la stasi dei salari, calò rapidamente nei confronti dell'agiatezza cremonese del decennio anteriore.
Si andava però creando (fenomeno prodotto da ogni guerra e che arriverà all'acme nel secondo grande conflitto) una categoria di speculatori e di sfruttatori, che col commercio dei generi contingentati, con le forniture al Governo, colla speculazione in compra vendita di titoli e di fondi, arricchiva rapidamente.
Sono i “pescicani”, cui faranno poi degno riscontro i borsari neri, loro degni colleghi del secondo dopo guerra.
Mentre la vita politica negli strati popolari e democratici stagnava per le ragioni anzidette, dall'altra parte si lavorava con assiduità per conquistare le posizioni, che per lo stato di guerra erano state sguarnite dai movimenti democratici.
Veniva costituita la “Federazione delle Leghe Autonome”, una organizzazione sindacale con indirizzo scissionista nei confronti del sindacato di classe e di quello cattolico dichiaratamente neutralisti.
Gli interventisti, rimasti a casa a propugnare l'intervento mentre durava la guerra, davano vita inoltre a embrioni di organizzazioni politiche quali la “Lega Patriottica” e il “Fascio Antibolscevico”.
Chiarissimo traspariva da queste organizzazioni non l'intervento unitario di potenziare al massimo le risorse materiali e morali della nazione per superare l'ardua congiuntura, ma le velleità, invece, di approfittare dello stato di guerra per assestare un colpo alle forze popolari e democratiche dell'intera provincia.
Gli interventisti del “piede a casa” si occupavano a tempo perso di pseudo congiure antipatriottiche e davano ala alle velleità reazionarie, compiendo anche un'opera vile di delazione sulle amministrazioni popolari e sui privati cittadini.
I soldati lavoratori tornando a casa nelle brevi licenze fra l'una e l'altra delle sanguinose battaglie del Carso e del Piave, avevano sotto gli occhi questo triste spettacolo.
Nelle soste delle dure battaglie essi meditavano l'avvenire chiedendosi: perché l'Italia, perché la Patria non doveva essere a tutti i suoi figli madre amorosa e cara?
Il suono festoso delle campane di S. Giusto annunziante la vittoria sembrava annuire alle aspirazioni dei democratici italiani.
Vedremo come queste furono terribilmente deluse.
DALL' APOGEO ALL'ECLISSI FASCISTA IN PROVINCIA
I problemi che il primo dopo guerra poneva alla nazione italiana erano difficili e gravi non però insolubili.
Affrontati sul terreno della democrazia, nella concordia degli animi, nella sincerità delle intenzioni, sarebbero stati risolti con soddisfazione e con ripercussioni favorevoli sull'avvenire del popolo.
Come si era vinta la guerra sul terreno militare si sarebbe potuto vincere la pace su quello degli accordi internazionali e della democrazia.
Il regolamento, su basi etniche, del confine settentrionale ed orientale del paese in accordo coi popoli confinanti e concessioni coloniali da parte delle potenze occidentali, come compenso ad una moderata politica delle rivendicazioni in Europa, avrebbero degnamente chiuso il ciclo risorgimentale unitario e posto la sordina alle trombe imperialistiche dei nazionalisti nostrani.
L'adempimento delle promesse democratiche fatte dal Governo di unità nazionale ai lavoratori in grigio verde e relative alle assegnazioni di terre e al controllo sui grandi monopoli industriali avrebbe introdotto i lavoratori nella cittadella contesa dell'economia facendoli parte interessata, e perciò diligente, nel ciclo produttivo della nazione.
Una grande apertura democratica, basata sul suffragio universale e sullo smantellamento dei superstiti privilegi di casta connaturati alla ossatura monarchica dello stato, con la conseguente convocazione di una Assemblea Costituente, avrebbe potuto immettere il popolo sul binario del progresso con incalcolabili vantaggi per l'avvenire e colla eliminazione del pericolo di un ritorno reazionario, quale invece avvenne a mezzo del fascismo.
Ma di fronte al dilemma se innovare o perdere la nazione i gruppi antinazionali, le cricche segrete, i ceti detentori del capitale e dei mezzi di controllo della vita politica non esitarono a sferrare la loro controffensiva.
Questo è un punto che deve essere trattato con la massima obiettività e sincerità.
Le masse smobilitate che si rovesciavano sul paese tornando dalla guerra col solo viatico del pacco vestiario e della ipotetica “polizza” si attendevano giustamente che lo stato, accogliendo i voti della nazione fatta di lavoratori e di minuta e media borghesia, ponesse risolutamente le premesse per un rinnovamento sociale e democratico.
Le speranze andarono ben presto deluse.
Terminata la guerra i ceti conservatori pretesero, non soltanto di nulla concedere a chi tutto aveva dato, ma anche di addossare le spese della trasformazione dell'industria di guerra in industria di pace e il costo della ricostruzione del paese sui ceti lavoratori e dei piccoli risparmiatori.
Nella carenza assoluta di adeguati provvedimenti da parte degli organi dirigenti dello stato i movimenti popolari, che raccoglievano l'appoggio delle grandi masse scontente e deluse, iniziarono ben presto potenti azioni nel paese per ottenere dall'interno la trasformazione dello stato e l'accesso delle forze produttive nel ciclo economico nazionale.
Nel quadro del generale sommovimento europeo di idee e degli eventi rivoluzionari a Oriente e nel cuore del continente si inseriscono le vicende italiane del primo dopo guerra.
Fu facile alla propaganda fascista degli anni successivi gabellare il movimento delle masse lavoratrici per un piano rivolto alla trasformazione violenta dell'assetto sociale e politico con caratteri antipatriottici e antiprogressisti.
A quest'opera subdola di travisamento delle realtà contribuirono, senza volerlo, sentimenti e movimenti incontrollati di masse immature e atteggiamenti non realistici, ma massimalistici, di partiti politici.
Sostanzialmente l'attività delle masse, a torto considerata e gabellata per sovversiva, mirava a fare rientrare le correnti evoluzionistiche nell'alveo della vita italiana.
Lo scompenso provocato dalla situazione bellica sull'evoluzione italiana, si ripercuoteva sulle prime vicende del dopo guerra.
In questo periodo l'azione dei ceti democratici si rivolgeva allo scopo di superare le remore frapposte al movimento naturale che doveva sfociare nella sua ultima fase.
Se lo Stato italiano, avesse adottato misure e riforme adeguate ai sacrifici fatti dai ceti diseredati per il raggiungimento dell'unità nazionale, la situazione si sarebbe indirizzata nella grande corrente storica del rinnovamento democratico e sociale conforme ai destini indicati dal Risorgimento.
Sventuratamente per l'Italia ceti egoistici e gruppi retrivi, chiusi nella contemplazione dei loro interessi particolari ed ipnotizzati nel cerchio magico del mito di soluzioni di forze per arrestare il progresso, non compresero il profondo significato dei movimenti di massa, di idee dei reduci della guerra, di richieste delle masse dei lavoratori, dei ceti medi impoveriti e auspicanti un più equo trattamento.
Fu così l'urto violento fra le due concezioni: quella democratico-progressista e l'altra conservatrice-reazionaria.
Non è qui il caso di rifare mese per mese la cronistoria provinciale dei movimenti popolari i quali, passando di successo in successo, riuscirono a conquistare la maggioranza negli organismi amministrativi.
Lo stesso avvenne nel settore del lavoro ove i sindacati giunsero ad affermazioni a conquiste graduali già programmate nell'anteguerra ed ora finalmente raggiunte.
Contro questa situazione, densa di avvenire per i ceti socialmente diseredati, si spiegarono le forze della reazione prima divise e discordi, poi unite in un fascio di propositi e di programmi.
E sorse il fascismo.
In campo nazionale il fenomeno fascista si presentò sotto due aspetti che si fondevano in un'unica maschera tragica: quella della dittatura.
Da un lato il fascismo rappresentò la dura oppressione di classe nella sostanza delle cose e nella volontà dei ceti egoistici da cui esso era finanziato e sostenuto.
Dall'altro lato, subordinatamente al primo aspetto, esso rappresentò la reazione dittatoriale vagheggiata dai sottofondi della società italiana, volta all'annullamento delle conquiste democratiche del secolo di lotte risorgimentali.
Questo secondo aspetto era soprattutto determinato dalla prima istanza fascista di interrompere il progresso delle forze popolari essendo chiaro e provato che nel regime democratico queste avrebbero potuto trasformare la società, agendo nella legalità e nel programma patriottico del Risorgimento.
Come tutti i movimenti di reazione il fascismo non ebbe mai una dottrina, se non di accatto, raffazzonata sui testi dei così detti “precursori”.
Il programma politico si adattava e si circoscriveva alle contingenti e notevoli situazioni tattiche nel versipellismo e dilettantismo del suo autorevole capo.
E di questo sostanziale adattamento alle situazioni il fascismo diede prova sin dal suo stesso sorgere.
Dopo la guerra che aveva sconvolto e diroccato stati, istituzioni, mentalità che sembravano immortali, il fascismo che nella sua espressione di gruppi interventisti si proclamava movimento “socialista di produttori” si atteggiò a partito giacobino in concorrenza addirittura col movimento anarchico, del quale “il Popolo d'Italia” recò articolo elogiativo.
Erano le premesse diciannoviste (che saranno riverniciate con smalto teutonico nel periodo repubblichino).
Con esse, nel triviale machiavellismo del fondatore, si cercava di far breccia sul sentimentalismo ingenuo ed innocuo dei giovani e meno giovani argonauti del vello patriottico, vello da porre al centro dell'altare fra i simulacri delle altre divinità dell'epoca: democrazia, socialismo, anticlericalismo, repubblicanesimo dannunziano.
Il programma diciannovista, estremista e sociale, venne sbandierato nelle prime elezioni politiche del 19 e fu sommerso dalla crescente marea dei voti dati alla democrazia genuina.
A Cremona il “fascio” era stato costituito l'11 aprile 1919. Il programma elettorale dei fascisti cremonesi candidati al parlamento per le elezioni del novembre 1919 (e c'era con essi il candido e povero “Leonida”) ricalcava tali premesse estremiste. Nell'ordinamento politico interno c'era la revisione della Carta Costituzionale del Regno facendo luogo sia alla rappresentanza degli interessi delle categorie, come complemento necessario alla rappresentanza politica, sia alla modificazione amministrativa con intento decentratore e semplificatore.
Nell'ordinamento economico e sociale, occorreva dare impulso alla produzione agraria ed industriale senza riguardo a precostituiti diritti in contrasto colla utilità sociale e col concorso delle classi lavoratrici fatte compartecipi agli utili delle aziende agricole ed industriali e rese sempre più atte a più estesa ed elevata collaborazione.
A parte l'esito infelice (pel fascismo) delle elezioni, questo primo periodo indicò che il neo movimento, lungi dall'essere un fattore di pace e concordia sociale, tendeva, su un terreno demagogico della più bassa concorrenza, a sbandierare riforme sociali più radicali, più avanzate di quelle, fondate sulla esperienza e sulla teoria, dei partiti e movimenti tradizionalmente legati ai lavoratori.
Basti ricordare l'iniziativa dei fascisti cremonesi dei primi tempi per ridurre a sette il conquistato orario di otto ore giornaliere di lavoro.
Il fascismo della prima maniera, estremista, anticlericale, sociale, riformatore sul terreno costituzionale dello Stato, non attraeva per una serie di ragioni sostanzialmente opposte le une alle altre, in particolare per la contraddizione evidente di un programma che non consentiva l'adesione ad esso di ceti i cui interessi erano diametralmente contrastanti.
Per istinto i ceti lavoratori diffidavano degli uomini dirigenti del fascismo, transfughi per la maggior parte dai movimenti di classe e sindacali rivoluzionari, e del programma ibrido nella sua formulazione e chiaramente irrealizzabile nelle proposizioni. La parte programmatica che doveva attirare i lavoratori era altresì quella scostante per i ceti reazionari.
I dirigenti del movimento, anche se provenienti da formazioni popolari, erano profondamente opportunisti.
L'ideale che li spingeva non era né quello democratico, né, tanto meno, quello nazionale. Semplicemente era il movente personalistico della carriera e del successo che spingeva questi versipelle e volta gabbana della vita politica.
A un certo punto della “crisi fiumana” non era forse Mussolini disposto a venire a patti col tanto denigrato Ministro Nitti?
Né da meno, sul terreno provinciale, erano gli uomini del fascismo locale.
Transfughi in parte dal movimento popolare socialista per le insoddisfatte ambizioni, ruderi del precedente periodo messi in ombra dalle affermazioni democratiche, erano disposti a raccogliere ovunque mezzi e incoraggiamenti pur di riuscire nel loro obiettivo.
Gradualmente, perciò, nel giro di pochi mesi il movimento fascista depose la spoglia giacobina e, mantenendo come paravento l'etichetta patriottica nazionale, operò la sua trasformazione in strumento di oppressione di classe rivelando la sua vera essenza di fenomeno reazionario.
Tentativi di allargamento democratico nel settore industriale avevano impaurito i grandi monopolisti, le agitazioni e le conquiste sociali contadine avevano ridestato nel ceto agrario possidente i vecchi livori maturatisi in quarant'anni di azione popolare, la nuova categoria degli arricchiti di guerra temeva i mutamenti ed una legislazione sui profitti di guerra.
Tutte queste categorie, appoggiate sordamente dalle forze del colpo di Stato annidate nei gangli della burocrazia e nel sottosuolo borbonico del vecchio regime, diedero ala alla speranza del fascismo e lo appoggiarono nella sua azione antidemocratica.
Queste forze oscure esistevano anche nella provincia di Cremona. Certo agrarismo (non la classe agraria nel suo complesso) aveva strenuamente lottato contro le rivendicazioni popolari; aveva ceduto, stringendo i denti, ma sempre sperando di ritornare sui suoi passi. Le agitazioni dei sindacati di classe nel dopo guerra e le avvisaglie del movimento popolare cattolico preludenti alla “occupazione delle cascine” e alla soluzione codificata più tardi nel “lodo Bianchi”, avevano aguzzato a ferro bianco i suoi risentimenti e le sue occulte aspirazioni.
L'industrialismo del pari temeva di perdere, nella trasformazione dell'apparato di guerra, gli utili derivantigli dal blocco dei salari del periodo bellico.
Esisteva poi anche a Cremona una tradizione burocratica reazionaria che risaliva, oltre ai tempi di Bava Beccaris, al 1894 con l'azione crispina di repressione antidemocratica.
Tutte queste forze diedero impulso alla sorgente reazione.
Il fascismo reclutava nelle sue file gran parte degli elementi ingenui, patriottici o nazionalistici cui già abbiamo accennato. Ma reclutava anche opportunisti di ogni genere, transfughi di base dei ceti popolari, sotto proletariato pronto a vendere dignità e coscienza per un tozzo di pane. In questa base eterogenea non mancavano i criminali veri e propri, tecnici dell'aggressione, sparafucile pronti a fare fuoco quando si sentissero coperte le spalle da omertà e protezionismi.
Anche il fascismo dalle provincie emiliane di Val Padana dilagava apertamente verso la provincia di Cremona, accendendo i fuochi degli incendi nelle Cooperative e nelle Leghe, devastate e rapinate, tra gli agguati sanguinosi e le aggressioni.
La tattica fascista in provincia era ispirata a due forme. L'una, d'intimidazione personale rivolta, colle aggressioni e colla minaccia della disoccupazione e della fame, a demolire le coscienze libere e democratiche.
Quest'opera di sopraffazione comprendeva anche l'eliminazione sanguinosa dei dirigenti avversari per indebolire ognor più la forza dei democratici.
A testimonianza di questo stillicidio di sangue ed a ricordo di tutti i caduti per la causa democratica, basti ricordare il solo nome di Attilio Boldori.
Capi lega, semplici lavoratori, democratici onesti e sinceri caddero sotto il piombo fratricida.
La seconda forma della tattica fascista era rivolta all'annientamento della vita democratica colla violenta espulsione dei rappresentanti dei partiti avversi dalla amministrazioni e da tutte le istituzioni rappresentative, cui legittimamente stavano alla testa come eletti del popolo.
Il clima di aperta violenza, di sopraffazione, di sangue e di saccheggio si estendeva man mano a tutta la provincia.
Il 1921 è l'anno in cui il fascismo cremonese comincia ad apparire alla ribalta di una sinistra notorietà nazionale per l'attività dei suoi uomini e per i metodi bestiali adoperati.
A questo punto giova inserire qualche nota sul comportamento dell'apparato statale.
Se in sede parlamentare o governativa si può parlare di “capitolazione” fatta di disarmo morale, di acquiescenza o, in deplorabili casi, di intima soddisfazione, nel caso degli organi burocratici e della struttura permanente dello stato si deve semplicemente ed onestamente parlare di omertà e di connivenza.
I Prefetti che si susseguirono a Cremona, specie nell'ultimo periodo, erano chiaramente infeudati al fascismo e al suo modo di considerare la situazione provinciale. La Questura e gli altri poteri di vigilanza e repressione (guardia regia) appoggiavano apertamente l'azione brigantesca e le aggressioni isolate senza nemmeno salvare la faccia.
Basta scorrere la “cronaca” del quotidiano locale dell'epoca.
Gli aggressori fascisti negli “incidentini” (così testualmente i giornali chiamavano le aggressioni) non venivano nemmeno arrestati, gli altri, quelli che reagivano, venivano immediatamente passati alle carceri anche se era chiaro come la luce del sole che essi avevano agito per legittima difesa.
Anche taluni Magistrati agivano nell'aperto disprezzo delle norme di legge.
Se il Procuratore del Re di Cremona veniva (tarda resipiscenza del ministro) telegraficamente trasferito a Catanzaro ciò significava che, fin dal '22, la spada delle giustizia si impigliava già nella rete connivente dell'omertà.
Citiamo come esempio il caso del processo a carico di un ferroviere aggredito in casa sua da squadristi che, a mezzo di scale, tentavano penetrarvi attraverso il balcone.
Il ferroviere, per difendersi o chiamare soccorso, aveva sparato un colpo di rivoltella.
La scalata a mano armata era avvenuta in una strada centrale di Cremona. Era un po' il caso che sarebbe capitato ad Emilio Lussu nella sua casa in Sardegna.
Ora, invece di arrestare gli aggressori, invece di colpire duramente coloro che turbavano, in un modo così grave, l'ordine pubblico, la Procura ordinava di procedere contro l'aggredito che veniva, per di più, condannato ad alcuni anni di carcere.
Questo, fra i tanti, è un esempio dell'agire “costituzionale” dell'apparato burocratico statale. Sta di fatto che le forze del colpo di stato, facenti capo alla monarchia, si avviavano a dare appoggio con tutto il peso dei loro organismi alla reazione in atto, reazione da esse lungamente attesa e auspicata.
La stessa connivenza dei pubblici poteri apparve clamorosamente nell'episodio relativo alle sorti del Comune di Cremona.
Gli amministratori popolari erano spesso già stati gravemente impediti nell'espletamento dei loro doveri di carica.
Fino a che l'invasione del Municipio da parte di squadracce fasciste, nei primi giorni del luglio 1922, fornì alla Prefettura il pretesto per nominare un regio commissario.
E, come il Comune di Cremona, decine e decine di altre amministrazioni (75 Municipi in provincia, per la storia) furono, nello spazio di pochi mesi, sottratte ai legali amministratori per essere affidati a gestione commissariale.
La situazione in provincia era ormai a questo punto. Le squadracce nere locali dominavano apertamente la piazza calpestando la legge, seviziando, ammazzando gli oppositori, sconvolgendo ogni sistema di ordinato vivere civile.
In pieno secolo XX si rivivevano a Cremona i crudi e ormai trascorsi tempi medioevali delle sedizioni cittadine, della guerra portata nel nostro territorio da bande di ventura, delle atrocità, elevate a sistema di governo, dei signorotti, duchi o marchesi che fossero.
Vivono ancora i testimoni dell'epoca di ferro, che va dal 1920 al 1922. E' la generazione che fu provata dalla prima guerra mondiale, che, magari, si gonfiò il cuore di giubilo all'annuncio della vittoria del '18 e delle speranze democratiche da essa sollevate.
Essa visse e sentì nelle sue carni e nella sua anima il tempo fosco, il crudo martirio, l'amara disillusione, il senso d'impotenza di fronte alla forza brutale e alla frode volpina.
Vorrebbe lo storico popolare far rivivere, sotto la penna, quell'epoca di ferro. Vorrebbe presentare alle generazioni nuove che sorgono il quadro del torvo periodo perché questo possa servire loro di ammaestramento e di esperienza.
Non torni più il fascismo spettro sanguinoso della dittatura minacciante la pace domestica, la concordia sociale, i diritti dell'uomo e del cittadino.
Non riviva più Cremona quelle ore tremende d'insolente desolazione quando bande di incendiari e di assassini passavan per le vie profanando colle laide bocche il nome della Patria.
I lavoratori onesti e cittadini intemerati sottoposti a sevizie ed ingiurie. E gli incendi delle case private, e gli incendi dei modesti patrimoni degli organismi cooperativi. E malfattori mascherati (come al tempo dei briganti del risorgimento) uccidere a colpo sicuro, onesti cittadini cattolici a Genivolta ed evoluti lavoratori socialisti a Solarolo Monasterolo, S. Giovanni in Croce, Cremona.
Cremona che per più di quarant'anni, dall'assassinio del dottor Fieschi, non aveva più assistito a delitti occasionati da motivi politici, Cremona educata ai grandi ideali del Risorgimento, agli umani ideali del socialismo, Cremona era divenuta la giungla selvaggia ove, a ogni passo, a ogni arbusto, si nascondevano masnadieri armati pronti a sfogare nel sangue e nelle sevizie la foia di libidine cumulata nelle orge di alcool e cocaina pagata col soldo dei venturieri stipendiati dalla reazione.
E giorni foschi, nel tragico luglio 1922, ben ne trascorsero dalla gazzarra fascista in piazza del comune contro gli amministratori quando alla ribalta, fra i capintesta del fascio, comparvero anche i ruderi delusi dell'antico regime, fra cui il trombone civico Alfonso Mandelli voglioso di soddisfare le voluttà di primo sindaco fascista, fino alla giornata in cui la Camera del Lavoro, le tipografie dei giornali del popolo vennero assalite, devastate, incendiate.
Inquadrati dalla guardia regia, gli squadristi della provincia e le bande dei “camerati” di altre località si diedero impunemente a scene selvagge di violenza e di rapina.
Da un treno speciale scendevano reparti armati del 49° e 79° Regg.to di Fanteria con sezioni di mitragliatrici per tenere l'ordine: sarebbero bastati due squilli di tromba e quattro mitragliatrici piazzate nei punti nevralgici per disperdere in fuga, come grano lanciato dal ventilabro, la canea urlante e minacciosa.
Il colpo di stato, frutto dei sogni nostalgici e della politica di repressione, era nell'aria.
Non c'era nulla da attendersi dai pubblici poteri, tremebondi o infeudati e complici del fascismo. Questo passava tra la viltà e la complicità dei ceti egoisti.
Il poeta della terza Italia, di fronte a simile spettacolo di bassezza e di dissipazione dei più alti valori morali e civili della nazione, con maggiore verità avrebbe sdegnosamente ripetuto la sua tragica invettiva:
e il tradimento e la vigliaccheria
si come cani in piazze
ivi si accoppiano anche; ebbra la ria
ciurma intorno gavazza
E i “viva” urla all'Italia
Contro la viltà e il tradimento dei complici, contro la forza bruta delle falangi dei nuovi “centurioni”, solo i movimenti popolari in questo particolare momento scesero in campo ad affrontare la furia scatenata. Ed è interessante vedere come si è operata, al primo insorgere della reazione, la prima opposizione, la organizzata resistenza dei partiti democratici.
Sorti questi nella fase umanitaria e civile della evoluzione, con programmi che tendevano all'elevamento attraverso la propaganda, non avevano curato o non si erano preoccupati di costituire formazioni armate e militarmente organizzate. Le bande nere organizzate con l'unico obiettivo di mettere in campo dei lanzichenecchi al servizio della reazione, si erano date sin dall'inizio struttura, organatura e mentalità affatto militare. Si aggiunga poi che mentre i “sovversivi” bianchi e e rossi, accuratamente schedati nelle questure e nelle stazioni dei Carabinieri, non potevano mai ottenere porto d'armi; i fascisti erano armati fino ai denti, in taluni casi, andando a rifornirsi di armi nelle stesse caserme e depositi ad opera di compiacenti concessioni burocratiche e governative.
Si aggiunga l'imponderabile dell'ambiente.
I fascisti infatti sentivano di agire su terreno propizio.
Accompagnati nelle loro imprese da agenti governativi, tutelati dalla burocrazia, certi dell'impunità penale per la omertà della questura e le debolezze dei magistrati simili al già ricordato procuratore del re di Cremona. La teppaglia fascista generalmente non aveva nulla da perdere.
Giovinastri viziosi che passavano le ore in attesa delle “spedizioni punitive” fra le case di piacere e i caffè, erano i candidati al facile eroismo di bastonatori di inermi e di assassini di gente presa alle spalle.
Nonostante il clima infausto e nonostante che la situazione fosse ormai periclitante, l'opposizione democratica si rivelò nelle due forme che avranno poi un'importanza decisiva nel secondo Risorgimento: resistenza armata; alleanza democratica tra forze affini per controbattere l'offensiva avversaria.
La resistenza sul campo, fatta in un primo tempo di isolati episodi, si andò man mano organizzando fino a darsi una ossatura simile negli scopi a quella dei gloriosi “volontari della libertà”.
Si cominciò da parte dei lavoratori e dei democratici, ad applicare in taluni casi, la legge del “taglione”.
Non soltanto resistenza, là dove era possibile, contro le aggressioni, ma controazioni manovrate e di forza contro le squadracce nere. C'era da combattere su due fronti perché le forze dell'ordine intervenivano rapidamente quando si trattava di agire contro le azioni popolari; ciò nonostante la ineguale battaglia si andò accendendo dei bagliori delle volontà, venati alla fine dalla rabbia della disperazione.
In molti paesi le bande nere che credevano di avere da compiere il solito lavoro di bastonatura degli inermi e di atterrimento delle donne e dei bambini, si trovarono di fronte raschi taglienti e canne dei fucili novantuno portati a casa dai soldati contadini.
Fu la fuga allora degli eroici squadristi e il grido “a noi” che in tono di implorazione echeggiava tra i fossati e le concimaie ove i valorosi si erano acquattati.
Ciò a Derovere, alla “battaglia di Sospiro” e in talune località del Cremasco. Ciò a Cremona alla difesa della “cooperativa Terrazzieri” e delle Case Popolari di Porta Mosa, alla difesa della Cooperativa Carlo Marx fuori Porta Venezia e nella lotta combattuta l'8 maggio 1922 (ultima libera celebrazione della festa del lavoro) agli approcci della città per rompere il cerchio posto dalle squadracce nere. E' un episodio questo che merita di essere ricordato anche perché testimonia come, a pochi mesi dal colpo di Stato, le forze democratiche cremonesi avevano ancora mordente di lotta e forza organizzata.
La festa del Lavoro per la prima volta nel Cremonese, veniva celebrata unicamente in una sola manifestazione dalle Organizzazioni Sindacali Cattoliche e Socialiste.
Lo spirito unitario di resistenza al fascismo che animava la manifestazione aveva profondamente colpito la reazione la quale confidava nella disunione delle forze contrapposte per meglio colpirle l'una dopo l'altra. Lo schieramento reazionario cercò perciò in tutti i modi di stroncare sul nascere il movimento.
Minacciando torbidi e azioni esso aveva anzitutto cercato di esercitare pressioni sui pubblici poteri per indurli a proibire la manifestazione. Tornate inutili queste minacce il fascismo volle impedire con la violenza la manifestazione unitaria. Il Centro di raccolta delle forze popolari era al centro scolastico “Passeggio” dove doveva avere luogo il comizio.
Da tutti i paesi della zona Cremonese dovevano affluire i lavoratori dei Sindacati di classe e cattolici per parteciparvi. Oltre che a significato simbolico della Festa del Lavoro, la manifestazione doveva assurgere a civile e democratica protesta contro i metodi del fascismo.
Il fascio aveva sguinzagliato le sue squadre nei punti di accesso alla Città pattugliando le strade per impedire il concentramento dei lavoratori. Anche questi, però, si erano preparati e organizzati.
La tattica dell'avvicinamento alla Città in piccoli drappelli era sconsigliabile perché le bande nere avrebbero potuto ricacciarli isolatamente uno dopo l'altro.
Si procurò perciò, a mezzo di staffette da Paese a Paese, che i vari gruppi, prima di entrare in Città, si concentrassero in posti prestabiliti per poter poi sfondare il cerchio avversario. La zona del Casalbuttanese e paesi contermini si concentrò attorno alle scuole di S. Ambrogio; quella dei Lavoratori del basso cremonese fuori Porta Romana. I fascisti, asserragliati nel quartiere di S. Ambrogio cercarono di mettere in fuga la massa dei lavoratori provenienti dalla campagna. Alla notizia che la mischia si andava accendendo, nuclei di operai della città, costituiti nei reparti degli “arditi del popolo”, accorsero in aiuto dei contadini. La lotta più aspra avvenne, frazionata in molteplici episodi, presso il terrapieno della Ferrovia Cremona-Milano al costruendo sottopassaggio di via Bergamo. Risuonavano spari di rivoltella nel silenzio mattinale della città impaurita. I fascisti presi di fronte e ai lati dovettero ben presto cedere il campo cosicché il corteo dei lavoratori poté dal piazzale Risorgimento raggiungere le Scuole di via Passeggio.
Il comizio qui tenuto, cui intervennero i rappresentanti dei Partiti Politici democratici e delle Organizzazioni sindacali, indicò, nella lotta di resistenza al sorgente fascismo, un mezzo che, se fosse stato adottato in precedenza, avrebbe costituito un risolutivo ostacolo alla avanzata delle forze autoritarie e reazionarie. L'unità delle forze democratiche operaie e contadine organizzate nel Partito Socialista e nel Movimento Popolare Cattolico avrebbe arrestato nel Paese il processo di degradazione del sistema democratico e opposto una resistenza quasi insuperabile al fascismo.
A Cremona i dirigenti delle citate organizzazioni videro la giusta prospettiva da dare alla lotta contro il fascismo.
Il “Patto” firmato dai dirigenti Socialisti e Popolari (Sasdelli – Morelli – Avv. Zanoncelli – Avv. Volontè – Gaetano Zanotti) era posto sulle seguenti basi: intesa sul terreno sindacale per difendere e riconquistare i diritti dei lavoratori organizzati; intesa nel campo amministrativo per salvaguardare la libera attività delle amministrazioni; accordo su azioni politiche che si ritenessero necessarie per arginare il fascismo.
Come si è visto detta alleanza, che costituiva un serio ostacolo al fascismo, colpì fortemente la sensibilità tattica di quest'ultimo che avvertiva chiaramente che dalla unità dell'antifascismo, come avverrà poi nella lotta di liberazione guidata dal C.L.N., sarebbe derivata la sua fine ingloriosa.
La reazione cremonese fin da allora comprese ciò ed in una assemblea del fascio si denunciava “la provocazione migliolina e socialista che, in un ibrido patto di intesa, hanno lanciato una sfida al fascismo cremonese”.
Sventuratamente i tempi non erano maturi per una sostanziale identità antifascista, cioè democratica. Sarebbe occorsa la crisi Matteotti per dare all'antifascismo il senso dell'unità e sarebbe stata necessaria, in prosieguo di tempo, la lotta partigiana per cementare l'unità democratica nel crogiolo rovente della battaglia. Allora, nonostante il monito di Cremona, la lezione fu perduta per i dirigenti nazionali dei Partiti Democratici.
Molti pregiudizi non erano ancora caduti; c'erano, da parte dei gruppi democratici
reclutati nei ceti della borghesia, ancora molte riserve e illusioni. Si confidava che la corona non si sarebbe troppo scoperta, così come sempre nella storia era stata la tattica savoina di governo. Si sperava nell'assorbimento del fascismo nell'alveo di una legalità pseudo costituzionale. I frutti si sarebbero visti a breve distanza di tempo. “Frutti di cenere e di tosco”.
COSE E UOMINI DEL “DUCATO” FASCISTA DI CREMONA
Una corrispondenza trasmessa da Cremona all'Avanti! quotidiano del Partito Socialista, nel settembre 1923 diceva, dopo aver illustrato arbitrii polizieschi circa una raccolta di sottoscrizioni e proibizioni ai giornalai di esporre il giornale: “dopo i ripetuti casi di violazione delle norme costituzionali culminati in talune località coll'asportazione dalle edicole e col rogo del nostro giornale ci si domanda se Cremona faccia parte del Regno o se invece costituisca uno stato a sé”.
Pochi mesi dopo il “Becco Giallo” della prima serie, vale a dire del tempo glorioso della battaglia democratica, recava una vignetta che rappresentava una via di Cremona con un gruppo di “fascisti” che osservavano un lettore di giornali e la battuta significativa diceva “è un sovversivo: legge il Popolo d'Italia”.
Abbiamo citato questi due fatterelli per lumeggiare la situazione che si era venuta creando a Cremona dopo la “Marcia su Roma”.
Non soltanto cioè le leggi costituzionali in certo qual modo ancora valide nel resto d'Italia, specie nelle grandi città, non avevano più vigore nel territorio fra Po e Adda, ma le stesse disposizioni, ordini e direttive nel nuovo regime erano guardate con sospetto dagli esponenti del “rassismo” locale tanto da portare a situazioni insostenibili degne di essere riprodotte, se non fossero avvenute in un quadro di avvilimento dei cittadini e della democrazia, sulle tavole del palcoscenico di un teatro di operette o pochades allora in voga.
La “marcia su Roma” vale a dire il colpo di Stato delle forze reazionarie accompagnato dalla vandalica e coreografica passeggiata attraverso l'Italia delle bande raccogliticce di lanzichenecchi, aveva portato in Italia all'instaurazione di un governo di “Unione Nazionale” con pieni poteri votati da un sopravvissuto Parlamento e con chiara tendenza a trasformarsi in regime.
I primi mesi, i primi atti, i primi passi del governo avevano dissipate molte illusioni, rivelato abissi di incosciente tirannide e di più che rara incapacità governativa mimetizzata nel linguaggio baldanzoso e burbanzoso dei nuovi padroni.
A Cremona la “marcia su Roma” aveva portato alla instaurazione di un vero e proprio, “ducato” ritagliato dentro i confini della provincia.
Conseguenza questa generata dal fenomeno cosiddetto “rassista” per cui in uno stato autoritario all'inizio del suo ciclo (il profeta di Predappio aveva in quei tempi vaticinato sessant'anni di fascismo) i capi locali si erigevano a signori del territorio, a ras, a vassalli o valvassori di un regime di cui si consideravano gli artefici.
Tutti questi venturieri (Balbo a Ferrara, Barbiellini a Piacenza, Battafuochi a Mantova, Turati a Brescia per limitarmi a qualche esemplificazione nell'Italia settentrionale) consideravano il capo come un primus inter pares, in talune occasioni avevano anche aspramente criticato il suo atteggiamento, non così duro come essi avrebbero voluto.
Ciascuno nella sua provincia agiva come un padrone del feudo, arruolava e dava gradi ai suoi fedeli nella appena costituita “milizia volontaria” in una parola faceva il brutto e cattivo tempo sotto gli sguardi irati del nume di Roma, del “presidente” come veniva chiamato, desideroso di stroncare queste velleità personalistiche per imporre solo la sua personalità prepotente.
A Cremona il ducato, anche se non venne gridato nei bandi delle trombette del comune ai quattro angoli della città, come avveniva nel Medio Evo, fu costituito e funzionò fra alti e bassi, fino al periodo salandriano del moribondo fascismo.
Qui più che altrove ebbe rilevanza e peso per la personalità del “duca” e per l'organatura particolare data al “fascismo” cremonese e alla burocrazia qui distaccata.
Se non temessimo di elevar l'ambiente a proporzioni eccessive potremmo cominciare una biografia del nuovo Cabrino Fondulo di Cremona colle parole delle “croniche di Dino Compagni”: un “cavaliere della similianza di Cattellina romano”.
Riteniamo però buona regola, in uno studio monografico che deve riguardare soprattutto movimenti d'idee e di masse, non insistere su ritratti biografici di persone che la storia ha giudicato ponendo termine ai loro esperimenti e alle carriere personali.
D'altra parte di personaggi incolti dotati di una certa furbizia abile e spregiudicata ne sono esistiti parecchi nella cronistoria cremonese.
Il successo e, a un certo punto, la rovinosa caduta possono implicare un giudizio che nel loro esame è nettamente negativo sul terreno politico e morale.
E' più confortante magari il rilevare che uomini nefasti a Cremona non erano originari di Cremona, anche se qui trapiantati e acclimatati.
Il gruppo dirigente “fascista” di Cremona era capeggiato da Roberto Farinacci.
Questi aveva avuto l'abilità, a un certo punto, di scavalcare taluni vecchi uomini del riformismo passati nel nuovo campo, si era circondato d'una cerchia di altri, legatisi alla sua causa per i loro interessi e che riconoscevano in lui, nella loro debolezza di carattere ed insufficienza personale, la guida del movimento.
Instaurato il “ducato”, la cui legge era la legge del bastone e dell'arbitrio, esso venne rapidamente organizzato in funzione personale della gerarchia e della schiera numerosa dei sotto gerarchi.
Formalmente a Cremona era parte integrante del regno. Risiedevano a Cremona il Prefetto, il Questore, il Procuratore del Re e tutti gli altri funzionari della burocrazia ufficiale.
Il vero potere era però esercitato dal capo locale del fascismo.
Prefetto, Questore, Procuratore del re, eccetera, ricevevano a seconda dei casi, direttive e strapazzate dal ras. Quando un ordine da Roma giungeva agli organi governativi locali, il ras veniva informato con tutti i riguardi. Singolare, a questo proposito, la procedura seguita nelle rare circostanze in cui il governo centrale decideva di censurare o (rarissimamente) di sequestrare il giornale “Cremona Nuova”.
Questo giornale organo del fascismo cremonese e personale del ras, rifletteva nelle sue esagerazioni, nelle sue campagne violente, nel linguaggio triviale e sgrammaticato le caratteristiche date al “fascismo” cremonese dal suo fondatore e capo.
Abituati come erano i dirigenti nazionali della reazione a un linguaggio baldanzoso ritenuto forma espressiva di una necessaria durezza di azione, essi negli articoli roventi di “Cremona Nuova” vedevano una forza che, praticamente, non esisteva, ne rimanevano impressionati e venivano a patteggiamenti con l'estensore o ispiratore di quella prosa.
Il “ducato di Cremona”, dal 1922 al 43, passa attraverso due fasi ben distinte. La prima è quella del consolidamento della istituzione e della lotta contro i residui di opposizione ormai però mal ridotti. La seconda è la fase assestata. E' il regime che non ha davanti alcun ostacolo e che perciò può anche calzare il guanto del borbonismo sul pugno di ferro della dittatura reazionaria.
Gli avversari politici sono, dopo la “marcia su Roma”, rapidamente messi fuori combattimento.
Nell'assalto alla Prefettura alcuni fascisti erano stati stesi al suolo da un preciso fuoco di fila dei Carabinieri che ubbidivano agli ordini ricevuti. La massa degli assalitori era fuggita in preda al panico fino alla periferia cittadina.
Riprova questa, se fosse ancor necessario ricorrere a prove, che un contegno energico dei pubblici poteri (e non la volontà precisa di un colpo di stato) avrebbe agevolmente fatto superare la crisi.
Passati dal panico di una temuta disfatta ai sogni radiosi di una vittori raggiunta senza eccessivi sacrifici (almeno pei capi) i fascisti passarono al consolidamento della situazione.
Con una nuova forma di azione penale (il bando) furono cacciati dalla città i dirigenti dei movimenti politico-sindacali ostili al fascismo. Guido Miglioli e Giuseppe Garibotti, deputati al Parlamento, ed altri ancora non potevano rimettere piede in città. Le organizzazioni sindacali, le cui direttive di sciopero fino alla tarda estate erano state seguite dai lavoratori dei campi, furono definitivamente disperse.
Cessavano la pubblicazione i giornali dei movimenti democratici. La Provincia, organo dei gruppi democratico-radicali della città facenti capo ad Ettore Sacchi, entrava in una fase di opposizione moderata al regime e giungeva in pochi mesi alla sua definitiva sospensione.
Gravava in città e provincia la cappa plumbea dell'oppressione. I lavoratori, già sottoposti alla pressione del padronato, si vedevano anche per la maggior parte costretti ad iscriversi al “Sindacato Provinciale Economico” che era l'embrione dei sindacati fascisti.
Non portiamo qui in discussione, perché l'argomento è troppo vasto e complesso, il significato e la portata di questa specie di sindacati sui quali, nella molto ipotetica concezione dell'accordo di classe, e sulle organizzazioni dei datori di lavoro si resse la monumentale e incoerente teoria corporativa.
Andando al fondo della questione, al di fuori e al di sopra dell'inconcludente chiacchiericcio parlato o scritto degli apologisti di comodo, si può sostanzialmente ritenere che detti sindacati costituivano una lustra del regime riducibile a uno strumento per l'asservimento e l'intruppamento coatto dei lavoratori.
D'altro campo praticamente il P.N.F. e il sindacato economico avevano nelle loro mani il collocamento della mano d'opera cosi ché l'affamare i ribelli, i restii o i non graditi diventava un'arma formidabile nelle mani del potere politico.
Taciamo senz'altro delle varie categorie dei pubblici dipendenti (statali – parastatali – comunali) i quali, più degli altri, erano immediatamente sottoposti ai voleri della dittatura.
Tornando alla prima fase del ducato si può accennare, come primo fenomeno dell'opportunismo proprio dei regimi dittatoriali, allo sfrenato arrivismo di ceti e di personaggi che, magari, fino al giorno del trionfo, erano rimasti ad attendere gli eventi.
Le anticamere del duca si popolarono delle più squallide larve dell'arrivismo pronto a rinnegare e voltar gabbana e bandiera per l'interesse personale.
Non facciamo nomi perché anche la cronistoria ha i suoi pudori.
Da un punto di vista strettamente moralistico a proposito di costoro, che abbandonarono la barca nel 1943 quando cominciava a far acqua, una volta tanto potremmo essere d'accordo col Farinacci quando nel “Regime repubblichino” inveiva contro di loro.
Come di fatti nessuna idealità li muoveva nel 1923 ad iscriversi al “fascio” così non un soffio o un moto di resipiscenza li indusse nel 43 a voltar le spalle all'idolo cadente ma un semplice calcolo di probabilità e di freddo interesse.
Lasciamo dunque costoro nel loro fango accennando di passata al fenomeno. Questa posizione, naturalmente, non li esime dal grave peso delle loro responsabilità. Avvallando il regime col loro nome, fiancheggiando l'opera brutale dello squadrismo colle oblique azioni dell'appoggio o indiretto o diretto nel campo amministrativo, culturale, economico, essi adempirono la funzione di colonne della società fascista. E se le lance spezzate dello squadrismo, anime perdute e qualche anima in buona fede, pagarono il fio delle colpe commesse o furono estromesse dal ciclo della evoluzione democratica, costoro, rappresentativi di ceti o di correnti di interessi, permangono ancora come non sottovalutabile pericolo per la repubblica italiana.
Un altro fenomeno che si verificò nella prima fase di Cremona” fascistizzata” fu quello del “dissidentismo”. Espressione anarchica, usiamo questa parola nel significato volgare che le si attribuisce e non in quello politico di aspirazioni personali in uno stato autoritario in via di formazione.
A Reggio Emilia, a Mortara, a Novara, il dissidentismo fascista aveva colorazioni politiche espresse da Cesare Forni, Massimo Rocca, Misuri. A Cremona il bulicare dei semi di dissidenza fu di carattere personale nell'urto col Farinacci di Cesare Balestreri, già suo braccio destro e fido seguace.
Altra cosa da non sottacere fu la corsa della nuova gerarchia all'arricchimento e alla ricerca di un posto al sole... per scaldare le stanche ossa per tanti anni esposte al freddo e allo squallore del vivere comune.
Salvo qualche proprietario terriero o industriale cremasco, i dirigenti del fascismo cremonese erano poveri in canna. Lodevole cosa questa se portata fino in fondo alla fine della carriera politica così come fecero gli uomini di parte democratica Bissolati, Sacchi, Garibotti, Miglioli.
Il “nudi alla meta” era un motto che poteva andare nelle piscine dei Dopolavoro ma non negli uffici dei ras e dei gerarchi.
Ognuno di questi, secondo il gradino della scala su cui era posto, cercò di sistemarsi il più comodamente possibile nella nicchia.
In tesa naturalmente “il tosator sovrano”. Gli altro gerarchi a lui rivolgendosi dicevano “noi toseremo di seconda mano, babbo, in tuo nome”.
L'oligarchia politica, ben presto, assunse nella provincia anche il ruolo di cacocrazia economica pronta a tutti gli abusi, a tutti i protezionismi, alle intimidazioni, ai fatti delittuosi per accrescere ogni anno di più l'asse patrimoniale.
Il fallimento di taluna banca (la agricola Parmense) la procacciata chiusura di altra rientrarono nella politica economica a fondo personalistico del fascismo cremonese.
La cricca che nel 1922 accusava gli amministratori socialisti del Comune di Cremona di aver malversato il denaro pubblico perché avevano dato lavoro a operi disoccupati, questa cricca, si lanciò nel mare magno delle speculazioni a raggio sempre più vasto man mano che si estendeva il cerchio della loro influenza politica.
D'altra parte non è possibile andare in fondo a una moltitudine di questioni.
Come di fatti sarebbe possibile ricostruire le strade attraverso le quali il denaro pubblico, magnetizzato dalla pressione politica, poteva giungere dai conti dei lavori di pubblica utilità alle tasche di coloro che dichiaravano senza tema di smentita, mancando ogni libertà di controllo e di manifestazione del pensiero, che essi “vivevano in una casa di vetro?”.
E ancor più del danno allora arrecato al paese e al pubblico erario per opera di queste sanguisughe della ricchezza nazionale, soprattutto è grave, a nostro avviso, l'esempio del malcostume politico e della corruzione che da esso discendeva per li rami di tutta la burocrazia.
(…per tanti casi)... di corruzione e di immoralità la causa prima e determinante deriva dall'opera di diseducazione e di intorpidimento morale voluta dal fascismo.
E che questo la permettesse e in taluni casi l'incoraggiasse, derivava dalla stessa natura di regime dittatoriale.
Era necessario che almeno un ceto, quello degli arrivati e dei soddisfatti, appoggiasse il regime nella sua opera di stroncamento delle libertà. Qual mezzo migliore di quello di crearsi una falange di pretoriani soddisfatti che, armata mano, difendessero in un coi loro interessi anche quelli supremi del sinedrio direttivo del fascismo nazionale?
Violenza, corruzione, immoralità son dunque le gravi tare del fascismo cremonese. Si aggiunga ad esse il contorno di uno sfacciato ed inverecondo analfabetismo nel campo della cultura e della amministrazione.
E si aggiunga ancora la tara della incompetenza, aggravata nei ranghi inferiori da una supina acquiescenza alle direttiva dall'alto. Si aggiunga lo sfrontato agire dei pretoriani che si sintetizza, nella prima fase, nel frustino da cavallerizzi dei neo arricchiti del regime che lo sbattono insolentemente contro il cuoio dei gambali e nella seconda fase nel muso duro “e mascella volitiva” citata sui mille e mille ritratti del capo.
Queste le caratteristiche fondamentali e che di se improntano il “fascismo” cremonese della prima maniera che, grosso modo, va dal 1922 fino al 1930 (anno ottavo come si diceva nella bolsa retorica dell'epoca tolta in prestito agli scampoli pittoreschi della rivoluzione francese).
Il corpo sociale cremonese, come del resto avviene in ogni società che, come collettività di uomini, sopravvive e reagisce a nuove situazioni, nel suo complesso economico e sociale continuava a svolgere il suo ciclo.
Come è naturale esso subiva l'influenza del movimento politico e in taluni insopprimibili casi lo dirigeva.
Come non esiste l'homo oeconumicus, così per fortuna e nonostante le chiacchiere corporative, non potevano alla preesistente, sostituirsi una società nuova nella mancanza di una dialettica basata su forze profondamente innovatrici.
La soprastruttura corporativa, lungi dal presentare una via nuova, veniva ad ingombrare e ad ancor più appesantire il sistema capitalistico prima esistente.
L'apparato costoso ed ingombrante posto a dirigere e a tentare di conciliare le forze produttive della nazione, la teoria autarchica, il finanziamento alla industria a scopi di prestigio, tutto ciò pesava sul regime economico della provincia impedendo, coi vecchi difetti aggiornati e riveduti dai nuovi, l'assestarsi di una economia sana e produttiva.
Nè si deve dimenticare che molte energie economiche venivano dissipate in opere improduttive o a costo talmente elevato per le interferenze dei gerarchi cosicché il reddito utile per il reimpiego e pei miglioramenti dei mezzi di produzione diminuiva gradatamente.
Si andava verificando, col passar del tempo, un graduale impoverimento del paese che trovava espressione nel minor investimento industriale rispetto a quello fondiario.
A queste considerazioni bisogna aggiungerne un'altra precedentemente accennata e cioè il fenomeno della degradazione provinciale del paese.
Nel livellamento autoritario delle provincie, determinato dalla sovra-valutazione della capitale, che, oltre che centro politico, doveva diventare il centro economico-industriale del paese il fenomeno della provincializzazione si rimarcò profondamente nel minore afflusso di capitali alla periferia per lavori di pubblica utilità e nella fuga del capitale provinciale verso investimenti (manca una riga di testo, si intende: verso investimenti in direzioni non utili al progresso del territorio. In questa forma si è provveduto a ricucire anche qualche altro caso simile in seguito ndc)
D'altro canto un mezzo per tenere a freno le masse italiane consisteva nel diminuire, otre che il loro tenore di vita; lo stesso livello educativo-culturale.
Rompere le aspirazioni provinciali, troncare al gambo le iniziative locali, frantumare i tentativi di evoluzione economica e quelli di difesa degli interessi provinciali costituì una funzione essenziale del fascismo accentratore e nemico di ogni autonomia.
Il corpo sociale cremonese sostanzialmente dunque in questo periodo si adagia in una stasi di immobilismo, rotta talvolta, come si diceva, alla superficie o da iniziative generali del regime o da naturali reazioni ad atti o fatti in troppo stridente contrasto coll'economia e coll'assetto provinciale.
C'era stata, è vero, di mezzo la guerra mondiale con tutte le sue gravissime ripercussioni.
Il periodo “dell'aggio della carta sull'oro” era ormai il ricordo storico di una generazione italiana.
L'aggravio economico che veniva allo Stato dai debiti di guerra, dall'opera di ricostruzione, dalla trasformazione dell'industria di guerra in industria di pace venne, colla facile disinvoltura possibile a un regime autoritario, posto sulle spalle della media e minuta borghesia e della classe lavoratrice.
Ciò si ottenne in due modi: gravando il peso tributario indiretto sui consumi, diminuendo i salari e licenziando mano d'opera colla applicazione della formula tayloristica nelle imprese private e statali.
La diminuzione dei salari o stipendi è un fatto costante in questo periodo.
Si vedano ad esempio i salari medi orari per il 1928-29-30 per le singole categoria di lavoratori dell'industria:
1928 1929 1030
Muratore 2.89 2.82 2.78
Carpentiere 3.15 3.10 3.07
Fabbro 3.05 3.00 2.97
Falegname 3.02 3.00 2.97
Manovale 2.08 2.05 2.03
Terrazziere 2.08 2.05 2.03
Meccanico 3.23 3.20 3.17
Boscaiolo 2.89 2.85 2.74
In media dal 1928 al 1929 c'è stata una diminuzione del 4% e così pure dal 29 al 30.
Per quanto riguarda il personale occupato nelle aziende agricole del cremonese si nota che, rispetto alle due annate agrarie 1929-30 / 1930-31 vi è stata una diminuzione di salari che per i salariati fissi risulta del 17%; per i braccianti 14-16%; per i giornaliere obbligati del 13-15% e per gli avventizi del 15-16%. (Patto colonico 31.5.1932 con decorrenza retroattiva dal novembre 1931 ndc)
Il passo indietro fatto rispetto alle migliori condizioni delle tariffe salariali e dei patti colonici stipulati dal 1919 al 21 risulta evidente.
Alla graduale riduzione dei salari fa riscontro inoltre il dilagare della piaga della disoccupazione. Nel periodo considerato, il punto massimo della disoccupazione è dato dal gennaio 1930 con 9.531 disoccupati di cui oltre 200 in agricoltura; l'anno precedente i disoccupati erano 9.521.
Disoccupati, ben s'intende, registrati all'ufficio di collocamento restando esclusi coloro che ad esempio erano stati, qualche anno prima, esonerati dalle pubbliche amministrazioni per scarso rendimento, come i ferrovieri licenziati per avere partecipato agli scioperi.
Diminuzione dei salari e disoccupazione incidevano pertanto fortemente sul tenore di vita famigliare e sull'intera economia cittadina e provinciale.
Il tono di questa gradualmente diminuiva. Non si era più in ascesa come in precedenti periodi, ma alla stasi, mantenuta a stento, facevano seguito fasi di slittamento verso inferiori quotazioni.
La quota novanta e le ripercussioni della crisi mondiale del 1929 si ripercuotevano fatalmente in Italia e nella nostra Provincia. Si salvavano i grossi reddituari agrari, mentre le piccole imprese industriali precipitavano e gli affittuari venivano gravemente colpiti.
Nella relazione finale alla “Monografia statistico-economica della Provincia di Cremona per il 1927-1930” è detto:
“La sua agricoltura, che nel nel risparmio dei tempi passati ha avuto dovizia di tutto quanto la terra potesse desiderare di scorte vive e morte, di fabbricati rurali, di bonifica, ha diritto a un respiro di sollievo.
I tempi volgono ancora tristi. Il frumento è abbondante in quantità, ma il suo prezzo, per quanto difeso dallo Stato; è al di sotto di una media di legittima risorsa; il granoturco è insidiato dalla siccità e mentre l'agricoltore del territorio irriguo lo difende con la risorsa dell'acqua del canale, l'agricoltore del territorio asciutto deve falciarlo per usarlo in mangime e lettiera del bestiame; dura sorte è anche destinata all'erba per il foraggio.
Il latte è tutt'ora il prodotto sul quale la nostra agricoltura meno ha risentito del duro ribasso.
La produzione bozzoli non ha dato al produttore nessuna risorsa. Il proprietario della terra affittata aderisce, con l'affitto che gli viene corrisposto in base al prezzo dei prodotti agrari, a questa crisi del fittabile che riesce così meno dura nelle sue estreme conseguenze, mentre anche la mano d'opera va adeguandosi ai nuovi prezzi consentendo diminuzioni di salario (sic!).
L'industria partecipa della crisi generale e stabilimenti importanti si sono e si vanno chiudendo, altri diminuiscono le loro maestranze, altri lavorano a turni. (Anche il commercio...) disciplinata l'apertura dei negozi, ha un andamento ridotto.
Le Banche hanno pletora di risparmio perché i depositi sono aumentati mentre procedono con giustificata lentezza nei fidi. D'altra parte è generale il bisogno di una disponibilità di denaro che permetta agli scambi un ritmo meno gravemente difficile. Le speranze di un avvenire prontamente migliore sono nelle previsioni di tutti. I consumi si sono già ridotti. Le spese voluttuarie di molto falcidiate. La volontà del lavoro ispirato a maggior personale sacrificio, è penetrata nella grande massa”.
Fin qui dunque la citata monografia, la quale, pur ammettendo fra le righe la difficile situazione economica risolvibile mediante “un concordato per il disarmo”, si comportava tecoppescamente con la tirata che segue e che citiamo per non defraudare il lettore di una nota comica:
“l'Italia ha tutte le risorse di un regime che mantiene nella crisi l'indispensabile disciplina, senza della quale sarebbe la rovina; possiede un capo di governo, un duce, che conosce tutti i problemi della nostra economia e che nelle possibilità delle risorse del suo grande ingegno, della sua insonne attività, della sua politica preveggente, non tralascia di adottare ogni provvedimento che valga a valorizzare il lavoro e l'economia nazionale”.
La seconda fase del “ducato” coincide col periodo di maggiore espansione e stabilità del regime fascista.
Il fascismo, indubbiamente, dal 1930 al 36 attraversò un ciclo in cui i suoi apologisti e gli osservatori sprovveduti potevano giurare sulla sua duratura esistenza.
Dal “sessantennio” profetizzato nel '23 il vate di Predappio era passato al secolo ed a sogni più vasti (fra 10 anni l'Europa sarà fascista o fascistizzata).
L'opposizione organizzata era stata messa quasi nella impossibilità di agire; il sistema poliziesco-burocratico legava i ceti e le diverse categorie colla tessera “del pane”, colla vigilanza dell'Ovra, colla acquiescenza sul terreno internazionale delle democrazie impegnate nei loro particolari problemi e fiduciose che nel loro seno non fosse possibile il sorgere di un fascismo indigeno.
Il secondo impero francese di Napoleone il piccolo, dopo il I decennio di grave coazione, era passato alla fase dell'impero liberale.
Il regime fascista non venne a questa fase essendo completamente diverse la situazione generale dell'Europa e quella dell'Italia. Indubbiamente però esso subì una evoluzione della quale bisogna tener conto per giudicare in seguito la abissale incoscienza colla quale i ceti dirigenti sprofondarono il paese in una guerra perduta in partenza.
Sta il fatto che essi avevano finito per credere alle campagne stesse della loro propaganda.
I due plebisciti avevano dato un ben scarso numero di schede bianche.
Duecentomila circa il primo, quindicimila il secondo.
La gerarchia fascista si era convinta in questo modo che l'opposizione era ormai sgominata. Le adunate coatte delle folle irreggimentate, ipnotizzate da parole suggestive e contingenti, davano la sensazione di una unanimità di consensi raggiunta attraverso una linea politica che seguiva gli interessi della nazione.
Nella realtà, se può chiamarsi politica l'espediente giornaliero di tirare avanti traendo frutto dalle circostanze e dall'umore contingente, il fascismo fu in questo periodo un movimento politico.
La bassa demagogia del grande capo sapeva titillare i lati deboli dell'anima italiana e, finché non si presentava una seria crisi, gli espedienti governativi potevano servire a procedere avanti alla meno peggio.
La soluzione “ufficiale” della questione romana, già risolta nella coscienza e nella prassi italiana, l'impostazione e corporativa dei rapporti economici, la continuità degli scambi con gli Stati stranieri, lo stabilizzarsi della crisi economica a un livello sopportabile per le masse, erano fatti che influivano sulla stabilizzazione del regime.
L'organatura, spionisticamente capillare, del partito totalitario colle sue diramazioni poliziesche e burocratiche in tutti i campi e in tutti gli ambienti, faceva il resto.
E l'Italia fascistizzata, nella grottesca diarchia dei poteri, procedeva sulla strada che l'avrebbe condotta alla guerra.
La vita cremonese in questo periodo non si differenzia pertanto dal tono di livello provinciale cui il fascismo ha ormai abbassato tutto il paese.
La normalizzazione della dittatura nell'ambito costituzionale dello Stato, avvenuta a spese di quest'ultimo, coincide col grado di soddisfacimento degli interessi personali della locale gerarchia fascista.
A Cremona questo fenomeno avviene alla superficie. Sotto sotto la resistenza dei “pares” al “primus”, cioè la sorda competizione fra i ras e il fascismo centrale, continua.
Essa ha espressioni che vengono alla luce e durerà, fra alti e bassi, fino al periodo di Salò durante il quale il neo fascismo cremonese rappresenterà un'isola di insofferenza alle direttive della “repubblica” e di pronta ubbidienza agli ordini dei proconsoli germanici.
Dopo la sua estromissione dal segretariato generale del P.N.F., il capo del fascismo cremonese restò in disparte dalla politica nazionale che non fosse la lotta personale contro Turati e contro Gianpaoli e il gruppo degli avventurieri milanesi.
Questa lotta “del cantone” cremonese era improntata a criteri di moralizzazione. Sotto sotto trasparivano evidenti i moventi personalistici tratti dal risentimento e dalla volontà di tornare a galla.
Tuttavia la normalizzazione era un dato di fatto anche per Cremona. Il “ducato” compiva la sua evoluzione nel senso burocratico della espressione.
I gerarchi, soddisfatti delle posizioni economiche e onorifiche raggiunte, reggevano lo staterello con bonomia burbanzosa, salvo qualche ritorno di fiamma alla brutalità squadrista nei confronti di qualche oppositore.
Quello che su vasta scala avveniva nel settore nazionale si ripeteva qui ridotto alla scala provinciale.
Lo Stato e il pubblico erario venivano considerati l'appannaggio della gerarchia provinciale; gli organi burocratici, l'appendice per mezzo della quale si rivelava e operava la volontà del partito, cioè della piccola cricca dei gerarchi provinciali.
Nell'ambito dello stesso PNF difatti non esisteva alcuna istanza non diciamo democratica ma di eguaglianza fra i “camerati”.
I segretari di fasci nei comuni, i fiduciari rionali, i funzionari sindacali e tutti i funzionari degli enti e delle organizzazioni fasciste erano immessi nei lori posti unicamente pel grado di soggezione di cui davano prova nei confronti del massimo capo provinciale.
Il fenomeno del duce che tutto vede, sa ed opera si inquadrava sul terreno provinciale nella figura del capo locale.
Lavori pubblici, destinazione di pubblico denaro, innovazioni in ogni campo passavano sotto gli occhi dell'alta gerarchia che provvedeva di sua iniziativa ed a suo insindacabile giudizio.
L'immobilismo politico si faceva perciò morbo paralizzante di ogni iniziativa, sottoposta all'accettazione e magari alla “decima” da parte della gerarchia dirigente.
Nel blocco monolitico della nazione fascista Cremona veniva a rappresentare la punta di avanguardia, la punta di diamante dell'estremismo conformista.
Ciò per gli atteggiamenti grotteschi e oltranzisti di “Regime fascista”, l'organo del fascismo farinacciano, o per le proposizioni “avanzistiche” della gerarchia.
A parte la categoria dei funzionari di partito, legati ad esso o dalle propine di carica o dagli emolumenti derivanti da pingui imprese ottenute per influenza politica, esisteva in provincia lo strato della consorteria agraria e speculativa che appoggiava il fascismo e permetteva ad esso di agire indisturbato e senza controllo.
Lo slogan dei manifesti (italiani ricordate! I treni non viaggiavano in orario) valeva per questa gente a ricordare i tempi burrascosi in cui i contadini e gli operai osavano chiedere una diminuzione del profitto accumulato sul loro sudore e lavoro.
Questa gente non dimenticava perciò il beneficio, ed era disposta a sostenere il regime finché questi fosse in grado di tutelare gli interessi capitalistici.
L'orpello populista di “andiamo verso il popolo”, di “assalto al latifondo”, di equiparare gli interessi dei lavoratori a quello dei datori di lavoro era compreso dai ceti abbienti per la sua effettiva sostanza.
Una lustra cioè destinata a patinare di venature o aspirazioni sociali l'effettiva scorza della dittatura della classe padronale.
I grossi agrari, i grandi speculatori, gli industriali appoggiavano perciò in provincia il fascismo perché in esso vedevano la traduzione in termini politici dei loro interessi.
Questi ceti rappresentavano la vera forza su cui il fascismo si sostenne per questi anni.
Intervenivano i fattori più sopra accennati per rendere il resto della popolazione inerte ai problemi di avvenire e di moralità civile e sociale.
Un corpo sociale oppresso, intorpidito dalla sfrenata campagna propagandistica, non reso cosciente delle sue forze innate doveva, forzatamente, soggiacere alla politica di oppressione operata attraverso mille forme.
Il fascismo cremonese opera dunque come lento veleno nell'organismo provinciale. Detenendo nelle sue mani le redini del monopolio politico ed economico è in grado di controllare ogni manifestazione esteriore di opposizione o di non conformismo.
La sua presenza nelle scuole dà adito alla speranza dei gerarchi di creare una generazione succube alla “educazione fascista”.
La viltà sostanziale dei primi “fiancheggiatori” trova riscontro nell'opportunismo di ceti e di persone che identificano nel fascismo l'interesse della loro personale carriera.
Le cariche accettate e lo zelo in esse impiegato, proporzionato alle loro aspirazioni, sono naturalmente mimetizzati sotto l'equivalenza fittizia fascismo = stato = nazione.
Un primo doppio gioco in atto come alibi morale del patteggiamento.
La cosiddetta “mobilitazione totalitaria” della provincia si ritiene così raggiunta nel pensiero o nelle constatazioni apparenti dei ceti dominanti.
Espressione di questa creduta unanimità di consensi, oltre le oceaniche adunate coatte di folla, è l'avvenuta consacrazione del periodo storico fascista negli scritti di due protagonisti di esso: Paolo Pantaleo col “Fascismo cremonese” e lo stesso Roberto Farinacci con “Storia del fascismo”.
Caratteristica della effettiva menzogna della consacrazione il fatto che quest'ultima opera, com'è voce diffusa e rispondente al vero, non venne scritta dal suo autore ufficiale, ma da un officioso scriba e compulsatore di documenti.
SORGE IL FASCISMO – INCOMINCIA LA RESISTENZA CREMONESE
La conclusione dell'avventura africana nel 1936 segna il punto massimo della parabola fascista e al tempo stesso l'inizio del suo declino sia nella coscienza popolare sia come forza attiva nel campo internazionale e interno.
Prima di notare questi imponderabili segni giova brevemente fare il punto della situazione.
La stabilizzazione immobilistica del regime, nonostante le vanterie in contrario della propaganda, costituisce un dato di fatto immutabile. Detta stabilizzazione, senza tener conto naturalmente del progresso meccanico dovuto alle forze proprie della società italiana, forze che nemmeno il regime fascista poté totalmente comprimere e dominare, viene fatta sostanzialmente su posizioni reazionarie animate dalla volontà di autoconservazione.
Il regime fascista nella sua prima fase, oltre l'aspetto fenomenico di ritorno al passato oscurantistico, ebbe indubbiamente il carattere assegnatogli dalla classe borghese dirigente per la salvaguardia del monopolio capitalistico.
La seconda fase “imperiale”, a parte la verniciatura propagandistica della “nazione proletaria” e dei destini nazionali, si ispira eminentemente agli interessi dei ceti capitalistici che, incapaci di risolvere in Italia i sempre più aggrovigliati problemi dell'economia, portano il governo e malauguratamente il paese sulla strada della guerra.
La contraddizione dialettica del capitalismo italiano conclude così il suo ciclo di ritorno al passato, contro i dettami risorgimentali, con la guerra: prima in Africa, poi in Ispagna, da ultimo contro altri Paesi e quindi sul territorio nazionale.
La stabilizzazione interna su posizioni reazionarie determina la stasi anche della società provinciale.
Abbiamo visto la provincia di Cremona dal '60 al 1922 porsi arditamente sulla via del progresso in ogni campo (…alcune righe mancanti … ndc)
Si è vista la provincia di Cremona in talune iniziative tenere il primo posto tra le città italiane.
Dal 1860 al 1922 Cremona è stata una zona di progresso, ha permeato la sua anima popolare dei fermenti dell'avvenire, ha costruito solidamente le basi per fare uscire la vita provinciale dallo stretto cerchio, dal cappio scorsoio in cui si dibatteva dall'inizio dell'evo moderno.
Il fascismo ha arrestato tutto ciò; il fascismo ha fatto morire tutto ciò che toccava con le sue mani impure; il fascismo ha cercato di soffocare l'anelito vitale di progresso che animava uomini e situazioni nella nostra provincia.
Il progresso meccanico dei tempi ha consentito, in quel periodo, che la provincia di Cremona seguisse la naturale evoluzione per quanto riguarda il miglioramento del mezzi tecnici (motorizzazione, viabilità, edifici pubblici, etc.) ma il delitto capitale, il crimine di lesa nazione evidentemente è stato commesso dal fascismo strappando al popolo, togliendo alla nazione, la possibilità di continuare, nella pace e nella concordia, l'evoluzione democratica che è l'unico serio fondamento su cui stabilmente si può erigere l'edificio di una società moderna.
Su questo terreno l'azione fascista è stata quanto mai deleteria. Nella demagogica affermazione della concordia sociale esso, sostanzialmente, ha sovrapposto la classe padronale alle altre impedendo così la libera evoluzione di queste a un progresso sociale che è il fine ultimo del risorgimento nazionale.
Esaltando i valori della “gerarchia” ha quindi favorito la diseducazione, la corruzione, l'opportunismo personalistico.
Tutti i mali della dittature espressa da una cerchia di individui legati fra loro dalla legge della prepotenza e del crimine.
La situazione provinciale cremonese si è stabilizzata a questo punto.
Con una corrotta e tecnicamente deficiente organatura politico-sociale della trama gerarchica che regge le sorti della zona, appoggiata da un confidente strato di capitalisti che vede in essa la sua salvaguardia da mutamenti sociali e democratici.
La trama gerarchica allarga ovunque i suoi tentacoli, “borboneggiando” con le feste e le saltuarie violenze, pompeggiando del consenso coatto delle “adunate” sulla base delle “cartoline” da riconsegnare al gruppo rionale, tiranneggiando e demoralizzando i timidi con le imposizioni e con le minacce. Lo strato degli indifferenti, che esiste in ogni epoca, cura i suoi interessi e si ridesterà solo quando li vedrà compromessi per una politica azzardata della classe dirigente.
Sotto esiste la grande massa del popolo vincolato dai legami che sappiamo, stordito da una propaganda fallace, preda facile delle sollecitazioni demagogiche, restio a muoversi come forza sociale, ma forza decisiva quando guidata da forze di avanguardia e relative idee guida.
I rapporti della “gerarchia” con la massa non sono dunque di comprensione e di mutua confidenza, sono rapporti di forza o di frode demagogica a tempo opportuno.
La fine della guerra d'Africa aveva segnato anche a Cremona l'apogeo del regime. Il lato vistoso della guerra coreografica, la campagna propagandistica della “valvola demografica”, la palpitazione patriottica o pseudo tale, in cui caddero anche V. E. Orlando e Labriola, dell'Italia povera e perseguitata da Stati potenti con l'assedio economico delle sanzioni, avevano creato nella massa uno stato di soddisfazione per la fine della guerra che travalicava in una specie di euforia nazionale. Sintomo di questo stato d'animo, evidentemente passeggero, fu quanto si vide al ritorno a Cremona dalla impresa etiopica del capo del fascismo cremonese.
Costui, mentre partecipava a una partita di pesca in allegra compagnia di gerarchi, ebbe una mano asportata dallo scoppio prematuro di una bomba a mano.
Il ritorno “dell'eroe” venne a Cremona accolto con una ovazione che non ha riscontro nella storia cittadina.
Per avere un degno riscontro storico a questa manifestazione fascista bisognerebbe risalire al 23 marzo 1850 quando il feldmaresciallo Radetzky, di passaggio a Cremona, si fermò in piazza Lodi per il cambio dei cavalli alla vettura e fu accolto dagli applausi della plebe che raccoglieva le svanziche lanciate nel fango.
La proclamazione dell'impero aprì dunque una nuova fase, essa doveva essere suscettibile di sviluppi, non però quelli che la propaganda fascista faceva attendere.
La massa della Nazione, in buona fede, credeva che dall'immane sforzo di sangue e di danaro compiuto ci si potesse ripromettere, a breve scadenza, un compenso ed una valorizzazione.
Il mito dell'Etiopia come terra da conquistare con il lavoro e con il capitale italiano sottratto ai bisogni impellenti della Nazione, ipnotizzava vasti ceti.
L'imponderabile delusione che seguì al ritardo, alle deficienze e infine al crollo dell'impresa di valorizzazione coloniale fu uno dei fattori che contribuì a porre il fascismo nella sua vera luce assieme agli eventi internazionali, aberranti per l'anima italiana, dell'intervento in Ispagna, dell'Anschluss, del patto d'acciaio e della folle tesi antisemita.
Questi imponderabili passi ponevano agli italiani seri quesiti da risolvere, spogliando il fenomeno fascista dei suoi orpelli da parata e gettando il seme della verità negli spiriti liberi e nelle vergini coscienze.
Vediamo perciò come sorse e si sviluppò nella provincia il fenomeno della nuova opposizione al fascismo.
Della generazione democratica del periodo 1919-1922 relativamente scarsi erano coloro che, asserragliatisi nella cittadella della loro coscienza, dignitosamente si erano tenuti in disparte, agendo talvolta in senso democratico.
I professionisti si erano ritirati nei loro studi, i militanti dei ceti operai attendevano al loro lavoro tenendo fermo nella coscienza il vincolo contratto tanti anni prima con l'ideale della gioventù.
Potenzialmente i vecchi quadri della democrazia, cautamente usi alle discussioni clandestine, non erano completamente all'altezza degli eventi che si approssimavano.
Sorgeva però una nuovo generazione quella nata, all'incirca, negli anni appena antecedenti la guerra mondiale.
Il fascismo, cosiddetto movimento di gioventù, si era preoccupato grandemente di dare un orientamento preciso a quella generazione, che si apriva alla vita negli anni del regime. Il metodo da esso usato era però tutt'altro che idoneo a far breccia tra i giovani: servizio premilitare, imbottimento di crani attraverso le lezioni di mistica fascista e di cultura militare, irreggimentazione coatta dai balilla fino ai Gruppi Universitari Fascisti.
Questi metodi erano ostici alla massa dei giovani e per la coazione e per la perdita di tempo determinata da una serie di seccature senza fine originate dalla obbligatoria iscrizione alle molteplici organizzazioni.
C'erano poi “i primi della classe”, gli zelanti, i littori, gli scribacchini dei settimanali del GUF, i carrieristi lividi talvolta spie dei colleghi, che rendevano ancor più esosa la vita della gioventù coatta in una non sentita disciplina.
Oltre al metodo, i principi. L'esaltazione di miti nazionali sotto i quali trasparentemente si intravedevano gli interessi dei ceti capitalistici, non era tale da soddisfare le aspirazioni della gioventù d'Italia che vedeva davanti a sé chiari e precisi i problemi di studio, di lavoro, di esistenza futura.
D'altra parte essa intuiva il ruolo che le si voleva affidare: non di protagonista della evoluzione del paese, ma di forza bruta da impiegare secondo piani precisi della dittatura.
La gioventù italiana, in cui oscuramente bulicavano altri fermenti, si ribellava sordamente ai compiti cui il regime voleva che essa attendesse.
Di tale suo stato d'animo testimoniavano e la passiva partecipazione alle iniziative del regime e il senso di scetticismo che si diffondeva ognora di più e che talvolta esplodeva in manifestazioni non conformistiche rispetto al fascismo.
Sotto questo riguardo la situazione non era diversa anche nella provincia di Cremona.
I carrieristi lavoravano al “palazzo della rivoluzione”, nella redazione di “Regime fascista”, rompevano i timpani ai giovani colleghi con circolari del “direttorio del GUF” o con ramanzine nel sinedrio della commissione di disciplina.
L'adesione dei giovani al “clima della rivoluzione” era sforzata e mancava.
Nella maggior parte dei casi la gioventù cremonese rimaneva inerte, cercando di scansare le noie e i fastidi.
Molti ignoti giovani si orientavano però chiaramente su precisi indirizzi di democrazia e di aspirazione ad ideali di progresso.
L'allontanamento della (… gioventù dal regime venne anche...) riconosciuta ufficialmente, divenne un tema assiduo e di preoccupazione e non ebbe in seguito alcuna soluzione.
Gli elementi che contribuiranno a costituire le forze di opposizione al regime sono dunque delineati: vecchi democratici, giovani antifascisti, masse operaie e contadine deluse dalle soluzioni date come palliativo alla oppressione di classe, ceti medi i cui interessi verranno duramente colpiti dalla politica venturiera del regime.
E' anche doveroso per un obiettivo esame del periodo trattare dell'atteggiamento. di riserva prima e poi di opposizione, dei gruppi direttamente controllati dalla chiesa.
In alta Italia e nel cremonese, come si è visto, il partito popolare cattolico era stato chiaramente progressista.
Nel cremonese durante gli ultimi tentativi di resistenza al sorgente fascismo esso si era affiancato al movimento socialista.
Anch'esso perciò era stato duramente colpito nei suoi uomini dalla reazione fascista e per resistervi aveva dato un contributo di sangue.
Il clero del Soresinese e del Cremasco, della campagna in genere, nutriva serie diffidenze verso il fascismo anche quando esso, con la Conciliazione, aveva assunto il ruolo non richiesto di protettore del Cristianesimo.
Nel 1931 una seria crisi di rottura si era determinata tra la Chiesa e il regime per il fatto che quest'ultimo voleva ingerirsi nell'organizzazione interna dell'Azione Cattolica.
Farinacci, vecchio massone ed esponente un tempo della “Giordano Bruno”, non aveva esitato sul suo giornale ad accentuare i toni di una propaganda anticlericale che toglieva anche motivo dal fatto che mons. Cazzani, restio anche per il passato a portar le chiesa nella politica, non voleva intrigarsi col regime.
Quel dissenso ebbe fine per accordi in alto loco; ma, a parte qualche eccezione, il clero cremonese rimase fuori dalla cerchia del regime.
Venne poi, su ignobile e pedestre imitazione del razzismo teutonico, la grottesca e tragica messa in scena propagandistica del “razzismo italiano”.
La stupida trovata, che non aveva nessun riscontro nell'anima e nella storia del popolo italiano, diede inizio a una serie di persecuzioni contro gli ebrei contro le quali si elevò la protesta morale di tutti gli italiani.
La chiesa cattolica, interprete della sua dottrina e tradizione, a mezzo del Pontefice e di molti Vescovi, alzò la sua voce contro l'aberrazione razzista. Il Vescovo di Cremona non fu da meno. Ripetutamente e pubblicamente espose in materia il punto di vista della Chiesa, contrario al mito della razza e alle persecuzioni che ne seguivano.
Roberto Farinacci, per mantenere nel suo partito la posizione di punta avanzata e per compiacere il nuovo padrone tedesco, si distinse particolarmente in questa vergognosa campagna. Intimamente non ne era convinto, se rispondono al vero le notizie per le quali egli aveva rapporti con numerosi ebrei.
Ma per le ragioni sopra accennate egli prese un atteggiamento di forza.
Egli aveva stretti rapporti editoriali con una losca figura di libellista, già prete cattolico, e già democratico, certo Giovanni Preziosi, direttore di una rivista ricattatoria: “La Vita Italiana”.
Su questa rivista e sul “Regime Fascista” la campagna razzistica ed antisemitica si disfrenò raggiungendo limiti (… tra i peggiori del Paese... ).
I tempi, frattanto, gradatamente si intorbidivano sull'orizzonte politico internazionale.
Finché il fascismo era rimasto un fenomeno nazionale italiano, in una parola un pericolo quasi “provinciale” per la democrazia Europea, i governatori stranieri avevano dimostrato una certa tolleranza pel dittatore mediterraneo.
In fin dei conti, dicevano costoro, ogni popolo ha il governo che si merita e una nazione anarchica come l'italiana, ha bisogno di una mano di ferro che la governi.
D'altra parte, aggiungevano, Mussolini ha sfatato nel suo Paese lo spettro rosso.
Tesi assurda questa nel primo e nel suo secondo comma.
Mussolini non aveva sfatato nulla, si era limitato a scatenare in Italia, le forze della reazione in attesa che queste si scatenassero anche in Europa.
Ora però questo pericolo era divenuto imminente.
La Germania, caduta in soggezione di una banda di pazzi e di fanatici, minacciava la pace mondiale e l'assetto sociale e democratico dell'Europa. La guerra di Spagna, col suo carattere ideologico, aveva chiaramente indicato le mire dell'internazionale reazionaria e le velleità fasciste di sottomettere il mondo alla nuova schiavitù babilonese.
I tempi dunque stringevano.
In Italia il regime era combattuto fra il senso di prudenza che nasceva nelle sfere moderate della gerarchia dalla comprensione dello stato di impreparazione del paese e la blague imperialistica dei più accesi caporioni che, sconsideratamente, volevano affidare all'Italia un ruolo contrario ai motivi per cui essa stessa era sorta.
L'Anschluss ed il Patto d'acciaio costituirono due durissimi colpi per uno strato notevole del popolo italiano.
La Germania, vale a dire una grande potenza, si affacciava al Brennero rompendo l'equilibrio creato ai confini del paese dalla democrazia di Vittorio Veneto.
L'alleanza col tedesco, nemico tradizionale dell'Italia, colpiva dolorosamente l'animo dei vecchi combattenti e di tutto il popolo.
La proditoria invasione della Cecoslovacchia, i cui figli nel I9I8 avevano combattuto in grigioverde a fianco della divisione italiana sul Piave, recò il colpo di grazia al fascismo nell'animo di tutti coloro che, ancora in buona fede, lo ritenevano una continuità storica degli ideali risorgimentali.
Esso rivelava ora invece la sua essenza e la sua vera natura.
Non movimento patriottico, non continuazione dell'ideale risorgimentale, ma espressione di una forza estranea al grande moto italiano, una forza di reazione trasferita ora anche nel campo internazionale.
La dura esperienza fatta nel ventennio dai democratici italiani trovava ora pieno riscontro.
Non un governo pensoso delle sorti e dell'avvenire della nazione, non una classe dirigente interprete dei bisogni e delle aspirazioni del popolo, non una dottrina politica e una tattica conseguente e consentanea alla evoluzione verso una società moderna, ma invece una banda di irresponsabili incapaci ed inetti, pronti per le loro ambizioni e per gli interessi che rappresentavano a precipitare l'Italia nella guerra.
Il destino, la nemesi storica, l'ironia della sorte (si chiami come si vuole quell'insegnamento che viene dai fatti) dovevano portare il fascismo a movimento nazionale imperialistico che abdicava a tutte le sue istanze colla capitolazione al tedesco, provocando l'invasione del territorio nazionale, nello sfacelo di tutti i miti eretti sulla sabbia.
Da questo momento in avanti il fascismo è completamente slegato dal paese e dalla pubblica opinione. Agisce perché il popolo, non ancora cosciente delle sue forze e della possibilità di mutare indirizzo, sopporta il gioco con inerzia abitudinaria. (… Le classi dominanti superano...)
i dubbi del momento, confidano che si riuscirà ad infilare, ancora una volta, il rotto della cuffia. Da ciò derivano le gravi responsabilità della corona, dei ceti capitalistici, della cultura laureata, dei poteri dello Stato per l'inserimento dell'Italia nell'Asse tripartito e per la conseguente entrata in guerra. Naturalmente non è a credere che questo virtuale distacco del paese reale dalla gerarchia si dimostrasse per chiari segni o per aperte manifestazioni.
Durava il regime burocratico poliziesco. Il partito controllava il popolo colle organizzazioni capillarmente distribuite nei fabbricati, nelle fabbriche negli uffici nelle scuole e nei rioni.
Qualche segno aperto di insofferenza, tosto soffocato veniva dalle organizzazioni giovanili studentesche; qualche voce e qualche atto di malcontento venivano dalle fabbriche.
Nella realtà il distacco era vivo e reale.
La stampa e la radio (quest'ultima nelle note giornaliere di Appelius, di Ansaldo e di altri virtuosi della propaganda) segnavano una nota di entusiasmo fittizio che era in assoluto contrasto colla realtà dei fatti e della vita.
La gerarchia agiva come se il popolo fosse strettamente legato ad essa ed animato dalle sue stesse intenzioni.
I dirigenti operavano nella irrealtà astratta del loro mondo chiuso appoggiandosi alle loro illusioni e alla convinzione che il successo della loro politica avrebbe operato il consolidamento di una situazione ormai gravemente scossa.
All'infuori dei resoconti ufficiali e degli esaltatori ad ogni costo del governo, anche nelle più buffonesche campagne (salto del cerchio di fuoco ordinato da Starace ai gerarchi – il Voi – il passo romano – la mostra della rivoluzione – la marcia della gioventù – la campagna del grano –eccetera) nell'opinione pubblica veniva avanti un forte strato di democratici antifascisti che vedevano la stoltezza politica del regime e attendevano il momento per (...organizzare una opposizione che portasse al cambiamento...)
Il malessere si manifesta anche con tanta gente che criticava la politica del regime contraria agli interessi di tutti i ceti produttori, che manifestava la sua anima di avversione al regime col contegno passivo, colla resistenza inerte che rispondeva alle trovate del regime colle barzellette e gli sfottò.
Solo chi ha vissuto quel periodo (povero e grande Brancati col suo “ il vecchio cogli stivali”) può rendersi testimone dell'ambiente meschino e grottesco in cui era ridotta la vita italiana.
Confusa e avvilita la cultura negli “Istituti fascisti di cultura”. A Cremona erano riservati i fasti burleschi del “Premio Cremona” di pittura per le gesta fasciste e gli scambi culturali con Hannover, mezzo di pubblicità per intellettuali di ogni risma.
L'economia nazionale basata sui surrogati dell'autarchia e sulle pietose questue di materiale pregiato o di prima necessità.
Come non ricordare a questo proposito la raccolta delle fedi matrimoniali che dovevano servire a fare fronte all'assedio economico e il cui ricavato invece andò a impinguare i fondi neri del regime?
Su tutto una cappa di silenzio e di conformismo piatto e opportunistico simile all'atmosfera dei più oscuri tempi di schiavitù spagnola od austriaca. Silenzio sui fatti internazionali la cui risonanza poteva danneggiare all'interno la dittatura e i suoi uomini.
Silenzio sui fatti sporadici dell'opposizione interna.
Silenzio sugli scandali del regime qualificati come “cambi della guardia”.
Conformismo in tutto il resto: dalle uniformi civili per gli impiegati statali, come se si vivesse nel regime zaristico, alle forme di piatta adulazione e di bassezza proprie dei tempi del basso impero. Il livello della vita italiana era ben caduto in basso dal periodo antecedente al fascismo.
E ben caduto in basso era il tono della vita cremonese rispetto ai tempi dignitosi e, sotto un certo aspetto, eroici della fine del secolo e dei due decenni del secolo nuovo. Cremona e Provincia si erano come inselvatichite. Il timore delle delazioni, attraverso gli emissari dell'Ovra, il cipiglio grottesco dei segretari del fascio e dei fiduciari rionali, il panico che i provvedimenti politici per qualche risibile mancanza (non esposizione della bandiera, non aver rivestito la camicia nera nei giorni festivi, mancato saluto romano ai cortei etc.) portassero seco l'espulsione dal partito e quindi la fame per l'immancabile licenziamento dal posto di lavoro. Tutto ciò creava un ambiente di sospetto e non proclive alla confidenza tra le persone.
Si dubitava veramente, del vicino di casa, dell'amico, del collega di lavoro.
Si fingevano sentimenti non veri, si pronunciavano frasi di cui, da soli, ci si doveva vergognare.
Il regime della “elevazione della nazione” rendeva gli italiani l'un verso l'altro sospetti e operava dissensi là dove sarebbero stati essenziali la concordia e la fraternità.
Questa generale atmosfera era ancor più grave e opprimente a Cremona dove esisteva la diarchia consistente nei poteri vessatori dello stato e in quelli borbonici della locale gerarchia.
Qui anche ciò che andava bene per il resto dello stato abbisognava di una seconda sanzione da parte del locale capo del fascismo.
Egli s'identificava addirittura colle sorti dello stesso movimento cremonese. Con lui in disgrazia, ai tempi delle nuove vertenze con “Arnaldo”, tutto il fascismo cremonese era alla dissidenza.
Il fenomeno rassistico, più o meno altrove terminato colla giubilazione o colla promozione dei capi, qui persisteva nelle sue forme di arbitrio di prepotenza e di camorra del rosso palazzotto eretto fra Piazza della Pace e Piazza Marconi. Edificio che ospitava il modernissimo impianto tipografico di “Cremona Nuova” (di cui ancora oggi è in corso il procedimento da parte dello Stato sui profitti del regime) e dal quale si diramavano gli ordini e le disposizioni in base alle quali ogni mutamento e ogni azione in qualsiasi campo veniva a subire la volontà del capo. Non è a dire che sempre questa volontà portasse al mal fare o alla corruzione. In taluni casi anche in lui prevaleva il buon senso e affiorava talvolta quella aspirazione al bene che è in tutti gli uomini, anche il più traviato. In questi casi la sua volontà trovava la via per risolvere situazioni che altrimenti nel malcostume generale non si sarebbero risolte. Governo ad ogni modo arbitrario e perciò controproducente. Si è detto precedentemente della graduale evoluzione in provincia dello spirito di fronda che andava catalizzandosi in stati d'animo che si traducevano a poco a poco in fattori determinanti per la costituzione di una reale e fattiva opposizione al regime. E' un nuovo antifascismo che si alimenta negli anfratti, negli avvallamenti della gran duna sabbiosa del fascismo. Da una parte ci sono i “mai iscritti” coloro cioè che per dedizione all'idea (e son pochi) non piegarono. Dall'altra parte giovani che per ragioni di studio o di lavoro, per le esigenze della vita insomma, erano costretti a iscriversi al PNF I primi isolati non potevano certamente far giungere la loro parola là dove non si recavano. I secondi però, antifascisti, per cultura e per sentimento di ribellione, erano là dove era più utile che fossero e cioè nell'antro stesso avversario. Il sabotaggio al regime si operava perciò nelle sue stesse sedi e fra gli iscritti del partito. Del resto dall'entourage del capo stesso, dal giornale e simili ambienti, partivano i motti contro gli altri gerarchi, i giudizi spietati sulla politica del Capo del Governo e del suo Ministro degli Esteri. La balorda impostazione totalitaria del partito unico abbracciante tutti gli italiani, dai lattanti ai vegliardi cadenti, poneva la necessità di una vigilanza sugli stessi iscritti che si traduceva nel più spiccato scetticismo, sulla solidità e compattezza del partito. Lo si vide il mattino del 26 luglio '43.
Aggiungiamo un'altra necessaria precisazione. Lo spirito di fronda traducentesi in latente opposizione non aveva ancora, almeno in gran parte, un significato “partitico” vero e proprio. Rispondeva alle generiche aspirazioni di avventurieri disposti a vendere il paese al tradizionale nemico dell'Italia. Era una generica istanza antifascista, colorata nei più da una vaga aspirazione democratica. La tragedia della guerra, l'invasione straniera, la lotta clandestina nel paese e all'estero, la direzione ideologica dei partiti democratici, avrebbero dato in seguito alle masse dei cittadini, il senso democratico della situazione ponendoli pertanto davanti alle loro responsabilità di uomini, di cittadini e di italiani coscienti.
“LA GUERRA VIENE LA GUERRA VERRA'! “
1940 – 1943
Il 10 giugno 1940, sera, i microfoni collegati con la radio, scaglionati in piazza del Duomo e in Piazza Roma a Cremona, gracchiarono alle folle riunite l'annuncio della “grande ora”. Non c'era più tra le masse l'entusiasmo euforico e spensierato di quattro anni prima, quando la voce littoria aveva scandito la notizia della proclamazione dell'Impero.
Anche dai più sprovveduti la guerra d'Etiopia era considerata una cosa, altra cosa la proclamata dichiarazione di ostilità alle potenze occidentali.
Nei quattro anni antecedenti, la situazione politica ed economica si era andata aggravando. Il tenore di vita del popolo, dopo le restrizioni della guerra etiopica, non era più tornato quello di prima. Cominciava la rarefazione e il conseguente rincaro delle merci accompagnati dal graduale svilimento del salario.
La mobilitazione dei giovani non avveniva per “classi” ma per singoli richiami attraverso le cartoline precetto. Lo stillicidio di queste influiva già sul morale generale della popolazione. Talune classi avevano già sulle spalle un triennio di “naia”con 40 centesimi al giorno di “decade” e farsetti di cotone anziché di lana.
L'atmosfera della folla era perciò, quella sera, piuttosto tesa ed oscura. La Nazione, compresi i benpensanti e gli agnostici, aveva tirato un sospiro di sollievo nel passato settembre, quando il governo aveva dichiarato la non belligeranza.
Per quanto inesperti della guerra moderna e ancora all'oscuro dei tremendi mezzi di offesa che si sarebbero rovesciati su di loro negli anni successivi, gli italiani, in quel settembre, avevano guardato con malcelata apprensione i preparativi di oscuramento, le maschere antigas (una per fabbricato) e i rifugi contro le bombe costituiti dai semplici voltoni delle cantine.
Ora si stava per entrare in pieno nella conflagrazione mondiale, anche se il genio del capo aveva atteso il momento che, nella sua lungimiranza, gli pareva più opportuno: invasione del Belgio e dell'Olanda, pugnalata alla schiena della Francia prostrata e ferita dalla irruzione dei “panzer “oltre la Maginot intatta.
Il regime aveva fatto i suoi calcoli tattici, trascurando completamente quelli strategici di durata, di estensione, di carattere ideologico della guerra.
Aveva così, a cuor leggero, compromesso le sorti future del paese per stolte ambizioni e per stabilizzare il suo malfermo equilibrio sulla preda bellica da presentare al popolo alla fine della facile guerra.
La “drole de guerre” dei facili profeti tipo Maurizio Claremoris, o Canevari, critico militare del locale “Regime Fascista “, doveva, a distanza, trasformarsi nella “sale guerre” imposta al popolo con risultati disastrosi per il suo avvenire.
Questa la dialettica della dittatura che, per affermarsi al potere, aveva bisogno della guerra per risolvere i problemi gravi che si presentavano al paese.
Motivo di preoccupazione per il regime era la prudente riserva di taluni ambienti dello Stato Maggiore, che toccavano con mano l'impreparazione e la mancanza di materiale delle truppe che si mandavano allo sbaraglio, la riserva della corona che aveva lasciato che il Comando Generale dell'Esercito fosse preso dal “duce del fascismo primo maresciallo dell'Impero”.
In sostanza le forze del colpo di stato che avevano permesso e facilitato l'avvento della dittatura divenivano ora quasi sospette al fascismo come possibili coautrici di un altro colpo di forza ai danni, questa volta, dei complici del tempo passato.
La freddezza dell'accoglienza fatta dal popolo alla notizia della dichiarazione delle ostilità, anche se essa era stata preceduta dal tambureggiante fragore propagandistico sulle vittorie dell'“asse”, aveva sgradevolmente colpito la gerarchia, che aveva la sensazione dell'isolamento nelle responsabilità e in una eventuale catastrofe.
La gerarchia corse dunque ai ripari. Poco tempo avanti la dichiarazione di guerra a Cremona era stata ordinata una manifestazione di solidarietà con l'alleato tedesco.
Un alto gerarca nazista di Hannover ( la città degli scambi culturali ), il ministro di stato Esser, era qui venuto e, in un comizio, tenuto assieme al socio Farinacci, aveva inneggiato, in un italiano molto approssimativo e gutturale, alle comuni fortune dell'Asse e della guerra.
La manifestazione, se non altro, aveva avuto il carattere della novità come presentazione di oratori salvo che, tranne la lingue; i discorsi erano intonati alla stessa linea.
Nel tentativo di galvanizzare l'opinione pubblica, piuttosto depressa come stato d'animo generale, si cercò di avvalersi dell'ausilio delle manifestazioni studentesche.
Era come portare acqua al mare. Per qualche ora di vacanza e di subbuglio gli scolaretti delle scuole medie cittadine sarebbero stati disposti a “dimostrare” per un mese di fila.
La cittadinanza assisté così alle sfilate di lunghissimi cortei di bambinetti e di giovinetti che recavano i cartelloni, predisposti all'O.N.B. colle scritte “Dio stramaledica l'Inghilterra” e poi con “Nizza”, “Corsica”, “Gibuti”, e “molti nemici molto onore”.
Caratteristica della stoltezza e della bassezza d'animo fascista fu la manifestazione per la caduta della Francia.
In questo settore l'azione dell'Italia, a dir poco, era stata marginale e il comportamento politico del governo colla dichiarazione di guerra a un paese ormai vinto appariva agli occhi dei più come un atto di cruda viltà.
Il popolo italiano ragiona anche per sentimento.
Nonostante i dissapori con lo Stato francese, esso è sempre stato legato al popolo francese, per la suggestività della sua storia, per il ricordo della grande rivoluzione, per il sangue sparso assieme in un recente passato sui campi di battaglia contro l'invasore tedesco.
La democrazia radicale cremonese, poi, come tutta la democrazia italiana dell'alta Italia, aveva sempre sentito fortemente i legami e i richiami alla fraternità italo francese.
Quando, perciò, in quel piovoso vespero di giugno del '40, alcune automobili del PNF., con altoparlanti a bordo, si misero a scorrazzare per la città sbandierando la vittoria teutonica sul popolo di Francia, parve che un gelo improvviso cadesse sul cuore dei democratici.
La caduta della Francia, la folgorante conclusione della guerra di aggressione significavano il ribadimento dei ceppi ai piedi dei popoli in schiavitù, significavano il trionfo dell'egemonia nazista, vale a dire della più orrenda forma di schiavismo in tutta l'Europa.
La gerarchia invece nel giugno e nel luglio 1940 vide il rifiorire delle speranze e provò l'evidente sollievo dei fiancheggiatori e degli opportunisti.
Giova, a questo punto, aprire una premessa.
Nella mentalità dei nazionalisti (specie quando questi, come è il più delle volte, identificano la nazione con i loro individuali interessi) non esiste, di per sé, una guerra ingiusta.
I piccoli macchiavelli ritengono soltanto ingiusta una guerra che termina con la sconfitta.
Per la democrazia una guerra di aggressione ad altri popoli che vivono in pace, per imporre loro un “diktat “materiale e morale, è una guerra ingiusta contro la quale il popolo può e deve protestare.
Né, d'altra parte, si deve dimenticare che la guerra di aggressione all'Europa fu voluta dal fascismo per i suoi interessi di casta.
Il popolo italiano non fu consultato e non si tennero nel debito conto i suoi permanenti interessi superiori alle fazioni e alle divisioni ideologiche. C'è dell'altro.
Impelagato senza sua colpa e peccato in una guerra non sentita, contraria alle sue aspirazioni, alle sue tradizioni, al suo avvenire, in una guerra perduta in partenza per la superiorità tecnica e materiale degli avversari, il popolo italiano naturalmente era pienamente libero, al momento opportuno, di dichiarare la propria volontà di porre fine all'inutile strage.
Cadono, a questo punto, tutte le illazioni sbandierate, in questi ultimi tempi, dai cosiddetti nostalgici che osano accusare di tradimento e di lesa patria gli uomini che giustamente ritennero che il popolo italiano non fosse legato ad alcun impegno, che il popolo italiano potesse uscire dalla stolta e nefasta alleanza, che il popolo italiano ritenesse la guerra inutile e contraria ai suoi stessi interessi permanenti.
Questi uomini, gli esuli all'estero e in patria, agirono dunque in modo conforme alla loro coscienza e agli ideali immortali del Risorgimento italiano, opponendosi alla guerra fascista, rovesciando alla fine il nefasto regime autore della più rovinosa catastrofe che mai fosse caduta sul nostro paese.
C'è di più. La guerra fu dichiarata dal fascismo passando sopra gli interessi del popolo, fu condotta dal fascismo con l'evidente disprezzo dei diritti della nazione trattata come una mandria di schiavi da inviare al macello e ai lavori forzati, fu perduta dal fascismo per la sua stolta presunzione ed incapacità.
E i nostalgici osano, ora, con la faccia di bronzo, rimproverare alla democrazia e rimbrottare al popolo italiano da essa guidato, la legittima insurrezione contro la dittatura, il capovolgimento dell'alleanza da una supina acquiescenza al padrone tedesco al passaggio nel campo dei popoli liberi ove si combatteva, sia pure tra errori e reticenze, per la libertà e l'accordo fra i popoli.
E' ben vero che questi sostenitori della tesi fascista, questi vili aggressori del popolo italiano non torneranno mai più alla ribalta politica della storia.
Essi si sono, in questo dopoguerra, affacciati al proscenio come numero di varietà, così come si presentano al pubblico l'ingoiatore di spade spuntate e il selvaggio che si nutre di carne cruda.
Sono, però fuori dal movimento della storia italiana.
Essa li ha ributtati ai margini, così come, negli anni del Risorgimento spazzò davanti a sé i detriti austro-estensi-borbonici.
Dopo questa breve e necessaria digressione torniamo all'assunto principale.
Si diceva che il giugno-luglio 1940 fu un periodo ancora propizio alla gerarchia fascista; capitolazione della Francia, avanzata in Africa su Sidi-El-Barrani, occupazione del Somaliland britannico, inizio della “coventrizzazione “dell'Inghilterra con relativa minaccia di sbarco tedesco nell'isola.
I commentatori politici alla radio (non era ancora venuta la farsa della” voce-ombra”) blateravano i commenti col tono littorio imitato dal grande capo. Nei caffè centrali della città gli avventori dovevano alzarsi alla lettura del bollettino di guerra, anche perché pugni e calci dei bulli della Federazione cadevano sui distratti o sugli affaccendati in altre cose.
In Piazza Roma, davanti all'ex edificio delle Poste, (si cantava) la canzonetta “Isoletta dei pescatori” in sostituzione di “Faccetta nera” messa al bando per ragioni razziali.
Il periodo euforico non tardò, però, a trasformarsi gradualmente in una fase di apprensione, prima, che doveva poi sboccare in quella del terrore e della desolazione.
Se è lecito usare un paragone che può offendere le nari del lettore fu come quando, in una stanza prima ben aerata, comincia a diffondersi l'odore di un corpo in putrefazione.
E' prima un vago sospetto, diventa, poi, un tenuissimo sentore, diviene un alito più avvertibile, rivela poi gradatamente la sua reale natura e tonalità.
Da qualche mese, nel settore voluttuario dei consumi, si erano avvertiti i primi segni premonitori.
La ridicola campagna rivolta a far credere agli italiani che l'uso del caffè era dannoso alla salute aveva persuaso questi che per molti anni avrebbero dovuto accontentarsi del lungo brodo dei surrogati.
La comparsa di Starace, per le vie di Roma, su un biroccino a un cavallo aveva segnato la scomparsa delle macchine private dalla circolazione per insufficienza di benzina. Man mano altri prodotti pregiati si andavano rarefacendo anche per l'incetta che veniva effettuata da individui senza scrupoli colla vista e colle mani lunghe.
Nella tarda estate del '40 la guerra era immobilizzata alla Manica. I prodotti di prima necessità cominciavano a scarseggiare. La tanto vantata “autarchia” si rivelava come un regime economico assolutamente insufficiente a soddisfare sia i bisogni della nazione sia le pretese, in determinati settori, dal più forte e affamato alleato.
Ma il regime manteneva ancora saldo il controllo della situazione interna anche se i rovesci si presentavano all'orizzonte.
Questi però vennero più presto ancora del previsto, anche per la debolezza dell'apparato militare del regime che consentiva negli avversari di sferrare su di esso gli attacchi che ancora non potevano rivolgere ai tedeschi, per l'incoscienza della stessa alta gerarchia che, con un colpo di mano, intendeva uscire dalla guerra immobilizzata, che era la sua cancrena, per sfociare in quella di movimento dove sperava di mietere allori e raccogliere bottino.
Fu la ignominiosa guerra intimata al popolo greco.
I soldati italiani, nella prima fase si batterono bene anche se mal guidati e per scopi tutt'altro che sentiti.
Testimonianza anticipata di come si sarebbero battuti i partigiani per la causa giusta e santa della libertà e della indipendenza del paese.
I soldati, dunque, si batterono bene; caddero in quelle azioni sulle quote contese dell'Epiro e dell'Albania molti cremonesi.
Cominciarono, però, a circolare fra le case dei nostri paesi padani e della città gli stereotipati annunci di morte nel campo.
Al disastro militare in Grecia e al duro colpo recato dall'aviazione britannica alla marina italiana nel porto di Taranto, si aggiunsero ben presto i disastri africani di Bardia e di Tobruk.
Il Generale Graziani veniva ricacciato oltre le posizioni di partenza e centinaia di migliaia di soldati venivano fatti prigionieri.
Sotto i duri colpi della disfatta, che erano altrettanti colpi al prestigio della dittatura, chè questa mai può mantenersi a lungo nella sconfitta, crollano i capisaldi della propaganda fascista, cominciano a sfaldarsi, anche nei cervelli più creduli, i miti per tanti anni ritenuti degni di fede: otto milioni di baionette, spazio vitale, mistica del fascismo, compattezza del popolo, prestigio all'estero, invincibilità delle armate fasciste, un popolo, un capo e via... via tutto.
La dittatura, fin dal primo insorgere della sconfitta, rivelava la sua inconsistenza tanto dottrinaria quanto di struttura.
L'inconsistenza dottrinaria era data dal fatto che precipitata la Nazione nella guerra, l'unità nazionale, compatta alla superficie, rivelava le sue prime profonde crepe.
Il fascismo non era riuscito, né lo poteva, a penetrare nel fondo dell'anima italiana, ad identificarsi con essa e a far sì che nel momento della crisi l'uno potesse rispondere dell'altra e viceversa.
L'inconsistenza della struttura si rivelava nel vuoto assoluto che la dittatura aveva fatto attorno a sé e nella tabula rasa del potenziale economico industriale, delle riserve e delle ricchezze e di tutto ciò che potesse essere trasformato in forza bellica e gettato nella fornace della battaglia.
L'Italia democratica era sì, nel 1915, entrata in guerra impreparata, senza materiale pesante, senza strumenti bellici e risorse potenti. Era però riuscita, mettendo a frutto e trasformando la ricchezza nazionale esistente, a mettere insieme il potente esercito di Vittorio Veneto che aveva raggiunto la vittoria finale.
Nulla di tutto questo nell'età imperiale. Mussolini con la sua dichiarazione degli otto milioni di baionette si era comportato come il maresciallo Leboeuf, ministro della guerra di Napoleone III, il quale pochi giorni prima di Sedan aveva dichiarato che l'esercito francese era pronto “fino all'ultimo bottone delle uose”.
Vuoti i depositi di materiale, con pezzi di artiglieria dell'altra guerra, fucili 91, equipaggiamento personale dei soldati difettoso e inadatto alle intemperie della stagione.
Si aggiunga che le migliori unità dell'Esercito erano dislocate in Libia e nell'Impero e che le più efficienti squadriglie di aerei erano state spedite sulla Manica a dare una mano agli Unni volanti che bombardavano le isole britanniche.
L'insipienza governativa, o l'organizzato brigantaggio economico dei ceti protetti dal fascismo, avevano fatto sì che le riserve di materie prime e di prodotti necessari alla popolazione fossero ridotte ad un livello del tutto inferiore alle necessità di tre mesi solo di guerra.
Il tentativo del ‘regime' di tener duro in questo settore determinò una economia all'osso nei consumi dei ceti popolari e medi, con conseguente affamamento, impoverimento, denutrizione e miseria atroce di gran parte del popolo italiano.
Il primo inverno di guerra trascorreva fra le notizie di sconfitte sui fronti greco e libico, l'imperterrito imperversare della propaganda nazi-fascista e la crescente miseria del popolo.
A Cremona la gerarchia cercava in tutti i modi di tenere in piedi il suo barcollante prestigio e di mantenere a galla il morale della popolazione che tendeva a calare verso il fondo.
Il tono del giornale ufficiale del fascismo e dei suoi succedanei settimanali. “Eccoci” e “Marcia Rivoluzionaria” era ancora burbanzoso e baldanzoso, sull'eco delle veline che pervenivano dal Minculpop.
Fra le righe e negli imbarazzati commenti o soffietti si leggeva però la preoccupazione e l'ansia, di dare una spiegazione al fatto straordinario che il fascismo non riusciva a “passare”.
Commissioni di “visitatrici” fasciste o comandate cominciarono ad andare a visitare i degenti o i feriti negli ospedali militari; sulle carte da lettera degli uffici si stampigliava la parola: “vincere”. La radio strimpellava “Orticello di guerra” o “Leoni di Giarabub”.
Vennero infine, secondo la profezia dell'insonne da Predappio, la primavera e il bello. L'esercito germanico invadeva la Jugoslavia e batteva, come maglio, sulle già provate Divisioni greche assalite di fronte ed alle spalle.
La vittoria ottenuta sulla Grecia, mercé l'ausilio del comprimario, fece esplodere in manifestazioni di giubilo la gerarchia fascista già in preda alla depressione significativa di una rapida demoralizzazione.
Verso lo stesso periodo l'Africa Korps del generale Rommel, aveva ricacciato gli inglesi dalla Cirenaica occupata.
E' questa una fase importante nei rapporti tra nazisti e fascisti.
Dall'invio in Africa delle divisioni germaniche si attua completamente l'asservimento del fascismo al nazismo.
Finora i due movimenti reazionari almeno apparentemente erano rimasti sul terreno della parità. Da quando l'alleato fascista dimostra, per chiari segni, d'essere inetto nella condotta della guerra e di non possedere quella durezza di animo e di nerbo che il nazismo usava per il raggiungimento del suo fine ultimo, il sopravvento nel Patto d'Acciaio passa ai signori della guerra tedeschi.
Il popolo italiano, servo del fascismo, diviene così schiavo della Germania hitleriana e posto allo stesso livello dei popoli vinti per lo sfruttamento economico; considerato il vassallo del popolo tedesco.
Il definitivo passaggio della nazione italiana al vassallaggio germanico, auspice e complice il fascismo, si chiariva e prendeva forma da tutte le manifestazioni.
Non soltanto nella condotta militare e politica della guerra, ma nella intromissione minuta e capillare in tutte le attività del Paese.
La gerarchia fascista, attraverso la stampa e gli atti quotidiani di governo, rivela il suo completo assoggettamento al nazismo, la sua cupidigia di essere il servo zelante del dominatore tedesco.
Dall'alleanza col tradizionale nemico d'Italia (è di questi tempi la proscrizione del “Piave” che ricorda la disfatta delle orde germaniche) la gerarchia fascista passa all'abiezione dei bassi servizi resi al padrone. Il fascismo rivela così la sua reale essenza. Non amor di Patria lo anima, non il prestigio della Nazione lo guida. Ma la soggezione al più forte. Anche in questo campo, sia pure del più stretto nazionalismo, il fascismo dà a sé stesso e alla sua pseudo dottrina la più solenne e sanguinosa delle smentite.
La primavera del '41 è dunque una stagione euforica per la gerarchia fascista.
La sua persuasione di essere sulla strada della vittoria finale la porta ad un altro colpo di testa che si traduce in un crimine verso il popolo i cui figli andranno a dissanguarsi nelle nevi della Russia per fare onore allo slogan mussoliniano “perché ci sia oggi la marcia su Mosca occorreva che ci fosse la marcia su Roma”.
La C.S.I.R. e più tardi l'Armir, con carri armati di latta e divisioni appiedate, vengono così inviati alla sconfitta ed alla distruzione.
Passava, intanto, il 1941. Tramontate le speranze della guerra lampo anche nell'Oriente europeo dove le armate sovietiche e i partigiani tenevano duro contro gli attacchi delle armate motorizzate e dei gruppi corazzati germanici, gli alti e bassi delle speranze della gerarchia fascista si fermarono sulla stabilizzazione del fronte.
Supponendo che l'Occidente, rappresentato dall'Inghilterra e dal nuovo avversario, gli Stati Uniti d'America, stesse fermo, la gerarchia sperava che, raggiunti agevolmente gli Urali, la Germania avrebbe consolidato il confine orientale con l'inclusione dell'economia complementare della Polonia e della Russia europea nell'orbita vitale del nuovo ordine.
Ma all'interno della fortezza, anche se essa era controllata e vigilata dalle SS e dalle quinte colonne fasciste dei paesi asserviti, un nuovo e grande fattore di lotta ed elemento di creazione era sorto: la resistenza europea.
La coscienza umana, sociale e nazionale dei popoli oppressi si destava, col rombo lontano delle artiglierie degli eserciti liberatori in Russia e in Africa, col fragore degli aerei che ogni notte, sempre più numerosi, partecipavano alla battaglia per abbattere la Bastiglia nazista.
La resistenza europea, di cui quella italiana sarà degna figlia e vigorosa speranza, si presenta ormai come elemento determinante della grande battaglia contro la tirannide fascista.
Fumavano le ciminiere dei campi di sterminio nazisti, rintronavano per tutta Europa le scariche dei plotoni di esecuzione, ma la resistenza europea si fa più tenace e formidabile
I patrioti francesi, belgi, olandesi, norvegesi si affratellano coi combattenti della libertà di Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia e Unione Sovietica.
Davanti al patibolo, nel vivo della lotta, matura il senso della coscienza europea di libertà e democrazia contro i quali invano il despota nazista leva la mannaia sterminatrice.
La resistenza europea si alimenta dell'esempio e del sacrificio degli eroi, si anima al fiato delle grandi speranze sociali e democratiche che permearono di sé tutto il secolo XIX e diedero impeto di assalto per il progresso mondiale verso la pace e la concordia fra i popoli.
Prima ancora di cadere sotto i colpi ripetuti della resistenza antifascista italiana, il fascismo commette un altro delitto.
Non bastava avere schierato l'Italia sul fronte della Francia, ultimo oltraggio alla memoria dei caduti del Risorgimento nazionale, occorreva ancora che il fascismo esercitasse la mansione di carnefice dei popoli nell'opera di repressione del movimento partigiano che si sviluppava nei territori occupati, per concessione tedesca, in Jugoslavia e in Grecia.
E i morti italiani caduti in questa guerriglia sono veramente per l'Italia quelli da maggiormente compiangere e lacrimare.
Mandati a combattere e a morire per una causa del tutto opposta a quella che animava i mille di Marsala, i soldati italiani, anche in questo compito affidato loro dal nazifascismo, seppero quasi sempre mantenere quel contegno umano e generoso per cui nostro popolo è tanto apprezzato nel consesso civile delle nazioni.
Nessun artificio di propaganda, nessuna adulterazione della verità, potranno mai cancellare dal volto sinistro della gerarchia fascista lo stigma sanguinoso che caratterizza l'assassinio e il genocidio.
L'ottobre 1942 seguì l'inizio dell'ultima fase della guerra ed i tempi entro i quali sarebbe maturata, per volontà di popolo, la catastrofe della gerarchia fascista.
Due anni di guerra avevano totalmente stremato l'Italia.
Le risorse materiali erano state dissipate, vuoti spaventosi si creavano nelle file della gioventù.
Cremona e il suo territorio vivevano le stesse ore gravi e drammatiche della nazione.
L'economia provinciale, sotto la pressione degli organi di controllo (UPSEA, Sepral, Co.Pro.Ma, ecc.) versava in gravi condizioni.
L'allontanamento di molte braccia dall'agricoltura aveva risolto, non le alte punte dei concorsi “in vitro” della “Battaglia del grano”, ma le medie comuni di produzione.
Le bardature di guerra, se da un lato servivano a contrarre il consumo quotidiano della popolazione, non servivano ad impedire le “fughe” dei prodotti da speculatori ad altri speculatori. La miseria diveniva cronica per i basi salari non adeguati al costo della vita ed ancor più ai listini di bora nera dei prodotti e dei generi contingentati.
Nei paesi la massa dei contadini, anche se pagata con salari di fame, riusciva quasi sempre a sbarcare il lunario.
Nei borghi e nelle città gli operai ed i ceti medi erano ridotti alla fame.
Il tesseramento stabilito per legge concedeva alimenti in quantità e qualità tali da determinare, se rigidamente osservato, lo stato di denutrizione di intere categorie: un etto di carne alla settimana, pochi decilitri di olio al mese.
La fame, come in una città assediata, faceva strage in una provincia agricola e così ricca di prodotti come la zona cremonese.
Ciò ebbe per effetto di far sorgere quel fenomeno, già accennato, nato sotto il nominativo di “borsa nera”.
Il mercato nero dei generi di prima necessità: farina, olio, burro, zucchero, sale...
L' evidente sproporzione tra offerta e domanda, determinò il crescente impoverimento dei ceti che vivevano di salario o stIpendio o con piccoli redditi e il conseguente graduale formarsi di una categoria nuova di arricchiti a spese della generalità.
Le restrizioni di ogni genere (alimentazione, vestiario, riscaldamento, merci più propriamente voluttuarie) gravarono sulla massa del popolo.
Di fronte ad esso, stridente spettacolo frutto della contraddizione del sistema, i ceti ricchi e la gerarchia fascista non risentivano per nulla del rigoristico sistema introdotto.
Dopo il 25 luglio nelle ben fornite cantine della alta gerarchia si rinvennero, e furono date ai poveri, quantità ingenti di vettovaglie e di prodotti.
Ai vuoti arrecati dalla guerra nelle file della gioventù cremonese si aggiungevano quelli determinati dall'invio in Germania di mano d'opera specializzata e non.
L'industria cremonese, anche se completata con qualche impresa di produzione bellica (Armaguerra) non aveva la possibilità di assorbire la mano d'opera esistente sulla piazza. L'industria cremasca assorbiva soprattutto mano d'opera del circondario.
Gli operai cremonesi in parte si indirizzavano ai complessi industriali di Milano. Una parte della massa disponibile, o per lusinga di maggior guadagno o perché, non essendo specializzata, non poteva trovare sistemazione in loco, veniva avviata attraverso l'organizzazione sindacale fascista in Germania.
Questa diventava il sostituto del mitico “impero” come valvola dell'esuberanza italiana demografica e di lavoro.
Anche qui, perciò, fallimento totale dei piani del regime che, in antecedenza, aveva sbandierato il programma di dare lavoro a tutti gli Italiani, anche a quelli già impiegati all'estero.
Per fortuna ben pochi di questi, convinti della illusorietà di un loro reimpiego in Italia, non accolsero che in minima parte le sollecitazioni della stampa e delle rappresentanze diplomatiche fasciste all'estero.
Correlativamente alla più che depressa situazione economica lo stato d'animo, il morale, della popolazione, calava quotidianamente sulla base delle notizie della guerra.
La propaganda fascista insisteva ancora sulla stampa e nelle adunate, sui suoi temi triti e ritriti, cui più nessuno credeva.
Per esperienza le notizie politiche fornite dal regime venivano considerate come artefatte e adulterate, quelle da settori di guerra riguardanti sconfitte venivano date, con ritocchi e con giri involuti di frase ridicole per ogni cervello raziocinante.
Ci fu allora la corsa ad attingere notizie alle fonti delle radio nemiche (radio Londra, radio Mosca, più tardi radio Algeri) e di quelle naturali (radio Montecenere).
La schiera dei “fedeli di radio Londra” andò gradatamente aumentando. La città oscurata, il timore di incappare, nei caffè o nei ritrovi, in qualche insidia dello spionaggio fascista, inducevano i pacifici cittadini a restare in casa, in ascolto davanti all'apparecchio radio che batteva i tre punti e la linea del segnale della trasmissione di Londra.
La propaganda democratica, fatta con questo mezzo e tenuta in un tono amichevole e modesto contro le retoriche amplificazioni della radio nazi-fascista, convinceva gradatamente gli ascoltatori e contribuiva a creare uno stato di sfiducia crescente nella gerarchia fascista, impotente a dominare la situazione.
Come si è detto in precedenza, questa escogitò il “contraddittore ombra” alla sua stessa radio il quale contraddittore, su temi addomesticati, veniva messo nel sacco dalle tesi fasciste, con divertimento sommo dei democratici che sin dall'inizio non vi avevano mai creduto.
Il segno palese dell'irritazione della gerarchi era dato dalla potenza dei “disturbi” coi quali si cercava di soverchiare l'esile voce del mondo libero che giungeva attraverso l'etere.
Questa propaganda democratica, ribadiamo, fu un fattore notevole nella creazione di uno stato d'animo collettivo contrario alla continuazione delle guerra e del fascismo.
Altri però furono gli elementi decisivi già notati, tratti dalla reale situazione del Paese.
Il regime aveva un bello sbandierare le vittorie germaniche, che in definitiva non portavano ad alcunché di decisivo; aveva un bel da fare nel mimetizzare le disfatte che diroccavano questo o quell'avamposto della fortezza nazi-fascista ormai virtualmente assediata.
La popolazione cremonese non credeva più alle menzogne ufficiali del regime.
Essa aveva sotto gli occhi lo spettacolo di una situazione senza via di uscita se non nel senso di un totale capovolgimento.
Assisteva alla lenta decadenza dell'economia provinciale, all'allentarsi dei vincoli di moralità pubblica e sociale, all'abbassarsi graduale del tenore di vita e del livello civile dei rapporti.
Le sciagure che cadevano immeritatamente sulla Patria; essa, con intuito profondo, le rivolgeva ai veri responsabili del malgoverno e della prossima disfatta.
Agli uffici postali, per il pagamento della misera indennità dei “presenti alle bandiere”, vale a dire dei caduti in guerra, si affollavano sempre più frequenti le folle delle madri o delle consorti.
Il mercato cessava il suo ritmo costante, privo ormai di approvvigionamenti, a profitto della borsa nera.
“E' un segno grave quando le donne si muovono”, diceva un rivoluzionario francese, il Loustalot, nelle giornate dell'ottobre 1789 a Versailles.
Anche le donne italiane, anche le cremonesi difatti si muovevano. Nei negozi, nei mercati i loro apprezzamenti sulla situazione erano più decisi e precisi che non quelli degli uomini.
Esse toccavano con mano il fondo della miseria famigliare; più degli uomini sentivano il cordoglio pei lutti e il timore per l'avvenire dei loro cari.
La situazione precipitava.
Precipitò improvvisamente in un tardo vespro dell'ottobre 1942.
In concomitanza con l'offensiva massiccia di El Alamein, spiegata dagli eserciti alleati contro lo schieramento italo-tedesco nel deserto egiziano, squadriglie di aerei pesanti inglesi bombardarono pesantemente le maggiori città dell'Alta Italia.
L'azione su Milano, compiuta nel pomeriggio, fu particolarmente grave per la mancata reazione della contraerea e per gli inesistenti servizi di protezione civile.
C'erano stare, finora, in alta Italia sporadiche azioni di bombardamento.
Particolarmente dura l'azione navale a Genova, i suoi gli echi si erano distintamente uditi anche a Cremona.
Quel bombardamento di Milano, condotto di giorno con danni rilevanti, causò nell'opinione pubblica un'impressione determinante.
A Cremona si era udito l'eco lontano delle esplosioni. Le masse degli operai che rientravano la sera a casa recarono la visiva testimonianza dei terrori della guerra cui il fascismo aveva votato il Paese.
Questa diretta testimonianza della guerra guerreggiata recata nel cuore della Lombardia colpì l'immaginazione della popolazione cremonese così come, pochi giorni dopo, la notizia degli sbarchi anglo-americani in Marocco e in Algeria.
Con matematica precisione gli anelli della lunga catena della guerra si serravano gli uni agli altri: la penisola italiana era ormai direttamente investita dal fuoco della guerra e stava cadendo l'ultimo diaframma rappresentato dall'esercito dell'Asse, ormai virtualmente condannato.
Così si entra nell'ultimo inverno di guerra che prelude al 25 luglio 1943.
Questi mesi invernali sono caratterizzati dal sorgere e dal consolidarsi di un effettivo movimento democratico per la pace e per l'abbattimento del fascismo.
L'antifascismo generico, un po' di maniera, improntato alla propaganda che per le vie dell'etere giunge in Italia, subisce la sua prima trasformazione.
Da generico ed indiscriminato sentimento esso si va trasformando in una forza organizzata che ha per sua avanguardia i rinnovati partiti democratici.
Da generico anelito ad un mutamento esso si trasforma in un preciso movimento che opera già per l'attuazione degli immediati obiettivi: rottura dell'Asse e fine della guerra.
Gli elementi più coscienti dell'antifascismo democratico cercano la loro strada e si pongono davanti con risolutezza i problemi da risolvere
Non siamo ancora alla resistenza armata. Si è allo stadio di un antifascismo crescente che lavora, ancora in forma debole ma costante per il raggiungimento dei fini immediati. A Cremona esistono, compatibilmente colle caratteristiche provinciali, gruppi di antifascisti o democratici coscienti. Sono gli anziani, sono i giovani che dallo studio e dalla dura esperienza della vita hanno tratto il loro convincimento.
A Cremona si cerca dunque una strada. Vecchi amici o inviati di vecchi amici dell'On. Ivanoe Bonomi vanno e vengono da Roma e recano a Cremona notizie o impressioni dalla capitale.
Più intenso è lo scambio di notizie e di impressioni da Milano per la vicinanza con la metropoli lombarda.
Arrivano in questo periodo, tramite collegamenti personali, documenti di azione democratica. Sono i punti programmatici del Partito d'Azione.
E' il giornaletto “Italia Libera” di Giustizia e Libertà. Questi documenti, religiosamente custoditi e trasmessi tra vari elementi antifascisti che si riuniscono in case private e si localizzano di sera in esercizi pubblici, costituiscono l'elemento determinante in una serie di discussioni e di avances programmatiche.
L'ambiente democratico cremonese man mano si va riscaldando.
Ormai il senso della necessità di porre fine alla disgraziata guerra di aggressione e di defenestrare la banda insediata ai posti gi governo si va facendo strada.
Nei locali pubblici, su carri merce delle ferrovie attrezzati per uso viaggiatori, nei negozi, in tutti i posti insomma ove si addensa e brulica la folla con tutti i suoi problemi e le sue incertezze e le aspirazioni per l'avvenire, si parla apertamente, si commentano le notizie sicure sullo svolgimento della guerra attinte alle fonti della radio “nemica”, si impreca ai gerarchi, si chiede la fine della guerra e l'allentamento delle gravissime restrizioni.
Anche dal fronte russo giungono per l'alta gerarchia fascista i messaggi di sventura che suonano a morto per il fascismo.
A Stalingrado le armate sovietiche tengono duro: è lo slogan della tarda estate e dell'autunno 1942.
A Stalingrado i russi hanno capovolto la situazione ed hanno stritolato nel cerchio dei loro carri armati e nella muraglia di fuoco della loro artiglieria l'armata hitleriana di Von Paulus. E' l'annuncio che nell'inverno del 1943 la radio del mondo libero porta a tutti gli uomini liberi e a coloro che combattono per la libertà nei paesi occupati.
Sui fronti gi guerra, da occidente e da oriente, le armate della liberazione europea progrediscono giorno per giorno, sgretolando la difesa disperata degli schiavisti asserragliati nel cuore dell'Europa.
La Resistenza internazionale al nazi-fascismo vibra anch'essa sicura i suoi colpi senza badare a sacrifici e alle perdite sanguinose. Improvvisamente anche il popolo italiano, per uno di quegli imponderabili che decidono l'avvenire delle nazioni, si unisce all'azione della resistenza europea.
Sono gli operai delle grandi industrie dell'alta Italia: di Milano, di Torino, di Genova, di Sanpierdarena, di Sesto San Giovanni che compiono il grande gesto.
Centinaia di migliaia di lavoratori italiani: operai, impiegati, tecnici, incrociano le braccia nelle fabbriche chiedendo la pace, chiedendo condizioni più umane di vita, chiedendo la sicurezza del vivere per sé e per le famiglie.
La notizia delle grandi agitazioni (sono i primi grandi scioperi di massa da vent'anni a questa parte) si sparge ovunque con la rapidità del fulmine.
Scioperano a Milano anche gli operai cremonesi ivi dislocati; tornando a casa recano fra gli strati operai e della popolazione in genere il lievito e il fermento delle nuove idee e dell'azione in corso. La gerarchia fascista viene presa da un senso di impotenza di fronte agli eventi grandiosi. Cercherà in seguito con comunicati stampa di minimizzare la situazione, di calmare il fermento con promesse e con piccole concessioni.
Gli scioperi del marzo 1943 sono decisivi per la caduta della dittatura.
Essi dimostrano che ormai il regime non ha forza sufficiente per arginare la crescente indignazione popolare; essi danno alle masse di popolo l'insegnamento per le prossime lotte, stabiliscono davanti alla storia le responsabilità dei ceti e degli istituti rappresentativi, costringendoli ad uscire dall'immobilismo che porta l'Italia alla rovina.
Sotto questo punto di vista è sintomatico che il primo scrollone, il primo atto di forza dell'opposizione democratica in Italia, sia compiuto dai lavoratori italiani.
Contro essi il regime aveva scatenato nel '21-'22 la su offensiva, contro essi il regime aveva esteso sul paese la cappa della dittatura.
Ora l'avversario che il fascismo credeva di avere abbattuto per sempre risorgeva come Anteo e guardava dritto negli occhi il suo nemico che era anche il nemico d'Italia.
GENESI E FORMA DEL MOVIMENTO CREMONESE DI LIBERAZIONE
La resistenza cremonese è la lotta che il popolo cremonese, uomini e movimenti e masse organizzate e coscienti, impegna nel biennio 1943-1945 contro il terrore nazi-fascista, per la salvaguardia dell'unità nazionale, per la conquista della democrazia e di un avvenire migliore per la nazione. Essa è anzitutto lotta organizzata.
Si esce cioè dalla precedente fase di opposizione sia pure attiva al fascismo, per giungere a una forma più complessa di lotta in cui i partiti politici del prefascismo, rinnovati nell'esperienza, nei quadri, nella strategia politica, si pongono decisamente all'avanguardia del popolo, ne rappresentano le istanze, ne guidano le azioni.
C'è ancora di più. I partiti democratici, consci della necessità di uno sforzo unitario e della unitarietà degli obiettivi da raggiungere, coordinano la resistenza attraverso un organo rappresentativo di queste istanze unitarie: il Comitato di Liberazione Nazionale.
Questo rappresenta lo strumento unitario della Resistenza, configura in sé il Movimento di Liberazione che opera attraverso la lotta della resistenza stessa.
Il Movimento Cremonese di liberazione è dunque l'azione unitaria del popolo diretta dagli organi sorti dalle necessità della lotta e convogliata agli obiettivi finali che sono compresi nella grande carta del Risorgimento Italiano ed Europeo.
Esso viene ad inserirsi così, logicamente, nel moto di liberazione nazionale ed europeo in quanto le istanze generali della Resistenza sono alla base dell'azione e delle aspirazioni della democrazia cremonese.
Sotto questo aspetto il movimento cremonese non differisce per nulla dal moto generale di idee e di eventi che caratterizza la resistenza sul piano nazionale.
Il popolo cremonese, fin da quando gli eventi internazionali lo introdussero nell'età moderna allorché le armi della prima repubblica francese cacciarono gli austriaci da Cremona, sempre sentì l'istanza unitaria nazionale.
La sua lotta e le sue aspirazioni sempre si unirono nell'alveo patriottico nazionale, perciò anche nella grande ora che si apriva davanti all'Italia agli albori del '43, il popolo cremonese unì strettamente il suo avvenire a quello della gran madre italiana.
Naturalmente le condizioni, l'ambiente, le caratteristiche fondamentali del territorio, le doti d'animo dei cremonesi influirono e diedero un carattere particolare allo stesso movimento.
Non a caso preliminarmente si è fatto un quadro del sorgere e dell'affermarsi a Cremona della democrazia e della successiva instaurazione della dittatura.
Ciò vale anzitutto come opportuno termine di paragone per la continuità storica degli ideali risorgimentali dal primo a secondo risorgimento e come indice della decadenza morale e materiale causata dal fascismo nella provincia cremonese.
In secondo luogo il quadro delineato serve a chiarire su quale humus fecondo e profondo di democrazia e di aspirazioni sociali sia sorto ed abbia agito il movimento cremonese di liberazione.
Per suo mezzo si comprende il diverso apporto qualitativo e quantitativo alla resistenza da parte di ogni partito e si spiegano e si delineano le azioni di preparazione e di lotta aperta al fascismo condotte nella nostra zona.
In una parola si caratterizza provincialmente il Movimento di Liberazione del popolo.
Col marzo del '43 si entra dunque nella fase attiva e organizzata di lotta della Resistenza Cremonese.
Quali erano stati gli antecedenti?
Ripetutamente abbiamo accennato come, durante il ventennio, Cremona che, superficialmente agli osservatori sprovveduti, sembrava la città fascistissima, la “città di Farinacci”, la città ligia all'appellativo di “fedelissima” che i cortigiani dei dominatori stranieri le affibbiarono nelle età oscure, mantenesse nelle sue intime latebre l'attaccamento agli ideali democratici e sociali.
Che ciò costituisca un dato di fatto assoluto lo si può ricavare dagli eventi del 25 luglio, quando Cremona, al pari di qualsiasi città italiana, si spogliò immediatamente delle sopra-strutture e delle superfetazioni fasciste per assumere la chiara e limpida fisionomia di città libera e italiana.
A parte però questa osservazione di carattere generale, si può affermare che anche durante il ventennio a Cremona operarono gruppi organizzati di antifascisti democratici che mantennero salda la fede negli ideali e si opposero al prepotere della dittatura.
Non parliamo qui dei singoli cittadini che, per delazione di vilissimi soggetti, furono durante il ventennio sottoposti a violenze o a misure di polizia. Una parola male interpretata, un sorriso davanti a una sfilata, l'odio personale di qualche gerarca, potevano portare, come avvenne, onesti e intemerati cittadini nelle sedi dei fasci a subire bastonature ad parte di gruppi di forsennati o davanti alle prefettizie commissioni per essere inviati al confino.
In modo speciale furono i ceti operai cremonesi che, durante il ventennio, manifestarono ed agirono contro il regime.
Naturalmente dato il sistema complesso di vigilanza e di repressione, le manifestazioni furono modeste e di ampiezza limitata. Ma significative come forma e come indice di uno stato d'animo più generale furono episodi come la partecipazione ai funerali di compagni di partito, funerali che talvolta terminavano con aggressioni fasciste come avvenne alla morte dell'assessore Masuello; o come le celebrazioni clandestine della festa del lavoro, la diffusione di volantini nelle vicinanze delle fabbriche cittadine.
Dopo il 1926, con le leggi eccezionali e con lo scioglimento dei partiti politici, l'atmosfera si era fatta irrespirabile. Il partito comunista nazionalmente, aveva mantenuto una rete organizzativa clandestina di indubbia attività.
Già a Milano nel 1926 fra gli arrestati del processo contro gli organi direzionali del partito (processo Gramsci, Terracini, Robotti ed altri) era compreso il cremonese Rosolino Ferragni, dirigente dell'ufficio giuridico del partito. In quel processo, svoltosi il 29 giugno 1928 davanti al tribunale speciale di Roma, egli era stato condannato a 16 anni e 4 mesi di carcere per reati che avrebbero, secondo la nuova legge, comportato la pena di morte: in questo caso non applicata solo perchè i fatti erano precedenti alla legge ed essa non era estesa retroattivamente..
A Cremona l'organizzazione si era mantenuta nel capoluogo con diramazione in qualche paese della provincia (San Giovanni Croce, Piadena, Casalmaggiore...). Il gruppo di Cremona città si riuniva saltuariamente in locali pubblici a Porta Po o a Porta Venezia, preferibilmente all'osteria “della busa”, dove aveva avuto sede e ci tornò dopo il 1945 una cooperativa operaia. Esso si teneva in rapporti con gli organi regionali di Milano a mezzo di corrieri chiamati, nel gergo interno di partito, fenicotteri.
L'attività propagandistica veniva compiuta a mezzo di volantini e di giornali in formato ridotto che venivano portati da Milano dagli stessi corrieri.
Disgraziatamente due di questi: un certo Sportelli e un tale che si celava sotto lo pseudonimo di “Novello” (in realtà il suo nome era Quaglia ed era un prete spretato) altro non erano che emissari dell'OV.R.A. infiltratisi a scopo provocatorio nelle file dell'organizzazione clandestina. Le delazioni di costoro determinarono la caduta del gruppo col conseguente arresto di un certo numero di antifascisti: Biselli, Pedroni, Boldori, Agosti, Zavatti e altri. Il Tribunale speciale di Roma nel 1928 li condannò a pene detentive da due a due anni e mezzo di carcere per partecipazione a un partito già disciolto dalle leggi eccezionali.
Pochi anni dopo le file della azione antifascista riprendevano ancora, sia pure sulla strada limitata permessa dalle eccezionali circostanze.
Piccoli gruppi di Giustizia e Libertà (che raggruppavano socialisti, democratici e repubblicani) e nuclei di comunisti svolgevano una cauta azione, sì da sfuggire al vigile sguardo della polizia. Qualche anno prima giovani studenti portavano da Milano le copie del “Non Mollare”, il non dimenticato foglio di Carlo Rosselli e di Salvemini, andando a prelevarlo nello studio dell'avvocato Lelio Basso. I “Quaderni dell'Italia libera” e fogli della propaganda pervenivano da Pavia, all'ombra del cui Ateneo funzionavano gruppi studenteschi antifascisti di cui facevano parte alcuni cremonesi che erano legati direttamente a nuclei di Milano.
L'imprudenza di due elementi cremonesi, portatisi in Francia, che inviavano lettere, con nominativi e propaganda, ad antifascisti della città e della provincia produsse la “caduta” o la dispersione di questi gruppi democratici.
Taluni elementi, già sospetti, vennero arrestati e qualcuno anche condannato al confino.
Fra questi ultimi Leonardo Cottarelli, repubblicano e bonomiano di Vescovato: egli aveva partecipato alla riunione di fondazione dei fasci, a Piazza San Sepolcro il 23 marzo 1919, attratto dal programma repubblicano democratico del “manifesto” fascista ma presto, chiaritosi quell'equivoco, si era prontamente ritirato dall'insidioso movimento.
Al confino furono anche condannati: Carrettini, la signorina Ravazzani, Danilo Barabaschi ed altri ancora.
Nel marzo-aprile 1943 i nuclei democratici ed antifascisti si andavano organizzando.
Si è già detto dei rapporti ripresi con Milano e delle visite informative ad Ivanoe Bonomi a Roma. Accanto a gruppi antifascisti dal carattere generico e platonicamente “attendista”, un nucleo merita particolare attenzione, se non per l'attività svolta in quel periodo (che non fu di grande apertura), per il fatto che da esso uscirono molti uomini che poi furono parte della Resistenza cremonese esplicando in essa una non trascurabile attività.
Il gruppo si costituì fra un certo numero di intellettuali, di operai e di impiegati uniti fraternamente dal vincolo di una stretta amicizia.
Da un antifascismo generico che era dote di tutti, nel senso che tutti deprecavano la dittatura e le sue pericolose avventure, sotto il quale antifascismo ogni componente teneva il proprio particolare credo politico, il gruppo accennato passò ad una concezione di lotta che doveva svilupparsi sulla base di un programma ideologico e tattico unitario.
Il gruppo si riuniva in qualche casa privata (Via Dante, Via Manzoni) o assai spesso nello studio di uno scultore già residente in Francia ai tempi del Fronte Popolare, sito in via Bertesi. Il lavoro di approccio ad ogni, chiamiamolo, adepto, non era molto difficile.
Si era in un periodo in cui bastava l'inflessione di un discorso o la piega ironica del viso nell' udire e nel vedere certe pagliacciate del cadente regime, per rivelare allo sguardo indagatore dei presenti l'indirizzo politico del nuovo venuto o del neo presentato.
Così la stretta cerchia di “iniziati” gradatamente si allargava, funzionando da centro di raccolta e successivo smistamento delle notizie. Del gruppo facevano parte elementi che, per l'esercizio della loro professione o impiego, avevano la possibilità di dislocarsi in provincia, altri, legati a impieghi in città, avevano notizie sullo stato d'animo dei vari ceti e categorie cittadine.
Tutti i componenti del nucleo si trovavano sostanzialmente d'accordo sulla necessità di uno sforzo unitario da compiere per l'abbattimento della dittatura.
Sui compiti ulteriori, che con la liberazione si sarebbero posti, tutti ritenevano e concordavano circa l'utilità di una continuazione dell'azione unitaria antifascista, sia per impedire i rigurgiti possibili della reazione, sia per sanare le piaghe inferte dalla guerra fascista al corpo sociale italiano.
In questo senso la discussione programmatica che ne seguì, relativa agli schemi di statuto del gruppo presentati da alcuni componenti, fu utile dal punto di vista ideologico e da quello della tattica da seguire.
Essa era condivisa da tutti per quanto concerne l'unità dell'azione prima ed immediatamente dopo la Liberazione.
Dissensi suscitò la tematica, da alcuni proposta, circa la necessità di dare al movimento una configurazione ideologica che gli permettesse di continuare ad agire, come soggetto a sé stante, anche nel futuro di democrazia.
Si sarebbe caduti, e ciò era possibile in un momento in cui gli antifascisti agivano isolati, nell'errore di dar vita ad un movimento autocefalo, sostanzialmente slegato dalla viva realtà della massa quale si sarebbe rivelata, pur avendo la sensibilità dei suoi problemi.
Il gruppo, respingendo a maggioranza la su espressa tesi, dimostrò di non essere che un movimento di alleanza anteriore al comitato antifascista, che verrà creato nel luglio, e anticipatore delle tesi unitarie e proprie del Comitato di Liberazione.
Questo lavoro e questa attività ideologica chiarificatrice naturalmente non si svolsero né si esaurirono nel giro di pochi giorni, ma continuavano mentre la storia d'Italia e la cronistoria di Cremona di giorno in giorno progredivano verso la crisi risolutrice.
La guerra batteva ormai implacabilmente alle soglie d'Italia.
L'armata nazista in Africa aveva ammainato la bandiera.
La vecchia colonia di Libia, come in antecedenza l'Eritrea e la Somalia, era stata occupata dalle truppe delle Nazioni Alleate.
Cadeva Pantelleria, avamposto italiano nel Mediterraneo. Roma subiva un violento bombardamento. Giunse poi la notizia, era una mattina del luglio, degli sbarchi in Sicilia operati dalle forze dell'ottava armata britannica e della prima americana.
Dal giorno fatale di Caporetto mai lo straniero in armi aveva calcato il suolo della Patria.
Caporetto era stato il segno d'allarme per il popolo italiano che, direttamente minacciato dallo spettro pangermanista, si era unito in un solo blocco per difendere la democrazia e la Patria.
Il miracolo del Piave e di Vittorio Veneto non poteva ora ripetersi in una Italia dove un'oligarchia abbietta ed insolente per 20 anni aveva fatto strame delle aspirazioni e delle necessità popolari.
Il fascismo, come ogni dittatura nella storia, aveva portato il popolo alla guerra, alla catastrofe ed alla invasione straniera.
Alla data degli sbarchi in Sicilia bisogna fermarsi per segnare la tremenda responsabilità del regime fascista.
E tanto più bisogna segnarla in quanto ancora la propaganda neo fascista (piazzaiola o pseudo storicamente acritica che sia) e della “destra nazionale”, sulla falsariga della propaganda hitleriana a suo tempo contro la repubblica di Weimar, insiste sulla tesi del tradimento e della pugnalata alla schiena alle forze combattenti.
Propaganda di sciagurati sostenitori di un regime che, dopo tutte le vanterie, i falsi trionfi, le caricature di un potenziale bellico inadeguato, non seppe e non poté dare alle forze armate italiane un equipaggiamento tale da poter contrapporsi al formidabile congegno delle tanto disprezzate imbelli democrazie!
La leggenda, che sorse già “nel bastone e la carota” di Mussolini, si alimenta oggi negli studi tipici del Canevari e del Trizzini.
Sta di fatto che sia il popolo che i reduci sanno come realmente si condussero le cose.
E sta poi di fatto che una dittatura eretta sul sangue, sul tradimento e sulla frode, non ha alcun diritto di pretendere che un popolo si sacrifichi, secondo le direttive della stessa dittatura, per salvare ad essa i privilegi di casta oligarchica sotto il pretesto che il territorio nazionale fosse stato invaso.
In questa congiuntura un popolo, degno veramente del suo nome e del suo avvenire, ha a sé davanti un'unica soluzione: abbattere le dittatura causa unica e determinante dei suoi mali e cercare attraverso la propria azione diretta di sanare la situazione. Questo il ragionamento logico ed immediato che occupò l'animo di tutti gli italiani dalle Alpi alla Sicilia.
Lo straniero invadeva il territorio della Patria, ma il miracolo di Vittorio Veneto non si ripeteva a favore della oligarchia.
Il suo frasario patriottico, suonava falso, sentimentale e dolciastro agli italiani, convinti ormai della iniquità della causa e della ineluttabilità della catastrofe fascista.
‘ dal marzo al luglio 43 la situazione generale provinciale era andata ulteriormente peggiorando.
Le restrizioni economiche si aggravavano per il rincaro dei prezzi e la rarefazione delle merci; già da tempo anche nella “media gerarchia”, allo spirito di resistenza si andava sostituendo un senso di apatia e di abbandonata inerzia.
Il nuovo segretario del PNF aveva diramato circolari alle organizzazioni dipendenti per cercare di galvanizzare il morale della popolazione, che finalmente veniva definito come depresso.
Erano previste grandi adunate del popolo (che poi non si ebbe tempo di tenere) in cui avrebbero parlato i più noti microfoni della eloquenza littoria.
Sul giornale di Farinacci erano ricomparse le vecchie velleità squadristiche, sotto l'insegna di “rispolvereremo i manganelli”.
Gli squadristi però (segretari di fascio, fiduciari, ufficiali e gregari della milizia) avevano messo pancia e, d'altra parte, annusavano il vento infido che non era più propizio come ai vecchi tempi. Anche perché le forze del colpo di stato ora si muovevano in un senso del tutto opposto a quello che li favorì nel 1922.
La Corona, la burocrazia, l'alta banca, il grande capitale, tutte le forze oscure che nel 1922 avevano appoggiato e dato il colpo decisivo di spalla per il fascismo, ora comprendevano chiaramente che esso era ormai finito.
Urgeva seppellire il morto per potersi creare un alibi davanti al mondo libero e al popolo italiano, scindendo all'ultimo momento le responsabilità
Mussolini aveva intravisto la manovra dei complici che volevano sacrificarlo per sopravvivere. Cercò all'ultimo momento di liberarsi della responsabilità che gli incombeva come supremo comandante delle forze armate.
D'altro canto le forze del colpo di stato contavano sullo stesso organo supremo del partito: il Gran Consiglio, in cui accanto a gerarchi di second'ordine legati a Mussolini e a qualche facinoroso direttamente vincolato al verbo nazista, esisteva una maggioranza ligia ad esse per provenienza e per interesse personale.
Dal giorno degli sbarchi in Sicilia e del bombardamento di Roma, le forze del colpo di stato studiano e preparano l'azione da svolgere.
Esse dovevano tenere conto di quattro fattori: la resistenza della gerarchia; il probabile intervento nazista; i problemi sorgenti dalla guerra; una probabile presa di posizione popolare che avrebbe potuto soverchiare le stesse forze del colpo di stato.
Tre di questi potenziali fattori di difficoltà nell'azione delle forze del colpo di stato esistevano anche a Cremona.
Anche qui anzitutto si poteva temere una reazione da parte della gerarchia, data la fama di città fasciatissima.
L'organatura politica repressiva del fascismo, in provincia, almeno apparentemente era imponente.
Una legione della milizia (la XVII), i reparti delle varie specialità della stessa; la struttura politica della federazione fascista con la sua organizzazione periferica.
Nel complesso una vasta rete che avrebbe dovuto avvolger tutta la provincia e che, se efficiente, avrebbe dato filo da torcere anche agli oppositori. Ciò non ebbe luogo.
In realtà la trama era marcia e nessuna reazione poteva avvenire.
L'intervento tedesco negli affari italiani si sarebbe realizzato solo dopo l'8 settembre, ma già nella seconda quindicina di luglio truppe tedesche erano stanziate in città mentre il loro transito sulle vie di comunicazione aumentava giorno per giorno.
Il quarto punto, cioè la reazione popolare al fascismo e alle forze del colpo di stato, rappresentava evidentemente qualcosa di più serio e di più probabile.
Il peso dell'opinione pubblica, la pressione delle masse popolari, sostanzialmente erano fattori determinanti per l'azione che le forze del colpo di stato stavano per iniziare.
Non esisteva, logicamente, un accordo fra questi due fattori, ma la corona e la burocrazia, per non farsi surclassare dagli eventi, dovevano agire contro il fascismo e la gerarchia.
Evidentemente c'era qualcosa di sporco nel fatto che i complici di lunga data buttassero a mare i più compromessi per costruirsi un alibi e ricrearsi una verginità di seconda mano.
La storia si serve di tutti i mezzi che ha a sua disposizione: così, attraverso la possibilità aperta senza volerlo direttamente dagli ex alleati del fascismo, si sarebbe impetuosamente sviluppata l'azione popolare liberatrice.
Ci si avvicina al 25 luglio, la calma apparente di quei giorni afosi, rotta dal precipitare assiduo di gravi notizie belliche, continuava.
C'era nell'aria un senso di attesa di grandi fatti pur se procrastinati nel tempo.
Già in città e provincia, in taluni momenti critici della guerra, si era accennato vagamente alla possibilità del colpo di stato contro il fascismo.
Colpo di stato che si identificava nel maresciallo Badoglio, messo negli ultimi tempi “in disponibilità” per il suo non dissimulato scetticismo sulla condotta della guerra.
C'era poi un'attesa di novità fondata sull'incontro di Feltre fra i due maggiori esponenti dell'Asse.
Le voci in circolazione erano tali e tante che, obiettivamente, non si poteva identificare in esse un filone di verità: voci sul rafforzamento della condotta della guerra, sul rinsaldamento con mezzi drastici del morale della nazione che cadeva a pezzi, voci di una “seconda ondata” del fascismo...
La convocazione del Gran Consiglio passò, nella ridda delle supposizioni, quasi ignorata, almeno in provincia.
Nonostante la pomposa prerogativa di organo “supremo della rivoluzione fascista” il Gran Consiglio in definitiva altro non era che un sinedrio di parata per le esibizioni propagandistiche del regime e un mezzo, in talune occasioni, per giubilare personaggi molesti o caduti in disgrazia attraverso i “cambi della guardia”.
Non ci si aspettava, perciò, dalle deliberazioni di quell'organo alcun mutamento di rotta o alcuna sicura precisazione.
Quasi certamente, alla fine dei lavori, un comunicato stampa avrebbe sbandierato la decisa volontà del fascismo di continuare la guerra.
C'era una attesa popolare ma non si riferiva certamente alle deliberazioni del Gran Consiglio.
L'attesa era riferibile agli eventi che già alitavano nell'aria, ad imponderabili della storia tali che, magari da un semplice fatto di cronaca, potevano spazzar via i detriti del mondo fascista già in dissoluzione e dare forza e respiro all'evoluzione democratica nazionale.
Nella tarda serata e nella notte del 25 luglio dai microfoni dell'Eiar cominciarono ad echeggiare voci e toni nuovi.
IL 25 LUGLIO A CREMONA
Non sempre la storia è idonea a fissare sulla carta per le future generazioni quel complesso di sentimenti, di imponderabili, di piccoli fatti che, alla lunga, contribuiscono invece alla costruzione di un evento storico o, almeno, porne le premesse.
Ma in determinate situazioni quel complesso, quel groviglio di piccoli fatti e di stati d'animo particolari, ha la sua importanza per delineare un evento e porlo nella luce migliore per lo studio e l'osservazione.
A maggior ragione ciò si rileva osservando, nell'ambito provinciale, le conseguenze e le ripercussioni di un evento determinatosi su scala nazionale per l'intervento di fattori anche provinciali che, insensibilmente ma profondamente, hanno operato a ciò che esso si verificasse.
Alla storia, perciò, occorre anche la cronaca, vale a dire un quadro provinciale che tenga conto dei piccoli fatti avvenuti in provincia e dei sentimenti che il popolo, rappresentato come amalgama di individui, provò in occasione del 25 luglio 1943.
La prima generale sensazione che colse in provincia l'animo di tutti fu la sorpresa causata dall'avvenimento improvviso.
Può darsi che a Roma, capitale della diarchia monarchico-fascista, indiscrezioni e voci fossero uscite nei giorni precedenti il 25 luglio, incontrollate e prossime al vero, dagli ambienti della gerarchia e da quelli del colpo di stato monarchico.
A Cremona, tranne le speranze e le illazioni tratte dai democratici nel corso degli avvenimenti, nulla di tutto ciò.
Il capo provinciale della gerarchia, membro del Gran Consiglio, era partito per Roma con, nel portafoglio, l'0.d.g. suo personale che si distinguerà per la rissosità dell'accento e per la conferma, prima di tutto, della fedeltà all'invasore tedesco.
Comunque, partendo per Roma, il massimo gerarca provinciale non aveva lasciato trapelare nulla della situazione, nemmeno ai suoi più vicini collaboratori.
“Regime Fascista” era regolarmente uscito, il 25 luglio, coi soliti articoli inneggianti alla ripresa e con le grottesche “taratantare” sull'eroismo germanico al fronte orientale.
La domenica 25 luglio trascorse, come trascorrevano le domeniche estive in periodo bellico, fatte di rinunce e di privazioni per i ceti poveri e medi.
Gran parte della gerarchia che non “amava la vita comoda” era traslocata ai mari e ai monti.
Venne la sera, con l'accentuazione malinconica che l'oscuramento integrale dava all'abitato cittadino ridotto ad un ammasso oscuro di ombre e ad un incerto formicaio di uomini e di speranze.
Il bollettino di Radio Londra delle 20.30 non aveva dato alcuna particolare novità
Improvvisamente, poco dopo le 10 della sera, l'E.I.A.R. diede le grandi notizie: Mussolini dimesso, Badoglio Capo del Governo, la guerra continua….
Quei pochi cittadini che avevano intercettato questa prima comunicazione, dopo essere rimasti un istante come folgorati dalla novità e dagli eventi, immediatamente, con bruciante desiderio di scambiare pareri ed impressioni con altri, corsero a cercare gli amici, a destare dal sonno parenti e conoscenti per annunciare loro la notizia.
Nella città oscurata, per brevi attimi, si accesero le luci nelle case, voci affannose o tremanti di emozione, per la prima volta dopo vent'anni osavano gridare la notizia da tanti anni attesa.
A rendere vieppiù significativa la descrizione dell'ambiente, prendiamo come testimoni il gruppo di antifascisti cui si è accennato in precedenza.
Quei democratici cioè che abbiamo visto mettersi al lavoro per predisporre un piano di attività sulla base unitaria delle rivendicazioni e dell'azione.
Mercé l'opera di due o tre componenti, che fecero in modo di ricercare e di avvertire gli altri, dopo brevi ore il gruppo si riuniva nella casa privata di un amico.
Non è possibile, evidentemente, ricostruire l'affannoso scambio di impressioni, la conversazione animata e avveniristica che ne seguì.
Giova sottolineare che, a un determinato punto, si passò ad esaminare la situazione locale per vedere cosa era possibile fare.
Non si pensò nemmeno lontanamente che la “gerarchia” potesse a Cremona imbastire una qualsiasi difesa o reazione. D'altro canto su cosa mai essa avrebbe potuto poggiare?
Si è visto che, sulla carta, lo schieramento di forza della gerarchia in provincia era imponente, ma nella realtà esso ormai non contava nulla.
Una riprova di ciò si poteva avere nella composizione dello stesso gruppo democratico antifascista. La maggioranza di esso, difatti, era costituita da iscritti alle organizzazioni fasciste, per ragioni di studio, di lavoro e di pane.
E se la gerarchia contava sui “fascisti iscritti” così come poteva contare sul gruppo accennato stava veramente fresca.
Il pensiero dunque di una reazione delle gerarchie colle loro sole forze, non appoggiate, anzi ostacolate dal nuovo governo, dall'esercito e dagli altri poteri dello Stato, non preoccupò minimamente il nucleo antifascista, il quale piuttosto esaminò rapidamente il da farsi.
Esso, si può dire, era l'unico gruppo organizzato della città e pronto perciò ad agire nella carenza di qualsiasi altro movimento.
Si vide subito che la prima cosa da fare era quella di andare alla sede del giornale fascista e predisporre le cose per far uscire all'indomani un foglio di notizie. Ci si mise all'opera per redigere qualche manifesto da affiggere per le strade onde illuminare alla massa dei cittadini le prospettive che si affacciavano all'orizzonte.
Naturalmente si ignoravano le disposizioni “della libertà vigilata” che il Governo Badoglio avrebbe emanato in tema di restrizioni della stampa e della libera azione dei movimenti antifascisti.
Giova ricordare che il 25 luglio monarchico solo in questo particolare settore dell'isolamento e della compressione delle forze popolari e antifasciste riportò risultati. Risultati dannosi alla causa italiana come si vide l'8 Settembre, perchè in altri settori ove avrebbe dovuto agire con energia massima e con forza centuplicata quali lotta contro il fascismo e neutralizzazione delle forze tedesche, operò invece tra errori, lacune con uomini che lo portano alle soglie del tradimento o del doppio gioco.
Così, mentre il gruppo antifascista cremonese si consultava sull'azione immediata da svolgere, gli organi statali di Cremona agivano sulla base delle disposizioni ricevute direttamente dal Ministero degli Interni e dal Comando d'Armata di Milano.
Le disposizioni riguardavano l'ordine pubblico da mantenere ad ogni costo e il rispetto alle truppe tedesche considerate ancora come alleate. Subordinatamente, la compressione di ogni tentativo di reazione fascista, che in alto loco, data la suprema ignoranza del reale stato d'animo della popolazione, si riteneva ancora possibile.
I poteri pubblici, fin da quelle prime ore di libertà vigilata, erano stati assunti dal Comando del presidio che, pochi giorni appresso, veniva assunto dal generale Giacomo Florio. Prefettura e Questura, tuttoché pullulanti di fascisti o di gente che al fascismo era legata per sostanziali interessi, collaborarono immediatamente col Comando militare della piazza.
Nel silenzio della notte i soldati venivano svegliati nelle camere dagli ufficiali di picchetto e dai sergenti di ispezione. Si radunavano insonnoliti, coll'equipaggiamento da guerra, nei cortili delle caserme e da qui uscivano in pattuglie per la città colle istruzioni sommarie di soffocare ogni azione volta a turbare l'ordine pubblico e di impedire ogni assembramento.
Era la prima volta, dopo vent'anni, che l'esercito prestava un simile servizio a Cremona.
Dai giorni del colpo di stato fascista esso era stato posto agli ordini della gerarchia. Ora, indirettamente, serviva la causa popolare e nazionale così come avrebbero dovuto sempre essere la sua destinazione e la sua funzione.
Dato lo stato d'animo generale del popolo, di opposizione alla guerra e di odio alla dittatura, si poteva essere certi che l'esercito, espressione di popolo nei suoi ranghi di base, avrebbe respinto qualsiasi reazione fascista.
Per le vie di Cremona notturna risuonavano dunque i passi ferrati delle pattuglie vigilanti sull'ordine pubblico. Nuclei più consistenti di soldati erano sistemati attorno ai pubblici edifici ed ai complessi dei servizi pubblici.
Questi movimenti di truppe su disposizioni del nuovo governo e l'attività dei poteri statali logicamente non erano a conoscenza del citato gruppo degli antifascisti cremonesi.
La subitaneità degli avvenimenti aveva colto la preparazione dell'attività democratica nel suo nascere e, d'altro canto, l'inesperienza cospirativa aveva portato a non prevedere, nelle sue conseguenze, l'azione del colpo di stato venticinque luglista.
Appena scesi in istrada (erano le tre dopo mezzanotte), per recarsi al giornale e per agire come comportavano le circostanze, i componenti del gruppo furono sorpresi nei pressi della Stazione ferroviaria da una grossa pattuglia in ispezione.
Non c'era nulla da fare. Bisognava sciogliere l'assembramento. Anche volendo recarsi isolatamente nei punti previsti logicamente si poteva presupporre di trovare colà forti nuclei di forza pubblica.
L'azione immediata non aveva perciò, in quella notte, la possibilità di svilupparsi. Tutto era rimandato alla mattina seguente.
E veniamo dunque, sempre sulla traccia della cronaca, a quella benedetta mattina del 26 luglio 1943.
Mattina forse di spensierata allegria, se si pensa ai duri tempi di cospirazione e di lotta che ancora verranno, ma ampiamente giustificata nella comprensiva visione di uno stato d'animo generale confinante coll'euforia come all'uscire da un lugubre incubo durato più di vent'anni.
La sensazione cioè che prova il malato quando, uscendo dalla cameretta dell'ospedale ove è stato per giorni e settimane di fronte a spettri e a cattivi pensieri, si vede venire incontro la vita con quanto essa ha di bello e di ridente, magari il verde di un giardino o la folla variopinta di un mercatino rionale.
La storia del 25 luglio a Cremona si va così frammentando in una serie numerosa di episodi, in una somma di stati d'animo individuali che poi si uniscono e agiscono come generale sensazione della collettività: Vecchi antifascisti che si ritrovano e si abbracciano commossi, saluti e commenti di colleghi o vicini che, magari, fino alla vigilia ignoravano di nutrire le stesse idee e di essere egualmente nemici della gerarchia fascista, scenette comiche di antifascisti ancora ignari, che, finalmente avvertiti, strappano dall'occhiello la “cimice” e la infrangono sotto i piedi, piccoli tafferugli in cui gerarchetti stizzosi e protervi di periferia ricevono qualche meritata lezione a base di schiaffi come restituzione, all'un per mille, delle angherie e delle violenze che essi hanno perpetrato per vent'anni.
Cremona assume un aspetto festivo.
Circolano le pattuglie militari ma hanno un aspetto tranquillo e bonario, l'alta gerarchia è ai mari e ai monti o è rinchiusa in casa. Non si parla nemmeno della terza ondata.
Si attendono, è lunedì, i giornali nazionali dell'edizione pomeridiana per conoscere i provvedimenti del Governo. C'è, si, la radio. Ma la radio è una cosa; il giornale è invece alcunché di visivo che meglio dà la sensazione palpabile di quanto è avvenuto di solenne nel corso della storia italiana.
Frattanto gruppi di antifascisti cremonesi, via via ingrossati dal raggiungere di nuovi elementi, cominciano a “dimostrare” liberamente per le vie della città. Alcuni nuclei penetrano in uffici pubblici o nelle sedi di organismi provinciali e provvedono alla eliminazione dei simboli fascisti e dei ritratti dei capi.
Così al Consorzio Agrario, così alla Federazione Provinciale dei Commercianti, in taluni gruppi rionali, ecc.
Negli altri organismi pubblici “l'esecuzione” dei simboli viene fatto d'ufficio per ordine dei dirigenti già arruolati nel nuovo ordine di cose.
Ritratti del “duce” e altri emblemi vengono trascinati per le strade.
Si forma altresì per le vie cittadine, un primo corteo che ha in testa la bandiera nazionale e che a gran voce intona l'inno “Fratelli d'Italia” e chiede che alle finestre venga esposta la bandiera stessa.
Alle cantonate vengono anche affissi i primi manifesti dei “45 giorni”: il proclama di Vittorio Emanuele III, il bando del Maresciallo Badoglio, l'annuncio dell'assunzione dei poteri da parte della autorità militare colle restrizioni riguardanti gli assembramenti, l'ordine pubblico, il coprifuoco, ecc.
Manifestazioni di egual genere e tono avvenivano nei centri maggiori della provincia: a Crema, a Casalmaggiore, a Soresina, a Pizzighettone ed in altri.
Nei paesi, dove la vita sotto il fascismo era stata più dura e più opprimente la cappa di piombo del servilismo imposto, avvenivano anche tafferugli di lieve entità.
Il popolo cremonese, il 25 luglio, non trasmodò e non infierì contro i rappresentanti e i sostenitori della cessata tirannide.
Ce ne sarebbe stato ben donde chè il fascismo, dal ‘20 al ‘22 fino al '43, aveva lasciato dietro di sé una scia d'odio e di malcontento dovuto alle ribalderie ed alle prepotenze commesse.
Il popolo cremonese, però, nell'atmosfera euforica di ritrovata fraternità e concordia, come in una rinata primavera quarantottesca, salvo qualche caso sporadico, dimenticò i grandi mali, le gravi ingiurie ricevute e si accinse all'opera di ricostruzione della democrazia e della Patria.
Fu dopo l'8 Settembre, dopo il perpetrato accordo dei fascisti antinazionali col tedesco invasore, colle rapine, col sangue versato da questi degeneri italiani, che l'odio e il senso della vendetta cominciarono a germogliare fra il popolo e a far sorgere la sensazione che bisognava farla finita, una buona volta per sempre, colla banda dei traditori, lance spezzate dell'invasore e manutengoli della gerarchia repubblicana.
Il 25 luglio popolare fu dunque la festa dell'esultanza patriottica e democratica, rappresentò l'unione concorde di tutti i cittadini cremonesi diretta al risorgimento della città e al reinserimento di essa nel solco della evoluzione nazionale e patriottica.
Superata la prima fase di naturale euforia per l'avvenuto abbattimento del fascismo, l'intenzione dei democratici antifascisti cremonesi volse allo studio dei mezzi e dei provvedimenti da adottare per il consolidamento e la difesa delle libertà.
Si era in stato d'assedio, la guerra continuava ancora. I tedeschi erano accampati nel seno stesso del Paese.
Bisognava pensare al consolidamento delle libertà minacciate, sia dal governo militare che faceva tutto il possibile per evitare il sorgere di una democrazia, sia dal fascismo che, appoggiato virtualmente dalle truppe tedesche, avrebbe potuto tentare una sua postrema reincarnazione.
L'azione dei democratici antifascisti cremonesi, come era per i democratici di tutta Italia, doveva indirizzarsi su due direttive.
1) Difesa delle libertà locali e coordinamento dell'azione degli antifascisti cremonesi a mezzo di un comitato provinciale;
2) Ricostruzione dei partiti e movimenti democratici antifascisti.
Il Comitato provinciale antifascista cominciò a funzionare, se pure in forma confusa e caotica, fin dal 26 luglio. Si riuniva in un'ampia sala dello studio professionale dell'Ing. Giovanni Vialli, sito nel palazzo Barbò di Via U. Dati.
Abbiamo detto che esso aveva cominciato a funzionare in forma confusa e caotica. Era difatti un andare e venire continuo di cittadini e di curiosi che affluivano alla sede per udire fatti e novità.
Talvolta il cortiletto era addirittura gremito di persone il cui antifascismo spesso era di fresca data, datando dal 25 luglio. In prima linea erano però gli antifascisti della vigilia, coloro che già da molti anni anelavano alla liberazione.
Citiamo alcuni nomi: Giuseppe Speranzini, Giacinto Cremonesi, Giovanni Vialli, Vittorio Dotti, Francesco Frosi, Emilio Zanoni, Ottorino Rizzi, Angelo Formis, Adriano Andrini, Renzo Bernardi, Piero Pressinotti, Gino Rossini, i fratelli Puerari, Rosolino Ferragni, i fratelli Fezzi, Mario Coppetti, Lionello Miglioli, Mario Franzetti, Piero Bettoni, Scaglioni, Paolo Serini, Livio Bigli, Alessandro Cottarelli, ecc.
Il Comitato si preoccupò immediatamente, sull'indirizzo stesso preso dal Governo, di procedere alla surrogazione dei fascisti che erano preposti a determinate cariche pubbliche, con persone di cui la cittadinanza avesse prove sicure di fedeltà al regime di libertà che si voleva instaurare. Per ottenere ciò bisognava accordarsi coi rappresentanti in loco del Governo.
Dal mattino del 26 luglio per decreto di Badoglio, il Gen. Giacomo Florio aveva assunto il comando militare della città. Restavano ai suoi lati, oltre naturalmente gli altri ufficiali comandanti dei reggimenti, il Prefetto Mario Trinchero e il Questore Ugo Barbagallo. Costoro erano burocrati che fino al giorno prima avevano volonterosamente collaborato con il fascismo locale e con Farinacci.
Bisognava perciò avvicinare il Generale e prospettargli chiaramente la situazione di Cremona.
Una delegazione del Comitato si recò pertanto presso il comando militare e strinse i primi rapporti col Generale per una necessaria collaborazione almeno sul terreno amministrativo.
Nei giorni seguenti si procedette alla nomina di antifascisti a reggere temporaneamente talune cariche pubbliche. Vennero immessi dei commissari alle federazioni di commercianti, industriali e agricoltori. Così ai sindacati lavoratori dell'industria, del commercio e dell'agricoltura.
Giungevano frattanto notizie da altre città di imponenti manifestazioni popolari inneggianti alla libertà e alla democrazia.
Anche a Cremona le masse popolari, dopo le prime sporadiche manifestazioni del 26 luglio mattina, chiedevano che un comizio centrale si tenesse in piazza del Duomo. Il Comitato antifascista pensò che non si poteva deludere l'aspettativa popolare nonostante che l'autorità militare proibisse ogni assembramento.
Giuseppe Speranzini, già del Partito Popolare e vecchio antifascista, ebbe l'incarico di parlare al popolo a nome del Comitato.
L'autorità militare era a conoscenza della cosa per il carattere quasi pubblico delle assemblee del Comitato (sui lavori del quale esistono a stampa rapporti dei carabinieri della Caserma di Santa Lucia) ed anche perché, addirittura, sulla cronaca cremonese di un giornale nazionale erano stati indicati giorno ed ora della manifestazione.
Presupponendo dunque il Comando militare che il corteo dovesse partire da Via U. Dati, o che il comizio, se impedito in piazza, dovesse aver luogo nel quadrivio Via Ugolani Dati – Manzoni, Geromini e Largo Paolo Sarpi, aveva ivi sistemato un potente servizio d'ordine con sbarramenti militari agli imbocchi delle strade.
La manifestazione doveva invece avvenire nel centro naturale della città, in piazza del Duomo.
Questa piazza, che già nel corso del secolo precedente aveva visto le imponenti manifestazioni popolari del '48 e del '59, rigurgitava di popolo ardente.
Una sostanziale differenza correva fra quella pacifica dimostrazione e le precedenti adunate coatte del regime. Non più divise, non più inquadramenti comandati, non più cartoline precetto da restituire ai fiduciari incaricati della stolta bisogna.
Un entusiasmo sincero e sereno, una spontaneità che toccava il cuore, un fervore di propositi che bene augurava per la risorta libertà.
Un cittadino, in testa a un folto gruppo di dimostranti, suonava un tamburo come in una festa paesana o in una manifestazione annunciatrice della rivoluzione francese. Operai in manica di camicia, donne del popolo, giovani e anziani frammischiati assieme. In qualche angolo della piazza gruppetti di vecchi militanti socialisti alzavano gli inni popolari per tanti anni proibiti.
L'arengo, contaminato tante volte dal contegno ridicolmente burbanzoso e dalla voce degli esponenti della gerarchia, ospita improvvisamente gli araldi volontari della democrazia
Giuseppe Speranzini parla brevemente al popolo inneggiando la rinata libertà, all'unità popolare e deprecando il fascismo fautore di guerra ed aggressore del popolo.
Dopo di lui ha appena cominciato a parlare Mario Franzetti che le forze dell'ordine, già scaglionate nella piazza e sotto i portici del Comune, si muovono per impedire la continuazione del comizio. La piazza viene sgombrata al centro da cariche di soldati, che hanno però il fucile a tracolla, gli oratori vengono fatti discendere dal podio, e mentre Giuseppe Speranzini riesce a nascondersi fra la massa del popolo, Mario Franzetti viene fermato e tradotto in Questura. Verrà poi liberato dopo qualche giorno.
Così è avvenuta la prima (ed unica) pubblica manifestazione dei 45 giorni. Bisognerà attendere ora l'aprile del '45 per rivedere libere masse di popolo riunite in piazza e per riudire libere voci inneggianti alla libertà!
La manifestazione però, anche se interrotta, ha avuto una particolare importanza.
I fascisti repubblichini che sopravverranno dopo l'8 settembre non potranno negare che il consenso popolare, liberamente espresso, era andato al movimento democratico, né potranno negare, se non con evidente malafede di fronte alla popolazione, che la loro base di appoggio era ormai molto limitata né poteva contare sulle masse che avevano invece applaudito gli oratori della libertà. In questo senso Cremona democratica si allineava con le maggiori città italiane.
V'è di più. Durante la dimostrazione, sotto i portici del Comune, un ufficiale superiore aveva sospeso un subalterno cremonese che apertamente stigmatizzava il fascismo e fraternizzava coi dimostranti. Ciò significava che anche l'esercito era, nei suoi quadri inferiori, profondamente antifascista e democratico.
Nel frattempo, mentre il Comitato provinciale antifascista provvedeva alle cose di maggiore urgenza, da parte dei nuclei tendenzialmente e ideologicamente legati a questa o a quella idea politica, si procedeva alla ricostruzione ufficiale dei partiti politici antifascisti.
Logicamente, essendo la città sottoposta ad un virtuale stato d'assedio, non era possibile ricostruire pubblicamente i Partiti con assemblee, manifesti, ecc.... La libertà vigilata permetteva però riunioni a carattere semiclandestino nelle quali si ponevano le basi organizzative dei movimenti e si studiavano i mezzi per allargare la propaganda quando i tempi lo avessero permesso.
Affluivano intanto da Milano i primi numeri dei giornali di Partito ancora clandestini: “L'Italia Libera” del P.D.A., l'”Avanti!” del Movimento Unità Proletaria (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), “l'Unità” del Partito Comunista d'Italia. Affluivano pure copie numerose dell'atto col quale i Partiti democratici (Partito d'Azione, Democratico Cristiano, Gruppi di ricostruzione Liberale, Partito Socialista, Partito Comunista), stringevano un patto di unità nazionale per l'affermazione della libertà e per la lotta al fascismo.
L'atto anzidetto conteneva particolari parole d'ordine cui la massa del popolo doveva attenersi per richiedere la pace: l'allontanamento dei tedeschi, la liberazione dei detenuti politici, l'epurazione delle pubbliche amministrazioni dagli elementi più faziosi della gerarchia.
Giornali e volantini semi clandestini venivano diffusi in gran copia fra i vari strati sociali creando un'attenta ricerca e una prima disamina ideologica dei programmi dei partiti da parte dei cittadini. Ricerca e studio che continueranno soprattutto nel torbido periodo seguente mentre i repubblichini si affanneranno a dare una riverniciatura sociale al loro programma profondamente reazionario.
Rimangono estranei a quest'opera di educazione democratica i giornali a carattere nazionale e a grande tiratura. Durante i 45 giorni la stampa di informazione si limitò, a proposito del fascismo, a dare cronache scandalistiche sulla vita privata dei gerarchi attenendosi, per la parte più propriamente politica, alle informazioni governative sulla base di un piatto conformismo, quindi alla tesi “della guerra continua”, della “libertà dopo il conflitto”, della unità nazionale attorno agli istituti consuetudinari della corona e della burocrazia.
Non è a dire che anche le cronache intimistiche sulla vita dei gerarchi non servissero al loro scopo che era quello di togliere i veli, agli occhi dei ceti più sprovveduti e a coloro che erano stati per lungo tempo ammalati di miopia, circa le qualità e le austerità personali dei capi della gerarchia. Ma questo dovere di informazione doveva essere accompagnato da una più spiccata funzione di educazione democratica dei cittadini.
Il problema di una stampa locale rivolta a questo scopo era profondamente sentito negli strati democratici della città.
Il “Regime Fascista” aveva interrotto le pubblicazioni col numero del 25 luglio.
Fra poche settimane si sistemerà a Cremona il quotidiano cattolico “l'Italia”. Nel frattempo la città rimaneva priva di un organo democratico di informazione. Un gruppo di cittadini, sotto la presidenza di Giuseppe Speranzini, si riunì nei locali di una trattoria di Via Palestro per esaminare il problema.
Sostanzialmente essi lo vedevano così come lo prospettò il Comune di Cremona quando si trattò di opporsi all'atto di confisca, da parte dello Stato, dello stabile e del macchinario di “Cremona Nuova”.
Secondo costoro lo stabilimento tipografico era sì “profitto di regime” di Farinacci, ma questo profitto era stato costituito ai danni della popolazione cremonese. Logicamente esso doveva quindi tornare al popolo e per esso ai suoi organismi rappresentativi locali.
Un memoriale in questo senso venne steso dallo Speranzini, approvato dall'Assemblea e inviato per conoscenza al Comando della Piazza (dove in seguito venne ritrovato da Farinacci reduce dalla Germania).
Torniamo ora alla ricostituzione dei Partiti.
Urgeva anzitutto un collegamento diretto colle centrali di Milano, in quanto fino a quel momento, i rapporti con gruppi generici antifascisti erano stati saltuari e a lunga scadenza. Un primo contatto, segnalato da un antifascista milanese, militare a Cremona, si ottenne con Domenico Viotto, vecchio organizzatore socialista di Milano, a mezzo di due inviati: Bernardi e Andrini del Gruppo Antifascista Cremonese. Stabilito un primo collegamento fu poi agevole agli altri partiti trovare contatti coi loro mezzi e con le loro segnalazioni.
La Democrazia Cristiana, favorita da una maggiore e più efficiente rete organizzativa perché i vecchi dirigenti attraverso l'Azione Cattolica erano sempre rimasti in contatto fra città e città, si andò ricostruendo come nucleo provinciale, per opera di Ottorino Rizzi, Ennio Zelioli, Giuseppe Ghisalberti, Angelo Formis, Tiberio Volontè. Non risulta che in quel primo periodo essa avesse un suo giornale clandestino. Poteva però contare sul giornale “l'Italia” trasferito, come si è detto, a Cremona.
L'elaborazione del suo programma e la presenza nel gruppo di vecchi dirigenti della corrente migliolina del Partito Popolare ne facevano un partito schiettamente antifascista, i cui toni diverranno ancor più caratteristici nel periodo propriamente clandestino per opera soprattutto di Ottorino Rizzi, anima entusiasta di fervido democratico.
Il Partito Socialista Italiano del periodo antecedente al fascismo risorgeva a Cremona prima come M.P.U. (Movimento di Unità Proletaria), ispirato dal gruppo che a Milano si stringeva attorno all'Avv. Lelio Basso, collaboratore nel 1924 della Rivista “Quarto Stato” di Carlo Rosselli, poi come P.S.I.U.P.
La riunione ricostitutiva del Partito, che già aveva collegamenti diretti con Milano a mezzo di Luigi Mirri e di G. Salvadori, si tenne in uno studio professionale in Via Solferino. Erano presenti vecchi e giovani socialisti fra cui: Gino Rossini, Piero Pressinotti, Livio Bigli, Emilio Zanoni, Mario Coppetti, G. Sidoli. Ad essi si unirono poi altri vecchi socialisti che si erano riuniti in un gruppo distinto fra cui: Attilio Botti, già Sindaco di Cremona, Gaetano Ferragni, Giuseppe Gandolfi, ed altri.
Il Partito Socialista aveva a Cremona una forte e ancor viva tradizione organizzativa e di lotta così che, senza indugio, si pensò a tradurre in fatti le aspirazioni delle masse colla ricostituzione delle Sezioni e con la pubblicazione del vecchio giornale settimanale “l'Eco del Popolo”.
I comunisti cremonesi, come si è già visto, anche nel ventennio avevano esercitato una certa attività con nuclei sparsi nella provincia, attività che era loro costata un certo numero di deferimenti al Tribunale Speciale e di condanne al carcere e al confino. Col 25 luglio, più o meno, si presentavano a Cremona nelle stesse condizioni degli altri Partiti, privi di collegamenti esterni e divisi in nuclei isolati.
Un gruppo di comunisti anziani si attardava su posizioni di polemica interna personale e si chiudeva in sé stesso senza aprire le prospettive di lavoro a nuclei di giovani giunti alla ideologia per proprio conto e studio o per contatti personali con comunisti di altre città. La situazione si sbloccò verso la prima metà d'agosto con l'intervento di un dirigente di Milano e della stampa di Partito. Una riunione tenuta in una casa privata di Via del Sale segnò la fusione del gruppo e l'inizio di una vasta attività organizzativa.
Il Partito Liberale, ideologicamente legato ai “Gruppi di Ricostruzione Liberale” di Milano, non ebbe in quei primissimi tempi, se non un embrione di organizzazione. Ispiratori della idea liberale a Cremona erano allora i fratelli Grasselli, Paolo Serini, Franco Catalano.
L'avvocato Giacinto Cremonesi, radicale sacchiano del prefascismo, faceva un po' parte a sé propendendo per quella corrente che poi si disse della “Democrazia del Lavoro”, ispirata da Ivanoe Bonomi.
Né maggior consistenza aveva a Cremona il Partito d'Azione che pure, nel ventennio, colla organizzazione di combattimento “Giustizia e Libertà” aveva dato notevolmente del filo da torcere agli strumenti dell'OVRA. Tendenzialmente erano vicini a questa corrente Francesco Frosi e Lionello Miglioli.
In linea di massima, questa era la consistenza organizzativa dei movimenti cremonesi antifascisti.
Giova però sottolineare un altro fatto che ha riflessi politici: il ritorno dall'esilio di Francia e dal confino dell'On. Guido Miglioli, già dirigente del Partito Popolare e del movimento sindacale bianco del soresinese.
Guido Miglioli, dopo quasi vent'anni, tornava alla città natale, dove aveva svolto la sua cospicua attività politica, con un bagaglio di esperienze nuove e con ben ferma nell'animo la volontà di proseguire la sua battaglia a favore dei contadini. Egli infatti riprendeva subito il contatto coi suoi amici di Castelleone andando a visitare il Santuario della Misericordia al termine del viale... ai cui alberi, secondo una grottesca e stupida deformazione della propaganda fascista, egli avrebbe voluto fare appiccare gli agricoltori.
Nel complesso e colle esperienze del poi, quale giudizio complessivo può essere dato circa l'azione della democrazia cremonese nei 45 giorni?
Evidentemente la democrazia, costretta in una semi legalità dopo l'eclissi di venti e più anni, non poteva, in quel breve lasso di tempo, operare più e meglio di quanto operò. Lo sforzo della democrazia cremonese si indirizzò anzitutto a fare scomparire dagli organismi provinciali le menti direttive che reggevano la trama della gerarchia fascista. Operò attraverso pubblici comizi e un sia pur misurato manifesto a che il voto popolare, auspicante una affermazione completa degli ideali di libertà, avesse risonanza ampia così da impressionare i cauti amici e i latenti avversari delle libere istituzioni. Agì soprattutto in vista dell'avvenire, stimolando le forze dei partiti ad organizzarsi per l'azione grave e difficile che si doveva, a breve scadenza, rendere improrogabile.
Qualche passo addietro si è definita “quarantottesca” l'atmosfera euforica spontaneamente creatasi il 25 luglio. In questo denominativo si comprende l'ingenuo e spontaneo sentimento della massa dei cittadini liberatisi dal torvo incubo ventennale e l'aspirazione collettiva a un ideale di cittadina concordia.
L'animo degli italiani, a parte le parentesi medioevali di rissa e di odii fraterni, è generalmente portato alla fraternizzazione coi concittadini e cogli altri popoli. Il fascismo si era servito, e si serve, del dissenso politico per approfondire i solchi fra i vari ceti sociali. Il 25 luglio, così come più tardi il 25 aprile, segnò un ritorno alla concordia nazionale sotto i segni della democrazia e del patriottismo. Se furono poi (con la corona) le forze del colpo di stato quelle che al 25 luglio disponessero di mezzi e di strumenti tali da determinare il rovescio della dittatura non è da sottovalutare l'apporto che l'opinione nazionale, espressa dai grandi scioperi del marzo e dal visibile malcontento e sdegno per la rovinosa politica dell'alta gerarchia, recò al mutamento istituzionale.
Anche in questo senso l'azione popolare fu quarantottesca: perché, pur avendo determinato l'evoluzione, pur avendo premuto sulla situazione con tutta la sua influenza, al momento decisivo non seppe trasformarsi in forza di guida degli avvenimenti. Essa permise che l'esperimento badogliano e della libertà misurata andasse fino in fondo. Pur avendo posto il problema della pace e del rovesciamento delle alleanze, non potè dare attuazione al piano che forse avrebbe colto di sorpresa lo stato maggiore hitleriano e dato nuovo e potente incoraggiamento all'apparato militare per la resistenza all'invasore.
Le stesse osservazioni a posteriori, si possono fare circa il generico operato del Comitato antifascista.
Certamente si sarebbe potuto prevedere quanto poi successe alla scadenza dei 45 giorni e cioè il ritorno del fascismo appollaiato, come uccello di rapina e di sventura, sui carri armati dell'invasore tedesco. Certamente si sarebbe potuto prevedere la futura carenza, al momento della crisi dell'8 Settembre, dei pubblici poteri e della resistenza dei comandi militari.
Sotto questo aspetto veramente l'azione del Comitato si può definire quarantottesca.
Sarebbe stato più consono alle future tragiche circostanze un lavoro di maggiore profondità e di miglior frutto. Considerando cioè che il 25 luglio non era fine a se stesso ma una tappa in attesa di più gravi avvenimenti, si sarebbe potuto, più o meno clandestinamente, compiere almeno in parte quel lavoro di organizzazione della resistenza che venne espletato nei successivi venti mesi di lotta clandestina. L'8 Settembre il popolo, i militanti più decisi, avrebbero così avuto mezzi morali ed armi per cooperare coll'esercito alla difesa della città contro l'assalto tedesco.
E' questo, come si diceva, un giudizio fatto colla esperienza compiuta nel lavoro e nei sacrifici del periodo successivo. I risultati, ad ogni modo, sarebbero stati certamente diversi da quelli tristissimi del settembre ‘43. Recriminare alla fine non giova chè sarebbe come pretendere da un'epoca e da uomini non ancora maturati e provati, cose che si sono viste colla esperienza del poi.
Sta il fatto che l'opera del Comitato e degli antifascisti in genere, oltre che dalle remore dello stato d'assedio e dalla faciloneria generale che dava tutto per risolto, fu tratta in inganno dalle voci artefatte, dalle dicerie messe in circolazione da una più che subdola propaganda e relative ad una crisi del regime hitleriano con annessa scomparsa di Hitler, crisi che avrebbe determinato la catastrofe dell'armata tedesca di invasione e la fine della 2° Guerra mondiale.
Dette voci erano caratteristiche del momento. Momento di crisi in cui le fonti di informazione erano quanto mai dubbiose così come dubbiosa e incerta era la situazione politica generale.
Il governo Badoglio, a parte la decisa posizione relativa all'ordine pubblico, si barcamenava e baloccava con provvedimenti che, se da un lato soddisfacevano la pubblica opinione (scioglimento del PNF, liberazione di una parte dei detenuti e dei manifestanti politici, nomina di commissari alle organizzazioni dei lavoratori), d'altra parte si sarebbero rivelati come dannosi allo stabilimento della democrazia (richiamo alle armi dei gerarchi fascisti, mantenimento della “milizia” colla sostituzione delle “stellette” ai fasci).
Non è possibile, in un lavoro che ha carattere di monografia provinciale, avanzare giudizi sulla politica badogliana nei confronti dei maggiori problemi: la pace e i rapporti con lo stato tedesco. L'uno e l'altro, si può genericamente affermare, furono affrontati con timidezza e faciloneria al tempo stesso. Frutto della “ripugnanza” militare, di problemi di natura squisitamente politica e del malefico influsso esercitato, anche in questa occasione, dalla corona e dalla burocrazia che, sostanzialmente, era sempre a capo dei ministeri.
D'altra parte, come comportava la dialettica della storia, la crisi delle istituzioni e della società doveva essere portata fino in fondo. E il rinnovamento poteva giungere solo attraverso forze nuove che avessero fatto proprio il programma risorgimentale posto in non cale dalle strutturazioni fasciste della società italiana dal ‘22 al '43.
Questa crisi delle strutturazioni statali, contaminate per 20 anni dal fascismo, continua e si accentua durante i 45 giorni per raggiungere il suo acme l'8 Settembre colla dissoluzione ingloriosa del vecchi istituti e dei miti.
Le masse popolari intuiscono, confusamente, questo processo di dissoluzione e il compito che toccherà loro nel periodo clandestino. Esse sono ora nell'attesa e risparmiano le forze per il momento in cui verranno chiamate ad agire.
Prima di arrivare all'8 Settembre e alla svolta decisiva che con tale data incomincia è opportuno spendere ancora qualche parola sull'intermezzo dei 45 giorni.
Si è detto della presa dei poteri civili da parte del Comando militare assistito dagli organi burocratici già esistenti in provincia. Si è detto del contributo limitato che il Comitato antifascista diede al governo provvisorio della città.
Il governo Badoglio non poteva in provincia dare una impostazione diversa al suo potere decentrato. Ma il governo militare, abituato ad un modo di vita e di azione tutto suo e per di più affidato a mani inesperte di cose civili e ignare delle particolari caratteristiche della provincia non poteva non commettere errori. D'altra parte, per militaresca abitudine, uso a trasmettere e ricevere ordini e disposizioni da eseguire senza discutere, esso non sarebbe riuscito a interpretare i voti e le speranze popolari così lontane dalla sua concezione.
Il generale Giacomo Florio che aveva stabilito il comando della città nell'ex palazzo della rivoluzione, non era altro che un generale della monarchia, senza iniziative e senza mordente di lotta. Dopo il rientro di Farinacci nel settembre, dalle colonne del “Regime” su di lui, fuggiasco, venne rovesciato un torrente di ingiurie e di diffamazioni.
Certamente il generale non meritava “cet excès d'indegnitè”. Generale monarchico, agiva come lo consigliarono la sottomissione militare e il suo particolare credo politico. Ma giunto qui, ignaro delle cose nostre, aveva dovuto appoggiarsi agli organi di governo esistenti. Una maggiore confidenza col Comitato antifascista gli avrebbe permesso di conoscere meglio la situazione cremonese che non attraverso le informazioni del Prefetto Trinchero e del Questore Barbagallo.
Comunque sia il Generale Florio si accinse all'opera cui l'aveva chiamato Badoglio non certamente col telegramma pubblicato da Farinacci sul “Regime” del 30 settembre, chè esso è certamente un documento falsificato.
Sulla base delle disposizioni governative, il Comando militare provvide allo scioglimento in provincia del PNF e delle organizzazioni da esso dipendenti. Nel corso delle quattro settimane venne insediata la Commissione che doveva vagliare gli illeciti arricchimenti dei gerarchi e in modo speciale del capo del fascismo cremonese. Vennero tolti i simboli più appariscenti del fascismo che ancora esistevano e cioè: Il cosiddetto “sacrario dei caduti della rivoluzione” alloggiato, con la messa in scena funeraria del caso, a pianterreno del palazzo della rivoluzione; la lapide bronzea che, di fronte alla Questura ricordava i “Martiri Fascisti”, i due grandi affreschi sul voltone interno della Galleria, che celebravano, per il pennello di un vincitore del “premio Cremona”, la “battaglia del grano” e l'apoteosi del fascismo.
In provincia si provvedeva alle dimissioni di molti podestà fascisti, sostituiti da commissari prefettizi. Provvedimenti tutti che miravano da un lato a dare soddisfazione all'elemento popolare, dall'altro a modificare gradatamente la costruzione diarchica statale per farla rientrare nella normalità albertina costituzionale.
Dopo i primi 15 giorni di pressione e di sommovimento nazionale dati dagli avvenimenti, la situazione, in attesa dell'8 settembre, tende a cristallizzarsi.
La guerra continua. Dura lo stato d'assedio. I Partiti di democrazia muovono i primi passi alla luce attenuata di una mezza libertà. La tensione delle masse dei cittadini si va così normalizzando. Cresce la preoccupazione per l'intensificarsi dell'offensiva aerea che giunge ormai in tutti i centri dell'alta Italia. Crescono le preoccupazioni familiari per il rincaro della vita dovuto al rincrudire del mercato nero. Questo, difatti, approfittando della allentata vigilanza e del periodo di carenza dei poteri, subisce scosse ampie per l'opera di speculatori, sfrenatisi all'arrembaggio dell'economia nazionale.
Il bombardamento pesante su Milano, operato nell'agosto, determina lo sfollamento degli abitanti verso le limitrofe provincie. Anche Cremona offre ospitalità a migliaia di sfollati. Le condizioni di vita diventano così, per l'affluire di centinaia di famiglie, più incerte e precarie.
In questo ultimo periodo sfolla anche a Cremona il quotidiano cattolico “l'Italia” che a Milano aveva avuto sinistrata la sua sede. Compaiono su questo giornale, come sulla Stampa e sulla Gazzetta del Popolo, corrispondenze sul tenore di vita e sulle scoperte avvenute nelle case dei gerarchi locali. Tutto ciò a distanza di alcune settimane, determinerà su “Regime Fascista” una violenta campagna di Farinacci contro il Direttore del giornale Don Mario Busti e il suo corrispondente da Cremona, Somenzi.
I “quarantacinque giorni” coi primi di settembre volgono alla fine. C'è nell'aria un senso di attesa velato di speranza nella generalità della popolazione, di pessimismo in alcuni. E quest'ultimo, limitato da prima a pochi elementi, tende ad estendersi.
Non per nulla: quotidianamente si assiste al passaggio di sempre più numerose truppe germaniche. Vanno al fronte di Calabria. Ma nel piano strategico dello stato maggiore hitleriano tendono ad occupare tutti i gangli vitali dell'Italia. E gli osservatori più provveduti crescono di numero.
Bisognerebbe stringere i tempi, organizzare qualcosa di serio, dar fiducia al popolo, impegnarlo su posizioni di lotta confortate da speranze nell'avvenire. Giunge l'8 Settembre e la scossa che l'accompagna, rovescia il faticoso assetto raggiunto.
SIGNIFICATO DELL'OTTO SETTEMBRE - SI COMBATTE PER LE VIE DI CREMONA
L'8 settembre 1943 è una data decisiva per il Movimento Cremonese di Liberazione. Essa chiude anzitutto un periodo di attesa in cui, accanto alle forze schiettamente antifasciste democratiche che cercavano di accelerare i tempi della evoluzione, esistono ancora ceti e categorie che non han ben compreso il significato della crisi e attendono che la soluzione di questa venga, miracolosamente, portata da elementi e da fattori estranei al ciclo della nazione solo perché essi, per un fatto contingente di cronaca, sono posti alla direzione degli Organi burocratici dello Stato. L'8 Settembre, con i suoi avvenimenti brutali e con le dure scosse applicate a tutto il vecchio assetto statale e civile, pone definitivamente fine a tutte queste superstiti illusioni e presenta alla nazione la durissima realtà di azione e di lotta: Rinnovarsi o perire.
In pari tempo, l'8 Settembre apre al popolo italiano una grande possibilità. Il fascismo, con la sua involuzione strettamente reazionaria in tema di politica interna, con la sua sottomissione allo straniero nemico tradizionale di Italia, aveva temporaneamente chiuso il ciclo evolutivo del Risorgimento.
Ora, Il programma che fu alle basi delle lotte del primo risorgimento si ripresentava al popolo come un programma attuale e vitale, per il quale bisognava lottare se si voleva reinstradare l'Italia sulla via maestra.
Accanto alla lotta per la democrazia, conquista risorgimentale obliterata dal fascismo, sorgeva la necessità di lottare per l'unità e l'indipendenza nazionale, entrambe minacciate dal furore teutonico ormai scatenato.
Che l'unità nazionale fosse profondamente minacciata dal sogno pangermanico dello hitlerismo lo si vide nella virtuale annessione al Reich non solo dell'Alto Adige ma anche del Trentino e di ampie zone del Veneto orientale. Lo si vide inoltre nel distacco, operato col consenso del governo antinazionale di Salò, di tutto il territorio triestino amministrato come “litorale adriatico” da proconsoli germanici.
Che l'indipendenza patria fosse minacciata si poteva arguire e dal contegno sottomesso e servile delle autorità saloine e dal comportamento che il Reich tedesco usava nei confronti dei popoli già sottomessi.
La lotta che i Patrioti italiani, la lotta che tutto il popolo italiano fatta eccezione di una piccola sfera di traditori, iniziavano virtualmente l'8 Settembre con l'aperta battaglia e con la resistenza tenace, apriva il ciclo del secondo risorgimento come continuazione, ideale e storica e dialetticamente fondata, della evoluzione iniziata con il primo risorgimento.
Con l'8 Settembre 1943 i fascisti, pertanto, non solo si mettevano fuori della legge della comunità nazionale in quanto i legittimi poteri di questa e la volontà popolare sono a loro contrari, ma si pongono fuori della stessa legge generale della evoluzione storica.
Attaccati al loro mondo, ai loro privilegi di casta, non vogliono credere alla realtà espressa dalle volontà popolare, si frappongono perciò sul suo cammino, d'onde verranno spazzati via inesorabilmente nel corso dei venti mesi di lotta clandestina.
Il significato dell'8 Settembre sta dunque, profondamente, in questa antitesi fra il vecchio e il nuovo mondo che sorge.
Dall'un canto la vecchia società italiana con le sue soprastrutture fasciste e statali che sopravvivono anche durante i 45 giorni, dall'altro le forze di rinnovamento della nazione che, con sangue e dolore, escono alla luce per fondersi insieme e dar vita ad uno Stato, a una collettività nuovi, aperti al progresso della democrazia e allo sviluppo sociale.
L'8 Settembre segna dunque l'una e l'altra cosa. E se la prima, e cioè il rovinio disastroso delle vecchie strutturazioni statali per l'urto violento della guerra e dei panzer degli invasori germanici, sembrava al momento di importanza preponderante, in realtà così non è.
Si tratta, a nostro parere, di una contraddizione interna per cui le forze imperialistiche germaniche, pur esse ormai condannate, per sopravvivere abbattono e impongono la loro legge ai complici del fascismo e della monarchia che avevano cercato di sfuggire al cerchio della omertà e della responsabilità.
Viceversa il secondo evento che sorge l'8 settembre, nel silenzio della congiura o fra le brevi sparatorie del primo atto della resistenza, è di gran lunga il più importante e fondamentale. Esso indica l'inizio di un duro periodo di lotte, ma, al tempo stesso, ha il segno della rinascita e della maturazione di un ciclo nuovo.
In questo senso l'8 settembre mentre da un lato per l'imbelle tramonto delle vecchie istituzioni va considerato come data infausta nella storia della Patria, dall'altro si può considerare il punto di partenza di un lungo cammino che porta alle radiose giornate dell'aprile '45.
Riprendiamo le mosse da Cremona.
L'8 settembre a Cremona presenta riflessi ed aspetti che non vanno sottovalutati.
Non solo per il dato di fatto dell'inizio della resistenza al nazifascismo ma anche per talune caratteristiche salienti proprie dell'ambiente più maturo della lotta di liberazione.
A Cremona, anzitutto, reparti dell'esercito italiano condotti da eroici subalterni di complemento resistono, armi in pugno, al tedesco e bagnano del loro sangue generoso i lastrici della città.
A Cremona elementi civili, uniti ai reparti sopra indicati, scambiano le prime fucilate della lotta di liberazione contro i tedeschi.
Questi due dati di fatto sono particolarmente significativi nella storia locale dell'8 settembre.
Il fatto che reparti o nuclei dell'esercito resistessero significava non solo che ufficiali patrioti e ligi al dovere li inquadravano, ma anche e soprattutto che i soldati, figli del popolo, nei 45 giorni avevano compreso i veri sentimenti dei cremonesi ed erano decisi a combattere per la libertà di quelle masse di cittadini che, in precedenza, li avevano sostenuti col loro caldo abbraccio di simpatia.
L'altro fatto, sia pure sporadico, dell'azione di alcuni elementi civili in appoggio alla resistenza dei soldati testimonia che, in embrione, la resistenza nasce dal reciproco appoggio che soldati e civili, il popolo d'Italia in sostanza, si danno per la battaglia contro l'invasore.
Veniamo ora alla cronaca.
Il meriggio dell'8 settembre, calmo, assolato, sonnolento, era stato bruscamente interrotto nel suo torpore, dall'improvviso annuncio della radio che comunicava agli ascoltatori il proclama del re e il bando del maresciallo Badoglio.
Era l'annuncio ufficiale dell'armistizio di Cassibile.
Era la pace per il popolo italiano.
Fra le parole smozzicate per l'emozione senile del sovrano e quelle del maresciallo Badoglio si poteva però intuire il periodo che sovrastava alla nazione.
L'ordine, espresso in frasi vaghe, di resistere a chi osasse opporsi al nuovo stato di cose, indicava che era molto probabile e che bisognava attendersi una fiera reazione da parte germanica.
In quel pomeriggio però la maggioranza della popolazione, soverchiata dalla soddisfazione per la pace raggiunta, sottovalutò il pericolo dell'invasione e della occupazione nazista.
Generalmente si riteneva che l'esercito, benché sfornito di materiale pesante, sarebbe stato in grado di resistere alle non numerose divisioni germaniche dislocate nei punti chiave della penisola.
Anche perché esse dovevano fronteggiare da sole l'urto delle armate angloamericane testè sbarcate a Salerno.
Si riteneva che una immediata cooperazione fra esercito italiano e truppe alleate che potevano sbarcare ad ogni momento in altre zone della Penisola, avrebbe costretto i nazisti a battere in ritirata.
Queste considerazioni, fatte brevemente da ogni ascoltatore della comunicazione radio, fecero sì che il senso euforico della pace raggiunta soverchiasse nettamente le preoccupazioni per la temuta controreazione germanica.
D'altro canto le truppe tedesche, accasermate in città, erano consegnate nei quartieri e ciò aggiungeva legna al fuoco della persuasione che anche i tedeschi stavano per mollare o per decidersi ad evacuare la città ed i paesi.
La sera dell'8 settembre trascorse così, nei pubblici locali e nelle riunioni private, con la persuasione generale che tutto ormai era finito e che presto si sarebbero raccolti i frutti della pace e della libertà.
Nella serata avvennero in qualche via cittadina alcuni brevi tafferugli con soldati tedeschi isolati nel tentativo di disarmarli. Intervennero pattuglie da ambo le parti e la cosa finì lì.
Gli organi responsabili delle pubbliche amministrazioni, tranne le comunicazioni radio, non avevano ricevuto altre disposizioni.
Non si sapeva ancora che il re, la famiglia reale e il governo da Roma, nella nottata, si trasferivano a Pescara e quindi nell'Italia meridionale per mettersi in salvo.
Non entriamo, né sarebbe il caso in un lavoro a carattere provinciale, nella disamina relativa alle responsabilità e nella conseguente polemica. Ci limitiamo a indicare i fatti.
Le forze dell'esercito italiano, stanziate nella città di Cremona, erano imponenti viste sulla carta.
Nella realtà il IX reggimento bersaglieri, il III artiglieria e il XVII fanteria motorizzata, qui stanziati, erano ridotti più che altro a depositi per complementi e materiali.
C'erano poi qualche altro sparso reparto di altre specialità e i sedentari del distretto e degli ospedali.
La milizia, conservata sotto Badoglio con le stellette al bavero, esisteva sulla carta e aveva qualche nucleo di contraerea distaccato in Piazza S. Paolo. Essa non comparve negli avvenimenti dell'8 settembre né contro né a favore del popolo.
Nella carenza di ogni altro potere politico e delle autorità, la sera dell'8 settembre un gruppo di democratici, facenti parte del ricordato comitato antifascista che negli ultimi giorni di agosto si era trasferito in una casa privata all'imbocco di Via XX Settembre, si riunì per esaminare la situazione e studiare se era possibile od utile impadronirsi del potere per una azione difensiva contro le possibili mosse tedesche.
Disgraziatamente, per la subitaneità degli avvenimenti, solo pochi elementi si erano raccapezzati e ritrovati insieme, mancavano i mezzi per la convocazione dei più volonterosi cittadini; mancavano i collegamenti con le autorità civili, già in preda al panico, e con quelle militari disorientate dal succedersi degli eventi e dalla mancanza assoluta di disposizioni dall'alto.
Il Comando militare, pur non avendo preparato un piano di difesa (che d'altra parte, avrebbe dovuto completarsi con un'azione preventiva di assalto, essendo la città, alla lunga, indifendibile strategicamente e priva di apprestamenti) diede disposizione ai singoli corpi di assumere posizioni defensionali e di tenere pronto il dispositivo di allarme.
I maggiori edifici pubblici, fin dal 25 luglio, erano presidiati da distaccamenti di bersaglieri e di fanteria.
L'armamento individuale era quello consueto dell'esercito italiano nel 1943: il classico '91 ( fucile o moschetto con baionetta ), un paio di caricatori nelle giberne.
Alcune mitragliatrici erano in dotazione al distaccamento dei bersaglieri di guardia alle poste e alla centrale telefonica.
La difesa del Comando militare, situato nell'ex palazzo della rivoluzione, venne rinforzata con la dislocazione, nelle prime ore del 9 settembre, di qualche pezzo di artiglieria. Un cannone venne piazzato sul Corso Vittorio Emanuele puntato verso il piazzale di Porta Po.
Nelle ore notturne le truppe tedesche, che alloggiavano in caserme cittadine, erano uscite dalla città dando l'impressione ai cittadini che esse, secondo un piano prestabilito evacuassero la città per ritirarsi eventualmente su una linea strategica tra Lombardia e Veneto.
Viceversa le formazioni hitleriane erano uscite dalla città per avere maggiore libertà di movimento in quanto, evidentemente, temevano di essere accerchiate e successivamente annientate nelle caserme e nello stretto budello di strade dove non esisteva possibilità di aperta battaglia e dove i carri armati potevano essere sottoposti ad attacchi ravvicinati imprevedibili e micidiali.
Ciò non era comunque nelle possibilità delle truppe italiane qui stanziate, costituite da complementi anziani non addestrati alla guerra moderna, sprovvisti di armamento adeguato e lasciati a sé dagli alti comandi dell'esercito.
La mattina del 9 settembre una nuvoletta di fumo si alzò nel cielo roseo ed azzurro seguita da una violenta esplosione. La cittadinanza apprese così, verso le 8 antimeridiane, che l'impari battaglia stava per cominciare.
I germanici, ricevuto qualche rinforzo di carri pesanti e di reparti SS, erano attestati in vicinanza della città ed ora si muovevano lungo le vie di circonvallazione che sboccano verso il centro abitato di Cremona.
Le truppe italiane erano in gran parte consegnate nelle caserme, con reparti dislocati a difesa degli edifici pubblici. Nuclei di bersaglieri, in avanscoperta, erano avanzati oltre il rione di S.Ambrogio, sulla strada di Crema, verso il Migliaro e Terra Amata.
In queste località furono sparati i primi colpi contro pattuglie motociclistiche di SS.
Alcuni tedeschi caddero sotto il piombo italiano; 4 bersaglieri circondati, qualche tempo appresso vennero uccisi a sangue freddo.
Gli scontri di maggiore importanza avvennero però nell'abitato della città.
I germanici, superata la periferia, comparvero agli imbocchi delle vie principali.
Una colonna dal Piazzale di Porta Po cercava di raggiungere l'ex palazzo della rivoluzione.
Il pezzo italiano di artiglieria, qui sistemato, manovrato da pochi soldati guidati da un valoroso Tenente toscano, prendeva di infilata il corso spazzando la strada a mitraglia radente.
Pattuglie germaniche, nascondendosi dietro le colonne del Teatro Ponchielli, avanzano faticosamente cercando di controbattere con i mitra il fuoco di fucileria che veniva da nuclei di tiratori italiani sistemati nel palazzo dell'Intendenza di Finanza e in quello ex rivoluzione.
Dal fondo della strada i pezzi dei carri armati germanici abbozzavano il fuoco di controbatteria.
Il Tenente toscano Flores, ferito a morte, cadde sul pezzo.
Superata la resistenza, i tedeschi occupavano la sede del Comando provinciale facendo prigionieri quei soldati che non erano riusciti a mettersi in salvo.
Da notare che in questa scaramuccia caddero uccisi alcuni civili fra cui un'infermiera della Croce Rossa.
Altre colonne germaniche, accompagnate dal fuoco di mitra e di mortaio, prendevano d'assalto alcune caserme che rapidamente venivano occupate a S.Bernardo e nei pressi della Stazione.
Bersaglieri, sistemati a difesa del Palazzo Comunale, privi di munizionamento, si erano congiunti con i nuclei dislocati nel Palazzo delle Poste.
Qui colpi di mortaio tedesco scheggiarono il palazzo mentre gli italiani sparavano brevi raffiche di mitraglia dalle finestre e dai portici protetti da una balaustra.
Anche qui rapidamente la mischia terminò con la resa.
La Caserma Manfredini, situata in Via Bissolati, era occupata dal terzo reggimento di artiglieria di Corpo d'Armata, reggimento di tradizioni cremonesi perché stanziato da decenni nella nostra città.
La colonna tedesca che aveva il compito di impadronirsene non poté assalirla frontalmente perché alcuni pezzi d'artiglieria, piazzati nel cortile e sulla strada, facevano un fuoco di interdizione che impediva la avanzata. La caserma venne accerchiata ed assalita lateralmente e da dietro. In breve anch'essa dovette capitolare. Tutti i soldati vennero fatti prigionieri.
La caduta della Caserma segnò la fine della resistenza organizzata.
Alcuni nuclei, alla periferia, scambiavano ancora rari colpi di fucile con gli invasori, ma poi, convinti della impossibilità della resistenza, abbandonavano le armi e si ponevano in salvo.
Alcuni civili, nelle zone periferiche, impugnate le armi abbandonate, abbozzarono un simulacro di lotta contro qualche tedesco isolato.
Ormai la situazione era completamente compromessa.
L'invasore tedesco poteva premere, insolente, il suolo della città.
Erano passati esattamente 84 anni 2 mesi e 27 giorni da che, sotto l'impeto di un popolo insorto, i tedeschi del generale Giulay avevano abbandonato Cremona.
Tornavano ora in virtù del tradimento fascista e della insipienza della monarchia.
La “battaglia” di Cremona cioè la resistenza dei reparti italiani all'invasore tedesco ebbe una sua particolare importanza. (1).
Pur se non si sviluppò quella serie di azioni che vennero descritte in un notiziario di radio Londra, essa dimostrò, come esperienza a posteriori, che un saldo piano di lotta appoggiato all'entusiasmo popolare, opportunamente confortato e organizzato, avrebbe dato frutti cospicui alla resistenza e messo in imbarazzo l'alto comando germanico.
Viceversa l'azione di Cremona restò quasi isolata in alta Italia.
Nelle città maggiori gli alti Comandi italiani non si decisero alla battaglia, rifiutarono il concorso delle forze popolari, si abbandonarono al tedesco tradendo la Patria e il giuramento.
Fu lo sfacelo delle forze armate.
Imbrancati come mandrie di schiavi, i nostri soldati e ufficiali, traditi dalla monarchia e dallo Stato Maggiore, passarono per le vie della città a testa bassa verso le tradotte e i campi di concentramento. Superata la resistenza Cremona restò in balia del vincitore.
Il comando germanico, retto dal Tenente Colonnello Zichler, si stanziò a palazzo Trecchi sulla piazza di S. Agata.
Caddero nella “battaglia di Cremona” da parte italiana 31 persone: 15 soldati e 16 civili. I tedeschi ebbero perdite imprecisate pari almeno al numero dei soldati italiani caduti.
I reparti di SS ebbri della vittoria e di odio contro “il tradimento italiano”, si diedero, nel centro della città, al saccheggio di alcuni negozi e alle rapine contro i pacifici passanti cui venivano strappati orologi e biciclette.
Attorno alla città un cordone di truppe vietava l'accesso ai cittadini e fermava coloro che all'aspetto sembrassero soldati italiani rivestiti di abiti borghesi.
Le caserme sotto lo sguardo indifferente degli occupanti venivano letteralmente svuotate di quanto di meglio contenevano.
Gruppi di Patrioti raccoglievano armi abbandonate per le strade e per i cortili dai soldati fuggiaschi e le riponevano in luoghi sicuri per poterne eventualmente far uso quando si presentasse una buona occasione.
Cremona era definitivamente sottomessa.
Per le vie principali riapparivano i fascisti più faziosi, rimasti al sicuro durante i 45 giorni. Fraternizzavano con i tedeschi, li guidavano a colpo sicuro, si accingevano a riprendere nelle loro mani i poteri politici in sottordine ai loro padroni.
Dal 9 settembre alla instaurazione dei poteri della “repubblica fascista” Cremona e il suo territorio vengono direttamente amministrati dal comando tedesco, servilmente aiutato dagli organismi burocratici esistenti: prefettura e questura.
Quest'ultima procede all'arresto di una ventina di antifascisti, i meno in vista, ché i più compromessi, avvertiti o consapevoli, prendono il largo.
I muri della città cominciano ad essere tappezzati dai manifesti funerari (grandi caratteri neri su fondo bianco) della kommandantur e della prefettura e questura, che avallano gli ordini della prima: ordine di consegna immediata di tutte le armi da fuoco e fendenti, sotto aspre comminatorie; ordine di consegnare e denunciare i prigionieri alleati lasciati liberi, alla data dell'armistizio, dai campi di concentramento; coprifuoco e divieto di assembramento.
La popolazione di Cremona vive sotto l'incubo del terrore e nel timore dei rastrellamenti.
Già lunghi cortei di soldati italiani, fiancheggiati da pochi SS col mitra spianato, sono stati visti affluire dalle caserme alla stazione per essere tradotti al grande campo di concentramento di Mantova.
Ma, anche se rotti dalle spietate misure di coazione, gli animi dei cittadini cremonesi, come di tutti gli italiani, apparvero in quel momento risollevati da una forza morale e da una volontà che passava oltre il terrore e la tragica situazione venutasi a creare.
Il sentimento di solidarietà nazionale ed umana fu il primo ad esprimersi e a splendere di purissima luce in mezzo alle durezze del periodo di terrore che si inaugurava sotto i segni della svastica e del fascio.
Solidarietà nazionale nei confronti dei soldati fatti prigionieri dai tedeschi o fuggiaschi dai corpi e dalla prigionia.
Passavano dalla stazione di Cremona le lente tradotte dei carri bestiame letteralmente cariche di “carne italiana” diretta ai campi di concentramento in Germania. Gli uomini stipati nei carri, privi di alimenti e di ogni conforto, vigilati dai mitra puntati dalle SS imploravano un soccorso dai sentimenti della popolazione.
Questa non mancò al suo dovere. Sfidando il timore e passando attraverso il cerchio di ferro delle guardie, il popolo cremonese, donne uomini e ragazzi, affollò la stazione, la linea ferroviaria per recare ai fratelli in grigio verde il sensibile contributo per alleviare la loro miseria.
Generi di conforto di ogni specie, sigarette, viveri, venivano offerti con quella premura e affetto che solo un intramontabile senso patriottico e di unità umana poteva suggerire.
Lo stesso si può dire degli aiuti ai militari che, braccati dalle SS o sfuggiti dalle tradotte, si dirigevano a piedi, attraverso i campi, lungo le strade, alle loro case.
Volti fraterni li accoglievano nelle povere dimore dei lavoratori, mani materne spezzavano per loro lo scarso pane, fraterni aiuti in denaro e in indumenti venivano dati a questi figli del popolo italiano fuggiaschi per non soggiacere alla prigionia.
Il settembre 1943 vide rinascere quel senso di solidarietà fra il popolo che il fascismo voleva rotto per poter meglio dominare sulla discordia fraterna.
Il settembre 1943 vide poi rinascere e fiorire il senso di solidarietà umana che il popolo italiano, forte dei suoi sentimenti veramente cristiani, ha sempre nutrito e che il fascismo volle dimenticati nella sua folle corsa all'imperialismo e nella sua pazza teoria della razza superiore.
Dai campi di concentramento, aperti l'otto settembre per disposizione superiore perché i prigionieri non cadessero in mano tedesca, erano usciti migliaia e migliaia di soldati alleati inglesi, americani, australiani, greci, jugoslavi, francesi.
Parte di questi si dirigeva verso l'Italia meridionale incontro all'ottava armata, gli altri, i più, tentavano dirigersi verso la frontiera svizzera. Inesperti dei luoghi e della lingua, senza mezzi essi sarebbero, per la maggior parte, sicuramente caduti in mano tedesca ove non li avesse soccorsi la pietà fraterna ed umana degli italiani.
V'è di più, non era solo pietà fraterna quel sentimento che spingeva i cittadini ad aiutare coloro che, fino al giorno prima, ufficialmente erano considerati nemici.
La cobelligeranza, prima d'essere esperimentata direttamente nell'Italia meridionale per mezzo del Corpo Italiano di Liberazione, fu iniziata e dalla prima resistenza armata nell'Italia invasa e dall'aiuto che le popolazioni italiane, schierate ormai a fianco dei popoli liberti, diedero ai prigionieri alleati che cercavano scampo.
Nel Parmense, a Busseto e Fontanellato, durante la guerra fino all'otto settembre, avevano funzionato campi di concentramento per prigionieri alleati. Una parte di questi, appena liberata, si defilò verso la Liguria credendo in un prossimo sbarco alleato.
Altri, incalzati dai primi rastrellamenti, avevano passato il Po riparando in territorio cremonese.
Un gruppo di 12 prigionieri greci riparò nei dintorni di Piadena e qui un nucleo di patrioti riuscì, attraverso documenti falsi, ad avviarne 10 verso Roma mentre altri due rimanevano occultati in un cascinale fino alla liberazione.
Un altro gruppo di 27 prigionieri alleati dalla zona di Bardi venne avviato a Binanuova e di qui, attraverso un complicato itinerario, condotto a Edolo verso i confini della Svizzera.
Per tutto il mese di settembre i nuclei di patrioti di Cremona e della provincia attesero, si può dire, all'unica impresa di aiutare e condurre in salvo i prigionieri.
Nel Cremasco avvenne la stessa cosa. Nei cascinali più nascosti, nelle casette sparse fra i campi i prigionieri alleati trovavano vitto e rifugio.
Nonostante le gravi minacce, che comportavano anche la pena di morte, nonostante le allettanti promesse di premi in denaro e in “sale” (cinque chilogrammi) per ogni prigioniero consegnato alle autorità tedesche, l'azione cospirativa rivolta a questo scopo continuò indefessamente, a costo di duri sacrifici.
Nei mesi successivi ad Agnadello, a Vailate, così come in molte altre località, patrioti italiani, fra cui lo stesso Parroco di Vailate, furono arrestati e subirono gravi pene per aver dato ricetto ai prigionieri.
Un primo gruppo di patrioti cremonesi dalla città il 27 settembre si sposta sulla montagna parmense, a Bezzola frazione di Pellegrini Parmense.
Si costituisce ad opera di Arnaldo e Guido Uggeri, di Roberto Ferretti e di Menotti Screm, un gruppo armato indipendente cremonese per provvedere al trasferimento dei prigionieri alleati.
Il gruppo, che si può considerare il primo nucleo armato della resistenza cremonese fuori provincia, aveva legami con altri nuclei a cavallo del Po per mantenere comunicazioni dirette con Cremona.
In città esso aveva collegamenti, sempre rivolti allo stesso scopo, con elementi i quali, a loro volta, tenevano le fila di una organizzazione capillare agente in ambienti diversi. Così Lionello Miglioli, l'avv. Ennio Zelioli, Giuseppe Marabotti, Pietro Biselli, Rino Agosti.
Si è nella fase embrionale dell'organizzazione del movimento di liberazione; i nuclei patriottici, basati ancora su conoscenze personali, hanno un collegamento molto limitato, manca ancora una vera esperienza cospirativa e di azione rivolta ad influire sulle grandi masse. La trama però si allargherà sempre più nei mesi successivi. L'otto settembre cogli avvenimenti tragici che erano seguiti aveva dato una scossa formidabile allo stato d'animo della popolazione di tutta la provincia.
Il sangue, la morte, la prigionia dei soldati in città avevano acuito lo spirito patriottico che il fascismo aveva sepolto sotto la grottesca e funeraria retorica del nazionalismo imperialistico. La visione delle torme di soldati italiani, fatti prigionieri e vigilati da pochi tedeschi, aveva buttato nel discredito dei più la monarchia e gli altri poteri del vecchio stato così miseramente abbattuto nella polvere.
Nasceva nell'animo dei democratici e degli italiani degni di questo nome, la volontà di riscattarsi da un passato di infamia e di disonore. Nasceva la sensazione, prima inespressa poi giganteggiante, che solo nella lotta risoluta e decisa contro gli oppressori, solo nella fusione identificatrice dei nuovi ideali con quelli del Risorgimento, la nazione poteva risorgere a dignità e a vita solidale cogli altri popoli.
Il senso del diritto italiano, calpestato dai teutonici “aufruf” emanati dal dispotismo della soldataglia, acuiva la ribellione allo stato di cose stabilito in provincia.
La ribellione, prima di essere aperta insurrezione, fu, e doveva esserlo per dare a questa maggiore forza, ribellione intima e morale contro le ingiuste coazioni, le violazioni di diritto, le storture del costume, le inversioni del vivere civile e sociale.
Nelle città e nei borghi maggiori della provincia questo senso di ribellione prese tutti gli strati della opinione pubblica all'infuori d'un breve margine ove crebbero gli sterpi, le erbe male e i sambuchi vuoti della “repubblica” fascista.
Nelle campagne gradualmente, avvenne la stessa cosa.
Nei 45 giorni la propaganda democratica non era giunta a penetrare tra le grandi masse dei contadini per lo spazio molto limitato di tempo e per le difficoltà dovute allo stato d'assedio.
Segni di risveglio, come si ‘è visto, c'erano però stati nell'abbattimento dei simboli del regime in cui, per tradizione dei movimenti popolari del 20-22, i contadini identificavano lo schiavismo agrario, e nelle lezioni impartite, brevi manu, ai gerarchi tirannelli di paese.
L'otto settembre, coll'afflusso dei reduci, degli sbandati, dei fuggiaschi, recò nei paesi l'immagine visiva della disfatta e la rappresentazione palpitante delle responsabilità.
Anche la campagna cominciò così a permearsi del senso di ostilità al nazi-fascismo e della volontà di resistere.
Si aggiunga un altro fattore che tocca il determinismo economico e che per questo non è meno importante.
La bardatura fascista di guerra aveva già seriamente intaccato l'economia agraria e delle masse che vivevano dell'agricoltura.
Ora ai consueti strumenti dell'esosità fascista si aggiungono le rapine organizzate direttamente dai nazisti per rifornire le riserve alimentari del grande Reich.
L'agricoltura cremonese, già stremata e infestata dalla borsa nera, vede ora davanti ai suoi granai affollarsi altre file di voraci termiti. Dunque alla ribellione morale nelle campagne si aggiunge l'opposizione economica per impedire il depauperamento graduale della più importante fonte di ricchezza della provincia.
Nel silenzio delle loro case, all'ascolto delle radio dei popoli liberi, nelle officine, negli uffici, nei locali pubblici, ovunque si trovassero, i cittadini cremonesi si guardavano e si comprendevano senza far parola.
Sfilavano i reparti, in calzoncini corti, delle SS, passavano rombando teorie di carri armati e di cannoni. L'odio di un popolo si esprimeva nel muto disprezzo verso gli oppressori e i loro complici.
L'odio, è vero, non può da solo procreare alcunché di vivo e di vitale.
Ma accanto all'odio per l'invasore si faceva maggiormente strada la volontà di resurrezione del popolo contro tutti gli ostacoli, contro tutti gli avversari.
Tragico mese, senza dubbio, quel settembre 1943 che, a chi l'ha vissuto, sembra ormai circondato dalle nebbie del passato e della dimenticanza.
Ci si provi, però, una buona volta, a rivivere un attimo solo di quel periodo: i ricordi personali si sgraneranno l'uno dietro l'altro.
Conversando con chiunque abbia vissuto quell'epoca ci si accorgerà della concordanza, della consonanza quasi, degli stati d'animo di allora.
Gli è che la tremenda e pure utile esperienza fatta in quel primo dei venti mesi di lotta clandestina, ha lasciato una impronta incancellabile nell'animo dei cittadini.
I dissensi politici dei dieci anni successivi possono aver allontanato gli uni dagli altri, per divergente ideologia, gli uomini della Resistenza.
Ma se si tocca quel tasto, se i neo fascisti osano alzare troppo la voce, gli animi dei vecchi resistenti trasaliscono all'unisono.
Non si ritorna indietro a un passato di sangue, di vergogna, di infamia senza nome.
NASCE LA REPUBBLICHETTA FASCISTA CREMONESE
SCENE DI OPERETTA SU FONDO DA GRAND-GUIGNOL
Il martedì 28 settembre, a due mesi circa dalla sospensione, il “Regime Fascista” rivedeva la luce coll'articolo di fondo “Eccomi di ritorno” a firma Farinacci.
L'esule e ramingo gerarca tornava alla capitale del suo ducato su un'auto nera, scortato da motociclisti tedeschi; tornava per fare le sue vendette verbali, per fiancheggiare il padrone tedesco che gli dava la via libera, per instaurare a Cremona la “Repubblica Fascista”.
Il suo arrivo e l'uscita del suo giornale, virtualmente, segnavano gli albori della repubblica operettistica su sfondo da “Grand Guignol” che i fascisti d'Italia instauravano, per ripicco contro la monarchia che li lasciava soli, a tu per tu colle responsabilità del ventennio e della guerra
Farinacci, dopo la melodrammatica seduta del Gran Consiglio in cui si era fatto presentatore di un ordine del giorno particolare e non troppo ortodosso nei confronti del capo del fascismo, così che al tempo del “processo di Verona” cautamente nel suo giornale avanzò dei “distinguo” a proposito delle probabili condanne, si era rifugiato in Germania per attendere tempi migliori.
Per lui e per l'alta gerarchia, legata al tedesco invasore, la disfatta e l'invasione della patria, l'abbattimento del governo legittimo, la rottura dei vincoli della comunità nazionale, costituivano il terreno adatto sul quale poggiare i piedi, dopo tanto naufragio, per la restaurazione delle loro cadenti fortune.
La cosa che maggiormente nocque al Farinacci ( altri gerarchi, come lui e più di lui responsabili, riuscirono in prosieguo di tempo a “salvar la ghirba” ed il peculio) fu quel suo atteggiamento guasconesco da ammazzasette accompagnato da un frasario oltranzista che, nella pratica trovava corrispondenza e nel suo stesso animo e nell'azione quotidiana.
Anche egli, come Mussolini, era portato dalla forza degli eventi, dai legami coi tedeschi, dal passato di venti e più anni a comportarsi così come si comportò.
L'unica via di salvezza che si prospettava davanti a lui e alla gerarchia era quella di una completa vittoria tedesca.
A questa auspicata, ma non certo sentita nell'anima, vittoria del pangermanesimo hitleriano Farinacci e la gerarchia repubblichina diedero tutto il contributo possibile favorendola in atti e in parole. Inconsapevolmente però il sentire l'opinione pubblica nettamente sfavorevole al fascismo e ai tedeschi, operò nei loro animi.
Il presagio della sconfitta immancabile, il senso di repulsione che spirava da tutti gli strati della popolazione, la visione dello stato di miseria e di morale depressione in cui versava il popolo sotto il tallone tedesco, pesarono inconsciamente e imponderabilmente sull'azione dei repubblichini di Salò nella nostra provincia.
Tra le frasi fatte e avventate, fra le pazze ingiurie e le malsane minacce di cui riboccano i trafiletti e gli articoli di Farinacci sul “Regime” repubblichino, traspare talvolta come una incerta paura dell'avvenire.
Là dove ad esempio, di fronte a una asserzione della radio alleata, egli nega di essere stato fra i partecipi della “ferrarizzazione” di Ferrara, manifestatasi con le esecuzioni operate dal Federale Ghisellini.
Di questo particolare stato d'animo della gerarchia cremonese è opportuno tener conto nella valutazione dei fatti: nonostante il latrato querulo e minaccioso della stampa, misure eccezionali e di gravità inaudita, quali ci si potevano attendere, non vennero prese, nemmeno al periodo critico degli ultimi tempi della repubblica fascista.
A parte però le valutazioni di carattere personale, che qui obiettivamente interessano per una seria disamina dell'ambiente creatosi attorno alla “repubblica”, le responsabilità d'ordine generale, relativamente all'appoggio dato al tedesco e quelle d'indole particolare circa il regime di violenza e di oppressione instaurato in provincia, permangono gravissime per lo Stato maggiore e gli adepti volontari del regime nazifascista.
Come non basta la buona fede a giustificare la partecipazione di taluni ai crimini del fascismo repubblichino, così le riserve d'animo e l'atteggiamento moderato di fronte al male che si sarebbe potuto commettere, non bastano a dare una patente di onorabilità, o quanto meno di riabilitazione, a uomini che, per insorta timidità, non commisero tutti quei crimini che avrebbero potuto perpetrare nelle circostanze a loro momentaneamente favorevoli.
Nella “Repubblica sociale” ci si trova davanti a criminali che l'ambizione, la sete di dominio, l'esaltazione fuorviata, portano al delitto.
Casi di ferocia criminale, se ce ne furono (e ce ne furono disgraziatamente nella RSI), non avvennero, fortunatamente, nella nostra provincia.
Non fucilazioni in massa come a Marzabotto, non efferate e mostruose uccisioni di partigiani come gli impiccati di Bassano, non le sevizie medioevali alle donne e agli uomini della resistenza come quelle perpetrate dalle bande Koch e Carità; non le rappresaglie sanguinose contro le famiglie dei partigiani; non gli incendi di interi paesi, non lo sterminio organizzato e la terra bruciata come nei territori delle Alpi e degli Appennini.
La” Repubblica nazi-fascista “instaurata a Cremona mantenne i caratteri indicati all'inizio del presente capitolo.
Operettistica nella sua fantomatica attività, con sfondi macabri rappresentati da singoli atti di rappresaglia voluti assieme dalla gerarchia e dal Comando tedesco che, in definitiva, era colui che teneva i fili della marionettistica repubblica.
Che Farinacci, nel suo ritorno a Cremona, più che della salda volontà di ricostruire squadristicamente una base effettiva di forza per rialzare le sorti del fascismo, fosse mosso, invece, dalle intenzioni personalistiche di restaurare il “ducato” e di rifarsi una verginità morale dopo quanto sul suo conto si era detto nei 45 giorni, appare chiaro dai suoi primi articoli comparsi sul “Regime Fascista”.
Riaffiorava poi in lui il non mai sopito senso antagonistico verso Mussolini e la cricca romana, che, a suo parere, l'avevano per anni tenuto in disparte.
L'appoggio dei tedeschi ora gli permetteva di agire in forma indipendente e in posizione polemica colla gerarchia ministeriale di Salò. Tutto ciò, naturalmente, risalterà meglio in seguito.
Il suo primo sentimento, di ritorno a Cremona dalla Germania, fu quello di sistemare la sua posizione morale di “Catone” e di “donrodrigueggiare” nei confronti di coloro che, a suo dire, l'avevano ingiustamente danneggiato.
Dopo l'articolo “eccomi di ritorno” compare l'altro trafiletto “è finita la baldoria”.
Farinacci chiede perentoriamente al Prefetto, al Questore, all'Intendente di Finanza, conto e ragione, dei provvedimenti cautelativi presi durante i 45 giorni nei suoi riguardi.
Prefetto, Questore e Intendente di Finanza, umili e dimessi, rispondono il giorno dopo con argomentazioni che potevano valere solo se considerate sotto la luce dello stato d'assedio tedesco e che, almeno apparentemente, soddisfano il gerarca.
Egli si ritiene quindi giustificato, anche perché nel tentativo di salvarsi la faccia, la gerarchia repubblichina mantiene a Roma la commissione “giudicatrice” dei “profitti di regime” e perciò è meglio andare cauti.
Esaurita la fase del rintonacamento, alla bell'e meglio, delle reputazioni compromesse e delle “vendette” rientrate (ché i più compromessi, per notorietà e avvenute dimostrazioni al 25 luglio, sono fuori tiro), Farinacci e la gerarchia procedono alla costituzione della repubblica fascista cremonese.
Si è parlato di gerarchia. Questa però muta sensibilmente di consistenza e rappresentatività.
Non vi compaiono anzitutto, sul pittoresco proscenio del ducato travestito in repubblica sociale, quei gerarchi del ventennio che, spirando il vento infido e avendo sulle spalle una responsabilità secondaria da violino di spalla, ritengono di non volersi compromettere l'avvenire e di rimanere a mezz'aria in un doppio gioco fruttifero per entrambe le soluzioni.
Spinte o sponte riappaiono i grossi gerarchi maggiori, gli ex consiglieri nazionali, i comandanti di “legione”, i papaveri del sindacalismo e corporativismo fascisti.
Appare poi lo strato intermedio dei fascisti che nel ventennio traevano dal regime l'unica fonte di sostegno e che non possono esimersi, per ragioni di vita e per legami col passato, dal riprendere i posti di prima. Sono i redattori del “Regime Fascista”, i minuti organizzatori sindacali o del “Dopo lavoro”....
La burocrazia, insomma, che, per lo stipendio e gli incerti, sfida ogni responsabilità ed appoggia qualunque governo perché le siano assicurati i mezzi di vita.
Sotto ancora compare la massa dei faziosi fanatici cremonesi e non, degli avventurieri che puntano sulla carta nera del fascismo; repubblichini per far carriera, venduti che cedono la coscienza per uno stipendio elevato. Pochi (troppo pochi) quelli in buona fede che credono all'ideale “sociale e repubblicano” che già, nel '19, era servito da paravento alla collusione del fascismo col capitalismo deteriore e coll'oscurantismo delle forze reazionarie italiane.
Questo materiale umano, degenerato, tarato, viziato nel modo di pensare e nel costume, irretito in una deformazione morale, o illuso e succube di luoghi comuni e della propaganda, rappresentava tutto quanto il fascismo poteva trovare di meglio nella nazione italiana dopo vent'anni di governo e di artefatta educazione.
C'era poi, è vero, lo strato degli attendisti che si era posto in disparte non parteggiando attivamente pei fascisti e dando, magari, qualche aiuto, sotto banco, alla Resistenza.
Strato che tendeva all'alibi attraverso il doppio gioco, solo perché convinto della finale sconfitta del nazi-fascismo.
Questo strato, evidentemente, nel profondo della coscienza propendeva per il fascismo, non lo appoggiava per timore di danni personali, lo rimproverava per averlo messo ad un duro sbaraglio.
E' la categoria, in definitiva, che oggi attraverso il movimento monarchico e quello neo-fascista auspica un ritorno ai metodi del ventennio.
Al di fuori dunque delle ristrette categorie indicate e della palude degli attendisti, la gran massa del popolo cremonese, in tutte le sue espressioni, era decisamente ostile al ritorno del fascismo.
Non soltanto in quanto il fascismo rappresentava la continuazione della guerra in alleanza col nemico tradizionale del popolo italiano, ma soprattutto perché il popolo cremonese, libero di esprimersi, intendeva ricostruire la sua vita sulla piattaforma dei grandi ideali democratici e sociali che nei decenni antecedenti avevano fatto progredire la società verso forme e sviluppi moderni.
L'irriconciliabilità fra le masse del popolo e il fascismo non era data soltanto, in una parola, dalla collusione aperta di questo con l'invasore nazista e colla sua abdicazione ai ruoli che un qualunque governo nazionale deve pure avere e svolgere, ma, soprattutto, dal fatto che il popolo cremonese, cogliendo gli imponderabili delle grandi ore, anelava a ricostituirsi in democrazia e a dare a se stesso gli strumenti per un divenire pacifico nell'alveo della evoluzione italiana.
I neo-fascisti, i “repubblichini”, gli uomini di Salò (si chiamino come si vuole i fedeli della repubblichetta) si accingono dunque a costituire la strutturazione del loro staterello colla dignità e serietà dei bamberottoli che erigono castelli di sabbia sul lido bagnato dal flusso dell'acqua (non sul “bagnasciuga” di mussoliniana memoria).
Tratto tratto, interrotti nel loro lavoro di Sisifo, sbottano in urla e in imprecazioni e dan di mano alle più inutili e stupide rappresaglie con gli avversari che li stanno a guardare.
Anche se nei primi mesi, nonostante la tragicomica farsa dei Tribunali provinciali rivoluzionari, la repubblichetta pare mantenersi entro limiti passabili, è evidente l'ostilità completa, assoluta, dritta e insindacabile del popolo che si spiega contro il gruppo, più o meno vasto, dei traditori.
Nei più semplici rapporti della vita quotidiana, negli incontri casuali per strada, l'ostilità del popolo si manifesta immediatamente ai neo fascisti ed essi stessi ne hanno la sensazione, come di “mostri” schivati e aborriti....
Vediamo in qualche documento e in qualche fatto la loro stessa autentica testimonianza su questo rituale isolamento.
Sul numero di “Regime Fascista” del 30 ottobre '43 certa Isa Vecchiotti-Riolo, “figlia e sposa di squadristi” disserta sull'onorifico titolo di “spie” col quale il popolo gratifica gli asserviti al tedesco e fra l'altro aggiunge: “è amaro che italiani ci rivolgano un'ingiuria simile, ma è anche più amaro dover ascoltare in treno, in tram, in corriera, ovunque e da chiunque invettive, ingiurie, parole di scherno e di accusa, parole di minaccia e di odio contro l'idea etc. e non poter convincere e dover tacere”.
Un altro episodio citiamo, tratto questo dalla viva cronaca cittadina nei primordi del 1944.
A Cremona, fino a quel momento, ben pochi ufficiali erano stati visti in divisa come aderenti alla repubblica salodiana. Era la mattina di Capodanno, un alto ufficiale, maggiore o tenente colonnello che fosse, passeggiava in divisa sul Corso Campi.
Sentiva egli certamente lo sguardo fisso, denso di odio, che la folla dei cittadini gli rivolgeva senza parlare. Probabilmente per quei riflessi per cui ogni uomo sente lo sguardo che gli si punta addosso, egli comprendeva l'ondata di sdegno che da ogni parte lo assaliva. Agì, allora, come agisce un energumeno che sente la riprovazione e l'odio della folla.
Brandì il frustino e percosse con esso il viso di un passante (che era poi un membro del Comitato antifascista), come se avesse compreso che lo sdegno di questi, non espresso a parole, era significativo del flusso generale di riprovazione che lo circondava.
Pur essendo chiaramente convinti d'essere ormai al di fuori della comunità nazionale, pur avvertendo che fra la loro scarsa schiera protetta dalle baionette germaniche e la grande massa del popolo esisteva un solco profondo per sempre invalicabile, i fascisti cremonesi, come in tutta l'Italia occupata, si accinsero alla riorganizzazione del loro partito e dello staterello vassallo hitleriano.
L'utilità che la Germania avrebbe ricavato dall'avere ai suoi servizi lanzichenecchi e traditori, nello schema e nell'apparato di un governo fantasma, sui quali poi rovesciare l'odio del popolo soggetto per la esosità, la depredazione e i crimini commessi, compensava senza alcun dubbio, gli inconvenienti che sarebbero sorti dalla mancanza di una diretta subordinazione dell'Italia occupata dal Reich.
D'altro canto i fascisti eran così premurosi, così operosi nei confronti del “bene supremo” della Germania che ben poco avevano da temere da improbabili reazioni di uno staterello vassallo e di seconda bussola.
Mussolini, Graziani, l'alta gerarchia romana si sottomisero senza recriminazioni e senza abbozzare alcun gesto autonomo e di autocontrollo.
Farinacci a Cremona, perdipiù, era “gauleiter” per vocazione e per polemica potenziale contro i gerarchi della repubblichetta.
Con simili premesse padroni e vassalli non potevano non andare d'accordo, tanto più che questo verteva sulla facoltà data e accettata di taglieggiare il popolo, di soffocare ogni anelito all'indipendenza nazionale e alla libertà, di opprimere ogni aspirazione umana e sociale.
Il PNF che, per ritorsione puerile di complici, si tramuta la sigla con la R (partito fascista repubblicano: ma Mazzini e Cattaneo davvero non c'entravano!) venne rapidamente ricostituito nella sede del Palazzo dell'ex Rivoluzione.
Sul “Regime Fascista” apparvero gli arrochiti e stonati appelli di “tenenti legionari”, di “massaie fasciste” di “squadristi” rivolti a far breccia fra gli ex organizzati e in specie fra coloro che, fattasi la pelle coriacea per le fruttifere speculazioni del ventennio, ambivano ad essere lasciati in pace per non compromettersi per l'avvenire.
Gli appelli perciò ebbero un eco piuttosto limitato. Risposero ad essi in città alcune scarse centinaia di venturieri senza ventura cui si aggiunsero, in prosieguo di tempo, fascisti sfollati per ragioni di personale sicurezza, dalle zone dell'Italia centro-meridionale liberata dalle armate alleate e dai partigiani.
Nei paesi della provincia i fasci “repubblicani” reclutarono i pochi faziosi locali e i deboli di mente che si lasciarono irretire dalla propaganda e da qualche carichetta.
Gli sforzi dei tedeschi e dall'alta gerarchia fascista erano soprattutto diretti a raccogliere carne da cannone per buttarla nella fornace del massacro nella quale, faute de mieux, Hitler doveva ora gettare il fiore della super-razza germanica.
L'esercito italiano si era sfasciato. Un gran numero di prigionieri era stato avviato in Germania e là resisteva agli allettamenti di un minimum vitale di cibo per non passare nelle forze armate del reich e della “repubblica”.
Le vecchie classi che avevano esperimentato la guerra e la “camaraderie” germanica in Russia e in Africa non avevan più nessunissima intenzione di rischiar la pelle per la difesa dei gerarchi e dell'hitlerismo.
Gli anziani sentivano di essere parte integrante del popolo italiano. La propaganda fascista, tradotta in appelli di promesse di alte paghe e di trattamento “pari a quello delle truppe germaniche”, si rivolse soprattutto alle classi giovani come a quelle che, inesperte e non mature, erano suscettibili di allettamento e di pressioni.
I primi bandi minacciosi furono rivolti allo scopo di far si che gli sbandati si notificassero alle sedi comunali.
Pei tedeschi, sull'esperienza dei paesi già occupati, gli “sbandati” rappresentavano una potenziale riserva di uomini per le formazioni partigiane.
Qualora essi si fossero notificati sarebbe stato agevole controllarli, tenerli legati colla minaccia delle rappresaglie sui parenti, richiamandoli individualmente poi pel servizio di guerra o del lavoro.
Si cercò poi di rompere il ghiaccio mettendo in circolazione “cartoline precetto” di lugubre memoria. All'una e all'altra ingiunzione dalla maggior parte degli interessati si rispose col più rigido silenzio.
Dopo tanti anni di chiuso conformismo e di ubbidienza cieca, la gerarchia si vide di fronte a un fatto e a una tattica nuova: inosservanza assoluta e glaciale delle sue ordinanze.
Dapprima stupefatta cercò di ammansire quella che essa riteneva una “fatale perversione” degli italiani, reagì poi con atti di violenza cieca e inaudita, col risultato di indurre maggiormente alla Resistenza e alla lotta per la libertà.
Facendo leva su bassi sentimenti della feccia dei cittadini, alte paghe e possibilità di spadroneggiare sul popolo, il fascismo cominciò ad organizzare le sue bande volontarie di scherani e di lance spezzate: milizia legionaria, milizia giovanile, corpi speciali dei guastatori; dei volontari della morte; dei volontari sardi, della X° Mas. La maggior parte di queste formazioni doveva poi confluire nelle famigerate “brigate nere” mentre la M.V.S.N. assieme ai carabinieri rimasti (in pochi) ai servizi di Salò, avrebbero costituito verso la fine del '43 la G.N.R (guardia nazionale repubblicana).
Da allora cominciarono a circolare i più sfrontati e variopinti tipi di mascalzoni che la storia d'Italia abbia mai incontrato sul suo cammino.
Sbarbatelli, precocemente sfuggiti ai patrii riformatori, ghigne sinistre di vecchi arnesi, volti manzoniani da scomunicati.
Vestiti di fantasiose divise a base di teli mimetizzati, di cordoni, di lustrini, di placche. Armati fino ai denti con mitra ad avancollo, bombe a mano alla cintura e ai gambali, pugnale, cartucciere e nastri di mitragliatrici, erano arsenali ambulanti che tintinnavano ad ogni passo mentre guardavano di sbieco i passanti che li rimiravano con ripugnanza.
Affollavano i passeggi cercando di provocare i cittadini e quanti, secondo loro, si sottraevano al dovere di “salvare l'Italia”, affollavano soprattutto i locali pubblici e le “case chiuse” accompagnandosi a donne degne di loro, le così dette “ausiliarie”.
Il ribrezzo, quasi fisico, che questi scherani suscitavano nella popolazione era pari all'odio che i giovani italiani nutrivano contro di loro e che si tradusse, come si vedrà in seguito, nei continui “disarmi” effettuati dai patrioti a loro danno. Coraggiosi coi deboli; al momento della crisi decisiva dimostreranno la loro innata viltà colla fuga più precipitosa e coi lagni più vigliacchi.
Il regime repubblichino non esitò a servirsi, pei suoi fini, di questa razzamaglia raccattata fra i rifiuti della nazione, non esitò a dare questa in balìa di quella accolta di masnadieri.
Con torvo cipiglio essi insultavano e provocavano gli italiani, compivano atti illegali per estorcere denaro e cibarie da dissipare nei loro festini, sostituivano talvolta, con atti di forza, la stessa autorità civile repubblichina per esercitare vendette o prepotenze.
Lo spettacolo più ributtante veniva dal loro servilismo all'invasore. Andavano assieme ai tedeschi ad arrestare sbandati e sospetti, a fare “retate” nei cinema per il servizio di lavoro e per depredare il bestiame e il grano nelle cascine.
I tedeschi se ne servivano, ma, i più rigidi e i più anziani ufficiali e soldati della Wermacht non esitavano, talvolta, a significare il disprezzo che nell'intimo sentivano per questa ibrida soldataglia.
Accanto a questi “irregolari” e alle unità di SS italiana, direttamente inquadrata dai tedeschi, non tardò a costituirsi un embrione di esercito regolare repubblichino.
Qui il discorso deve mutare.
Tra gli ufficiali dell'esercito “regolare” repubblichino c'erano indubbiamente dei faziosi e dei fanatici. Una gran parte era povera gente del mezzogiorno che non sapeva dove andare e che si rifugiò nell'esercito sperando di fare il salto della quaglia al momento opportuno. Doppiogiochisti da poco, in fondo, che anteponevano però il loro personale interesse a quello della nazione.
Venivano poi i soldati, o del mezzogiorno o richiamati, gente magari senza alternative sulla quale il fascismo ben poco poteva contare.
Col passare dei mesi qualche migliaia di soldati, nei campi di concentramento di Germania, aderì alla “repubblica” per spossatezza, anche dovuta allo scarsissimo rancio. Ci furono poi i richiami di intere classi ('24-'25-'26) delle quali una certa aliquota si presentò ai comandi provinciali militari della repubblica.
Un materiale umano, in complesso, sul quale il fascismo potè contare fino a un certo punto e lo si vide, non solo al momento decisivo, ma ai primi approcci nelle azioni di rastrellamento contro i partigiani quando intere compagnie della “Monterosa” passarono, armi e bagagli ai partigiani.
Questo dunque il primo sforzo del fascismo repubblichino cremonese: preparare carne da cannone per l'alleato germanico.
Secondariamente, dopo essersi data una struttura interna di fazione, colla riorganizzazione dei “fasci” e delle organizzazioni dipendenti, il fascismo procedè al rafforzamento ideologico e strutturale della graciletta repubblica di Salò.
Il fondamento ideologico di questa, sfumata l'omertà colla monarchia, doveva basarsi sul manifesto diciannovista opportunamente riverniciato. Così si presentò alle assisi di Verona il 15 novembre 1943, nel manifesto omonimo “repubblicano- socializzazionista” a sfondo anticlericaloide e imperialista.
Ci voleva proprio una impenetrabile faccia di bronzo, dopo vent'anni di aperta collusione colla monarchia, col capitale più retrivo e con le più ibride forze dell'oscurantismo, per presentarsi sul proscenio d'Italia annunciando un simile programma “democratico e sociale”.
Ma i fascisti e i gerarchi erano capaci di questo e d'altro.
Sperava che il popolo italiano abboccasse all'amo e cadesse in una trama, grossolana come un manifesto della “Staffel Germanica”.
Il popolo italiano non cascò nella rete, seppellì nel ridicolo le mene e i calcoli machiavellici della “gerarchia”.
D'altronde il “manifesto di Verona” era di per sé rivelatore di un sintomatico stato d'animo.
I fascisti, anche i più irriducibili, ben comprendevano che le parole d'ordine e la propaganda del ventennio non potevano più far breccia nemmeno sull'indurito cranio del peggior “minus habens” del bel paese. Cambiavano perciò le carte in tavola, con disinvoltura da giocolieri si atteggiavano a riformatori, a socialisteggianti, sino ad allora impediti nel loro “andar verso il popolo”, dalle forze occulte della monarchia.
Il gioco propagandistico non illuse più se non chi voleva essere illuso.
Gli italiani compresero che la mossa dell'ultima ora del fascismo moribondo nascondeva la velleità di sopravvivenza e quella di servire ai dominatori tedeschi.
D'altro canto un regime “repubblicano e sociale” che si presentava alla nazione con le mani lorde di sangue innocente e sporche dell'impuro contatto col pubblico denaro rubato aveva ben scarsa possibilità di incontrare il favore della nazione.
In questo senso il fascismo cremonese fu più sincero e senza veli che non il movimento ufficiale.
Sui grandi giornali di informazione, tornati nuovamente al fascismo dopo la breve parentesi dei 45 giorni, era un gran parlare sul nuovo corso di politica sociale del regime con proposte di partecipazione degli operai agli utili delle aziende e mantenimento delle Commissioni interne, e con parole di vilipendio alla borghesia che si fingeva essere stata la sola “responsabile” del 25 luglio, cercando di far dimenticare i vasti scioperi del marzo che erano stati uno dei fattori della caduta del regime.
Farinacci, sul suo giornale, non indulge troppo a queste che egli ritiene debolezze della “sociale”.
Forse anche influisce su di lui la considerazione che le masse operaie nella provincia non sono numerose ed egli, preoccupato di mantenere nel suo territorio una maggiore sicurezza, preferisce svolgere un'azione demagogica nei confronti dei contadini, da lui ritenuti più docili perché durante i 45 giorni “non si sono agitati ed hanno continuato a lavorare”. La posizione ideologica di Farinacci e del “repubblichinismo” cremonese è assai facile da definire.
Il fascismo, secondo lui (riassumiamo il succo dei suoi numerosi articoli quotidianamente pubblicati sul “Regime”) è sorto per tutelare, indifferentemente, o il padronato o il proletariato. Quando, naturalmente, uno dei due soggetti voglia appoggiare e favorire la casta oligarchica dei gerarchi.
Egli ammette che per vent'anni il fascismo ha difeso gli interessi del capitalismo, questi, per ragioni di sicurezza propria, gli si è rivolto contro. Vediamo un po', pensa Farinacci, se ora il gioco riesce coi lavoratori.
In fondo in fondo egli è poco persuaso della “politica sociale” della repubblica. Dichiara apertamente che anzitutto gli operai hanno dei doveri da compiere (nei confronti naturalmente della gerarchia e della Germania) poi si vedrà.
La sua concezione differisce, sostanzialmente, da quella ufficiale degli organi di propaganda di Salò e dalle elucubrazioni dei “sindacalisti” e dei giornalisti repubblicani che cercano di delucidare e creare un sistema ideologico nuovo sulla organatura cadente del vecchio fascismo.
L'ideale farinacciano non è perciò la repubblichetta sociale evoluzionista e diciannovista che si appoggia al Reich soprattutto perché considera la guerra tedesca come lotta ai plutocrati così come la politica interna dello staterello dovrebbe essere rivolta alla socializzazione e alla battaglia contro i capitalisti interni.
Questo è un sogno di disperati e di illusi, magari in buona fede.
Farinacci auspica uno stato hitleriano in cui la gerarchia sia tutto, in cui tutto venga messo a disposizione della guerra tedesca, in cui i privilegi della oligarchia squadristica vengano messi al livello di quelli che aveva l'aristocrazia nella vecchia società feudale.
In definitiva tutto questo gran sussurrare su pei giornali e nelle assemblee “democratiche” del PFR si riduce praticamente a una tempesta in un bicchiere.
Gli italiani stanno a guardare, divertiti e disgustati, la farsa propagandistica che si svolge davanti ai loro occhi. Non hanno alcuna fiducia nelle velleità riformatrici degli uni più che abbiano timore delle manifestazioni terroristiche e intimidatrici degli altri.
E questo e quel sentimento manifestano apertamente quando si presenta l'occasione.
E' un fatto che il fascismo repubblichino, imposto a forza al popolo italiano nelle regioni invase, resta un fenomeno estraneo alla mentalità e alla comunità nazionale.
Anche se costituito su territorio nazionale il governo repubblicano è un vero e proprio governo fantasma, senza autorità morale, senza ascendente sulle popolazioni, privo completamente di quell'afflato eroico che nelle grandi ore può indirizzare il popolo sulla via del sacrificio.
Si mantiene perché appoggiato alle baionette tedesche e perché la situazione generale della guerra sui vari fronti non consente ancora lo scatenamento generale della insurrezione patriottica.
In fondo Farinacci è convinto di questo stato di cose.
E questa sua convinzione traspare dal senso di inutilità che, sostanzialmente, egli attribuisce alle trovate innovatrici della repubblica socializzatrice.
Anche quando nella “repubblica” degli uomini di sangue e di rapina sorgeranno (e sarà sempre un inconfessato senso velleitario di doppio gioco) tendenze “democratiche” rivolte a togliere di mezzo il partito unico per ammettere alla discussione gruppi mesticati di oppositori, Farinacci si rivolterà contro la “degenerazione” dei sacri principi e della rivoluzione..Sarà perciò la polemica contro la Stampa di Concetto Pettinato, l'Arena di Castelletti, la Repubblica Fascista di Borsani, l'Italia del Popolo del raggruppamento “repubblicano-sociale” di Edmondo Cione “o vaccariello”.
Tutto ciò sarà però frutto della invernata '45 quando già il fascismo repubblicano sarà inchiodato al muro insuperabile della sua responsabilità e della sua prossima fine.
Ora il “repubblicanismo” è ancora agli inizi. Valgono ancora, per le vie di Cremona deserta di spettatori, le sfilate, sansepolcristiche “dei fondatori dei fasci repubblicani”, gli omaggi alle restaurate lapidi e ai ripristinati sacrari del ventennio.
La “repubblica sociale” allunga la sua ombra che par quella di un gigantesco patibolo in tutta l'Alta Italia.
Alle forze armate di Salò riorganizzate e riassoldate fa seguito l'organamento burocratico amministrativo dello staterello sugli schemi esatti di uno stato di polizia.
Prefettura e Questura (repubblicana, come per ostentazione di senso antidemocratico si legge in tutti i manifesti che minacciano morte e persecuzione agli italiani liberi) sono confidate a uomini provati e di sicura fede “repubblicana”, al di fuori dei ranghi usuali della burocrazia.
Accanto alla Questura, “repubblicana” (come comporta il vezzo sadico dell'epoca) viene costituito, a continuazione dell'Ovra, l'Ufficio Politico Investigativo (l'U.P.I) che avrà il suo quartiere generale alla “Villa Merli” sostitutivo per Cremona delle “Ville Tristi” della repubblica seviziatrice.
Tribunale provinciale straordinario, bande assoldate, polizia segreta, fame, terrore: sono tutte armi del “buon governo” repubblichino.
Se si vuole ancora la nota grottesca basti l'obbligo, tassativamente annunciato, di consegnare a Palazzo Cittanova tutte le radio esistenti perché i cittadini non vengano a conoscere le notizie veritiere sulla guerra.
Anche in questo fatterello di cronaca, in questo episodio di “guerra fredda “fra governo nazi-fascista e massa degli italiani, quest'ultima resiste e riesce a spuntarla.
Le radio non verranno consegnate, col pericolo che esse divengano bottino dei tedeschi e dei rapinatori al soldo della repubblica.
Questa resistenza è ancora un atto legalitario.
Non tarderà molto e si tramuterà in ribellione più organizzata e con mezzi incisivi.
SIMBOLO DELL'UNITA' DELLA LOTTA ANTIFASCISTA SI COSTITUISCE
IL COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE DI CREMONA
L'occupazione tedesca, l'infausto ritorno fascista, la guerra sul territorio nazionale, il crollo delle vecchie istituzioni, la miseria e il terrore crescente avrebbero dovuto ingenerare nei cremonesi il senso della débâcle morale e materiale, forzandoli a una piatta sottomissione ai dominatori del momento. Nella secolare storia della nostra città c'era già stata, al 31 luglio 1848, una data infausta e paurosa quando, dopo Custoza, le truppe austriache, rametto di quercia al kepi, fecero tremare al loro passo marziale gli echi solenni dei palazzi e delle quiete strade.
A quei tempi i democratici cremonesi, colpiti dagli avvenimenti, si chiusero in sé stessi, esularono, diedero inizio a una cauta azione di opposizione passiva e di attesa.
Dopo l'8 settembre 1943 la resistenza cremonese inizia una attività organizzata, dà luogo a manifestazioni di lotta, comunque condotta, nettamente superiore per ampiezza e per grandezza di eventi a quanto i padri operarono durante il risorgimento nazionale.
Ciò è dovuto, innanzitutto, al fattore morale per cui un popolo, libero, unito e indipendente da ottanta anni, reagisce quando si vede sottomesso allo straniero colla complicità di traditori di dentro.
Ciò inoltre è dovuto al fatto grandioso che i ceti lavoratori, propriamente detti, non sono più in gran parte estranei al grande moto nazionale e patriottico.
Essi, nel periodo prefascista, si sono immessi nel ciclo politico produttivo della nazione.
Nonostante il fascismo, poi, hanno sviluppato all'interno la loro dialettica affacciandosi nuovamente nel marzo e il 25 luglio 43 alla ribalta politica del paese.
I ceti lavoratori sentono ripercuotere in sé stessi il dramma nazionale, lo vivono in quanto essi stessi costituiscono la parte più matura e produttiva della nazione.
L'offensiva nazifascista diretta contro gli ideali risorgimentali è particolarmente avversa agli interessi degli strati lavoratori in quanto offensiva schiavistica, rivolta a costituire una società in cui i privilegiati della “razza eletta” prevarranno sui servi proletari delle razze inferiori.
Lo spirito di lotta dei lavoratori italiani e, conseguentemente, dei lavoratori cremonesi si acuisce e si rafforza su questi due elementi: spirito patriottico nazionale e spirito di classe.
La stragrande maggioranza della popolazione cremonese è costituita da lavoratori, da gente che trae dal lavoro quotidiano i mezzi per il frugale sostentamento della famiglia.
Il regime nazifascista oltre che minacciare l'avvenire della nazione, quotidianamente incide sulle condizioni di vita degli italiani.
La contingente situazione economica e politica determina, all'interno della Repubblica di Salò, forme di aperte ribellioni, quali sono gli scioperi pei miglioramenti salariali e del vitto, disobbedienza ai bandi di presentazione per l'arruolamento e per servizio di lavoro, primi atti di sabotaggio, primi disarmi di militi repubblichini etc.
Alla ribellione con questi fatti e forme, nel quadro di una resistenza od opposizione passiva di tutta la popolazione, fa seguito, o contemporaneamente si svolge, l'attività organizzativa del movimento di liberazione.
Il problema che per primo si presenta allorché si entra nell'esame dei fattori della Resistenza, è relativo alla definizione stessa del fenomeno.
La lotta del popolo contro l'invasore nazifascista deve catalogarsi come impresa a semplice carattere nazionale o viceversa rappresenta qualcosa di superiore che si identifica nel fenomeno della rivoluzione?
Ormai universalmente è ammesso che i 20 mesi di lotta clandestina del popolo italiano culminati nella insurrezione rappresentano, nella storia d'Italia, la continuità storica della rivoluzione democratica del Risorgimento, particolarmente ora caratterizzata pei nuovi fattori entrati nel gioco.
La domanda che attende ancora una soluzione è quella relativa al momento in cui si creò in Italia una situazione rivoluzionaria vera e propria.
Il colpo di Stato del 25 luglio anche se facilitato dall'elemento nuovo degli scioperi del marzo e dal peso dell'opinione pubblica non maturò, a nostro parere, in una atmosfera o, quanto meno, in una situazione rivoluzionaria.
Situazione rivoluzionaria si ha quando sulle rovine e sul discredito di vecchi istituti altri germinano nel sangue, nel sacrificio, nella volontà di coloro che si impegnano alla costruzione di un avvenire totalmente diverso da quello per cui si affaccendarono le forze retrive in vista dei loro particolari interessi.
Alla fine di settembre, ai primi di ottobre del '43, la situazione italiana presenta precisamente queste caratteristiche di fondo.
Le strutturazioni monarchico-burocratiche sopravvivono nella interpretazione badogliana e in forma sbiadita soltanto nell'Italia meridionale.
Nell'Alta Italia la forza nuova rappresentata dal popolo si trova in urto drastico con strutturazioni radicalmente reazionarie e in contrasto con l'avvenire.
Il popolo autonomamente si elegge, sia pure in forma clandestina, suoi nuovi organi di Governo, si costituisce una armata clandestina, dà a se stesso leggi e parole d'ordine.
Si pongono le basi, in sostanza, di una società nuova ispirata ai sempre vivi grandi ideali del passato.
Esiste dunque la situazione rivoluzionaria in cui le masse italiane svolgono la loro missione e si preparano all'avvenire.
La sensibilità delle masse, a questo riguardo, è il miglior indice della realtà dei fatti.
Non solo nell'aperto disprezzo verso la costituita autorità nazifascista, ma anche nel disinteresse profondo che gli italiani liberi del nord Italia sentono per quanto fa e pensa il governo di Badoglio laggiù nel “reame del sud”.
Per l'alta Italia il vero Governo è quello clandestino, espresso dal C.L.N, è l'autogoverno popolare che, senza bisogno di elezioni o di plebisciti, interpreta i grandi voti della Nazione ed opera sulle grandi linee dell'interesse e della dignità nazionale.
La situazione rivoluzionaria inizia dunque in questo periodo di tempo, fra gli ultimi bagliori della resistenza al tedesco di pochi reparti dell'esercito in Italia e di grandi unità all'estero e i primi attacchi ai nazifascisti operati da nuclei di “ribelli”.
La situazione rivoluzionaria inizia con il cominciare delle agitazioni nelle fabbriche, coi primi atti di aperta ribellione del popolo in tutti i campi dell'attività produttiva e politica.
Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia il 7 ottobre 1943 emana una mozione con la quale, assumendo la direzione della lotta clandestina a nome dei partiti in esso rappresentati, invita tutti gli Italiani a combattere, con ogni mezzo a disposizione, la tirannide nazifascista, ad aiutare lo sforzo delle Nazioni Unite, impegnandoli, terminata la guerra, alla instaurazione di un Governo democratico fondato su una Costituente Italiana.
L'appello del C.L.N.A.I.trovò rispondenza appassionata ed eroica nell'animo di tutti i patrioti.
A Cremona ancor prima del 7 ottobre, a pochissimi giorni dall'8 settembre, si era costituito il primo embrione di Comitato di Liberazione.
Disperso il comitato provinciale antifascista del 25 luglio per la fuga e per l'immissione nella clandestinità dei più compromessi, cittadini animosi, rappresentanti dei nuclei esistenti dei partiti democratici, si riunirono in una casa di Via dei Tribunali, precisamente nello studio dell'Avv. Francesco Frosi, e costituirono sotto la presidenza dello stesso Frosi il primo Comitato clandestino della liberazione.
In esso Comitato erano rappresentati i partiti democratici, e cioè: Partito d'Azione; Comunista; Democrazia Cristiana; Liberale; Socialista di Unità Proletaria.
Il C.L.N. doveva essere l'organo motore dell'attività clandestina, il coordinatore degli sforzi dei Partiti democratici; ad esso dovevano far capo le Organizzazioni militari clandestine.
In un secondo tempo, sulla base degli accordi stipulati fra C..L.N.A.I., il CLN nazionale, il Governo Bonomi nell'Italia liberata e il Comando delle Truppe Alleate del Mediterraneo, lo stesso CLNAI oltre che di fatto doveva divenire di diritto l'Organo legale di governo per le zone occupate, il rappresentante ufficiale del legittimo Governo Italiano, le sue disposizioni e ordinanze avevano vigore di legge e dovevano essere osservate da tutti i cittadini.
Il C..L.N di Cremona, come si vedrà seguendo la cronaca degli avvenimenti, esercitò una notevole funzione e di organizzazione delle forze della resistenza e di centro propulsivo della lotta.
Tutti a Cremona sapevano della sua esistenza, pur senza naturalmente conoscere né i componenti né i luoghi di riunione.
La sua presenza in certo qual modo gravava come incubo sugli organi della repubblica sociale e sulle varie polizie nazifasciste.
I fascisti, praticamente, conoscevano approssimativamente solo i nomi di coloro che si erano salvati con la fuga; l'esistenza in loco di un Comitato inafferrabile, fantomatico, che si presumeva onnipossente e onnisciente metteva remore, intralci preoccupazioni nella loro attività locale.
Oltre le attività accennate che meglio illustreremo nel prosieguo dell'azione, il Comitato esercitò attività di assistenza e di raccolta di fondi a favore dei perseguitati, degli sbandati, delle famiglie dei carcerati e dei deportati.
In sostanza il C.L.N., compatibilmente con le difficoltà di azione e di movimento dovute alla clandestinità, operò come un vero e proprio organo politico di governo nella direzione della lotta, nell'esame dei problemi amministrativi e infine nello scatenamento della insurrezione su scala provinciale.
Esso era, naturalmente, collegato direttamente con il C..L. N.A.I o per mezzo dei suoi membri che si recavano a Milano a conferire con le direzioni dei Partiti di appartenenza (Francesco Frosi aveva rapporti coi dirigenti del Partito d'Azione in Casa Robbiani a Milano) o a mezzo dei “corrieri” dei Partiti che facevano la spola Cremona-Milano per il trasporto della stampa clandestina e delle armi.
Avveniva anche che il C.L.N.A.I. inviasse, di sua iniziativa, messi o ispettori che si presentavano al Comitato con parole d''ordine prestabilite e su preavviso ricevuto dalle Centrali clandestine.
Questi delegati o ispettori del Centro erano, per il continuo loro movimento, e per i contatti con gli ambienti i più vari, gravemente esposti al pericolo di cadere nelle mani dei nazifascisti.
Dopo la liberazione si apprese che la maggior parte di essi era caduta o nei campi di concentramento o sotto il piombo nazifascista.
Terminò così la sua vita, promettente di speranze e di ingegno, il giovane Teresio Olivelli, Rettore del Collegio Ghislieri di Pavia, esponente della DC ed organizzatore delle “Fiamme Verdi”, autore della commovente “Preghiera del Ribelle”.
L'autore di queste note ebbe l'Olivelli caro collega all'Università di Pavia e ancora ne ricorda le doti brillanti di ingegno e di bontà.
Quando veniva a Cremona, per incarico di Partito, Teresio Olivelli, alloggiava nel Convento dei Barnabiti di S.Luca.
Catturato dai nazifascisti durante una rischiosa operazione, venne deportato in Germania.
Morì là in un campo di concentramento con l'animo di un Antonio Oroboni fiso alla Patria e alla sua Fede.
Pace alla sua Anima e gloria eterna al suo Nome di combattente per la libertà!
Per una elementare misura di prudenza il luogo di riunione del C.L.N. logicamente non poteva essere sempre lo stesso.
Nel corso dei venti mesi esso si riunì nei luoghi più disparati.
Da Via Tribunali passò all'Ospedale Maggiore, nel gabinetto anatomico del Prof. Franz Cortese, tenne riunioni in via Aporti (Studio di Ottorino Rizzi e Zelioli), si riunì in Via XX Settembre in casa di Giulio Grasselli (e la “Staffel” germanica era alloggiata nello stesso palazzo), passò per il Convento dei Padri Barnabiti in un salone ampio sotto lo sguardo solenne di antichi Padri Rettori effigiati su tela.
Negli ultimi tempi si riunì in via XI Febbraio (in casa dell'Avv. Rizzi e in un ripostiglio di mobili di Ugo Cavana), in via Bertesi (Studio Avv. Calatroni), in Piazza Castello (Casa Gino Rossini) e finalmente, nelle sedute decisive della insurrezione, alla Sede della “Mutilati” in Via Beltrami.
Si è riportato questo arido elenco di “san martini” per dare una testimonianza anche topografica, della vita difficile e movimentata che ebbe il locale Comitato di Liberazione.
Nelle periodiche riunioni che venivano tenute, dopo uno sguardo generale alla situazione provinciale si trattavano, di volta in volta, singoli problemi sorti dalle circostanze contingenti.
Accanto a quelli “permanenti” di rapporti fra i partiti, di direzione della resistenza, di preparazione della insurrezione, sorgevano quelli “casuali” derivanti da allarmi dati all'organizzazione da elementi infiltrati nelle file avversarie o determinati dalla necessità di avviare alla clandestinità uomini che si erano compromessi e che venivano ricercati dalla polizia fascista. Oppure la messa in salvo di prigionieri alleati e di perseguitati per ragioni di razza, l'avviamento in montagna dei giovani renitenti ai bandi di Graziani, l'invio di diffide ai pubblici funzionari dal compiere determinate operazioni (riscossioni di imposte, misure a carico dei patrioti, etc.), la raccolta di fondi rilasciando ricevute provvisorie contrassegnate dal sigillo del Comitato.... tutto ciò costituiva l'attività dello stesso C.L.N
Al di là delle attività specifiche ed a prescindere dalle preoccupazioni che esso, per il fatto solo della sua esistenza, destava negli ambienti repubblichini e nazisti, l'importanza del C.L.N. va soprattutto esaminata per quel che rappresentava nei confronti della massa dei democratici resistenti e dei più vasti strati del popolo cremonese. Esso era il simbolo della resistenza e della lotta, rappresentava l'organo depositario delle idealità democratiche per le quali era bello e decoroso lottare e lavorare.
Per le masse del popolo il C.L.N., circonfuso del mistero delle cose ignote, ingrandito dalle persecuzioni, reso nella immaginazione più forte ancora di quel che fosse nella realtà, rappresentava il Governo legale ancor prima del riconoscimento ufficiale; rappresentava l'unità di tutto il popolo che combatteva per la libertà e l'indipendenza nazionale.
In questo senso perciò il C.L.N. esercitò anche una funzione unitaria tutt'altro che trascurabile tenendo vivo, col suo nome e col suo prestigio, il sentimento popolare della continuità democratica dello Stato.
Componenti diretti del C.L.N., rappresentanti cioè dell'avanguardia democratica italiana, erano i partiti antifascisti, ricostituitisi nei 45 giorni e che ora si andavano organizzando nelle fila clandestine della congiura, educandosi nella prassi quotidiana e traendo seco l'appoggio di vaste masse popolari.
Parlando di partiti democratici in questo periodo bisogna, beninteso, riferirsi a una struttura organica quale era possibile nella clandestinità.
Generalmente a Cremona, in periodo clandestino, l'organizzazione del partito era così fatta: una centrale direttiva provinciale, un esecutivo insomma, che collegialmente esaminava la situazione politica e i problemi organizzativi, distribuendo poi ai suoi membri le varie particolari mansioni: Segreteria; rappresentanza nel C.L.N.; lavoro “sportivo” ovvero militare; stampa; assistenza; giovanile; amministrativo.
Il collegamento fra la centrale provinciale del partito e la direzione o le varie branche della direzione del movimento in alta Italia era, solitamente, tenuto da un “corriere “che, dalla provincia, settimanalmente o periodicamente, si recava a Milano e riportava i pacchi di stampa clandestina, le circolari, le armi, i denari e tutto quanto era necessario per la continuazione della lotta.
Talvolta era un delegato del Centro che veniva staccato dal lavoro del proprio settore per essere inviato a Cremona per un certo periodo di tempo, oppure un “corriere” della Direzione che, in momenti eccezionali, passava a portare ordini o direttive.
Dalla Centrale provinciale o dall'esecutivo di partito dipendevano, attraverso fiduciari o responsabili periferici, i nuclei, le sezioni o le cellule costituite tra un numero limitato di militanti.
Un altro “corriere” adempiva quindi all'ufficio di collegamento con le sezioni e con i nuclei costituitisi in provincia.
In ognuna di queste località il centro direttivo del partito aveva un funzionamento quasi uguale a quello provinciale cosicché i partiti democratici, in ogni paese, si collegavano poi ed agivano unitariamente attraverso i C.L.N. locali comunali, di fabbrica etc.
L'azione di partito si esplicava nella organizzazione degli aderenti anche mediante mezzi speciali di tesseramento (la liretta di carta a serie uguale usata, ad esempio, come tessera nei primi tempi dal Partito Socialista di Unità Proletaria), nella propaganda per mezzo della stampa, nelle riunioni (molto limitate) di elementi simpatizzanti.
Tutto ciò, naturalmente, insieme al grande compito politico di dirigere gli iscritti ad una fattiva azione di resistenza e di lotta al nazifascismo e di costituire, con l'esempio, l'educazione, la linea politica, l'avanguardia dello schieramento popolare in difesa della libertà.
Compito importante, in quel particolare momento, di ogni partito era quello di attendere al “lavoro sportivo” o militare che fosse.
Sullo scorcio del '44, con la situazione rivoluzionaria che si avvierà a divenire apertamente insurrezionale, avverrà che le varie formazioni armate di ribelli e di partigiani (Brigate S.A.P e G.A.P.) si uniranno in un solo corpo glorioso: il Corpo Volontari della Libertà (C.V.L.).
Nei primi mesi del '44 le formazioni o gruppi militari dei vari partiti sono ancora indipendenti l'uno dall'altro (benché a Cremona funzioni già una Giunta Militare interpartitica, diretta dal Maggiore Positano, che si riunisce anch'essa nello Studio dell'Avv. Francesco Frosi).
Ogni partito pensa pertanto in questi mesi al potenziamento militare delle sue formazioni.
Ognuno costituisce i propri depositi con armi raccolte al momento dell'armistizio, con sempre più frequenti disarmi di briganti neri o di tedeschi isolati ma anche con compere concluse con fascisti e tedeschi avidi di denaro.
Il metodo della compera è però il più pericoloso in quanto è assai facile cadere nelle mani di agenti provocatori.
I depositi di armi vengono occultati con ogni cura in case della periferia, in località della provincia o in nascondigli gelosamente celati in edifici cittadini.
Le formazioni militari di partito (siamo ancora nella fase organizzativa ma ben si può anticipare qualche utile chiarimento) costituiscono una vera e propria innovazione nella teoria e nella prassi militare.
I Comandanti, anzitutto, vengono scelti sulla base delle qualità personali e si prescelgono essi stessi i loro collaboratori più prossimi.
La struttura organica delle formazioni, per le necessità stesse della lotta clandestina, è flessibile, fa leva sui quadri: essi potranno, a seconda delle situazioni, porsi alla testa di un più vasto numero di patrioti che accorreranno sotto le bandiere o, come generalmente nella nostra provincia, condurre azioni con piccole bande che, compiuta l'impresa, si disperdono e confondono fra la massa dei cittadini insospettabili.
Per la nostra provincia alcuni dati di fatto sono a tutti noti.
La conformazione geografica della Provincia di Cremona è tale da non poter offrire sicuri rifugi ed adatti appigli sul terreno per bande organizzate in permanenza di insorti.
Il suolo piatto della pianura padana, solcato da una fitta rete di strade, popolato da un numero immenso di villaggi e di frazioni, non permetteva lo svolgersi di una azione partigiana continuativa così come consigliavano i vecchi teorici italiani risorgimentali (Bianco di Saint Jorioz ) e gli esempi contemporanei del partigianesimo europeo o di certa montagna in Italia.
Alla fase “ribellistica” doveva succedere, per un lungo periodo, quella della resistenza di pianura fatta di colpi di mano, di sorprese, di atti di sabotaggio, etc. Una azione frazionata di episodi di guerriglia che si prolungherà fino alla fase finale della aperta insurrezione, quando i distaccamenti e le brigate potranno spiegarsi liberamente anche in pianura nella lotta aperta contro i nazisti in fuga e i fascisti in via di liquidazione.
Prevalgono perciò completamente nella nostra zona i metodi organizzativi delle brigate di pianura (Brigate S.A.P.) distinti e diversi da quelli delle agguerrite brigate di montagna (Brigate d'Assalto).
Anche le scarse zone boscose della provincia, lungo il corso del Po e dell'Adda, non si prestano alla costituzione di “basi” partigiane per una vera e propria guerriglia continuata.
Questa mancanza si ripercuote, naturalmente, sull'addestramento dei componenti delle Squadre patriottiche.
Fanno parte di esse anche giovani che hanno già fatto il servizio militare e si sono addestrati sui campi di battaglia, ma la maggior parte è costituita da giovanissimi delle ultime classi, inesperti e non temprati i quali, specie nelle giornate decisive della insurrezione, si esporranno al fuoco dei veterani tedeschi con grande sprezzo del pericolo ma con limitata conoscenza del maneggio delle armi e di tutti gli accorgimenti tattici propri della difesa e dell'assalto.
Si cercherà, per supplire a questa mancanza, di inviare istruttori dalla zona di montagna alla pianura. Nonostante però questi tentativi l'addestramento sul terreno delle giovani unità partigiane cremonesi resterà sempre una grave difficoltà.
Bisogna dire che, come per la organizzazione ciellenistica e dei partiti, anche l'attività dei partigiani in provincia, durante i venti mesi, viene appoggiata dalla popolazione.
Aiuti di ogni sorta pervengono ad essi. Le grida spagnolesche dei nazifascisti per indurre alla consegna o alla denuncia dei patrioti restano lettera morta.
Questo sentimento di solidarietà operante fra partigiani e popolazione avrà le sue più belle e creative manifestazioni nelle giornate della insurrezione nazionale.
Questa dunque, a grandi linee, la trama provinciale della organizzazione clandestina.
E' opportuno affermare che la rete organizzativa non si costituisce d'un colpo solo da un angolo all'altro della provincia.
Rifare la storia in tale attività cospirativa, significherebbe indicare una serie continua di sacrifici, un intrecciarsi assiduo di lavoro, un movimento continuo di uomini, un profondersi nell'azione di strati sempre più vasti di popolazione. Significherebbe passo per passo, seguire l'attività circostanziata dei singoli, scrutare lo stato d'animo dei resistenti, intervenire sulla costruzione in loco di tutti gli organismi e nuclei operativi.
Nelle città e nei centri maggiori l'attività di organizzazione della rete clandestina del movimento di liberazione, segue, grosso modo, il metodo classico dell'avvicinamento individuale e del reclutamento col proselitismo per affinità ideologica di Partito. In provincia l'organizzazione della rete si svolge con metodo diverso essendo diversa la realtà sociale a cui ci si rivolge. Dopo l'otto settembre, difatti, nei paesi si formano, embrionalmente, i primi gruppi potenziali di resistenti. Tornano a casa i soldati fuggiti dalle caserme nelle ore antecedenti alla resa ai tedeschi, tornano i soldati fuggiti dai campi di concentramento e dalle tradotte di prigionieri in movimento.
Sono gli “sbandati”, i renitenti alle leve fasciste e ai bandi di Graziani. Legati fraternamente da vincolo di amicizia, costituiscono gruppi di resistenza con una organizzazione di staffette e di segnalatori che li avvertono degli eventuali movimenti dei “rastrellatori”.
Potenzialmente gli sbandati di oggi sono i ribelli, i partigiani di domani.
L'organizzazione di tali gruppi, come nella zona casalasca e del basso cremonese, arriva perfino alla costruzione in aperta campagna di rifugi attrezzati per sfuggire ai rastrellamenti e alle sorprese. Rifugi di tal genere, scavati nella terra e protetti con tronchi d'albero sul sistema delle opere di difesa della TODT sono predisposti lungo l'Oglio e lungo il canale Navarolo.
Altri rifugi per sbandati si predispongono in case private o in cascinali sparsi per la campagna.
I nuclei accennati, e per il fatto di essere direttamente minacciati dai nazifascisti e per la particolare circostanza di essere fraternamente uniti ed assieme operanti, sono particolarmente suscettibili di divenire i centri propulsori della resistenza nelle varie località.
Vincoli e rapporti vengono poi stretti fra i nuclei di località vicine. Quando qualche elemento riesce ad avere il collegamento col centro provinciale, altre maglie si aggiungono alla rete provinciale della congiura.
In provincia i giovani dispongono di una maggiore possibilità di movimento anche perché la rete repressiva della G.N.R. in sostituzione dei carabinieri deportati o fuggiaschi, ha scarsa consistenza e spesso soggiace, per timore di peggio, alla massima di non disturbare coloro che, a parte la forza che oggi rappresentano, possono domani divenire i padroni della situazione.
I bandi, le leve, i rastrellamenti che diverranno sempre più numerosi e condotti con maggior violenza non riusciranno ad aver ragione della opposizione sorda e tenace della campagna.
Al momento più scottante della situazione (primavera-estate del '44) i giovani più risoluti e più compromessi partiranno per arruolarsi nelle brigate di montagna, là dove con l'arma in pugno potranno affrontare in campo aperto gli oppressori.
Per l'economia del lavoro non è possibile entrare nei dettagli delle prime azioni compiute dai patrioti nelle varie zone della provincia.
I diari storici delle diverse formazioni segnano, giorno per giorno e passo per passo, le attività patriottiche dei vari nuclei di resistenti.
Quanto avveniva nel capoluogo, nella organizzazione della attività clandestina, si ripeteva anche nei centri maggiori della provincia. Il Casalasco, per la sua vicinanza all'Emilia ha, nella cronistoria della resistenza, una particolare importanza e funzione costituendo il punto di sutura fra la pianura padana e le propaggini collinose degli Appennini con la via di transito attraverso i passaggi obbligati sul Po.
Nella zona, all'otto settembre, i reparti militari italiani di stanza a Viadana, Colorno, Brescello, Casalmaggiore, si sciolgono dopo aver combattuto audacemente contro i tedeschi, lasciando sul terreno parecchi morti.
Immediatamente, tra gli sbandati, rifugiatisi nelle zone boscose, nelle isole del Po, nei cascinali spersi, e gli antifascisti coscienti si stringono i primi rapporti che porteranno alla costituzione successiva di formazioni partigiane attive e risolute di cui il nucleo combattivo, già alla fine del '43, si trasferirà sui monti del Parmense, nella zona di Osacca, ove darà filo da torcere ai nazifascisti.
Fra i vecchi antifascisti della zona è possibile ricordare l'Avv. Claudio Orlando, del P.S.I., e Angelo Formis della D.C. che, compromessi nei 45 giorni, debbono prendere la fuga.
Altri giovani si riuniscono in una “libera associazione giovanile “che ha per scopo di riunire, sotto giuramento, i partigiani della zona. Questa viene suddivisa in tre settori, che fan capo rispettivamente a Casalmaggiore, Viadana e Sabbioneta.
L'attività è rivolta ai seguenti scopi: ricupero delle armi del disciolto esercito per rifornire le formazioni; salvataggio e passaggio al traghetto del Po dei militari italiani fuggiti dai campi di concentramento e dei perseguitati politici; sabotaggio dell'attività militare tedesca nella zona; difesa e reazione contro le rappresaglie che i neofascisti minacciano di commettere sulle persone di sentimenti nazionali.
Nel quadro di queste direttive generali si esplica la prima attività dei patrioti con ricupero di armi operate nella caserma comando della tenenza dei C.C di Casalmaggiore.
Qui si recuperano quattro moschetti con casse di munizioni, due mitra, sei pistole automatiche, mentre il gruppo comandato da Giovanni Favagrossa, che poi cadrà gloriosamente in combattimento, ricupera nelle caserme 12 moschetti, munizioni, bombe a mano, esplosivi.
In una azione di recupero di materiale da carri ferroviari, si fa luogo a una violenta sparatoria con sentinelle tedesche.
Vengono compiuti atti di sabotaggio, intesi più come attività slegate e manifestazione di odio risoluto contro il tedesco che come espletamento di un piano organizzato.
Così il sabotaggio ad una centrale R.T. mobile alla stazione ferroviaria di Casalmaggiore; così atti di sabotaggio su colonne di macchine dirette verso il fronte sul ponte del Po.
I fascisti riorganizzatisi passano alla riscossa ed allora il gruppo più efficiente degli antifascisti casalaschi esamina la possibilità di trasferirsi nella zona montuosa del parmense per poter meglio organizzarsi e combattere.
Azioni similari di sabotaggio e di ricupero di armi avvengono nello stesso periodo nella zona di Piadena, Pessina, Ostiano.
Asportazioni di armi dalla caserma dei carabinieri di Piadena, sottrazioni di armi automatiche da una macchina tedesca ferma davanti alla stazione. Atti di sabotaggio alle linee telegrafiche e telefoniche. Cabine elettriche nella zona, vengono danneggiate.
Per quanto riguarda il soresinese, la zona di Pizzighettone ed il basso cremasco l'attività dei patrioti registra notevoli episodi. Viene assalita a Soresina la casa dell'ex fascio, si raccolgono armi in buon numero e si collocano in depositi opportunamente disposti ed occultati. Sempre a Soresina si opera il disarmo di due militi della “compagnia della morte” e si ricuperano così due pistole automatiche.
A Pizzighettone vengono tagliati i fili telefonici del Comando tedesco.
Negli stabilimenti di Crema, le masse operaie, che si vedono minacciate nei loro elementari diritti di vita e di salario, iniziano un cauto sabotaggio della produzione.
Si incomincia su larga scala la diffusione della stampa clandestina e l'organizzazione, sul posto stesso di lavoro, dei nuclei della Resistenza che fanno capo a partiti politici e quindi al Comitato di Liberazione della città.
Sul finire del tragico 1943, la rete della congiura, in tutta la provincia è un dato di fatto su cui si può contare.
La popolazione è uscita dalla fase di panico e di disorientamento iniziale. La fredda politica di sfruttamento del paese ai fini bellici operata dal tedesco e il servile appoggio dato ad essa dalle autorità repubblichine, esasperano le masse popolari e i ceti medi, che all'otto settembre ritenevano di aver raggiunto il porto della pace.
La necessità di una dura lotta per il raggiungimento degli ideali intravisti va ormai entrando nella mentalità di tutti. I nazifascisti si sono riorganizzati e riarmati, anche il popolo si organizza e si arma nelle trame clandestine della grande congiura.
“IERI NELLE PRIME ORE DEL MATTINO E' STATO PASSATO PER
LE ARMI...”
Ai primi di gennaio del '44 la situazione in provincia paradossalmente si presenta nel seguente modo: esiste un governo legale, coi suoi organi, le sue forze armate, le sue legittime dipendenze, che agisce clandestinamente e che, direttamente o indirettamente, influisce nella gran massa della popolazione. E' il Comitato di Liberazione che funziona, rappresenta gli interessi e i diritti legittimi degli italiani, identifica in sé la continuità storica e giuridica dello Stato italiano.
C'è d'altra parte, agente alla luce del sole per l'appoggio e la violenza dell'invasore straniero, un sedicente governo di parte, espressione di una fazione e identificantesi in una banda di avventurieri, che dichiara di rappresentare la volontà del popolo coatto, opera contro gli interessi permanenti della nazione, sfrutta le scarse risorse e spreme le ultime ricchezze al solo scopo di compiacere e di fare il gioco dello straniero.
Si vive un tragico paradosso: mentre i buoni italiani, i patrioti, sono costretti ad agire nascostamente, a sacrificarsi, a cadere sul campo per la salvezza della nazione; i pessimi cittadini, tornati al seguito dell'invasore, apparentemente trionfano e compiono le loro vendette ai danni di coloro che li hanno smascherati durante i 45 giorni.
E sgombriamo subito il campo da una perfida illazione che, in questi ultimi anni, è venuta affiorando nella stampa e nella dialettica qualunquistica di movimenti spurii che sono i reali fiancheggiatori del fascismo.
La lotta di liberazione, il grande sforzo che il popolo italiano esercitò per compiere il voto dei padri e riconquistare libertà e indipendenza viene da costoro definita come “guerra civile”.
E' questa una definizione che puzza di arbitrarietà e di malcostume e che finisce, apertamente, per confinare col patteggiamento col fascismo.
“Guerra civile” vorrebbe significare una tal quale equivalenza dei fattori morali portati a sostegno delle due parti in lotta. Vorrebbe significare che entrambe le parti avevano pressappoco eguali torti e ragioni. Noi, e con noi tutta la Resistenza e colla Resistenza l'autentico popolo italiano, neghiamo in forma assoluta che si possa parlare di guerra civile tra fascismo e democrazia.
La banda dei negrieri fascisti, legati a filo doppio cogli invasori, combatteva per mantenere i suoi privilegi, per mantenere schiavo il popolo italiano, per favorire, ai danni di questo, uno stato straniero di cui era divenuta serva umilissima e ubbidientissima.
La Resistenza italiana scattò in piedi come un solo uomo. Non aveva interessi personali da difendere e da conquistare, la Resistenza Italiana! Non avevano i figli del popolo italiano, senza alcuna distinzione politica, speranze immediate di bottino o remore di carriera per affrontare nelle forre delle Alpi e degli Appennini e nelle strade e piazze delle città le torme agguerrite di nazifascisti.
Il sogno generoso dell'idea liberatrice, la patria tradizione di lotta allo straniero invasore guidavano i giovani della Resistenza e li confortavano nelle dure lotte e nell'ultimo sacrificio.
Non guerra civile dunque, non rissa sanguinosa e malvagia fra due fazioni che si dilaniano a vicenda sotto gli sguardi attoniti o beffardi degli stranieri. Sacra guerra, invece, combattuta dalla stragrande maggioranza del popolo contro lo straniero invasore e i suoi servi in Italia, la lotta di liberazione!
Resistenti e partigiani non sono la “guardia armata” di una fazione, sono l'esercito dell'Italia democratica e civile, costituiscono lo stato maggiore e la classe dirigente della nazione impegnata in un durissimo sforzo di rinascita insidiata dagli stranieri e dai servi dello straniero.
Alla luce di questa constatazione, valida agli effetti storici e morali per l'antifascismo militante e per il popolo, gli avvenimenti appaiono direttamente collegati agli ideali del Risorgimento e inalveati nel corso potente della storia.
La repubblica Salodiana, a questa luce, appare come è realmente, un'appendice, un'escrescenza del corpo da pachiderma, già in decomposizione dello stato hitleriano.
Per illogicità storica e ideologica esso supera perfino gli staterelli esistenti in Italia prima del periodo risorgimentale.
La sua esistenza, sul piano politico, vien giustificata dai suoi assertori con una “legittimità” di diritto che si basa, evidentemente, sui plebisciti falsati e violentati dal ventennio.
Sotto questo punto di vista valeva di più la “legittimità” delle pretese di Francesco V da Este sul Ducato di Modena, basate su trattati internazionali e sul possesso ab immemorabili.
Su tale concezione repubblichina non varrebbe, del resto, nemmeno la pena di soffermarsi tanto essa appare sfasata e alla luce delle leggi e ancor più, nel XX secolo, a quella della volontà popolare che è l'unica fonte di diritto pubblico nei nostri tempi.
La repubblica Salodiana, per concorde opinione di giuristi e per manifestazione di popolo, non è altro che uno stato di fatto, una succursale, in tradizione italiana, pan germanica costituita in Italia per meglio servire gli interessi stranieri.
Da ciò discende che gli atti compiuti in spregio ai diritti e agli interessi della collettività e dei singoli, con una impostazione politica contraria a quella nazionale e patriottica, costituiscono altrettanti crimini di lesa nazione che si traducono in delitti contro la personalità umana e in offesa alle norme del diritto penale e civile.
La responsabilità di tali atti ricade sugli agenti materiali e morali della dittatura.
Ora, se, per spirito di conciliazione nazionale, è opportuno stendere un velo sui misfatti perpetrati, in un periodo di aberrazione mentale, sia ben chiaro che ciò avviene solo per l'indicato spirito perché la Resistenza non ha nulla da rimproverarsi e nulla da rimpiangere nel suo rettilineo operato e nella linea retta della sua politica.
Ai primordi del '44 l'opinione pubblica nazionale e la volontà popolare erano tese al grande compito della liberazione.
Lo stato di cobelligeranza stabilito colle nazioni unite mutava sensibilmente la posizione internazionale dell'Italia.
Il capovolgimento delle alleanze, da quella formale e imposta colla Germania a quella di fatto e sentita dal popolo colle nazioni unite, dava un tono alla guerra di liberazione e al processo formativo di una coscienza europea.
La ribellione in atto alle bieche forze del dispotismo nostrano e tedesco colorava di anticipazioni umane e sociali l'aurora fosca della resurrezione italiana.
Le forze della tirannide avevano già oltrepassato l'acme della parabola e più che aggrapparsi a tutte le asperità della discesa per prolungare la loro esistenza altro non potevano fare.
Passato che fosse il periodo di sbigottimento e impreparazione delle forze conservatrici e di reazione, da una parte e passato che fosse il periodo di sbigottimento e impreparazione delle forze vitali democratiche dall'altra, le prime erano destinate a cadere anche se la loro resistenza si faceva più accanita man mano che si affacciava il destino segnato.
Salò rappresenta dunque una fosca pagina nella storia della patria. Indica la fazione ostinata nella difesa dei suoi privilegi, segna un passo a ritroso nella storia che inizia dal 1943.
L'ostinazione della gerarchia nel non voler cedere di fronte alla dialettica della storia fa sì che l'equivoco perduri ancora per qualche mese con danni infiniti per l'avvenire della nazione. Ciò non avviene solo in Italia ma anche in Francia con Petain e in tutti i paesi occupati dai tedeschi con governi “fantoccio”.
Agli inizi del '44 dunque, mentre la Resistenza accresce la propria organizzazione clandestina e si appronta a dare aperta battaglia alla dittatura schierandosi sul fronte dei popoli liberi, la “repubblica” dei traditori si è costituita ed agisce.
Con opera cieca, ubbidendo alle direttive straniere e ai propri livori di casta, contro la Resistenza e contro il popolo. Pel resto cerca di mimetizzarsi con atti amministrativi di governo che tradiscono però l'essenza di stato fittizio creato pei bassi servizi dell'oligarchia hitleriana.
Non certo come “atto rivoluzionario” col quale una qualsiasi rivoluzione segna, sia pure nelle contraddizioni interne e nei moti scomposti, le linee della sua evoluzione, ma come misfatto di basso impero va inteso il “processo di Verona”, macchinato machiavellisticamente per far colpo sulla opinione pubblica con una esibizione propagandistica, ributtante, a sfondo macabro. Con esso la gerarchia filohitleriana si vendica sui suoi ex componenti che in ultima analisi avevano compreso, sia pure in extremis, la necessità di sacrificare la fazione per le sorti immanenti e permanenti della patria.
Il fatto della condanna a morte e della esecuzione seguitane degli ex dignitari del regime (compreso fra essi il genero del dittatore) si intende e si spiega come un avvenimento di cronaca nera nel quale i complici irritati si vendicano dei resipiscenti alleati, credendo con ciò di determinare una ripercussione utile allo scopo di continuare sulla strada intrapresa.
In questa atmosfera si giustifica, dal punto di vista reclamistico, l'apostrofe, barocca e fuori della realtà rivoluzionaria, dell'Avv. Fortunato, pubblico accusatore al processo di Verona: erano andati a scovare nei testi scolastici perfino una fraseologia da rivoluzione francese!
Ai cinque condannati, stupiti di dover morire per mano di persone da cui praticamente nessuna ideologia li divideva, egli gridava: “getto le vostre teste alla storia, forse anche la mia, perché l'Italia viva”. L'Italia cui alludeva il pletorico retore era, naturalmente, l'Italia fascista e repubblichina.
Il processo di Verona, in tutta l'Italia repubblichina, segnava l'inizio dell'attività dei Tribunali Provinciali Rivoluzionari che erano stati la prima misura colla quale il fascismo voleva vendicarsi dei suoi nemici dei 45 giorni.
Essi dovevano giudicare, sulla base del decreto emanato in proposito dal “duce”: 1) i fascisti che si erano resi colpevoli di violazione del giuramento fascista con atti e con parole anche dopo il 25 luglio; 2) gli iscritti al partito che avessero, nello stesso periodo di tempo, compiuto atti contro il fascismo su persone e simboli.
Ce n'era abbastanza per poter deferire al tribunale provinciale rivoluzionario tutti gli abitanti della città e provincia sulla base, si noti bene, di norme a carattere retroattivo ed emanate da un organo che non aveva alcuna veste giuridica per farlo.
L'attività di questi Tribunali, finché si limitò ad esaminare le denunce dei fatti del 25 luglio, si ridusse a una burletta: anni e anni di reclusione affibbiati dai giudici ad accusati convinti che, per lo svolgersi futuro degli eventi, avrebbero scontato ben poco della pena.
Tragica divenne quando codesti Tribunali cominciarono a funzionare contro partigiani, patrioti sorpresi colle armi alla mano o impegnati nella cospirazione antinazista.
Il Tribunale Provinciale rivoluzionario di Cremona si riunì, nella sala della corte d'Assise della città, il 15 febbraio 1944. Esso, naturalmente, non era costituito da giudici di carriera ma da elementi faziosi di altre città, onde far credere a una imparzialità impossibile ed onde (più sicuramente) rendere più difficile in un tempo futuro la ricerca dei giudici da parte del legittimo potere giudiziario.
Presidente del Tribunale era l'Avv. Corrado di Venezia, giudici certi Chiais e Paladino, pubblico accusatore; l'avvocato Armando Aprile.
I dibattiti eran seguiti da un folto pubblico di fascisti ai quali si mescolavano i soliti curiosi.
Dalla parete era stato tolto (pare in gara di tiro a segno a colpi di pistola) il ritratto del precedente Capo dello Stato e sostituito da quello del “duce”.
Il 15 febbraio fu la volta di due cittadini cremaschi: Romolo Calzi e Giuseppe Maccarinelli, imputati di manifestazione antifascista a Crema e di violenze su cose e simboli del fascismo.
Il Calzi venne condannato a sette anni di reclusione, il Maccarinelli (pel quale l'ameno pubblico accusatore aveva chiesto addirittura la pena di morte) a trent'anni.
Che tali condanne fossero sentite dalla cittadinanza come qualcosa di innaturale, contrario al buon senso e giuridicamente infondato, lo percepì lo stesso Farinacci, allorché, sotto il testo della condanna, aggiunse sul “Regime Fascista” una noterella ai giudici colla quale li invitava “a differenziare la pena e non ricorrere con estrema facilità al massimo di essa”.
Il giorno successivo 16 febbraio altri antifascisti del 25 luglio si presentavano a tambur battente alla sbarra del Tribunale.
Il libraio Lorenzelli, imputato di analoghi reati, veniva condannato a trent'anni di galera.
Un imputato di Crema, Edgardo del Torchio, non iscritto al p.n.f., veniva assolto.
Il Marchese Martucci di S. Maria, pur esso imputato, con una opportuna messa in scena si prendeva gabbo del Tribunale e la sua causa veniva rinviata in attesa di una successiva perizia. Le cose ormai si svolgevano stancamente per il Tribunale. A ciò non erano estranee né l'imponderabile pressione dell'opinione pubblica stanca della farsa, né la sensazione degli stessi ambienti fascisti che l'affare servisse solo ad allarmare il pubblico operando in maniera controproducente.
Dopo una condanna a otto anni di Alessandro Fanetti, imputato degli stessi reati, il Tribunale aggiornò le sue sedute ad una data futura.
Gli antifascisti più attivi o più conosciuti si erano immessi nella clandestinità, gli altri avversari del regime non si erano ancora palesemente chiariti per tali; il Tribunale per ora non aveva di che occuparsi.
Nel frattempo il C.L.N., a mezzo di Ottorino Rizzi e di Lionello Miglioli, aveva organizzato con successo l'evasione di due arrestati che ben volentieri Farinacci avrebbe visto sullo scranno degli imputati: erano questi l'ex prefetto di Cremona Trinchero e l'ex questore Barbagallo.
Costoro, più che da antifascisti, avevano agito durante i 45 giorni da funzionari governativi applicando le direttive contenute nelle circolari ministeriali.
Era cosa stolta imputarli per atti nei quali non avevano fatto altro che applicare, senza alcuna partecipazione personale, le disposizioni del governo.
Ma la gerarchia cremonese, non potendosi vendicare su Badoglio e sui ministri del periodo badogliano, voleva rifarsi sui rappresentanti in loco della burocrazia centrale, autrice del colpo di stato contro il fascismo.
Un particolare senso, ingenuo forse, di “cameratismo” tradito aleggiava nel risentimento di Farinacci e della gerarchia contro i due capi locali della burocrazia badogliana.
Fino al 24 luglio i legami fra le gerarchie e costoro, erano stati quanto mai stretti; fino al 24 luglio '43 si era potuto vederli spesso assieme i gerarchi ed i burocrati, famigliarmente, al caffè Galleria.
Il tradimento al fascismo si colorava perciò di risentimento personale. L'evasione dei due, particolarmente curata da Lionello Miglioli, riuscì a buon fine e suscitò in città impressione perché dimostrava, a parte la personalità dei perseguitati, che la resistenza agiva e bene al momento opportuno.
Sfuggendo alla vigilanza delle guardie che li piantonavano all'Ospedale dei Camilliani, ove erano riusciti a farsi ricoverare, i due in bicicletta poterono sottrarsi alle ricerche e raggiungere un rifugio sicuro già procurato per loro.
Non è a dire che mancassero la vigilanza e gli organi di repressione.
A parte la gendarmeria tedesca, la quale più che altro interveniva eccezionalmente e solo quando era minacciata direttamente la sicurezza della Wehrmacht e della organizzazione hitleriana, il fascismo, come staterello di polizia, aveva subito riorganizzato, ampliandoli e dando ad essi maggiori poteri, i suoi organismi repressivi.
Si è ancora nella fase “legalitaria” della “repubblica” ma se l'U.P.I. e gli altri servizi antipartigiani non funzionano ancora in pieno e con metodi completamente brutali, è anche vero che era scomparso definitivamente quel senso” borboneggiante” di “non t'incaricà “ e di quieto vivere che aveva aleggiato nell'ultima fase del ventennio nelle alte sfere e in quelle periferiche della burocrazia italiana.
Gli elementi non faziosi o semplicemente i mestieranti si sono eclissati dalla burocrazia Salodiana temendo per la carriera e per gli stipendi futuri.
L'attuale padrone non dà difatti soverchie garanzie di stabilità e di durata. Rimangono, è vero, elementi doppiogiochisti o “pagnottisti” che siano, ma restano negli anfratti morti degli uffici, attenti a non farsi scorgere e a non farsi sentire, attendendo lo svolgersi degli eventi per poter riapparire a galla.
Stanno alla superficie e agiscono i funzionari ed i dipendenti che nulla hanno da perdere dato il loro passato fazioso e per aver raggiunto i posti e gli impieghi con criteri e metodi illegali. Essi sentono che domani, in democrazia, tutto verrà rivisto e rimesso sulle basi della giustizia amministrativa.
Questura, Prefettura, Intendenza di Finanza, Provveditorato agli Studi, si popolano di arnesi vecchi e nuovi che si pongono in vista o per i criteri dianzi accennati o colla segreta speranza (il fronte dell'Italia meridionale è fermo e ancora non si parla di secondo fronte) di una vittoria dell'Asse che sancisca anche per loro i diritti di “ante marcia” nella repubblica sociale agli effetti della carriera, delle promozioni e dei trattamenti speciali riservati ai benemeriti della causa.
Nella Questura e nella Intendenza emergeranno elementi, fortunatamente non cremonesi, che passeranno ad una nera notorietà per i misfatti commessi nella tentata repressione dell'antifascismo.
Alcuni di essi pagheranno anche il fio delle loro colpe davanti al plotone di esecuzione.
Ad ingrossare le fittizie apparenze della atmosfera fascista della città e provincia, già vivace per l'affluire e il dimenarsi in variopinte divise degli avventurieri usciti dal sottosuolo politico, si aggiunse in questo torno di tempo, contemporaneamente al passaggio dei primi profughi, l'arrivo dei “ministeriali”, assieme ai loro “ministeri”.
La repubblica sociale a Roma sentiva il terreno bruciarle sotto i piedi per la vicinanza al fronte. La capitale per questa sostanziale ragione era stata trasferita al nord, assieme al cosiddetto “quartiere generale”. Anche se verbalmente si diceva che lo sgombero era stato fatto per risparmiare a Roma gli orrori della guerra, oppure, come dichiarava qualche fazioso esaltato, che esso veniva fatto per allontanare il governo “dalla cloaca della capitale badogliana”. Si veda a questo proposito l'o.d.g. dei fascisti repubblichini del Ministero Africa Italiana presentato allo stesso Farinacci.
A Cremona con bagagli e scartoffie si trasferirono dunque in questo periodo il “Ministero dell'Africa Italiana”, una sezione della “Cassazione” e la “Corte dei Conti”.
Naturalmente, nella loro quasi totalità, funzionari e impiegati dei predetti ministeri o uffici centrali erano il fior fiore del fascismo burocratico.
Gli altri si erano dati alla macchia o erano riusciti con qualche pretesto a rimanere nella capitale.
I neo venuti contribuivano, dunque, a colorare di toni più accesi il quadro della Cremona repubblichina.
Il Ministero dell'Africa aveva sede in un palazzo di Corso Garibaldi ed il suo Dopolavoro era al circolo della Caccia in Corso Campi.
“Regime Fascista” acquistava così dei collaboratori che davano un tono diciamo “ideologicamente più elevato” alla quotidiana serie di menzogne e di panzane davanti alle quali l'animo dei cremonesi, notoriamente scettici e scanzonati, si arrestava stupefatto per l'impudenza degli estensori.
A proposito di questi collaboratori, di cui non facciamo i nomi perché non ne vale assolutamente la pena, vogliamo ricordare un episodio che fece impressione sulla cittadinanza. Uno di questi articolisti fasulli ricordando, il 10 marzo, la data della morte di Giuseppe Mazzini (ma quando mai se ne erano ricordati durante il ventennio questi complici della monarchia?) aveva dichiarato che “questo grande italiano era stato odiato e beffato dai clericali, dai liberali democratici, dai socialisti e dagli stessi repubblicani.
Vittorio Dotti, vecchio repubblicano cremonese, si sentì colpito dalla ridicola affermazione e non esitò a prendere posizione con una lettera pubblicata sul “Regime Fascista” del 12 marzo, contro l'asserzione bugiarda.
Egli si rivolgeva al “cittadino Ministro” (aggirando così l'ostacolo del “camerata” e dell'ossequio ad esso dovuto) e, dopo aver ribattuto l'asserzione chiedendo dove e come i repubblicani del vecchio partito avessero odiato e beffato il maestro, giungeva a criticare severamente “la giovane repubblica fascista “citando un passo di una lettera di Mazzini indirizzata durante la repubblica romana ai ministri francesi.
Ecco la parte essenziale della lettera: “... Vorrei invece per il bene della nostra Patria straziata che la giovane repubblica fascista potesse scrivere le stesse parole che Mazzini indirizzava ai Ministri di Francia, Sigg. Tocqueville e Falloux, che lo accusavano di non so quali atrocità da lui ordinate durante la breve ma gloriosa vita della Repubblica romana. Eccole “potete, signori, citare per cinque mesi ad un di presso di governo repubblicano una sola condanna a morte per ragione politica? Un solo giornale sospeso per ordine governativo? Un solo decreto diretto a vincolare la libertà della stampa anteriore all'assedio? Citate. Citate le leggi ordinatrici del terrore. Citate i bandi feroci. Citate le vittime o rassegnatevi al marchio di mentitori”.
Il “Regime Fascista” pubblicò la lettera, anche se seguita da un lungo commento che sostanzialmente in nulla sminuiva le grandi responsabilità che la repubblica fascista aveva in confronto a quella cui essa osava paragonarsi.
Sta il fatto che tutte le colpe di cui Mazzini dichiarava monda la Repubblica romana erano invece mezzi di vita e strumenti di azione dello staterello fascista.
Frattanto il tono economico e sociale, il tenore di vita degli strati poveri e medi, anche se ancora in un periodo di relativa quiete, andava rapidamente peggiorando.
Le devastazione del settembre e le accresciute pretese dell'alleato che pretendeva soprattutto di prendersi risorse per alimentare il popolo eletto e per lo sforzo bellico, avevano determinato una sempre maggiore rarefazione di merci sia al mercato che al contingentamento assieme al fattore del mercato clandestino.
La popolazione cresceva per l'arrivo di sfollati e di profughi, la produzione diminuiva per deficienza e di mano d'opera, di fertilizzanti e di materie prime in genere.
Si aggiunga che al costituito esercito repubblichino ed alle bande degli irregolari fascisti venivano riservate quantità immense di viveri.
I lanzichenecchi dovevano vivere sul paese ed a spese del paese.
Sin dai primi mesi del ‘44 il tenore di vita della popolazione cremonese cala in maniera impressionante.
Le razioni tesserate quando arrivano (e se arrivano) sono razioni letteralmente di fame.
Il pane (un etto per persona) è una miscela immangiabile e informe di prodotti vari.
La nostra provincia, celebre per le sue vaccherie, vede tesserato il latte, poco e scremato fino all'ultima particella di grasso, qualche putrido e indegno brandello di carne, pochi decilitri di olio puzzolente...
La vita veramente non è allegra pei cremonesi lavoratori o ceti medi.
Alle restrizioni di carattere alimentare si aggiungano quelle di ordine poliziesco o genericamente derivanti dalla situazione che peggiora. Scarseggiano i generi di abbigliamento; manca il cuoio per le scarpe; si rarefanno i copertoni e le camere d'aria per le biciclette. Non è rato davanti ai negozi vedere le code di gente che attende impaziente, e, nell'attesa impreca agli autori di una situazione tanto disastrosa e ai fondatori della repubblica.
I mezzi di trasporto sono rari, le ferrovie e le corriere sovraccariche. Ai posti di blocco vigilanza e perquisizioni sono all'ordine del giorno.
Quando suona il coprifuoco i cittadini fuori casa, anche se muniti di salvacondotto, temono sempre di incontrare i visi patibolari della G.N.R., non sapendo cosa potrà mai succedere.
Verso le ore serali Cremona e i centri maggiori della provincia assumono un aspetto spettrale di città deserta e desolata.
E ce n'era ben d'onde: nei cinema potevano improvvisamente aver luogo le cosiddette “razzie”, nelle strade potevano aver luogo rastrellamenti degli uomini validi.
Una chiassata carnevalesca, basata però sulla brutalità squadristica riaffiorante nelle giovani leve del fascismo repubblichino, avvenne in questo periodo sotto la Galleria allora 23 marzo.
Gruppi di giovinastri si appostarono agli angoli dell'edificio aggredendo i giovani e quanti altri essi ritenevano in età di andare a combattere “spalla a spalla coi camerati germanici”.
Si ebbero quella sera colluttazioni e pugilati nonché “tagli di capelli” ai giovani che non garbavano agli scherani repubblichini.
Altro tocco al quadro pittoresco e tragicomico del fascismo cremonese è dato, proprio in questo periodo, dai “preti di Farinacci”.
Già nel corso del lavoro si è sottolineato il carattere anticlericaloide dell'ideologia di Farinacci.
Costui, immesso imprudentemente nella massoneria nei suoi giovani anni, aveva attinto da essa la parte deteriore del programma.
In prosieguo di tempo egli era ormai divenuto un transfuga dalla stessa per ragioni esclusivamente di carattere personale.
Gli era rimasto un astio velenoso contro i preti, astio che non si identificava in una pura e semplice presa di posizione politica e religiosa, ma in una avversione podrecchiana ai preti come tali.
Il lato umoristico della faccenda sta in ciò che, mentre egli per ragioni politiche o personali avversava e polemizzava coi preti fedeli alla chiesa e alla loro gerarchia, al tempo stesso raccoglieva attorno a sè un gruppetto di preti spretati o sospesi a divinis che non distavano molto dall'acclamarlo profeta e vate d'Italia.
In questo clima antichiesatico e giuspatronalistico di marca repubblichina, uscì alla luce il libello, pseudo religioso e pseudo patriottico, intitolato “Crociata italica” settimanale diretto da un certo don Tullio Calcagno.
Era costui un ex parroco di Terni, sospeso a divinis dal suo vescovo e giunto al nord colle prime bande di profughi.
Moralmente un avventuriero, come tanti altri abati venturieri che infestarono l'Italia nel ‘700.
Meno fortunato del suo collega, Eusebio Zappaterreni, che i cremonesi ebbero la ventura di ascoltare in una sgrammaticata concione tenuta sotto la Galleria, Tullio Calcagno, nei giorni dell'insurrezione, finì fucilato in località lungi da Cremona.
L'attività di “Crociata italica”, per i toni sostanzialmente antireligiosi assunti e per la polemica contro le direttive della Gerarchia Cattolica, incontrò logicamente la decisa riprovazione del Vescovo di Cremona, promosso dalla Santa Sede, proprio in quel periodo, ad Arcivescovo in riconoscimento delle sue benemerenze.
Da ciò l'urto verbale, a base di insulti e di invettive da parte di “Regime Fascista” e del suo direttore, contro Mons. Cazzani ed in appoggio a “Crociata Italica”.
C'era ancora tempo per queste polemiche e urli forsennati. La situazione militare stagnava e i cani abbaiatori potevano, almeno a parole, sfogarsi coi loro avversari.
Una certa qual speranza rinasceva forse nel cuore delle anime perdute dal fascismo.
Chissà? Forse le armi nuove sbandierate da mesi potranno entrare in azione. Forse le Nazioni Unite non potranno mantenere a lungo lo sforzo. Forse il secondo fronte non si farà....
I repubblichini (essi si chiamano fieramente; repubblicani, ma il popolo, dalla voce grave e simpatica di Umberto Calosso al microfono di radio Londra, ha appreso alfierianamente a chiamarli così!) i repubblichini dunque, facili agli entusiasmi come saranno pronti a darsi il 25 aprile alla più piatta demoralizzazione, sono in fase di ricupero.
“L'alleato germanico” è forte, i suoi feldgendarmi, colla placca al collo, regolano il traffico sul Corso Campi insegnando la disciplina stradale ai riottosi cremonesi. La resistenza antifascista da sì segni di vita ma le notizie che la riguardano non compaiono né sul “Regime” né su “Crociata” né sulla rinata “Marcia Rivoluzionaria” organo dei C.A.G (gruppi di azione giovanile).
Due battaglioni di reclute (pionieri e costruttori secondo il termine germanico) destinati a lavori di fortificazione in Toscana, dove subiranno attacchi e perdite da parte dei partigiani, sono in addestramento al “Casermone” di S. Bernardo.
E verrà anche, in questi giorni, a Cremona il “leone di Neghelli” in persona, il Maresciallo Graziani, a ispezionare le truppe e scambiare “camerateschi” saluti coi fascisti cremonesi.
Il fascismo cremonese è in linea, anche se sull'” Arena” di Verona il fascista “alla Pettinato” Castelletti ammonisce: “L'Italia non deve divenire come Cremona”, alludendo all'oasi nazista farinacciana qui creatasi all'interno dello staterello Salodiano.
Il 14 marzo su “Regine Fascista”, in neretto, compariva il seguente comunicato dal titolo “la fucilazione di un terrorista vestito da ufficiale della G.N.R.”.
“Ieri nelle prime ore del mattino è stato passato per le armi un giovane di cui non è stato possibile accertare le generalità né la provenienza. Vestiva abusivamente l'uniforme di ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana e fu trovato in possesso di bombe a mano, rivoltella, pugnale, carta topografica e denaro”.
Anche oggi, a distanza di dieci anni dal fatto, il mistero più assoluto regna sull'assassinio perpetrato, in questa occasione, dal comando repubblichino.
Chi era il fucilato? Indubbiamente un partigiano di altra provincia in via di trasferimento o un eroico combattente della libertà che, attraverso la linea del fronte, doveva giungere con incarichi di guerra e di collegamento a qualche grande unità partigiana.
Il suo contegno viene rivelato dal comunicato stesso là dove si asserisce l'impossibilità di conoscere le generalità e la provincia del fucilato.
Un partigiano ignoto insomma! Un caduto che non ha nome anche oggi per Cremona se non quello glorioso di combattente per la libertà.
La notizia, recata in cronaca, non scosse allora se non l'attenzione commossa dei resistenti che leggevano il giornale avversario per avvertire gli stati d'animo che ne trasparivano.
Era caduto un amico, un fratello di lotta. L'esempio serviva ancor più a rinfocolare nel cuore dei resistenti la volontà di lotta e il desiderio di vendicare i caduti.
IL MOVIMENTO CREMONESE DI LIBERAZIONE
NEL SECONDO RISORGIMENTO
II
LA CITTA' SOTTERRANEA
Nel frattempo la città sotterranea della Resistenza cremonese viveva la sua vita laboriosa e silenziosa tutta rivolta all'organizzazione e al potenziamento del movimento di liberazione.
La rete costruttiva si andava estendendo attorno al massimo organo rappresentativo del C.L.N. e sulle basi dei partiti politici democratici.
Il periodo dal Gennaio al Maggio 1944 è caratterizzato, nel settore della Resistenza, da una maggiore e profonda penetrazione dei partiti politici in direzione delle masse, da una migliore organizzazione del settore propriamente militare e infine da tutta una serie di atti che dal sabotaggio al potenziale bellico germanico vanno al disarmo di pattuglie e a vere e proprie scaramucce impegnate in località della provincia.
I cinque partiti del C.L.N. (diverranno sei al momento della Liberazione colla immissione del P.R.I. rappresentato da Vittorio Dotti), si preoccupano in questo periodo di allargare la propria base cospirativa. Ciò non ad uno scopo elettoralistico per il periodo post liberazione ma a quello di ritrovare quadri e gregari da immettere nella lotta di liberazione. Il che, come tutte le battaglie, oltre a determinare morti e “caduti “, logora anche i nervi e la tensione dei partecipanti.
E la rete organizzativa dei partiti democratici si estende, gradualmente, a zone più vaste giovandosi dei capisaldi già scaglionati e servendosi soprattutto della stampa clandestina diffusa con relativa abbondanza.
Si è già detto in precedenza come essa veniva, a cura delle varie direzioni dei movimenti, smistata a Milano e trasmessa in provincia a mezzo di “corrieri“ o di cittadini volenterosi e arrischiati. Citiamo due casi caratteristici. Il valoroso “corriere“ del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, Enrico Gianluppi, che per tutta la durata della lotta, settimanalmente, in treno o in bicicletta rischiò la vita per portare da Milano, sotto gli sguardi indagatori dei fascisti, centinaia e centinaia di copie dell'Avanti! clandestino e di altri giornali, non trascurando magari di porre nel fardello qualche caricatore di mitra o qualche bomba a mano!.
Citiamo poi l'altro caso del Prof. Giulio Grasselli, uno studioso e un pensatore, che si reca anch'egli a Milano in bicicletta a prelevare le copie del “Caffè”, il giornale clandestino del Partito Liberale.
Un semplice accostamento di nomi e di fatti! Che, se si aggiunge l'onesto sacerdote che, spinto da amore di patria e da carità cristiana, ospita e pone in salvo, sfidando le ire di Farinacci e il carcere, prigionieri inglesi e perseguitati, dà il quadro sintetico della resistenza del popolo italiano al terrore nazi-fascista.
La stampa era un ottimo mezzo di diffusione delle idee democratiche dei partiti antifascisti e uno stimolo potente a rinvigorire la lotta. Tutti i giornali clandestini, organi dei partiti, arrivavano a Cremona e provincia e venivano ampiamente diffusi.
Stampa antifascista locale non si ebbe se non negli ultimi tempi e stampata a ciclostile.
Cominciavano anche ad arrivare i giornaletti stampati in montagna o destinati alla montagna per le varie formazioni di combattenti. Citiamo “Il Ribelle” organo delle Fiamme Verdi e sotto l'ispirazione della Democrazia Cristiana. Un giornale ben fatto, stampato con cura e ispirato a forti sentimenti di libertà e di lotta; “Il Garibaldino”, organo delle Brigate Garibaldi; “Giustizia e Libertà” organo delle colonne omonime; uscì, più tardi, “Il Combattente della Libertà” organo del Corpo Volontari della Libertà (C.V.L.).
Accanto e assieme al reclutamento di Partito, l'organizzazione militare delle varie formazioni patriottiche progrediva di pari passo, sulla base di uno spirito unitario che era la speranza di una lotta feconda al nazifascismo.
Precedentemente si è accennato per inciso alla prima riunione interpartitica dei “Comandi” delle diverse formazioni.
Erano queste organizzate dal Partito d'Azione (Giustizia e Libertà), dalla Democrazia Cristiana ( Fiamme Verdi ), dal Partito Comunista ( Brigate Garibaldi, da noi intitolate a Ferruccio Ghinaglia ), dal Partito Socialista ( Brigate Matteotti ); esisteva anche, più che altro come rappresentanza, un piccolo nucleo del Partito Liberale.
Le varie formazioni agivano indipendentemente l'una dall'altra per quanto concerneva l'organizzazione interna (reclutamento di patrioti, armamento, raccolta di notizie interessanti gli spostamenti di truppe e di materiale dell'esercito nazifascista)
All'organizzazione delle Fiamme Verdi già dai primi tempi davano attività Ottorino Rizzi e i fratelli Bianchi; a quella di Giustizia e Libertà Lionello Miglioli, con qualche ex ufficiale dell'esercito; alle Matteotti nei primi tempi alcuni ufficiali subalterni e di complemento dell'esercito, come Stefano Corbari e Angelo Maiori, fiancheggiati in città e provincia da altri fidati elementi; alle “Garibaldi” un buon nucleo di elementi come Roberto Ferretti, Menotti Screm, Guido e Arnaldo Uggeri, Andrea Zeni, Angelo Pasquali, Sergio Percudani ecc.
Il primo armamento delle formazioni si era ottenuto, come si è visto, attraverso la raccolta di armi del disciolto esercito. Altre erano state acquistate (il P.C. dedicò a quest'opera un primo fondo di L.20.000 stanziate allo scopo dalla direzione del partito).
Mentre l'armamento individuale, nonostante i “bandi” e le gravi pene per i detentori di armi (pene che andavano fino alla condanna capitale), solitamente era custodito dallo stesso patriota, l'armamento “pesante” o di reparto (automatiche leggere, bombe a mano, mitraglie) era conservato in depositi ben sistemati e occultati.
Il trasporto delle armi costituiva, naturalmente, il peggior rischio per i patrioti che se ne incaricavano. I posti di blocco, i fermi arbitrari, qualsiasi incidenza casuale potevano avere ripercussioni determinanti per colui che operava il trasporto.
Nonostante ciò il trasferimento di armi da un deposito ad un altro avveniva regolarmente secondo le necessità contingenti.
Si potrebbero citare, al proposito, episodi interessanti che ricordano l'eroismo e l'atmosfera drammatica dei più duri periodi del Risorgimento.
Le riunioni interpartitiche dei comandi delle formazioni, come quella del C.L.N. provinciale, si tenevano saltuariamente in località sempre diverse per non incappare nella rete spionistica del neo-fascismo.
Venivano in esse scambiate notizie interessanti l'attività comune, si lavorava di mutuo accordo all'ampliamento e allo sviluppo della organizzazione, si delineava la traccia insurrezionale per gli avvenimenti decisivi che potevano aver luogo da un momento all'altro.
Le difficoltà di un'organizzazione militare, in clima clandestino, senza possedere basi sicure come potevano avere le formazioni in montagna, erano molteplici. Alcune quasi insuperabili.
Suppliva a tutte un forte spirito di dedizione e di sacrificio il quale poggiava sul convincimento di un totale appoggio da parte delle masse popolari.
E' questo un dato di fatto fondamentale che agevola il movimento democratico del 1944-45 rispetto a quello del primo Risorgimento. Allora le masse popolari erano estranee al moto di idee e alla attività corporativa, oggi esse sentono profondamente l'afflato e la portata degli eventi, sono disposte a dare un apporto alla Resistenza e ad operare nella stessa.
Si veda un semplice fatto, ricordato recentemente dallo scrittore Elio Vittorini: durante la lotta clandestina egli ebbe occasione di operare un trasporto di armi, nella fattispecie una valigia piena di bombe a mano. A pochi chilometri dalla meta la sua bicicletta (allora la bicicletta era l'usuale mezzo di trasporto e di trasferimento e verrà tempo in cui le autorità naziste vieteranno che la gente se ne serva per impedire ai patrioti di compiere nell'azione rapidi spostamenti) bucò improvvisamente.
Serpeggiavano le pattuglie nazi-fasciste. Urgeva la necessità di far presto.
Vittorini vide allora davanti a un manifesto della Kommandantur germanica un operaio che leggeva tenendo a mano la propria bicicletta. Dalla espressione del volto egli comprese che l'operaio non era certamente del parere dell'estensore del manifesto. Vittorini gli si avvicinò e gli disse: “mi occorre la bicicletta perché la mia ha le gomme bucate”. L'altro lo guardò stupefatto. La bicicletta era allora un capitale. Senza parlare Vittorini aprì la valigia e mostrò il contenuto.
L'altro comprese al volo e consegnò la macchina.
Quando Vittorini tornò dalla missione trovò la sua bicicletta già riparata.
Di questi episodi, nella storia della Resistenza Italiana, se ne possono trovare a centinaia e tutti come testimonianza della solidarietà popolare a coloro che si erano assunti il grave compito di organizzare la lotta contro il fascismo.
In questo periodo in città e in provincia continua con ritmo più organizzato la serie degli atti di sabotaggio, di recupero armi, di disarmo di fascisti isolati.
Gli scherani della “Repubblica “, frammessi alla loro attività più gradita (vigilanza sul mercato nero che si traduceva in una “decima” raccolta a loro particolare vantaggio) compivano anche rastrellamenti contro refrattari in talune località.
A Casalmorano, nel febbraio 1944 una pattuglia di G.N.R., guidata da un certo Merlini (che il giorno prima era stato disarmato dai patrioti a Soresina), sorprese in un caffè alcuni sbandati e fece fuoco su di essi. Uno cadde ucciso. Non era che una avvisaglia.
Nei giorni seguenti un rastrellamento in grande stile venne organizzato nella zona e un centinaio di sbandati, arrestati, vennero tradotti a Cremona.
Nella zona cremasca, nello stesso periodo, si opera un trasporto di armi da Crema a Romanengo; pattuglie armate provvedono il 10 marzo 1944, al lancio di manifestini nella zona di Castelleone. Sulla stradale Crema-Soresina, prima del passaggio di una colonna tedesca, vengono disseminati i classici “chiodi rivoltabili” anti-autocarro.
Ancora a Soresina due militi della cosiddetta “compagnia della morte” vengono disarmati.
Lo stillicidio delle azioni, di ampiezza limitata ma di indubbio effetto specie per l'addestramento dei gruppi di patrioti a questa particolare forma di attività, prosegue anche nelle altre zone della provincia. Disarmi di G.N.R. e di “guardiafili” avvengono alla periferia cittadina e con lanci notturni di volantini di propaganda varia. Armi vengono ancora sottratte ai depositi e alle caserme.
Un'azione si dirige al “Casermone “ di S. Bernardo.
A Piadena e a Malagnino vengono compiuti numerosi atti di sabotaggio contro impianti fissi e mobili dell'invasore.
Attività di scaramucce, con prese di contatto bellico coi nazi-fascisti, avvengono nella zona di Casalmaggiore con disarmi di G.N.R. nelle frazioni di Vicomoscano, di Motta S. Fermo, di Cappella, di Quattrocase.
Verso la metà di gennaio del 1944 un distaccamento di patrioti (Volante Primula) tende un'imboscata, nei pressi di Quattrocase, a una pattuglia di otto militi della G.N.R. Un nutrito fuoco di fucileria fra le parti determina la morte di un milite e il ferimento di un altro. I patrioti si ritirano indenni.
Il 27 gennaio, sull'argine di Po tra Fossacaprara e Casalmaggiore, un altro distaccamento di patrioti attacca due militi che sono costretti alla fuga lasciando sul terreno parte del loro equipaggiamento.
Mentre il comando dei patrioti della zona attende, con gruppi del parmense e del carrarino, alla preparazione di un “avio-lancio” che dovrebbe essere effettuato da aerei inglesi nel febbraio, un altro gruppo di patrioti provvede ad atti di sabotaggio sul ponte ferroviario di Casalmaggiore. I binari, in prossimità delle curve, vengono sbullonati e un lunghissimo treno merci deraglia. Poiché, però, il treno procedeva a velocità limitata gli effetti del deragliamento non sono molto gravi e dopo due giorni la linea è già riattivata.
In data 15 marzo il distaccamento patrioti di Martignana lancia bombe a mano ed altro esplosivo in un magazzino situato alla Bastia di Martignana ove i tedeschi tenevano radiotrasmittenti ed altri apparecchi radio, elettrici militari.
Nello stesso periodo il già citato distaccamento Primula, appoggiato da elementi dei gruppi di Rivarolo del Re e del basso parmense, compie un'azione di disarmo contro il presidio della G.N.R. di Squarzanella presso Breda Cisoni.
Presso Casalmaggiore (località Puntass) vengono disarmati due militi armati di mitra.
Il marzo del '44 in tutta l'alta Italia occupata dai nazi-fascisti è caratterizzato dai grandi scioperi politici che si svolgono nelle fabbriche.
Essi fanno degno riscontro alla catena di scioperi coi quali, l'anno precedente, i lavoratori italiani avevano dimostrato al regime dittatoriale la loro volontà di pace e di un trattamento migliore dal punto di vista salariale e normativo.
Gli scioperi del '43, anche se diretti dall'avanguardia democratica, erano stati improntati ad una certa spontaneità nella programmazione e nella azione.
Gli scioperi del '44, a carattere decisamente politico e rivendicativo, costituiscono una manifestazione di alta democrazia dei ceti lavoratori e al tempo stesso danno un impulso grandioso alla lotta di Liberazione.
Il continente europeo, ad eccezione dell'Italia Meridionale, già liberata dalle forze alleate, e della Russia ove si combatte aspramente, è ancora sottomessa e prostrata sotto il tallone germanico.
Gli scioperi italiani del marzo '44 sono un atto di sfida alla potenza hitleriana e un esempio per gli uomini liberi del mondo intero. I grandi centri industriali del triangolo Milano-Torino-Genova scendono compatti in agitazione nonostante la presenza di forti contingenti di SS e gli ordini severissimi di repressione emanati del Generale Zimmermann.
I repubblicani appaiono, al principio, come stupefatti per il calmo ardire delle masse operaie. Reagiscono poi all'impazzata con ridicole imprese sui tram e sui pullman di Milano (centinaia le vetture fracassate) con arresti e sparatorie all'entrata delle fabbriche.
L'azione unitaria degli operai è saldamente appoggiata dai nuclei partigiani della montagna e dai distaccamenti sapisti della pianura.
In un secondo tempo l'azione fascista, sul terreno propagandistico, è rivolta a minimizzare l'importanza degli scioperi e la partecipazione delle masse operaie.
Si arriva a dire che gli scioperanti non hanno superato i duecentomila mentre tutti gli italiani conoscono l'ampiezza e la consistenza ben superiori della manifestazione.
Farinacci, nel solito “Regime”, emette ululati di soddisfazione nel dichiarare che le masse operaie cremonesi non hanno partecipato allo sciopero continuando nel lavoro produttivo per la “Repubblica Sociale” e per il grande alleato.
Naturalmente egli finge di dimenticare che le “masse” operaie cremonesi sono ben poca cosa nei confronti delle grandi masse del triangolo e che, le maestranze, divise come sono in stabilimenti quasi artigianali, sono troppo direttamente sorvegliate e minacciate per poter intraprendere un'azione che, in questo particolare momento, è azione praticamente rivoluzionaria.
Se l'agitazione sotto la forma dello sciopero è preclusa ai lavoratori cremonesi, essa però penetra nelle fabbriche con la minuta propaganda, con lanci di volantini incitanti alla lotta di liberazione e con altre forme possibili.
Difatti nei giorni dello sciopero nazionale anche le fabbriche cremonesi sono oggetto di intensa distribuzione di stampa clandestina mentre sui muri delle case situate in vicinanza degli stabilimenti vengono affissi manifesti e apposte scritte inneggianti alla resistenza e in odio ai nazi-fascisti.
D'altra parte l'eco grandiosa della lotta impegnata nel triangolo non tardò ad arrivare in tutta la Lombardia galvanizzando l'attività e dando forza a tutti i nuclei organizzati.
Accanto alle altre forme di attività resistenziale, il C.L.N. aveva e svolgeva anche la funzione di raccogliere, ed eventualmente comunicare agli organi direzionali dell'alta Italia, dati e notizie riguardanti movimenti strategici di truppe e di materiali, depositi o magazzini di questi ultimi, ubicazione di impianti, piani di produzione di fabbriche, carte topografiche riguardanti zone di particolare interesse militare ecc.
Funzione legittima in periodo bellico da parte di una nazione in stato di guerra contro un nemico ferocemente asserragliato in casa nostra.
Il Cremonese, per la vicinanza all'Emilia e per le vie di comunicazione sussidiarie al grande traffico fra il Brennero e il fronte e fra il Brennero e la Liguria, rappresentava un passaggio obbligato, coi suoi ponti (ancora intatti) sull'Oglio, sull'Adda e sul Po. Vigilare su questi passaggi, ai quali perveniva anche la via sussidiaria di arroccamento del Garda verso il fortilizio centrale germanico, significava tenere in mano dati importanti, ai fini bellici, sull'afflusso di truppe e di materiale al fronte meridionale.
Il C.L.N. e gli organismi della resistenza non potevano perciò non interessarsi al problema e non seguirlo con tutte le forze e i mezzi a loro disposizione.
In particolare la linea del Po, verso il casalasco, direttamente congiunta alla zona dell'Emilia più interessante agli effetti della lotta partigiana, era importante per la vigilanza degli osservatori e per i centri della resistenza sia per ragioni belliche sia per i motivi propri di organizzazione quali il transito di staffette partigiane, lo scambio di elementi da zone scoperte ad altre riparate e così via).
Il servizio in queste zone era ottimamente curato ed espletato dai patrioti locali che poi costituiranno il nucleo della 1° Brigata Garibaldi - GL (Casalmaggiore-Viadana) comprendente elementi democratici di tutti i partiti della zona, fra essi Walter Federici, Augusto Bernardi, Regina Ramponi, Giovanni Favagrossa.
Il lavoro della raccolta informazioni sulla produzione e sulla dislocazione degli impianti industriali, veniva curato a Cremona da elementi che facevano direttamente capo al CLN.
In particolare Guido Uggeri, che aveva già partecipato all'attività del gruppo cremonese sul parmense incaricato del trasporto dei prigionieri alleati, ebbe l'incombenza di raccogliere i piani di produzione e la pianta dello stabilimento “Armaguerra” l'unica fabbrica cittadina direttamente interessante l'attività bellica.
Uggeri riusciva ad avere in sua mano una serie di documenti segreti ottenuti a mezzo di elementi sicuri. Lo spionaggio fascista aveva però, anche nella Armaguerra i suoi fidati in persona di un delatore, disegnatore tecnico nello stesso stabilimento.
L'Uggeri, che naturalmente non agiva sotto il suo vero nome, dopo lungo appostamento veniva catturato, non senza però essere prima riuscito a distruggere i documenti segreti in suo possesso.
Dopo gli arresti indiscriminati, compiuti nei giorni seguenti all'otto settembre e i fermi operati coi rastrellamenti da parte della G.N.R, la cattura di Guido Uggeri costituiva il primo atto della reazione nazifascista all'attività clandestina.
Ma se gli organi dell'U.P.I. ritenevano di avere compiuto una impresa importante, che poteva permettere loro di porre le mani su tutta la trafila della congiura, essi si sbagliavano nel credere che Guido Uggeri avrebbe “cantato”.
Per mezzo di Padre Isidoro dei Cappuccini, un frate valoroso che partecipò attivamente alla Resistenza, i patrioti cremonesi collegati con Uggeri ebbero l'assicurazione che egli non aveva né avrebbe parlato.
Non si possono passare sotto silenzio, anche perché sono testimonianza diretta di come agiva la “polizia” fascista nella civile Cremona, i metodi usati dall'U.P.I. per indurre l'Uggeri a confessare.
A parte i 38 stringenti o scaltri interrogatori da lui subiti, la “polizia” ripetutamente mise in scena il simulacro macabro di una finta esecuzione con plotone schierato e ufficiale pronto a dare ordine di “fuoco”.
Sta il fatto che l'Uggeri apparteneva a quella falange di uomini che si venivano educando alla resistenza attraverso la lotta e il sacrificio.
La “generazione perduta”, quella che aveva pochi anni quando sorse il fascismo, su cui il fascismo aveva cercato di imprimere la sua impronta “educativa” ora, nella stragrande maggioranza, si ribellava al perfido insegnamento e sviluppava la sua evoluzione nel senso dei grandi ideali tradizionali della democrazia e della patria.
Si è visto in precedenza che, già durante il ventennio, nel seno della gioventù stessa “pupilla del regime” si erano sviluppati i germi di una opposizione al fascismo fondata su motivi propri agli assillanti problemi giovanili e in parte ispirati alle correnti del pensiero democratico.
L'opposizione ora si fa più generale e compatta. Salvo un superficiale straterello di giovanissimi, in cui fanno breccia la bolsa e ridondante retorica repubblichina, la speranza di stipendi e la certezza di una liberissima condotta di vita, i giovani cremonesi, coscientemente e per la forza delle innate virtù, resistono agli allettamenti e comprendono da quale parte stia il dovere e dove sia il posto da occupare e il combattimento da scagliare.
Ciò si vedrà ancor meglio quando si tratterà dell'azione partigiana dei giovani cremonesi fuori dai limiti della provincia.
Ora si può dire che l'opera corruttrice del fascismo nei confronti della generazione provata dalla guerra e da dieci anni di vita convulsa, distolta dalla normalità e dalle leggi cardinali della morale, non era riuscita.
E mentre nella lotta di resistenza la migliore gioventù d'Italia temprava le sue doti e il suo carattere e si educava alla scuola del sacrificio, solo margini irrilevanti di essa si lasciavano prendere all'amo dalle seduzioni della retorica di una vita moralmente distratta dai suoi cardini fondamentali.
Nel crogiolo della lotta di Liberazione, per la maggiore parte, la gioventù italiana fuse il più nobile metallo della sua tenacia rivolta all'avvenire.
Gli altri, i sopravvissuti dell'ideologia fascista, si identificarono nelle scorie morali che, nel secondo dopo guerra, affiorarono alla superficie così come i detriti di un grande naufragio.
E di ciò: della crisi morale post-bellica di parte della gioventù, della corruzione evidente nella vita italiana caratterizzata da scetticismo, velleità di godimento, superamento dei limiti morali, uno solo è il responsabile: il fascismo.
PRIMAVERA ESTATE DEL 1944: SI COMBATTE E SI MUORE OVUNQUE SI SPIEGA LA BANDIERA DELLA LIBERTA'
La stasi bellica sul fronte dell'Italia Meridionale, l'attività ancora limitata delle formazioni partigiane, la relativa facilità con la quale, valendosi dell'appoggio tedesco, si era costituita l'ossatura dello staterello nazista nell'alta Italia, avevano ingenerato negli animi della neo gerarchia repubblichina una tal quale sicurezza di un relativo equilibrio di forze.
Bene o male, sia pur passivamente, la massa degli italiani sopportava le imposizioni non ancora drastiche degli organismi repubblichini.
Un simulacro di forze armate appoggiava i decreti e i normali atti amministrativi delle autorità di fatto esistenti.
L'eco stesso dei tonanti appelli: combattere per la repubblica e per la socializzazione, aveva inebriato le orecchie della gerarchia che, quasi quasi, aveva finito per credere alla sua stessa illusoria propaganda.
Avendo bisogno di convincere gli altri, e ritenendo magari di esserci riusciti per l'assenza di una opposizione pubblica e legale, i fascisti si erano quasi convinti, al suono delle loro stesse parole, di aver ristabilito la situazione.
Non che non si accorgessero dello stato d'animo generale, nettamente contrario alla guerra e alla “repubblica “.
Ma considerando il popolo italiano, così come l'avevano considerato per venti anni, una massa di manovra da usare per le parate e come carne da macello, ritenevano valido il principio per cui sono le minoranze audaci che guidano le maggioranze inerti.
Massima questa in gran parte esatta, appunto, fino a che la maggioranza, anziché rimanere inerte, sprigiona dal suo seno forze tali e idee così fatte da ridurre all'impotenza e annichilire quella pattuglia di audaci malfattori che intende su di lei esercitare il predominio, contro i diritti e gli interessi della generalità.
I veli delle illusorie speranze e il malfermo equilibrio della situazione non tardarono più a lacerarsi e a spostarsi non appena i fattori determinanti della contro-azione si misero in movimento come voleva la dialettica interna degli eventi.
La propaganda nazi-fascista, per velare la realtà sostanziale della posizione di difesa assunta dall'Asse, aveva escogitato, capovolgendolo dalla teoria delle Nazioni Unite, il concetto che il tempo lavorava ora a favore della Germania.
Inversione piattamente propagandistica alla quale abboccavano molti nazifascisti presi dal miraggio delle armi nuove e segrete di inaudita potenzialità.
Ora però le sorti della guerra si mettevano in movimento per opera della contro-azione alleata e delle forze democratiche ad essa collegate.
Senza parlare della “apertura di un secondo fronte” che ormai era questione di giorni, i nazi-fascisti dovevano resistere all'arte esterna e alle forze interne di disgregazione nel vastissimo territorio occupato. Tale forza centrifuga è rappresentata dalla resistenza europea, di già agente in forma più o meno attiva, ma che accompagnerà con forza esplosiva di azione l'arte esterna che i nazifascisti debbono rappresentare.
Inizia pertanto quella grande battaglia su quattro fronti che il piano di guerra germanico avrebbe voluto evitare ma che, invece, si ripresenta e nelle condizioni più sfavorevoli per i nazifascisti.
La lotta partigiana, per essi, rappresenta la quarta dimensione della guerra, quella che debbono affrontare senza preparazione, senza particolari apprestamenti, ed avendo inoltre al proprio passivo una psicologia inadatta a comprendere le mentalità ed i moventi dei popoli soggiogati. Una psicologia “razzista” che pone altezzosamente gli altri popoli a un livello inferiore, così che l'infatuamento germanico ne ricava una visione prospetticamente sfasata circa la essenza reale della situazione.
Agli imponderabili del precedente periodo si vanno dunque ora aggiungendo per i nazifascisti pericoli reali rappresentati da una errata concezione delle cose che si riproduce, meccanicamente, in errori e lacune del piano strategico generale.
La guerra è a un svolta decisiva non soltanto per il formidabile apporto del materiale pesante delle nazioni alleate, ma perché tutti gli accennati imponderabili vengono ora al groppo costituendo il punto critico della situazione.
Il nazifascismo, sulla difensiva, è preso nella stretta finale dell'avversario.
Contorsioni e divincolamenti di vario genere non serviranno ad altro che a procrastinare, di qualche mese, l'esito finale e a rendere più disastrosa la situazione post-bellica dei paesi europei.
Con la primavera, auspicata al tempo dell'avventura greca dal duce e dai “parolieri “ di canzonette, viene il bello.
Il fronte dell'Italia meridionale, appoggiato dalla zona di sbarco di Anzio e Nettuno, si mette in movimento.
L'urto iniziale di artiglieria pesante, battente sulle posizioni germaniche di Cassino, e il bombardamento metodico dei centri e dei nodi stradali di comunicazione sono i primi segni della iniziata battaglia.
In una luminosa mattinata di domenica (è il due maggio 1944) Cremona e provincia assistono al passaggio (quasi una parata aerea) di centinaia e centinaia di aerei pesanti da bombardamento che procedono in serrate formazioni verso obiettivi lontani: Austria e Germania.
I bombardieri pesanti, metodicamente serrati in squadriglie come truppe inquadrate, procedono fiancheggiati da velocissimi velivoli da caccia e da combattimento.
Il rombo imponente dei motori, da oltre 3.000 metri di altezza, fa tremare i vetri e le case della città e dei paesi.
Con rabbia inenarrabile dei fascisti (Farinacci pubblicherà sul solito “Regime” un trafiletto di biasimo per i “pericoli” cui i cittadini si sono esposti) la popolazione assiste al passaggio curiosa ed attonita.
E' una dimostrazione tale di forza e di potenza bellica che rassoda il morale dei resistenti e fa parere più sciocchi e più “untorelli” i piccoli masnadieri neri anche se armati fino ai denti. Essi al centro della città tentano, con modi bruschi, di intimorire la gente per avviarla ai “rifugi” onde, come lo struzzo, non riporti impressioni classificanti la caccia aerea germanica e repubblichina.
Le notizie che arrivano i giorni successivi dai microfoni di Radio Londra, confermate tardivamente e pietosamente dai bollettini germanici (tutto un frasario di ammissioni e di contro ammissioni che fa ridere per lo sforzo di “dire tacendo”), diventano sempre più gravi per i nazifascisti.
L'ariete della guerra alleata batte metodicamente e con forza sempre maggiore contro le posizioni difensive germaniche. Queste, logorate in vari punti, cedono alla fine.
Nelle zone di sfondamento, appoggiate dal fuoco rovente dei velivoli di combattimento e dal bombardamento a tappeto sui concentramenti nemici, le colonne corazzate delle Nazioni Unite appoggiate da reparti dell'esercito regolare italiano passano all'attacco per lo scardinamento del fronte.
Sui colli romani, nella zona montuosa del Molise e dell'Abruzzo, le formazioni partigiane passano pur esse all'offensiva.
Nella zona ancor più retrostante del fronte, Toscana e Umbria, la resistenza vibra poderosi colpi al potenziale bellico delle retrovie tedesche.
Sugli Appennini e sulle Alpi formazioni di patrioti passano all'azione mentre nelle città si risponde, colpo per colpo, al terrorismo nazi-fascista inaugurato dalla sanguinaria repubblichetta.
La situazione diventa fluida, per usare una espressione cara alla terminologia dei bollettini di guerra nazifascisti. Il che significa, in poverissime parole, che lo schieramento militare germanico è in crisi mentre gli organi di governo della “repubblichetta”, sorpresi dagli incalzanti e drammatici avvenimenti, non sanno più cosa fare e si intralciano a vicenda con una caotica attività discontinua e discordante a base di circolari e di contro-circolari.
Arrivano, infine, e son colpi di mazza sull'ottimismo anche del più radicato dei repubblichini, la notizia della liberazione di Roma e quella, addirittura stordente, che il vallo atlantico è stato infranto e che le truppe delle Nazioni Unite hanno aperto il tanto atteso Secondo Fronte.
La liberazione di Roma avvenuta il 4 giugno 1944 segna una importantissima tappa nella lotta che il Movimento di Liberazione Italiano combatte contro l'oppressore. Così come l'apertura del secondo fronte all'alba del 5 giugno suona la diana dell'ultima battaglia che il “maquis” francese e la resistenza europea debbono iniziare contro la tirannide nazista.
Tutto ciò segna il culmine della crisi germanica che sboccherà, poche settimane dopo, nell'abortito attentato contro Hitler ad opera di forze schiettamente tedesche convinte ormai della ineluttabilità della catastrofe.
Agli effetti della situazione italiana la liberazione di Roma ha conseguenze profonde e di grande apertura. La Democrazia Italiana, anzitutto, esce dal chiuso ambito del “regno meridionale”, coi piccoli intrighi della capitale provvisoria e con le deboli azioni dei movimenti antifascisti, per attingere ad una nuova tribuna autorevole, Roma, donde essa potrà più agevolmente parlare all'Italia ed al mondo. Secondariamente la liberazione di Roma galvanizza la resistenza ad un impeto di assalto che assurge ad epopea nazionale: ovunque si spiega, levata da gruppi di patrioti, la bandiera della indipendenza e della libertà.
I nazifascisti, disorientati, in un primo tempo perdono punti e terreno. Ridottisi poi sulla trincea della esasperazione, acculati al muro delle loro responsabilità, compiono quei gesti di cieco fanatismo e di irresponsabilità per i quali gli onesti (se ancora ne esistono fra fautori e timidi fiancheggiatori della repubblica) si ritraggono dalla scena e si pongono ad aspettare gli eventi.
Come era nel costume ridondantemente retorico del neo-fascismo, ereditato nonostante le smentite repubblichine dall'apparato istrionesco di orpelli e parate dell'epoca staraciana, la liberazione di Roma o (come i fascisti la chiamano) “l'entrata dei barbari in Roma”, viene celebrata con riti tra il pagliaccesco e il funerario.
Per tre giorni (lutto nazionale) tutti gli spettacoli sono sospesi a Cremona. Così pure le manifestazioni sportive. Forse per dar tempo agli eventuali spettatori e agli sportivi di accorrere a “liberar Roma dai liberatori”.
Dal quieto e sicuro eremo di Salò, ove trascorre gli ozii catulliani in compagnia dell'amica romana, il dittatore della repubblica lancia agli italiani il manifesto della riscossa.
Il ruggito del leone di altri tempi si è molto affievolito.
Il frasario è ancora quello, con venature e riboboli di lingua di marca francese, ma il tema, anche se sforzato come di voce elevata oltre il suo timbro naturale, non è quello di una volta. O, almeno, sono mutati lo stato d'animo degli ascoltatori e l'ambiente dove si svolge la tragicommedia.
E' difatti difficile immaginare la tragedia di un intero popolo, nel cui territorio si combatte la più dura guerra che mai da secoli si sia scatenata, stando a rimirarla da una villa borghese a specchio del lago nella penombra di verdi montagne.
Se la gerarchia fascista e il capo della gerarchia avessero avuto, diciamo, solo una decima parte delle convinzioni di cui si proclamavano portatori, il loro dovere sarebbe stato quello di trasferirsi, in massa e con urgenza, sul fronte di Roma a segnare col sangue la loro ipotetica fede.
Fedeli fino all'ultimo al vecchio motto degli interventisti della prima guerra, “armiamoci e partite”, essi preferiscono ancora una volta, rimanere in relativa sicurezza (la sorte di Giovanni Gentile, di Resega, di Cappelli, di Pericle Ducati insegni!) nella città il più a nord possibile per organizzare la difesa fino all'estremo e spingere alla lotta i non troppo convinti seguaci.
Anche a Cremona non manca la pittoresca messa in scena del “ritorneremo”.
Gerarchi, sfollati, profughi e lance spezzate si riuniscono al Teatro “Littorio”.
La retorica dei ricordi romani ed imperiali fa spellar le mani nell'applauso alle “ausiliarie” e ai G.N.R.
La situazione, però, non si sposta di un millimetro anche se tutti i giornali della “repubblica” ostentano un dolore e una rabbia ufficiale che non è affatto condivisa dal popolo.
Questi ha salutato, con una ovazione nella coscienza di ogni singolo, la liberazione di Roma auspicando che la marcia dal sud al nord venga accelerata al massimo perché il paese esca al più presto dalla situazione.
Né valgono, parimenti, i roboanti appelli diffusi con sollecitudine sui giornali e dall'Eiar perché i giovani accorrano ad iscriversi nei ruoli della “Decima” o nei battaglioni della SS Italiana e quelli dei Bersaglieri “Mussolini” o “Mameli”.
Passando sotto il grande manifesto, appeso a pali nel pubblico giardino e che riproduce un “baldo legionario” che puntando il dito chiede imperiosamente: “E tu cosa fai per la patria?”, i giovani cremonesi pensano che la patria, innanzitutto, non è la patria fascista ma quella che cresce fra stenti e sangue nella congiura e sulle Alpi, e tirano diritto pensando al modo migliore per porsi al riparo dalle vendette e dalle rappresaglie nazifasciste.
Le notizie di guerra, l'una dopo l'altra, arrivano e sono sempre più gravi per il nazifascismo in Italia.
Lo stato di anarchia della caotica repubblichetta tende ad accrescersi per la fuga dai “territori invasi” dei fascisti di fede che non vogliono sperimentare le legittime ritorsioni al loro passato malgoverno.
Cominciano a passare per Cremona macchine impolverate di “profughi”. A bordo di esse visi stravolti e affannosi di gerarchi che si guardano attorno con sospetto e tengono d'occhio il mitra per timore di agguati e di assalti partigiani.
Ora non ci sono più soltanto i governi “ombra” ma addirittura le “federazioni fasciste ombra” che spostano la loro sede dal sud al nord e si organizzano presso le più sicure consorelle.
I bombardieri alleati, dalle basi occupate nell'Italia meridionale, ampliano la loro sfera d'azione. I cacciabombardieri si spingono avanti in azioni di mitragliamento e spezzonamento aggravando la difficoltà del traffico militare e civile.
Ingorghi paurosi si producono presso i ponti non ancora distrutti; paralisi si determinano nei gangli più vitali e complessi della vita; interruzioni e lacune di ogni genere che si ripercuotono, fatalmente e inevitabilmente sulla pacifica popolazione.
Le riserve alimentari vengono dirottate in Germania. L'esercito nazista e i vassalli fascisti vivono a spese del paese esaurendo così non soltanto la scorte, ma le fonti stesse della vita col depauperamento del patrimonio agrario - zootecnico e dei prodotti tessili e industriali.
In poche settimane dallo stato di vita quasi normale della provincia (almeno dal lato funzionale amministrativo e di usuale attività) si passa al periodo caotico e discontinuo che si protrarrà fino alla liberazione di Cremona.
Incidono profondamente sulla vita normale cittadina e provinciale i bombardamenti effettuati in zona dalla aviazione alleata.
Il primo bombardamento, effettuato da caccia bombardieri il 14 giugno, non è di grande rilevanza.
Alcune case sono distrutte alla periferia di Cremona, in Piazza Castello ed oltre il passaggio a livello di Via Milano.
Poche vittime fra la popolazione civile che però resta seriamente demoralizzata. Circolano per le vie e danno aiuto all'opera di sgombero soldati cecoslovacchi arruolati forzatamente dai tedeschi.
Il bombardamento pesante di Cremona avviene nella mattinata del 10 luglio 1944.
Squadriglie di bombardieri pesanti si succedono nel cielo di Cremona, fra le ore 11 e le ore 11 e tre quarti antimeridiane, e scaricano grappoli di bombe nella zona abitata che circonda la stazione ferroviaria. Evidentemente l'obiettivo è quello di troncare con il bombardamento degli scali e dei binari, le comunicazioni fra Cremona e Mantova e Milano e Brescia.
Le linee ferroviarie che passano per Cremona non hanno grande importanza, ma stante il super ingombro delle vie principali di traffico e le interruzioni d'ogni genere ad esse frapposte, hanno conquistato un interesse notevole per il comando tedesco.
L'obiettivo dell'incursione, rapidamente individuato, viene pesantemente colpito dall'aviazione alleata.
Il bombardamento a tappeto implica però un largo margine di distruzioni nell'abitato cittadino che, da Piazza Risorgimento, Via Trento e Trieste, Via Dante e oltre gli impianti ferroviari, giunge al rione di Sant'Ambrogio e al Cimitero.
Oltre un centinaio i morti sepolti sotto le macerie. Un numero quasi doppio di feriti ingombra le corsie dell'Ospedale Maggiore.
Non è storia questa, ma semplice cronistoria. Una però, delle più sanguinose pagine della cronistoria cremonese. E giova perciò su di essa soffermarsi perché dalle pietre distrutte, anche se ora ricostruite, e dai tumuli dischiusi a centinaia di innocenti cittadini emana ed emanerà nel volgere della storia la più severa sentenza di condanna nei confronti del fascismo, causa prima ed immanente della guerra e delle distruzioni da essa causate.
Lo spettacolo che la zona bombardata offriva (e consimili scene si ripeteranno nei centri maggiori della provincia, da Crema ripetutamente e duramente colpita, a Casalmaggiore, a Pizzighettone, a Soresina, a Soncino, ecc.) era tale da colpire l'animo e l'immaginazione di tutta la cittadinanza.
Rovine informi e fumanti. Piazze e strade ingombre di macerie e di masserizie spezzate. Il gemito dei feriti, l'urlo angoscioso dei superstiti.
Il cimitero, con la apocalittica visione della morte che colpiva due volte, presentava una macabra scena di tombe devastate, di sepolcri violati, di corpi e di ossami stravolti in pose impensate sui lastrici degli androni e tra i vialetti cinti di cipressi.
L'impressione e il timore che ne derivò la cittadinanza furono devastanti.
Centinaia e centinaia di famiglie si allontanarono sfollando nei paesi della provincia.
Migliaia e migliaia di persone, da quel mattino, presero a bivaccare di giorno e di notte nelle campagne contermini attendendo altri bombardamenti.
Da sotto gli alberi della fiorente campagna, ogni poco, essi vedevano levarsi la nebbia fumogena emessa talvolta dagli impianti della difesa antiaerea a tutela di depositi o di concentramenti germanici.
La città, dalle prime ore dell'alba (i negozi si aprivano dalle 6 alle 8 antimeridiane) rimaneva spopolata e deserta, salvo nelle vie centrali e attorno alla Piazza del Duomo ove folle di cittadini si stipavano nelle ore di allarme ritenendo l'ombra del Torrazzo un rifugio sicuro.
Anche il grande ponte in ferro sul Po veniva distrutto con un poderoso e ben centrato bombardamento.
Successivamente anche gli altri ponti sull'Oglio, sull'Adda e sul Serio venivano distrutti.
Praticamente la provincia di Cremona, rotti i ponti e devastate le vie principali di comunicazione, era isolata, o con collegamenti saltuari e di fortuna col resto del territorio della “repubblica”.
Da questa sostanziale rottura di legami normali di traffico e dall'“ombrello aereo” aperto dai cacciabombardieri, che per tutto il periodo successivo cominceranno ad agire e a tenersi quasi costantemente nel cielo della provincia, deriva la situazione caotica della provincia in ogni sua manifestazione ed attività.
Già in altri tempi, colle irruzioni e colle invasioni di eserciti nemici, il territorio cremonese era apparso come abbandonato a sè stesso in completa balia dei primi occupanti. Ora la situazione era forse ancor più grave che non nei tempi antichi.
Esposti alle incursioni dall'aria e a pericoli mortali, timorosi di persecuzioni nella vita e negli averi da parte degli sgherri nazi-fascisti, i pacifici cittadini non potevano non guardare con odio gli oppressori e con crescente simpatia invece coloro che apertamente si ribellavano ai soprusi e si adoperavano perché tale stato di fatti terminasse.
L'esistenza della repubblica fascista è ora, oltre che dagli eserciti alleati, direttamente minacciata dall'azione partigiana che, in molte località, apertamente assume carattere insurrezionale.
I bandi e i “richiami” operati dal cosiddetto “Ministero della Difesa” con la minaccia (in molti casi sciaguratamente eseguita) di condanna a morte contro i renitenti, lungi dal raggiungere l'obiettivo desiderato, avevano nella massa dei giovani e della popolazione creato l'effetto opposto.
I giovani in maniera assoluta, non volevano saperne di affrontare rischi per una causa che categoricamente non sentivano e che giudicavano contraria agli interessi del popolo italiano.
La propaganda, le minacce, gli allettamenti di varia forma, trovavano di fronte il muro della più assoluta resistenza.
Ciò significava che l'ideale patriottico unitario del Risorgimento, anche se sventuratamente obliterato e distorto durante il ventennio, risorgeva ora nelle coscienze giovanili e si faceva concezione di resistenza a uno stato di polizia eretto dai complici dell'invasore al solo scopo di proteggere i loro privilegi di oligarchia.
La “repubblica” fascista, esasperata per l'atteggiamento della massa della popolazione, passa dagli allettamenti ideologici e propagandistici alle più aperte minacce.
Non solo coi bandi di richiamo per il servizio militare e per il servizio del lavoro in Germania (nuova forma di schiavitù collettiva escogitata dalla necessità di avere a buon prezzo mano d'opera specializzata o non). Vengono emanate pene gravi, compresa quella di morte contro i renitenti e i disertori e, con arbitrio degno dei più mostruosi tempi dell'età del ferro, si comminano pene e rappresaglie contro i parenti di coloro che non hanno adempiuto o non vogliono adempiere alle ordinanze precettive del regime.
Tutto ciò, si diceva, raggiunse l'effetto opposto a quello desiderato.
La maggior parte dei giovani, davanti al bivio di correre rischi oppure di andar contro la loro coscienza e lo stato d'animo della comunità nazionale, preferì correre l'alea gloriosa della vita partigiana o comunque i rischi quotidiani del vivere alla macchia nelle vicinanze della casa o del villaggio nativo.
I bandi e i richiami dell'esercito repubblichino ebbero il sorprendente effetto di determinare un grandioso afflusso di “reclute” alle formazioni patriottiche del partigianato italiano.
Ben si intende che in questo senso operava anche la propaganda nazionale della Resistenza e che gli inviti ai giovani perché accorressero sotto le bandiere della libertà e dell'indipendenza correvano fra le mani della massa suscitando brividi di emozione e ridestando negli animi l'afflato eroico del volontariato del primo Risorgimento.
La Repubblica Sociale si trovava di fronte a questi due pericoli interni. Il primo rappresentato dal suo sostanziale esautoramento e dal deflusso dei giovani verso forme aperte di lotta. Il secondo rappresentato dall'aperta battaglia ingaggiata dai partigiani sui monti contro le squadracce nazi-fasciste ovvero dall'azione patriottica, di sabotaggio e di liquidazione degli elementi più faziosi, svolta al piano dalle S.A.P. e dai gruppi Gappistici, ben risoluti e temprati alla lotta.
Si è già detto in precedenza che i 20 mesi di lotta clandestina non costituiscono una “guerra civile” bensì una guerra di liberazione condotta dal popolo contro gli invasori appoggiati da un pugno di traditori sbandieranti parole d'ordine contrarie al legittimo governo, alla idealità e allo stato d'animo della comunità nazionale.
Quando un popolo, fiero delle sue tradizioni, forte della sua unità, vede messa in dubbio la sua stessa esistenza e vilipesi i diritti e le sue aspirazioni per opera di un gruppo di traditori, appoggiati allo straniero, il suo primo dovere è quello di insorgere con tutte le forze a sua disposizione per cacciare lo straniero e per eliminare i complici traditori dell'interno.
Lo stato germanico aveva condotto e conduceva ancora la guerra con metodi e con brutalità al di fuori di ogni elementare rispetto dei fondamentali diritti dell'uomo. I fascisti si erano accodati a questi turpi esempi di inumanità feroce e di assoluto disprezzo delle norme che debbono regolare l'umana convivenza.
Per lo stupido mito razzistico, assolutamente non sentito dal popolo italiano, essi avevano messo “au poteau” decine di migliaia di onesti e laboriosi cittadini che pure avevano contribuito all'evoluzione democratica ed economica del paese, spesso con grande sacrificio.
Nel periodo repubblichino i fascisti si erano fatti persino aguzzini degli stessi connazionali di religione ebraica, raccogliendoli in campi di concentramento ed inviandoli a quelli di sterminio in Germania.
Anche a Cremona si erano avuti esempi di quest'orrenda persecuzione con cittadini ebraici, di nulla colpevoli, chiusi nel “canile” alla Caserma di S. Giorgio.
I fascisti avevano adottato il metodo di fucilare degli ostaggi in caso di attentati. I fascisti fucilavano renitenti e sbandati, confiscavano averi, bruciavano case, rapinavano mezzi e bestiame.
Sostanzialmente essi si erano posti fuori legge e al bando della comunità nazionale.
Era giusto e necessario, anche se estremamente doloroso, che, al terrore fascista instaurato nella provincia occupata dal tedesco, i patrioti rispondessero con atti energici tali da incutere timore agli oppressori e da ristabilire, per quanto fosse possibile, la legalità democratica.
Altro dato di fatto che non deve essere dimenticato è che alla guerra “totale” proclamata dal nazi-fascismo i patrioti non potevano rispondere che con la guerra totale del popolo condotta senza esclusione di forme e di colpi.
D'altro canto l'esercito clandestino, legittimamente investito di poteri dal governo nazionale e riconosciuto come forza combattente dagli eserciti alleati, operava nei settori dove aveva possibilità di muoversi e i colpi di mano, le imboscate, le azioni insidiose e proficue, i sabotaggi, rientrano, da che storia è storia, nell'ambito tradizionale della guerra partigiana o per bande.
Ciò si è detto non per giustificare (chè di giustificazione non si tratta) le legittime azioni compiute dal partigiano italiano ma per far giustamente ricadere sui fascisti le colpe e le responsabilità di cui essi andarono coperti e che ora, con sanguinante ironia, vogliono far ricadere sulle pure forze della Resistenza italiana.
E che gli atti di guerra, quali che fossero, compiuti dai partigiani rientrassero nella moralità umana nonché nella legalità costituzionale del paese, basta a significarlo l'opinione pubblica di allora che, nel crogiuolo della lotta, dava il suo appoggio fisico e morale all'attività patriottica.
Logicamente i fascisti, i quali ritenevano di poter agire indisturbati, di saccheggiare impunemente la nazione, di uccidere e di provocare, rimasero sbalorditi ai primi atti coi quali la Resistenza rintuzzava la baldanza e colpiva i responsabili di crimini contro la nazione.
Sui giornali dell'epoca era un continuo piagnisteo sulle vittime dei “banditi fuori legge” comunisti, badogliani, briganti, ecc.
Si dimenticava, però, di aggiungere che tali “vittime” erano traditori al soldo del nemico, responsabili della catastrofe in cui versava l'Italia.
E una sequela di ingiurie, pervasa di soddisfazione, accompagnava invece, sugli stessi giornali, i comunicati con i quali le autorità nazifasciste davano notizie di esecuzioni sommarie, di stragi perpetrate, di ferocissime sevizie contro uomini e combattenti della resistenza.
Dei due pericoli anzidetti la “repubblica sociale” considerò, prima di tutto quello rappresentato dal deflusso emorragico dei giovani dalle sue formazioni e dai suoi bandi di reclutamento.
Si volle per prima cosa, dopo la pessima impressione causata dalle orrende esecuzioni di reclute che non si erano presentate ai “comandi militari provinciali”, cercare di richiamare i giovani col miele della lusinga e dell'allettamento.
Cremona e i paesi della provincia furono così tappezzati di manifesti riproducenti il “bando di amnistia” del duce: di esso avrebbero beneficiato tutti coloro, renitenti, sbandati, ribelli, ecc., che si fossero presentati alle autorità repubblichine dal 25 aprile al 25 maggio 1944.
Per ancor meglio colorire la loro propaganda, i giornali fascisti (ridotti per la verità a un mezzo foglio) cominciarono ad inserire false notizie su presentazioni in massa di intere bande di ribelli alle autorità repubblichine. Tali bande poi (sempre secondo i precitati giornali), cantando l'inno di Mameli e salutando nel duce il fondatore della repubblica, chiedevano a gran voce di essere inviate sul fronte “garfagnino “.
Vere e proprie amenità del genere mostravano l'inguaribile morbo retorico di cui era affetta la gerarchia neo-fascista.
Il bando di amnistia non ebbe dunque l'effetto che ci si attendeva, benché i policromi manifesti della propaganda germanica cercassero di rappresentare, per la matita di Boccasile, la sorte tremenda che attendeva i “ribelli”: una nerboruta e corazzata mano (evidentemente germanica) che stringeva per stritolarli ometti armati e spauriti in veste di partigiani.
Il secondo pericolo, che metteva in dubbio non solo l'esistenza della repubblica fascista ma quella (per loro ben più sacra e cara) dei suoi stessi fondatori e seguaci, era rappresentato dalla molteplice attività delle bande di montagna e dei nuclei patriottici di pianura.
Questa attività era sbocciata, come un fiore maturo, ai soli della primavera 1944.
La gioventù italiana guidata e diretta dall'avanguardia democratica dei partiti, sorretta da una purissima fede nell'ideale umano e democratico del Risorgimento, era passata all'offensiva in tutti i settori contro la tirannide straniera e nostrana.
Sugli Appennini e sulle Alpi le formazioni patriottiche, con l'arma in pugno, tenevano testa alle armatissime unità germaniche anti partigiane. Difendevano ampi territori dove la popolazione, concorde coi partigiani, dava a se stessa le prime forme anticipatrici di governo democratico.
Nella pianura gli atti di sabotaggio ai trasporti, alle vie di comunicazione, i colpi di mano contro depositi, caserme, aerodromi, stabilimenti, impianti industriali, si moltiplicavano. Nelle città, talvolta e sempre più spesso, echeggiavano le sparatorie vendicatrici e riparatrici dei patrioti contro i singoli aguzzini o addirittura contro pattuglie e formazioni avversarie.
Primavera ed estate di sangue quelle del 1944 per la gioventù italiana! Ma anche e soprattutto primavera ed estate di sacrifici e di gloria!
Ai colpi che il partigianesimo italiano, sempre più forte e più compatto, assesta al nemico rispondono le tremende rappresaglie da quest'ultimo operate: fucilazioni ed impiccagioni in massa, incendi, rovine, depredazioni.
La resistenza italiana (non è qui il caso di esemplificare) dà esempi mirabili di sacrificio, di dedizione, di eroismo.
Rivivono nelle battaglie sulle Alpi e sugli Appennini, nelle carceri naziste, davanti ai capestri e ai plotoni di esecuzione degli sgherri nazi-fascisti gli esempi e gli eventi del primo Risorgimento.
Pisacane, Amatore Sciesa, Carlo Zima, Don Enrico Tazzoli, Carlo Montanari e cento e cento altri martiri del primo Risorgimento non sono più figure da museo o da libro di scuola, ma rivivono calmi, sereni e impassibili, nei nuovi caduti dell'epopea resistenziale italiana; i fucilati dell'Arena, gli impiccati di Bassano, i martirizzati di Piazzale Loreto, i componenti del C.L.N. di Torino, i bruciati vivi di Marzabotto, rappresentano la nuova Italia che sorge dal martirio e che, in faccia all'oppressore getta la sfida per l'avvenire.
Di fronte ad un simile rifiorire di speranza, di fronte a tale “valanga che sale” e che minaccia di travolgerli, i nazi-fascisti tentano di organizzare la postrema resistenza.
Abbiamo visto come, malati fino all'osso di retorica, i fascisti avessero talvolta risfoderato vecchi temi e vecchissimi orpelli propri del ventennio. Ora (e la cosa può interessare come studio di una mentalità e di un costume) i neo-repubblichini cercano di adattare alla situazione schemi e orpelli propagandistici tratti…dalla rivoluzione francese.
Per vent'anni “il capo” si era sfogato a riscavare e a risfoderare elementi propagandistici di spuria o di banale “romanità” per orpellare il suo basso impero di lacchezzi e di cineserie imperiali.
L'impero si era ora ridotto a una “repubblica sociale” di infinitesimali proporzioni.
Ma al nome di “repubblica sociale”, sottratto alle candide utopie dei primi internazionalisti e dei vecchi repubblicani di Romagna ed applicato per sistematica inversione a uno staterello nazista sanguinario e bruttato di ogni mala azione, dovevano anche corrispondere un frasario e uno schema rivoluzionario.
Quale migliore occasione per il duce del fascismo, repentinamente trasformatosi in dittatore sociale di una repubblica più o meno in gamba, di andare ad attingere alle vecchie reminiscenze della grande rivoluzione?
Ed ecco che esce il bando della “leva di massa“del fascismo repubblicano.
Ecco la risibile dichiarazione del “duce”: “La repubblica sociale marcia contro la Vandea!”
Evidentemente nel suo delirio paranoico il capo credeva che al suo grido retorico, come una volta all'appello di Danton, dovessero sorgere dal terreno legioni e legioni animate solo dal fuoco sacro di combattere per il nazismo e per la gerarchia.
Il ferro e il bronzo, per dirla col poeta, erano invece in mano agli avversari che, stavolta, non erano re Guglielmo e i reazionari di Germania, ma i popoli liberi del mondo e la libera nazione italiana.
Invece delle legioni, suscitate dalla loro ardente fantasia, duce e gerarchia repubblichina ebbero le “brigate nere”, donchisciottesche e vili formazioni che seppero unicamente usar prepotenza e violenza con i deboli e che, al momento del pericolo, sparirono come neve al sole.
La mobilitazione integrale del fascismo per la lotta anti-partigiana era così congegnata: la direzione del p.f.r. (secondo il citato bando ducesco) si trasformava in Stato Maggiore del “corpo ausiliario degli squadristi”.
Ogni federazione del p.f.r. si trasformava in “brigata nera” di cui facevano parte tutti i fascisti dai 18 ai 60 anni.
Ogni altra attività veniva tolta al p.f.r. il quale così tornava alle sue origini di “fascio di combattimento”.
Le “brigate nere” (anche il nome di “brigata” veniva tolto allo spontaneo frasario del partigianato) dovevano essere essenzialmente impiegate nella lotta contro i partigiani.
La federazione “fascista repubblicana” di Cremona si trasformò così nella “12 brigata nera Augusto Felisari” e accanto alle formazioni già esistenti (milizia giovanile, G.N.R., Fiamme bianche, ecc.) rappresentò la forza d'urto del fascismo cremonese in provincia ed anche fuori dal nostro territorio.
Comandante della “brigata nera” fu il “Commissario Federale” Cerchiari, esponente del fascismo squadrista del casalasco.
Senza oltre insistere sull'attività di questa masnada di avventurieri si può ricordare che essa, nel corso dell'estate '44, venne inviata in zone montuose del Piemonte come unità anti-partigiana.
E' da ritenere, però, che la situazione di quelle zone e l'atmosfera balsamica dei monti non fossero così propizie come lo era stata, agli squadristi cremonesi del '21, quella della pianura padana. La “brigata nera” lasciò sul terreno parecchi dei suoi componenti. Ritenevano di andare a vincere e a far bottino; gli squadristi dovettero rientrare a Cremona nella tarda estate convinti che non ce l'avrebbero fatta e, quasi stancamente, rassegnati al destino.
Chi, almeno a parole e per gli scritti, proseguiva imperterrito era Farinacci. Arrivò a pubblicare in quel tempo uno studio su Caterina da Siena, sbandierata quasi come una precorritrice del fascismo repubblicano... Probabilmente tale scritto venne dettato da un prete di “Crociata Italica”. Tutto volgeva a male nella “repubblica”, ma lui duro e cocciuto.
La più completa anarchia, tenuta in rispetto nei punti strategici da soverchianti forze militari, gradatamente invadeva il corpo civile e sociale dello staterello hitlero-mussoliniano, ma Farinacci continuava a sfidare, almeno sulla carta e stando al sicuro, eventi e jatture.
Gli eserciti di liberazione, a grandi giornate, avanzavano oltre Parigi; l'ottava armata, oltre Firenze, si affacciava alla pianura padana; le armate sovietiche, dopo la resa finlandese-romeno-bulgara, si appressavano alla Prussia orientale, ai Carpazi e superavano il Danubio. Farinacci e i suoi fedeli seguaci speravano nelle armi segrete e nella imminente offensiva di Von Rundstedt.
Vediamo ora brevemente la situazione più propriamente cremonese in questo infuocato periodo di tempo e l'azione locale del movimento di liberazione.
La fase iniziata coi bombardamenti pesanti e ripetuti di quasi tutti i centri più importanti della provincia, va caratterizzandosi, gradualmente, con un processo dissolutivo della vita amministrativo-legalitaria con tendenze verso forme di anarchia scomposta e senza norme legali.
Va notato che, facendosi lo “stato” esistente sempre più tirannico nei confronti dei più esposti cittadini, la socialità e il senso della collettività che dovrebbe essere alla base di un governo morale e bene organizzato, vanno riducendo il loro margine di influenza.
Esiste e si mantiene, cioè, il senso della solidarietà fra cittadini per la lotta contro un comune avversario, ma ogni nucleo famigliare, per riparare quanto è possibile ai danni che lo stato avverso gli minaccia, si induce a ritirarsi entro forme di sostanziale egoismo.
Lo stato non ha più forza morale e materiale per imporre una legge morale che è egli stesso il primo a calpestare. Ne deriva un frazionamento della collettività per più elementari bisogni che, se protratto per troppo tempo, potrebbe portare alla disintegrazione morale della società esistente.
Ai sintomi della malattia che aggrava il corpo sociale naturalmente fanno riscontro anche gli antidoti derivanti da norme morali ben radicate nell'animo del popolo minuto e dalle idealità democratiche e rampollanti della situazione che si avvicina allo sbocco finale.
La crisi di frazionamento si nota soprattutto nei ceti più economicamente dotati, i quali, in un periodo in cui la disponibilità di denaro o le agevolazioni di scambi in natura sono alla base di un migliore tenore di vita, agiscono e si comportano egoisticamente dando una riprova della loro sostanziale ripugnanza a sacrificarsi per la collettività e per il singolo.
Caduto cioè un regime, particolarmente eretto per la protezione degli interessi degli abbienti, questi stessi cercano la loro salvaguardia in un egoistico “hortus conclusus”. E' doveroso aggiungere che se tale status psicologico è proprio di vari stati delle categorie accennate non è men vero che lodevoli eccezioni pure in esse si riscontrano.
La massa popolare e quella della minuta e media borghesia cremonese, tengono invece un comportamento tutt'affatto opposto. Oppresse dalle stesse necessità civili ed economiche, versando in situazione di effettiva “panferizzazione” esse reagiscono alle avversità con forza, manifestando una sostanziale sanità e l'aspirazione a un avvenire democratico.
Si va così delineando in questo periodo la società democratica del periodo post-bellico che sarà, senza alcun dubbio, anche la società italiana del domani, fondata sulle forze vive e produttive della nazione. Il reinserimento in essa dei ceti egoistici che fecero corpo col fascismo e poi ripararono in un egoistico attendismo sarà in prosieguo di tempo, se pure avverrà, molto difficile e problematico.
Le forze della società cremonese, in questo periodo, si vanno dunque orientando verso la componente nazionale e democratica che parte da aspirazioni umanitarie e sociali, sul tronco del cristianesimo e della morale collettiva.
Il travaglio si accresce non solo sotto l'impulso di esteriori forze che agiscono tramutando e fondendo gli elementi preesistenti ma anche per il lavorio degli intelletti tesi a una migliore comprensione degli eventi e a un radicale sforzo per indirizzare la società verso basi concrete e definitive.
Questo travaglio ignoto, che è alle fondamenta dell'attuale schieramento politico democratico, rivela che la nazione italiana ha in se forze tali da determinare, nel corso della futura evoluzione, benefica influenza sul corso degli avvenimenti nazionali ed internazionali.
Naturalmente di questo assestarsi della coscienza collettiva nell'ambito della società cremonese poco o nulla traspare al di fuori.
L'attività più elementare, diremmo ordinaria, continua se pure ridotta al minimo consentito dalla situazione bellica e dalla esasperazione dell'anarchia.
La repubblica fascista, mentre si matura nel profondo l'esperimento unitario di governo democratico, prosegue la sua “normale” attività.
Come ovvio tale attività normale, all'infuori del rilascio dei certificati di nascita e delle tessere annonarie o dei permessi di pesca, si traduce nella continuità violenta e fraudolenta dell'azione rivolta a distruggere gli italiani che non la pensano come i gerarchi, a continuare la guerra di Hitler, a rapinare il “bel paese” per l'esclusivo vantaggio dell'alleato e padrone straniero.
Oltre le ciance, sempre più “fasulle” e sempre meno interessanti dal punto di vista umoristico pubblicate sul “Regime” o declamate nelle orazioni tenute alle adunate dei repubblichini, ben poche altre notizie potranno anche in avvenire ridestare l'attenzione dei futuri storici del costume italiano.
Le G.N.R. dalle occupate caserme dei carabinieri si spargono per le zone dipendenti a rapinare polli, a fermar “mercanti neri” imponendo loro proficue decime e tenendosi ben lontani dagli abitati ove sanno che risiedono forti nuclei di sbandati (“latini di mano più che di lingua” direbbe Manzoni).
I segretari e i podestà repubblichini cercano di barcamenarsi evitando di disgustare troppo i cittadini.
Nel capoluogo, fra le parate funerarie e le commemorazioni dei camerati caduti sotto il piombo partigiano, viene riesumata quella pallida larva giuridica che è il Tribunale provinciale rivoluzionario o straordinario che sia.
Lo scarso clamore, anche propagandistico, che gli si fa attorno testimonia la minima importanza e il niun rilievo che esso attingeva nella pubblica opinione, più che convinta che, nella fattispecie, si trattava di un esautorato tribunale di vendetta e rancori.
Vengono (in contumacia) giudicati e condannati a trent'anni di carcere l'ex Prefetto badogliano Mario Trinchero e l'ex Questore Ugo Barbagallo. A trent'anni viene pure condannato il Maggiore dell'Esercito Gaetano Maggiulli che fu il più vicino collaboratore del Generale Florio durante i 45 giorni.
In una successiva seduta lo stesso tribunale condannava a 15 anni di reclusione Don Mario Busti, direttore de” L'Italia”, e a 10 anni Don Genesio Ferrari direttore di “Vita Cattolica”.
Queste due condanne in particolare son dettate da risentimento farinacciano di “lesa proprietà” perché nei 45 giorni “L'Italia” si era stabilita nei locali di “Cremona Nuova”. Farinacci, anche se ha proceduto alla “socializzazione dell'impresa” (virtualmente del resto sotto sequestro come profitto di regime) sente profondamente la ferita al suo diritto e il tribunale, come è nelle aspettative, condanna nelle forme citate.
A pochi giorni di distanza dai “processi” esce e viene pubblicata sui giornali l'ordinanza del “Ministro della Giustizia” Pisenti, con la quale gli antifascisti dichiarati, cioè quelli che non erano stati iscritti al p.n.f., vengono prosciolti da ogni accusa e l'attività dei tribunali viene così sospesa.
Il già ricordato antifascista cremonese Giuseppe Speranzini, che era stato arrestato mesi prima mentre tranquillamente passeggiava in città, “in ferie” dal suo rifugio campestre, veniva prosciolto in istruttoria e rilasciato dopo sette mesi di detenzione.
Dai vecchi fatti del 25 luglio l'attenzione si spostava a quelli del giorno, tanto più gravi per la gerarchia fascista.
Anche nella provincia il terreno cominciava a scottare sotto i piedi dei nazifascisti e l'atmosfera a rendersi gradatamente irrespirabile.
I nuclei patriottici della provincia, in questi mesi, si erano andati ancor più e meglio organizzando.
L'addestramento dei mesi trascorsi, l'esperienza recata in loco da elementi richiamati o inviati da altre province avevano contribuito al consolidamento e alla combattività delle formazioni.
Gli ostacoli erano gravi, le deficienze numerose. Ma atti di sabotaggio e “disarmi” avvengono un po' dovunque ad opera dei gruppi patriottici.
Nella zona di Pessina Cremonese, nei pressi di S. Antonio Negri, si opera il taglio dei fili telefonici e la distruzione di tutti i cartelli indicatori stradali posti ai bivi.
A Cappella Picenardi tre militi della G.N.R. vengono aggrediti e disarmati.
Sulla strada di Volongo due militi delle SS vengono disarmati di moschetti e di bombe a mano.
A S.Daniele assieme ad atti di sabotaggio alla rete telefonica e al traghetto, una pattuglia fascista viene assalita da patrioti che feriscono a fucilate un milite.
Nel luglio del '44, nella stessa zona, è uno stillicidio di disarmi. Due militi disarmati a Vidiceto, altri due a Pozzo Baronzio, un altro a S. Daniele. Sulla strada Mantova vecchia il 4 agosto un altro fascista viene disarmato dai patrioti. Così il 15 agosto altri due militi vengono disarmati sulla strada di Derovere. Un tedesco, nei pressi di Isola Dovarese, viene disarmato del mitra e di 5 bombe a mano.
Lo stillicidio continua. Un tedesco disarmato mentre ripara un camion, tre fascisti assaliti e disarmati a Cingia de'Botti, soldato germanico disarmato sulla linea ferroviaria a Torre de'Picenardi. Congiuntamente a queste operazioni c'è il recupero di materiale bellico in varie località.
Nello stesso periodo di tempo le formazioni patriottiche della zona casalasca che già abbiamo citato e che, unitamente alle Fiamme Verdi, costituiscono il grosso delle formazioni sapistiche della zona, proseguono l'attività con azioni rivolte soprattutto verso i limitrofi paesi del mantovano legati a Cremona per tradizioni e per vincoli di prossimità: Viadana, Commessaggio, S.Antonio di Cavallara ecc.
Dette azioni prendono il carattere di vere e proprie scaramucce con sparatorie e lanci di bombe a mano.
Taluni distaccamenti della zona si evolvono dalla tattica sapistica a quella partigiana vera e propria, nel senso di una attività continuativa svolta da partigiani indossanti proprie divise e non più solo di colpi di mano sporadici.
Così come dice il diario storico già citato della 1° Brigata Garibaldi-Casalmaggiore-Viadana, si imprime alla formazione la fisionomia, la tattica e la vita di formazione di montagna in base all'esperienza già fatta nel parmense. Si spostano pressoché ogni giorno, da una zona all'altra, grossi pattuglioni di partigiani armati, son vestiti con camicia rossa e basco rosso garibaldino. Sono chiamati i “diavoli rossi” e le loro azioni armate si susseguono pressoché senza interruzioni.
Tra le altre azioni si cita (sempre dallo stesso diario storico) che con elementi dalla Don Leoni-Matteotti viene dato l'assalto alla caserma di S.Matteo delle Chiaviche e che, in seguito a rastrellamenti avvenuti nella zona, il gruppo si sposta presso Fossacaprara e nell'isolone Fiammenghi. Ad un pattuglione che li attaccava rispondevano col fuoco mettendo in fuga gli attaccanti.
Nel luglio del '44 un gruppo di partigiani della zona di Rivarolo viene accerchiato in una cascina di Piatta di Bozzolo. Il gruppo riesce a sfuggire all'accerchiamento e i tedeschi danno sfogo alla loro furia distruttiva dando fuoco alla cascina facendone saltare le fondamenta con esplosivi.
Il territorio soresinese e del basso cremasco non resta, naturalmente, immune dalla crescente attività dei gruppi patriottici.
Disarmi di militi e di fascisti avvengono in tutta la zona: due guardafili sulla strada di Soresina, un milite fascista in casa sua pure a Soresina ecc.
Sul ponte ferroviario di Calcio un gruppo patriottico di Soncino disarma i fascisti del posto di blocco. Il 6 giugno del '44 ancora a Soresina viene disarmata una guardia campestre, il 10 a Castelleone disarmo di due militi della G.N.R
Il 26 giugno bombe a mano sono lanciate a Soncino contro la casa di un fascista.
Continuano a ritmo accelerato i disarmi dei soldati della “repubblica”. Sulla strada Montodine-Crema un milite viene disarmato il 23 luglio, nella stessa località, l'8 agosto, altri tre militi vengono privati delle armi.
Disarmo a San Bassano di un sergente delle BB.NN. A Soresina e a Genivolta disarmati ancora, rispettivamente due G.N.R.
Questa attività generale di disarmo e di azioni patriottiche è accompagnata, un po' dovunque, dal lancio e dall'affissione di volantini e di manifesti, dalla “seminagione” di chiodi antiautocarro ai nodi stradali, dal recupero di materiale, da azioni rivolte all'approvvigionamento e al finanziamento dei gruppi patriottici.
Non è raro il caso, e si può constatarlo leggendo la “cronaca nera” del più volte citato “Regime”, che i “soliti ignoti” entrino nei caseifici della zona cremasca a prelevare a forza il burro e i formaggi che i nazi-fascisti destinano al rifornimento delle proprie unità.
Per il finanziamento, a parte i fondi che pervengono dalle direzioni dei movimenti e per esse dal C.L.N.A.I., i nuclei provvedono con opportune “esazioni” accompagnate da particolari raccomandazioni presso i più danarosi e facinorosi seguaci della “repubblica”.
Questi, per paura di guai e per ingraziarsi i più che probabili vincitori di domani, allentano i cordoni della borsa così che le formazioni patriottiche riescono ad avere quell'ossigeno che pure è indispensabile nella condotta della guerra.
A Cremona capoluogo continua in questo periodo la ormai consuetudinaria attività patriottica a base di disarmi di G.N.R. in città e dintorni, di lancio di manifestini, di frequenti atti di sabotaggio contro il potenziale bellico nemico nelle fabbriche, nei depositi, alla stazione ferroviaria.
Spesseggiano sempre più le scritte murali. Si fanno sempre più frequenti, ad ogni appello del C.L.N.A.I., le diserzioni dai corpi armati della “repubblica” degli arruolati per forza o per una suggestione propagandistica che tende ora a snebbiarsi dalle menti dei meno faziosi.
Il 27 agosto 1944 un nucleo patriottico compiva in città un'azione di grande risonanza.
Tre patrioti, in bicicletta, si dislocavano nella zona periferica di S. Sigismondo e qui impegnavano una violenta sparatoria contro una pattuglia di due soldati germanici in servizio.
Il conflitto armato terminava con il ferimento grave dei due militari che venivano trasportati all'ospedale militare. I tre patrioti, compiuta l'azione tornavano indenni alla base di partenza. I tre patrioti (non quattro come erroneamente scrisse il giornale fascista) erano: Adriano Andrini, Gianfranco Marca e Gastone Dordoni.
Il fatto causò emozione in città e destò serie apprensioni negli ambienti nazi-fascisti.
Se anche una città così strettamente vigilata come Cremona, posta in una situazione geografica che impediva le azioni partigiane, cominciava a muoversi su direttive di lotta aperta, era segno e indizio che la situazione andava nettamente peggiorando.
Il “Regime Fascista” del 30 agosto sotto il titolo “Monito” testualmente dichiarava:
“le autorità italiane e germaniche sono state costrette a prendere misure di rappresaglia che, per fortuna, non sono ancora gravi. Ma tali potranno essere se un qualsiasi altro episodio si dovesse verificare. Il provvedimento riguardante gli ostaggi deve impegnare tutti indistintamente i cittadini ad essere collaboratori dell'autorità per il mantenimento dell'ordine pubblico. L'omertà, il favoreggiamento o la sola indifferenza di fronte ai crimini dei fuorilegge possono portare a serie conseguenze”.
I provvedimenti “non gravi” ordinati dal Comando Militare germanico erano i seguenti:
1)- Precettazione di cittadini per la vigilanza sulla strada Cremona-Bonemerse;
2)- Divieto della circolazione diurna e notturna delle biciclette nella zona delimitata dal perimetro Via Mantova- Villetta Malagnino- Ca' de' Staoli- Pieve d'Olmi- S.Daniele- Fiume Po- Via del Sale;
3)- Taglia di L.200mila da corrispondere a chiunque fornirà notizie atte a provocare la cattura dei fuorilegge che hanno compiuto il criminoso attentato;
4)- Venti cittadini, gravemente indiziati quali elementi svolgenti attività antinazionale e sovversiva, sono stati fermati e trattenuti quali ostaggi per rispondere con la vita per qualunque atto consimile dovesse verificarsi nella provincia contro militari appartenenti alle forze armate germaniche e italiane, alla G.N.R., o contro iscritti al p.f.r. o che si rendessero colpevoli di atti di sabotaggio contro materiali ed impianti militari o civili germanici o italiani.
Analogamente sarà proceduto nei confronti degli altri elementi attualmente detenuti nelle locali carceri per motivi di carattere politico.
Il testo italiano dell'ultimo comma delle disposizioni di rappresaglia non era molto forbito e corretto ma le minacce apparivano chiare anche se il timore del peggio costrinse i nazi-fascisti, pur verificandosi in prosieguo di tempo numerosi altri atti di ribellione, a gettare molta acqua sul loro fuoco.
La città si commosse alle “grida” di intonazione spagnolesca quel tanto che serviva a determinare un maggior risentimento contro i fascisti che adottavano un simile provvedimento, contrario ai diritti della personalità umana per quanto si riferisce al comma degli ostaggi che, innocenti, avrebbero dovuto rispondere delle azioni di terzi o, magari, di agenti provocatori interessati a far succedere sanguinose rappresaglie.
La resistenza cremonese, nel frattempo, continuava imperturbata la sua azione.
A rinfocolare l'odio e la volontà di lotta contro i nazi-fascisti venne il comunicato (odioso comunicato redatto in termini barbari e pubblicato sul “Regime” del 24 settembre 1944) della avvenuta fucilazione del partigiano cremonese Luigi Ruggeri, nome di battaglia “ Carmen “.
Luigi Ruggeri era un valoroso partigiano già provato nelle congiure e nell'attività clandestina. Dalla brigata partigiana “Forni” di Salsomaggiore venne chiamato ad operare nelle formazioni della provincia.
La sua prima attività si svolse nella zona casalasca, fra Cingia de' Botti e Casalmaggiore, col preciso compito di collegare i nuclei, organizzarli per passare alla fase armata.
Sotto la sua guida furono compiute varie imprese di recupero di materiale bellico e anche di generi di prima necessità che, destinati alle forze tedesche, furono invece distribuite alla popolazione e alle formazioni sapistiche in loco.
Verso la stessa epoca si pensò anche di organizzare un'azione contro Farinacci che, seralmente da Cremona sfollava a Palvareto, nel castello Medici del Vascello.
Forse avvertito da voci correnti o per naturale precauzione Farinacci mutò itinerari e il colpo di mano non potè aver luogo.
Dalla zona casalasca Luigi Ruggeri, per l'esperienza acquistata e per la necessità di aver sottomano elementi capaci e provati, venne chiamato in città al comando della IV Brigata Garibaldi del Raggruppamento “Ghinaglia” (poi intitolata a Bruno Ghidetti).
L'ultima sua azione fu il disarmo di un repubblichino che si vantava sempre di essere tale ma che di fronte a Ruggeri, per essere lasciato libero, si decideva ad ingoiare il distintivo metallico che portava all'occhiello della giacca (e di tale fatto è fatta menzione nel citato comunicato fascista).
Luigi Ruggeri aveva un “posto di tappa” nelle vicinanze di Pozzaglio. Una spia, venuta a conoscenza del rifugio, condusse nella località gli agenti dell'U.P.I.
Luigi Ruggeri venne così catturato e sottoposto a dure sevizie nella Villa Merli ad opera dei fascisti sotto la direzione del famigerato Milanesi (fucilato poi Bergamo nei giorni dell'insurrezione).
Il valoroso partigiano, pur essendo a conoscenza di tutta la trama segreta del movimento provinciale, non disse una parola sacrificando se stesso per salvare l'organizzazione patriottica.
Il comando delle formazioni partigiane, allo scopo di salvare Ruggeri, fece eseguire un'azione ad Olza Piacentina per catturare ostaggi coi quali patteggiare uno scambio con le autorità repubblichine.
In tale azione furono catturati due G.N.R. di Cremona che, in attesa dell'eventuale scambio, vennero avviati al campo di concentramento partigiano di Prato Barbieri, presso Lugagnano.
Improvvisamente, però, prima ancora che fosse possibile compiere approcci per lo scambio, Luigi Ruggeri venne portato sulla piazza di Pozzaglio e colà passato per le armi.
Anche nell'ora estrema (e gli stessi fascisti lo ammisero) Luigi Ruggeri conservò intatto lo stoico coraggio di cui aveva dato prova. Già esposto al piombo avversario, doveva essere fucilato alla schiena, si voltò improvvisamente e ricevette al petto la scarica mortale.
Agli ostaggi fascisti presi ad Olza, anche se Ruggeri era stato fucilato, non venne torto un capello, ciò in omaggio a un pensiero espresso in antecedenza dallo stesso Ruggeri. Alla vigliaccheria del nemico non dobbiamo rispondere con atti di viltà.
Luigi Ruggeri, in un certo senso, impersona in provincia la figura del partigiano combattente che spinge il suo spirito di lotta fino al sacrificio.
Altri cremonesi cadono nelle formazioni partigiane di montagna, altri cadranno nei giorni di aperta insurrezione contro i tedeschi per le piazze e le vie cittadine e di campagna, infiorate dalla primavera di risurrezione.
Luigi Ruggeri rappresenta, sinteticamente, nella azione e nel sacrificio, la lotta dei partigiani durante i 20 mesi di battaglia clandestina.
Egli dimostra che ovunque è possibile combattere e morire per la libertà.
LA NEVE CADE SUI MONTI E SI ARROSSA DI SANGUE CREMONESE
Il fenomeno del partigianato italiano in montagna nasce dalla confluenza dei disciolti reparti dell'esercito regio con la resistenza civile, più propriamente politica, che intende sin dai primi giorni dopo l'otto settembre continuare apertamente la lotta contro il nazi-fascismo là dove particolari condizioni lo permettano.
Le battute di opposizione armata effettuate da singoli reparti dell'esercito, guidati da subalterni valorosi e ben orientati, lo spirito di rivolta morale di altri gruppi e di singoli alla capitolazione, in faccia al nemico, dei generali regi (fatta qualche onorifica eccezione) determinano la costituzione delle prime bande armate di “ribelli” e di “sbandati”.
Salgono intanto dalla pianura i primi nuclei di civili, elementi compromessi nei 45 giorni e decisi ad iniziare la lotta nella coscienza che l'alternativa posta agli italiani è quella di insorgere per risorgere.
Sono i vecchi gruppi di Giustizia e Libertà (socialisti e democratici radicali), sono i nuclei di combattimento del Partito Comunista, sono i democratici cristiani del vecchio filone del partito popolare, che salgono in montagna per organizzare una più diffusa rete di resistenza e costituire il fulcro delle formazioni.
Dall'incontro degli uni cogli altri (permarranno fino alla liberazione specialmente in Piemonte anche “formazioni autonome” di ispirazione liberale badogliana) nasceranno le prime unità partigiane politicizzate ed ispirate a una tradizione schiettamente democratico-risorgimentale ed antifascista.
Benedetto Croce aveva dichiarato che la più grave iattura che poteva capitare al paese era di dover desiderare la sconfitta per l'abbattimento della dittatura.
In questo senso non solo è giustificata ma ampiamente compresa la lotta che l'antifascismo, cioè la democrazia, fece al fascismo approfittando di tutte le contingenze anche difficili in cui questi veniva a trovarsi.
Era molto comodo per i fascisti identificare la loro causa (appoggiata alla violenza e ai plebisciti fasulli) con quella permanente della nazione.
Nel momento più critico per la vita nazionale, da essi sostanzialmente determinato, avrebbero dovuto almeno far onore alla massima mussoliniana: “perisca anche la nostra fazione purché la patria sia salva”.
Questa massima, evidentemente, valeva però soltanto per manifestazioni di parata; quando la nazione, ridotta agli estremi, ritenne di doversi svincolare da coloro che l'avevano portata al precipizio, questi stessi fascisti perseverarono nell'orrore e nel crimine.
Giustamente allora il popolo italiano, identificando in sé le sorti del paese, li ributtò al margine ed agì con decisione contro la loro pervicacia e i loro criminosi tentativi.
Col colpo di stato del 3 gennaio 1925, legalmente e razionalmente, il regime fascista si era del resto già posto fuori dalla legge.
Esso governava contro il patto nazionale degli italiani; aveva portato il paese a guerre disastrose senza il consenso e contro gli interessi del popolo. La guerra fascista imposta al popolo non era guerra di popolo ma una iattura cui il fascismo aveva portato la nazione.
La giustificazione della lotta fatta dalla democrazia al fascismo anche nel periodo in cui questi si trovava in guerra è perciò basata su inoppugnabili dati, su fondamenta giuridiche, sui principi stessi della democrazia e della nazionalità.
Per i vecchi antifascisti la lotta di liberazione nello storico biennio è la continuazione di quella battaglia democratica contro la dittatura che si iniziò in Italia nel lontano primo dopoguerra.
“Oggi in Spagna, domani in Italia”, aveva dichiarato nel 1936 Carlo Rosselli.
La tradizione antifascista dei vecchi combattenti per la libertà in Italia, in Spagna, nell'esilio, nei penitenziari e davanti ai plotoni del ventennio fascista, veniva ad inserirsi nell'alveo dell'opposizione sorta nel paese per i recenti avvenimenti della guerra disastrosa e dell'invasione tedesca.
Dal settembre '43 al giugno '44 il movimento partigiano in montagna (specie nell'Italia settentrionale e centrale) si alimentò delle due componenti: militare e civile antifascista.
Nel secondo periodo (dal giugno '44 all'aprile della liberazione) il fulcro fondamentale del partigianato originario venne ad accrescersi e ad ampliarsi per il concorso di un altro fenomeno, la coscrizione fascista che poneva i giovani nell'alternativa di conservarsi buoni italiani o di arruolarsi nelle formazioni settarie della “repubblica”.
L'afflusso straordinario dei giovani educati dalle correnti politiche clandestine e posti di fronte all'imperativo della coscienza, determinò una nuova fase più vasta del movimento partigiano. Negli ultimi tempi, in seguito agli appelli e alle ordinanze del
C.L.N.A.I.,si ebbe un particolare aspetto del fenomeno con le diserzioni in massa o dei singoli dei reclutati a forza nelle formazioni nere.
In tutte queste fasi del partigianato italiano, Cremona e provincia ebbero rappresentanza notevole, proporzionatamente si intende alle particolari condizioni ambientali e di struttura.
Giova, difatti, ancora una volta ricordare che la situazione geografica come non permetteva una vera e propria condotta di guerra partigiana, così del pari, ostacolava l'afflusso facile e in massa di nuclei volontari verso le zone di impiego.
Ciò nonostante l'apporto di Cremona alla lotta partigiana di montagna fu notevole sia per il numero cospicuo di cremonesi militanti nelle formazioni (e correlativamente di caduti) sia per il contributo singolo dato alla lotta da eroici partigiani cremonesi comandanti o gregari delle formazioni.
Il volontariato patriottico della provincia di Cremona per gli ideali di libertà e unità nazionale ha profonde radici nella storia.
A prescindere dal lontano esempio dei volontari cremonesi nella III^ Coorte della “Legione Lombarda” della Repubblica Cisalpina partecipe dei fatti d'armi che alla fine del secolo XVIII rassodarono le sorgenti libertà e unità d'Italia, il volontariato cremonese si affermò, agli albori del risorgimento nel 1821 e nel '31, con la partecipazione dei singoli cittadini ai primi moti italiani.
Si dimostrò ancor meglio nel '48 con le due spedizioni delle “Colonne Tibaldi” e con i combattenti cremonesi a Roma nel Battaglione Manara, a Venezia con i soldati di terra e marinai, a Novara con bersaglieri e volontari nei vari reggimenti piemontesi.
Nel '59 e nel '60 Cremona diede un contributo in mezzi e in uomini superiore addirittura alle sue stesse possibilità di piccola città provinciale. Centinaia e centinaia di giovani cremonesi rivestirono la camicia rossa di Garibaldi, combatterono da Marsala al Volturno, repressero i moti del brigantaggio, tornarono alle loro case impazienti che una parola del “biondo leone” li richiamasse alle battaglie dell'indipendenza.
E tutto ciò in piena consapevolezza di intenti e in umiltà di aspirazioni personali.
Il volontario risorgimentale era un uomo che, messe da parte considerazioni di indole particolare, dedicava tutta la sua attività e le sue forze al servizio della causa che s'identificava nella libertà e nella coscienza umana. L'indipendenza italiana doveva essere la prima tappa verso l'emancipazione di Europa così come la “Giovane Italia” era una parte del tutto che si impersonificava nella “Giovane Europa”.
Il volontario della libertà italiana 1943-1945 si identifica col suo predecessore del primo Risorgimento.
Anch'egli non ha preoccupazioni d'indole personale. Egli è convinto che la causa della libertà e della indipendenza italiana è una premessa per la costruzione in Europa e nel mondo di una nuova socialità fondata sulla democrazia e sulla riforma.
Lottando e combattendo per la resurrezione del popolo egli è convinto che in tale modo aiuterà anche l'avvenire di un mondo migliore che avrà per fondamenta la giustizia e le profonde radici nella coscienza universale degli individui e dei popoli.
Da tale convinzione deriva il senso di necessità della lotta e di dedizione al sacrificio che accompagna sul difficile cammino i combattenti della libertà d'Italia e che li affratella ai combattenti per la libertà del mondo intero, sia che essi operino nei reparti inquadrati delle Nazioni libere o agiscano e combattano nelle isolate formazioni della Resistenza europea.
Per i volontari della libertà italiani, per quelli cremonesi in particolare, valgono soprattutto le riflessioni che sono state fatte nei primi capitoli del presente saggio.
Una generazione non vive mai una vita a sé stante; essa è strettamente collegata con quelle che l'hanno preceduta e determina essa stessa una non trascurabile influenza su quelle che verranno.
La generazione della lotta di resistenza e di liberazione è strettamente unita per vincoli ideali a quelle che, nello scorso secolo, lavorarono e lottarono per la evoluzione democratica e sociale della nazione.
I germi sparsi in tutti quegli anni non andarono dispersi, neanche attraverso la bufera fascista. Attesero pazientemente nelle più recondite latebre dell'anima popolare e sbocciarono apertamente quando obiettive situazioni di fatto ne resero possibile il risveglio e la funzione.
Democrazia e graduale riforma furono le caratteristiche distintive della evoluzione risorgimentale; lo sono anche del movimento di Liberazione del secondo Risorgimento.
Ed è questo l'elogio migliore che possa essere tributato ai resistenti e ai partigiani cremonesi che operano fuori della nostra provincia, là dove la sorte li aveva lasciati all'otto settembre o dove volontariamente essi si recarono per portare un contributo alla lotta generale sostenuta dal movimento di liberazione.
E' necessario distinguere fra azione di gruppi o nuclei compatti di cremonesi ed azione individuale di singoli.
In questa ultima fattispecie, per intuitive ragioni di economia del lavoro, non sarà possibile partitamene seguire le gesta di ciascun volontario cremonese caduti nei ranghi delle brigate partigiane.
Si farà eccezione per taluni che sono figure rappresentative e che del resto identificano in sé l'eroismo e il sacrificio di tutti coloro che diedero la vita per la causa della libertà.
Fra i primi partigiani cremonesi è doveroso, anzitutto, annoverare i soldati del 17° Reggimento Fanteria della Divisione Acqui, sacrificatisi a Cefalonia nel settembre 1943 in impari combattimento contro le formazioni germaniche o trucidati vilmente, dopo la resa, dalle orde hitleriane della Wehrmacht e delle SS.
Il 17° Reggimento Fanteria aveva reclutato a Cremona e in provincia un buon numero di soldati. Nel settembre del'43 presidiava Cefalonia, l'isola più importante del gruppo delle Jonie.
Il giorno successivo all'armistizio il generale Gandino, comandante della divisione, prospettò il problema della vita dei suoi soldati e dell'onore militare italiano e iniziò trattative con il locale comando germanico sulla base del rientro in Italia e della conservazione delle armi.
Il 15 settembre, cadute nel vuoto le trattative per la evidente malafede tedesca, violentissimi combattimenti si accesero fra i reparti italiani e le formazioni germaniche, alimentate da nuovi rinforzi e appoggiate da una potente aviazione.
La battaglia durò otto giorni e non si concluse che col totale annientamento dei nostri.
Il 17° Reggimento (secondo e terzo battaglione), in cui militava la maggior parte dei soldati cremonesi, si distinse la sera stessa della rottura delle trattative nella riconquista del Colle Telegrafo. La battaglia si spostò poi nel settore orientale dell'isola.
Particolare rilievo ebbero la resistenza del 1° Battaglione del 17° Fanteria nei pressi di Kimonico e quella del 2° Battaglione sul Risicuzolo.
Terminata la battaglia il nemico passò alle più feroci rappresaglie contro i vinti che avevano osato tenergli testa.
Gli Ufficiali del Comando del 17° Fanteria furono immediatamente fucilati sul campo di battaglia. I superstiti subirono la stessa sorte la mattina del 24 settembre alla “Casetta Rossa” presso il Capo S. Teodoro di Cefalonia.
Fra questi è doveroso ricordare gli ufficiali cremonesi Capitano Sergio Paganini, Tenente Testori, Tenente Capelli, Tenente De Stefani. Essi, dopo aver sostenuto con i loro soldati i duri combattimenti, caddero gloriosamente per l'onore e l'indipendenza della Patria.
Dopo la guerra sfortunata ed eroica dei fanti cremonesi abbarbicati all'isola Egea per difendere assieme all'onore della patria, la libertà del popolo ellenico (i caduti cremonesi a Cefalonia furono 157 (in effetti ne furono poi verificati 174 ndc) e i dispersi 76.
Ricordiamo ora due fulgide figure che di diritto appartengono alla resistenza cremonese e che per Cremona rappresentano quello che i fratelli Cairoli significarono per Pavia: i f.lli Antonio e Alfredo di Dio.
Alla data del'8 settembre i cremonesi Antonio e Alfredo di Dio erano ufficiali dell'esercito in servizio permanente effettivo rispettivamente a Parma e Vercelli.
Dopo aver combattuto contro il tedesco, Antonio di Dio sale sulla montagna col suo reparto di carristi. A Imeggio, piccolo paese della Val Strona, viene raggiunto dal fratello Alfredo e assieme costituiscono le prime bande partigiane, dall'Ossola alla Val Cannobina, dalla Val Toce alla Val Sesia, dividendo rischi e pericoli con altri valorosi comandanti, fra i quali l'indimenticabile partigiano capitano e architetto Filippo Beltrami.
Alfredo di Dio era specializzato nei disarmi dei militi repubblichini.
A bordo di un autofurgoncino, scorrazzava per tutti i posti di blocco tedeschi e fascisti e disarmava i nemici senza paura.
Durante una di queste azioni condotta in pieno giorno a Novara egli cadde nelle mani dei nazi-fascisti.
Mentre il fratello era in carcere Antonio di Dio accorreva a Megolo (Val Sesia) ove i reparti partigiani di Moscatelli erano duramente impegnati contro una divisione nemica.
Durante la marcia di avvicinamento Antonio di Dio e Beltrami con la loro formazione vengono attaccati. Non c'è più via di scampo. Antonio e Beltrami cadono in battaglia incitando i patrioti alla battaglia.
Alla memoria di Antonio di Dio venne conferita la medaglia d'oro al valor militare. Dice fra l'altro la motivazione: “…attaccato da forze preponderanti di tedeschi e di fascisti rifiutava, con il suo comandante e con pochissimi altri, di sottrarsi al combattimento e vi si slanciava con estrema energia. Gravemente colpito da una raffica che gli frantumava il femore, fasciava da se stesso l'arto ferito per arrestare l'emorragia e riprendeva il combattimento seminando ancora strage nelle file nemiche, finché una seconda raffica lo stendeva al suolo”.
Alfredo di Dio si trovava allora nelle carceri di S. Vittore a Milano. Avuta la notizia della morte gloriosa del fratello si anima della volontà di lottare per vendicarlo.
Riesce a farsi trasferire alle carceri di Novara e di qui a fuggire e a raggiungere l'Ossola. Nell'Ossola, vasto campo d'azione partigiano, Alfredo di Dio rianima gli sbandati, accoglie i giovani che arrivano dalla pianura, dà vita alla 1° Divisione Val Toce fulcro delle formazioni che porteranno, nel settembre '44, all'intera liberazione della zona ossolana.
Fu un succedersi di azioni eroiche dalla conquista dei posti fortificati di Piedimulera alla liberazione della città di Domodossola.
I fascisti, evidentemente, non potevano permettere che un così vasto territorio affacciantesi sulla pianura padana rimanesse controllato dai partigiani e si auto-governasse democraticamente. Ci fu allora la grande offensiva condotta con strabocchevole abbondanza di uomini e di mezzi che partì dalla Val Cannobina, dalla pianura di Ornavasso, e dalle bocchette della Val Strona.
Inizia l'epopea della repubblica ossolana difesa in unità di intenti e di opere da nuclei di Fiamme Verdi, di matteottini e di garibaldini.
Alfredo di Dio si trovava ad Onesco col colonnello A. Moneta, Comandante della “Guardia Ossolana”. Trecento uomini partono all'attacco preceduti da Alfredo.
Alle Bocchette di Finero resiste un pugno di eroi che da tre giorni lotta sotto la pioggia senza cibo e sparando le ultime cartucce.
I partigiani retrocedono per difendere sino all'ultimo le posizioni dalle quali è possibile permettere ai reparti in ritirata di raggiungere la frontiera svizzera. Nella stretta di Cannobina fino al costone della Torriglia: qui l'imboscata. I fascisti, improvvisamente aprono il fuoco con le mitraglie.
E' il 12 ottobre 1944. Sui corpi agonizzanti i soldati di Graziani, alla tedesca, scaricano le pistole.
Alfredo di Dio raggiunge così nell'eternità della gloria il fratello Antonio.
Anche alla sua memoria venne conferita la medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione:
“ Ufficiale dell'Esercito in S.P.E. fin dal primo giorno della resistenza fu alla testa del proprio reparto nell'accanita battaglia contro l'oppressore.
Organizzò i primi nuclei di partigiani e con magnifico ardimento li condusse all'impari lotta attraverso una serie di audaci imprese.
Catturato dal nemico con sdegnosa fierezza subì duri interrogatori e, riuscito a farsi liberare, temerariamente riprese il suo posto di combattimento partecipando alle operazioni che attraverso lunghi mesi di sanguinosa lotta, portarono alla conquista della Val d'Ossola.
In questo primo lembo d'Italia valorosamente conquistato resistette per 40 giorni con i suoi uomini stremati, affamati, male armati, contro forze nemiche di schiacciante superiorità, finché con le armi in pugno incontrò eroica morte alla testa dei suoi partigiani”.
Continuando a trattare dei cremonesi volontari della libertà che agirono isolatamente in reparti e formazioni fuori della provincia, si può affermare, senza tema di smentita, che tutte le zone ove si combatté la lotta partigiana furono bagnate dal generoso sangue dei figli del nostro popolo.
Anzitutto la bella figura di un altro ufficiale dell'esercito: il Generale di Brigata Giuseppe Robolotti.
Il Generale Robolotti, già Comandante del presidio di Fiume, all'otto settembre aveva ivi disposto la resistenza dei suoi reparti contro l'invasore tedesco.
Ultimata questa si era recato a Milano e qui si era messo a disposizione del C.L.N.A.I. per l'organizzazione della resistenza.
Buon militare e cittadino valoroso era stato proposto al comando clandestino della zona di Milano.
Cadde, per delazione di spie, nelle mani dei nazi-fascisti e fu a San Vittore ove tenne alta la sua dignità resistendo alle lusinghe repubblichine.
Trasferito al funesto campo di concentramento di Fossoli, anticamera dei campi di sterminio di Germania e della morte, venne compreso nel massacro ivi compiuto dai tedeschi, nel luglio 1944, di 68 prigionieri.
Morì eroicamente dicendo: “L'Italia mi chiama “.
E accanto al generale, rappresentante dell'esercito, democratico e proletario in grigio verde di Vittorio Veneto, bene stanno i nomi dei cittadini cremonesi che, dopo aver combattuto fra i partigiani o agito clandestinamente, sorpresi e arrestati dagli sgherri nazi-fascisti furono mandati a morte nel campo di sterminio a Mauthausen.
Furono essi: Ferdinando Quaini, Fiamma Verde della Divisione Val Toce; Ernesto Cremonesi, Fiamma Verde del Regg.to Cisalpino; Giuseppe Leoni delle Brigate Matteotti; Bruno Gregori e Renzo Pedroni delle Brigate S.A.P.Garibaldi.
Martiri tutti veramente degni dell'alone che nel primo Risorgimento circondò i condannati allo Spielberg e gli affossati nelle galere borboniche di Favignana e di Ponza!
Ovunque si sparse il generoso sangue cremonese per la libertà e l'unità della patria.
Il soldato Marelli di Casalmaggiore cade il 10 settembre alla difesa di Roma, in Jugoslavia a Montenegro fra i partigiani slavi sacrificano la vita: il dott.Giuseppe Puerari, Pietro Gaboardi, Primo Mineri, Enzo Manfredini, Palmiro Penotti, Benvenuto Ronchi. Cade a Zara il partigiano Virginio Bodini.
A Brunico, sui confini d'Italia, con l'ultimo pensiero rivolto alla Patria e a Cremona ove hanno le loro famiglie, cadono i cremonesi: Luigi Vinoni, Giuseppe Pezzulli, Senofonte Zanda, Arnaldo Rossetti, Marino Uberti.
Nel Trentino a Levico, trafitto a morte, cade Rodolfo Fermi. A Pieve di Teco, Angelo Volpari. I partigiani cremonesi spalla a spalla con i compagni di tutta Italia, sostengono ovunque, fino alla morte, l'urto delle forze tedesche e dei traditori fascisti.
Cade a Nocera Umbra il partigiano Paolo Ferrari, a Pesaro Ferruccio Manfredi e Angelo Marchi, a Bologna Azeglio Pagliari.
A Vezzo di Stresa compì il supremo sacrificio per la libertà d'Italia il giovanissimo eroe e martire Sergio Murdaca. Era, egli, studente dell'Istituto Tecnico di Cremona quando venne, da parte dell'autorità fascista, l'ordine di presentazione alle armi.
Sergio Murdaca comprese allora quale era il suo dovere. Salì in montagna al Mottarone e si arruolò nella 118° Brigata Servadei.
Gli venne affidato, dal comando, l'incarico di vegliare sui movimenti repubblichini a Vezzo.
L'11 dicembre 1944, per delazione di una spia, 50 tedeschi e lanzichenecchi della “decima” irruppero improvvisamente nel piccolo accampamento partigiano.
Sergio Murdaca rimase ferito alla prima scarica e cadde prigioniero. Iniziò, allora, il suo martirio che non vorremmo descrivere per la dignità del nome italiano, ma ce lo impongono l'obbligo di espositore di fatti e la volontà di ricordare ai cremonesi l'epopea partigiana.
Sergio Murdaca, adolescente italiano, venne a pugnalate mutilato di un occhio dalle belve fasciste. Fu evirato e finito a colpi di moschetto sul cranio. Il suo corpo venne poi gettato fra le fiamme del cascinale.
Alla sua memoria venne conferita la medaglia d'argento al valor militare.
A Compiano, in Val Fredda, cade il partigiano Bruno Benedini; a Roccolone di Verteva, militando nella brigata bergamasca “Gabriele Camozzi” cade il cremonese di adozione Nazareno Fragnito.
A Ogebbio, in faccia al nemico, cade Umberto Granata. A Varese Ligure, Ezio Baetta e Raffaele Lucini. Militando nella 2° Divisione “Coscione”, ad Imperia, cadono i cremonesi Ettore Ardigò e Vitaliano Lazzari.
In Piemonte, in Val Sangone, cade Ernesto Cocchetti della Divisione “S. De Vitis“; a Bagnolo Piemonte Remo D'Adda; ad Aramengo Arti, militando nella Div. Italo Rossi” delle brigate Matteotti, cade il partigiano Giuseppe Fanti; a Trabosa Sottana, nelle “formazioni autonome Mauri” il partigiano Luigi Guarneri.
A Ponte Ticino, valorosamente, militando nella “Volante Rossa” in una rischiosa azione di avvisaglia contro il presidio tedesco sull'autostrada, cade fulminato nell'agosto '44 il partigiano Cesare Goi, proposto per la medaglia d'oro al Valor Militare.
Come si vedrà meglio in seguito il maggior numero di partigiani cremonesi combatté in Piemonte e nel parmense e piacentino. Qui, da isolati, uniti però a formazioni della zona, caddero a Berceto i partigiani Graziano Azzini e Alessandro Moroni; a Toano, nel Reggiano, caddero i partigiani Gaetano Cecchinelli e Luigi Cattaneo; a Bettola, Giovanni Canevari; alla Vernasca l'intrepido partigiano Armando Garilli.
Così tanti altri caddero: Remo Contardi a Barce di Bettola; Calamani Giuseppe a Lumezzane di Brescia; Domenico Di Fongo a Bolzano; Tolmino Fontana a Gandino; Ferruccio Gerosa a Ferriere; Giovanni Lucini in Val Taleggio; Ernesto Manfredini della Div. Oltrepò “Allotta”; Francesco Marzano a Castell'Arquato; Marino Mariotti a Niguarda; Maruti Giovanni a Villanova di Mondovì; Santo Moretti a San Virgilio; Tomaso Moroni a Padova; Francesco Macchi a Toano; Giuseppe Pochetti a Vipulzano di Gorizia; Alessandro Ravizza fra i martiri della Benedicta a Gavi; Callisto Sguazzi a Cornalba di Serina; Luigi Zelioli a Forno di Coazze.
Questi morti là rimasero, dove erano caduti, finché durò la battaglia. Vennero poi dal piano, dove erano rimasti per la lotta estrema, i compagni che li avevano visti cadere per riportarli giù anche essi presso il dolce fiume che li aveva visti nascere e crescere fra le cure attente delle madri.
Il secondo aspetto del volontariato cremonese della Libertà fuori provincia è caratterizzato dalla partecipazione alla lotta di cremonesi che rimangono insieme in nuclei organici e compatti. Nella zona di impiego essi svolgono un'azione a sè stante anche se logicamente collegata a quella delle formazioni ivi già esistenti.
C'è, innanzitutto, un sintomatico parallelismo fra questo volontariato cremonese fuori provincia e il “colonnismo” patriottico del '48.
I cremonesi, nel '48, fan luogo a due spedizioni, organizzate in loco per spostare poi la loro azione verso il Trentino, in cooperazione con le “colonne” o battaglioni delle altre province lombarde.
Nel 1944 molti volontari cremonesi della libertà, pur partendo alla spicciolata per evidenti ragioni di clandestinità, sono anch'essi inquadrati ed organizzati. Giunti in zona di impiego i cremonesi riescono a darsi una loro strutturazione organica di formazione.
Le difficoltà iniziali sono certamente le maggiori.
I giovani che vogliono partire per la montagna debbono anzitutto trovare un collegamento a Cremona con i centri politici che hanno la possibilità di avviarli a destinazione.
Partendo alla spicciolata, con i mezzi di trasporto consentiti dalle circostanze di emergenza, spesso con documenti falsi, talvolta con foglio di viaggio della “decima” o delle brigate nere cui hanno finto di aderire, i giovani partigiani arrivano nella città più prossima alla zona dove opera la formazione cui essi sono indirizzati.
Generalmente nella città o nel grosso borgo dove arrivano, essi trovano o una guida, che è di solito un concittadino già da mesi inquadrato nell'unità partigiana, o un recapito indicato in precedenza. Qui, a mezzo di parole d'ordine, essi si fanno conoscere ed hanno la possibilità di farsi condurre in zona.
A dirlo o a scriverlo tutto ciò sembra una cosa abbastanza semplice. Nella realtà, anche se i servizi di vigilanza e repressione nazifascisti non sono efficienti ed anche se l'invisibile ma sensibile protezione delle masse funziona con efficiente simpatia nei confronti degli sbandati e dei perseguitati, la trafila da seguire è complessa, comporta gravi rischi e rende difficile il raggiungimento della meta.
Ciò nonostante i giovani cremonesi partono. Partono di nascosto. Dice il poeta dei mille: “come pirati che a preda gissero e per te occulti giovane Italia”.
Per le vie, alle stazioni, nei luoghi pubblici, stazionano e si pompeggiano nelle carnevalesche divise i funerei lanzichenecchi del nazifascismo.
Ben pasciuti e pagati guardano ora con disprezzo la massa dei cittadini “taillable et corvéable à merci”. Ignorano e non pensano che fra questa massa in movimento per i quotidiani atti o colloqui della vita passano anche quelli che, fra qualche settimana, tra le forre delle Alpi o degli Appennini, impartiranno loro severissime lezioni, in attesa dell'ultima, quella del 25 aprile.
Partono i valorosi figli di Cremona, in abiti da città, nel portafoglio il ritratto della madre che mai più, forse, rivedranno. Partono perché l'immagine di una madre ultraterrena li chiama all'adempimento del dovere.
Mentre i giovani del circondario cremasco, per vicinanza di luoghi o per maggiore affinità di stirpe lombarda, si avviano di preferenza alla montagna bresciana o bergamasca, quelli del restante territorio cremonese si dirigono per contiguità di territorio verso il prossimo Appennino piacentino e parmense.
Un forte nucleo, il più notevole forse del volontariato cremonese fuori provincia, si indirizza, invece, per il convogliamento della organizzazione verso il Piemonte: alla Val Susa, alla Val di Lanzo e a quelle contermini.
Si è visto come, fin dal settembre del '43, un primo “gruppo autonomo armato cremonese” si fosse costituito nell'Appennino parmense. Esso si scioglieva dopo poche settimane per la necessità di utilizzare gli elementi che ne facevano parte sul terreno della lotta antifascista provinciale e perché, col trascorrere del tempo, si era esaurita la missione prevista di accompagnamento e di salvataggio dei prigionieri ex nemici.
Erano missioni che, anche quando di modeste proporzioni, servivano ad incoraggiare i giovani e ad indicare la via da seguire.
Così pure si è accennato all'impresa del nucleo partigiano casalasco, fulcro di una futura brigata, che nel dicembre 1943 sosteneva un duro rastrellamento nella zona di Osacca sulla montagna parmense.
Radio Londra nella ultima trasmissione serale del 28 dicembre ne dava notizia in questi termini: “comunichiamo che sulle montagne emiliane di Osacca, nel mattino di Natale, un esiguo gruppo di 50 giovani, che datisi alla macchia combattono il comune nemico, dopo aspra battaglia ha fugato le truppe repubblichine salite in rastrellamento”.
Nella sostanza, il comunicato rispondeva al vero, ma con un errore di numero: in 20 e non in 50 erano i partigiani lassù ad Osacca, sede del loro “quartier generale”.
Eppure il rastrellamento era stato preparato in grande stile e con segretezza dalla 80^ Legione nera di Parma con la cooperazione dei “Cacciatori degli Appennini”.
Nessun preallarme giunse prima della Vigilia di Natale.
Lasciamo la parola al diario storico della Brigata casalasca:
“Attaccarono all'alba; bloccato il posto di avvistamento salivano lentamente per i versanti della cresta incuneata fra Monte Santa Donna e il torrente Leno. Ci avvertì una montanara…. Ci avvertì che erano in molti… sapevamo ormai ciò che si doveva fare, combattere per difendere noi e il paese che ci ospitava; combattere per dimostrare ai rastrellatori che i ribelli sapevano battersi; sapevamo che, vincitori o vinti, dalla nostra battaglia sarebbe scaturita una scintilla animatrice per gli indecisi che ancora sostavano al piano in attesa del precipitare degli eventi.
Ci ponemmo a semicerchio ai piedi del paese con pochi moschetti, scarse munizioni e una grande serenità, inconsci di ciò che realmente sarebbe potuto accadere.
Era il nostro battesimo del fuoco….
Appostati a circa un chilometro da noi gli attaccanti iniziarono verso le ore nove e trenta un fuoco infernale di armi automatiche….
Rispondemmo al fuoco solo all'ordine del Comandante; si sparava con certezza di colpire. Verso mezzogiorno quando le sorti sembravano volgere male per noi, il fuoco improvvisamente cessò e si produsse una calma grave, un silenzio opprimente.
All'ordine di attaccare tutti scattarono e si lanciarono sul fondo sparando, ed il nemico venne sgominato”.
Comandante di tale nucleo di eroi, trasformatosi in seguito in Brigata, era il partigiano casalasco Giovanni Favagrossa che doveva poi gloriosamente cadere a Casalbellotto il 24 aprile 1945.
Nello stesso dicembre 1943 altri contingenti cremonesi, indirizzati dal Comando delle Brigate Matteotti di Cremona, si portarono alla banda del Tenente Nicoletta fra Gioveno, Forno e Coazze.
Fu, però, nella primavera del '44 che iniziò la grande coscrizione volontaria verso la montagna. Parliamo ora della 17° Brigata Garibaldi di Val Susa: fra maggio e giugno '44 tre contingenti di giovani cremonesi si avviarono in Piemonte verso la zona di impiego.
Giovani che i repubblichini chiamavano alle armi, giovani che, non avendo ancora obblighi di leva, volevano sfuggire, lassù ai bandi nazifascisti e combattere per la libertà.
L'ultimo scaglione che partì per il Piemonte era composto da circa una quarantina di giovani cremonesi. Non esistendo una particolare monografia dedicata alla 17° Brigata, abbiamo attinto notizie dalla viva voce dei protagonisti: Enrico Fogliazza, Commissario di Brigata; Franco Mori, Gianfranco Amici.
Sparpagliati sul lunghissimo treno che da Milano porta a Torino i giovani isolati cercavano di non perdere di vista i due accompagnatori già pratici del viaggio: Ghidetti e Casana.
Giunto il convoglio a Torino, avvenne un doloroso qui pro quo. Una ventina di essi scesero a Porta Susa; altri alla stazione centrale. Quest'ultimo gruppo, nelle vie del centro di Torino, incappò in un rastrellamento compiuto sui tram dai tedeschi in cerca di materiale umano da spedire al lavoro forzato in Germania.
Alcuni vennero arrestati, altri riuscirono ad eclissarsi e, guidati da un operaio che aveva compreso la loro reale destinazione, a giungere finalmente agli avamposti delle Squadre di azione partigiana che proteggevano gli accessi alle valli di Lanzo e Susa.
Sperando di poter dare un colpo grosso al movimento partigiano e per far seguito alle minacce già comunicate nel bando del duce a quegli italiani che non si arrendevano a loro, i nazifascisti iniziano nell'alto Piemonte, dopo la prima metà di giugno, una vasta azione di rastrellamento.
Le formazioni partigiane in zona non sono ancora organizzate, mancano le armi non essendo stati ancora operati aviolanci in grande stile.
La maggior parte dei partigiani è ancora disarmata, solo una piccola parte possiede moschetti, pistole e qualche vecchia mitragliatrice.
A testimonianza di ciò vale il fatto di una piccola pattuglia di cremonesi che va addirittura all'assalto di una forte posizione nemica, difesa da armi pesanti, contando esclusivamente su alcune pistole. E i partigiani debbono scambiarsi le armi tra loro per dare a tutti la soddisfazione di sparare contro i tedeschi.
In siffatte condizioni di armamento, lo sbandamento e la ritirata delle formazioni partigiane appena costituite erano inevitabili.
In questa prima azione di duro rastrellamento il gruppo dei cremonese ebbe i suoi primi martiri. Cinque cremonesi, la maggior parte adolescenti, furono sorpresi senz'armi e orrendamente seviziati e massacrati. Erano essi: Franco Scala, Edoardo Boccalini, Sauro Faleschini, Gian Paolo Conca, Alfredo Zaniboni.
Sotto la dura pressione dei reparti antipartigiani germanici, appoggiati dalle compagnie O.P. dei fascisti, i patrioti cremonesi inquadrati nella 17° F. Cima, sono costretti a ritirarsi sulle cime più alte e nella zona più impervia della valle, alcuni elementi sconfinano nelle valli adiacenti, meno facili per i rastrellamenti.
Dopo quel primo tragico scontro, sulle rocce del Cifrari, i garibaldini si riorganizzarono e due mesi dopo valendosi di un'ottima preparazione poterono, con un colpo di mano, scendere a Torino, entrare negli stabilimenti dell'aeronautica ed asportare 180 mitragliatrici oltre a materiale bellico di notevole entità.
La 17° Brigata diventò un vero e proprio organismo militare per la capacità e l'eroismo del suo comandante, il cremonese Amedeo Tonani.
Questi, appena ventenne, era dotato di qualità organizzative e di perspicue doti militari. La brigata, grazie all'attività e allo spirito di sacrificio di tutti i suoi componenti, divenne un insuperabile baluardo per i nemici.
Nel tragico inverno '44-'45 tra la fame, il freddo, le veglie e i pericoli, la 17° non cedeva davanti agli episodi di crudeltà e di orrore che i nemici seminavano dappertutto.
Erano giovani o addirittura giovanissimi i suoi componenti, senza esperienza militare e di armi. Gradatamente si temprarono alla scuola durissima della necessità ed alla educazione politica profusa dai Commissari, fortificati da un solido senso di solidarietà fraterna e patriottica.
Nel gennaio del 1945 15mila nazifascisti sferrarono un altro grande rastrellamento.
La brigata non cedette; taluni suoi elementi sconfinarono in Francia donde ritornarono dopo qualche settimana con equipaggiamenti e con armi automatiche particolarmente apprezzate per l'attacco e per la difesa.
Durante il grande rastrellamento (ma i rastrellatori verranno a loro volta rastrellati nel prossimo aprile) altri episodi di sangue, altre perdite dolorose. I dispersi e i prigionieri non ritornavano più.
Cadono così a Carmagnola Paolo Bozzetti ed Aldo Codazzi.
A Rubiana (Val di Susa) cadono Attilio Novasconi, Rosolino Righetti e Leonida Panni. Questi, adolescente sedicenne, venne catturato da fascisti italiani della “Folgore”. Per far perdere le tracce degli altri compagni egli fece marciare i suoi persecutori per quattro ore nella neve. Prima di cadere, ucciso per vendetta a colpi di scarpone, egli sputò in viso all'Ufficiale della pattuglia nemica che l'aveva catturato.
Durante i mesi di febbraio e marzo 1945 la 17° Brigata persevera nella sua dura lotta fra continui rastrellamenti, grandi colpi di mano contro i tedeschi e i loro associati tanto in montagna quanto in pianura.
Il 29 marzo nella zona di Rubiana cadono gloriosamente in combattimento Amedeo Tonani, comandante della brigata, e Sergio Rapuzzi, vice comandante.
La morte gloriosa dei due cremonesi si colora di fiamma di epopea e si accenta dell'eco di voci di fraternità e di umanità.
I nazi-fascisti, improvvisamente, all'alba del 29 marzo giungono nella zona che ospita la brigata. Il fuoco della mitraglia investe la prima baita ove è dislocato il comando di brigata.
Sergio Rapuzzi cade colpito a morte; il suo comandante Amedeo Tonani, in un impeto di fraterna solidarietà, se lo carica sulle spalle per portarlo in salvo. Mentre curvo sotto il peso cerca di raggiungere un riparo, anch'egli viene mortalmente colpito.
La sera i superstiti della Brigata, appostati in posizione sicura, vedono un'ombra che procede carponi. Corrono incontro, lo riconoscono, è Amedeo Tonani, che, comprimendosi con le mani la spaventosa ferita causata da una scarica di mitraglia al ventre, è venuto a morire fra i suoi fratelli incitandoli col suo esempio a continuare la lotta.
Dal giorno del sacrificio di Amedeo Tonani, mentre l'aprile di redenzione freme già nell'aspetto della natura e delle anime, la 17°Brigata prende risolutamente l'offensiva contro i tedeschi e le bande di rastrellatori. Passo per passo, conquistando paesi e borgate, essa scende in pianura.
A questo proposito è opportuno ricordare un fatto caratteristico. Si è visto come la “brigata nera” di Cremona, comandata dal Cerchiari, avesse inviato in Piemonte una compagnia O.P. per la repressione anti-ribellistica. Anzi, alcuni dei suoi componenti credevano di andare in villeggiatura, ma erano tornati a Cremona buoni buoni fra quattro assi, coperti dalle insegne fasciste.
La compagnia O.P. delle brigate nere di Cremona giunse fino ad Avigliana e qui ripetutamente si scontrò con la 17° brigata.
Non fu davvero un incontro di fratelli che si ritrovavano.
Nella brigata nera di Cremona, anzitutto, i cremonesi autentici erano pochi poiché la maggior parte di essa era costituita da sfollati toscani, teramani e dell'Italia meridionale.
Fra patrioti che lottavano per un ideale e i mercenari di Farinacci non poteva esistere nulla di comune. L'eguale dialetto serviva, da campanile a campanile, come mezzo di scambio di insulti e di minacce.
Né la”brigata nera”, oggi quotata baritono che intonava gli “inni della rivoluzione”, valeva a commuovere gli induriti partigiani i quali rispondevano, stonando, con “fischia il vento, rugge la bufera”.
Scesa in pianura la 17° Garibaldi puntò decisamente su Torino, verso gli obiettivi che il Comando Regionale del Corpo Volontari della Libertà le aveva assegnato.
Fu l'ultima fatica, furono gli ultimi sacrifici.
Aprendosi la strada fra i posti di blocco, superando arditamente le colonne tedesche in ritirata, affrontando con decisione i carri armati e le mitragliere pesanti dei germanici e dei fascisti asserragliati nella esasperazione della sconfitta, la Brigata occupò la Centrale Elettrica, la Stazione di Porta Susa e giunse a dar man forte agli operai della FIAT erettisi a difesa degli stabilimenti.
L'epopea era finita. Il ritorno a Cremona, col ricordo dei morti e dei sacrifici, fu la ricompensa dei partigiani cremonesi, più fortunati in questo dei loro predecessori della “Colonna Tibaldi “.
Durante i 20 mesi di lotta clandestina forti nuclei di cremonesi, ripetutamente, salirono in Val d'Arda e oltre, dando vita a parecchi raggruppamenti nelle formazioni partigiane dell'Emilia e e in quelle divisioni dell'Oltrepò Pavese.
Ricordiamo, innanzitutto, fra gli eroi caduti combattendo contro l'oppressore, il cremonese Danilo Barabaschi. Era questi un maestro elementare, giovane, colto e studioso già compromesso col fascismo sin da prima della guerra d'Africa. Era stato condannato a 5 anni di confino per il suo sentire e per la sua attività democratica.
Scontata la pena, dopo il 25 luglio 43, era tornato in Alta Italia.
Qui gli avvenimento dell'8 settembre non lo trovarono impreparato o esitante.
Era giunto il momento di rivendicare, con le armi in pugno, la libertà contesa dagli oppressori. Danilo Barabaschi non esitò. Arruolatosi fra i partigiani morì gloriosamente a Bardi, coronando così tutta una vita sacra all'ideale democratico.
Fra gli eventi succedutisi in Val d'Arda l'episodio più significativo è quello di Bettola dal 9 al 12 gennaio 1945.
Il disgraziato appello del Generale Alexander ai partigiani, perché nell'incipiente inverno tornassero al piano in attesa della offensiva primaverile, se non aveva grandemente impressionato questi ultimi che, in massima parte, erano rimasti a guarnire le posizioni, aveva ridato però aire ai nazifascisti che ritenevano di potere liberamente vibrare un duro colpo alle formazioni.
Ai primi di gennaio, fra l'alta neve caduta e le intemperie, essi sferrarono sull'Appennino il più grande rastrellamento che la storia dei 20 mesi ricordi.
Mongoli, tedeschi, bande nere per un totale di quasi 50mila uomini, erano partiti da Genova, da La Spezia, da Borgotaro, da Parma, da Piacenza, per cercare di chiudere in una morsa di ferro e in un anello di fuoco le poche migliaia di partigiani che resistevano nella zona stremati dalla fame e a corto di munizioni.
Interi paesi devastati, incendi, violenze, stupri di donne, massacri e fucilazioni furono i fatti più salienti di quel mese di lotte.
Lentamente, precedute da cani poliziotto, le colonne mongole tedesche salivano su per i pendii. Tenevano loro bordone, cantando alla tedesca, i lanzichenecchi della “decima” delle brigate nere.
I cremonesi del distaccamento “Pietro Selva”, già distintisi nell'azione di Cadeo sulla via Emilia e nel tragico eccidio del Pian dei Guselli, si erano preparati all'urto.
A Prato Barbieri i mongoli, favoriti dal maltempo e da un'intensa nebbia, dotati di speciali equipaggiamenti per la neve che era caduta abbondante e protetti da carri armati, assalivano di sorpresa, alle prime luci dell'alba il Mulino dove aveva sede il distaccamento partigiano. A nulla valsero gli estremi atti di eroismo dei partigiani, schiacciati da un'orda nemica troppo a loro superiore. Ciononostante riuscirono, saltando dalle finestre a sfuggire ai nemici. Nella neve alta un metro i 35 uomini raggiunsero, sparando, il Passo Santa Franca.
Con altri sbandati salirono sul monte Ragola, raggiunsero Cornolo ma, mentre stavano per toccare Rampeggio caddero sotto il fuoco delle mitragliatrici dei mongoli e dovettero arrendersi.
Venti partigiani, fra i quali i cremonesi Carlo Gilberti, Lorenzo Gastaldi, Giovanni Canevari, Gino Spagnoli e Francesco Marzano, dovettero così iniziare il loro grande martirio. Percossi, seviziati, affamati, spogliati, furono per tre giorni in balia della brutalità nazista, finché il giorno 12 furono tradotti a Bettola, sede del comando tedesco. Da qui un maresciallo tedesco li prelevò e li condusse in un'insenatura nei pressi di Bramaiano e li finì, uno ad uno col colpo di pistola alla nuca.
Gli eroi furono poi lasciati in mezzo alla neve orrendamente seviziati e solo dopo alcuni giorni il parroco li scoprì e diede loro onorata sepoltura.
Fin qui la semplice cronaca tratta da una pubblicazione celebrativa del 1947.
E c'è forse bisogno di commento? I giovani eroi erano caduti per la patria e la libertà.
Tra i “messaggi speciali” che radio Londra inviava alle formazioni partigiane per annunciare i prossimi “aviolanci” uno ce n'era, ripetuto varie volte, che aveva colpito l'attenzione degli ascoltatori: “la neve cade sui monti”. E questa neve, idealmente raffigurante la lotta partigiana, questa volta si era arrossata del sangue generoso dei partigiani cremonesi.
LA LOTTA PARTIGIANA SI ALLARGA IN PROVINCIA NELL'AUTUNNO 1944
L'autunno 1944 è un po' la stagione di sutura e di raccordo fra l'estate rossa dei fuochi ribellistici ed insurrezionali e la fredda durissima invernata del 44-45 che prelude, nei preparativi e nelle ultime repressioni, alla primavera del 1945.
La repubblica nazifascista ha subito, durante l'estate, colpi durissimi e a volte impensati.
Sul fronte dell'Italia centrale il suo maggior alleato ha subito scacchi irrimediabili anche se, appoggiato alla montana linea dei goti, momentaneamente riesce a contenere l'impetuosa avanzata delle truppe alleate.
Questa posizione di penosa e difficile resistenza, ottenuta con vasti sacrifici di territori e di prestigio, viene ancora più compromessa dal fatto che numerose divisioni germaniche (che sarebbero utilissime sul fronte) e quasi tutto l'esercito repubblichino sono impegnati in una lotta a coltello sul retrofronte, contro le formazioni partigiane che lottano in montagna e in pianura allo scoperto e contro le forze della Resistenza nelle città. Queste non hanno potuto ancora entrare in azione pienamente, ma i loro gruppi fanno danni e impegnano contingenti di presidio e di sicurezza tutt'altro che disprezzabili in un simile critico momento.
La repubblica fascista, oltre alla gravità della situazione sia sul fronte meridionale che su quello della lotta partigiana, si è trovata davanti, durante l'estate, una serie gravissima di problemi. Molti di essi rimasti inevasi, ancora maggiormente pesano sulla sua già precaria posizione.
Contro i suoi decisi avversari, ed è la quasi totalità del popolo italiano, essa ha vibrato colpi all'impazzata. Nel loro intimo i suoi dirigenti hanno coscienza piena dell'inutilità della resistenza.
In tale stato d'animo, secondo attendibili ammissioni, sembra che versasse, dopo lo storico discorso del Lirico, lo stesso duce del fascismo repubblichino.
Gli irriducibili, però, e con essi tutta la macchina burocratica repressiva dello staterello, ora non mollano, fatalisticamente sperando in un rovesciamento della sorte e criminalmente con ciò portando il paese sempre più presso l'orlo dell'abisso.
Per le forze organizzate della resistenza e per i suoi organismi responsabili nel capoluogo e in provincia, l'autunno serve per fare un po' un consuntivo dell'attività svolta mentre duri colpi vengono inferti agli strumenti dell'oppressione e si procede avanti sulla via della preparazione della gloriosa insurrezione.
L'autunno del '44, con la nuova tattica inaugurata dagli eserciti alleati degli spezzonamenti e dei mitragliamenti su tutte le strade provinciali in luogo delle massicce incursioni, vede il rientro in città di forti masse già evacuate nei paesi della provincia.
Dalla montagna rientrano anche elementi delle brigate partigiane.
Due fatti questi che servono a riaccendere nei grossi centri abitati più vive scaramucce e lotte sempre più dure fra la resistenza cittadina e le forze nazifasciste della repressione.
Durante l'estate il Comitato di Liberazione provinciale si è spesso riunito per esaminare gli sviluppi della situazione e per prendere deliberazioni scaturenti dalla possibilità, tutt'altro che ipotetica, che la liberazione, superata la linea gotica, arrivi improvvisamente con tutti i suoi problemi d'indole rivoluzionaria ed organizzativa.
Nel nostro C.L.N., per le esigenze della lotta e per la “caduta” in alcune branchie della organizzazione resistenziale, avvengono dal maggio 44 in avanti numerosi mutamenti delle persone che lo costituiscono.
Piero Pressinotti del P.S.I.U.P deve fuggire, lo sostituisce Bruno Calatroni; Paolo Serini del P.L. viene arrestato, lo sostituisce Giulio Grasselli; Vittorio Ravazzoli del P.C.I parte per altra destinazione, lo sostituisce Giuseppe Gaeta.
Poi, dall'autunno 1944 e fino alla Liberazione il Comitato di Liberazione Nazionale è così costituito: Presidente e rappresentante del Partito d'Azione: Francesco Frosi; per il P.C.I. Ugo Cavana; per la D.C. Ottorino Rizzi; per il P.L.I. Giulio Grasselli; per il P.S.I.U.P. Emilio Zanoni.
Il Comitato di Liberazione ha davanti a sè duri compiti. E' pur vero che l'attività militare è stata affidata al Comando Militare, che poi diverrà Comando di Piazza dipendente del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà, ma le funzioni che gli sono attribuite sono quanto mai numerose e difficili da svolgere nella clandestinità.
Non si poteva logicamente pretendere che, al momento della insurrezione, tutto potesse funzionare come un orologio; ma bisogna comunque saper prevedere le evenienze e predisporre un piano atto ad affrontare le difficoltà e i problemi sorgenti della liberazione.
Altro importantissimo compito era quello di stringere legami con i C.L.N. comunali che, o di iniziativa locale o per suggerimento del centro, si andavano costituendo un po' dovunque in tutta la provincia.
Occorreva inoltre, nel passaggio rivoluzionario dei poteri, vagliare e prescegliere quei nominativi che potevano essere idonei ad esercitare determinate importanti cariche nell'ambito provinciale: Prefettura, Comune di Cremona, Questura, Provveditorato, Se-pral, ecc.
Altro compito di importanza era quello di dare pubblicità ed attuazione alle norme emanate dal C.L.N.A.I. nella sua qualità (conformemente al patto di Roma del 7 dicembre '44) di legale ed unico rappresentante del legittimo governo italiano.
Tali norme andavano da quelle riguardanti l'abolizione della legislazione razziale alle comminatorie penali nei confronti dei rastrellatori e dei fucilatori di partigiani, dall'obbligo dei funzionari di abbandonare gli impieghi della “repubblica” ad una imposta progressiva di guerra sugli abbienti per favorire la lotta partigiana.
I fascisti, come noto, ignoravano assolutamente chi fossero i componenti del CLN, “famoso” Comitato che restava nell'ombra come un mistero e uno spauracchio indecifrabile, non tanto per le persone quanto per le forze di resistenza che esso rappresentava.
Farinacci, sul suo giornale, faceva sempre gli stessi nomi: Giacinto Cremonesi, Giuseppe Speranzini, Lorenzelli e Papadia.
Negli interrogatori, fra le sevizie sempre più feroci applicate agli arrestati politici, un punto fisso delle domande verteva sul C.L.N. e sui suoi componenti.
L'arresto di questi, nell'intenzione dei nazifascisti, avrebbe determinato una crisi nello schieramento della resistenza e un punto a loro vantaggio per le sfavorevoli ripercussioni esercitate dall'avvenimento nella pubblica opinione.
Sta il fatto che i patrioti arrestati non dissero mai verbo su ciò e che anche quando i nazifascisti ebbero casualmente nelle mani taluni componenti del C.L.N. non seppero della ghiotta preda e di conseguenza non agirono nei modi che essi avrebbero adoperato qualora ne fossero stati a conoscenza.
Nell'autunno-inverno '44-'45 le più importanti riunioni del C.L.N., oltre che sulla “normale attività” della resistenza, si concentrarono su tre importanti argomenti.
I tre argomenti furono: 1) predisposizione degli elementi da immettere nelle cariche pubbliche di emergenza; 2) organizzazione del Corpo Volontari della Libertà con un comando unificato su tutte le formazioni patriottiche clandestine; 3) esame della situazione creatasi sulla rinnovata attività repressiva nazi-fascista e sulle “cadute” avvenute nei movimenti politico-militari della resistenza.
Il primo argomento di discussione coinvolgeva un esame preventivo della situazione che si sarebbe presentata al momento dell'insurrezione nazionale. C'era il caso che Cremona potesse essere liberata, congiuntamente alla pianura padana, e che la guerra continuasse coi nazi-fascisti ritiratisi dietro l'Adige, o nella roccaforte montagnosa fra le Alpi e la Baviera.
Che la guerra cioè continuasse anche dopo la liberazione della Val Padana e che perciò la nostra regione dovesse portare un particolare contributo alla battaglia.
A prescindere da questa tesi, anche in quella più limitata della fine della guerra con la liberazione, i problemi che si sarebbero presentati alla provincia sarebbero stati tali da richiedere uomini energici e capaci preposti alla cosa pubblica.
C'era inoltre da discutere circa la rappresentativa degli stessi partiti i quali giustamente, come avviene in democrazia, avevano particolari punti di vista e uomini da far valere e da adoperare in posti di particolare importanza e delicatezza. Il problema perciò meritava un particolare esame e un attento studio. Generalmente si può ritenere che, a parte qualche scelta non troppo felice, il C.L.N. diede indicazioni buone, anche tenendo conto dei non molto numerosi nominativi di persone conosciute e del fatto che altre avevano già incarichi di importanza primaria nel C.L.N., nel C.V.L. e nelle organizzazioni propriamente di partito.
La carica di Prefetto venne riservata al P.D.A e fu la scelta più debole dato il carattere e la debolezza della persona prescelta.
La carica di Sindaco del Comune di Cremona fu data ad un iscritto del P.S.I.U.P., quella di Presidente della Provincia ad un democristiano. La Questura venne affidata ad un rappresentante del P.C.I., la Camera di Commercio ad un liberale.
Parimenti vennero scelti, per ogni carica, sostituti o facenti vece in persona di rappresentanti di partiti che non detenevano quella particolare carica. Così, assieme al Prefetto del P.D.A. vennero eletti due vice, di cui l'uno liberale e l'altro socialista.
Circa il secondo argomento discusso dal C.L.N. in questo periodo, vedremo in seguito, particolareggiatamente, l'organizzazione del Corpo Volontari della Libertà per la provincia di Cremona. In questa sede, per quanto attiene all'attività ciellenista, basta ricordare che il C.L.N. in una riunione che tenne in un magazzino di Via XI Febbraio unitamente ai comandanti delle formazioni patriottiche facenti capo ai vari partiti, costituì il Comando Provinciale o di Piazza dando il comando generale a un indipendente nominato dal P.C.I.; nominò Commissario politico un partigiano iscritto al P.S.I.; vice comandante, un iscritto al P.D.A.; Capo di Stato Maggiore un democristiano, ed Intendente un iscritto al Partito Liberale.
Il terzo fondamentale argomento, trattato nel corso di più riunioni dal C.N.L., fu quello relativo alla rinnovata attività poliziesca dei nazifascisti. Argomento che incombeva talmente nella realtà che il CLN ad un certo punto dovette interrompere l'attività per gli arresti in corso, tanti e tali che potevano direttamente minacciare lo stesso Comitato e con esso travolgere tutta l'organizzazione clandestina.
Si è già detto come, dopo l'immobilizzazione del fronte alleato a sud di Bologna, la repubblichetta di Salò avesse ripreso, con maggiore forza rispetto all'estate, la sua attività repressiva ed indagatrice.
E' giocoforza, a questo punto, risalire indietro nel tempo e rimontare alle cause che determinarono varie “cadute” di rami dell'organizzazione clandestina.
Fino ad un certo momento le varie “polizie “ e corpi repressivi nazi-fascisti avevano agito ferocemente e brutalmente sì, ma con scarsa sagacia e preparazione. Una latente ostilità tra i vari corpi e i compartimenti stagni fra l'uno e l'altro, dovuti anche al timore della presenza di “doppiogiochisti” determinava una situazione nella quale i resistenti, in molti casi, avevano la possibilità di evadere dalla maglia di vigilanza.
La direttiva nuova, sbandierata in un editto ducesco come cosa diversa rispetto ai metodi brutali della banda Koch, metodi coraggiosamente svelati dall'arcivescovo di Milano, verteva a creare un organismo di vigilanza e repressione rappresentato dalla cosiddetta “Polizia Repubblicana”.
Un unico strumento, necessariamente con unità di condotta e d'intenti, che poteva certamente infliggere colpi notevoli alle organizzazioni della resistenza.
Si aggiunga che chi fa sbaglia e che gli organizzatori della resistenza non erano tali “padreterno” da saper provvedere o conoscere anzitempo le reazioni e le mosse dell'avversario.
Si aggiunga inoltre la particolare conformazione e strutturazione del movimento di resistenza in cui fra la massa idealisticamente legata al programma di liberazione, potevano infiltrarsi, come in ogni organizzazione clandestina, agenti provocatori e spie del nemico.
D'altro canto, per quanto sia possibile giudicare gli uomini, si può sempre errare circa la valutazione delle doti personali di coraggio e di resistenza fisica e morale al dolore.
Tutto ciò, o per opera di provocatori o per debolezza o per leggerezza di taluni cospiratori, può ingenerare, in particolari momenti, la “caduta”, vale a dire la scoperta e la messa fuori combattimento da parte della polizia fascista di gruppi periferici e talvolta di gruppi dirigenti, tirati in causa per rivelazioni accidentali o provocate.
Il sistema organizzativo, a compartimenti stagni per quanto possibile, faceva sì il più delle volte da delimitare il susseguirsi delle “cadute”. In questi casi però era necessaria una ben maggior prudenza, un allontanamento degli elementi che potevano essere chiamati a rispondere, un'attività più cauta e limitata per allentare la vigilanza fattasi particolarmente occhiuta in quel determinato settore della vita civile e sociale.
La resistenza cremonese, salvo qualche arresto e qualche scoperta avvenuti negli ultimi mesi del '43 e nei primi del '44, fatti del resto dovuti a particolari casualità, giunse indenne alle soglie dell'estate '44.
I primi colpi vennero sostenuti dall'organizzazione militare socialista delle Brigate Matteotti. Dalla zona periferica di Bonemerse, facente capo ai locali elementi socialisti della 1° Brigata Matteotti, giunse alla polizia fascista, per l'opera di un agente provocatore che aveva simulato di essere disposto a cedere armi e munizioni, un filo della trama della organizzazione periferica. Arrestati a Bonemerse taluni patrioti fu facile all'U.P.I. risalire, attraverso conoscenze, visite e perquisizioni, fin quasi al centro del nucleo dirigente del movimento socialista.
Venne arrestato, senza peraltro che si sapesse delle sue particolari funzioni, il comandante provinciale delle S.A.P. Matteotti, Tenente Stefano Corbari che aveva lasciato il distretto militare, ove aveva preso servizio, a scopo informativo, per procedere all'organizzazione in provincia dei nuclei di resistenza.
L'arresto di Corbari e dei suoi più vicini collaboratori, fra cui Livio Bigli, determinò il momentaneo fermo dell'attività clandestina socialista.
Piero Pressinotti, ricercato, dovette darsi alla macchia. Gino Rossini e gli altri dirigenti dovettero limitare l'attività organizzativa.
Questa poi riprese, ad opera di nuovi dirigenti, ma poco mancò che nell'agosto non precipitasse nuovamente a seguito di una casuale scoperta fatta dalla polizia fascista.
Le “Matteotti” avevano un deposito d'armi e munizioni in una stanza affittata, naturalmente sotto falso nome, nella zona, bombardata il 10 luglio, di Porta Milano. Uno dei soliti “sciacalli” che visitavano la zona per far bottino nelle case deserte, penetrò nel deposito e, viste le armi e le munizioni, corse a farne denuncia circostanziata alla Questura repubblichina. Tuttavia, nonostante le perquisizioni e gli appostamenti, nessuno del movimento clandestino, in quella occasione, cadde nella rete.
Qualche settimana dopo, ancora per un fatto casuale, il nuovo comandante delle S.A.P. Matteotti, Angelo Maiori, venne riconosciuto da un individuo, sedicente sbandato ma effettivo agente provocatore, che egli aveva accompagnato in un rifugio in provincia. Il suo arresto, seguito da altri, determinò una nuova stasi nella organizzazione militare con il venire meno dei collegamenti con i centri e con i nuclei della provincia.
Intanto, saltuariamente, erano avvenuti anche altri arresti, seguiti da denunce al Tribunale Speciale. Così nella zona di Vescovato era stato arrestato e verrà poi tradotto a Bergamo nel carcere di Sant'Agata, Alessandro Cottarelli. Egli, nella qualità di segretario comunale, forniva falsi documenti di riconoscimento ai partigiani delle Matteotti e ai ricercati dalla polizia nazifascista in genere.
Anche il piccolo nucleo militare liberale, verso questo periodo, aveva subito le sue peripezie con l'arresto ed il deferimento al Tribunale di Bergamo di Franco Catalano. Il Partito Liberale di Cremona subirà, nell'invernata 44-45, un altro colpo con l'arresto di giovani diffusori della stampa di propaganda e con quello di Paolo Serini, membro del C.L.N., deferito egli pure al Tribunale Speciale di Bergamo.
Nell'autunno del '44 le autorità governative della “repubblica” e gli organi di vigilanza erano particolarmente impensieriti per lo spesseggiare di colpi di mano e per la crescente attività dei nuclei di resistenza. Ed in questo stesso periodo poterono sperare di assestare un duro colpo all'avversario, da essi particolarmente temuto cioè l'organizzazione militare del P.C.I. rappresentata dalle “Brigate Garibaldi Ghinaglia”.
Un individuo, da oltre 6 mesi infiltratosi nella S.A.P. Ghinaglia di S.Ambrogio e che talvolta fungeva da “corriere” fra Cremona e Milano, passò per denaro al servizio dell'U.P.I. fascista.
Sua prima cura fu quella di denunciare gli elementi clandestini con i quali era venuto particolarmente a contatto o di cui aveva sentito parlare. Fortunatamente (com'era costume nel movimento clandestino) gli elementi della congiura si chiamavano con pseudonimi o nomi convenzionali così che talvolta le ricerche della polizia cadevano nel vuoto o brancolavano nell'incertezza.
Tipici, a questo riguardo, i “granchi” presi dalla polizia che, invece di porre le armi sul “topo” (al secolo Giuseppe Gaeta segretario del P.C.I.) andò ad arrestare un pacifico negoziante vescovatino, che aveva il cognome di Topa. O, ancora, che invece di arrestare “Luciano” (ma all'anagrafe Arnaldo) Bera di Soresina, ispettore di zona delle “Garibaldi”, mise le mani sull'avvocato Luciano Donarini, sicuro antifascista ed espulso dal p.n.f. prima del 25 luglio, ma completamente estraneo al particolare “affare” dell'organizzazione comunista.
Il qui pro quo era nato dal fatto che entrambi sembrava avessero lo stesso nome e una rosseggiante capigliatura.
Senza queste particolari precauzioni gli arresti sarebbero stati ancora più numerosi e più frequenti.
Cionostante in quell'occasione le rivelazioni di Rino Puerari furono particolarmente utili alla questura e all'U.P.I., che riuscirono a porre le mani su numerosi patrioti.
Tanto che il Comando delle “Ghinaglia” fu paralizzato per qualche tempo, parte dei suoi componenti dovette darsi alla fuga, cercò di “sparire” e non tutti ci riuscirono. Roberto Ferretti fuggì a Milano ma sarà casualmente riconosciuto su di un tram da una spia dell'U.P.I. di Cremona e qui tradotto. Arnaldo e Guido Uggeri ripararono nell'Oltrepò fra i partigiani della Brigata “Forni”. Giuseppe Gaeta e “Luciano” Bera dovettero darsi alla clandestinità più completa (anche Bera verrà presto catturato e tradotto a Bergamo, ndc).
Fu arrestato anche un altro membro del Comando Provinciale delle Brigate Ghinaglia, Menotti Screm. Questi, tradotto alla sede della milizia, venne aspramente percosso con fruste e bastoni. Nulla tuttavia rivelò, dotato com'era di una forte tempra di risolutezza e di decisione.
Anche in Questura, nonostante i risibili tentativi di “ipnotizzazione” su di lui sperimentati da un seviziatore, il Mafrice (che verrà fucilato nelle giornate insurrezionali), egli nulla rivelò.
Militi e questurini battevano forte, perché in una sorpresa effettuata in un deposito delle “Garibaldi” erano stati trovati documenti e denaro che mettevano in relazione la formazione con taluni atti della attività partigiana avvenuti nella provincia.
Tutti gli arrestati, in numero cospicuo, furono tradotti a Bergamo per essere giudicati dal Tribunale Speciale che, ricostituito dopo il 25 luglio dai repubblichini, si era colà spostato per ragioni di sicurezza.
I fatti esposti determinarono, in città e nell'ambiente clandestino, congiuntamente alla ricordata fase di immobilizzazione del fronte meridionale e di contraccolpi per i partigiani nelle zone montane costretti sulla difensiva, un'atmosfera grave di preoccupazione.
Non di perplessità naturalmente circa gli obiettivi finali della lotta ma di preoccupazione circa la riorganizzazione delle forze clandestine e la necessità di una condotta più cauta finché si fosse allentata la vigilanza.
Finché durò la fase degli arresti e delle ricerche, gli organismi della resistenza, attenti ad ogni fatto nuovo e sempre sul chi vive, attesero che passasse la bufera.
Contemporaneamente, però, al posto degli arrestati e di coloro che avevano dovuto allontanarsi per sicurezza della organizzazione, subentrarono elementi nuovi che si misero all'opera per ricongiungere i fili spezzati della trama.
L'organizzazione clandestina pensò, innanzitutto, a togliere di mezzo la spia pericolosa che sfacciatamente si era messa al servizio dell'U.P.I. e che rappresentava sempre un evidente pericolo per il movimento. Venne tentata un'azione che sfortunatamente lasciò indenne il traditore mentre sul terreno cadeva ucciso un prode partigiano: Alceste Ferrari della Brigata Garibaldi della città.
L'azione, anche se infelice per risultati pratici, incusse un serio timore nell'animo delle spie e dei traditori.
Un'altra azione, di particolare rilievo se fosse stata portata a termine, fu quella organizzata per liberare i patrioti detenuti che dovevano essere trasferiti a Bergamo.
Erano già appostati, in località propizia al colpo di mano sulla stradale di Bergamo, i partigiani armati per dare l'assalto alle vetture quando, all'ultimo momento, per notizie di incursioni aeree, il convoglio dei detenuti mutò tragitto impedendo, in tal modo, per casuale fatalità, il compiersi dell'ordita azione.
Nel complesso, dunque, l'autunno del '44 non era stato favorevole all'attività del nostro movimento di liberazione. Più in generale i fascisti, rassicurati per qualche tempo dalle stesse parole del Generale Alexander e galvanizzati, negli strati inferiori, dalle speranze d'armi nuove, avevano rialzato la cresta. Usando delle forze distolte da altri settori potevano dedicarsi alla repressione del movimento patriottico. Si entra cioè in una fase che, se non è di depressione e di attesa nel senso etimologico della parola, è però periodo di transizione fra l'estate fiammeggiante di promesse e la primavera di resurrezione che sempre appare inevitabile.
Per i fascisti meno prudenti o sagaci il dicembre '44, addirittura, appare il mese che prelude alla vittoria. Von Rundstedt scatena la sua limitata offensiva su Bastogne che, nei sogni smanianti dei corifei del nazifascismo, dovrebbe portare alla Manica e alla riconquista almeno della Francia Settentrionale. Mussolini, ufficialmente se non in privato, lancia la parola dell'intransigenza “difenderemo la valle padana, casa per casa, città per città”.
Ma eravamo quasi alla fine dell'offensiva e ciò dettava già qualche preoccupazione: difendere la valle padana, va bene, dicono i fascisti, ma noi dove andremo a rifugiarci?
Comunque, per quanto diminuita d'intensità e di frequenza, la lotta partigiana continua poi senza tregua. Nelle città e nelle borgate popolose, addirittura, con il rientro dalle basi montane di buon numero di sperimentati e valorosi partigiani, la lotta assume aspetti e forme di particolare audacia, tali da incidere sull'immaginazione del popolo e sulla tremebonda paura dei gerarchi repubblichini minacciati nei loro più sicuri rifugi.
Nelle grandi città del nord i G.A.P. conducono a termine imprese rischiose d'indubbia efficacia, assalti alle prigioni, con liberazione di patrioti, attacchi ai “fasci” ed a depositi e caserme tedesche, incursioni armate nei cinema, con lancio di manifestini e comizi volanti dal palcoscenico. I nazi-fascisti restano allibiti per tanta audacia.
Ciò è possibile per il sostanziale appoggio che la popolazione dà al movimento di liberazione che essa interpreta come suo legittimo rappresentante ed espressione.
Anche in provincia di Cremona, pure in questa durissima fase per l'organizzazione delle forze clandestine, l'attività patriottica prosegue e si sviluppa in azioni armate e di sabotaggio al potenziale bellico e politico dell'avversario.
Nella zona del casalasco prossima all'Emilia, combattente e partigiana, l'attività patriottica continua e si accentua.
Già alla fine d'agosto da un treno di deportati in Germania, mitragliato da aerei alleati nei pressi di Piadena, erano riusciti ad evadere molti elementi della resistenza. Mentre una quarantina di essi venivano traghettati sul Po, presso Casalmaggiore, in Emilia, altri rimanevano nella zona dando attività e impulso alla battaglia partigiana.
Trafugamenti d'armi vengono effettuati nel magazzino tedesco di Vicobellignano e da quello di Martignana Po.
Il 20 ottobre, da un apparecchio americano in fiamme, una pattuglia di patrioti vedeva lanciarsi col paracadute l'aviatore alleato. Subito accorreva in suo aiuto, lo rintracciava nella zona di Rivarolo Cividale e lo metteva in salvo qualche minuto prima che arrivasse sul posto la brigata nera di Casalmaggiore.
Altri patrioti operano un assalto contro l'abitazione di un colonnello della G.N.R. a Cappella di Casalmaggiore.
Particolare importanza aveva assunto l'opera di sabotaggio contro le fortificazioni campali che il nemico, per mezzo dell'organizzazione Todt, andava erigendo lungo il Po come linea ulteriore di difesa dopo che fosse crollata la “gotica”.
In quest'opera collabora con i patrioti il capitano cecoslovacco Cigvarek. Il suo contributo, come riferisce il diario storico citato, fu fondamentale per il sabotaggio sistematico e generale delle poderose opere di fortificazione tedesca.
Tra gli atti di sabotaggio di notevole importanza, avvenuti nella zona giova ricordare l'incendio di un grande deposito di benzina tedesco nel palazzo ducale di Colorno e il sabotaggio di un pontone tedesco che causò la perdita di automezzi rovesciati nel fiume e di un certo numero di soldati.
Nel novembre '44 un gruppo di patrioti casalaschi, comandati da Giovanni Grassi, si era spostato a Colorno. Una sera mentre il gruppo si trovava alla periferia del paese, veniva fermato e catturato dai tedeschi in perlustrazione. I partigiani erano armati e in divisa.
Il Comandante Grassi veniva seviziato e un tedesco gli sparava a bruciapelo un colpo di pistola. Egli veniva poi liberato per uno “scambio” effettuato fra tedeschi e partigiani.
Azioni armate di sabotaggio avvengono un po' ovunque nella zona; con la distruzione dei registri degli uffici di Cerealicoltura per sabotare gli ammassi di grano da trasportare in Germania; con affondamenti nel Po di imbarcazioni tedesche, facilitati dalla conoscenza della zona che ha Augusto Bernardi di Casalmaggiore; con perquisizioni e disarmi, appostamenti notturni e imboscate contro pattuglie della G.N.R. Così a Martignana Po dove, fra i partigiani da una parte e G.N.R. con tedeschi dall'altra, avveniva una nutrita sparatoria.
Nella notte del 19 novembre il partigiano Giuseppe Bonfatti, imbattutosi nella ronda delle brigate nere, lanciò contro il comandante di questa una bomba a mano ferendolo gravemente.
Il fatto provocò la reazione fascista e tedesca che culminò in un esteso rastrellamento avvenuto nella notte del 21 novembre; molti partigiani cadevano prigionieri e tradotti a Mantova e a Brescia.
Nell'occasione di questo rastrellamento il partigiano Walter Ghidini veniva catturato ed immediatamente ucciso sul posto.
Anche nelle altre zone della provincia l'attività resistenziale continua in questo durissimo autunno. Disarmi di tedeschi e fascisti e recuperi d'armi avvengono a Torre de'Picenardi, a S.Giovanni, a Solarolo Rainerio, a Cingia de'Botti, sulla strada Mantova vecchia, a Rivarolo e a Villanova.
Attività di sabotaggio lungo la linea ferroviaria Cremona-Mantova; taglio di fili telefonici nei pressi di S.Martino del Lago, danneggiamento di barche per traghetto nei pressi di Gussola.
Scontri a fuoco fra pattuglie partigiane in ricognizione e nuclei fascisti avvengono pure nella zona. Una pattuglia partigiana incaricata del trasporto di armi viene attaccata dai G.N.R., si difende e obbliga gli aggressori a darsi alla fuga. Così la S.A.P. di Gussola ferisce gravemente un pericoloso delatore. Altro scontro armato fra patrioti e fascisti avviene il 2 dicembre nei pressi di Gazzo.
Nella zona tra Pessina e Vescovato, periferia di Cremona, l'attività partigiana in questo periodo è ancora intesa particolarmente al recupero di armi con disarmi di militi e al sabotaggio degli impianti e delle vie di comunicazione dei nazi-fascisti.
Nel novembre a Binanuova e a Pessina, frazione S. Antonio Negri, sono compiuti atti di sabotaggio alle linee telefoniche con taglio di pali di sostegno e di fili telefonici e telegrafici.
A Gabbioneta un nucleo di patrioti di Pessina e di Pieve Terzagni compie un'azione di sorpresa contro i fascisti colà annidati. Bloccati gli accessi al paese, i patrioti penetrano nella casa del locale capintesta repubblichino: vengono prelevate armi (due moschetti e una pistola), 3 biciclette e indumenti pesanti invernali da distribuire alle formazioni partigiane.
A Volongo, ove precedentemente avevano avuto luogo disarmi di repubblichini, i patrioti penetrano in un locale del fascio disarmando due militi e asportando una radio che viene collocata nel rifugio sotterraneo apprestato in aperta campagna.
A Piadena, Cappella Picenardi, Pieve San Giacomo, i partigiani compiono azioni di sabotaggio con taglio dei pali e dei fili telefonici.
A Cappella Picenardi addirittura si asporta filo telefonico per la lunghezza di 4 km.
A Torre dè Picenardi segue un conflitto con i tedeschi col ferimento di uno di essi.
Il Comando germanico, per rappresaglia, impone il coprifuoco dalle 18 alle 6 antimeridiane e il divieto di circolare in bicicletta.
Azioni di rastrellamento, per lo più riuscite vane, vengono compiute specie nella zona di Pessina dalle forze nazi-fasciste. Partigiani già catturati riescono a fuggire.
Nella notte del Natale '44 due partigiani, nei pressi di Corte dè Frati assaltano a colpi di moschetto un'automobile con a bordo 5 repubblichini. L'auto riesce a sfuggire nell'oscurità fra raffiche di mitra sparati dai suoi occupanti.
Fu nella zona soresinese e basso cremasco che in questo periodo si svolse la maggiore attività partigiana con audaci colpi di mano, scaramucce a fuoco e violente rappresaglie da parte del nemico.
Sul finire di settembre, precisamente il 23 settembre 1944, una pattuglia partigiana armata in giro d'ispezione sorprendeva, verso le 19 in località fra Casalmorano e Casalbuttano, una squadretta di fascisti composta da tre militi e da un ufficiale repubblichino del genio.
I nemici, immediatamente, vengono bloccati dai partigiani che li disarmano di un mitra ed una pistola. L'ufficiale repubblichino cerca di reagire scaricando la sua rivoltella ma viene preceduto dal capo-pattuglia partigiano che con tre colpi lo stende al suolo.
L'azione, svolta con calma ed intelligenza, fruttò al nucleo: un mitra, una pistola Beretta e due a tamburo.
Altra azione particolarmente curata e riuscita in tutti i particolari fu il disarmo, effettuato sulla strada di Casalbuttano, di una pattuglia composta da un capitano repubblichino del distretto e due militi.
Si sapeva che il capitano, per conto del Distretto, doveva trasferire a Casalbuttano una forte somma di denaro ( quasi un milione, pari a 10-12 milioni di moneta attuale). L'azione di disarmo, predisposta a Cremona in una base di via Regina Teodolinda, fu portata a buon fine. I tre vennero disarmati audacemente e il denaro andò ad ingrossare le casse della formazione.
Una parte, però, fu poi recuperata dai repubblichini con la perquisizione operata in un'altra base delle “Garibaldi” in via del Sale, a seguito del tradimento della spia Puerari.
Sulle strade di Montodine, Soresina, Genivolta, Castelleone, Fontana, Azzanello, sulla strada Crema-Lodi, sul percorso Bertonico-Castiglione d'Adda, ripetutamente fascisti e soldati tedeschi vengono disarmati, con il recupero complessivo di 24 rivoltelle e pistole, 14 moschetti, tre mitra e altre svariate munizioni.
Nella zona le incursioni patriottiche si propongono anche di impedire i ladronecci tedesco-fascisti ai danni dell'alimentazione della popolazione.
Nell'ottobre, sulla strada Castelleone-Formigara viene fermato un autocarro fascista carico di burro. Il bottino viene ripartito fra i partigiani e la popolazione bisognosa.
Così ancora il 18 ottobre viene intercettato un veicolo carico di viveri ed anche sulla strada Soresina-Azzanello si intercetta un altro carro carico di burro.
Alla parte estrema della provincia, in un cascinale del comune di Capralba, verso la fine di novembre si asserraglia una pattuglia partigiana proveniente dalla zona bergamasca.
La brigata nera di Crema, avvertita per spionaggio, accorre sul posto. Fra le due parti avviene una dura e lunga lotta a colpi di moschetto, di mitra, di bombe a mano.
I partigiani, benché nettamente inferiori di numero, resistono validamente all'improvviso assalto sostenuto da un imponente volume di fuoco. Sparano a colpo sicuro con tecnica e con fermezza d'animo. La battaglia però, per il continuo afflusso di rinforzi ai nazi-fascisti, si fa sempre più aspra e difficile.
Ai partigiani scarseggiano le munizioni. Quando finalmente cessa il fuoco fra le macerie fumanti della cascina, i nazi-fascisti trovano i corpi esanimi dei difensori della libertà.
Due di essi, per non cadere vivi nelle mani dei seviziatori si sono fatti saltare le cervella con l'ultima cartuccia.
E un altro glorioso episodio della lotta condotta a coltello dai patrioti contro i nazi-fascisti avviene a Soresina, uno dei centri più vivaci dell'antifascismo e della resistenza in provincia, date le vecchie tradizioni democratiche, socialiste e popolari della zona e data la presenza in loco di una notevole massa operaia impiegata per lo più nelle latterie.
Il 18 ottobre, verso le ore 15, due giovani (sono due partigiani) transitano per le vie periferiche della cittadina. Un “brigante nero” nota un fare sospettoso dei due passanti ed intima il fermo. Uno dei giovani riesce a fuggire. In soccorso del “brigatista” fascista interviene un alpino della Monterosa.
Il giovane catturato non ha un attimo d'esitazione, estrae la rivoltella e spara contro il brigante, ma accorrono, richiamati dalle grida, altri fascisti della vicina caserma. Sul partigiano, già ferito, infieriscono a colpi di pugnale e di bastone. Il partigiano, il giovane diciottenne Sergio Bertelli, viene portato esamine all'ospedale. I fascisti vorrebbero imporre ai medici di non curarlo, questi reagiscono con indignazione, ma nonostante le cure Sergio Bertelli morirà in serata.
A proposito della sua fine, c'è da ricordare il falso comunicato comparso sul “Regime”, secondo il quale il Bertelli sarebbe stato ferito a morte dallo stesso fascista da lui colpito. Il che non risponde al vero. Furono 15 contro uno a massacrarlo.
Verso la fine di dicembre del 1944 la squadra volante patriottica di Fiesco, al comando di “Giorgio” compie un'azione di rappresaglia che avrà ripercussioni in tutto il territorio cremasco.
A Fiesco i repubblichini avevano nominato commissario del fascio repubblicano un certo Zanenga di 37 anni, contadino legato al fascismo per suoi particolari interessi. Costui era venuto in ira ai lavoratori della zona per i suoi modi e per il tradimento che egli, lavoratore, perpetrava ai danni del popolo.
La sera del 30 dicembre 1944, mentre lo Zanenga rincasava, partigiani appostati lo eliminavano a colpi d'arma da fuoco. Era la guerra!
Il popolo italiano, certamente, non avrebbe mai voluto ridursi a simili azioni; d'altro canto la guerriglia e la legittimità della rappresaglia di fronte ai misfatti compiuti dai fascisti si imponevano come un imperativo categorico.
I repubblichini, dal fatto, trassero le più acute lamentazioni.
Non importava se lo Zanenga era sul più basso gradino della “gerarchia” neofascista (Commissario di fascio a Fiesco! Si immagini!) essi prevedevano e temevano che i partigiani, agguerriti e rafforzati, sarebbero presto passati ad altri atti di rappresaglia.
La “gerarchia” montò l'affare in modo superlativo, con manifesti funebri sparsi in tutto il cremasco, con minacce, con funerali imponenti.
Essa dimenticava che esattamente un mese prima, il 29 novembre, nel Campo Sportivo di Crema, quattro partigiani, alla presenza dell'avv. Agnesi proconsole fascista della zona, erano stati fucilati da un plotone delle brigate nere.
Questi quattro partigiani rispondevano ai nomi di: Gaetano Paganini, Ernesto Monfredini, Luigi Bertazza, Antonio Pedrazzini.
Il 23 novembre avevano affrontato in combattimento a Bocca Serio un tenente e un vice brigadiere della G.N.R. uccidendoli e rovesciando l'automobile giù per la scarpata.
Arrestati in un rastrellamento nei pressi di Castelleone, avevano per quattro giorni sopportato torture e sevizie perché rivelassero i nomi dei loro comandanti e la dislocazione delle formazioni. Non avendo voluto rivelar nulla, vennero condannati a morte e giustiziati da italiani degeneri. Morirono coraggiosamente così come coraggiosamente avevano combattuto.
Un altro episodio di sangue, glorioso per i protagonisti e di infamia eterna per i persecutori, era avvenuto in questo torno di tempo anche a Pizzighettone, la località presso l'Adda e i boschi biancheggianti, facili a colpi di mano, a cavallo delle province di Cremona e di Milano.
Masse operaie numerose sia nei locali stabilimenti sia gravitanti in treno su Milano, determinavano la presenza di vivaci germi antifascisti.
All'8 settembre c'era stato anche un tentativo di difesa armata contro i tedeschi che volevano occupare gli stabilimenti del Genio Militare.
I partiti antifascisti avevano, in loco, organizzato nuclei armati che svolgevano attività di sabotaggio. Varie azioni erano state compiute ai danni dei nazi-fascisti che, ivi, per vigilare stabilimenti e traghetti sull'Adda, avevano un forte contingente.
L'ultima azione di sabotaggio consisté nel taglio di fili telefonici e nell'abbattimento di pali sulla linea.
Le pattuglie della G.N.R. sorpresero nella zona, intenti al sabotaggio, due partigiani armati delle Brigate Matteotti. Erano Angelo Dognini e Giovanni Fossolo. Dognini aveva 21 anni, Fossolo 22.
Il Tribunale Militare fascista, presieduto da un torvo arnese poi condannato a 30 anni di prigione si riunì immediatamente e, per dare un “esempio “, li condannò a morte.
Erano due giovani; non avevano nello scontro, né ucciso né ferito. Ciononostante le belve fasciste vollero infierire su di loro.
Tradotti in un campo presso Pizzighettone, furono esposti al fuoco del plotone. Morirono da eroi gridando “Viva l'Italia libera!”
Sangue generoso di giovani lavoratori a completare e rinnovare i martiri gloriosi del 1°Risorgimento.
I fratelli Bandiera avevano i loro emuli e i loro continuatori.
L'INVERNO1945 APRE LE PORTE ALL'INSURREZIONE
L'inverno 1945, neve sui monti, grigiore ai piani e negli animi, segna l'ultima fase preparatoria della insurrezione nazionale e l'inizio del tracollo nazifascista che si va accentuando per chiari segni, fino a giungere all'ingloriosa disfatta dell'aprile.
Naturalmente i faziosi persistono fino all'ultimo, trincerati nelle loro pseudo posizioni ideologiche, abbarbicati alle loro speranze, impediti nell'attendismo dai delitti commessi e dalle ruberie perpetrate.
D'altro canto la dialettica interna degli eventi e degli istituti è tale per cui gli individui, nel particolare momento, non riescono più a dominare le situazioni e vengono trascinati al loro destino come li porterà la corrente.
Per forza d'inerzia, per la volontà dei tedeschi, per cieca ostinazione degli elementi più settari e criminali, la situazione della repubblichina apparentemente si cristallizza mentre, all'interno, le forze centrifughe compiono il loro lavorio di disgregazione.
Dal gennaio al marzo 1945 Cremona e provincia vivono un periodo di organizzato terrorismo, con improvvise vampe di barbarie “scientificamente” predisposte.
Ai tempi più oscuri della tirannide del basso impero uno scrittore di liberi sensi, uscito indenne dalla bufera, diceva a chi l'interrogava sul come avesse passato il tempo: “io vivevo”.
I cittadini cremonesi, oppressi dalla barbarie, tiranneggiati e perseguitati dall'odio dei gerarchi nostrani, potevan dire la stessa cosa.
La città, mitragliate ripetutamente e quotidianamente le strade d'approccio, interrotte le ferrovie, scarsi e malsicuri i veicoli, impedita a certe ore e giorni la circolazione in bicicletta, si riduceva man mano ad una specie di zatterone della Medusa ove i marinai, o pazzi o criminali, infierivano sui naufraghi e spingevano la barcaccia verso il mare aperto dell'esasperazione e della distruzione.
Chi ha vissuto quei durissimi tempi di miseria, di freddo, d'oppressione, di paura fisica e morale, d'esasperazione, di concentrato furore, può dire veramente d'essere passato attraverso il ferro e il fuoco di una fosca età del ferro riportata sulla terra dai sostenitori del nuovo ordine.
Squallida la città nelle vie e nelle piazze, qua e là cosparsa di macerie per i ripetuti bombardamenti. Abbattute, alle periferie, le file di piante (comprese quelle mutilate del viale Po); strade sudice, muri cosparsi di multicolori manifesti riproducenti appelli o minacce ai partigiani.
Il volto cittadino appariva ben misero e triste.
Davanti alle caserme e al Distretto, occupati dai nazifascisti, venivano eretti bunker in pietra e cemento per difesa contro probabili improvvisi attacchi di patrioti; cavalli di frisia mobili ne sbarravano le entrate.
I “posti di blocco” sistemati agli ingressi cittadini vedevano quotidianamente file di cittadini che entravano in città con involti di generi alimentari acquistati alla borsa nera o con piccoli carichi di legna raccolta fra i campi.
Altre file di “viaggiatori” erano in attesa di qualche camion per ottenere un passaggio per le città viciniori.
Nei luoghi pubblici e per le vie centrali passavano, con la usata baldanza mista ad una punta di ostentazione, i soliti lanzichenecchi delle brigate nere o delle altre formazioni nere.
Se i tedeschi della Feldgendarmeria e delle SS apparivano ancora ben prestanti e disinvolti nelle divise impeccabili, passavano anche reparti di truppa anziani scalcagnati e dimessi.
Molti automezzi in giro ma anche carri e carretti di tipo zingaresco adibiti al trasporto del materiale: indicavano la fase in declino della motorizzazione tedesca.
L'aviazione alleata batteva forte in Germania e Giuseppe Stalin aveva dichiarato in una seduta del Soviet Supremo: “questa è la guerra dei motori”.
All'ostentazione di sicurezza dei lanzi della repubblichetta faceva ancora riscontro (fino all'ultimo) la prosa bolsa, retoricamente drappeggiata in errori di sintassi e di grammatica, degli scrittorelli di “Regime” e di “Crociata italica”.
Agli usuali collaboratori si era aggiunta negli ultimi tempi una seguace di Chandra Bose, l'indiano sostenitore dell'Asse e dell'indipendenza dagli inglesi da ottenersi mediante l'assoggettamento alla Germania.
Era questa una certa Sita Devi Robins, un tipo di indiana drappeggiata in vesti colorate che pareva allora allora uscita da una casa di appuntamenti.
E, a proposito di tipi strani, qui piovuti nel diluvio di gente e nella babele di lingue, si può ricordare la venuta di John Amery, l'inglese traditore al servizio dell'Asse, figlio del ministro delle colonie, che, fra qualche mese, sarà impiccato in patria come reo di tradimento.
John Amery parlò in un teatro cittadino e fu presentato dal Farinacci come un vero patriota inglese. Amery pranzò in un ristorante presso piazza del Duomo, ove era una mensa tedesca. Sedeva accanto a un tipo bestiale di sottufficiale germanico che col suo mitra fungeva da boia nelle esecuzioni sommarie perpetrate al “Casermone” di San Bernardo sulle SS italiane accusate di diserzione o di vari reati.
Venne a Cremona, verso questo periodo, anche l'ambasciatore tedesco a Salò barone Rudolph Rahn. Anch'egli, a cura dell'Istituto di Cultura fascista, parlò in un pubblico teatro davanti alla solita “massa” di brigate nere, di nazi-fascisti e di futuri “nostalgici”.
Nella sostanza, il superficiale strato neo fascista continuava la sua attività come se nulla fosse mutato e come se, da un momento all'altro, non potesse succedere la crisi liberatrice.
I giovani gaglioffi del “G.A.G” stampavano un bollettino volante, “Cremona liberata”, ridendo (amaro) sulla prossima liberazione. Le canaglie delle SS italiane rappresentavano nei teatri una rivista: “Roma se sveja”. Le donne nazifasciste raccoglievano il “pugno di lana” da offrire a quei baldi campioni di correttezza italiana che erano gli sfollati del sud inquadrati nelle brigate nere.
Il 6 dicembre 1944 veniva ancora a Cremona il segretario generale del p.n.f., il famigerato Alessandro Pavolini, ancora ignaro di dovere, fra qualche mese, finire l'esistenza carica di delitti sotto il piombo vendicatore dei partigiani a Dongo.
Pavolini, col suo socio Farinacci, si trastullò in visite e ispezioni alle sedi dei fasci e alle organizzazioni dipendenti. E' probabile però, come risulta da una lettera indirizzata a Farinacci e pubblicata dopo la liberazione da un giornale democratico (L'Eco del Popolo di Ottobre 1945), che egli abbia incitato Farinacci ad accelerare i tempi della mobilitazione totale dei fascisti e degli elementi suscettibili di arruolamento (ragazzi dei riformatori, giovani delinquenti, ammoniti per reati comuni, ecc.)
Alle parate e alle manifestazioni di forza per tenere alto il declinante morale dei nazi-fascisti, si accompagnavano le misure vessatorie, più o meno imposte dalle circostanze, contro la massa dei cittadini.
Il tenore di vita della popolazione era ormai arrivato ad un livello sotto il quale altro non c'erano che la fame e la più desolata miseria.
Razioni di fame (il più basso numero di calorie dell'alimentazione di tutta Europa) tanto più che non sempre i generi razionati venivano distribuiti, specie per quanto riguarda i grassi, i tabacchi e lo zucchero.
Razionati e insufficienti i combustibili. Case e scuole gelate. La luce elettrica veniva tolta in determinate ore del giorno.
Così pure il gas per uso domestico: veniva erogato per breve spazio di tempo finché la distribuzione non venne completamente a cessare.
Sforniti i negozi dei generi più necessari alla vita e all'attività.
Il popolo cremonese versava, indubbiamente, in uno dei periodi più gravi della sua storia millenaria.
Le privazioni, il freddo, i cibi scarsi e disgustosi, la paura fisica e morale incidevano sui dati di mortalità della popolazione, specie di quella in età matura.
Nell'invernata '45 la media giornaliera dei decessi, che normalmente non supera le 4 o 5 unità, raggiunse le dieci o dodici unità.
I vecchi già ricoverati negli ospizi, per far luogo alle formazioni brigantesche erano stati gettati sulla strada. Per le privazioni e la miseria morivano di stenti, così era per gli ammalati di tubercolosi e di altre gravi malattie.
Il saccheggio della provincia, ad opera degli uffici di guerra fascisti a disposizione dei tedeschi, continuava indisturbato e crescente.
Gli uffici della “Cerealicola” stabilivano le norme dei quantitativi di generi da consegnare; gli uffici di requisizione procedevano senza tregua ad inventariare il bestiame bovino ed equino da consegnare ai tedeschi. Dopo la liberazione si vide, per chiare note e dalle statistiche della locale Camera di Commercio, come fosse depauperato il patrimonio zootecnico provinciale nei confronti delle annate agrarie antecedenti alla guerra.
Ciò per i prodotti agricoli ma la stessa cosa va detta per gli altri generi attinenti alla produzione industriale. La maggior parte e la migliore venivano trattenute per usi bellici dei nazifascisti.
Sulla minore quantità di prodotti lasciati dalle requisizioni al libero commercio continuava in questo periodo l'attività antisociale della borsa nera, con prezzi che andavano gradatamente salendo alle stelle.
A ciò si aggiungano le depredazioni compiute dagli scherani isolati delle brigate nere e dai locali gerarchetti in gara per arricchirsi e per riempirsi l'epa a spese della comunità.
Il durissimo clima di restrizioni, di repressioni, di coprifuoco, di rapine, di intimidazioni, si colorava poi dell'ulteriore timore per i continui mitragliamenti.
A Cremona il popolare rione di Borgo Loreto, le case popolari e quelle dei mutilati di guerra sul viale Po, e nell'ultimo periodo le case povere di Piazza Marconi, venivano abbondantemente spezzonati da aerei alleati. “Pippo“, il solito velivolo anglo-americano in ricognizione, batteva instancabilmente per i cieli della città e della provincia divenendo un'immagine caratteristica di quel fosco periodo.
Il fascismo repubblichino emanava intanto altre norme restrittive che gradatamente, se già non lo era, avrebbero trasformato la città in un vero e proprio ergastolo.
Per “disciplina di guerra” gli alberghi si trasformavano in “mense di guerra” a prezzo unico e con lista stabilita. Era vietata la somministrazione di carne. Tutti gli italiani venivano così ad essere considerati “vegetariani” d'ufficio, ad eccezione naturalmente di quelle bestie carnivore che, nelle mense dei ministeri e in quelle tedesche e delle brigate nere, potevano cibarsi con tenere bistecche o morbide cotolette che gli altri “cittadini di seconda categoria” vedevano solo nei sogni dell'immaginazione.
Un'altra vessazione, suggerita probabilmente dal comando tedesco (che in mancanza d' automezzi, pensava già di far evacuare le truppe in bicicletta), consisté nell'obbligo fatto a tutti i cittadini di portare a far “punzonare” i loro velocipedi.
I cremonesi, ormai scaltriti al gioco, si guardavano bene dal portare le loro biciclette nei luoghi fissati e si rassegnarono a lasciarle in soffitta (tanto era inverno) e di circolare a piedi pur di non essere depredati, dopo tante altre depredazioni, anche di quell'ultimo bene residuo dei tempi passati.
Per un regime che aveva ideato la “Balilla” per mandare il popolo in automobile, a parte il resto, era una bella ironia. I cittadini ora, volere o no, dovevano andare a piedi.
Risoluti, cocciuti, sotto le bombe e le disfatte, i repubblichini perseveravano.
O non escogitarono forse, in sul finire dei 20 anni di tirannide cittadina, la farsa delle elezioni democratiche per la “Consulta comunale”?
Di commedie e di farse, ancor più facete perché rappresentate a muso duro, i repubblichini a Cremona già ne avevano inscenate parecchie: dalla “socializzazione” delle imprese (non di loro proprietà), ai “sacerdoti di crociata italica”, dalle conferenze su Mazzini alla “celebrazione della repubblica romana”.
Ma questa della “Consulta Comunale” fu davvero la più amena mistificazione del periodo repubblichino.
Loro, i disprezzatori dei “ludi cartacei”, impiantarono nel palazzo comunale, prima a Cremona poi anche a Crema, una cabina elettorale con seggi e schede. Un giudice di tribunale si insediò alla presidenza e quelli che avevano diritto al voto in quanto ricoprenti determinati incarichi (non tutti i cittadini per carità!) andarono a votare.
Furono anche trovati dodici babbei od opportunisti disposti ad accettare la carica.
Il bello è che “Regime Fascista” si congratulava con sè stesso per la notevole affluenza di disciplinate pecore alle tanto (una volta ahimè!) disprezzate urne. Il fascismo repubblichino, nella sua carriera amministrativa, non poteva non concludere con una farsesca contraffazione della democrazia più stupida e ridicola. Anche nelle alte cariche interne dello stesso movimento repubblichino c'erano stati dei cambiamenti. Naturalmente non Farinacci. Egli rimaneva al suo posto e in più articoli, con umorismo che faceva pena, rispondeva alle notizie di un suo presunto siluramento (pareva che uomini di Salò fossero qui venuti per sorvegliarlo e allontanarlo dalla vita pubblica) con puerili giochi di parole “in sostituzione del camerata Roberto Farinacci è stato chiamato il camerata Farinacci Roberto”.
Il capo della provincia (in odio a Badoglio era stato abolito il titolo di Prefetto), Attilio Romano, condannato poi a 20 anni, veniva sostituito dall'avv. Ortalli.
Il “Commissario Federale” Cerchiari veniva spedito a Bologna, all'incarico era nominato a sua insaputa (come risulterà al processo) certo Attilio Milillo: un inesperto giovane meridionale fra le vecchie volpi dello squadrismo.
Mentre i fascisti continuavano, come se nulla fosse, nei loro giochetti e nei loro cambi della guardia, i tedeschi prevedevano già il peggio e vi si preparavano di conseguenza.
Sommessi malumori e scontentezze, anche se non pubblicamente dimostrate, serpeggiavano fra i ranghi dell'esercito tedesco. Questo non era più la Wehrmacht del 1943. Austriaci e soldati anziani sempre più spesseggiavano e si distinguevano per i loro portamenti scarsamente militareschi e per il desiderio che dimostravano di chiacchierare nei caffè e nelle osterie con i pacifici borghesi.
Nel carcere di Via Jacini, un piano era tenuto a disposizione del comando germanico e qui erano reclusi militari tedeschi in attesa di giudizio per reati gravi secondo il codice militare: diserzione, insubordinazione, vie di fatto contro i superiori. I tedeschi reclusi erano trattati con ferocia addirittura bestiale. Narrano i partigiani cremonesi alloggiati in quel periodo proprio sotto la cella dei militari, che essi calavano dalle finestre lunghi fili ai quali i partigiani (gran bontà degli italiani anche con i loro più perfidi nemici) attaccavano pezzi di pane e mozziconi di sigarette.
Una notte, sul finire del 1944, quattro tedeschi che erano in attesa dell'esecuzione capitale, improvvisamente si ribellarono. Assalirono i guardiani, li imbavagliarono e si accinsero a fuggire. Disgraziatamente anziché il corridoio che portava all'uscita ne infilarono uno che portava alla cucina. Un secondino, accortosi, si affrettò a chiudere a chiave e a barricare la porta.
Accorsero presto i soldati tedeschi inviati dal Comando di Palazzo Trecchi. Dalle nove alle dodici fu un susseguirsi di comandi secchi, di risposte negative, di scariche di mitra, di colpi di pistola.
Gli evasi, finalmente, esaurite le munizioni si arresero.
Ancora nella notte gli altri detenuti udirono urla e lamenti sempre più fievoli, poi silenzio.
L'indomani mattina un furgone germanico venne a prelevare i prigionieri. Sul veicolo si trovavano già i badili per scavare le fosse.
Portati fuori di città gli ex evasi furono rapidamente eliminati. E così pure furono liquidati a più riprese in un sordo cortile del “Casermone” a San Bernardo, tratti dagli oscuri covili che fungevano da prigione, 10 o 12 giovani italiani arruolati per forza o per suggestione nelle SS.
Sorte tremenda invero per gli italiani arruolati in un esercito straniero e fucilati da un boia straniero dopo aver udito recitare in lingua ostrogota la loro sentenza capitale.
Questi fatti servono dunque a lumeggiare lo stato di disagio di un esercito già sulla china della disfatta.
Prima di cedere però i germanici erano disposti, e sul serio (non come le guasconate mussoliniane sulla difesa della Val Padana), a fare il deserto nelle regioni italiane in loro dominio.
Abbarbicati sulla linea gotica pensavano a costituirne un'altra sussidiaria a quell'estrema dell'Adige e della roccaforte alpina.
Nel corso dei secoli il Po non ha mai costituito una valida cintura di difesa per gli eserciti avanzanti, per la sua stessa eccessiva lunghezza.
Sullo scorcio dell'estate '44 i germanici prospettarono la necessità di procedere alla creazione di una linea di fortificazioni campali atte a costituire, con la linea difensiva del fiume, una specie di campo trincerato come avamposto in Italia dell'estrema base di arroccamento.
L'organizzazione Todt, l'inumana e spietata macchina nazista del lavoro forzato, fu incaricata della bisogna.
Tra gli avvisi e le esortazioni comparse, negli ultimi mesi, sul “Regime” numerosi erano stati gli appelli ad arruolarsi nella Todt per avere “lavoro sicuro e pane”.
Nell'autunno '44 però non più promesse ed appelli. Un decreto imperioso stabiliva che tutti i cremonesi dai 18 ai 60 anni dovevano presentarsi agli uffici dell'Ispettorato del Lavoro tedesco, sistemato in Via Gaetano Tibaldi nella sede del Collegio Sfondrati, per essere inviati ai lavori di fortificazione sul Po.
Indistintamente tutti i cittadini, senza differenziazione d'arte o mestiere, furono inviati al lavoro.
Il tradizionale scetticismo cremonese, la depressa disciplina germanica fecero si che il lavoro proseguisse molto lentamente.
Nei giorni festivi gli sfaccendati si recavano sul posto ad esaminare i progressi delle fortificazioni.
Si trattava di opere campali come buche, ricoveri, strade coperte, posti di vedetta.
Un complesso di lavori che, anche gli occhi degli inesperti, appariva come in pratica di scarsa efficienza e di palese inutilità.
Risultato pratico per gli improvvisati operai era quello di tornare la sera con un carico di legna distolta dalle fortificazioni o dalle piantagioni dei limitrofi proprietari di terra.
Nella città, affamata, sottomessa e ribelle, continuava ancora l'attività repressiva dei segugi della repubblica. Verso gennaio su “Regime” era comparso un articolo di cronaca che illustrava le gesta di “ribelli e di ladri”, cioè di un gruppo di adolescenti, iscritti ad un'associazione denominata “Primula Rossa”. I giovani arrestati erano poi stati tradotti a Bergamo per il giudizio davanti a quel Tribunale.
Nel precedente novembre era stato catturato in città, proveniente dalla Val Susa per un incarico nel locale movimento, il partigiano Giovanni Parizzi. Sottoposto a giudizio marziale era stato fucilato come “disertore” (catturato dalle Brigate Nere venne tenuto segreto il luogo dell'uccisione e della sepoltura, ndc).
Ancora nel febbraio, il 16, piombo fascista in una livida alba lungo il Po, stroncava la giovane vita del partigiano Renato Campi. Il giovane patriota aveva disertato le schiere repubblichine, ove era stato arruolato a forza, ed aveva militato nelle formazioni partigiane del piacentino. Dispersa la sua unità per il grande rastrellamento di gennaio, era tornato in città per riprendere la lotta nelle formazioni partigiane della zona. Dopo torture a Villa Merli, fu l'ultimo fucilato dai fascisti con “regolare” giudizio prima dell'insurrezione.
L'acceleramento della grande offensiva anglo-americana sul Reno, verso il mese di marzo, con l'occupazione della testa di ponte a Remagen, e le poderose “spallate “ russe sull'Oden e nella Prussia orientale segnarono praticamente l'inizio del processo finale di dissoluzione del regime nazifascista in Italia. Anche se sul fronte meridionale l'attività degli Alleati si limitava a puntate nel settore del Serio e in quello garfagnino.
Il Generale delle SS, Wolp, trattava, in segreto, in Svizzera con gli alleati.
I “doppiogiochisti” animavano il loro gioco. Gli attendisti si facevano sempre più presso alle finestre per scrutare gli eventi e per odorare il vento infido.
A Cremona, in un ultimo gioco di tentata divisione delle forze democratiche, la propaganda germanica faceva circolare un foglietto, pessima imitazione dei giornali clandestini, intitolato: “La tribuna del popolo”. Si cercava con esso di gettare semi di discordia tra gli antifascisti.
Fra queste manovre possono rientrare i passi compiuti da un maresciallo delle SS italiane, certo Giuseppe Franci al servizio diretto di Salò, per “tastare in bocca” ai patrioti cremonesi relativamente ad un allontanamento di Farinacci dal governo della città e per conoscere quali “forze nazionali” avrebbero tenuto il potere nell'attesa dell'arrivo degli alleati.
All'intervista, di cui era a conoscenza il C.L.N. provinciale, si recarono Gino Rossini e l'estensore delle presenti note.
Il maresciallo abitava in un quartierino in fondo a Via Ettore Sacchi, presso la Chiesa di San Pietro.
L'intervista, bloccata da comprensibili schermaglie da ambo le parti, non approdò a nulla di conclusivo. I nazifascisti avevano davanti a sé un'unica possibilità: arrendersi o perire.
Nei giorni dell'insurrezione al maresciallo fu sequestrata una potente radiotrasmittente da campo.
I conati sbrinatori e i soprassalti furibondi dei nazifascisti non approdavano, però, al risultato di sminuire l'attività organizzativa di sabotaggio e di lotta delle forze clandestine cremonesi.
Dal gennaio all'aprile il C.L.N. provinciale convinto dell'avvicinarsi della crisi risolutiva, sia per le notizie che esso stesso raccoglieva negli ambienti avversi sia per le direttive che giungevano dal C.L.N.A.I. e dalle direzioni dei movimenti democratici, si preparava negli uomini e nelle formazioni all'insurrezione nazionale che doveva scattare all'ordine del supremo organismo della Resistenza in Alta Italia.
Le riunioni ordinarie erano perciò integrate da riunioni straordinarie in cui si dibattevano i problemi più urgenti e le varie eventualità che potevano scaturire dalla lotta armata.
Il problema di un più frequente contatto per mezzo della stampa, sulla base dei fatti locali e provinciali, con le vaste masse del popolo cremonese, non era mai stato risolto anche se affrontato più volte.
La stampa clandestina nazionale, si è detto più volte, arrivava in notevole quantità ed era regolarmente distribuita. Il partito comunista di Cremona aveva provveduto a stampare, al ciclostile, due numeri de “l'Unione”, organo della Federazione che riportava notizie di fatti della Resistenza avvenuti in provincia. Venne anche diffuso un numero a stampa de “l'Unità” con notizie cremonesi (non è stato possibile reperirlo). Stampato a ciclostile, e sullo stesso tono, era uscito in marzo un numero del vecchio giornale socialista “L'Eco del Popolo”.
Ottorino Rizzi della Democrazia Cristiana si preoccupava di avere disponibile un piccolo apparato tipografico vero e proprio per la stampa del suo partito. Egli riuscì, finalmente, ad entrare in trattativa con un tipografo abitante in Via Palestro. Si ebbe, allora, la possibilità di stampare un vero e proprio giornaletto.
Il C.L.N. in una seduta che ebbe luogo nell'abitazione di Rizzi in Via XI Febbraio, deliberò allora di procedere, servendosi dell'indicata tipografia, alla stampa di un giornale organo dello stesso C.L.N.
Il titolo del giornale, proposto da Emilio Zanoni e accettato dal C.L.N., fu “ Fronte Democratico “.
Ciò avveniva a metà aprile. Gli eventi successivi ne impedirono l'uscita clandestina.
Esso uscì alla luce come quotidiano del C.L.N. il mattino del 27 aprile, stampato nell'ex tipografia di Farinacci “ Cremona Nuova “.
Correlativamente all'attività del C.L.N. che, febbrilmente seguiva gli avvenimenti e allacciava relazioni con i C.L.N. comunali, di rione e di fabbrica, la resistenza cremonese in città e provincia continuava la sua attività.
Nel casalasco, in attesa dell'insurrezione cui bisognava dedicare tutte le energie, l'attività armata in questo periodo è limitata.
Ciononostante si procede ai consueti atti di sabotaggio con taglio di fili telegrafici e telefonici, disseminazione di chiodi tricuspidali sulle vie di comunicazione ecc.
Si allarga il fenomeno della diserzione in zona dei G.N.R, che consegnavano le armi ai gruppi di patrioti. Così alla Caserma di Casalmaggiore, a più riprese, sono asportate armi lunghe, pistole, bombe a mano, documenti.
Recupero di armi, con disarmi di fascisti e di tedeschi, avvengono nella zona a Castelponzone, Scandolara, Gussola, Cingia de' Botti, Torricella del Pizzo, Solarolo. In totale sono recuperati dieci moschetti, due mitra, quattro pistole, esplosivi e bombe a mano.
Al cantiere Po di Gussola, nel gennaio, vengono sabotati due barconi tedeschi, fili telefonici vengono tagliati per 300 metri a Torricella del Pizzo, la stessa cosa viene ripetuta sulla linea Palvareto- Piadena.
Scontri a fuoco avvengono a Gussola fra una pattuglia partigiana ed una della g.n.r.
Un sapista viene catturato. Verrà liberato dalle carceri due giorni dopo.
Nei pressi di Rivarolo, il 15 febbraio, un'altra pattuglia partigiana mette in fuga tre tedeschi.
Il 27 marzo un gruppo partigiano, presso San Martino del Lago, viene circondato dalle “brigate nere”, si libera dopo una nutrita sparatoria.
Nei pressi della stazione tranviaria di Torricella del Pizzo, una pattuglia partigiana ai primi d'aprile attacca, a raffiche di mitra, una macchina tedesca.
Il 9 febbraio, alla stazione di Ostiano, una pattuglia della G.N.R. cattura uno sbandato. Rapidamente intervengono i partigiani i quali, disarmata la pattuglia e ferito un componente di essa, liberano il prigioniero.
Recuperi d'armi avvengono a Pessina il 10 febbraio e il 20 a Cappella de Picenardi e ad Ostiano.
Disarmi di fascisti e di tedeschi vengono effettuati a Persico Dosimo, ad Ostiano, a Pieve San Giacomo il 2 marzo, così pure a Piadena, Cicognolo, Volongo e Vescovato in quel periodo.
L'azione viene ripetuta a Pieve San Giacomo, dove, il 4 aprile sono disarmati 4 militi.
In questa zona, in pratica, dai primi del mese si è aperta una fase preinsurrezionale.
Le squadre volanti vengono dislocate verso le principali vie di comunicazione, civili vengono fermati, così militari che vengono diffidati dal ripresentarsi al corpo.
Gli armati nazifascisti non hanno più il coraggio di uscire la notte dalle caserme e dalle case.
Nella città di Cremona, per tutto questo periodo, continua l'opera di sabotaggio contro il potenziale bellico nazista negli impianti, nelle fabbriche, sulla linea fortificata sul Po. Gruppi di patrioti disseminano, nelle ore notturne, chiodi anticarro, volantini, operano trasporti di armi verso le basi più idonee per l'insurrezione.
I muri delle case lungo le strade periferiche si coprono di iscrizioni ostili ai nazifascisti. Bombe a mano vengono lanciate contro automezzi tedeschi. Disarmi di fascisti e di tedeschi isolati vengono effettuati alla periferia, facilitati dalla demoralizzazione già in atto fra le truppe della “repubblica”. Così nei pressi del Cimitero, fuori Porta Milano, sulla stradale di Cavatigozzi, nella zona di Gerre Borghi.
Nel Soresinese, nel Cremasco e nella zona di Pizzighettone, i disarmi di militi e di tedeschi si susseguono con ottimo crescendo. A nord di Pianengo, il 10 gennaio, viene sorpreso di passaggio un carro con due tedeschi che trasportava sei fucili, bombe a mano e munizioni. Tutto questo materiale viene recuperato.
A Crema, il 13 febbraio, sono disarmati quattro militi, tre a Pizzighettone e 2 nei pressi di Castelleone. Due tedeschi sono disarmati a Chieve, un milite a Bagnolo il 26 febbraio.
Un'impresa arrischiata viene compiuta il 3 marzo a Crema. Un gruppo di patrioti si presenta alla casa di due SS in licenza per disarmarli. Viene raccolto un buon bottino d'armi. Ma il comandante Galmozzi viene riconosciuto, assieme ad altri partigiani deve allontanarsi dalla città.
Il 10 marzo viene disarmato, a Cumignano, un fascista ex segretario del fascio.
Il 12 marzo, sulla linea ferroviaria di Crema, sono disarmati quattro militi della G.N.R.
Disarmi successivamente avvengono a Crema, a Credera, a Castelleone, sulla strada di Fiesco, nei pressi di Dovera, a Romanengo, Cremosano, Formigara. Tre militi sono disarmati nei pressi di Montodine, altri a Villa, 2 a Villacampagna, tre sulla strada Cumignano- Genivolta.
Anche in questa zona esiste una situazione preinsurrezionale, con atti di sabotaggio alle linee telefoniche, lanci di volantini, disseminazione di chiodi, collocamenti di ordigni esplosivi.
Scontri a fuoco avvengono contro pattuglie nemiche nelle vicinanze della stazione di Crema e in una cascina presso Azzanello. Qui una squadra volante si era riparata la sera del 31 marzo. Quando tre fascisti si accingono ad entrare nella cascina ha luogo una nutrita sparatoria: un fascista cade ucciso, gli altri due sono feriti.
La pattuglia partigiana si ritira senza alcuna perdita.
Nei pressi di Castelleone viene giustiziata una spia, un ufficiale tedesco che si era infiltrato, a scopo provocatorio, nel movimento clandestino ma era stato smascherato.
La valutazione di questa attività partigiana di resistenza, che assume aspetti di punte offensive contro lo schieramento avversario, è nettamente positiva.
Dalla fase difensiva e di resistenza clandestina su cui, fin quasi al dicembre 1944, poggiava l'azione del movimento cremonese di liberazione, si passa ora a quella che precede immediatamente lo sbocco insurrezionale.
Sono piccoli colpi di mano, sono sorprese ardite, sono scaramucce compiute a sangue freddo e con pieno dominio delle forze controllate.
Il nemico si pone sulla difensiva. Molto per l'evolversi degli eventi nazionali ed internazionali a lui avversi. Ma anche per l'attività coraggiosa e cosciente delle punte avanzate del movimento patriottico che, forte dell'appoggio morale ed ora anche apertamente materiale della massa del popolo, rintuzza i tentativi avversari e li scompagina con azioni di sorpresa. Così tiene impegnati su tutto il territorio della provincia interi reparti repubblichini che potrebbero agire, invece di far servizio di guarnigione, altrove, nei punti e nei momenti essenziali dello scontro bellico.
Ogni giorno che passa, del resto, reca all'avversario segni sempre più tangibili della sua imminente dissoluzione. Tedeschi, ora generalmente di origine austriaca, e fascisti disertano sempre più facilmente; passano ai partigiani prigionieri russi o cecoslovacchi arruolati a forza nella Wehrmacht. Le stazioni della G.N.R. praticamente sono isolate, prive di comunicazione telefonica spesso tagliata dai sabotatori. Di notte le strade si coprono di posti di blocco delle squadre volanti partigiane che sparano contro gli automezzi fascisti in movimento.
Il morale della “massa” fascista in provincia, boicottata dal resto della popolazione, cade ancor più rapidamente che in città, dove essa, essendo più compatta, può reggere maggiormente alla pressione di una opinione pubblica che ormai si manifesta liberamente.
D'altro canto, come si è precedentemente notato, l'attività, sia pure frammentaria, delle punte avanzate patriottiche in provincia equivale a un vero e proprio corso di addestramento per quei partigiani che, nei giorni dell'insurrezione, costituiranno i quadri delle unità insurrezionali in lotta contro i fascisti e specialmente contro i tedeschi in ritirata dal fronte meridionale.
Durante l'insurrezione, essendo le formazioni partigiane della montagna molto distanti dalla nostra provincia e per di più impegnate in azioni offensive contro i reparti di ex rastrellatori, il peso della lotta graverà sulle nostre formazioni sapistiche clandestine, uscite dalla clandestinità e perciò con tutti i difetti di un mancato addestramento, per immettersi direttamente nella battaglia aperta.
Le formazioni partigiane del periodo clandestino, così come sono ancora nella fase preinsurrezionale, rappresentano perciò l'intelaiatura entro la quale si sistemeranno gli accorrenti al nuovissimo bando dell'insurrezione.
Entrando in battaglia le brigate S.A.P. della provincia, generalmente inquadrate da ufficiali subalterni di complemento dell'esercito e da valorosi partigiani che si son fatti un'esperienza sulle montagne del Piemonte, del Parmense e del Piacentino, presentano indubbiamente dei gravi difetti.
Inesperienza nel sostenere il fuoco, visione limitata delle complesse strategie di movimento, modesto addestramento alle armi.
A questi difetti supplisce lo slancio potente di fuoco patriottico che si anima di riflessi sociali e democratici.
Le formazioni reclutate in provincia per la massima parte sono formate da giovani contadini. Presentano perciò un'omogeneità di composizione che le rende più idonee e più amalgamate per una lotta contro i fascisti.
Anche con l'afflusso dei reclutati nei giorni dell'insurrezione esse costituiscono delle formazioni aventi le particolari caratteristiche che la battaglia richiede: compattezza, coesione, salda fusione di spiriti e di aspirazioni.
Le brigate cittadine, invece, a nostro parere presentano, fatta eccezione di nuclei compatti aventi costituzione operaia, i difetti originati da una composizione un po' ibrida e caotica.
Ciò, soprattutto, nel periodo insurrezionale quando molti, diremmo troppi, si sentono autorizzati a mettersi al braccio la fascia tricolore e alla cintura un paio di bombe a mano. Ciò si verifica soprattutto quando la vittoria si è delineata e allora si tratta di eroi della “sesta giornata”.
Ma anche quando dura la lotta i difetti che derivano da un'ibrida composizione delle brigate cittadine, saltano subito agli occhi.
Né uscendo dalla clandestinità, oppressa da una brutale cappa di violenza, si può pretendere che le formazioni partigiane funzionino e siano equipaggiate “fino all'ultimo bottone delle uose”.
La situazione, sostanzialmente rivoluzionaria, dell'insurrezione è tale che non è possibile concertare fino al centesimo l'impiego di un uomo o di un nucleo.
Nell'improvvisazione insurrezionale del momento, le forze addestrate e organizzate in essa immesse hanno soprattutto il compito di catalizzare attorno a sè altre forze, così da creare un fronte di lotta il più robusto possibile contro gli avversari.
Ciò, implicitamente, era nei piani organizzativi di ciascuna formazione militare clandestina di partito.
Sarebbe stata follia la sopravvalutazione delle forze già organizzate per immetterle da sole nel crogiuolo della battaglia.
Le brigate partigiane S.A.P. sono perciò, ancora nella fase preinsurrezionale, formazioni di quadri nelle quali si farà posto a tutti i patrioti che accorreranno sotto le loro bandiere nell'ordine decisivo della lotta.
Vediamone un po' da vicino la strutturazione.
Innanzitutto essa è, praticamente, eguale per tutte le formazioni.
Unità classica è la brigata partigiana il cui effettivo si aggira sui 300 uomini. Ogni brigata comprende due battaglioni; un battaglione due e più distaccamenti; ogni distaccamento due o più squadre partigiane.
Il comandante di Brigata SAP è fiancheggiato nell'attività politica e di comando da un commissario. E così ogni comandante dei reparti sottoposti.
L'organamento del Corpo Volontari della Libertà, stabilito in seguito a laboriose elaborazioni derivanti dalla necessità unitaria di tutte le formazioni, comporta necessariamente un Comando Unificato dipendente dal Comando Regionale, emanazione a sua volta del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà.
Il comando della zona di Cremona (città e provincia) dei Volontari della Libertà è rappresentato dal Comando Piazza istituito, come si è detto, dal C.L.N. in periodo clandestino.
Le forze di tutte le brigate SAP, nei giorni dell'insurrezione, saranno riunite in una “Divisione” che assumerà il nome di “Divisione Cremona del Corpo Volontari della Libertà “.
Il Comando Piazza (cioè il comando provinciale) è affidato a Giacomo Salvalaggio, indipendente, Ottorino Frassi del P.S.I.U.P. è il commissario politico della forza della “Piazza“, Lionello Miglioli del Partito d'Azione è vicecomandante, Giambattista Bianchi, della D.C. capo di Stato Maggiore, Gioele Guarneri del P.L.I. dirigente i servizi d'intendenza.
Naturalmente del Comando Piazza fanno parte un certo numero d'ufficiali, già subalterni all'esercito, e i comandanti delle varie formazioni partigiane: Garibaldi, Matteotti, Fiamme Verdi, Giustizia e Libertà, Brigata del Fronte della Gioventù.
Le Brigate Garibaldi, riunite in un Raggruppamento (288° Raggr.to “F. Ghinaglia”), rappresentano una forza numerosa e particolarmente combattiva. Dopo la crisi del novembre-dicembre 1944 il raggruppamento garibaldino è comandato dal milanese Ettore Grassi. Commissario politico è Guido Percudani.
Il raggruppamento conta 4 brigate: la 1°, “Follo”, organizza le SAP del cremasco e del soresinese; la 2°,“Cerioli”, comandata da Arnaldo Uggeri, comprende la zona da Cremona a Ostiano lungo l'Oglio; la 3° “Carmen Ruggeri” comandata da Andrea Zeni, commissario politico Angelo Pasquali, comprende la zona del casalasco inferiore; la 4° è la brigata SAP di Cremona “Ghidetti” comandata da Giuseppe Ughini (le intitolazioni verranno date con nomi di partigiani della stessa brigata Caduti, ndc). L'armamento per quanto limitato ad armi semiautomatiche, è buono: un centinaio di moschetti in città, di cui una cinquantina depositati in un magazzino privato, una decina di mitra, bombe a mano, “saponette” di tritolo.
La brigata “Cerioli” ha anche quattro o cinque mitraglie pesanti. Ben s'intende che ciò costituisce l'armamento (e questo vale anche per le formazioni di cui parleremo in seguito) del periodo clandestino.
Nella fase insurrezionale, il bottino di armi tolte ai nazifascisti permetterà difatti di armare un cospicuo numero di patrioti e di disporre di un volume di fuoco molto superiore per le armi pesanti conquistate.
Il raggruppamento delle Brigate Matteotti organizzate dal P.S.I.U.P. comprende tre brigate: 1° Brigata della città di Cremona al comando del tenente Celeste Cottarelli, (commissario politico Galliano Petrini); la 2° Brigata comprendente il territorio ad est della città era comandata dal tenente Marino Pozzoli, brigata questa molto efficiente e per armamento e per affiatamento di uomini distribuiti in tre battaglioni; la 3° Brigata, comandata dal tenente Carlo Ghisi, comprendeva la zona ad ovest della città di Cremona. Anche questa brigata, appoggiata su solidi cardini rappresentati dalle SAP di Cavatigozzi, Crotta d'Adda, Pizzighettone, Soncino, Soresina ecc. rappresentava una forza notevole.
Alle tre brigate “Matteotti” testè nominate, bisogna aggiungere i battaglioni autonomi “Stagno-Brancere” e “Spineda” facenti parte delle stesse formazioni. Stagno e Spineda diedero un notevole contributo di patrioti e di sangue alla liberazione.
Formazioni autonome, dirette dal P.S.I.U.P., funzionavano nella zona cremasca e nella città di Crema, organizzate e dirette da Freri, Perolini, Garzini, ed altri.
Secondo il “diario storico delle Matteotti” al 12 agosto 1944 i matteottini nella zona centrale della provincia erano 320. Disponevano di 12 armi pesanti, di una settantina di moschetti e di 2000 bombe a mano.
Molto materiale, specialmente per la città di Cremona, veniva raccolto con disarmi dalla SAP ferrovieri di Cremona diretta da Carlo Granata.
Il raggruppamento “Brigate Matteotti” dopo gli arresti di Stefano Corbari e Angelo Maiori, l'uno e l'altro in successione comandanti dello stesso, era guidato al momento dell'insurrezione dal tenente Ottorino Frassi, commissario politico Gino Rossini.
Il raggruppamento brigate “Fiamme Verdi” organizzate dalla Democrazia Cristiana, comprendeva tre brigate: 1° Brigata “B.Zelioli” per la zona di Olmeneta e Cremona; 2° Brigata “Zambelli” comprendente la zona ovest della provincia; 3° Brigata “A.Boccoli” per la zona est della provincia (per le intitolazioni vale quanto detto per le “Ghinaglia”, ndc).
Pure il raggruppamento “Fiamme Verdi”, comandato da Giambattista Bianchi con l'assidua assistenza di Ottorino Rizzi, aveva un'ottima efficienza specie nella zona ad est della provincia, ove esistevano forti nuclei che diedero attività nel periodo propriamente clandestino.
Il raggruppamento, oltre l'attività insurrezionale, a mezzo del già ricordato Ottorino Rizzi, esercitò un notevole servizio di informazioni per il Comando Generale del C.V.L. fornendo dati ed elementi di grande importanza.
Nella zona cremasca esistevano, inoltre, gruppi di Fiamme Verdi che esplicarono, in loco, una notevole attività.
La “Brigata Rosselli” di Giustizia e Libertà, era stata organizzata in periodo clandestino dal Partito d'Azione. Comandante della brigata, avente soprattutto carattere cittadino, era Lionello Miglioli. La brigata comprendeva un buon numero di partigiani: 171, cui nel periodo insurrezionale si aggiunsero 336 patrioti.
Anche il “Fronte della Gioventù”, l'organizzazione unitaria della Gioventù Cremonese in periodo clandestino, aveva organizzato, a mezzo nei primi tempi di Adriano Andrini, Gastone Dordoni, G.F.Marca, Stefanini e Oscar Astori, la sua brigata. Intitolata “Eugenio Curiel” essa, nei giorni dell'insurrezione, darà prova di valore e di sacrificio.
Queste le forze che la democrazia cremonese, diretta dal C.L.N., si accingeva a lanciare nella lotta per la riconquista della libertà.
Certamente i caporioni fascisti nelle ultime notti insonni, e nei conciliaboli tattico-politici, non immaginavano di agire sopra un terreno minato.
Ritenevano che la popolazione di Cremona non sarebbe riuscita ad esprimere dal suo seno un così florida compagine di combattenti, una messe di giovani vite che, volontariamente, si sarebbe esposta al piombo dell'invasore per il riscatto nazionale.
Di queste fallaci illusioni, fallaci come le speranze nelle “armi nuove”, i fascisti si nutrono fino all'ultimo.
O non lo dice ancora, nel suo discorso al cinema “Littorio”, il camerata Gino Meschiari inviato dal p.f.r. a tener saldo il morale dolente dei repubblichini?
E son tutti là, miliziotti e ausiliarie, briganti neri e g.n.r., marinai della “X mas” divenuti imboscati di terra ferma, profughi e ministeriali. Cantano gli inni della “Rivoluzione”. Ma è un'altra, è l'insurrezione del popolo che già sommuove l'aria tranquilla.
E' il 19 aprile. Dalla caserma di Via Goito sono, da alcuni giorni, evasi alcuni soldati della repubblica, a mezzo di una corda, trafugando armi.
Lasciano sul lastrico una striscia di sangue. E' il segno dell'era sanguinosa e rubesta che si appressa.
IL CROLLO DEL FASCISMO IN CITTA' – CREMONA LIBERA
La sensazione chiara, precisa, irreparabile della débacle nazifascista si ebbe a Cremona a cominciare dal pomeriggio del 22 aprile 1945.
Da una decina di giorni il fronte meridionale dell'ottava Armata britannica e della prima Armata americana si era messo in movimento. Prima con formidabili concentramenti di fuoco sulle posizioni difensive tedesche in Romagna, a sud di Bologna e nella zona di Garfagnana; poi con puntate d'assaggio operate da colonne corazzate, Divisioni italiane, potentemente armate (fra esse il “Gruppo di combattimento Cremona”), collaborano con gli Alleati.
La battaglia per la Germania era sul declinare. I russi combattevano fra le case di Berlino; le armate angloamericane, superato il Reno, si spingevano nel cuore stesso della Germania, frantumando a colpi potenti di ariete le disperate difese della Wehrmacht, dei raccogliticci “granatieri del popolo” e le insidie dei cosiddetti “lupi mannari”.
La seconda guerra mondiale, dopo la distruzione dell'apparato offensivo germanico, vedeva ora l'abbattimento degli ultimi vestigi di resistenza, organizzata con la forza della disperazione, dei più accaniti corifei dell'ordine nuovo.
Sul fronte italiano l'iniziata battaglia doveva portare all'annichilimento totale dell'esercito tedesco qui dislocato, per impedirgli di recare un contributo all'estrema difesa del baluardo alpino. Baluardo concepito da Hitler, forse più nei vaneggiamenti dei sogni che nella praticità dei piani, come ultimo riparo dei più fanatici nazisti e delle divisioni SS.
Il piano alleato era diretto a questo scopo: sfondare il fronte tedesco in Italia e precedere, con rapidissima puntata attraverso il Veneto, il nemico in ritirata per distruggerlo e impedirgli di riportare al Brennero truppe ancora organizzate anche se sconfitte.
La funzione che i partigiani italiani dovevano svolgere, oltre a quella di abbattere lo staterello nazista di Mussolini, era impedire ai tedeschi di sganciarsi, attaccarli in tutti i modi, distruggerli o costringerli alla resa.
Le punte corazzate dell'8° Armata, dopo alcuni giorni impiegati nello sfondamento del settore adriatico della linea gotica, si erano affacciate su largo fronte nella pianura emiliana, lembo estremo della gran pianura che da Vercelli a Marcabò dichina.
Con l'operato sfondamento tutto il fronte tedesco fu messo in crisi. L'alto comando germanico, per le solite questioni di prestigio, aveva voluto mantenere un fronte amplissimo dalle Alpi alla Liguria e lungo il Tirreno, attraverso tutta la Penisola, fino all'Adriatico.
La frattura in un sol punto minacciava tutto lo schieramento con l'illimitata possibilità d'accerchiamento e con il tremendo peso del bombardamento aereo alleato pronto a frantumare qualsiasi concentramento, qualsiasi nodo di comunicazione, qualsiasi sbarramento difensivo.
Ne seppe qualcosa la Divisione germanica che, ritirandosi dal fronte, si era attestata proprio in quei giorni sulla riva del Po dirimpetto a Cremona, fra i vestigi del ponte in ferro distrutto e il primo baracchino.
Essa attendeva che il Genio Militare ripristinasse il ponte in barche per il passaggio, quando venne presa sotto il fuoco poderoso di una formazione aerea alleata.
Invano i reparti germanici con i loro carriaggi cercarono di mimetizzarsi tra gli ancor folti boschi della riva. La tempesta di fuoco distrusse e bruciò uomini, materiale, autocarri, bestie da soma.
I tedeschi, impazziti per il panico, si gettarono a nuoto e con mezzi di fortuna nelle acque infide del fiume. Annegarono a centinaia. La Divisione germanica, salvo pochi fuggiaschi, fu letteralmente distrutta e in ciò, forse, fu fortuna per Cremona, perché altrimenti essa si sarebbe schierata sul Po a difendere il transito dei sopravvenienti reparti in ritirata.
Affacciandosi alla pianura padana l'ottava armata si apprestò a vibrare i colpi risolutivi alle sconfitte divisioni tedesche.
Reparti celeri, fra cui formazioni italiane dell'esercito regolare e dei partigiani del Ravennate, sfondarono, oltre il Po, verso la pianura veneta.
Altri reparti, occupata Bologna, si spinsero verso il cuore dell'Emilia. Formazioni celeri anglo-americane puntavano verso Mantova per investire da questo lato la Lombardia.
Siamo dunque alle estreme battute di guerra. Come si diceva all'inizio, la percezione chiara della disfatta nazifascista si ebbe a Cremona nel pomeriggio del 22 aprile.
Ancora il giorno prima, 21 aprile, annuale di Roma, i fascisti (incorreggibilità della retorica imperiale!) si erano riuniti per udire la concione di Farinacci. Il giorno di Pasqua egli aveva scritto sul “Regime”: “Con Cristo risorgeremo”. Come se Cristo assistesse i nemici e i persecutori del popolo!
Nel pomeriggio del 22 la scena improvvisamente mutò. Compatibilmente con gli allarmi, che ormai duravano mezze giornate e non si sapeva più se le sirene suonassero l'inizio o la fine delle incursioni, era un pomeriggio calmo, assolato, di quella particolare quietudine che, in questa stagione, mette solitamente languore in corpo e pacata tristezza nell'anima.
Cominciarono a giungere in città le prime bande fuggiasche dei fascisti incalzati alle spalle dalle formazioni partigiane. Era giunto il giorno della giustizia! I rastrellatori si mutavano in rastrellati. Stanchi, affannati, coperti di polvere, su biciclette rapinate ai cittadini, erano giunti in città i fuggiaschi dell'Emilia.
Era la razzamaglia delle bande nere, la feccia del repubblichinismo fascista. Deposta dal volto l'usata minaccia entravano negli esercizi pubblici a calmare l'arsura della strozza da cui, raucamente, non uscivano che bestemmie e imprecazioni all'indirizzo dei capi paurosi e traditori.
Molte di queste canaglie si erano sdraiate sotto gli alberi presso il verde delle aiuole dei giardini, bivaccando stancamente in attesa di chissà quali ordini.
Al vederli gli anziani ricordavano che proprio negli stessi luoghi gli squadristi si erano ammassati ai bei giorni della mobilitazione per la marcia su Roma.
Erano questi i “fascisti poveri”, il gregge armentizio portato allo sbaraglio e al crimine per inversione propria e per suggestione di capi.
Cominciavano anche a circolare automezzi e macchine cariche di fascisti “più fortunati” i quali, armati di moschetti e di mitra, guardavano in cagnesco la folla come se presagissero l'insurrezione anche qui imminente.
La notte dal 22 al 23 aprile non apportò in città alcun mutamento nella situazione.
In quelle prime ore dell'alba le prime formazioni partigiane del casalasco, ricevuti avvisi certi della sponda emiliana, già si muovevano all'occupazione delle caserme ed all'azione; dai campanili della zona, battute a martello, le campane davano il segnale della lotta iniziata.
La città era tranquilla. Si notava un accresciuto afflusso di fuggiaschi e un continuo movimento di reparti tedeschi lungo le strade di circonvallazione cittadina. Tratto tratto le sirene suonavano il segnale d'allarme grande. Ma nessuno vi badava.
Il “ Regime Fascista “ uscì regolarmente come al solito in un foglio solo con le notizie di guerra secondo le quali, anche se Hitler era già nel bunker pronto per il rogo, le sorti non erano ancora totalmente perdute.
La federazione dei fasci repubblichini era ancora aperta ai “camerati” d'oltrepo.
In complesso un simulacro d'ordinaria amministrazione repubblichina alla vigilia del crollo.
Nel pomeriggio del 23, verso le ore 17, il C.L.N. provinciale si riunì nello studio dell'Avv. Calatroni, sito in Via Bertesi.
Da Milano, col “corriere” del P.S.I.U.P., erano arrivate le direttive da seguire nel caso d'insurrezione generale. Le norme contenute nella circolare furono attentamente esaminate e discusse.
Riguardavano le disposizioni sulla tattica da seguire nel campo pratico: occupazione degli edifici pubblici; presa del potere; provvedimenti da adottare contro i fascisti prigionieri; provvidenze a favore della popolazione; disposizioni sull'ordine pubblico; segni di riconoscimento dei patrioti per l'insurrezione.
In quella seduta si deliberò l'allargamento del C.L.N. a due rappresentanti per partito in luogo di uno solo, come fino ad allora aveva consigliato la tattica clandestina.
Il segno di riconoscimento degli insorti, esclusi naturalmente quelli propri di ogni formazione, doveva essere una fascia bracciale tricolore con stampigliata la sigla C.L.N.
L'incarico di preparare tali contrassegni venne preso dal delegato del Partito Socialista. Per due notti consecutive donne patriottiche procedettero alla confezione del distintivo adottato per la battaglia.
Uscendo da quella seduta del C.L.N. (si può dire che da allora il massimo organo provinciale della liberazione sedette in permanenza) taluni membri ebbero la netta sensazione che le cose potessero precipitare da un momento all'altro.
I primi spari dell'insurrezione in città si erano uditi in quel pomeriggio provenienti, come si vedrà in seguito, dal popolare rione di S.Imerio, ove i giovani arditi erano già in azione. Verso Piazza Castello e lungo l'attuale Via Ghinaglia, sfilava una formazione di “bande nere” diretta alla stazione del trenino di Edolo.
Probabilmente, secondo i piani di Graziani e Pavolini, defilavano verso la linea arretrata di estrema difesa. Ma, evidentemente, anche se quelle truppe fossero arrivate (e furono invece fermate dall'insurrezione nei pressi di Soncino) i gerarchi di Dongo non sarebbero sfuggiti alla loro sorte.
Demoralizzati e in preda al panico gli squadristi delle brigate nere vedevano già ovunque agguati e partigiani.
Infatti forse lo sbattere improvviso di una porta, nel silenzio della strada creato al loro passaggio (ma mille volti maledicenti li spiavano dalle imposte socchiuse) o forse un colpo d'arma da fuoco inavvertitamente esploso da qualcuno dei briganti in prima fila, accese improvvisamente una sparatoria, come di plotone.
Riparandosi negli angiporti delle case, dietro gli spigoli, gli eroi, i “fidanzati della morte”, sparavano alla cieca, all'aria, contro un nemico immaginario che sentivano alle calcagna.
In quel frangente non c'era ancora alcun nemico. Ma tutto un popolo, tanti giovani, febbrilmente in quelle ore scavavano in cantina le armi nascoste, contavano cartucce, oliavano mitraglie sottratte al vecchio esercito, parlottavano col capo distaccamento per preparare l'azione da svolgere appena se ne fosse presentata l'occasione.
Il 24 aprile, con una situazione di demoralizzazione fascista ancor più evidente, trascorse in città ancora calmo e tranquillo.
Del nuovo c'era in Piazza Sant'Agata: là dove nel 1848 alla gran guardia stavano due pezzi d'artiglieria con le micce accese, oggi a protezione del comando tedesco di Palazzo Trecchi erano stati collocati quattro mortai, con la bocca rivolta due verso Corso Campi e due verso San Luca.
L'accresciuto via vai dei fuggiaschi dell'Emilia, il muoversi più concitato di staffette e di pattuglie germaniche accrescevano la tensione pubblica e l'attesa dei prossimi avvenimenti. Il bollettino di guerra alleato del fronte meridionale dava per imminente la liberazione di Mantova.
Uno strato di opinione pubblica, su cui forse aveva fatto breccia la truculenta campagna di Farinacci e dei fascisti disposti, a parole, a difendere con le unghie e con i denti la pianura padana, temeva che costoro mettessero in atto i loro propositi ribaldi. O, quantomeno, che prima di partire procedessero ad azioni di rappresaglia sui tranquilli cittadini.
I truculenti propositi, le orripilanti divise, gli ambulanti arsenali delle brigate nere, avevano fatto impressione su certi strati i quali non pensavano che, vigliaccamente forti coi deboli, i fascisti si sarebbero eclissati al primo comparire di un fazzoletto partigiano e al rombo lontano di una jeep alleata.
Sta il fatto che i più attenti osservatori in quelle ore poterono accorgersi che, anche ora come al tempo del delitto Matteotti e del 25 luglio, molti distintivi metallici col fascio repubblicano scomparivano dagli occhielli delle giacche.
Non si vedevano più in giro neanche le famose “ausiliarie”. E i “sacerdoti di Don Calcagno” si erano messi in abito secolare.
Nessuna sicura notizia (data la scomparsa di tutti gli atti sia dei principali organismi repubblichini che dei maggiori dirigenti del locale movimento) è possibile avere circa la progettazione dei piani di lotta o di resistenza fascista in città.
Data però la direzione presa dai primi fuggiaschi verso le montagne del bresciano, e quella della fuga posteriore del Farinacci, è possibile ritenere che l'unico piano adottato, se non realizzato, dal fascismo repubblichino cremonese, fu quello di una fuga generale (conforme alle tradizioni storiche del movimento) verso la zona montuosa.
Anche in questa tentata fuga i fascisti rimasero “vittime” della loro stessa propaganda. A forza di dire e di ripetere che i partigiani erano stati schiacciati e che altri non ne sarebbero sorti, si persuasero candidamente che in realtà fosse così.
Nella loro fuga caddero perciò dalla padella nella brace ed andarono ad offrirsi, fuggendo come un branco di stambecchi, al piombo della giustizia partigiana scesa dai monti e sorta in pianura dalle tombe dei gloriosi caduti.
Indubbiamente ci furono in giornata “Consigli di guerra” fra il neo-gruppo dirigente fascista (Farinacci, Ortalli, Milillo ed alcuni altri) e il “Comando Militare Provinciale”. I tedeschi, così come avvenne a Dongo con Mussolini, si tennero in disparte.
Dopo aver spremuto il tradizionale limone dei loro alleati, si disinteressavano della loro sorte occupandosi unicamente della, anche per loro, non troppo felice situazione.
Roberto Farinacci, al corrente della situazione, aveva da parecchio tempo compreso che la sorte era segnata. Come tratto alla voragine da una forza superiore governante gli elementi, aveva persistito fino all'ultimo.
Quella sera, nella sede del “Regime Fascista”, ad una commissione di operai che gli chiedeva della situazione, preoccupata della sorte futura dello stabilimento tipografico, che forse dai tedeschi o dagli esasperati fascisti poteva essere distrutto, egli parlò chiaramente.
Disse che la situazione fascista era ormai disperata; diede disposizioni perché del milione e più lire depositate nella cassa del giornale, una parte servisse a pagare una mensilità agli addetti. Trattenne il resto per la sua fuga imminente.
Fatto ciò si trasferì nel suo studio. Qui, per mesi, per anni, aveva con una perseveranza degna di più nobile causa, speso la sua attività a scrivere feroci articoli contro avversari vinti ed a studiare i mezzi onde arrivare a posizioni di maggior rilievo.
In questo studio egli scrisse l'articoletto “ai cremonesi” che comparve il giorno seguente, ultimo giorno di vita dello sporco libello, su “Regime Fascista “.
Sostanzialmente l'articolo era un appello ai cremonesi perché, nell'eventualità della fuga fascista ormai stabilita, si astenessero da atti di ostilità contro i fascisti rimasti e le loro famiglie.
Conscio dei metodi fascisti di rappresaglia contro le famiglie dei patrioti, egli riteneva che i suoi avversari fossero della stessa natura morale dei fascisti e che si vendicassero dei soprusi subiti da tante persone incolpevoli.
Lo scritto di Farinacci comparve alla stampa la mattina del 25 aprile.
Il Comitato di Liberazione, dopo una breve riunione nel pomeriggio del 24, si era aggiornato al giorno successivo, il 25 aprile.
Gino Rossini, il futuro sindaco di Cremona, quel mattino aveva letto il giornale. Uscendo di casa trovò l'on. Guido Miglioli il quale, ricatturato dopo una parentesi di vita alla macchia, viveva presso la famiglia della sorella e poteva, sotto la vigilanza di un agente, andare in giro per la città.
Guido Miglioli convenne con Rossini che la situazione per i fascisti volgeva ormai alla catastrofe.
Qui, assieme al nobile sentimento di evitare alla città stragi o spargimento di sangue, agiva nel subcosciente l'imponderabile desiderio d'estrinsecazione del lato melodrammatico della psicologia di Miglioli.
Quando egli era stato ricatturato dai lanzi della politica repubblichina, fra lui e Farinacci c'era stato un colloquio. Le uniche tracce di esso sono in un corsivo dello stesso Farinacci, pubblicato sul “Regime” verso i primi mesi del '45, il cui contenuto è diametralmente opposto al racconto che dell'incontro faceva Miglioli agli amici che lo visitavano o che incontrava per caso.
Comunque sia Miglioli, di sua iniziativa, prese su di sé l'incarico di chiedere un colloquio a Farinacci onde stabilire un accordo circa il passaggio dei poteri. Gino Rossini, naturalmente, avanzò l'obiezione che il C.L.N. nulla sapeva e che era necessario che quest'organo deliberasse in proposito. Dello stesso parere fu Ottorino Rizzi, che era sopravvenuto in quel momento.
Il Comitato di Liberazione si riunì quella mattina, alle ore 11, in una sala dell'Associazione Mutilati in Via Beltrami.
Oggetto primo all'ordine del giorno le trattative con Farinacci.
Emilio Zanoni, già in separata sede di partito, aveva espresso a Rossini l'intempestività del passo che, oltre a fare apparire la resistenza come disposta a compromessi, era in assoluto contrasto con le disposizioni date dal CLNAI. Ai nazi-fascisti non doveva essere lasciata altra scelta che la “resa senza condizioni”. O non era la parola d'ordine lanciata agli avversari “arrendersi o perire “?
Il problema venne ampiamente e a lungo discusso in sede di C.L.N.
I rappresentanti del P.S.I.U.P., del P.C.I., del P.D.A., sostennero la tesi che l'unica condizione da porre ai fascisti era la “resa incondizionata”, anche gli altri partiti convennero che altra onorevole soluzione non era possibile se non l'imporre quella drastica condizione.
A Guido Miglioli, che non aveva ancora ottenuto di parlare con Farinacci, venne comunicata quella delibera: Il C.L.N. accettava solo dai fascisti la resa senza condizioni alle forze della resistenza.
Il colloquio, egualmente tenuto fra Miglioli e Farinacci, non ha perciò altro sapore che quello di una melodrammatica pagina di storia romanzata, vergata dall'impressionabile (seppur grande sotto certi aspetti) ex deputato di Soresina.
La seduta del C.L.N. si aggiornò al pomeriggio del 25 aprile nello studio di Calatroni in via Bertesi.
Superato brevemente lo scoglio del “pour parler” coi fascisti, con una informazione sul colloquio Farinacci-Miglioli fatta da Rossini, si passò a discutere di cose ben più importanti.
I lavori del C.L.N. si concentrarono sulla preparazione dell'insurrezione in città.
Giungevano le prime notizie, incerte e confuse, che già in talune zone della provincia i partigiani e i patrioti erano passati all'offensiva.
In città l'insurrezione doveva mirare all'eliminazione dei centri di resistenza fascista, all'occupazione degli uffici pubblici, alla liberazione dei detenuti politici nelle carceri, alla successiva instaurazione del nuovo potere ed all'applicazione delle norme del C.L.N.A.I. nei confronti dei fascisti dichiarati “criminali di guerra e comuni”.
Restava il problema dei tedeschi di stanza nella città.
Salvo il ricordato appostamento dei mortai in Piazza Sant'Agata, essi non avevano preso particolari misure d'emergenza.
C'era la sensazione che essi, finché non fossero direttamente assaliti, si sarebbero disinteressati della sorte dei loro alleati.
Il C.L.N. senza indugio decise l'insurrezione generale della città per l'indomani, 26 aprile, alle ore 14. L'avviso, oltre che a mezzo delle staffette alle SAP partigiane già in allarme e armate, doveva essere dato alla popolazione dal suono simultaneo a martello delle campane delle chiese cittadine.
Il C.L.N. in via Bertesi agiva già allo scoperto, quasi liberamente.
Affluivano da ogni parte staffette, membri del comando militare, rappresentanti dei partiti politici.
Su proposta del rappresentante del P.S.I.U.P. venne redatto un breve appello ai patrioti che, stampato al ciclostile, fu rapidamente diffuso. Era così concepito:
“ Patrioti di Cremona! Cittadini tutti! E' giunta l'ora da tanto tempo sognata di impugnar le armi contro i traditori fascisti che hanno venduto l'Italia all'invasore, trucidando, rapinando, saccheggiando le tranquille popolazioni della zona!
In Germania e in Italia le truppe alleate battono il nemico ormai in fuga disastrosa.
In quest'ora grave e solenne il C.L.N. di Cremona rivolge ai partigiani, ai patrioti, a tutti i cittadini democratici l'appello di lotta e di concordia.
L'insurrezione nazionale si accende in tutta Italia. Cittadini alle armi contro i fascisti e contro i tedeschi!
VIVA IL C.L.N.A.I.! VIVA L'ITALIA LIBERA!
L'indomani, 26 aprile, ebbe così inizio la gloriosa insurrezione.
Nella sera e nella notte precedente le SAP patriottiche, mobilitate dai rispettivi comandi, si erano raggruppate, in attesa dell'entrata in azione, in località prestabilite.
Formazioni partigiane della provincia, specie nella zona Vescovato, Isola Dovarese, Drizzona e Ostiano, cioè le brigate Garibaldi “Cerioli”, comandata da Arnaldo Uggeri, e la 2° Matteotti, che erano le meglio armate e addestrate a disposizione del comando, iniziavano la marcia di avvicinamento verso la città.
La mattinata del 26 aprile era grigia, fredda, nebbiosa.
Circolavano ancora squadrette di fascisti in fuga che, sospettosamente si guardavano attorno vedendo ovunque pericoli in agguato.
Dal comando provvisorio delle “Matteotti”, cui si era aggregato l'esecutivo politico del partito, sistemato in una villa a Porta Venezia, il comandante delle formazioni Ottorino Frassi intimò telefonicamente al procuratore della repubblica fascista Pagnacco di fare immediatamente scarcerare i detenuti politici, fra cui vi erano uomini valorosi del periodo clandestino. Fu il primo ultimatum lanciato pubblicamente all'autorità fascista. Una squadra di partigiani fu inviata sul posto per appoggiare, se occorreva, con la forza, l'intimazione.
Le squadre patriottiche, prima ancora del segnale, entravano gradatamente in azione in tutta la zona periferica della città.
Si è accennato alla prima scaramuccia con i fascisti avvenuta nel pomeriggio del 23 aprile nel popolare rione di Sant'Imerio. Oggi una lapide murata su “Casa Manini” ricorda l'avvenimento. Un maresciallo delle brigate nere volle qui resistere al disarmo e venne abbattuto da una scarica di mitra. Sopravvenne, alla sparatoria, ancora una pattuglia fascista, ma venne dispersa.
Nella zona la SAP garibaldina, rafforzata da elementi patriottici che erano arruolati nell'esercito repubblichino e che avevano disertato con armi e bagagli da qualche giorno, entrò in azione con decisione e sprezzo del pericolo. Essa iniziò tutta una serie di colpi di mano e di attacchi nell'ampia zona compresa fra via Altobello Melone, via Giordano e via del Sale. Ma anche le altre squadre patriottiche erano in movimento.
Nella mattinata la SAP di Porta Po compiva un colpo di mano alla caserma della Polizia sistemata in Via Colletta, davanti al Distretto Militare. Un considerevole bottino in armi pesanti e munizionamento veniva così ad arricchire l'armamento dei patrioti. La SAP si spostava poi, per ragioni tattiche, lungo l'argine del Morbasco attendendo l'ora dell'attacco.
La SAP dei ferrovieri matteottini qualche sera prima aveva compiuto, guidata dal bravo Carlo Granata, un colpo di mano contro un nucleo fascista sistemato nel ricovero dei vecchi a Castelverde.
I fascisti si erano arresi consegnando il materiale, fra cui due mitragliatrici pesanti Breda, moschetti, munizioni, bombe a mano.
Con infinite precauzioni le armi pesanti, smontate, furono introdotte in città. Una mitragliatrice andò a finire nella zona di San Michele, ove, nei giorni di lotta, tenne sotto il suo fuoco i tedeschi che cercavano di passare. L'altra venne conservata dalla SAP che si sistemò a prima difesa negli edifici della stazione ferroviaria.
Dal Comando delle Garibaldi, sistemato in casa di Carlo Granata in Via dei Platani, partivano le staffette per la mobilitazione dei nuclei dipendenti dalle Brigate stesse.
Anche “Giustizia e Libertà” e “Fiamme Verdi” provvedevano alla mobilitazione dei loro elementi insurrezionali.
In quel momento, dai dati delle formazioni e dei nuclei esistenti (fra cui notevole la SAP Matteotti della Ditta Cavalli e Poli, dotata da tempo di armi automatiche), si calcola che i patrioti in città potevano contare su seicento o settecento uomini.
Senza dubbio elementi insurrezionali si sarebbero, come avvenne, uniti al nucleo iniziale. Ma i difetti e limiti “militari” propri delle formazioni clandestine, cui si è già accennato in precedenza, avrebbero costituito un handicap serio nella lotta, non tanto contro i fascisti quanto contro i tedeschi, fortemente armati e veterani di centinaia di scontri in agglomerati urbani.
Occorreva, perciò, attendere anche i rinforzi dalla provincia. Confronto alle nostre, le forze avversarie erano imponenti. A Cremona il comando germanico disponeva di 150-200 uomini della Feldgendarmeria senza contare, naturalmente, in questi giorni l'afflusso continuo di truppe in ritirata. C'era la brigata nera “Augusto Felisari” con centinaia di militi, la G.N.R., le SS italiane e un distaccamento di SS germaniche.
Nella zona cremonese, nei centri maggiori, esistevano presidi tedeschi e fascisti che celermente avrebbero potuto accorrere in città: 60 tedeschi a Piadena, 50 a Vescovato, 40 ad Ostiano, 150 brigate nere nel distaccamento speciale di Voltido, ecc.
Se i fascisti avessero voluto resistere ad oltranza molto sangue sarebbe stato sparso durante la liberazione della città.
I “repubblichini però, e lo dimostrava la fuga disordinata e caotica di quei giorni, avevano perso (se mai l'avevano avuta) ogni volontà di morire per la “causa”. Si preoccupavano, come dimostravano i loro tentativi presso banche cittadine, di avere a disposizione alcuni milioni perché i capi avessero un viatico in denaro sui dubitosi tramiti della fuga.
La mattina del 26 il C.L.N. di Cremona era ancora una volta riunito in casa di Gino Rossini in Piazza Castello.
La discussione fu interrotta da una telefonata. Il “capo della provincia”, Vincenzo Ortalli, aveva chiesto a Mons. Cazzani, arcivescovo della città, che lo si mettesse in comunicazione con rappresentanti del C.L.N.
Il Comando Militare, aggregato in quelle ore al C.L.N., delegò a rappresentarlo il tenente Ottorino Frassi, commissario delle Brigate.
Questi, immediatamente, si recò al Palazzo Vescovile ove era fissato l'appuntamento.
Qui si trovava un Colonnello della G.N.R. che doveva accompagnare alla Prefettura fascista la delegazione del C.L.N. composta da Ennio Zelioli, Ottorino Rizzi e dal già citato Ottorino Frassi. Nelle sale e nei corridoi del palazzo di Via Vittorio Emanuele regnava una certa animazione. Gruppi di ufficiali della G.N.R. e delle brigate nere stazionavano chiacchierando sommessamente.
La delegazione fu subito introdotta nell'ufficio del “capo della provincia” fascista.
L'Avv. Vincenzo Ortalli deteneva da qualche mese, ufficialmente, nelle sue mani la somma dei poteri politici e militari, così come un decreto della repubblica di Salò aveva stabilito. Formalmente lo stesso Farinacci doveva seguire le sue direttive così come il 20° Comando Militare Fascista.
Ortalli, in quel mattino del 26, aveva ben compreso la situazione. Le truppe alleate avanzavano ormai a raggiera procedendo ovunque con punte corazzate. Le unità tedesche ripiegavano ovunque in disordine; sacche di resistenza fascista non sarebbero servite a nulla.
L'insurrezione era già vittoriosa a Genova, Torino e Milano.
Era finita per il fascismo!
Agli uomini del fascismo non restava che la via dell'accordo con quegli avversari che, fino al giorno prima, essi trattavano da fuorilegge e da banditi.
La discussione, fondata su questi elementi di fatto e sulla persuasione dei rappresentanti della Resistenza cremonese che essi non potevano che richiedere la resa senza condizioni, si svolse rapidamente e con una certa qual formale cortesia.
Fu interrotta da due incidenti.
Il primo determinato dal Console Tambini, Comandante della XVII^ Legione G.N.R. Egli entrò nell'ufficio del capo della provincia gridando: “Perché si deve trattare quando costoro ci fucileranno tutti?”. Vincenzo Ortalli fece allontanare l'esagitato (che forse prevedeva di cadere qualche giorno dopo sotto il piombo degli insorti in provincia).
La seconda interruzione fu causata da una telefonata di Roberto Farinacci. Questi stava preparando la fuga. Telefonò al Capo della Provincia, gli astanti logicamente non sentirono ciò che egli diceva. Deposto il telefono, il Capo della Provincia (abbiamo raccolto il fatto dalle parole di uno dei testimoni presenti) disse: “Era quell'asino (o qualcosa di simile) di Farinacci; se ne va, buon viaggio!”
Roberto Farinacci difatti, poco dopo mezzogiorno partiva per sempre dalla sede del suo giornale su un'automobile carica di valige e di bauli. L'accompagnavano l'autista, la segretaria dei fasci femminili (Marchesa Medici del Vascello) e il redattore capo di “Regime Fascista”, Mario Mangani.
Partiva da Cremona dove aveva spadroneggiato per 20 anni e dove, per venti mesi, aveva coscientemente appoggiato i più vili misfatti della tirannide nazista, per andare incontro al suo destino segnato dai mitra dei partigiani della “Divisione Fiume Adda” che lo avrebbero abbattuto, dopo regolare processo, nella piazza di Vimercate.
Trascinava con sè, inconsapevolmente, alla morte persone relativamente incolpevoli: l'autista e il redattore del suo giornale, essi, però, non furono fucilati ma morirono nella sparatoria non essendosi la macchina, fermata all'ingiunzione di resa.
In questo frangente fu ferita a morte anche la Marchesa Medici, che morirà pochi giorni dopo all'ospedale. Era la stessa persona che quella mattina, dopo Farinacci, aveva salutato al telefono il Capo della Provincia, racconta ancora il testimone oculare.
Conclusi i due incidenti la discussione fra le due parti arrivò ad un accordo di massima.
Il Capo della Provincia, come supremo comandante delle forze fasciste, offriva la resa senza condizioni. I fascisti si sarebbero raccolti nel Palazzo della Rivoluzione e nella Caserma “Ettore Muti” situata in via Ettore Sacchi, vicino alla Chiesa di San Pietro.
I militi fascisti non colpevoli di reati comuni o comunque non responsabili di fatti contrari al codice e all'ordinamento statale, sarebbero stati rispettati.
I rappresentanti del C.L.N. accettarono questo accordo che, sostanzialmente, equivale alla resa senza condizioni, premessa prima e inequivocabile delle esigenze della resistenza cremonese.
Terminata la missione la delegazione si restituì al C.L.N. per rendere conto dell'operato e dell'accordo.
D'altro canto non c'era una diversa via d'uscita.
I più faziosi settari del fascismo, con Farinacci, si erano allontanati. Fuggivano anche i gregari abbandonando armi ed equipaggiamenti in ogni angiporto di casa e in ogni angolo di strada.
Le pattuglie patriottiche nella mattinata si erano date ad azioni di disarmo in grande stile su quanti fascisti e tedeschi incontravano.
Alla periferia i concentramenti partigiani ricevevano i rinforzi attesi dalla provincia.
Echeggiavano spari nella città fattasi muta e concentrata.
Le vie centrali erano sgombre di fascisti. Verso le ore tredici la colonna Farinacci partiva dalla zona centrale. Fu un errore che non fosse stato predisposto un posto di blocco partigiano verso Porta Milano perché, altrimenti, il “ducetto” cremonese sarebbe stato colto nella nostra città.
L'ultimo nucleo fascista, disorganizzato e allarmato, apparve poco prima delle 14 all'angolo del Palazzo delle Poste là dove, 20 mesi prima, i bersaglieri avevano opposto resistenza al tedesco.
Un ufficialetto delle brigate nere minacciava la folla inerme con una pistola puntata.
I colpi secchi della fucileria battevano già sulle mura delle case della periferia. Scariche di mitraglia si avvertivano da case prospicienti i giardini pubblici.
Alle 14 l'ora segnata dell'azione: le campane delle chiese si misero a suonare. Entravano le colonne partigiane dai posti di concentramento alla periferia.
Dalle vie deserte, mentre scrosciavano colpi di fucile e raffiche di mitraglia, sbucavano su due file i nuclei patriottici. Con l'arma spianata, attenti ad ogni allarme, i partigiani della provincia, i giovani, avanzavano. Risuonavano già gli applausi della gente che si affacciava dalle finestre e dai portoni. Mazzi di fiori e lacrime di gioia accoglievano i volontari della libertà che, finalmente, sbucavano dall'ombra per la redenzione di Cremona.
Qualche tedesco in fuga circolava nelle viuzze del centro, qualche automobile tedesca solcava gli ampi viali della periferia. I fascisti erano definitivamente scomparsi dalla circolazione.
La SAP dei ferrovieri Matteottini, dalla stazione, mosse all'assalto della vicina “Caserma Paolini “. Nel corpo di guardia stavano ancora sei o sette briganti neri. Rapidamente furono disarmati e lasciati partire.
Racconta un testimone oculare, Carlo Granata dello stesso gruppo dei patrioti, che nelle camerate della Caserma furono trovati taluni dei cosiddetti “fidanzati della morte”. Essi, per sfuggire all'abbraccio della un tempo (a parole) così desiderata immagine, si erano nascosti sotto montagne di materassi e di coperte da dove vennero snidati con energici calci dai partigiani.
La resistenza fascista, quasi ovunque, era nulla. I Pirgopolinice della “decima”, delle brigate nere, della g.n.r., si nascondevano come topi di chiavica.
Nella stessa “Villa Merli”, ove alloggiavano i sicari e i seviziatori, non c'era più nessuno. Erano fuggiti attraverso case e giardini forando la muraglia e aprendo così un vero e proprio cunicolo come nelle fortezze assediate del medio evo.
Erano i più compromessi. Se fossero stati colti nella “Villa” dal nucleo partigiano, di cui facevano parte elementi già sottoposti a torture in quegli stessi luoghi, certamente, avrebbero pagato un prezzo elevato per i loro misfatti.
Nella zona di Porta Venezia e San Michele, oltre al serio crepitio delle fucilate contro gli ultimi nidi della resistenza fascista, si udiva il rombo pesante delle mitragliatrici partigiane che battevano le strade di arroccamento su cui passavano automezzi tedeschi. I nuclei patriottici di Sant'Imerio, arroccatisi presso le case popolari di Via Giordano, affrontavano coraggiosamente pattuglie tedesche di passaggio. Si videro atti di freddo disprezzo del pericolo uniti a sprazzi di patriottismo elevato.
Un giovane, dall'apparente età di 16-17 anni, si pose in mezzo alla strada col moschetto spianato intimando l'alt ad una camionetta tedesca su cui si trovavano 5 soldati con una mitragliatrice. L'automezzo si fermò all'audace imposizione e, da tutte le parti, saltarono fuori i patrioti che disarmarono i tedeschi.
La squadra patriottica di Porta Po, già sistemata sull'argine maestro del fiume, si avvicina a sua volta alla città con l'armamento recuperato nella mattinata. Il Comandante Ughini era stato catturato in mattinata dai tedeschi. Guido Percudani e Milanesi che, in macchina cercavano di raggiungere la formazione per collegarla alle altre forze del raggruppamento Garibaldi, furono anch'essi catturati da un forte nucleo germanico che defluiva dal traghetto al fiume Po.
I due, minacciati prima di fucilazione immediata, vennero portati al Comando tedesco del fiume Po, posto nelle “Colonie Padane” da dove furono liberati il giorno seguente nell'ambito di uno scambio di prigionieri pattuito fra comando piazza partigiano e comando germanico.
La battaglia per la liberazione della città, nelle tarde ore del 26 aprile, si andò frantumando in una serie di scaramucce e di scontri a fuoco contro gli ultimi nuclei fascisti asserragliati in qualche edificio e pattuglie germaniche in ritirata.
Un nucleo tedesco si era arroccato in un edificio di Via Trento e Trieste essendo stato preso sotto il fuoco dei partigiani che presidiavano la Caserma Paolini. Un nucleo di “Fiamme Verdi” generosamente cercò di snidare i tedeschi dal fortilizio improvvisato. I giovani caddero sotto il fuoco dell'imboscata nemica. Qui morirono da fortissimi eroi, due adolescenti: Bernardino Zelioli, figlio di Ennio, ed Attilio Barbieri, entrambi della formazione “Fiamme Verdi”. (In quei frangenti fu colpito a morte anche un altro giovanissimo ragazzo delle Fiamme Verdi, Danilo De Marchi, ndc)
Oh! Come non ripetere col poeta del Risorgimento: Oh! Della bella Ausonia- figli defunti al crin?
La pattuglia tedesca qui appostata veniva poi, dal fuoco concentrato dei partigiani ivi affluiti, costretta ad allontanarsi con perdita di uomini e materiale.
La battaglia si andò frantumando. Cadde alla stazione ferroviaria il matteottino Abramo Casaletti, ferroviere, mentre difendeva l'approccio della stazione contro una pattuglia germanica che cercava di trasferirsi in altro edificio.
In un cascinale presso la Madonnina, alla periferia della città, si erano annidati fascisti dell'Emilia disposti a difendere fino all'ultimo un'esistenza carica di delitti.
All'assalto della posizione partì un nucleo garibaldino comandato dall'eroico Bruno Ghidetti. Cadde, questi, mentre allo scoperto incitava i patrioti all'assalto e dirigeva contro i nemici il fuoco della sua arma automatica.
Così combattevano e morivano, senza distinzione di partito, i giovani cremonesi animati dall'impulso possente della libertà e della patria italiana.
Mentre queste azioni si svolgevano altri fatti avvenivano nei diversi rioni cittadini. Non è una delle più facili cose, a dieci anni di distanza, ricostruire con le testimonianze dei viventi la trama consecutiva delle operazioni, cosa che, del resto, sarebbe stata difficile anche allora data la minuta frammentarietà dei fatti e il repentino svolgersi degli eventi.
Le Caserme periferiche e centrali erano già tutte cadute nelle mani dei patrioti.
Nuclei di “Giustizia e Libertà” occupavano, per salvaguardarli da sabotaggi tedeschi, la centrale elettrica e quella dell'acqua potabile. Le Poste, la Prefettura, il Distretto Militare erano pure occupati.
In mano ai tedeschi rimaneva la zona, quasi neutrale per tacita convenzione, compresa fra Palazzo Trecchi e Piazza Sant'Agata.
In un primo tempo i tedeschi proibivano il transito per la piazza, poi, per un accordo con un nucleo partigiano, si ritirarono nel lato di Palazzo Cittanova, pur lasciando in mezzo alla via mortai e mitraglie.
Anche qui, forse, si commise l'errore di non aver subito disposto per un attacco improvviso alla sede del Comando tedesco, dove fino alle 14 non c'era che una decina di soldati. Ora però, dalle Colonie Padane, venne richiamato in città un fortissimo nucleo germanico con armi automatiche che presidiò il palazzo e le adiacenze.
I fascisti rimasti (molti reggiani erano stati disarmati in mattinata, negli alberghi ove alloggiavano, da squadre di patrioti guidati da Alberto Callegari) erano rinserrati nella Caserma Muti e nel “Palazzo della Rivoluzione”.
Anche i questurini della cosiddetta “polizia repubblicana” avevano abbandonato i locali dove tante nefandezze avevano commesso sotto la veste di funzionari.
Il C.L.N. si era, nel pomeriggio, trasferito nuovamente nei locali dell'” Associazione Mutilati” di Via Beltrami.
Affluivano qui le notizie, accorrevano le staffette. Il Comando piazza partigiano, che doveva coordinare l'azione e dirigere le formazioni, sedeva anch'esso in permanenza accanto al C.L.N.
Il “Capo della Provincia”, Ortalli, aveva concordato la resa ma non aveva fatto partecipare alla riunione, in mattinata, il “Commissario Federale” Milillo che comandava le “brigate nere”. I componenti di queste, ormai tremebondi, erano rinserrati nel Palazzo della Rivoluzione attorno al quale si stringeva il cerchio partigiano di G.L., delle Garibaldi e dei Matteottini.
Guidati da un parlamentario, Milillo, il Comandante del 20° comando fascista e alcuni altri gerarchi di Salò, vennero al C.L.N. ad offrire la resa. Cosa giusta sarebbe stata il non accettarla e mettere al muro quei fascisti, responsabili di fucilazioni di patrioti e di altri crimini. La resa venne accettata con la riserva che i delitti sarebbero stati appurati dalla Corte d'Assise Straordinaria.
Sulla base di questo accordo supplementare di resa, anche gli ultimi nuclei fascisti organizzati nella città di Cremona cedevano le armi.
Gli ufficiali si consegnavano nella sede vescovile a rappresentanti del Comando Piazza partigiano. Venivano poi condotti, assieme alla truppa fascista fatta prigioniera o arresasi spontaneamente, nei campi provvisori di concentramento alla Caserma “Muti” a San Pietro e alla Caserma San Giorgio a Porta Romana.
I prigionieri fascisti in mano partigiana superavano i 700. Molti altri si sarebbero spontaneamente consegnati nei giorni successivi.
Terminava così, ingloriosamente, a Cremona l'epopea fascista iniziata 24 anni prima.
Il “Palazzo della Rivoluzione”, con il relativo ripristinato “sacrario”, veniva occupato da forze partigiane. La grottesca e feroce dittatura fascista sprofondava nell'ignominia della viltà dopo i lividi bagliori della ferocia e della barbarie con le quali aveva cercato di sostenersi contro la volontà unanime del popolo cremonese.
Nel vespro e nella serata, fattasi nitida dopo il fosco tempo mattinale e un breve acquazzone vespertino, echeggiavano fuochi di fila di fucileria e di mitraglia.
Nuclei volontari, fra i quali si distinguevano i giovani della “Brigata Curiel” stanavano dalle cantine e dai ripari isolati, costringendoli alla resa, i fascisti irriducibili o paurosi per i delitti commessi.
Il C.L.N. sedeva ancora all'Associazione dei Mutilati alle prese con i mille e mille problemi sorgenti dalle circostanze. Ora le preoccupazioni andavano alla lotta contro i tedeschi racchiusi nel fortilizio del Trecchi e alle truppe che, ormai trasformate in orde disordinate, affluivano ai traghetti e volevano passare il fiume per mettersi in salvo.
In quella sera, come si vedrà in seguito, il C.L.N. si era trasferito in Prefettura, accanto al Prefetto della Liberazione già insediato.
L'indomani mattina (27 aprile) esso trasferì la sua sede nel palazzo di “Cremona Nuova” dove si trovavano lo stabilimento di “Regime Fascista”, lo studio e l'abitazione privata dell'ex gerarca Farinacci.
La sede del Comitato si pose (ironia della sorte!) nell'ufficio stesso dell'ex Ministro.
Erano passati 22 anni e nove mesi dal giorno in cui le masnade fasciste erano brutalmente e illegalmente penetrate nella sala di Giunta del Palazzo Comunale per cacciarne gli eletti dal popolo.
Ora il popolo, per mezzo dei suoi rappresentanti, s'insediava nello sgominato quartier generale della vinta tirannide cremonese.
Mentre la lotta contro i tedeschi, ora privi finalmente dei loro ausiliari, teneva occupati in città e in provincia gli animi e le forze patriottiche, il C.L.N. cominciava ad esercitare le funzioni che gli erano state delegate dal governo legittimo di Roma.
In applicazione ai decreti (pubblicati poi su “Fronte Democratico”) in Comune si installava l'amministrazione democratica del C.L.N.
Così avveniva in Questura, come in tutti gli altri uffici secondo il piano già predisposto in periodo clandestino.
Le scuole, per non esporre i ragazzi ai pericoli della guerra non ancora passati, venivano chiuse con decreto del C.L.N. Chiuse erano anche le banche e gli uffici non strettamente necessari.
Il Comando Piazza, con un'apposita ordinanza, prendeva su di sé l'onere dell'ordine pubblico.
I partigiani e gli insurrezionali aggregati alle brigate, comprese quelle giunte a marce forzate dalla provincia, erano accasermati militarmente nelle caserme cittadine.
Le Brigate Matteotti al centro scolastico Capra, Giustizia e Libertà e Fiamme Verdi alla Caserma Manfredini, le Garibaldi in prevalenza alla Caserma del Diavolo, posta sotto il comando del bravo Giuseppe Marabotti.
Il Comando Piazza si era sistemato nei locali dell'ex Distretto Militare di Via Colletta.
Pattuglie partigiane batterono dunque per tutta la notte del 26 e la giornata del 27 le vie della città in regolare servizio di vigilanza mentre i forti “posti di blocco” partigiani, ora difesi da armi pesanti e da un cospicuo numero di armi automatiche, eliminavano con puntate improvvise e colpi di mano le piccole pattuglie tedesche in transito.
Elementi di “Giustizia e Libertà”, come aveva ordinato la radio alleata, avevano esposto sul Torrazzo una grande bandiera bianca per significare che la città era ormai in mano ai patrioti. Ben presto questa bandiera, che significava la resa dei nazifascisti, venne sostituita da quella tricolore che, come nei momenti più drammatici della storia di Cremona, sventolò libera e solenne dalla gran torre a salvaguardia e a conforto di tutti i liberi cittadini cremonesi.
Il 28 aprile 1945 usciva il giornale della liberazione “Fronte Democratico”, organo del Comitato Provinciale di Liberazione.
Recava, in apertura, il proclama: “Saluto del C.L.N. ai cremonesi”.
Tale proclama, redatto dal prof. Giulio Grasselli, era volutamente moderato nei termini e nelle espressioni, calcando forse un po' troppo la mano sull'avvenire di stenti, di miserie e di lavoro che attendeva la nazione.
Tutto ciò il popolo, la massa dei lavoratori, lo prevedeva. Ma in quell'ora, forse, avrebbe voluto un maggior impeto di forte condanna e di indignazione contro i nazi-fascisti sconfitti sì, ma non ancor domi nell'animo.
La comparsa del giornale quotidiano e, il giorno seguente, dei primi settimanali di partito, (il 1° numero de “L'Eco Socialista “porta la data del 29 aprile 1945) fu salutata dal più vivo entusiasmo della popolazione.
L'aborrito giornale fascista aveva, finalmente, cessato di stamburare le sue fandonie e di urlare i suoi insulti e le sue invettive.
Usciva un quotidiano, modesto nella forma e improvvisato sulle notizie (la metà del secondo foglio del 1° numero è tutta occupata da una grande scritta: “Viva l'Italia Libera – Viva i Patrioti!”) che però, nella solennità dell'ora, fu accolto con immenso successo.
Decine e decine di migliaia di copie diffuse e vendute in poche ore.
In quel giorno sopravvenne a Cremona la prima camionetta alleata, con due giornalisti che si recavano a Milano.
Ora tutto il popolo cremonese, come nella tradizione del '48 e del '59, era sulle vie e sulle piazze, incurante se fischiavano ancora all'orecchio delle zone periferiche raffiche di mitraglia o di velivoli alleati ancora a caccia di automezzi germanici.
La battaglia contro il tedesco continuava nelle strade e nei paesi di tutta la provincia.
Per disposizione del C.L.N.A.I., comunicata mesi prima al C.L.N. provinciale, si riuniva frattanto il Tribunale di Guerra della “Divisione partigiana Cremona” formata, come si è detto, da tutte le formazioni patriottiche della provincia.
Nove fascisti rastrellatori e spie, rei della morte di patrioti, venivano condannati a morte. Parimenti, alla pena capitale, venivano condannati 3 elementi della locale Questura repubblichina, responsabili di sevizie e di torture ai danni di partigiani caduti in loro mano.
In contumacia furono condannati a morte anche i dirigenti del famigerato ufficio politico della G.N.R.
Dodici di questi tristi arnesi furono, pertanto, passati per le armi alla Caserma del Diavolo. Un'altra spia veniva fucilata in Piazza Marconi.
Altre poche fucilazioni di fascisti, sempre sulla base di un regolare processo, furono eseguite in centri della provincia.
Comprese alcune “dispersioni” il numero dei fascisti giustiziati non superò i 40.
I capi maggiori del fascismo cremonese giustiziati dai patrioti fuori provincia furono: Farinacci a Vimercate; il Console Tambini, fucilato nei pressi di Soncino; l'Ing:Mori, nei pressi di Milano; Tullio Calcagno a Milano; Lino Milanesi a Bergamo.
La popolazione cremonese accolse con soddisfazione l'annuncio dell'avvenuta giustizia.
Troppo sangue era stato sparso, anche troppo male i fascisti avevano causato alla pacifica popolazione cremonese e all'Italia.
L'atto riparatore s'imponeva perché il popolo, se non ha diritto di vendicarsi, ha quello di fare giustizia.
Giacevano ancora nelle bare, grondanti sangue per le ferite aperte, i corpi esamini dei patrioti e dei partigiani cremonesi caduti per le strade della città e nell'aperta campagna contro le orde nazifasciste in fuga.
Non sangue per il sangue. Troppo nobile e grande era stato il sacrificio dei nostri migliori perché lo si volesse vendicare con esecuzioni.
I fascisti pagarono il fio delle loro colpe.
Ai patrioti cremonesi, nella gloriosa Basilica del Duomo, alla presenza di tutto il popolo, furono resi gli onori dovuti al loro sacrificio.
L'APRILE VEDE I TEDESCHI IN FUGA VERSO LE LORO TANE
Quando l'Aprile d'Itala gloria
dal Po rideva fino
a lo Stelvio e il popol latino
si cinse su l'Austria
cingol di cavaliere
Giosuè Carducci
Con la liberazione di Cremona dal fascismo e con il crollo della “Repubblica Sociale” non si erano affatto esauriti i compiti di lotta del Movimento di Liberazione cremonese.
La parola d'ordine del C.L.N.A.I. era: distruggere e perseguitare il tedesco fino a che si arrendesse; impedirgli in tutti i modi di costituire un'ulteriore linea di difesa sui valichi alpini.
L'insurrezione nazionale praticamente iniziò in provincia, nel casalasco, fra i 22 e il 23 aprile.
Casalmaggiore venne liberata dai fascisti, con la occupazione del Municipio e delle Caserme della G.N.R. e con l'insediamento del locale C.L.N. Proseguiva però, duramente, la battaglia contro le truppe germaniche.
Da Casalmaggiore a Cremona, fra il 22 aprile e il 26, tutti i paesi e le borgate si scrollarono di dosso la tirannide repubblichina, con il disarmo e la fuga dei militi, con la cattura dei fascisti più compromessi e con l'insediamento in loco dei C.L.N. comunali, subito impegnati nella azione amministrativa e di governo.
Lo stesso era avvenuto nella zona del Pizzighettonese, di Castelleone, di Soresina e Soncino.
A Soresina gruppi di fascisti si erano asserragliati nella torre littoria prospiciente la strada provinciale. Qui, però, il movimento patriottico era ben organizzato così che le formazioni partigiane entrarono tosto in azione liquidando, dopo una lotta ostinata, i tentativi di resistenza repubblichina.
A Crema la lotta contro i fascisti si presentava più dura: accanto ai locali repubblichini della brigata nera stavano anche duecento fascisti del mezzogiorno, ripiegati nella zona cremasca al primo annuncio della imminente capitolazione.
Le squadre patriottiche dei paesi viciniori, dopo aver operato il disarmo delle pattuglie e dei presidi di G.N.R. delle rispettive località ormai demoralizzati, attendevano con posti di blocco volanti al disarmo e alla lotta contro i tedeschi che si ritiravano.
Le SAP delle frazioni di Crema e dei borghi limitrofi si raccoglievano alla periferia della città e nei pressi del “campo di Marte”, così com'erano state le istruzioni diramate in precedenza dal locale comando del C.L.N. Questo era anzi riuscito a prendere contatti con truppe cecoslovacche, dell'entità di un reggimento, che erano scaglionate nella zona attorno a Vaiano Cremasco.
I cecoslovacchi, a mezzo di un capitano medico, si impegnarono a mantenere la neutralità, anzi poi la trasformarono in vera e propria attività di lotta accanto alle formazioni partigiane.
Anche a Crema il C.L.N. si riunì alle ore 12.15 del 26 aprile per emanare l'ordine dell'insurrezione. Già la radio libera di Milano aveva annunciato i grandi avvenimenti che si compivano. Ma per le vie di Crema i repubblichini, che nella mattinata avevano ricevuto rinforzi, ancora uscivano in pieno assetto di guerra, cantando i loro inni funerei.
Al C.L.N. riunito per deliberare, si presentò allora un sacerdote patriota, Don Mussi, il quale aveva ricevuto l'incarico dai fascisti di chiedere se il C.L.N. era disposto a trattare.
Il C.L.N. cremasco convenne, all'unanimità, che le trattative dovevano avere una sola conseguenza: la resa incondizionata.
Alle ore 14 giunse al C.L.N. la risposta del “Commissario” repubblichino Agnesi: le condizioni preliminari erano accettate e i fascisti erano disposti a trattare le modalità pratiche della resa.
A partecipare alle trattative di resa furono designati Ludovico Benvenuti e Luciano Vettore per il C.L.N. e Rinaldo Bottoni per il C.V.L.
Durante le trattative, che avrebbero dovuto agevolare l'occupazione della città ed una più sicura difesa di questa dalle bande tedesche in ritirata, i patrioti, senza indugio, procedevano all'occupazione della “Caserma della Provvidenza” mettendo le mani su una notevole quantità d'armi depositate.
Le trattative di resa fra fascisti e patrioti si svolgevano al Palazzo Vescovile.
Furono interrotte più volte, anche a seguito di telefonate da Cremona del “capo della provincia”, il quale imponeva ai suoi di porre come condizione che i fascisti potessero uscire armati dalla città.
Il C.L.N. cremasco reagì energicamente a questa pretesa dichiarando che i fascisti in armi, dopo la resa, sarebbero stati considerati come “fuorilegge” e quindi trattati di conseguenza.
Mentre nel vestibolo della sala si ultimavano gli accordi, irruppero tre ufficiali delle bande nere che chiesero di conferire con i loro rappresentanti. A questi dichiararono che essi non si sentivano impegnati dall'accordo e avrebbero mantenuto la loro libertà d'azione.
Il rappresentante del C.L.N. rispose loro che, ove la resa fosse stata firmata ed essi fossero rimasti in armi, sarebbero stati trattati al di fuori d'ogni convenzione.
I termini dell'accordo furono resi pubblici alle ore 18. Il nucleo dei fascisti più faziosi (circa 180) uscì dalla città attraverso il ponte sul Serio e si congiunse con una colonna tedesca proveniente da Piacenza, armata di cannoncini da 20 mm. e di mitragliere pesanti.
In città i fascisti, asserragliati nelle caserme, non appena vennero a conoscenza dei termini di resa, cedettero le armi ai partigiani che si presentavano.
Tutta la città di Crema era così controllata dai patrioti.
Il 27 aprile questi entrarono in azione contro l'accennata colonna tedesca, rafforzata dai repubblichini, nei pressi di San Bernardino.
Giovò in quest'azione il concorso dei cecoslovacchi. I tedeschi si arresero.
La banda dei repubblichini si allontanò per la strada di Bergamo lungo la quale si perse e fu liquidata nei suoi nuclei.
Anche per Crema, con la ingloriosa fuga degli ultimi briganti neri, terminava la dittatura più che ventennale contro la quale lavoratori ed intellettuali, uomini di tutte le idee e di tutti i partiti, avevano lottato a costo di duri sacrifici.
Caduta nella viltà della resa e nell'ignominia della fuga la “Repubblica Sociale”, i compiti del Movimento di Liberazione dovevano indirizzarsi alla cacciata del tedesco dal territorio della provincia, in collaborazione con le colonne alleate che si spingevano, dalle zone di maggior interesse strategico, anche verso questo lembo di pianura padana fra l'Adda e il Po.
Toccava ai patrioti, anche in questo caso, porre riparo ai crimini e agli errori commessi dal fascismo. Fra i quali fondamentale l'aver chiamato in Italia gli invasori stranieri, come ai tempi foschi di Ludovico il Moro.
La Democrazia italiana, rinata e vivificata da 20 mesi di dura lotta, affrontava ora la battaglia diretta alla cacciata dei tedeschi, in nome delle permanenti sorti del paese.
Stupido delitto invero quello di aver invischiato l'Italia in una guerra mondiale per gli interessi dell'imperialismo germanico che, a tempo debito e cioè a raggiunta vittoria, ci avrebbe ridotto al rango di vassalli della razza eletta.
Ma delitto ancor più stolto e grave per i fascisti quello di essersi fatti, attraverso la costituzione di un governo “Quisling”, complici e coadiutori delle nefandezze naziste perpetrate contro il popolo italiano.
La Democrazia italiana doveva ora portare fino in fondo il suo impegno di lotta contro il nazismo, e per evitare ulteriori danni al popolo e per dare al mondo libero un sicura garanzia della sua volontà di riscatto e di cooperazione.
Il popolo cremonese, come l'intera nazione, sentiva questo compito come una necessità inderogabile.
Sarebbe stato possibile al popolo cremonese, cacciato il fascismo e in attesa degli anglo-americani, aspettare lo svolgersi degli eventi che ormai precipitavano.
Pervaso invece dall'entusiasmo della lotta e convinto, forse inconsciamente, della necessità politica gravante sull'Italia di dare agli alleati un'ultima prova della sua volontà di resurrezione, esso si lanciò nella battaglia. Con ciò affrontava con le sue formazioni partigiane, inesperte al fuoco e accresciute nel numero da tutta la gioventù volenterosa della provincia, le bande di veterani tedeschi, armati fino ai denti, che si ritiravano minacciose fermandosi ogni tanto come bestie feroci che si rinselvano a far fronte ai nemici che da ogni parte le assalivano.
In talune occasioni, di fronte al prevalere delle forze germaniche in ritirata, il Movimento di Liberazione dovette venire a patti con esse.
Sempre però alla condizione che essi avrebbero rispettato gli abitati per i quali passavano e avrebbero deposto l'armamento pesante.
Col defluire dei reparti germanici, battuti sul fronte o in ritirata dalle guarnigioni dove si erano mantenuti fino all'ultimo, sorgeva spontaneo il parallelismo fra il 1945 e il 1848.
Anche cento anni prima il popolo cremonese si era trovato nella stessa situazione del 1945.
Le colonne austriache in ritirata venivano a patti con le città insorte; munite di guide e di salvacondotti si ritiravano verso le sicure fortificazioni del quadrilatero.
Allora, quasi agli albori del Risorgimento, non esisteva però un movimento partigiano vero e proprio avente organizzazione ed esercitante influenza sulle masse del popolo in città e in campagna, ancora estranee al movimento nazionale.
Nel '48 non fu perciò possibile la distruzione, ad opere di bande di insorti, dell'esercito austriaco che si ritirava come sempre ferito.
Nel 1945 tutto il popolo italiano era compreso della necessità storica della lotta e in essa si immise senza pensare ai sacrifici gravi cui andava incontro.
L'unità di tutti i ceti produttivi del paese, fatta eccezione per una trascurabile minoranza di traditori e di attendisti, permise e diede forma alla lotta partigiana per l'annientamento dell'invasore.
Il problema si presentava grave e denso di incognite al popolo cremonese per la stessa conformazione del territorio provinciale.
I presidi tedeschi di guarnigione sulle Alpi defluivano verso la pianura piemontese e lombarda. Le guarnigioni poste sugli Appennini e i reparti in ritirata dal fronte meridionale dell'Emilia affluivano verso i traghetti del Po per raggiungere la pianura veneta e quindi i valichi alpini.
La rottura del fronte tedesco fra il mare e Ferrara verso il Veneto, con punte degli alleati avanzanti in direzione del basso Mantovano, spingeva i reparti tedeschi a cercar scampo ai traghetti del Po fra Casalmaggiore e Cremona.
La via di Piacenza, che portava direttamente alla metropoli lombarda, era bloccata per i tedeschi dalle formazioni partigiane che scendevano dall'Appennino ligure e dall'Oltrepo, e dall' “ombrello aereo” che in permanenza copriva gli approcci della via di ritirata.
La provincia di Cremona, com'è noto, è completamente piana con un'altitudine media di 50 metri e una massima a Rivolta d'Adda di 102. Essa, per la mancanza d'appigli tattici, presenta perciò difficoltà quasi insuperabili alle formazioni partigiane in lotta contro un avversario agguerrito ed organizzato.
E' quasi interamente coltivata e solcata da strade rotabili ben tenute volte in ogni direzione: verso Milano per Lodi, Codogno e Pizzighettone, ovvero per Crema; verso Mantova per Piadena, verso Brescia per Robecco d'Oglio; verso Parma per Sospiro e Casalmaggiore; verso il bergamasco per Soncino, diretto il collegamento con Piacenza...
Numerosissime infine le strade a carattere provinciale e comunale che s'intersecano e fanno arroccamento fra le principali arterie.
La nostra provincia è tutta circoscritta dal corso dei fiumi: il Po, l'Adda, l'Oglio, il Serio.
Esistono numerosi corsi d'acqua di notevole lunghezza e per quanto concerne i passaggi sui fiumi (i reparti tedeschi in ritirata si indirizzavano ad essi) prima del 25 aprile '45 erano i seguenti. Lungo il Po: il ponte in barche in corrispondenza di Monticelli d'Ongina, un traghetto effettuato con barconi in corrispondenza di Porto Polesine, un altro traghetto a Isola Pescaroli, un terzo a Cantone del Cristo, un ponte in barche e un traghetto a Casalmaggiore.
Sull'Adda: un ponte in barche e un traghetto a Pizzighettone e a Crotta d'Adda;
Sull'Oglio: i traghetti e i ponti in barche ad Ostiano, presso Piadena, a Robecco d'Oglio, a Seniga, a nord di Bordolano e presso Soncino.
Sul Serio: un ponte a Crema, danneggiato dai bombardamenti.
Il deflusso delle truppe germaniche attraverso la provincia iniziò, in pratica, verso il 22 del mese d'aprile.
Cominciava con ciò la battaglia delle vie di comunicazione dirette ai passaggi sui fiumi e sui corsi d'acqua che i nemici volevano attraversare prima che si formasse una colossale sacca piemontese-lombarda in cui i reparti tedeschi sarebbero stati irremissibilmente catturati.
Salvo però qualche caso sporadico di resistenza tedesca in loco, come a Casalmaggiore, la lotta si sviluppò a cavallo delle strade di comunicazione fra i reparti tedeschi che si ritiravano e formazioni partigiane che li assalivano per costringerli alla resa e per obbligarli almeno a deporre le armi e a rispettare i borghi che incontravano sul loro passaggio.
La lotta contro i fascisti aveva, da 22 al 26 aprile, scarsamente impegnato, salvo casi o episodi singoli, le formazioni partigiane.
Per comodità di trattazione, nel presente lavoro si è distinto in due fasi l'ultimo periodo di lotta: contro i fascisti e contro i tedeschi.
Nella realtà però l'una e l'altra fase s'intrecciarono in un complesso frammentario di fatti, di singoli episodi, talvolta di notevoli proporzioni.
Quest'altro carattere bisogna, dunque, sottolineare. Non si svolge in questa fase una battaglia organica diretta, in tutti i suoi particolari aspetti, da un unico centro di propulsione.
La battaglia si frantuma e si disperde in una serie episodica di fatti singoli, di scontri, di scaramucce, d'attacchi e d'imboscate.
Ciononostante, si può configurare nella “battaglia dei fiumi e delle vie di comunicazione” se non una linea chiara e precisa una certa successione di avvenimenti con caratteri comuni.
C'è, innanzitutto, grosso modo una prima fase di resistenza ai traghetti e ai passaggi sul Po. La massa germanica in ritirata, sconvolta dai bombardamenti massicci dell'artiglieria e dell'aviazione alleata, si accalca sul fiume cercando ogni mezzo per sfuggire alla pressione degli avversari che avanzano. Le formazioni partigiane cercano d'opporsi al passaggio chiedendo, in taluni casi, l'intervento dell'aviazione.
Quando i reparti nemici sono di scarsa consistenza vengono o costretti alla resa o a deporre le armi. Se invece essi dimostrano una superiore consistenza in uomini e mezzi e il passaggio non può essere impedito, si scende ad accordi ovvero le formazioni partigiane si attestano a difesa dei borghi limitrofi al fiume per impedire le scorrerie dei “saccardi”.
L'altra fase della lotta è rappresentata dai colpi di mano e dalle molestie ai fianchi compiute dalle formazioni partigiane sulle colonne tedesche in marcia lungo le strade della provincia.
Posti di blocco volanti si aprono e si chiudono secondo la consistenza dei reparti nemici.
I gruppetti isolati o gli sbandati sono fatti prigionieri.
Ai reparti di media entità ci si limita a chiedere il disarmo.
Alle grosse formazioni in movimento, per mezzo di parlamentari, si accorda il libero passaggio fino a certe zone dove altri reparti partigiani meglio armati e più numerosi, possono tentare azioni risolutive.
Talvolta l'una e l'altra fase della “battaglia dei fiumi” si intrecciano in un complesso unico di azioni. Mentre reparti tedeschi cercano di aprirsi un passaggio sul fiume, contemporaneamente altri vengono affrontati e decimati lungo le strade nel centro della provincia o mentre si accingono a varcare l'Oglio diretti verso la zona bresciana.
Per sette o otto giorni, dal 23 al 30 aprile, la battaglia infuria in tutta la sua asprezza per tutto il territorio della provincia, da Casalmaggiore fino a Rivolta d'Adda.
Si ricorderà che a Cremona il comando tedesco, dopo l'abbattimento del fascismo, era rimasto inerte agli avvenimenti, solo richiamando a Palazzo Trecchi un nucleo più consistente di soldati.
Da un momento all'altro, in concomitanza con qualche possibile mossa di reparti germanici sopravvenienti dalla riva piacentina del fiume Po, ci si poteva attendere qualche azione offensiva diretta ad eliminare dalla città le forze partigiane per fare di essa un punto di concentramento dei reparti tedeschi defluenti.
Mancata l'occasione, che si era presentata, di occupare il Trecchi con un colpo di mano possibile nelle prime ore del 26 aprile per la scarsissima consistenza del presidio, le forze della liberazione non avrebbero potuto superare la resistenza dei reparti tedeschi, asserragliati nella zona e con possibilità di continui rinforzi dalla “Gran Guardia” sistemata al traghetto del Po e alle Colonie Padane, se non a costo di gravi perdite anche e soprattutto fra la popolazione civile.
Di ciò e massimamente dei rischi della cittadinanza pacifica, si preoccupò Monsignor Giovanni Cazzani, Arcivescovo di Cremona.
Monsignor Cazzani, in periodo repubblichino, si era dimostrato prelato coraggioso nel difendere i minacciati e i perseguitati dal fascismo. Aveva levata la sua ferma voce contro il tentativo di “scisma” organizzato da Farinacci attorno al giornale “Crociata Italica”.
Per suo intervento il 27 aprile ebbe luogo in Palazzo Vescovile un incontro fra il rappresentante del C.L.N. avv. Rizzi e il delegato del C.V.L. Ottorino Frassi da una parte e il colonnello germanico Gager dall'altra. La riunione si tenne in una sala al piano superiore.
Mons. Cazzani, narra un testimone oculare, era seduto su di una poltrona. I due rappresentanti della Liberazione stavano a fianco in piedi.
Entrò il colonnello germanico ancora ripieno di boria soldatesca. Fece atto di prendere una sedia e di sedersi poco a poco. Mons. Cazzani, con un semplice gesto, lo tenne in piedi quasi confuso e irritato.
Il suo non era un atto di scortesia, ma il gesto di un patriota misto al senso della dignità che ricopriva.
Il dibattito sul grave argomento cominciò serrato e concitato. Al colonnello Gager, evidentemente, bruciava di dover trattare, su basi di eguaglianza con i rappresentanti in borghese dei “partisanen” tanto aborriti. Scattò, a un certo punto, in aspre espressioni di guerra e sterminio. Severamente lo riprese mons. Cazzani ricordandogli il destino comune a tutti gli uomini. Finalmente, in concreto, si stabilì (e le parti s'impegnarono solennemente) che la tregua d'armi sarebbe continuata finché il comando tedesco non avesse deciso di allontanarsi dalla città.
Per due giorni ancora si assistette al paradosso che al centro della città esisteva un nucleo armato germanico, con linea di sentinelle, che restava neutrale mentre, magari a pochi metri (come narra il testimone oculare Carlo Granata), i patrioti disarmavano un ufficiale tedesco che cercava di raggiungere il comando stesso.
Dalla sera del 26 aprile il passaggio del Po, attraverso il traghetto delle “Colonie Padane” e in altre località, veniva compiuto da numerosi reparti di truppa in ritirata.
Echeggiavano sordamente, in lontananza, raffiche di mitraglia e il cupo latrato di qualche pezzo anticarro e antiaereo.
Alla periferia cittadina risuonavano scariche di moschetti con le quali nuclei di patrioti rinserravano i “cecchini” nazi-fascisti o rendevano la vita difficile ai piccoli reparti nemici in transito.
L'atmosfera era grave, anche se l'entusiasmo della popolazione risorta a libertà era tale da confondere assieme, in una saga eroica, pericolose gesta e prorompenti manifestazioni di letizia per l'avvenuta liberazione.
In quelle ore serali venne al C.L.N. e al Comando C.V.L. riuniti assieme, una delegazione di alti ufficiali germanici che chiedevano il passaggio delle loro truppe attraverso la città.
Erano, probabilmente, residui della divisione frantumata, qualche giorno prima, sulla riva piacentina uniti ad altri reparti raccoltisi nella zona.
Baldanzosamente gli ufficiali chiedevano di passare. Nella loro stessa richiesta già però echeggiava l'ansia del dubbio. Se avessero saputo della non grande consistenza delle forze partigiane a Cremona, indubbiamente, avrebbero tentato di passare senza ulteriore perdita di tempo.
Di fronte ad un pericolo ignoto o non accertato, come costume del militarismo germanico, recalcitravano e si ponevano sul chi vive.
L'accordo fu raggiunto. Le truppe tedesche, a piccoli scaglioni, sarebbero defilate dal Po lungo le vie di circonvallazione lasciando il materiale pesante sulla sponda piacentina.
A cura del Comandante Bianchi delle “Fiamme Verdi” venne redatta una carta topografica con segnate le strade da percorrere.
Al posto di blocco partigiano di Via del Sale (sul ponte del Morbasco) avvennero però scontri a fuoco con la cattura di numerosi prigionieri che venivano avviati alla Caserma Manfredini.
I forti nuclei tedeschi, nella nottata, defluirono lungo la circonvallazione diretti verso la strada di Bergamo.
Passo passo però, mentre s'inoltravano nella provincia stanchi e demoralizzati, erano sempre più molestati ai fianchi da consistenti formazioni di patrioti.
I ritardatari erano disarmati e fatti prigionieri. Tutto ciò accusava il disordine e lo sbandamento. Così a Soresina e Castelleone grossi nuclei erano fatti prigionieri, con la cattura di notevoli quantitativi di armi.
La zona periferica della città fra il Po, Porta Romana e San Sigismondo, era pattugliata e guardata in quei giorni da nuclei partigiani facenti parte delle formazioni accasermate alla Caserma San Giorgio (circa 500 uomini). Un importante posto di blocco partigiano, difeso da mitraglie, era posto in prossimità della chiesa di San Rocco.
Defluivano anche per queste vie di arroccamento reparti tedeschi e soldati isolati che avevano varcato il Po, in vicinanza delle località indicate, con mezzi di fortuna.
La “Caserma del Diavolo” contenne fino a 600 prigionieri tedeschi che furono consegnati agli alleati, ed oltre 200 repubblichini passati poi al campo della Paolini.
Si calcola inoltre che 2500 o 3000 tedeschi, coi quali si veniva ad accordi, vennero instradati, con bandiere bianche in testa, sulle strade che portavano lontano dalla città.
Si distinse in quest'attività il comandante della Caserma Giuseppe Marabotti, già soldato nell'altra guerra e pratico a parlamentare con i “mucc”.
Agli ufficiali più restii ad abbandonare le armi, si faceva credere che ci fossero nelle vicinanze migliaia di partigiani armati fino ai denti pronti a “farli fuori”.
Non sempre, però, le azioni terminavano con questi mezzi.
Spesso le mitraglie cantavano fra le muraglie e le siepi e le pallottole dei moschetti e dei mitra fischiavano negli orecchi dei bravi volontari della libertà.
Qualche reparto tedesco, inferocito per la disfatta, voleva aprirsi la strada con la forza delle armi.
Avvenne allora il tragico fatto di guerra di Bagnara. Qui, nei pressi della scuola, si era asserragliato un nucleo di vigili del fuoco di Cremona. Questo aveva costituito un posto di blocco diretto ad arrestare l'afflusso dei nemici dal Po verso la città.
Per due giorni il nucleo resistette accanitamente ai tentativi germanici di ripetuti sfondamenti. Fu finalmente sopraffatto da un numeroso distaccamento.
Barbaramente il comandante tedesco ordinò che i vigili, caduti prigionieri, fossero fucilati. Caddero così falciati dalla mitraglia, davanti alle scuole, 6 giovani cremonesi animati da fervente patriottismo. Sono i “Martiri di Bagnara”. (La ricostruzione storica della strage dimostrò che i vigili vennero catturati mentre svolgevano, da patrioti, servizio di raccolta latte, non spararono e furono uccisi dai tedeschi a freddo, ndc).
Ma i patrioti di Cremona non si limitavano alla difesa della città. Incitati da un forte spirito combattivo e dall'entusiasmo della liberazione, a nuclei, si diramavano a pattugliare le vie di campagna vicine a Cremona, o vigilando da presso la ritirata delle truppe nemiche o intervenendo con decisione là dove sbandati e saccardi tedeschi si davano ad azioni di rapina o di violenza nei cascinali e nelle case isolate per depredare il bestiame o arnesi domestici.
Dalla città, per queste azioni, partivano automezzi carichi di partigiani al canto di inni patriottici. Per esseri più rapidi ad intervenire nell'azione patrioti stavano sul predellino con l'arma spianata.
Spesso, al ritorno, gli automezzi recavano i corpi insanguinati degli eroi caduti in combattimento. Così Carlo Signorini, valoroso comandante di S.A.P. delle “ Brigate Matteotti “; Giorgio Stringhini, della “ Brigata Giustizia e Libertà “ e molti altri.
La battaglia dei “traghetti” infuriava dunque da Pizzighettone e da Crotta d'Adda ad Ostiano e Isola Dovarese, da Spinadesco a Casalmaggiore, sull'Adda, sull'Oglio e sul Po.
A Casalmaggiore avvenne un ben duro combattimento.
Il 25 aprile i tedeschi, dopo la liberazione della cittadina dai fascisti, tenevano ancora saldamente l'isola del Po, con mitragliatrici e mitragliere, ed alcuni caseggiati periferici della città.
Franchi tiratori germanici, annidati in alcune abitazioni, svolgevano attività sparando sui passanti.
Di là dal fiume si ammassavano intanto carri armati e automezzi provenienti dal fronte e dalla regione emiliana. Queste ultime forze non riusciranno a passare perché i traghetti erano stati distrutti.
Ma nell'isola e in Casalmaggiore resistevano ancora circa 400 tedeschi bene armati e con saldo morale. La situazione era grave perché la “sacca di resistenza” era un serio impedimento allo stabilirsi di una salda linea difensiva, tanto più che a Cremona c'era ancora il comando tedesco provinciale.
Si diede ordine a tutte le formazioni partigiane della zona di concentrarsi a Casalmaggiore lasciando nei paesi solo i gruppi necessari alla difesa e all'ordine pubblico.
Da Rivarolo Mantovano giunsero anche armi pesanti.
Il combattimento, duro per il numero dei nemici fortemente trincerati, durò a lungo.
Finalmente il “Lido” di Casalmaggiore ed altri nidi di resistenza furono sopraffatti e i tedeschi dovettero arrendersi. Cadde in questa battaglia il partigiano Gino Avigni di Rivarolo Mantovano.
Un'altra località rivierasca al fiume che vide duri combattimenti e che ebbe l'onore di offrire alla patria 13 caduti partigiani fu Gussola.
Il giorno antecedente alla liberazione del paese due patrioti, in transito sulla via, erano stati freddamente trucidati dalla G.N.R. mentre i patrioti, riunitisi in un cascinale in campagna, si preparavano per l'attacco.
Liberato il paese si presentava anche qui il problema dei tedeschi. Al traghetto sul fiume, posto fra Gussola e Torricella, erano anche adibiti soldati italiani che erano in rapporti con i patrioti locali.
Tre giorni prima dell'insurrezione questi soldati avevano abbandonato il corpo portando con sé le armi leggere in dotazione.
Non avevano potuto, logicamente, asportare le armi pesanti antiaeree che erano fissate alla postazione.
Attraverso il traghetto, custodito da 50 tedeschi e difeso da armi pesanti, defluivano perciò verso la provincia forze tedesche imponenti.
La situazione di Gussola era grave anche per la continuata resistenza del nucleo germanico a Casalmaggiore.
I patrioti di Gussola chiesero perciò rinforzi alla S.A.P. dei paesi vicini.
I tedeschi avevano costituito un forte punto d'appoggio, difeso dalle mitragliatrici tolte ora al traghetto nella zona del grosso cascinale “La Cartiera”. Giunse, qua inviato, un parlamentare che fu accolto a colpi di fucile.
Verso le ore 20 del 25 aprile un sergente tedesco si presentò al comando partigiano per chiedere se le truppe potevano passare per il paese. Fu risposto che avrebbero dovuto cedere le armi.
Il giorno seguente, a gruppi, i tedeschi cercarono di passare. Circa 200 furono disarmati.
Le truppe tedesche occupavano la zona compresa tra il fiume Po e l'argine maestro.
In alcune scaramucce fu abbattuto un tedesco, mentre cadeva un partigiano.
Una pattuglia di patrioti decisa a farla finita con i tedeschi, s'inoltrò in golena per un chilometro oltre il posto di blocco, finché fu attaccata dai tedeschi. Nel successivo combattimento cinque partigiani cadevano uccisi e quattro feriti.
Furono, allora, richiesti nuovamente aiuti alle formazioni patriottiche dei vicini paesi. Giunse un centinaio di partigiani si schierarono nei punti strategici a difesa della borgata.
Il mattino seguente un altro patriota di sentinella sull'argine venne colpito a morte.
Il 27 aprile un'autocolonna tedesca forte di 600 uomini con mitragliatrici pesanti e un cannoncino, dalla “Cartiera” si diresse verso Borgolieto.
Giunta sull'argine sparò su Gussola, mentre una sua squadra cercava di accerchiare una pattuglia partigiana. Cadde ucciso un altro patriota.
Per tre giorni ancora la zona di transito tra Gussola e Torricella fu teatro d'aspre scaramucce fra bosco e piarda, fra argine e paese.
Ma i patrioti, ora, fortemente armati, vegliavano ovunque. Una colonna di 300 tedeschi fu respinta, un'altra, forte di 2000 elementi, deviata verso l'interno dove poi passo per passo, venne disarticolata e disarmata.
Nella zona di Gussola, forse per vendicarsi dell'ostinata resistenza incontrata, i germanici compirono atti selvaggi di barbarie. Furono così incendiate masserizie e bestiame rapinato. Due partigiani garibaldini il sabato successivo vennero ritrovati sepolti in una concimaia presso la “Cartiera”. Ad uno di loro, Giuseppe Marconi, era stato asportato il cuore.
Dalla linea rivierasca del Po la battaglia, poco a poco, si spostava verso la provincia lungo le strade provinciali e campestri d'arroccamento.
Dopo il passaggio del fiume, le formazioni germaniche assumevano, sempre maggiormente, l'aspetto di bande in fuga disordinata.
Era la rotta completa, lo sbandamento delle unità che, fino a poco tempo prima, costituivano l'orgoglio dell'armata Italia della Wehrmacht.
Ovunque, nei piccoli e medi paesi del Cremonese i nuclei di patrioti si erano fatti numerosi e bene armati.
La battaglia si dilungava da paese a paese. Staffette delle S.A.P. correvano a chiedere aiuto alle formazioni volontarie dei paesi vicini quando il nemico era più forte e disponeva di un grande armamento.
Fra le siepi e i prati in fiore della ridente primavera si era destata anche la primavera della patria. Era l'Aprile che, come dice il poeta, dal Po rideva fino allo Stelvio.
La gioventù italiana, per tanti mesi costretta al grigiore dei ripari, alla vita dura dei campi, correva alle armi con un impeto in tutto degno dei tempi eroici del primo Risorgimento.
E ancor più bella era la battaglia. I giovani combattevano all'ombra del campanile natio, stretti in fraterna emulazione, sotto gli ordini di capi da loro stessi scelti.
Le donne gettavano fiori. I tedeschi fuggivano o si arrendevano. Un senso di fraternità e di solidarietà, mai prima d'allora sentito, prendeva il cuore di tutti.
Mai come allora l'Italia, mai la Patria, furono così presenti all'animo e all'aspettativa di tutti gli italiani.
Cadeva, frantumato, un vecchio mondo. Si sognava una prossima aurora.
Frattanto, nelle strade della provincia, presso i vecchi ponti diroccati, fra le fila di alberi appena rinverditi dal tocco gentile dell'Aprile, presso i viadotti, i passaggi a livello, lungo i fossati di questa nostra vecchia e cara terra, si accendevano gli scontri armati, si bruciavano le ultime cartucce.
I giovani patrioti (garibaldini, fiamme verdi, matteottini, indipendenti) bruciati dall'ansia del combattimento e delle assidue veglie si lanciavano ovunque all'assalto dei tedeschi in ritirata. E i veterani dell'Africa e di Cassino si arrendevano a frotte agli adolescenti audaci che, per prendere meglio la mira, si mettevano in mezzo alla strada imbracciando il moschetto 91, già impugnato dai padri nel 1918 sul Piave e sul Grappa.
La battaglia per le strade infuriò, con varie vicende dal 26 aprile fino al 30.
Così come si è andata frantumando in singoli episodi, da campanile a campanile, non è certamente possibile ricostruirla come in un gioco di mosaico.
Forse sarebbe possibile farlo (anzi lo è certamente) ripubblicando i “diari storici delle brigate”, le relazioni in stile soldatesco, rese dagli improvvisati comandanti di S.A.P. e di distaccamenti.
O forse è meglio conservare all'epopea patriottica della lotta contro i tedeschi negli ultimi giorni di guerra quel carattere un po' mitico che circonda le gesta popolari e che, già sfumando i contorni, va assumendo nei racconti popolareggianti fatti di padri, allora giovani combattenti, alle generazioni che crescono.
Ogni paese, del resto, ogni angolo della provincia, ha i suoi particolari ricordi.
Ha a storia del suo gruppo audace di patrioti combattenti. Motta Baluffi, Scandolara, San Giovanni in Croce, Piadena, Drizzona, Pessina... proprio qui a Pessina, nella frazione di Sant'Antonio Negri, sulla stradale da Cremona a Piadena, ci fu il bellissimo ed epico episodio della barricata.
Ripetila tu, Cesare Brunelli, garibaldino e contadino, ora sindaco del tuo paese, ripetile tu le gesta eroiche della barricata fatta, come nel'48, di tronchi d'albero, alla disperata, attraverso la strada asfaltata per respingere gli attacchi tedeschi che si profilavano davanti e sui fianchi. Ripeti tu il racconto della morte di Leonida Magrini, il figlio del vecchio repubblicano Luciano, che, nelle gesta dell'eroe risorgimentale esce dalla barricata e all'aria aperta, lancia le bombe a mano contro i tedeschi che lo crivellano di colpi!
Dinanzi a questi episodi si ferma, in attesa, la penna dell'espositore dei fatti.
E' il popolo italiano, è il popolo cremonese che, in quei giorni, ha scritto la sua storia col proprio sangue e con i propri sacrifici.
Ad Isola Dovarese avvenne in quei giorni l'altro glorioso episodio del ponte sull'Oglio. E' una pattuglia partigiana delle “Matteotti” che avanza per cercare un collegamento con gli alleati che si dicono in zona, onde, di comune accordo, distruggere i nuclei tedeschi tuttora in posizione offensiva.
E' una pattuglia della gloriosa 2° brigata Matteotti che, assieme alla “Cerioli” delle Garibaldi e alla “Boccoli” delle Fiamme Verdi, aveva lottato tenacemente da Isola a Stagno Lombardo per frantumare i reparti germanici in transito.
La pattuglia, di 5 uomini, viene improvvisamente assalita da un nucleo di SS tedesche annidate nella boscaglia.
I cinque patrioti vengono portati all'imbocco del ponte. Fuoco sugli italiani prigionieri rei d'essere insorti contro i fascisti e i tedeschi.
Altri tre patrioti: Bocci Romolo, Meda Cesare, Piazza Giuseppe cadono spenti. Due, sfuggiti al piombo, si gettano nel fiume e si salvano.
E' l'alba del 29 aprile!
Sia nel Soresinese che nel Casalasco la lotta si svolge su due fronti contro i reparti tedeschi che vengono dalla zona Cremonese e contro quelli che, superata l'Adda, sopraggiungono dal Lodigiano e dal Piacentino.
Anche in quest'ampio settore le azioni di rastrellamento partigiano dei nuclei tedeschi, cui si erano agganciate aliquote di repubblichini, si svolgono favorevolmente.
Parecchi i caduti partigiani, molti gli scontri ravvicinati in prossimità dei posti di blocco di approccio ai paesi e alla stessa città di Crema.
In questa sola città oltre 6mila erano i prigionieri tedeschi catturati.
Sincronicamente agli eventi dell'insurrezione nazionale era insorta anche Bergamo nel cui carcere di Sant'Agata erano detenuti oltre cento cremonesi, là trasferiti per essere giudicati dal tribunale speciale fascista.
La miglior parte della gioventù bergamasca era in armi, nelle brigate, sulle prossime montagne.
In città i prigionieri, liberatisi dalle carceri, diedero un contributo notevole all'insurrezione.
Pur se indeboliti da lunghi mesi di carcere non esitarono ad impugnare le armi che già, in periodo clandestino, avevano usato.
Era il fiore dell'antifascismo cremonese quel nucleo che aveva languito nel duro carcere. Ora esso pensava di tornare a Cremona il più rapidamente possibile per partecipare, se necessario, all'ultima battaglia.
Furono trovati due automezzi; vi si stiparono sopra gli ex detenuti. Si provvidero anche di armi (tre mitra, quattro bombe tedesche anticarro... ) per far fronte ad eventuali aggressioni nazi-fasciste.
E iniziò il viaggio di ritorno dei patrioti fra canti ed allegri discorsi fino a Crema.
Qui si parò innanzi la minaccia di una colonna di “mongoli” mercenari armati fino ai denti e insatanassati per la prossima resa dei conti.
I patrioti, prima che i mongoli ne avvertissero l'arrivo, ripararono i camion sotto i portici della piazza di Crema, in prossimità del Municipio.
E stettero qui, in attesa, decisi a vender cara la pelle se fossero stati scoperti.
Stefano Corbari, già Comandante delle Matteotti ed arrestato nel luglio, “Luciano” Bera e Nino Screm, si misero in agguato con le bombe anticarro pronte per il lancio.
Nulla però avvenne. I mongoli, quasi odorando il vento infido, si allontanarono.
I mezzi degli ex prigionieri proseguirono il viaggio. Oltre Soresina incontrarono un'autocolonna americana in marcia.
Già il giorno prima il comando germanico di Cremona aveva abbandonato la città per dirigersi verso il nord. Gli ultimi reparti di questa formazione furono però disarmati poco oltre Bordolano.
Sul “Fronte Democratico” del 2 maggio 1945 compariva il seguente comunicato del C.L.N.:
“Il C.L.N. di Cremona, in virtù dei poteri conferitigli dal governo nazionale, in conformità di quanto già decretato dal C.L.N.A.I. dichiara che con la mezzanotte del 1° Maggio 1945 la lotta insurrezionale debba considerarsi conclusa”.
Finiva, per la provincia di Cremona, la guerra contro il tedesco così come era già finita la lotta contro il fascismo.
Ed anche la nostra fatica è terminata.
Gli avvenimenti successivi alla liberazione, anche se strettamente collegati con essa, si riferiscono a una nuova era di storia cremonese, quella inaugurata dal secondo Risorgimento.
Democratizzazione della vita provinciale nei suoi organismi amministrativi, politici e nel costume; elezione della Costituente, proclamazione della Repubblica.
Questo il coronamento dell'edificio, eretto dai padri durante la fase della costruzione dell'unità nazionale, smantellato dal fascismo eversore, restaurato e completato dalla democrazia cremonese a costo di dure lotte e di non meno gravi sacrifici.
Lasciamo le conclusioni al lettore.
Questi, se ha vissuto i 20 mesi clandestini, avrà la netta percezione che ha avuto anche l'estensore delle presenti note.
Il filone del primo Risorgimento, attraverso e nonostante la parentesi fascista, arrivò fino al periodo della lotta di liberazione smuovendo i cuori, illuminando le coscienze, dando ala e fiamma alla forza d'assalto del popolo italiano immeritatamente recluso per 20 anni nell'ergastolo fascista.
Ai giovani della nuova generazione che sorge, questo studio vuole significare una prima introduzione nella storia complessa della Liberazione e un primo contributo alla conoscenza di quanto il popolo cremonese ha fatto per la sua libertà.
Dieci anni sono ormai trascorsi dal memorabile evento della Liberazione.
Alcuni elementi caduchi son caduti; alcuni veli la storia ha rialzato. E perché oggi non si dovrebbe far conoscere ai giovani la storia di un turbinoso ed esaltante periodo di lotta che ha restituito l'Italia agli italiani e la patria a tutti i patrioti?
E' tempo perciò che anche nelle scuole il secondo Risorgimento italiano venga studiato e tenuto nel debito conto.
Le battaglie affrontate dai figli del popolo, la morte serenamente incontrata da eroi degni in tutto dei loro predecessori dell'Unità nazionale, i sacrifici di tutto il popolo teso alla sua resurrezione, debbono essere valutati per quelli che realmente sono: un'epopea grandiosa per cui batte ancora il cuore dei partecipi alle gesta e fremerà l'animo dei giovani pensosi a studiarla.
Il contributo provinciale a questa lotta non deve essere sottovalutato.
Dallo sforzo di tutte le province occupate dal nazi-fascismo è sorta la possibilità per l'Italia di risorgere e di progredire.
Cremona, in quest'attività patriottica, non è stata l'ultima delle città italiane.
Essa ha dato alla patria 165 caduti partigiani sul campo; 31 caduti nella giornata del 9 settembre '43; 150 morti gloriosi della Divisione Acqui a Cefalonia.
Ventidue suoi figli sono caduti in provincia, fucilati dai fascisti dopo un processo “regolare”, cui non mancarono torture e sevizie.
Sulle bandiere delle sue formazioni partigiane brillano due medaglie d'oro al valor militare, quattro d'argento, 12 di bronzo, decretate a morti e a vivi della lotta partigiana.
Numerose le proposte di medaglie non ancora assegnate.
Con tutto ciò il gonfalone della nostra città che tanto si è adoperata per la causa patriottica dal 1796 al 1945 non ha mai avuto, dai governi che si sono succeduti, un segno di riconoscimento.
Poco contano, è vero, questi formali distintivi di un dovere energicamente e fortemente voluto e compiuto.
La gloria di Cremona patriottica è sulle lapidi e sulle croci che in città e lungo le strade della provincia ricordano i luoghi dove, con la vita, si spense l'anelito patriottico dei resistenti e dei partigiani.
A questi luoghi, in ideale pellegrinaggio, gli italiani, i cremonesi, dovranno tornare, quando le sorti della patria sembreranno periclitare.
I martiri di quest'umile Italia, modesta e lavoratrice, sono là che attendono.
Attendono che il voto si completi, attendono la giustizia pia del lavoro nella concordia fraterna di tutti i ceti produttori.
Attendono l'adempimento della promessa umana e cristiana che fu alla base del secondo Risorgimento: insorgere per risorgere nella luce fiammante del secolo nuovo di civiltà e di progresso che si apre alla nazione.
E dopo i morti un pensiero ai vivi.
Ferruccio Parri, capo della Resistenza italiana è il simbolo e la bandiera dei patrioti italiani.
Disse di lui Carlo Rosselli: “Parri è la mia seconda coscienza”.
Noi diciamo: Ferruccio Parri, uomo della resistenza, eroe del pensiero mazziniano, impersona la tradizione di lotta del popolo italiano, impersona i partigiani e i patrioti cremonesi.
Nelle sue semplici virtù, nel suo senso del dovere, nel suo eroismo tranquillo, egli rappresenta il partigianesimo italiano in lotta contro la dittatura e l'invasore.
E come i resistenti e i partigiani cremonesi sono grati a Parri del suo esempio e della sua volontà di lotta, così Cremona deve riconoscere nei suoi modesti e valorosi volontari della libertà arruolatisi volontariamente nelle organizzazioni della resistenza cremonese e nelle Brigate, la parte migliore del popolo cremonese, insorto in armi contro i tiranni, per la giustizia, la libertà e un destino migliore.
SALUTO A FERRUCCIO PARRI
BIBLIOGRAFIA CREMONESE DELLA RESISTENZA
-ATTI DEL C.L.N. DI CREMONA- Archivio privato di alcuni partigiani democratici
-DIARIO STORICO DEL RAGGRUPPAMENTO “BRIGATE MATTEOTTI”- Cremona- testo dattilografato 1945
-DIARIO STORICO DEL RAGGRUPPAMENTO “BRIGATE GARIBALDI”- Ferruccio Ghinaglia
Brigata Garibaldi “ Cerioli “
Brigata Garibaldi “ Carmen “
Brigata Garibaldi “ Follo “
Brigata Garibaldi “ Ghidetti “
Testo dattilografato – 1945 – archivio privato
CENNI STORICI- “ Brigate Fiamme Verdi “-testi dattilografati 1945
GIORNALI CLANDESTINI CREMONESI
“Il Caffè” a stampa Milano con cronaca cremonese 1944/45
“L'Unione”- 3 numeri ciclostilati a cura della Federazione Provinciale del P.C.I.1944/45
“ L'Eco del Popolo “-2 numeri ciclostilati a cura della Federazione Provinciale del P.S.I 1944/45
“ L'Unità “- a stampa con notizie cremonesi- un numero introvabile 1945
GIORNALI CLANDESTINI NAZIONALI con notizie dal Cremonese:
“ Avanti!”- Il Popolo- Il Ribelle- Risorgimento Liberale- Unità- Il volontario S.A.P.- Italia Libera- 1943-1944-1945
FRONTE DEMOCRATICO. Organo quotidiano del C.L.N. di Cremona 1945/46
Stabilimento “Cremona Nuova”- Cremona
FRONTE DEMOCRATICO- Cremasco- settimanale del C.L.N. di Crema (Stabilimento “ Cremona Nuova “)
VITA CATTOLICA- settimanale cremonese dell'Azione Cattolica- luglio/agosto 1943
L'ITALIA- quotidiano cattolico- luglio 1943
LA STAMPA- quotidiano torinese- agosto settembre 1943
LA GAZZETTA DEL POPOLO- quotidiano di Torino- agosto settembre 1943
L'AVVENIRE- giornale del “ Fronte della Gioventù “
LA RISCOSSA- settimanale della D.C- 1945
GIUSTIZIA E LIBERTA'- settimanale del P.D.A- 1945
DEMOCRAZIA LIBERALE- settimanale del P.L.I.- 1945
L'ECO DEL POPOLO- settimanale socialista 1945
LOTTA DI POPOLO- settimanale del P.C.I 1945
LA VOCE REPUBBLICANA- settimanale del P.R.I. 1945
GIACINTO CREMONESI- Voci e moniti della vecchia Italia- 1946
GUIDO MIGLIOLI- Con Roma e con Mosca- 1946