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81° della Liberazione - 80° della Repubblica

  26/04/2026

Di Redazione

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81° della Liberazione – 80° della Repubblica    

A Cremona tutto sommato facile….

Ci riferiamo sia al buon esito in termini di partecipazione (che dissipa cattivi presagi alimentati dalla circostanza di narrazioni non esattamente in linea con la buona causa comune di una celebrazione universale su cui in qualche modo avrebbe potuto agire, un po' come da tempo avviene nel corpo elettorale e nell'associazionismo partitico, un impulso astensionistico) sia ad una celebrazione complessivamente restata nei cardini di una superiore responsabile linea guida capace di mantenere “lo spartito” nel core business celebrativo (che non replicasse il Tafazzismo e compiacesse principalmente un ventaglio di usum delphini, magari caratterizzati ma tutti indirizzati ad una manomissione del significato della celebrazione e dell'impatto sul perimetro dell'antifascismo e sull'opinione pubblica).  Resteranno le caratterizzazioni (tra cui la nostra editoriale, diciamo, molto riottosa ad un impiego strumentale della storia e della storia resistenziale ed antifascista in particolare). Ma sul punto principale possiamo dire che “in casa” la celebrazione ha giocato bene. Una amplissima partecipazione, ispirata dalla consapevolezza e dal rispetto del significato edificante. Performances oratorie perfettamente nei limiti di tale branding. Una prima fila interprete filologicamente  di un panel che doveva fornire senso di unità, di visione comune, di rappresentanza di tutti i segmenti della variegata articolazione politica e istituzionale. Tra cui, va registrato, una partecipazione rispettosa ma non compressa della rappresentanza territoriale del Stato, impegnata da un po' di tempo in una campagna di ottimizzazione del contrasto alle declinante fortune della sicurezza reale e di quella percepita.

Quando ce vo' ce vo'… (non montatevi la testa) missione (pienamente) assolta.

Daremo una cronaca più ampia nei giorni prossimi dello svolgimento della manifestazione cittadina. In cui hanno svolto un ruolo importante di testimonianza e di indirizzo i rappresentanti del Comune, della Provincia, il Prefetto e il presidente dell'Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Non così si può dire degli altri quadranti territoriali in cui la celebrazione, abbondantemente anticipata da polemiche laceranti (specie in quelli esposti ai riflettori per effetto dell'importanza nello scenario del sistema politico e dei palinsesti mediatici), ha rispettato interamente le premesse. A Milano, ad esempio (e come ampiamente previsti) è avvenuto qualcosa di più di una celebrazione “dialettica”. Più che festeggiare l'81° della Liberazione è sembrato che ci si trovasse in mezzo a qualche posto produzione delle code dei tragici avvenimenti del 1945. Questo focus punta a dare notizia di quanto è avvenuto a Milano. Saremo maggiormente circostanziati nel prosieguo. Ci limitiamo, per dare un'idea di quella che nella più benevola delle interpretazioni può essere definita una eterogenesi dei fini, a copiaincollare alcuni titoli, dedotti da agenzie stampa e dal Corsera.

“Manifestazione del 25 aprile a Milano in diretta | La Brigata Ebraica scortata fuori dal corteo. Fiano: «Cacciati». L'Anpi: «Patti non rispettati»

Le celebrazioni del 25 Aprile a Milano nel segno della divisione: i cortei sono partiti da Corso Venezia ma termineranno in luoghi differenti.

Il corteo riparte, slogan propal contro Brigata Ebraica 

Dopo un lungo blocco, lentamente il corteo principale del 25 aprile a Milano ha ripreso la sua marcia in direzione Piazza Duomo, dove sono già iniziati i comizi finali. Un gruppo di manifestanti con bandiere della Palestina, circa un centinaio, hanno seguito lo spezzone della Brigata ebraica quando è uscita dal corteo in via Senato. Al momento un cordone di forze dell'ordine li ha fermati in via Senato. I manifestanti scandiscono: «"Palestina libera", "Milano sa da che parte stare. Palestina libera da fiume al mare" e "Fuori i sionisti da Milano"».

Pagliarulo (Anpi): «Blocco del corteo causato dalla Brigata Ebraica, non ha rispettato i patti. Bandiere di Israele non opportune»

Il corteo del 25 aprile a Milano «non è stato bloccato per le contestazioni ma perché la Brigata ebraica non si è mossa. Il problema è che la Brigata come da accordo con il questore, così mi hanno detto, doveva uscire a un certo punto dal corteo». Così il presidente di Anpi Gianfranco Pagliarulo commenta il blocco del corteo nazionale a Milano per le contestazioni alla Brigata ebraica.

Hai voglia che tutte le premesse di introduzione feconda del panel celebrativo fossero contenute nel discorso del Sindaco Sala: «Il 25 aprile è una data sacra per chi vi si riconosce. Ma non lo è per tutti. È  ormai più che evidente. Il 25 aprile ci ricorda innanzitutto chi diede la vita per la libertà. Ma è anche una promessa, che si rinnova ogni anno. E guai se non si rinnovasse ogni anno, come vorrebbe qualcuno. Qui, ottantuno anni fa, i partigiani liberarono l'Italia prima ancora che arrivassero gli alleati. Non aspettarono che qualcuno li salvasse dall'esterno: decisero da che parte stare, e pagarono quel prezzo, che conosciamo. E qui, oggi, noi diciamo ancora: non si passa» sono le parole con cui il sindaco Beppe Sala ha aperto il suo discorso in piazza Duomo. «Perché c'è anche chi non crede che questa data sia sacra. Sabato scorso, in questa piazza, qualcuno ha provato a infangare la nostra storia, la storia dell'Italia liberata dal nazifascismo. I cosiddetti “patrioti” d'Europa si sono riuniti qui per celebrare la remigrazione, ma Milano gli ha detto di no».  «Noi siamo qui perché sappiamo da che parte stare. Come lo sapevano i partigiani quando scelsero la montagna invece della resa. Lo sa chi oggi difende i migranti, chi manifesta per la pace, chi non abbassa la testa. Siamo una storia lunga, una storia difficile. Ma è la nostra storia, e ne siamo fieri. Oggi non festeggiamo il passato. Festeggiamo la scelta di non arrendersi» ha aggiunto, per poi mettere in guardia: «A chi pensa di poter riprendere quel filo nero interrotto ottantuno anni fa, diciamo chiaro: avete perso allora e perderete ancora, semmai tentaste di nuovo di portare l'Italia verso quelle nostalgie che ancora lasciate affiorare. C'è una parte giusta della storia. Ed è quella della democrazia, della Repubblica e della sua Costituzione, che è antifascista. Non è quella della Repubblica di Salò». «25 aprile data sacra, c'è chi ha provato a infangare la nostra storia» 

Che dal palco allestito in piazza Duomo, la rettrice dell'università Statale, Marina Brambilla: «La scienza e la conoscenza, insopprimibili diritti di ogni individuo in ogni parte del mondo e fondamenta di ogni progresso, possono prosperare solo nella libertà». La rettrice Brambilla ha detto che «la libertà, la democrazia, la pace sono condizioni necessarie alla stessa esistenza delle Università che, per questo, della libertà, della democrazia e della pace devono essere vigili sentinelle». E ancora: «Senza la liberazione dal nazifascismo, senza il sacrificio di tanti concittadini, donne, uomini, giovani, che hanno consentito l'emancipazione democratica del nostro paese e il suo sviluppo in tanti decenni di pace, non esisterebbero conoscenza, scienza, progresso. Per questo, oggi, siamo qui». «25 aprile data sacra, c'è chi ha provato a infangare la nostra storia» 

«Il 25 aprile è una data sacra per chi vi si riconosce. Ma non lo è per tutti. È  ormai più che evidente. Il 25 aprile ci ricorda innanzitutto chi diede la vita per la libertà. Ma è anche una promessa, che si rinnova ogni anno. E guai se non si rinnovasse ogni anno, come vorrebbe qualcuno. Qui, ottantuno anni fa, i partigiani liberarono l'Italia prima ancora che arrivassero gli alleati. Non aspettarono che qualcuno li salvasse dall'esterno: decisero da che parte stare, e pagarono quel prezzo, che conosciamo. E qui, oggi, noi diciamo ancora: non si passa» sono le parole con cui il sindaco Beppe Sala ha aperto il suo discorso in piazza Duomo. «Perché c'è anche chi non crede che questa data sia sacra. Sabato scorso, in questa piazza, qualcuno ha provato a infangare la nostra storia, la storia dell'Italia liberata dal nazifascismo. I cosiddetti “patrioti” d'Europa si sono riuniti qui per celebrare la remigrazione, ma Milano gli ha detto di no».  «Noi siamo qui perché sappiamo da che parte stare. Come lo sapevano i partigiani quando scelsero la montagna invece della resa. Lo sa chi oggi difende i migranti, chi manifesta per la pace, chi non abbassa la testa. Siamo una storia lunga, una storia difficile. Ma è la nostra storia, e ne siamo fieri. Oggi non festeggiamo il passato. Festeggiamo la scelta di non arrendersi» ha aggiunto, per poi mettere in guardia: «A chi pensa di poter riprendere quel filo nero interrotto ottantuno anni fa, diciamo chiaro: avete perso allora e perderete ancora, semmai tentaste di nuovo di portare l'Italia verso quelle nostalgie che ancora lasciate affiorare. C'è una parte giusta della storia. Ed è quella della democrazia, della Repubblica e della sua Costituzione, che è antifascista. Non è quella della Repubblica di Salò».

Concetti ben ribaditi anche da Lia Quartapelle, deputata del PD: «Allontanamento Brigata Ebraica è ferita profonda, chiederemo conto al ministro Piantedosi»

«Penso che sia una ferita profonda, c'è una responsabilità del Governo che non ha garantito una corretta gestione dell'ordine pubblico. Nella città medaglia d'oro alla Resistenza, non possono sfilare in sicurezza le persone che portano i simboli ebraici, la Stella di David 81 anni dopo la Liberazione. È gravissimo che il Governo non abbia predisposto un vero dispositivo per permettere la sfilata in sicurezza. Ne chiederemo conto al ministro Piantedosi». Lo ha detto la deputata dem Lia Quartapelle dopo l'allontanamento della Brigata Ebraica dal corteo del 25 Aprile a Milano.

This is the question di un pomeriggio che avrebbe dovuto essere di celebrazione di un giorno fondamentale della storia recente della nostra Patria, ma anche di festa di un popolo la cui larghissima parte ne è orgogliosa custode e testimone.

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A completamento del servizio dedicato alla celebrazione pubblichiamo anche alcuni passi dell'intervento del prof. Franco Verdi, presidente dell'ANPC:

Compiti e doveri della Comunità: custodire, far vivere, trasmettere alle giovani generazioni il Patrimonio morale che l'Italia conquistò con la guerra di Liberazione.

Libertà, Giustizia, Pace, Democrazia sono i valori conquistati a caro prezzo, esito del riscatto morale

e civile di una straordinaria stagione di impegno civile, nata da uno slancio delle coscienze e decisiva per il destino del paese.

Nel ricordo del sacrificio di quanti hanno combattuto e sofferto, anche a costo della propria vita,

l'impegno della repubblica in favore della pace, rispetto dei diritti, costruzione di società nazionali

e internazionali più giuste e solidali, nel fermo rifiuto di ogni forma di sopraffazione e deriva

Totalitaria, qualunque ne sia l'ispirazione, ideologica o religiosa, le violenze di guerre ingiustificabili che colpiscono i civili, gli scandalosi scenari di morte, le immagini che arrivano da gaza, Iran, Libano, Ucraina e Africa ci ricordano quanto prezioso sia il Bene conquistato.

Libertà e Pace non sono un dato acquisito una volta per tutte, ma resi fragili dalla dissennatezza

degli uomini, richiedono un di più di consapevolezza, di coraggio e di impegno.

Celebrare il 25 aprile significa riconoscere e viverne il significato profondo, non va ridotta a vacanza o a palcoscenico dove tutto si mescola e nulla si comprende.

La libertà non è un grido, né un evento improvviso, è un percorso interiore. Come ricorda un noto

Insegnamento rabbinico, “è stato più facile uscire dall'Egitto che far uscire l'Egitto da dentro noi stessi”. Dichiararsi antifascisti non basta per esserlo, celebrare la liberazione non significa averne interiorizzato i valori. A più di ottant'anni dal 1945 la domanda rimane aperta; il fascismo è stato sconfitto sono nei fatti storici o anche nelle coscienze? Quanto delle sue logiche –intolleranza, semplificazione, esclusione, odio e disprezzo – sopravvive ancora sotto altre forme nel dibattito pubblico? Celebrare la Resistenza e la sua grande lezione morale significa, oggi, innanzitutto, Resilienza, di fronte alla regressione dell'imbarbarimento. Salvare l'umano e rigenerare la parola è il compito che ci attende con indifferibile urgenza.

E una riflessione del professor Giancarlo Corada, presidente dell'ANPI provinciale

25 APRILE FESTA DI LIBERTA'

Ricorre quest'anno l'ottantunesimo anniversario della Liberazione del nostro Paese dal

Nazifascismo. Che cosa fu dunque la Resistenza e quali obiettivi si pose? Vediamo alcuni aspetti

difficilmente confutabili, aspetti cioè che la ricerca storica ha ricostruito con ampi margini di

obiettività e che, salvo pochissimi fanatici, tutti coloro che si sono occupati di quel periodo

condividono.

1) La Resistenza fu un fenomeno di massa, anche se una parte degli italiani scelse la parte sbagliata.

Non tutti gli antifascisti furono partigiani, ma i partigiani ebbero a poco a poco il sostegno della

maggioranza della popolazione, almeno al Centro-Nord. Poterono muoversi come dei pesci

nell'acqua. D'altronde, il fascismo aveva avuto un notevole consenso fino alla guerra, consenso

che scemò a poco a poco. Scemò fra i civili come fra i militari: non dimentichiamo che su circa

seicentomila militari italiani prigionieri dei tedeschi pochi scelsero di combattere a fianco dei

nazisti e che molti soldati sfuggiti alla prigionia fornirono l'ossatura delle formazioni partigiane.

Qualcuno parla, a proposito dei partigiani, di piccoli gruppi di ribelli, isolati dalla popolazione, e,

genericamente, di italiani voltagabbana, prima tutti fascisti e poi tutti antifascisti. E' storicamente

certo che così non fu!

2) La Resistenza fu momento di grande unità politica. Pur con difficoltà, socialisti, comunisti,

democristiani, liberali, azionisti, monarchici si unirono per far fronte al nemico comune. Certo,

l'enormità, la gravità dei comportamenti dei nazifascisti spingeva verso l'unità. Ma ci fu uno sforzo,

una ricerca: accantoniamo le divergenze, dicevano i capi della Resistenza, perfino quella su

repubblica o monarchia, per cacciare gli invasori e sconfiggere la tirannide. E' un grande

insegnamento. Ed è sbagliato e dannoso dividere l'antifascismo in due, uno autentico, radicale; uno

di facciata e moderato. Se fosse prevalsa allora una divisione di questo tipo, nessuno può dire come

sarebbe andata a finire ma intuitivamente direi non bene.

3) La Resistenza rese donne e giovani protagonisti. Già la prima guerra mondiale aveva portato le

donne a svolgere funzioni prima appalto esclusivo maschile. Il Ventennio riporta in buona parte

indietro la condizione femminile. Ora, la guerra e la lotta di liberazione fanno svolgere un ruolo

importante alle donne, che non a caso subito ottengono il diritto di voto. Anche i giovani vengono

valorizzati, un po' per i vuoti aperti dalla guerra nelle generazioni precedenti, un po' per

l'entusiasmo che fa intravedere un mondo nuovo.

4) La Resistenza fu portatrice di forti Valori morali, di libertà, solidarietà, diritti. Dalla Resistenza

nacque la Costituzione, fra le migliori del mondo, frutto di un elevato e straordinario compromesso

fra le principali culture politiche del Paese.

5) La Resistenza fu anche portatrice dell'esigenza di un forte cambiamento sociale. Vi furono, sì.

sparuti gruppi estremisti così come decisi conservatori, che avrebbero voluto non cambiasse nulla

sul piano sociale. La grande maggioranza, però, univa al desiderio di liberarsi dai nazifascisti ed alla

voglia di libertà una aspirazione, magari non chiara in tutti gli aspetti, ad una società più giusta,

aperta ai cambiamenti, moderna. La chiamarono “democrazia avanzata”.

Dopo il 25 aprile vi furono anche eccessi e vendette personali. Ma per l'essenziale fu vero il

contrario: che la classe dirigente rimase sostanzialmente immutata (dopo un breve periodo di

incertezza): giudici, prefetti, questori ecc. La cosiddetta “epurazione” fu poca cosa, finì quasi subito

e colpì pochi “pesci” piccolissimi. Come anche la recente ricerca dell'Archivio di Stato dimostra.

Certo, la situazione internazionale e la divisione del mondo in due blocchi aiutò. Ma l'Italia ci mise

del suo! Per tanti anni quasi non si parlò più di Resistenza. E questo fu insieme colpa ed errore.

Ricordare serve a consegnare a tutti noi la consapevolezza che ciò che è stato può tornare. Che vi

siano state contraddizioni anche all'interno del movimento partigiano è cosa nota. E' indubbio che,

soprattutto nelle zone del confine orientale dell'Italia, i contrasti fra gruppi partigiani siano sfociati

in episodi nefasti. E proprio le associazioni che più si richiamano all'antifascismo hanno, nei limiti

del possibile, portato alla luce e chiarito anche i fatti negativi. Resta però una grande differenza,

una differenza prima di tutto morale. Ha ragione Italo Calvino: pietà per tutti i morti, ma non è

possibile equiparare chi combatteva i violenti, i torturatori, gli stupratori e chi aiutava i nazisti ad

inchiodare i portelloni dei carri bestiame in cui ebrei, zingari, detenuti politici, “diversi” di tutti i

generi, venivano rinchiusi per deportarli nei campi di sterminio e di concentramento. Ad un certo

punto, poi, i nazisti delegarono gli italiani al rastrellamento degli ebrei! E fuori d'Italia? Altro che

“italiani brava gente” (certo, vi furono brave persone fra gli italiani: non vorrei si equivocasse! Ma

errata è la leggenda, la generalizzazione)! Gli storici hanno calcolato che gli italiani, fuori d'Italia

(in Grecia, Iugoslavia, Etiopia, Libia ecc.), abbiano ucciso (o fatto morire nei campi di

concentramento per fame, malattie, maltrattamenti) poco meno di un milione di civili.

Insomma: la parte giusta resta giusta anche se alcuni si sono comportati male, così come la parte

sbagliata resta sbagliata anche se alcune erano persone perbene.

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