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Lettere all'ECO /87

  20/10/2026

Di Redazione

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(Commento a caldo, con ferma determinazione a monitorare e commentare gli sviluppi)…

Siamo in presenza del preannuncio di indigena Generazione selfie? …il cui impulso maggiore è travolgere la storica titubanza morattiana del non vado...vado ma resto in disparte. Questa generazione…non ci pensa neanche…ci  va, previo appunto annuncio debitamente postato (che fa rango espositivo e, soprattutto, serve da megafono reclutatore). Una volta annunciato e raggiunta la pubblica piazza, lo speech è ben lungi dall'essere idealistico-didascalico. Semplicemente esprime (in ciò dimostrando l'approdo ad una "testimonianza" di ultima generazione fatta solo di volontà di distruzione e violenza, verso Istituzioni, simboli, persone e cose) l'assenza di un retroterra cognitivo; che non sia la tabula rasa di qualsiasi valore ed identificazione di appartenenza civile e, se consentito, di un percorso modale e di un approdo delle "rimostranze”. C'è, è stato detto e si dirà, a mo' di interpretazione giustificazionista, un impulso emulativo nei confronti del format di questo Quarantotto scatenato (con inneschi motivazionali epicentrati nella ribellione all'ingiustizia sistemica, accompagnata da diversificate denunce laterali "di accompagnamento" del pacchetto di mischia), si diceva, per riprendere il filo di una lunga digressione funzionale alla focalizzazione dei precordi del fenomeno, c'è l'impellenza di entrare "nel cerchio di fuoco" maggiore. Che dà notorietà ed indotto mobilitante, destinato, in corso d'opera e nelle fasi successive, ad autoalimentarsi. L'innesco è stato previsto dal comunicato del Consorzio Cremona Po (ai cui operatori e utenti formuliamo piena vicinanza e solidarietà) per domani martedì 20 ottobre.  Ma le avanguardie "pensanti" e gli avamposti operativi hanno vinto ogni indugio, bruciato le tappe e fatto la punzonatura con anticipo, oggi. Giorno in cui, a prescindere e in contrasto con un significativo preannuncio social, si sono almeno palesate le intenzioni del “programmino”.  Manifestato (si apprende “ufficiosamente”) a partire dalla localizzazione-innesco, identificata in quella che da tempo è location del disordine urbano (il distretto della Stazione e del multipiano) e, da quanto ufficiosamente appreso, se non proprio un'occupazione, da un pre-vernissage presso l'Itis (recisamente smentita). Itis, he, a ben vedere, dista pochissimo in linea d'aria e di percorribilità, appunto, dal Centro Commerciale Cremona Po. Destinazione elettiva, per analogie didascaliche e di modalità operative e finalità, per l'emulazione delle gesta di Milano.

Come si suol dire, solo vivendo sapremo. Domani, come preannunciato, ci sarà (o sarebbe) l'” evento” principale. Ma, come avrebbe detto Caramella (la domestica del maresciallo Carotenuto), “il paese è piccolo e la gente mormora” (specialmente se dalla relazionalità essenziale di quella metà anni 50 si è passati alla civiltà digitale e social. Diciamo, al di là di quello che sarà nelle prossime ore l'impatto fattuale, un avamposto reale è già in corso. Ce ne dà conferma l'amico Mario Silla, editore-direttore della fortunata testata CremonaSera, con cui siamo in costante contatto. La testata, a firma di Michela Garatti, qualche minuto fa editava un pezzo tanto realistico quanto allarmant,e che focalizza il diffuso sentiment comunitario. “Un pomeriggio di tensione e apprensione, dove mille voci si rincorrono, notizie dell'ultima ora che poi si rivelano fake news, commenti, dichiarazioni e screen shot postati della famigerata chat che da ieri sera ha acceso l'allarme prima dei genitori, poi delle forze dell'ordine e delle istituzioni e ora un po' di tutti i cremonesi. E -in un clima di tensione generale dopo i fatti di Milano e i disordini francesi- quei messaggi sgrammaticati hanno già sortito un primo effetto, ossia di tenere in scacco buona parte della città, un vero e proprio coprifuoco con negozi chiusi, vetrine svuotate, scuole che invitano i genitori a tenere a casa i figli per precauzione, forze dell'ordine impegnate e pronte nelle principali piazze perchè se poi da quel messaggio si passerà ai fatti, la situazione potrebbe degenerare. E a Cremona questo purtroppo si è già visto, quel 24 gennaio del 2015.”

Presagi tutt'altro che irrealistici, che hanno innescato una diffusa mobilitazione nel corpo sociale, così ben sintetizzato da Garatti, ma anche e soprattutto (non a caso Cremona Po ha messo le mani avanti) nei segmenti socioecnomici che come insegnano i fatti di Milano e di Torino hanno pagato il pegno maggiore. Di una predeterminata operazione, non solo di vandalizzazione iconica, ma anche di spoliazione. Che ha arrecato (e arrecherebbe anche a Cremona) danni a livello di panico e di insicurezza diffusa, ma anche, per gli operatori, contraccolpi economici. Per non parlare, poi, anzi soprattutto, di sfregio di immagine alla città, che, con la feconda campagna di città università e di capitale della cultura, sta tentando di risollevarsi e di proporsi come aggregato civile risparmiato dal disordine.

Vero (e si tenta, non si sa con quanta convinzione e propositi fecondi, la carta dell'ermeneutica sociologica del diffuso fenomeno continentale) che ci può stare il nesso di causalità della “ribellione” come moto all'incontrovertibile, diffuso disagio sociale. Di cui l'establishment occidentale ed europeo nel suo complesso reca, almeno a livello di attrito statico ad uscire dal ciclo della globalizzazione e della dittatura del mercato ultrafinanziarizzato, la maggiore responsabilità. Questo Quarantotto del 26 non produrrà (se non in negativo) nessun effetto resipiscente e resiliente. Se non a livello di ulteriore infragilimento del modello lib-lab.

Ma sarebbe esiziale non farci una seria riflessione o fare una scrollatina di spalle…o peggio ancora (la sinistra!) riconvertirsi (come si è tentati di fare) al massimalismo.

Quanto al contesto territoriale e cittadino in particolare, ci viene spontaneo l'auspicio di identificazione convinta e sincera della comunità nelle correnti criticità e, soprattutto, nel modo corale per affrontarle. A cominciare dall'aspetto della preservazione della sicurezza. Tema sul quale la nostra testata (con scarsa rispondenza a livello di percezione negli investiti di “mandato) si è molto spesa. Non vorremmo essere irriguardosi. Ma ci vien da osservare che, insieme agli impulsi emulativi, ci sono tracce locali di trikle down delle politiche comunali di "rigenerazione urbana" e di ossessiva valorizzazione della "convivialità" a colpi di eventi ipnotizzati, a beneficio di una politica "scambista" con la "maranza" e con un non meglio precisato bacino giovanilistico. In piena negazione, ovviamente dell'esistenza di una criticità di sicurezza, fattuale, potenziale e, quel che più conta, avvertita. Domani, diononvoglia, vi faremo il conto.

Lo dicaimo all'ECO riceviamo da C. L. Vicenza (a proposito di Nazra Palestine)

Buona domenica Enrico, grazie per Eco Bacheca del 18 ottobre 2026, più che una bacheca con eventi culturali importanti mi è sembrato un editoriale vero e proprio. La Palestina è un territorio martoriato da secoli, l'odio atavico che regna fra palestinesi ed israeliani ha ridotto il paese in un cumolo di macerie. La tanto invocata pace è molto lontana perché non costruita, non voluta. Due Stati due Popoli soluzione agognata da tutti i cittadini del mondo è diventata una utopia. Vedo due Popoli che cercano di annientarsi, genocidio a Gaza, Netanyahu condannato dalla Giustizia internazionale che vive sorridente e minaccioso. Hamas ha colpe terribili, ma non tutti i Palestinesi sono terroristi. Che dire poi dei coloni israeliani, accompagnati da militari, che bruciano le case dei contadini palestinesi e si appropriano dei loro terreni indebitamente? Non sono antisemita ma mi trovo a parteggiare per Pro Palestina, pacificamente e con il cuore spezzato. La violenza che c' è nelle manifestazioni, secondo me, è pilotata proprio dal governo di destra per dimostrare che gli avversari seminano solo panico. È il loro gioco sulla sicurezza, più la popolazione è impaurita più è manovrabile.

P.S. Mi piace la tua direzione dell'Eco del popolo, la voce della verità dei fatti. Non condividi ma rispetti il confronto motivato. Vero è che Israele oggi, come i suoi alleati, puntano solo sulla forza e si sentono vincitori su tutti i fronti. Ciò li rende odiosi ai cittadini democratici e liberali e spingono ad una strumentalizzazione sempre più pericolosa.

CHIOSA EDITORIALE:

Pubblico l'interessante contributo della mia compagna di studi che ci segue da Vicenza e che non ci fa mai mancare apporti arguti, in spirito non solo di servizio editoriale, ma, in questo caso, “dialettico". Nel senso che, pur comprendendo l'esprit, non ne condivido l'approdo. Come voglio scrivere in questa chiosa i palestinesi di rito muslim hanno conservato, nei confronti dei nostri "fratelli maggiori", qualcosa di più di una "malmostosità". Agevolando, si fa per dire, la "diaspora", impedendone decisamente il rientro, pressando, si fa per dire e come ho scritto e scrivo esplicitamente in questa chiosa, il colonizzatore britannico a contrastare, in qualsiasi modo (meglio quello militare), il rientro e l'installazione di uno Stato che ricollocasse nella giusta location territoriale il popolo ebraico (che aveva scelto il riavvolgimento della pellicola della Shoà e della esternalizzazione). A mio parere, non va assolutamente né sottovaluta né espunta da una corretta analisi l'incidenza della pressione militare (1948, 1956, 1967, 1978) espressa nelle forme canoniche del conflitto dichiarato e del costante pressing stretto attorno (spesso dentro) Israele. Con l'animo non già di indebolirne la sostenibilità, ma di sopprimerne la statualità. L'Israele di adesso è ben diversa da quella degli albori del processo di inversione della diaspora. I cui valori fondanti erano rappresentati dalla cultura liberaldemocratica e laburista impressa dalla "contaminazione" con il modello europeo (fortemente incrementato dall'apporto della cultura ebraica). Nel 1945, all'indomani della Seconda guerra mondiale, la popolazione ebraica in Palestina contava circa 550.000 persone (a fronte di circa 1.250.000 arabi), mentre cresceva drasticamente la pressione per l'immigrazione dei sopravvissuti all'Olocausto.  Una pressione significativamente giustificata e non solo da un moto di "compensazione" nei confronti dell'Olocausto. Con queste premesse, inequivocabilmente attestanti il rifiuto dei Palestinesi nei confronti della ricetta "due popoli due Stati" (incardinata dalle Nazioni Unite 80 anni fa), appare incongruo confondere, compensare, capovolgere le responsabilità. In ordine di tempo, l'agguato del 7 ottobre. La cui "paternità" e responsabilità di innesco e di conduzione non cambia e non può essere rovesciata perché l'attuale governo di Telaviv è manifestamente sovranista. Termine che uso per andarci piano. Perché, volendo essere esplicito, una volta affermato che il profilo del ceto politico governante è incontrovertibilmente fascio-reazionario, non resta da auspicare altro se non il ritorno di Israele alla piena legalità liberaldemocratica e progressista (anzi del socialismo autogestionario dei kibbutz). Quanto ai "coloni", realtà innescata dal controesodo d'Oltrecortina (dove, considerate le performances, potrebbero auspicabilmente per il bene di tutti, a cominciare dal popolo israeliano, riapprodare) e, dicono le statistiche, dagli Usa (come "valore aggiunto" all'ulteriore radicalizzazione sovranista e imbarbarimento antidemocratico). Questo fenomeno, giunto al punto attuale, va affrontato con consapevolezza, con lucida determinazione, con le "buone" se possibile, ma anche non con le meno buone. Le carte sul tavolo sono queste e non vanno mescolate. Nel senso che i termini di questa nevralgica questione suscettibile di rango mondiale non vanno capovolti. Come discendenza al solito proditorio e sempre incombente tentativo di espressione terzo-quartomondista e antioccidentale (a prescindere) ovvero, nell'interpretazione più comprensiva e benevola, della metabolizzazione nel sentiment cognitivo del sentimento "buonista". Nei confronti della parte perdente (elevata, controfattualmente e agrammaticalmente, al rango di vittima di genocidio). Detto e ripetuto che il modello istituzionale israeliano deve "fare impegnative pulizie in casa" (pena la perdita del brand di entità liberaldemocratica e con essa il venir meno del sostegno occidentale), è doveroso aggiungere che la contrapposta parte in causa non acquisisce la titolarità di modello progressista e liberaldemocratico per effetto delle sconfitte militari e politiche. Sarebbe gravemente erroneo impartire lezioni ai Palestinesi, Cisgiordani o Gazawi, circa una radicale metamorfosi. Gli Italiani lo fecero con la Resistenza. Per concludere, sconcerta (almeno chi scrive) la pervicacia con cui con lucida determinazione (che coinvolge anche spezzoni di politica, di cultura, di istituzioni locali) si allestiscono, si ripete controfattualmente, macchine manipolatorie. Che non avvertono il pudore di non indossare vesti inappropriate di content creators di coscienze civili, attraverso usi strumentali e manipolatori dell'arte cinematografica. Per quante definire "arte cinematografica" il contenuto della rassegna Nazra Palestine 2026 è già segnale di compiacimento verso un'espressione che è solo documentarismo spudoratamente propagandistico.

Ecco ci piacerebbe confrontarci su queste basi razionali, fattuali e dialettiche con il vasto panel di testimonianze “ideali” (o forse solo “militanti”) che ha metabolizzato (più che fiduciariamente, entusiasticamente) i contents del Film Short Festival. Lestamente sdoganati e condivisi, si diceva da un vasto aggregato di istituzioni (in primis il Comune del Capoluogo, che già dà il meglio di sé con l'uso della Campana Civica, per compiacere il propalismo) e sodalizi culturali. Alcuni di consolidata fama ed autorevolezza. Come la Società Filodrammatica Cremonese (fondata 225 anni fa dall'intelligenza illuministica, laica, liberale e prerisorgimentale). Cui ci onoriamo di appartenere come socio. Condizione messa a disagio (dalla faciloneria? …dallo studiato calcolo strumentale?) da quello che non si sa se è stata una “scivolata”. Ben sanzionata dall'esternazione del Presidente avv. Zontini.

Lo diciamo all'ECO riceviamo da Stefano Loi Crema (a proposito di vicende interne al locale PSI)

PSI Cremona, siamo allo sbando. Il segretario provinciale fuori mandato, la scadenza è negli atti, il congresso nel 2027: follia. Chi ne risponde?

Il 13 aprile 2026 scade il mandato del segretario provinciale del Partito Socialista Italiano della provincia di Cremona.

Nessuno dice nulla. Nessuna comunicazione agli iscritti. Nessuna convocazione congressuale. Nessuna discussione sul rinnovo degli organismi. Nessuna vera apertura di una fase politica nuova. Tutto tace. Ed è da qui che nasce questa vicenda. Non da una mia candidatura, non da una polemica personale, non da un regolamento tirato fuori all'ultimo momento. Nasce da un fatto molto più semplice: un mandato arriva a scadenza e chi lo esercita dovrebbe rimettersi alla volontà degli iscritti.

Questo è il principio più elementare della democrazia interna. Si convoca il Congresso. Si presentano le proposte. Chi ha governato la Federazione espone ciò che ha fatto e chiede nuovamente fiducia. Chi pensa che sia arrivato il momento di cambiare presenta un'alternativa. Poi decidono gli iscritti. Invece no. Mi sono trovato nella condizione paradossale di dover chiedere formalmente a Alberto Gigliotti di fare ciò che dovrebbe essere naturale in qualsiasi partito democratico: convocare il Congresso e rimettere il mandato al voto dei tesserati.

La risposta, nei fatti, è stata opposta. Il Congresso non si fa. Il Congresso si rinvia. Prima alla fine del 2026, poi al gennaio 2027, infine addirittura al settembre 2027.

E siamo arrivati così alla follia: un organismo arrivato alla propria scadenza pretende di continuare a esercitare le proprie funzioni mentre il momento nel quale gli iscritti potrebbero rinnovarlo viene spostato sempre più avanti.

Perché? Per le elezioni comunali? Perché prima bisogna decidere candidature, alleanze, simboli, strategie e assetti politici e soltanto dopo chiedere agli iscritti se chi ha assunto quelle decisioni aveva ancora la loro Qducia? È esattamente questo il punto che considero politicamente intollerabile.

La democrazia non può essere sospesa perché arriva una scadenza elettorale. Semmai vale il contrario. Proprio perché ci sono elezioni importanti, proprio perché il partito dovrà decidere con chi stare, quale progetto presentare, quali alleanze costruire e chi dovrà rappresentarlo, la direzione provinciale dovrebbe avere una legittimazione chiara, recente, verificata.

Prima viene la comunità politica. Poi vengono le convenienze elettorali. Prima viene il diritto degli iscritti a scegliere chi li rappresenta. Poi vengono gli accordi. Invece si sta facendo esattamente il contrario.

Il 18 giugno arriva una lettera del segretario regionale Gigi Giuliano che prende atto della scadenza degli organismi della Federazione e concede ad Alberto Gigliotti un differimento alla fine del 2026 o, al massimo, al 31 gennaio 2027.

Già quella proroga è oggetto della mia contestazione, perché ho chiesto quale sia il titolo in forza del quale il livello regionale possa intervenire in questo modo. Ma perfino prendendo quella lettera per buona, c'è un dato che non può essere cancellato: il limite indicato era il 31 gennaio 2027.

Il 22 settembre il Congresso viene invece portato al settembre 2027. Altri otto mesi. Con quale potere? Con quale mandato? Con quale legittimazione? La motivazione politica ormai è chiara: prima le elezioni, poi il Congresso. Ed è proprio questa logica che respingo.

Un partito non appartiene a chi in quel momento ne occupa una funzione. Un incarico politico non è una proprietà privata. Una segreteria provinciale non è qualcosa che si conserva fono al momento ritenuto più conveniente. La funzione esiste perché qualcuno te l'ha data e, quando quel mandato termina, torni davanti a chi te l'ha data. Punto.

Se hai lavorato bene, sarai confermato. Se hai ancora Qducia, vincerai. Se la tua linea politica convince gli iscritti, continuerai a guidare il partito. Ma devi accettare il voto. Io non riesco a comprendere quale paura possa esserci nel far decidere i compagni. Per mesi ho sentito dire che non esisteva un'alternativa. Oggi un'alternativa c'è. Ho presentato la mia candidatura alla Segreteria provinciale. Non ho chiesto a nessuno di nominarmi. Non ho chiesto accordi di vertice. Non ho chiesto investiture. Ho chiesto una cosa molto più semplice e molto più socialista: votiamo.

Alberto Gigliotti presenti il proprio bilancio e il proprio progetto. Io presenterò il mio. Se ci saranno altri candidati presenteranno i loro. Poi saranno i compagni a decidere. È così che dovrebbe funzionare un partito.

Invece persino la mia candidatura ha faticato a circolare nella Federazione. Sono stati gli stessi iscritti, autonomamente, a cominciare a diffonderla fra loro. Solo successivamente è stata comunicata più ampiamente. Anche questo racconta qualcosa. Racconta un partito nel quale l'informazione non circola come dovrebbe. Racconta iscritti che spesso non si conoscono fra loro. Racconta Crema e Cremona che appartengono formalmente alla stessa Federazione ma che, nella vita reale del partito, troppo spesso sembrano mondi separati.

Ho usato un'espressione forte e la confermo: è stato costruito un muro di Berlino tra Crema e Cremona. Non un muro fisico, naturalmente. Un muro politico. Un muro organizzativo. Un muro fatto di mancata conoscenza, comunicazioni frammentarie, gruppi separati, rapporti che non si costruiscono, informazioni che viaggiano per conoscenza personale anziché attraverso una vera comunità provinciale.

E io continuo a chiedermi: perché? Perché impedire ai socialisti cremaschi e cremonesi di conoscersi? Perché non costruire una Federazione nella quale tutti abbiano gli stessi strumenti per informarsi, partecipare, proporre? Perché mantenere separati territori che dovrebbero lavorare insieme? A chi serve?

Di certo non serve al PSI. Di certo non serve alla provincia di Cremona. Di certo non serve a

un partito che avrebbe bisogno disperatamente di aprirsi, crescere, tornare tra le persone, cercare nuove energie.

Perché questo è l'altro grande problema. Mentre ci chiudiamo nelle nostre dinamiche interne, fuori c'è un mondo che cambia. Ci sono salari che non bastano. Ci sono famiglie che fanno fatica a pagare un a]tto. Ci sono persone che aspettano mesi per una visita sanitaria.

Ci sono giovani che non vedono nella politica una possibilità di emancipazione. Ci sono lavoratori che non sanno se arriveranno alla fine del mese.

E noi cosa facciamo? Discutiamo di come rinviare un Congresso. Difendiamo equilibri interni. Rimandiamo la verifica democratica. È esattamente il contrario di ciò che dovrebbe fare un Partito Socialista.

Un partito socialista dovrebbe vivere nel conflitto sociale, nel lavoro, nelle città, nei quartieri, nelle associazioni. Dovrebbe cercare persone, non conservarsi. Dovrebbe costruire comunità, non separarle. Dovrebbe aprire porte, non alzare muri. Dovrebbe considerare il dissenso una ricchezza, non un fastidio. Dovrebbe essere felice quando qualcuno decide di candidarsi e di assumersi una responsabilità. Perché significa che c'è ancora qualcuno disposto a metterci la faccia.

Invece siamo arrivati al punto in cui chiedere un Congresso viene vissuto quasi come un atto ostile. Contestare una decisione diventa essere “distruttivi”. Chiedere il voto significa creare problemi.

No. Il problema non è chi chiede di votare. Il problema nasce quando il voto viene continuamente spostato. Il problema nasce quando una comunità politica deve chiedere il permesso di esercitare la propria sovranità. Il problema nasce quando chi esercita una funzione dimentica che quella funzione gli è stata data temporaneamente.

La politica non può ridursi all'amministrazione di un incarico. E il socialismo meno che mai. La nostra storia nasce dal principio opposto: organizzare persone che prima non avevano voce, dare rappresentanza a chi non l'aveva, costruire strumenti collettivi attraverso i quali nessuno fosse costretto a dipendere dalla volontà di un singolo.

Per questo considero questa vicenda molto più grave di una disputa interna. È una questione politica. È una questione morale. È una questione di cultura democratica.

La domanda non è se Stefano Loi debba diventare segretario provinciale. Quello lo decideranno gli iscritti, se e quando potranno votare. La domanda è un'altra. Perché non devono poterlo decidere adesso?

Perché una direzione arrivata alla propria scadenza dovrebbe continuare a governare la Federazione fino a dopo le elezioni? Perché gli iscritti dovrebbero assistere alle decisioni e votare soltanto quando tutto sarà già accaduto? Perché Crema e Cremona devono continuare a essere due comunità che faticano perfino a conoscersi? Perché la democrazia interna deve aspettare?

Io non lo accetto. Ho chiesto formalmente il Congresso. Ho presentato la mia candidatura. Ho contestato il rinvio. Ho investito della vicenda la Commissione nazionale di garanzia e gli organismi nazionali del Partito Socialista Italiano.

Adesso le responsabilità sono sul tavolo. Non chiedo favori. Non chiedo scorciatoie. Non chiedo che qualcuno mi consegni una carica. Chiedo che una carica venga rimessa nelle mani di chi ha il diritto di assegnarla: gli iscritti.

Se vincerà Gigliotti, sarà la volontà degli iscritti. Se vincerò io, sarà la volontà degli iscritti.

Se vincerà un altro compagno, sarà la volontà degli iscritti. Ma prima bisogna avere il coraggio di convocarli.

Questo significa democrazia. Questo significa comunità. Questo significa partito. Il resto è soltanto permanenza al potere.

E oggi, nel PSI della provincia di Cremona, siamo allo sbando più totale. La scadenza è negli atti. Il Congresso è stato spostato al 2027. La comunità socialista è divisa. Gli iscritti chiedono risposte. Chi ne risponde?

Stefano Loi Iscritto al Partito Socialista Italiano Federazione provinciale di Cremona

CHIOSA EDITORIALE:

Pubblichiamo (dire riluttanza, sarebbe eccessivo) ma con molto disagio il contributo di Stefano Loi, teoricamente destinato alla rubrica “sinistra e questione socialista”, cui in teoria sarebbe destinato. Ma non per spirito di derubricazione, bensì di chiarezza, preferiamo  destinarlo ad un perimetro editoriale non meno visibile, ma non compromettente l'autorevolezza di questa testata, che negli ultimi decenni ha voluto stemperare il profilo “militante”.

Prendiamo atto con spirito "neutrale" della testimonianza di Loi. Delle vicende del PSI (con nome, simbolo, prerogative legali) non ci è mai interessato niente o poco (almeno fino alla prova provata del disinteresse ad  un percorso di armonizzazione e di elaborazione di un "progetto" di stampo riformista capace di dare cittadinanza all'area laica e lib lab). Questo PSI non ha una linea chiara e, senza malevolenza, ha condotte un po' "puttane" che lo rendono prono al miglior offerente. Quella in corso nel Psi territoriale mi sembra una lite da ballatoio. Svincolata da qualsiasi background ideale. Detto con molta franchezza.  Volano gli stracci e sono in corso baruffe da balattoio. Anche se ciò non si ravvisa nella testimonianza che pubblichiamo. Che avrà i suoi percorsi nelle sedi opportune.

L'ECO edicola (copiaincollato dalle chat del Movimento Socialista Liberale

Già…a Brescia! E a Pizzighettone dove da anni persiste la stessa problematicità (aggravata dal divieto di installare le “pietre d'inciampo” in ricordo delle centinaia di internati tradotti dal reclusorio militare delle Mura) che si fa?

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