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Movimento per la Riqualificazione dell'Ospedale di Cremona


proponiamo alcune iniziative sul tema “Nutrire il cervello, custodire identità”. Alla mattina, un convegno scientifico per porre una riflessione sull'approccio alla malattia di Alzheimer a partire da una visione ampia, capace di unire conoscenza scientifica, pratica clinica e attenzione alla persona. Al centro dell'incontro ci saranno il rapporto tra nutrizione e salute cerebrale, l'influenza della solitudine sulle abitudini alimentari, il ruolo del microbiota e il valore dei modelli alimentari mediterranei nei percorsi di cura. Temi che permettono di leggere l'alimentazione non solo come bisogno quotidiano, ma come esperienza legata alla memoria, all'identità e al riconoscimento di sé. La sessione pomeridiana avrà un taglio più operativo e sarà dedicata alla traduzione di questi contenuti in pratiche assistenziali concrete. Il workshop offrirà un confronto sulle linee di indirizzo di Regione Lombardia per la ristorazione nelle RSA e su esperienze capaci di valorizzare stimolazione sensoriale, convivialità e relazione. Un'occasione per riflettere su come la cura possa continuare a riconoscere la storia, le abitudini e la dignità della persona con demenza, andando oltre la diagnosi.
23 settembre 2026 Cascina ColombaroneVia Vidiceto, 29 – Località Vidiceto (Cingia de' Botti, CR)
Mattina | 9-13 Convegno: Nutrire il cervello, custodire identità
9-9.15 | Saluti istituzionali
Ore 9.15 | Apertura: Prospettive cliniche e culturali nella malattia di Alzheimer – prof. Marco Trabucchi (Università di Roma “Tor Vergata”, Gruppo di Ricerca Geriatrica di Brescia, Associazione Italiana di Psicogeriatria)
Ore 9.45 | La solitudine fa male: influenza l'appetito, le scelte alimentari e il ritmo dei pasti – prof. Diego De Leo (Griffith University di Brisbane, Primorska University, Slovene Centre for Suicide Research)
Ore 10.15 | Asse intestino-cervello e ruolo del microbiota nella malattia di Alzheimer – prof.ssa Annamaria Cattaneo (Unit -IRCCS Fatebenefratelli, Università degli Studi di Milano)
Ore 10.45 | Coffee Break
Ore 11 | Pattern alimentari mediterranei e salute cerebrale: stato dell'arte – prof. Samir Sukkar (IRCCS AOU San Martino-IST di Genova)
Ore 11.30 | Masticare bene, fattore protettivo del cervello – dott.ssa Caterina Perra (Azienda Usl Toscana centro, Società Italiana di Odontostomatologia Geriatrica)
Ore 12 | Il piatto, uno strumento di cura? – Simone Paolucci (Cuoco con specializzazione in celiachia e disfagia)
Ore 12.30 | Il cibo come memoria: identità, perdita e riconoscimento nella malattia – Flavio Pagano (Scrittore, giornalista e filmmaker. Con la proiezione del toccante cortometraggio “Mammamà” e la presentazione del pluripremiato romanzo “Perdutamente”)
Moderatore: dott.ssa Isabella Salimbeni
Pomeriggio | 14-16
Workshop: Laboratorio di confronto: pratiche nutrizionali nella cura della fragilità cognitiva
“Linee di indirizzo per la ristorazione in RSA Regione Lombardia Nutrizione e malnutrizione nell'anziano istituzionalizzato” – dott.ssa Greta Domeneghini (ATS Val Padana)
“La gestione della disfagia al domicilio”. Esperienza della CDOM di ASST Cremona – dr.ssa Ubezio Maria Chiara (Geriatra) e dr.ssa Turri Annalisa (Dietista)
“Il pane della memoria: accudire la persona con demenza attraverso il convivio”. Esperienza in Fondazione Elisabetta Germani – Enrica Sudati (infermiera), Giulia Sola (logopedista), Camilla Zagni (dietista), Camilla Tagliasacchi (terapista occupazionale)
“Stimolazione sensoriale per l'incremento dell'apporto alimentare: implicazioni cliniche e assistenziali in ottica multidisciplinare”. Esperienza in Fondazione OIC Padova – Michela Rigon (Direttore Sanitario)
e Monica Rapattoni (Psicologa e psicoterapeuta)
Esperienza di “Oltre la Pizza” di Associazione Salvatore Nigrelli di Napoli
Moderatore: dott.ssa Alessandra Marré Brunenghi
Responsabile Scientifico: dott.ssa Isabella Salimbeni (Geriatra e Direttore Sanitario Fondazione Elisabetta Germani)
Crediti ECM: 7 Iscriviti subito Partner: Arbra
In collaborazione con: Arbra, Associazione Osvaldo Marcotti Aps, Volontariamo Odv.
Con il patrocinio di: Arsac, Regione Lombardia, Ats Valpadana, Asst Cremona, Anfass, Aima, Sigg, Sigot, Associazione Argilla, Azienda sociale del Cremonese, Concass, Ofi, Medici Omedcr, Fnopi, Aip, Uneba Milano, Uneba Cr, Comune di Cella Dati, Unione Municipia, Comune di Casalmaggiore, Comune di Torre de' Picenardi, Comune di Derovere, Comune di Cingia de Botti.
Con il sostegno di: Dac, Azienda cartaria lombarda, Franini Stefano, Metalser, Gedac, Markas, Massimo Cozzoli, Teiacare, Aku medical, Idroclima, Serenity, Bragalini Srl, Soltek, Prt, Siam, Allianz, Ing. Massetti, Wash Service, Hch, Hch Spa – Harmonie Care, Linet Italia, Io sano, Cooperativa Medici Medicina Generale, Tecnologie medicali.
Lo diciamo a …L'ECO riceviamo da Stefano Loi

Chi controllerà tutto questo?
Il problema non è l'intelligenza artificiale. È chi la possiede, chi la controlla, chi decide per quali fini utilizzarla e, soprattutto, chi incassa la ricchezza che essa è in grado di produrre. Naturalmente nessuno “possiede” l'intelligenza artificiale come concetto. Si possiedono però i modelli, le infrastrutture sulle quali vengono addestrati ed eseguiti, i data center, la capacità di calcolo, le piattaforme cloud, enormi quantità di dati, brevetti, reti commerciali e accesso privilegiato ai semiconduttori più avanzati. Si possiedono, in altre parole, gli strumenti materiali e immateriali senza i quali l'intelligenza artificiale contemporanea semplicemente non esisterebbe.
La questione, dunque, non è più tecnologica. È politica.
Siamo abituati a discutere dell'intelligenza artificiale chiedendoci cosa saprà fare domani. Scriverà meglio di noi? Programmerà? Diagnosticherà malattie? Guiderà automobili? Sostituirà impiegati, tecnici, professionisti? Quanti posti di lavoro verranno persi e quanti ne nasceranno? Sono domande legittime. Ma vengono dopo quella fondamentale.
Chi controllerà tutto questo?
L'Organizzazione internazionale del lavoro stima che circa un lavoratore su quattro nel mondo svolga oggi una professione almeno parzialmente esposta all'intelligenza artificiale generativa e ritiene che, nella maggioranza dei casi, sarà la trasformazione delle professioni, più che la loro completa eliminazione, l'effetto più probabile. Ma anche questa enorme trasformazione del lavoro rappresenta soltanto una parte del fenomeno. L'intelligenza artificiale può diventare una delle grandi infrastrutture economiche del nostro secolo. Potrà entrare nella ricerca scientifica, nella medicina, nella produzione industriale, nella pubblica amministrazione, nella difesa, nell'energia, nei trasporti, nell'istruzione, nella finanza e nella produzione culturale. Chi controlla una tecnologia trasversale di questa portata non controlla soltanto un mercato. Acquisisce capacità di condizionamento su interi settori della società. Quella capacità oggi è straordinariamente concentrata.
Il rapporto 2025 dell'UNCTAD sullo sviluppo tecnologico mostra un fenomeno che dovrebbe interessare la politica almeno quanto interessano le prestazioni dell'ultimo modello di intelligenza artificiale. Nel 2022 appena cento imprese concentravano circa il 40 per cento degli investimenti mondiali in ricerca e sviluppo finanziati dalle imprese. Fra i maggiori investitori dominano i grandi gruppi tecnologici, soprattutto statunitensi e cinesi. La stessa concentrazione riguarda le infrastrutture: gli Stati Uniti dispongono di una quota enorme della capacità di calcolo mondiale e buona parte dei supercomputer e dei data center più avanzati è concentrata nelle economie sviluppate. L'UNCTAD stima inoltre che il mercato mondiale dell'intelligenza artificiale possa raggiungere 4.800 miliardi di dollari entro il 2033. Non stiamo assistendo soltanto alla nascita di una nuova tecnologia. Stiamo assistendo alla formazione di una nuova struttura del potere economico. La sinistra europea discute ancora troppo poco di questa trasformazione in questi termini.
Si parla molto di regolamentazione. Giustamente. L'Unione europea ha costruito con l'AI Act il primo grande sistema organico di regolazione dell'intelligenza artificiale. Dal 2 agosto 2026 sono entrati in applicazione ulteriori obblighi di trasparenza e sono pienamente operativi i poteri europei di controllo sui fornitori dei modelli di intelligenza artificiale di uso generale. È necessario. Non basta. Regolare un potere non significa possedere gli strumenti per non dipenderne. Possiamo imporre condizioni a un modello sviluppato altrove. Possiamo stabilire quali garanzie debba rispettare. Possiamo sanzionare chi viola le nostre norme. Tutto questo è indispensabile. Ma se le nostre amministrazioni, le nostre imprese, le nostre università, i nostri ospedali e la nostra industria dipendono strutturalmente da infrastrutture tecnologiche controllate da pochi soggetti privati stranieri, abbiamo regolato una dipendenza. Non l'abbiamo superata.
L'Europa sembra avere cominciato a comprenderlo. Ha avviato una propria strategia sulla capacità di calcolo e oggi dispone di una rete in costruzione di AI Factories e strutture collegate, basate anche sui supercomputer europei, proprio per mettere capacità computazionale a disposizione di ricerca, imprese e innovazione. La Commissione considera ormai infrastrutture di calcolo, dati e competenze questioni di sovranità, sicurezza e competitività. La direzione è corretta. Per un socialista, però, la questione deve essere ancora più radicale.
La sinistra ha trascorso più di un secolo interrogandosi sulla proprietà dei mezzi di produzione. Sarebbe singolare che proprio nel momento in cui i mezzi di produzione cambiano natura decidesse di smettere di farlo. Nel Novecento il potere economico passava dalle miniere, dalle acciaierie, dalle fabbriche, dalle banche, dalle reti ferroviarie, dall'energia e dalle grandi infrastrutture industriali. Tutto questo continua a esistere. Ma accanto ad esso stanno emergendo nuovi strumenti di produzione e di potere: dati, algoritmi, modelli, cloud, chip, reti digitali e capacità di calcolo. Il principio politico non cambia. Quando una risorsa diventa essenziale per il funzionamento della società, la collettività non può disinteressarsi di chi la controlla. Questo non significa nazionalizzare qualsiasi impresa che sviluppi un algoritmo. Sarebbe una risposta semplicistica a un problema enormemente più complesso. Significa riconoscere che esistono infrastrutture e capacità strategiche sulle quali lo Stato e l'Europa devono mantenere una possibilità autonoma di azione.
Serve capacità pubblica di calcolo. Serve ricerca pubblica. Servono università che possano sviluppare modelli senza essere costrette a dipendere integralmente dai finanziamenti e dalle piattaforme delle grandi imprese tecnologiche. Servono dati pubblici utilizzabili nell'interesse collettivo, protetti ma non trasformati automaticamente in patrimonio economico esclusivo di pochi operatori. Servono standard aperti, interoperabilità e la possibilità reale di cambiare fornitore senza rimanere imprigionati per anni dentro un ecosistema proprietario. Serve anche una politica industriale. Non possiamo limitarci ad acquistare tecnologia prodotta altrove e chiamare innovazione la capacità di utilizzarla. Una società tecnologicamente sovrana deve partecipare alla produzione della conoscenza, dei semiconduttori, delle infrastrutture, dei modelli e delle applicazioni che considera strategiche.
Quando lo Stato finanzia questa trasformazione deve pretendere qualcosa in cambio. Se risorse pubbliche contribuiscono alla costruzione di data center, infrastrutture energetiche, reti, supercomputer, ricerca e formazione, il risultato non può essere una semplice socializzazione dei costi seguita dalla privatizzazione integrale dei benefici. Il denaro pubblico deve generare un ritorno pubblico. Può significare accesso agevolato alle infrastrutture per università e piccole imprese. Può significare partecipazione pubblica in progetti strategici. Può significare obblighi di investimento nella ricerca, nell'occupazione e nella formazione. Può significare condizioni sull'utilizzo dei dati o sulla disponibilità delle tecnologie sviluppate grazie al sostegno pubblico. Le forme possono essere diverse. Il principio deve essere uno: se la collettività partecipa al rischio, deve partecipare anche al beneficio. È coerente persino con l'architettura della nostra Costituzione. L'articolo 41 tutela la libertà dell'iniziativa economica privata, ma stabilisce contemporaneamente che essa non possa svolgersi contro l'utilità sociale né arrecare danno alla salute, all'ambiente, alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana, affidando alla legge il compito di indirizzare e coordinare l'attività economica pubblica e privata a fini sociali e ambientali.
Non c'è nulla di antitecnologico in tutto questo. Al contrario. La peggiore risposta che la sinistra potrebbe dare all'intelligenza artificiale sarebbe rifugiarsi nella paura. Ogni grande salto tecnologico ha distrutto alcune professioni, ne ha create altre e soprattutto ha modificato il modo in cui le persone lavorano, producono e vivono. Pretendere di congelare questo processo sarebbe impossibile prima ancora che sbagliato. La tecnologia deve avanzare. L'intelligenza artificiale può accelerare la ricerca scientifica, migliorare diagnosi e cure, ridurre lavori usuranti e ripetitivi, aumentare la sicurezza, ottimizzare l'utilizzo dell'energia, rendere più efficiente la pubblica amministrazione e aumentare enormemente la produttività del lavoro umano. Proprio per questo non possiamo permettere che una capacità tanto potente appartenga politicamente a pochi.
Esiste una differenza enorme fra innovazione e progresso. L'innovazione descrive ciò che siamo diventati capaci di fare. Il progresso riguarda il modo in cui quella capacità migliora la condizione umana. Il passaggio dall'una all'altro non avviene spontaneamente.
Una macchina che permette a cento persone di produrre quanto ieri ne producevano centocinquanta può generare almeno due società completamente differenti. In una, cinquanta persone vengono espulse, le altre cento continuano a lavorare quanto prima e l'intero aumento di produttività diventa profitto. Nell'altra, la maggiore produttività permette di lavorare meno, lavorare meglio, aumentare i salari, finanziare servizi, formazione e nuova occupazione. La tecnologia è la stessa. Cambia il rapporto di forza politico attraverso il quale vengono distribuiti i suoi benefici.
L'intelligenza artificiale riguarda direttamente il socialismo. Non perché Marx abbia previsto i modelli linguistici o perché sia necessario adattare artificialmente categorie ottocentesche al XXI secolo. Ma perché rimane intatta una domanda che attraversa tutta la storia socialista: chi possiede gli strumenti attraverso i quali una società produce la propria ricchezza e chi decide come distribuirne i risultati? La sinistra degli ultimi decenni si è progressivamente abituata a intervenire soprattutto dopo che il mercato ha prodotto i suoi effetti. Il mercato produce ricchezza, concentrazione e diseguaglianza. La politica prova successivamente a correggerne una parte attraverso imposte, trasferimenti e welfare. È necessario. Non è sufficiente. Un socialismo moderno deve tornare a intervenire anche prima della distribuzione, là dove si decide come la ricchezza verrà prodotta, attraverso quali infrastrutture, sotto il controllo di chi e secondo quali rapporti di potere. Questo vale per l'energia. Vale per il credito. Vale per le reti. Vale per la sanità. Vale per la conoscenza. Oggi vale per l'intelligenza artificiale.
Non dobbiamo scegliere tra uno Stato che controlla tutto e cinque o dieci grandi imprese che controllano quasi tutto. È una falsa alternativa. Esiste lo spazio per un'economia mista, per l'impresa privata, per la concorrenza, per la cooperazione, per infrastrutture pubbliche, per ricerca aperta e per forme nuove di proprietà collettiva. Non possiamo però accettare l'idea che il semplice possesso del capitale necessario a costruire queste tecnologie conferisca automaticamente il diritto di determinarne il futuro sociale.
L'intelligenza artificiale diventerà sempre più potente. La sua evoluzione è già sotto i nostri occhi. Che quella potenza renda le nostre società più libere, più ricche e più eguali non è invece affatto scontato. Dipenderà dalle scelte che compiremo. Il socialismo non deve avere paura della macchina. Deve porre alla macchina la stessa domanda che ha sempre posto al capitale: a chi appartiene il potere che produce?
Il vero conflitto del futuro non sarà tra l'uomo e l'intelligenza artificiale. Sarà tra gli uomini per decidere chi avrà il diritto di governarla.
Stefano Loi


CHIOSA EDITORIALE:
Ritaglio “acchiappato” di prima mattina da Corsera di oggi. Evvaiiii...un appello alla moltiplicazione dei gesti di violazione almeno delle recenti leggi di divieto di apologia fascista. La “sentenza” merita una seduta di “calma e gesso”.
Il direttore di Eco ha chiesto all'Associazione Zanoni ed ai suoi dirigenti di essere autorizzato ad investire, in una più ampia prospettiva di condivisione e di testimonianza, le Associazioni Partigiane.