welfare 

Per un confronto tra le due realtà in demolizione (L'Ospedale di Cremona e lo Stadio di Milano) allego alcuni numeri...
La superficie totale del corpo sanitario ad H e delle 12 palazzine lo circondano è di circa 110.000 mq.
Demolire tutto significa produrre una montagna di rifiuti edilizi stimabile in circa 130.000 m³.
Riqualificare radicalmente l'esistente, invece, ridurrebbe i detriti a circa un terzo, evitando la movimentazione di decine di migliaia di metri cubi di macerie.
Invito tutti a scrivere una lettera ai media per sottolineare questi macrodati sottolineando che per entrambi gli edifici c'e una storia e motivi per non demolire ma riqualificare...non ultimo un impatto ambientale enorme (ad ora non è stata presentato nel PFTE2 dell'arch. Cucinella la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per le demolizione di tutti gli edifici dell'area ospedaliera..)
PS. l'autore ci dice "A suo tempo, per realizzare i 150mila metri cubi di cemento dello stadio...." (equivalente a 100.000 m3 di detriti)
La demolizione integrale dell'attuale ospedale di Cremona e delle 12 palazzine circostanti potrebbe generare un volume di detriti persino superiore a quello ricavabile dalla demolizione di San Siro, se si assume per lo stadio un contenuto di circa 150.000 tonnellate di cemento.
Enrico Gnocchi – Coordinatore del Movimento per la riqualificazione dell'ospedale di Cremona
Caro Direttore, ho letto con interesse Eco Bacheca del 10 aprile 2026 pubblicato su Eco del popolo condivido pienamente il tuo editing manifestazioni pacifiche per il diritto alla salute sono sacrosante. Il SSN è comunque un valore da salvare, dobbiamo essere grati perché abbiamo chi si prende cura di noi gratuitamente. Certamente va migliorato soprattutto con metodi di efficienza e merito. Abbiamo gli infermieri più preparati del mondo con laurea, a carico del contribuente, e ce li lasciamo scappare all' estero dove sono meglio retribuiti. È pura follia, il Governo cominci a non tagliare i fondi alla sanità pubblica e si impegni ad organizzare un SSN efficiente, con strumenti all' avanguardia e con personale medico ed infermieristico ben retribuito e competente.
C.L. Vicenza 8 aprile 2026

CHIOSA EDITORIALE
Grazie, Cate. Le Tue annotazioni mi giovano per non astrarre e restare aderente al sentiment e alla realtà. Credo che siamo gli unici a restare sul pezzo. La sanità negata è la più riprovevole delle ingiustizie. Mi addolora che la sinistra sociale e politica non ne sia consapevole e non lotti. Grazie. Un abbraccio.
L'archistar Cucinella imperversa nei media. Nei giorni scorsi è stato ospite della trasmissione sull'economia. IL MONDO ne ha approfittato per dire dell'ospedale con un giardino pubblico all'interno.
Ha fatto vedere una casa fatta tutta di terra, realizzata con una stampante. È un visionario.
Ha descritto l'ospedale come una realizzazione al risparmio ecologico essendo fatto di legno si risparmierà sul cemento. Ha dimenticato che dovranno demolire tonnellate di strutture del vecchio ospedale.
Crema, 7 aprile 2026 Sandro Gaboardi
CHIOSA EDITORIALE È sparito tutto! Nel nostro ciclo il perno decisionale erano (per le prerogative in capo al Ministero) il Consiglio Provinciale di Sanità, di cui a metà anni 70 fui Segretario, il Sindaco massima autorità sanitaria territoriale, il Consiglio prima degli Ospedali e poi delle Ussl (tutti niminati dai Comuni). Negli organici dirigenziali si entrava per concorso pubblico. Si entrava e si stava a vita. Le "pagelle" erano conferite 24h 365 gg all'anno sul campo. Non c'erano gli Uffici Stampa. Perchè le istituzioni esternavano coi fatti. Per (rare rimostranze) c'era il Tribunale del Malato (per anni animato dalla comunista Anna Rossi). Dov'è finita la "dialettica sociale"? Già i competitors si occupano di propal, Fottilla, No referndari. Meglio così. Perchè più che neghittosi sono non informati.
IL RITORNO AL NUCLEARE Troppa ideologia…E la soluzione?
Egregio direttore, si parla da anni di nuovo nucleare, ma un primo SMR operativo, con tutta la buona volontà non sarà operativo prima del 2035. Intanto, l'opinione pubblica resta fortemente divisa: i referendum del 1987 e del 2011 hanno lasciato un segno culturale indelebile e la paura del nucleare è ancora forte, anche se gli SMR sono molto diversi dai reattori del passato.
A complicare ulteriormente lo scenario, il fatto che per la gestione delle scorie l'Italia non ha ancora un deposito nazionale operativo e, senza quello, ogni progetto nucleare e anche politicamente fragile. Ancora: oggi le rinnovabili sembrano la soluzione a ogni problema, un parco fotovoltaico si realizza in pochi mesi, l'eolico ha ampio consenso sociale come le comunità energetiche. Eppure, anche quelli vengono bloccati da comitati, sovrintendenze, vincoli paesaggistici talvolta discutibili. Morale: il potenziale teorico e enorme, quello realizzabile molto meno. Anche perché la rete italiana non può reggere quote alte di rinnovabili considerando anche come la rete elettrica sia insufficiente, con colli di bottiglia soprattutto nel la tratta sud-nord. Cosi, anche se costruisci impianti, non sempre puoi immettere energia... In definitiva, le rinnovabili sono la risposta rapida, economica e immediata, gli SMR sono la risposta strutturale, stabile e di lungo periodo. Ma come sempre, i nostri politici combattono per i loro interessi e non accetteranno mai di trovare un compromesso razionale: troppa ideologia, troppi condizionamenti, tante parole e altrettanta incompetenza...
E cosi, finirà che l'Italia continuerà a dipendere dagli altri, non solo a livello energetico ma anche sul fronte militare e su quello tecnologico.

CHIOSA EDITORIALE: La speranza della fusione…non può che essere questo l'incipit dell'interlocuzione con i sempre competente latore della lettera.
L'approdo sistemico alla modalità nucleare per l'acquisizione di un'adeguata quantità energetica correlata al fabbisogno civile e industriale deve fare giustizia sia dell'irreversibilità del fossile e dell'integrazione delle fonti rinnovabili sia dalla sicurezza. In grado di archiviare, come sta avvenendo, il nucleare di prima e seconda generazione (inchiodato al muro della non compatibilità con la preservazione ambientale dai clamorosi casi di Three mile Island del 1979, di Chernobyl del 1986, di Fukushima del 2011. Ma anche di sistematizzare universalmente l'ineludibile approdo a questa scaturigine energetica. Senza della quale si mette a rischio la sostenibilità socioeconomica, non si risolve realmente la preservazione del pianeta (se non con le vuote chiacchere delle sciocchine che pontificano il venerdì). Il nostro Paese, che in passato fu all'avanguardia sperimentale di questa modalità, ha bisogno più di ogni altro concorrente manifatturiero (che da tempo se ne avvale sistematicamente, cedendoci a caro prezzo il proprio surplus prodotto a pochi chilometri dai nostri conflitti. Hic Rhodus hic salta! E, a questo punto, non possiamo parlare a nuora perché intenda suocera: Caorso! Che fu opzionata (con alto gradimento del combinato territoriale) per la sua prossimità alle preesistenti produzioni elettriche e di idrocarburi, alla disponibilità in sede locale di un bacino di maestranze potenzialmente adatte, alla sua baricentricità nel bacino di distribuzione, alla contiguità con le fonti di indispensabile (per tutte e tre le generazioni nucleari e per la quarta alle viste) approvvigionamento idrico.
E su questo aspetto la costituency territoriale padana (sia l'aliquota cremonese che non trasse mai vantaggi né diretti né indiretti contestuali e postumi sia quella piacentina direttamente contigua ad “Arturo”, che da decenni emunge, insieme a molti altri territori di prossimità agli impianti in dismissione, notevolissimi “risarcimenti”, attinti dalle bollette che bimensilmente il buondio manda sulla terra e nelle cassette postali degli utenti) deve alzare lo sguardo. E pensare con una forte impronta strategica.
RICEVIAMO DAL NOSTRO LETTORE DI BRUXELLES ALBERTO PIAZZI

a) Premessa
Lo scoppio della Prima guerra mondiale non fu pianificato. Ebbe inizio il 28 giugno 1914, quando a Sarajevo un nazionalista serbo assassinò l'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo, erede al trono dell'Impero austro-ungarico.
b) Le conseguenze
L'Austro-Ungheria accusò la Serbia di sostenere i terroristi e un mese dopo le dichiarò guerra. Se il conflitto fosse rimasto circoscritto a questi due paesi non ci sarebbe stata la Prima guerra mondiale. Purtroppo, però, l'Europa era divisa in blocchi di alleanze.
c) Cosa successe
Una reazione a catena:
1. La Russia, per solidarietà slava, decise di difendere la Serbia.
2. La Germania, alleata dell'Austria-Ungheria, dichiarò guerra alla Russia.
3. La Francia, alleata della Russia, entrò in guerra contro la Germania.
4. La Germania invase il Belgio per attaccare la Francia.
5. Il Regno Unito, che garantiva la neutralità del Belgio, dichiarò guerra alla Germania.
Per farla breve, in pochi giorni la guerra diventò europea e poco più tardi mondiale (quando gli imperi coloniali la portarono in Africa, Asia e Medio Oriente).
Risultato: barbarie, miserie e milioni di morti e feriti di tutte le età.
d) La lezione
I fatti del 1914 dimostrano una cosa importante: le guerre mondiali possono nascere da crisi locali quando esistono tensioni, blocchi rigidi e potenti fuori di testa. Per questo motivo ho la massima ammirazione per chi ha il coraggio di buttare acqua sul fuoco di un'escalation di violenze e brutali reazioni a catena.
[14/04, 15:30] Enrico: Nel secolo scorso, quando uno Stato entrava in declino economico, sociale o politico, il finale era sempre lo stesso: crollo brutale della democrazia.
Tre esempi
Italia liberale → Fascismo
Repubblica di Weimar → Nazismo
Seconda Repubblica → Franchismo
Oggi è diverso. Gli Stati formalmente democratici non crollano, cambiano natura.
Ungheria sotto Viktor Orbán
Israele sotto Benjamin Netanyahu
Stati Uniti sotto Donald Trump
Ciò che avviene è sotto gli occhi di tutti:
- concentrazione del potere esecutivo,
- indebolimento dei poteri di controllo,
- ridimensionamento dei diritti civili,
- delegittimazione del dissenso.
In estrema sintesi, si può dire che in questo secolo gli Stati in declino difficilmente crollano, ma:
1. si svuotano dall'interno,
2. diventano autoritari,
3. e prepotenti.
La Costituzione della Repubblica italiana costituisce l'argine contro le minacce globali alla democrazia
Egregio signor direttore,
le chiedo di ospitare gentilmente questo mio intervento e sentitamente la ringrazio.
Malauguratamente stiamo attraversando un'epoca di imbarbarimento dell'ordine internazionale che suscita grande preoccupazione e per certi aspetti ci dà l'impressione di vivere all'interno di un vero e proprio incubo. Infatti dai bassifondi della Storia stanno riemergendo gli scheletri del razzismo, della guerra, del genocidio, che pensavamo di aver sepolto nel 1945 con l'instaurazione di un nuovo ordine internazionale fondato sul ripudio della guerra, sulla cooperazione tra le nazioni e sul primato della democrazia e dei diritti dell'uomo. A livello nazionale le promesse di quel nuovo ordine hanno trovato compiuta realizzazione nella Costituzione della Repubblica italiana, che ha saputo coniugare magistralmente il principio internazionalista-pacifista con il principio democratico-pluralista e garantire i diritti sociali nel quadro di un ordinamento saldamente ancorato all'equilibrio dei poteri dello Stato. Dopo le difficoltà iniziali, dovute alla durezza della Guerra fredda, negli anni 70 del Novecento, la rivoluzione promessa da Calamandrei, immanente nei principi programmatici della Costituzione, ha trovato in larga parte attuazione. Ciò ha portato a una maggiore democratizzazione delle strutture statali, quali la Polizia e le Forze armate, e a una crescita dei diritti sociali,
lo Statuto dei lavoratori, dei diritti civili, divorzio, aborto, e dei diritti di cittadinanza. Il Sistema Sanitario Universale.
Purtroppo questo processo si è progressivamente arrestato e ha assunto un segno contrario con l'esaurirsi della spinta propulsiva dei partiti a base popolare. I mutamenti intervenuti dai fatti del 1989, del 1990 e del 1991, rispettivamente la fine della Germania Est, la riunificazione della Germania e la fine dell'Unione Sovietica, hanno determinato un vero e proprio terremoto anche nel nostro ordinamento politico. Infatti la caduta delle principali ideologie che avevano caratterizzato il dibattito politico del 1900, ha evidenziato una crisi che era già in atto, e la perdita del carattere democratico, partecipatorio e di massa dei principali partiti che hanno guidato la vita politica italiana, e il loro trasformarsi in un ristretto gruppo di potere avulso dai bisogni e dalle domande sociali. Durante gli anni della cosiddetta Seconda Repubblica, inoltre, abbiamo assistito ad una crescente insofferenza per il modello di democrazia prefigurato dalla Costituzione italiana della quale i ceti politici dirigenti, a partire dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, soprannominato il “Picconatore”, hanno decretato l'obsolescenza. A mio parere, la crisi dei partiti di massa ha aperto la strada alla crisi della democrazia italiana perché i gruppi dirigenti dei partiti politici hanno cercato di porre rimedio a questa crisi inseguendo il mito della stabilità degli esecutivi, al prezzo della partecipazione popolare.
Contestualmente è stata smantellata la cultura della solidarietà e dei diritti che faceva da aggregante del partito di massa ed è stato smantellato anche il sistema di valori che era l'indispensabile motore del suo agire politico per il bene comune, riducendo la politica a mera lotta di gruppi ristretti e condannandola ad essere sempre più lontana dai reali bisogni dei cittadini! Si è diffuso inoltre il mito della rigenerazione del sistema politico attraverso il ricorso a sistemi elettorali maggioritari che hanno modificato la “Costituzione materiale” al punto che il nuovo ordinamento politico è stato arbitrariamente battezzato come “Seconda Repubblica”. Il risultato è stato una diminuzione della fiducia dei cittadini nelle istituzioni politiche rappresentative e una ancora maggiore sfiducia nei partiti politici, trasformatisi in centri di potere autoreferenziali, con la conseguenza che ormai la metà degli elettori disertano le urne! Le riforme elettorali maggioritarie fortunatamente hanno ricevuto un ridimensionamento dalla Corte Costituzionale che ha bocciati il “Porcellum” e “l'Italicum”! Una marcata tendenza alla verticalizzazione del potere ha guidato i ripetuti tentativi di stravolgere gli assi portanti della democrazia costituzionale attraverso i progetti di grandi riforme costituzionali che si sono succedute nel tempo. I progetti più ambiziosi si sono concentrati nella riforma Berlusconi nel 2005, nella riforma Renzi nel 2016, e nella riforma Nordio-Meloni nel 2025, tutte cancellate dal popolo italiano con il referendum! L'esigenza di addomesticare una corrente politica anti-istituzionale che puntava a rompere l'unità della Repubblica, ha portato alla forzata e ambigua riforma del titolo V della Costituzione, introdotta dal centrosinistra nel 2001. Disgraziatamente questa riforma ha introdotto nel tessuto della Repubblica un veleno i cui effetti si sono materializzati 20 anni dopo con l'insidioso progetto dell'Autonomia differenziata. Il “vento nuovo” portato dal governo più a destra che ci sia mai stato nella storia della Repubblica italiana, sta propiziando molte forme di ritorno all'antico e prepara una svolta verso una “democrazia illiberale”, in direzione della quale si muovono le riforme costituzionali volute dal governo Meloni, come il premierato e l'Autonomia differenziata. Le forze politiche che hanno sempre vissuto l'avvento della Costituzione come frutto di una loro sconfitta storica, cercano una rivincita e vogliono mutare l'identità della Repubblica attraverso l'indebolimento dello Stato di diritto per mutare il rapporto fra i cittadini e i poteri politici. La Costituzione italiana va salvaguardata da ogni tentativo di manomissione perché costituisce l'argine contro coloro che lavorano per demolire il nostro incontestabile patrimonio di civiltà nel quale c'è il ripudio della guerra e i principi della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e del bambino.
Cremona 13 aprile 2026 Giorgio Zerbin
nasce a San Bonifacio in provincia di Verona il 3 maggio 1954.
Autore del romanzo “In nome dell'ideale” ritiene che la letteratura abbia come scopo quello di aiutare le persone a capire e misurare le differenze tra le persone stesse e il loro mondo con linguaggi diversi, più ricchi e più precisi dei loro, appunto quelli della letteratura che, da parte sua, aiuta il lettore a capire il proprio tempo, non solo quando è cronologicamente contemporaneo, ma
anche e soprattutto quando gli fornisce mezzi potenti e sempre validi, perché testati da decenni e secoli di attenzione e consenso, per capirlo da solo.
Autore di:
“La vita è sogno”, Edizioni Virgilio (1988)
“Il canto della vita”, Edizioni Virgilio (1993)
“Orizzonti di vita”, Edizioni Ottativo (2000)
“Il nome della vita”, Edizioni Cremona Produce (2016)
“In nome dell'ideale” (romanzo), La Memoria del Mondo Edizioni Libreria (2024)
EUROPA VERDE: I RICAVI DELLA VENDITA DI CENTROPADANE SERVANO PER RIDURRE L'AMMORTAMENTO DELLA CORDA MOLLE E ABBASSARE IL PEDAGGIO
Se la vendita di Centropadane andrà in porto, le risorse ottenute andranno utilizzate per ridurre l'ammortamento della Corda Molle e, di conseguenza, abbassare il pedaggio.
Alla Provincia di Brescia, infatti, è stata presentata un'offerta non vincolante per il 69,19% delle quote, pari a circa 47,6 milioni di euro, dopo il fallimento delle due aste dello scorso anno. Gli enti locali bresciani e cremonesi autori della vendita potrebbero ottenere almeno 20 milioni a testa.
Per fortuna, per Brescia c'è ancora chi, come la newco “Strade Veloci srl”, ha la velleità di realizzare un'autostrada a 24 anni dalla nascita del progetto che, nella malaugurata ipotesi di una sua improbabile realizzazione, rimarrà inevitabilmente vuota, come accaduto per la Brebemi.
Si tratta di risorse importanti rispetto ai circa 200 milioni da ammortizzare entro il 2041: un intervento che consentirebbe di ridurre il pedaggio, aumentare l'utilizzo della bretella (che rischia di rimanere vuota) assicurando il rientro dell'investimento al nuovo concessionario Autovie Padane subentrato a Centropadane che ha voluto la Corda Molle. La stessa Centropadane (allora gestita dagli amministratori locali che oggi protestano per l'adozione del pedaggio) che aveva previsto il rientro dell'investimento con l'adozione del pedaggio contenuto proroga della concessione del settembre 2011 tra la stessa e ANAS per conto del Ministero dei Trasporti.
Poiché il valore di Centropadane S.r.l. deriva dai pedaggi raccolti negli ultimi 60 anni sull'A21, queste risorse dovrebbero essere redistribuite a beneficio di tutti gli utenti: una scelta più equa e coerente della disastrosa gratuità “ad territorium..” e a tempo determinato.
Dario Balotta co-portavoce di Europa Verde Brescia
CHIOSA EDITORIALE: E' proprio il caso di dire…stare sul pezzo. D'altro lato della competenza e della determinazione di Balotta non si è mai dubitato. Sui destini della “corda molle” nello specifico e, più in generale, sui percorsi e sulle prospettive della rete autostradale lombarda si è avuto modo di verificare. Diciamo che un interlocutore così il confronto è sempre aperto.
Nello specifico, una volta accertato che il “fratello maggiore di parntership” bresciano ha, dai tempi in cui le istituzioni locali si facevano rappresentare ai tavoli progettuali interprovinciali da un Ingegnere fratello di un porporato che aveva fatto un carrierone a Roma, sempre curato di fare i propri interessi (ovviamente ai danni dei compagni di cordata). Vero è che la brescianidad ha avuto responsabilità primarie nell'approdo della spa Centropadane alla perdita della concessione autostradale. Come specifiche sono le responsabilità per lo scenario successivo al non rinnovo concessionario, approdato al fine corsa della srl, ormai giunta ad un decoroso default.
Le vicende, poi, della “corda molle” sono agghiaccianti. Vero è che la A21 è stata l'unica concessionaria a non vedersi rinnovare l'atto concessorio. Vero è che Cremona è restata col cerino in mano in materia di ricadute del piano di opere di collegamento con la viabilità esterna. Brescia e Piacenza si sono in qualche modo appagate. A Cremona era stato promesso il “terzo ponte”. Già che fine ha fatto? Citofonare Gavio!