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Lettere al direttore: guerra in Medio Oriente, Vajont, nuovo ospedale

  16/10/2023

Di Redazione

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Il messaggio di Hamas

Mando una mia riflessione di semplice cittadina che guarda con preoccupazione la guerra mondiale a pezzi. Anche Israele è scesa in campo colta di sorpresa e costretta a difendersi da aggressori violenti e spietati. Ho letto gli editoriali di Domenico Cacopardo e Mauro Del Bue e la loro esortazione “Estote Parati” rivolta all'Occidente mi sembra veramente opportuna. I terroristi di Hamas hanno provocato una dura e sanguinosa reazione di Gerusalemme, la striscia di Gaza sarà messa a ferro e fuoco. I numerosi ostaggi ebrei nelle mani dei mussulmani spero abbiano qualche possibilità di essere salvati. Nel mondo purtroppo le comunità mussulmane hanno esultato, oggi l'Iran condanna l'aggressione ma, come appare evidente, è coinvolta in questa atroci operazioni. Ci sono cellule dormienti di terroristi islamici ovunque. Bisogna essere pronti e preparati ad arginare l'ondata di odio che può degenerare in vili attentati contro popolazioni inermi e indifese. Grazie per avermi ascoltata.

Caterina Lozza, 10 ottobre 2023, Vicenza
Caterina Lozza, 10 ottobre 2023, Vicenza

Domino effect

Rispondiamo alla sempre puntuale, riflessiva ed acuta lettrice, partendo dalla lontana. Nel tentativo di smontare una delle prime fake della narrazione controfattuale su cui si tenta non di accreditare ma addirittura di imporre la “certezza” della strategia annessionistica da parte di Israele sulle sue adiacenze territoriali. In particolare, le tessere del mosaico dell'entità territoriale palestinese.  Secondo i piani ONU del 1948 la striscia di Gaza doveva essere parta dello stato palestinese. Invece fu annessa all'Egitto. Successivamente nel 1967 fu occupata da Israele. Mentre la Giordania provvisoriamente conquistava Gerusalemme. Come non è difficile stabilire, la cosiddetta Palestina è sempre stata il parente povero e strumentalizzato del complesso delle entità statuali del mondo islamico della regione mediorientale.

Usato, oseremmo aggiungere, data la debolezza dell'entità, come alibi e come innesco provocatorio nei confronti del protagonista, forse suo malgrado, delle complesse e tribolate vicende che vanno dal 1948 ai giorni nostri, che è Israele.

Dice Cazzullo: alla fine vincerà Israele. Non solo perché dispone di armi più potenti, ma perché è una democrazia. A differenza dei protagonisti dell'accerchiamento (geopolitico e militare); la cui mission per 75 anni non è stata scandita dalla normale dialettica anche militare, bensì tout court, dalla cancellazione dello Stato sorto per volontà dell'ONU che fornisse una destinazione ad una diaspora durata quasi due millenni.

Questa condizione di essere nell'area l'unico modello praticato di democrazia (che nel caso di Israele è stato culla del socialismo laburista e autogestionario) non è iscritta solo nel campo delle opzioni liberamente praticabili dai popolo, ma nella fattispecie diventa un motivo di imbarazzante confronto con il rating di benessere e di sviluppo civile e sociale. Di cui i popoli arabi dovrebbero (se messi nelle condizioni di farlo da un sistema minimalmente democratico e libero) chieder conto ai rispettivi establishments. In realtà tutte le entità statuali dislocate nel quadrante e confinanti con Israele praticano modelli oligarchici reazionari e liberticidi. In cui non è consentita la normale dialettica da noi praticata, con tutte le claudicanze tipiche della liberaldemocrazia (che come dice Churchill è la peggior forma di governo tranne tutte le altre). Non è un caso che la tattica comunicativa delle oligarchie a capo di quasi tutte le entità arabo-mussulmane tendono ad accreditare l'idea di parlare a nome del popolo. Nella fattispecie Hamas parlerebbe con la pratica terroristica nome del popolo della Striscia di Gaza.

Saremmo reticenti se omettessimo di sottolineare che più di mezzo secolo di stretta aderenza ai principi di democrazia avanzata hanno nell'ultimo ventennio ceduto di intensità nella vita pubblica di Israele. Potrebbe essere fuorviante ai fini di una corretta analisi degli ultimi avvenimenti; ma nel percorso delle dinamiche che hanno portato alla deflagrazione dell'ennesimo contrasto militare non si può non cogliere qualche tratto di incidenza della deriva delle tendenze in atto a Tel Aviv. Nella cultura politica e nella costituency dell'establishment (che, dall'inedito modello di socialismo autogestionario sono approdate alla new wave planetaria del sovranismo e del radicalismo nazionalista), nella governance che, nella versione del decennale ciclo di Netanyahu, ha raggiunto ineguagliabili picchi di cinismo. “Netanyahu un populista incapace, il suo governo Netanyahu il peggior covo di politici furfanti e incompetenti che mai abbia avuto Israele”, azzardava ieri Oz-Salzberg. Con il che (manifestamente critico) paghiamo il nostro dovuto pedaggio ad una testimonianza, inequivocabilmente ispirata dall'essere dalla parte israeliana, ma fortemente consapevole e “dialettico” nei confronti della deriva degli ultimi anni.

Non è azzardato, come osserva Mieli, pensare che dietro Hamas ed il terrorismo palestinese ci sia Teheran e dietro Teheran la Russia di Putin. Con cui Netanyahu ha stabilito un rapporto diplomatico preferenziale teso ad accreditarsi in modo indiretto presso le autocrazie arabe. Che vede Putin ormai manifestamente tutore. Il leader israeliano, come dimostra l'aggressione di una settimana fa, oltre che aver in certo qual modo allentato il rapporto preferenziale con Occidente e UE, in un momento di forte contrapposizione Est-Ovest determinato dell'aggressione all'Ucraina, sta incassando un totale fallimento di questa cinica strategia.

Ne renderà conto e pagherà il fio a tempo debito.

Avremo modo, ça va sans dire, di ampliare la nostra analisi ed il confronto con i nostri elettori, partendo dalla sollecitazione di Caterina Lozza; cui forniamo un riscontro partendo, non dall'impulso di salire immediatamente a bordo del profilo “caldo” delle dinamiche di queste ore, ma dai contesti pregressi, che continuano a proiettare la loro ombra in quelli attuali.

Indubbiamente il dossier di questo quadrante di Medio Oriente continua ad essere il portato dell''inestricabile connubio tra radicalismo religioso e nazionalismo, che, tre secoli dopo il vernissage dei Lumi, continua a pervadere ed intossicare l'universo mondo. Diciamo, forse un poco alla garibaldina, che se nel 1947 fu nobilissimo l'intento dell'ONU di dare una sistemazione di ordine statuale ad un magma incandescente per secoli, altrettanto congrui furono gli esiti.

Scrisse in tempi non sospetti, nel 1947, Ivanoe Bonomi: “gli Ebrei, questa razza dannata e dispersa, avrebbero riavuto una loro patria, un loro asilo spirituale e materiale, la loro antica culla storica: la Palestina. Qualche critico invano asseriva che fin d'allora che la Terrasanta non potevasi inondare di Ebrei senza sollevare a breve scadenza l'opposizione fortissima degli Arabi”.

 Le terre destinate alla costituzione dello stato palestinese furono occupate dagli stati fratelli arabi, per essere utilizzate come avamposto contro Israele. Non per ridimensionarne l'estensione ma per cancellarne l'entità.  Che sul tavolo teorico della trattativa per qualche scambio non esista nemmeno qualche labile spiraglio è dimostrato dall'esito della strategia con cui Israele ha retrocesso alienazioni confinanti tutti i territori acquisiti dalle vittoriose guerre iniziate dagli arabi. Nel 2005 si ritirò dalla Striscia di Gaza, in modo da consentire un'entità statuale libera ed autonoma per il popolo palestinese. Se ne vedono i risultati.

Nessuna campagna terroristica, per quanto sistematica e feroce, l'ha mai spuntata. Men che meno, considerando il gap (lato sensu) tra le parti contrapposte, la spunterà il terrorismo arabo-palestinese su Israele. Che, deve auto criticamente mettere nel conto dei propri errori, l'inconsulta dilatazione dei propri insediamenti israeliani. Una strategia espansiva, per quanto motivata dall'accrescimento degli standards di sicurezza ancorché ammiccante ai circoli radicali interni, percepita dai competitors come acme di una linea costante di arroganti perfomances.  La distruzione di Israele la pura e semplice eliminazione dello stato ebraico. Per una questione più che antisionista antisemita.

Tra le dirette adiacenze dell'effetto domino non c'è solo il contrasto armato. Ma anche il dilagare degli episodi di terrorismo esportato in Europa e, ultimo ma non ultimo, la "testimonianza". Scrive Rampini che 50 associazioni studentesche universitarie ha espresso sostegno incondizionato ad Hamas e alla Columbia un gruppo di iscritti ha festeggiato la "storica controffensiva". Ovviamente anche i circoli antisionisti (e forse, come abbiamo anticipato, antisemiti) nostrani non rinunciano ad essere della partita.

Rimuovere, minimizzare (come sostiene giustamente Severgnini) ed equiparare (come aggiungiamo noi) gli accadimenti del 7 ottobre è sbagliato.

Galli della Loggia: “c'è solo un gruppo di persone più spregevole dei terroristi: sono colore che qui in Occidente ne prendono le parti giustificandone le imprese sanguinarie e le efferatezze. Certo i mezzi terroristici sono quelli che sono, ma come si fa a non considerare la condizione di oppressione!? La loro rabbia è disperazione...”

Abbiamo accennato al fatto che l'ennesima crisi in questo quadrante mediorientale avviene nel ben noto e vasto contesto critico delle relazioni mondiali; che suggerisce al Papa la suggestione di “una terza guerra mondiale a pezzi”.

Considerando la storia e le adiacenze geopolitiche, incombe sull'Italia un dovere di percezione, consapevolezza e chiarezza. Se possibile super partes politiche. A principiare dal fatto che non ci può essere equivalenza tra le parti in campo. Analogo discorso vale per L'unione Europea, che anche in questo sconta le conseguenze di una gestione incerta di una comune politica estera e l'assenza di un proprio esercito continentale.

Sarà pure laterale questa considerazione. Ma UE è il maggior donatore di aiuti (691 mln) ai palestinesi per lo sviluppo economico. Altro conferente (anche se non se ne conosce l'entità) è il Quatar, che, si dice, si limita a pagare gli stipendi dell'establishment di Hamas. In aggiunta ovviamente alle prebende destinate ad esponenti (soprattutto italiani) del gruppo Pse democratici.

La consapevolezza delle conseguenze della penetrazione dei “Signori del Golfo” non riguarda solo il controllo dei grandi club calcistici e della scesa in campo per il controllo di importanti aliquote immobiliaristi che nella metropoli milanese. Essendo evidente che gli investimenti negli assets finanziaria muovono importanti leve di lobbing nell'opinione pubblica e nelle relazioni politiche. Che non possono non avere come approdo il condizionamento del ruolo internazionale del nostro Paese. Anche questo aspetto apparentemente laterale e, come tale, bellamente trascurato nel profluvio mediatico corrente, va considerato.

Vajont, sessant'anni dopo: memoria e consapevolezze

Mi scuso per non intervenire su questioni importanti che meritano un dibattito un adesione ma problemi di famiglia e salute non mi lasciano molto tempo, tuttavia a 60 anni dalla tragedia del Vajont vorrei levare la mia voce per ricordare, assieme a così tante personalità che oggi si sono dichiarati devastati nel ricordo e che allora levarono solo flebili voci,che ho sentito solo una volta nei media nominare la giornalista Merlin,allora del P.C.I. che fu costretta addirittura a dimettersi perché non ubbidiente all' ordine di lasciar perdere con i suoi articoli che denunciavano la natura puramente economica di interessi sporchi di una ben precisa parte politica. Spiace che ancora oggi sia stata ancora una volta conculcata forse perché donna con un pensiero limpido e indipendente forse perché non allineata al sistema.  Resta il fatto che nessuno dei tanti che oggi dalle loro posizioni privilegiate e importanti si permettono di scandalizzarsi per i morti di allora, ancora una volta si siano dimenticati di coloro che si erano scandalizzati allora e avevano denunciato chiaramente rischiando del proprio. Grazie per avermi permesso questo sfogo.

Grazia Rossi, 12 ottobre 2023, Cremona

Tina Merlin, una "donna contro" (per altri "una Cassandra")

Hai ragione, ragione cara lettrice!!! Dell'argomento ho parlato con Azzoni. Merlin ha avuto uno spazio importante nel bel docufilm mandato alcune sere fa in TV. Di lei ha parlato l'articolo dell'ex deputato socialista Veneto Crema, che ho ripreso su Eco. Per il resto la rievocazione del 60° è stata prevalentemente impallata sulla tragica fatalità.  Un falso, allora come oggi. Fu il risultato di ignobili assoggettamenti dei beni ambientali allo sfruttamento del capitalismo reazionario. Mi è costato impegno e sofferenza ristabilire un po' di verità.  Pubblico il Tuo messaggio insieme ad altre lettere. Non rinunciando, pero, ad approfondire il profilo di Tina Merlin. Clementina Merlin, per tutti Tina, nasce il 19 agosto 1926 sui monti bellunesi di Trichiana, da una famiglia contadina. Seguendo l'esempio del fratello Toni, entra nella Resistenza nel luglio del 1944 con il nome di battaglia “Joe” e, con la sua attività di staffetta partigiana, arriva a consumare le ruote della sua bicicletta girando da un avamposto all'altro. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, si iscrive al PCI e nel 1951 diventa corrispondente dell'Unità, grazie a un concorso del giornale vinto con un racconto. Per tutti gli anni ‘50 si occupa dei problemi della sua amata montagna veneta, soffocata da emigrazione, sottosviluppo, disoccupazione e spopolamento. Sono anche gli anni della costruzione delle grandi dighe e dello strapotere della SADE, la Società Adriatica di Elettricità, spesso descritta come uno “stato nello stato”.  Dal 1951 al 1982 fu corrispondente a Belluno, Milano, Vicenza e Venezia, sempre per lo stesso quotidiano. Nel 1957, sul Pioniere, furono pubblicati tre suoi racconti sulla resistenza: Storia di Alfredo, Quell'autunno del 1943 e La beffa di Baffo. Nel frattempo partecipava anche alla vita politica come consigliere provinciale del PCI (1964-1970). Nel 1965 fu tra i soci fondatori dell'Istituto Storico Bellunese della Resistenza, l'attuale ISBREC (Istituto Storico Bellunese della Resistenza e dell'Età Contemporanea). In seguito ha collaborato con altre riviste e ha pubblicato numerosi saggi, dedicati soprattutto al ruolo delle donne nella Resistenza. Viene ricordata, più che per la sua pur ricca produzione letteraria, per avere aiutato, con caparbietà e ostinazione, a mettere in luce la verità sulla costruzione della diga del Vajont. Dando voce alle denunce degli abitanti di Erto e Casso, riuscì a mostrare i pericoli che avrebbero corso i due paesi se la diga fosse stata effettivamente messa in funzione. Inascoltata dalle istituzioni, nel 1959 il conte Vittorio Cini, ultimo presidente della SADE, fece denunciare la giornalista dai carabinieri di Erto per "diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico" tramite i suoi articoli, ma lei fu processata e assolta il 30 novembre 1960 dal giudice Angelo Salvini del tribunale di Milano perché il fatto non costituiva reato. In seguito al disastro del Vajont, tentò di pubblicare un libro sulla vicenda, Sulla Pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont, che tuttavia trovò un editore solo nel 1983. In tribunale, all'epoca, vigevano delle gerarchie di tipo militare o militaresco, e inoltre la Merlin non era gradita in quanto corrispondente dell'Unità. Conobbe il giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, e siccome entrambi avevano avuto lutti in famiglia a causa della guerra, pretese che come gli altri giornalisti de Il Gazzettino e de Il resto del Carlino, anche lei accedesse al tribunale per raccogliere le sue informazioni. Fu fin troppo facile soprannominarla “la Cassandra del Vajont” quando il 9 ottobre del 1963 una frana fece esondare la diga causando la morte di oltre duemila persone. Tina Merlin, giornalista de l'Unità, aveva previsto tutto. Così come Cassandra aveva preannunciato il rapimento di Elena e la successiva caduta di Troia, lei aveva scritto che il monte Toc avrebbe ceduto e che tutta la valle era in pericolo. Ma a differenza della sacerdotessa di Apollo, Tina Merlin, che in realtà detestava essere chiamata “la Cassandra del Vajont”, non aveva il dono della preveggenza. Quella del Vajont non fu una “tragedia naturale”, come scrissero Montanelli, Bocca, Buzzati. Per quattro anni Tina Merlin aveva denunciato gli affari della Sade (la società elettrica che progettò la diga), aveva raccontato del ventre marcio di una «montagna che cammina», aveva scritto del terreno argilloso, dei boati, dei sismi e delle frane, aveva ascoltato gli abitanti di Erto, Casso, Longarone, aveva dato voce alle loro proteste e alle loro paure. Articolo dopo articolo, per quattro anni. Tutti sapevano, ma nessuno fece nulla. Certo, la Sade era il potere, e come diceva Tina Merlin, il potere comanda. Altro che fatalità, dunque. Mai tragedia fu più annunciata. Ma non era facile per una donna, comunista, corrispondente (precaria) dell'Unità dalla provincia di Belluno, farsi ascoltare. Persino convincere i suoi colleghi romani ad ottenere la prima pagina era un'impresa. Ormai da circa dieci anni in pensione, morì dopo un anno di tumore il 22 dicembre 1991 a Belluno a 65 anni. Le sue esequie si tennero con rito civile il giorno successivo presso il cimitero cittadino. I lettori che fossero interessati (ne vale la pena se non altro per testare un raro caso di combinato tra preveggenza e passione civile) ad approfondire la figura di Tina Merlin possono accedere, come abbiamo fatto noi, al ricco deposito di notizie offerto da Wikipedia. Ne vale la pena. Come riconoscimento ad una figura la cui testimonianza si presta ad un doveroso incrocio tra quel ciclo e quello corrente. In cui non sempre nei gesti collettivi e nell'azione pubblica si tende a considerare convenientemente il giusto equilibrio, per non dire, la prevalenza dell'interesse comunitario della salvaguardia ambientale rispetto alle pulsioni del profitto.

Sempre a proposito di nuovo ospedale (e di demolizion e del'attuale)

Caro Direttore, grazie per tenermi informata con le tue newsletter sul tuo ottimo lavoro fatto sull'Eco del popolo. Informare correttamente e con motivazioni fatte da professionisti capaci ed autorevoli. Il NO alla demolizione del vecchio ospedale a me sembra sacrosanta, con un minimo di buon senso

Si capisce che oltre al risparmio economico vi sono da considerare i disagi ai pazienti. Oggi è necessaria una riforma sostanziale nella gestione del personale infermieristico e medico e tecnologie avanzate negli interventi di cura. Se si vuole salvare la Sanità pubblica si devono categoricamente ridurre le liste d'attesa bibliche. NO al revisionismo e al negazionismo, la storia con i suoi documenti è testimone di quanto la Resistenza abbia contribuito alla formazione della Repubblica italiana democratica e liberale.

Caterina Lozza, 12 ottobre 2023, Vicenza
Caterina Lozza, 12 ottobre 2023, Vicenza

Ha ragione la nostra lettrice-corrispondente a richiamare la nostra attenzione alla permanente attualità del default del sistema sanitario generale e di quello territoriale in particolare.

La nostra testata non ha, su questo versante, nulla da rimproverarsi. Essendo stata in questi anni tremendi un punto determinato e non omologabile di critica e di denuncia.

Ci eravamo lasciati solo qualche giorno fa, quando l'appealing comunicativo non era ancora monopolizzato dalle vicende belliche e, anche grazie al pressing dei nostri lettori, ci mantenevamo sul pezzo della campagna No Nuovo Ospedale. Che procede, in termini di sensibilizzazione dell'opinione pubblica e di un diffuso gesto di cittadinanza attiva.

In materia avevamo, si ricorderà, pubblicato un contributo di Giorgio Mantovani, con cui era stata enucleata una organica e inappuntabile scheda di tutte le ragioni che militano contro l'inopinata operazione, con cui si vorrebbe demolire una struttura entrata a regime mezzo secolo fa ed attualissima (al netto delle pecche manutentive delle gestioni degli ultimi 30 anni) e costruire (si promette!) un nuovo nosocomio. Che come primo step migliorativo del preesistente sarebbe dimensionato a meno di 500 posti letto (un terzo dello standard di partenza del 1970).

Avevamo scritto e ribadiamo: un'operazione scellerata con cui si distruggono risorse e si approfondisce il solco dei ritardi e delle manchevolezze nell'erogazione del diritto fondamentale alla salute. Si persiste nello sviamento dell'opinione pubblica e nell'omertà sulle vere questioni.

Telegraficamente, necesse riavvolgere il nastro della sanità spedalocentrica.  Le risorse non bastano. Bisogna attivare riforme coordinate tra Stato e Regioni. Meglio se con l'abrogazione del Titolo V delle funzioni concorrenti. Un nuovo modello di medicina territoriale.  Non solo come articolazione del servizio ma anche e soprattutto come governance della rete istituzionale territoriale. Ultimo ma non ultima la questione degli Infermieri di famiglia e delle Case di prossimità. Insieme a qualsiasi altra entità di decentramento della dorsale dei servizi sanitari sul territorio migliorerebbero quanti-qualitativamente gli standards e ottimizzerebbero la spesa sociosanitaria. Che nell'anno corrente è di 136 mld. Praticamente equivalente a quella del Superbonus e del cosiddetto reddito di cittadinanza.

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