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Le origini del volgare d’arte cremonese/3

Uguccione da Lodi

  13/01/2021 — Di Agostino Melega

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Dopo aver tracciato un quadro sui poeti Gherardo Patecchio ed Ugo da Persico, ora veniamo al terzo rimatore didattico del dialetto cremonese illustre: Uguccione da Lodi.  

Fu il filologo Ezio Levi su Poeti Antichi Lombardi (Milano, 1921), a sostenere, con appropriata ragione, che Uguccione appartenesse alla nobile famiglia dei Da Lodi, provenienti in origine dalla città abduana, ma abitanti da più di un secolo a Cremona.  

Il segno della loro antica presenza è dato, ancor oggi in città, dall'attuale piazza Lodi, già piazza San Tommaso, che prese tale denominazione dal palazzo dell'omonima famiglia estintasi nel 1800, la cui abitazione avita ospita attualmente la sede della fondazione Arvedi-Buschini.  

Al di là di questa nota, e della tesi che Uguccione sia coetaneo di Patecchio, non si conosce nulla della sua vita. Il nome di questo poeta cremonese viene segnalato in un codice berlinese come Uguçon de Laodhoci. Il suo Liber è un poemetto di 702 versi suddivisi in strofe monorima. È scritto in un dialetto cremonese fortemente contagiato dal volgare veneto, ed inframmezzato da parole provenzali.  

Scrive Aldo Rossi su Le origini e il duecento: “L'intera opera ruota attorno al tema centrale della giustizia divina, materia affrontata e descritta attraverso meditazioni sui peccati dell'uomo, la descrizione delle pene infernali, i propositi per la penitenza. In alcuni casi Uguccione si rivolge direttamente ai suoi lettori con tono familiare e diretto, richiamandoli alle virtù da vivere e alle gioie future del paradiso”.  

Il codice berlinese Saibante-Hamilton, che ci ha tramandato la sua opera – come attesta lo stesso Rossi – “unisce e confonde la poesia di Uguccione con quella di un suo ignoto continuatore, chiamato per questo dagli studiosi Pseudo-Uguccione”.  

Le mosse oratorie dal tratto umile e familiare del poeta cremonese sono riscontrabili in versi che dicono: ”Se voi me volé crere (Se voi mi volete credere)”, “Tuti devé saver (Tutti dovete sapere), ecc.”. L'intenzione del poeta è insomma quella di entrare in contatto col grande pubblico, senza usare parole e concetti troppo oscuri. Uguccione cerca insomma il colloquio con la divinità per ringraziarla delle rivelazioni che ha fatto all'uomo, il quale, a propria volta, è tanto irriconoscente da non vivere secondo i suoi dettami, abbandonandosi alle futilità e alle gioie transeunti del mondo terreno. Colui che invece si rivolge alla divinità assume su di sé una importante funzione collettiva, oseremmo dire sociale, specialmente nelle implorazioni e nelle preghiere.  

Poi Uguccione si interrompe per dare luogo ad una voce diretta del tutto anonima e distaccata che illustra gli exempla tratti dalla Bibbia, così come colti dalla vita quotidiana.  

La retta ragione, in sostanza, ha il diritto ad un ascolto che in ogni caso sarà opportuno e proficuo. A nostra volta, quel registro poetico indicativo, lo proponiamo volentieri ai lettori, interpretando le parole ed i versi seguenti, scritti nel XIII secolo, come un saggio consiglio anche per i giorni nostri.  

QUESTE PAROLE È BONE… 

Queste parole è bone  

et utel da ‘scolatar, 

e sì farà quelor  

qe vorà Deu amar 

e vorà le soi aneme  

costedir e salvar;

Queste parole sono positive ed utili da ascoltare 

e così faranno coloro che vorranno amare Dio 

e vorranno le loro anime custodire e salvare 

 

mai lo plu de la çente  

vol aver guadagnar 

e no pensa de l'anema  

là ò ela dibì andar. 

ma la maggior parte della gente vuole solo avere e guadagnare 

e non pensa all'anima là dove essa è destinata 

Mai ogn'om pò saver,  

s'el se vol ben pensar: 

la grac?a de Deu,  

nul om la po' trovar 

per çaser en bon leto  

e dormir e paussar, 

per bever forte vino  

né per tropo mançar, 

per bele vestimente  

né anc per ben çalzar: 

no vol çugar a scaqi,  

a taole né ad açar. 

 

Ma ogni uomo può sapere se vuole ben riflettere 

che la grazia di Dio nessun uomo la può trovare 

standosene sdraiato in un buon letto a dormire e poltrire, 

bevendo a dismisura vino e mangiando come un porcello, 

vestendo bellamente e anche calzando scarpe di lusso: 

non vuol giocare a scacchi, a tric trac né a zara. 

 

Guai a quelor qe molt  

entende a fornicar 

e de l'autrui aver  

sempre vol soçernar, 

sì q'en rëa mesura  

lo devés rapinar. 

 

Guai a coloro che molto desiderano fornicare 

e sempre vogliono godere degli altrui averi, 

come se in modo truffaldino intendano rapinare il prossimo. 

 

Per amor Deu, segnori,  

meté-ve a castigar, 

pregai lo Re de glòoria  

qe ve degne dreçar 

e [n] mantegnir bone ovre  

e le rëe laxar. 

 

 

Per amor di Dio, signori, impegnatevi nel pentimento, 

pregate il Re della gloria che vi debba raddrizzare 

conservando le opere buone ed abbandonando le cose nefaste. 

Va sottolineata, ma non sopravvalutata, la polemica che affiora negli scritti di Uguccione nei riguardi dei “leteradhi” (letterati), non quando li addita impotenti a descrivere le pene dell'inferno, ma molto probabilmente quando si contrappone ad essi additandoli come diffusori di false credenze, come quella della predestinazione. Questa logica viene posta in evidenza nei versi seguenti accompagnati, come i precedenti, da una nostra personale traduzione: 

 

 

Mo si è un sermon qe molto fi usadho: 

quando l'om è passudho e ben abeverado 

diše l'un contra l'autro: “Sai que m'è ensegnadho? 

da un me bon amigo q'è ben enleteradho? 

 

Questo è un sermone che fu molto usato: 

quando l'uomo è saziato e ben abbeverato 

dice l'uno contro l'altro: ”Sai cosa che cosa ho appreso? 

da un mio buon amico che è un letterato raffinato? 

 

Ke tut è perveçuto de fin qe l'om è nadho; 

ço q'elo dé aver, no li serà tardadho; 

paradis et inferno tut è perdestinadho. 

Mai quel q'à ‘sta creença me par mal envïadho 

s'el no entende meio q'elo à començadho. 

 

Che tutto (ci) è pervenuto fin da quando l'uomo è nato; 

ciò che egli deve possedere, non gli verrà attardato; 

paradiso ed inferno tutto è predestinato. 

Mai quello che possiede questa credenza mi sembra mal orientato 

se egli non interpreta meglio quello che ha iniziato. 

Ancora Aldo Rossi commenta che la tenuta narrativa di Uguccione prende spicco più dal flusso che dalla somma degli episodi, che bene s'incastrano e si amalgamano nella continuità generale del poemetto in un contesto che “non ha bisogno di strepitose escogitazioni per comunicare il suo lineare messaggio”. Ossia un lascito di padana e cremonese saggezza. 

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