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Le origini del volgare d’arte cremonese/2

La poesia in volgare cremonese

  06/01/2021 — Di Agostino Melega

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GHERARDO, UGO ED UGUCCIONE 

I TRE POETI CREMONESI DEL VOLGARE ILLUSTRE

 

Detto fra noi: i critici moderni non sono molto magnanimi con Gherardo Patecchio, al quale attribuiscono un livello letterario non molto elevato. Va pur aggiunto, però, che la finalità della scrittura del notaro cremonese non era stata tanto quella di raggiungere particolari picchi estetici ma di promuovere insegnamenti etici.  

Il fatto stesso che negli anni dell'ultimo dopoguerra una personalità come Emilio Zanoni, fine latinista e sagace poeta in vernacolo, abbia assunto lo pseudonimo di Patecchio a firma dei propri elziviri sull'Eco del Popolo, giornale storico dei socialisti cremonesi, vorrà pur significare qualche cosa.  

I Cremonesi hanno fatto dunque bene - lo riconosce pure il prof. Gianfranco Taglietti, a dedicare a Patecchio una via, a “questo notaio, onesto e cavaliere”. Detta via, già Contrada Angusta fino al 1930, si irradia da via Gonfalonieri (ingresso sud del palazzo comunale) verso via Platina, ed è collegata con i vicoli di San Girolamo e Galantino alla via intitolata al grande vescovo Sicardo.  

Passando in questo reticolo urbano si viene coinvolti da un intreccio di riferimenti che rimandano anche a sant'Omobono, patrono della città, morto il 13 novembre 1197, primo santo laico della storia della chiesa, voluto con determinazione dallo stesso Sicardo. Questi, a sua volta, chiuse gli occhi al mondo nel 1215, nell'anno stesso in cui Federico II venne incoronato imperatore ad Aquisgrana. Tale assetto viario richiama, nelle evocazioni toponomastiche, proprio l'imperatore svevo, Federico II appunto, l'imperatore che investì d'arte, di cultura e di esotismo la città di Cremona, negli anni fra il 1236 e il 1250. Infatti è alla sua corte itinerante situata a Cremona (secondo le ricerche di mons. Franco Tantardini dalle parti dell'attuale via Fogarole), che venivano a trasferirsi gli esiti dell'innovativa letteratura del volgare illustre siciliano (dove con ‘sicilianò è da intendersi ‘nazionalè e cosmopolita), incontrando in loco la cosiddetta “poesia didattica del nord”.  

È in questa stessa corte, aperta al confronto interculturale fra diverse opzioni linguistiche (normanne, sveve, latine, provenzali, greche, ebraiche, arabe), che venne pure a stabilirsi un necessario rapporto col volgare illustre cremonese, citato da Dante Alighieri nel suo De Vulgari Eloquentia.  

Tale dialetto cremonese illustre, ai tempi di Federico II, era il volgare di Gherardo Patecchio (1197-1238) e di Ugo da Persico (coevo di Patecchio), che Dante associò a quello cremonese-veneto successivo di Uguccione da Lodi, del quale non si conosce con precisione l' anagrafe. Infatti, quello che si sa della famiglia Lodi deriva da documenti della Cremona medioevale datati a partire dal 1270. Si suppone, però, che tale famiglia fosse presente in loco dal 1155, dal tempo della distruzione della città d'origine, Lodi, da parte dei Milanesi. 

IL LINGUAGGIO, LA COMUNICAZIONE, LA SCRITTURA, 

STRUMENTI POLITICI E DIPLOMATICI DI SEMPRE 

Abbiamo già accennato alla particolare attenzione rivolta alle donne in alcune pagine dello Splanamento di Patecchio, una delle opere pervenuteci del notaio cremonese. In verità più che alle donne i versi sono particolarmente rivolti, come un grido di raccomandazione, agli uomini avvisati di non cadere nelle trappole dell'altra parte del cielo, o all'altro sesso, come meglio si vuol dire. Leggiamone alcuni.  

AGLI OGLI… 

Ai ogli, quando i leva  

se cognos en presente 

la grant parte de le femene  

q'a luxur?a tende. 

Meig fa l'om s'el sta sol  

en qualqe volt'ascosa 

Qe s'el stes en palese  

con femena noiosa. 

AGLI OCCHI... Agli occhi, quando si posano/conoscono subito/ la gran parte delle femmine/ predisposte alla lussuria/ Meglio fa l'uomo a starsene solo/ in qualche volta nascosta/ piuttosto che se ne stesse in modo palese/con femmina noiosa.//  

Con una traduzione non letterale si può aggiungere che i versi intendono riferirsi alla prima occhiata con la quale è subito manifesta la gran parte delle femmine che ci stanno. Meglio allora starsene da una parte in solitudine sotto qualche androne nascosto, piuttosto che scopertamente con una femmina pruriginosa. 

Nello Splanamento hanno pure un qualche interesse gli squarci dedicati all'amicizia vera, contrapposta a quella falsa come evidenziano i seguenti versi. 

MIEG È UN AMIG VISINO... 

Mieg è un amig visino  

qi l'à presso de cà, 

qe un fratel luitano:  

b?ad a cui Deu ‘l dà. 

Quel non è bon amigo  

qe parla con doi lengue 

e va menand sofismi  

e briga con losemg[h]e. 

Non è cossa en ‘sto mondo  

ch'a l'amig vaia mai 

tanto como laudarlo  

del ben q'el dis e fai: 

per le dolce parole  

sì s'acata i amisi, 

mai qìg va rampognando  

sì fai dig dreti bisi. 

MEGLIO È UN AMICO VICINO... Meglio è un amico vicino/chi ce l'ha presso casa/ che un fratello lontano:/è fortunato colui al quale Dio lo assegna./ Non è buon amico/colui che parla con lingua biforcuta/ e si esprime con ragionamenti ingannevoli/e lusinga con adulazioni menzognere/. Non è cosa di questo mondo/ che l'amico non sbagliasse mai/ tanto come lodarlo/ del bene che dice e fa:/ con le buone parole/ si procurano gli amici/ quelli che criticano sempre gli altri/ mai li raddrizzerai/ se sono biechi e storti.// 

Interessante è l'ipotesi formulata da Fulvio Stumpo sulla personalità e sul ruolo del notaio Patecchio nel quadro storico cremonese, a cavallo fra il XII e il XIII secolo. Stumpo presume infatti, su Cremona nella grande letteratura, una delle sue fatiche, che quel notaio fosse un esponente politico. Ed io credo proprio che egli abbia ragione. È arguibile pensare che il nostro personaggio facesse politica proprio attraverso il ruolo autorevole di funzionario del Comune di Cremona.  

Egli, da quella posizione, sentiva il polso della città, e poteva rendersi conto della portata dei movimenti e delle agitazioni che dal basso scuotevano il clima sociale all'ombra del Torrazzo.  

Col bagnare il suo dire nell'acqua del dialetto popolare, il notaio Patecchio guardava avanti, come ogni buon diplomatico. Con un piede camminava con l'aristocrazia, con l'altro muoveva passi e sfumature dialettiche col popolo patarino in fermento.  

Da questo buontempone e pittoresco diplomatico cremonese, vale a dire da Patecchio stesso, fino al francese reazionario, rivoluzionario, repubblicano, bonapartista, monarchico Charles Maurice de Talleyrand (1754-1838), campione assoluto del camaleontismo, la storia locale e quella mondiale ridondano di personaggi che galleggiano sempre, come turaccioli di sughero, fra le onde e la quiete della storia.  

Girard Pateg era, comunque, in buona compagnia. Con lui possiamo associare il secondo rimatore cremonese, Ug de Perseg, o per meglio dire Ugo da Persico, che “ci si presenta – scrive Giovanni Gaetano Persico su Le Noie Cremonesi (Modena, 1951) – talvolta nell'austerità un po' distanziante dell'uomo superiore, avvolto nel suo orgoglio gentilizio, (che) non manca poi di rivelarci una sua affabilità scherzosa, un umorismo, sia pur contenuto, ed un senso discreto di ironia”. 

LA CRITICA LETTERARIA E I “NOIOSI CREMONESI” 

Entrambi, Girard e Ug, chiamati dalla critica letteraria “i noiosi cremonesi”, autori in competizione sul poemetto Frotula noiae moralis (‘Frottola di noia moralè), pure chiamato "Libro delle Noiè" o più semplicemente "Le Noiè", devono aver colto, nello scatenarsi dei tumulti e delle lotte della vita comunale, che bisognasse trovare una mediazione con il ‘generonè popolare.  

Che bisognasse, insomma, quantomeno adottarne parte del pensiero e del linguaggio, col fine ultimo di salvaguardare e ribadire il primato dell'aristocrazia ed il loro personale ruolo e posto, con un'ampia disponibilità a qualsiasi cambiamento di rotta e di vento.  

Gherardo si era costruito tutta la carriera standosene in casa, o al massimo recandosi a Parma, per avviare e concludere con questa città, nel 1228, le trattative per una “pace giurata” ai danni di Piacenza.  

Ugo invece si era giocato i gradi in una trasferta internazionale, come dicono i documenti medioevali che ce lo presentano (con tutti i dubbi del caso) quale ambasciatore del Comune di Cremona, nel 1213, a Ratisbona, presso il diciannovenne Federico, da poco re di Germania.  

Da questi, il diplomatico e rimatore Ugo ricevette il solenne documento col sigillo d'oro, confermante i privilegi concessi ai cremonesi da Federico Barbarossa e da Enrico VI, rispettivamente nonno e padre del futuro imperatore Federico II, il quale, a propria volta, avrebbe regalato in seguito persino un elefante ai Cremonesi, entusiasti e sbalorditi dal giovane svevo ormai osannato come Stupor Mundi.  

La conoscenza poetica di Ugo da Persico ci è pervenuta attraverso le “risposte per le rime”, scritte all'indirizzo dell'amico rivale Gherardo. Ne riportiamo alcuni versi a vivace testimonianza, tratti dalla terza ed ultima parte delle Noie ritrovate in un manoscritto in stato precario, vale a dire nello zibaldone quattrocentesco di Bartolomeo Sachella. Per chi lo volesse, i due rimatori cremonesi possono essere letti nei Poeti del Duecento di Gianfranco Contini, un testo sul quale, come scrive Giampaolo Dossena, sono “un po' tradotti, un po' commentati, un po' da indovinare”. 

CANÇIONETA... 

Cançioneta, vatin senza buxia 

ad Gerardo Patecio per la via, 

in cui è tutta noya et tutta gioya, 

sì k'altro homo a lui non s'apoya. 

Eo non me curo de compagna croya 

ne la mè caxa, kè non ò voya. 

CANZONETTA. Canzonetta, vattene senza bugia/ verso Gherardo Patecchio per la dritta via,/ dove è tutto noia e tutto gioia,// così che un altro uomo non abbia modo/ di gareggiare con lui./ Io non mi curo dell'insulsa compagna/ nella mia casa, perché non ne ho voglia.// 

Giovanni Gaetano Persico, nello studio di filologia romanza riguardante il probabile antenato, ha sottolineato che nella contesa poetica Ugo si è preoccupato di rispondere all'amico con un elenco di noie assai più lungo di quanto non abbia fatto il suo cortese sfidante. Ha insomma voluto dimostrare di raccogliere tutte quelle noie, lasciate indietro dall'amico, pur sempre rivale. 

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