
Ai socialisti e a chi il socialismo non lo conosce.
A chi crede nella politica e a chi nella politica non crede più.
Ai più giovani, perché è a loro che deve essere consegnato tutto.
I giovani non vanno aspettati
Mi tornano in mente quei bellissimi momenti, uno dei tanti, in cui Sandro Pertini si metteva faccia a faccia con i giovani. Con la loro esuberanza, la loro arroganza, quella convinzione di sapere già tutto che, in fondo, appartiene un po' a ogni generazione quando è giovane. Pertini stava lì: ascoltava, si confrontava, rispondeva, anche duramente quando serviva, ma prima di tutto accettava il confronto.
I tempi cambiano, ma i giovani, in fondo, non cambiano poi così tanto. Hanno voglia di prendersi la società, di viverla, di sentirsi parte integrante della società e non di esserne semplicemente spettatori passivi. Vogliono partecipare, dire la loro, contestare, proporre, sentirsi parte attiva e viva di quello che accade intorno a loro. Continuare a raccontare che i giovani non si interessano alla politica è troppo semplice. Dovremmo iniziare a domandarci quanto sia la politica a non interessarsi davvero a loro. Se vogliamo coinvolgerli dobbiamo avere il coraggio di andare dove sono loro, fisicamente e culturalmente, provocarli anche, farci provocare e soprattutto ascoltarli. Solo dopo possiamo proporre.
Non possiamo continuare a costruire strumenti, siti, documenti, programmi, riunioni e aspettare che siano loro a venirci a cercare. Siamo noi che dobbiamo andare da loro. Nei luoghi in cui vivono, studiano, lavorano, si incontrano e comunicano. Sui social, nei podcast, nei video, nelle piazze, nelle scuole, nelle università. E dobbiamo imparare a parlare la loro lingua. Non significa scimmiottarli, rendersi ridicoli o impoverire quello che abbiamo da dire. Significa capire come comunicano, dove comunicano e cosa riesce ancora a catturare la loro attenzione. Significa parlare in maniera semplice, schietta, breve e diretta. Semplificare il linguaggio senza semplificare il pensiero.
Ma questo, da solo, non basta. I giovani hanno bisogno di un leader, di una persona che sappia governare comprendendo quello che loro vorrebbero vivere e proporre. Di qualcuno che li sappia coinvolgere e trascinare perché vedono in quella persona chi li sa ascoltare, chi li capisce e soprattutto chi riesce a trasmettere sicurezza.
Sicurezza è una parola importante.
Sentirsi al sicuro. Sentire che quella persona c'è. Sapere che davanti all'incertezza esiste qualcuno che non scappa, che non si nasconde dietro le parole, che non cambia posizione a seconda della convenienza e che, quando prende un impegno, se ne assume la responsabilità.
Perché una delle condizioni che oggi vivono maggiormente i giovani è proprio questa: l'incertezza, l'insicurezza, la fragilità di chi deve costruire il proprio futuro dentro una società che offre sempre meno punti fermi.
Sapere che una persona comprende quella incertezza e quella insicurezza, che comprende quella fragilità e riesce non soltanto a parlarne ma a proporre e mettere veramente in pratica delle soluzioni, conquista.
Conquista perché significa essere capiti. Significa sapere che qualcuno c'è.
Non di qualcuno che dica loro cosa devono pensare, quindi, ma di persone forti, credibili, autorevoli e anche carismatiche, capaci di ascoltarli, coinvolgerli, entusiasmarli, trascinarli e metterli in discussione. Le idee da sole difficilmente mobilitano qualcuno se non ci sono persone capaci di incarnarle e renderle vive.
E credo che proprio qui la sinistra abbia perso troppo terreno. Abbiamo quasi paura della parola leader, paura del carisma, paura di parlare con forza, paura di essere diretti, paura persino di entusiasmare. Nel frattempo, ci siamo allontanati dalle persone e troppo spesso siamo diventati una politica borghese nel modo di presentarci, nel linguaggio, nei luoghi che frequentiamo, nei nostri rituali e nella convinzione che debbano essere gli altri a raggiungerci.
Ma la politica vera è un'altra cosa. La politica vera sta tra le persone.
Si toglie la giacca e la cravatta e si sporca le mani.
Sa stare dentro un campo sportivo, dentro un teatro, una scuola, una palestra, un centro ricreativo.
Sa sedersi su una panchina, stare in una piazza, entrare in un negozio, in un centro commerciale, in una fabbrica, parlare con chi lavora nell'artigianato. Sa stare per strada, anche nelle strade più buie, perché è proprio lì che spesso la politica serve di più.
La politica non può limitarsi a osservare la società da una stanza e poi pretendere di rappresentarla.
Deve viverla. Deve conoscerla.
Deve sporcarsi le mani dentro i problemi prima di pretendere di indicarne la soluzione. E soprattutto deve dare l'esempio.
Perché possiamo parlare quanto vogliamo di valori, coerenza, diritti, lavoro, giustizia, uguaglianza, responsabilità. Ma se diciamo una cosa e ne facciamo un'altra, non valiamo niente.
La politica deve tornare a essere politica dell'esempio. Quella che, se dico «sono», sono.
Se dico «faccio», faccio. Se dico una cosa, è perché ci credo veramente.
Non quella che predica bene e poi razzola male.
E questo i giovani lo percepiscono più di chiunque altro. Percepiscono immediatamente quando qualcuno sta recitando, quando sta utilizzando un linguaggio costruito, quando dice quello che pensa possa piacere e quando invece davanti hanno una persona che crede veramente in ciò che sta dicendo.
Non serve essere perfetti. Serve essere veri.
E la sinistra più di tutti dovrebbe saperlo, perché è esattamente da lì che veniamo. Veniamo dalle fabbriche, dai luoghi di lavoro, dalle piazze, dalle case del popolo, dalle cooperative, dai quartieri, dalle persone. La sinistra non è nata aspettando che qualcuno bussasse alla porta di una sede. La sinistra andava a cercare le persone, le organizzava, le ascoltava, le coinvolgeva, dava una forma politica a quello che vivevano ogni giorno.
Ed è questo che dobbiamo tornare a fare.
I giovani non conoscono necessariamente un'ideologia politica fino a quando quella ideologia non viene presentata come qualcosa di vicino alla loro vita. Possono non sapere cosa significhi socialismo, ma sanno perfettamente cosa significa avere un lavoro precario, non riuscire a permettersi una casa, voler vivere in libertà, pretendere uno stipendio dignitoso, una scuola che funzioni, una sanità accessibile e la possibilità di costruire il proprio futuro.
È da lì che bisogna partire.
Prima dalla vita, poi dall'ideologia.
Far capire loro che quello che vivono, quello che desiderano e persino ciò contro cui si ribellano può avere già una storia, un pensiero e una proposta politica.
Ed è per questo che mi irrita vedere la destra vantare come proprie qualità che la sinistra dovrebbe conoscere benissimo: leadership, appartenenza, presenza, capacità di provocare, linguaggio diretto, capacità di trascinare. Fenomeni come quello di Vannacci non possono essere liquidati limitandosi a dire che quello che sostiene è sbagliato. Bisogna capire perché viene ascoltato, perché riesce a creare attenzione e appartenenza. Se quello spazio viene occupato dalla destra è anche perché noi lo abbiamo lasciato libero.
E non vedo alcuna ragione per cui la sinistra debba rinunciare a essere più forte, più presente, più diretta, più credibile e più capace di coinvolgere. Non vedo alcuna ragione per cui debba lasciare agli altri il coraggio di parlare alle persone mentre noi continuiamo a parlare di loro.
Non possiamo continuare a parlare dei giovani da lontano. Non possiamo aspettare che entrino nei nostri luoghi e utilizzino i nostri strumenti. Dobbiamo andare a cercarli, ascoltarli, provocarli, accettare di essere provocati e dare loro una ragione per partecipare. Poi dobbiamo avere anche il coraggio di proporre una direzione e persone capaci di rappresentarla.
Perché i giovani, secondo me, hanno ancora una grandissima voglia di politica. Hanno voglia di prendersi la società, di viverla e di sentirsi parte attiva e viva della società.
La domanda è se noi abbiamo ancora voglia di andare a cercarli, stare con loro, capirli e dare loro una ragione per seguirci.
La sinistra non si sforza. E noi socialisti ancora meno.
La sinistra deve rimboccarsi le maniche. E noi socialisti ancora di più.
Stefano Loi
RASSEGNA DELLA STAMPA CORRELATA



REPETITA …alias il precedente intervento del Coordinatore Nazionale del Movimento riferito al mancato invito ai liberalsocialisti da parte della fondatrice Pina Picerno dell'ennesimo nuovo soggetto “Spazio Pubblico”
Ci ha invitati? Io non credo. Io vado dove mi invitano e alla Picierno ho scritto questo.
Giovanni Crema: Carissima Picierno, non c'è bisogno di un nuovo partitino ma di una Costituente federale che dovrà essere l'occasione per dare finalmente una unione alle forze riformiste di questo paese. Per decenni la politica italiana è stata costretta a un bipolarismo che prima ha tramutato gli avversari in nemici di opposti schieramenti, poi ha radicalizzato il dibattito pubblico spostandolo su posizioni spesso meramente ideologiche e nocive all'individuazione di soluzioni concrete a beneficio di tutti i cittadini. La costituente dovrà essere aperta a tutte quei partiti, movimenti, associazioni che si riconoscono nel riformismo, nelle sue diverse declinazioni: liberaldemocratica, socialista, popolare. Sono queste le culture alla base dei valori dell'Unione Europea, è da queste tradizioni che hanno preso origine, nei vari paesi che la compongono, le più importanti stagioni di riforme. Oggi più che mai, nel delicato e drammatico contesto internazionale, abbiamo bisogno di queste culture. Attraverso il processo costituente federativo ciascuno dei soggetti coinvolti potrà contribuire in tavoli di coordinamento che si terranno a tutti i livelli (nazionale, regionale, provinciale). In questo modo, già a partire dai primi appuntamenti elettorali, sarà possibile presentare una proposta politica comune, con l'obiettivo di dar vita, entro le prossime elezioni politiche, ad un nuova proposta politica che rappresenti un riferimento per gli anni a venire. E' quello che in molti stiamo facendo. E' quello che molti di noi stiamo facendo.

Sindaco di Belluno per un quadriennio con il Partito Socialista Italiano, diventa parlamentare dei Socialisti Italiani nel 1996 alla Camera dei deputati, dove guida la componente socialista nel gruppo misto anche dopo la trasformazione in SDI.
Durante la XIV legislatura è presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato[1]. In tale veste fu da lui riscontrato che "la verbalizzazione delle operazioni di scrutinio ha creato problemi che hanno avuto una ricaduta seria sul lavoro della Giunta: i Documenti III, nn. 1[2] e 2[3] - con cui in questa legislatura la Giunta ha proposto l'annullamento delle elezioni di due senatori, ricevendo il conforto dell'Assemblea - hanno fatto emergere gli errori materiali che, in fase di redazione del verbale delle operazioni ovvero di trascrizione dei risultati nel verbale circoscrizionale, possono falsare il conteggio complessivo dei voti conseguiti da ciascun candidato e, conseguentemente, portare alla erronea proclamazione di un candidato diverso da quello che avrebbe titolo ad essere eletto senatore"[4]; perciò sotto la sua gestione la Giunta "richiese quanto meno l'utile trasmissione elettronica dei dati dei verbali circoscrizionali agli uffici parlamentari incaricati della verifica dei poteri, mediante un'omogeneità di ambienti informatici", iniziando una riflessione sull'utilità dell'informatica nell'apparato elettorale per la prima volta confermata "dalla legge di bilancio per il 2018 (al comma 1123 dell'articolo 1). Nella XV legislatura è componente dell'Ufficio di Presidenza della Lega delle autonomie locali. Nel 2005 presenta la relazione parlamentare sul caso Antonveneta e le intercettazioni dei senatori: si trattò della prima riflessione intorno ad una guarentigia "di difficile gestione (vista la natura di atti a sorpresa di queste misure)", riflessione in buona parte confermata dalla successiva sentenza n. 390 del 2007 sulla Legge Boato. Nel 2024 abbandona il PSI per aderire al Movimento Socialista Liberale di Oreste Pastorelli e Mauro Del Bue
NASCE LA FEDERAZIONE DEI RIFORMATORI
Socialisti • Socialdemocratici • Repubblicani • Popolari • Cattolici• Liberali • Civici • Laici
ECCO IL MANIFESTO
PREAMBOLO
L'Italia attraversa una stagione di profonde trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche. La crisi delle culture politiche tradizionali, la crescente sfiducia nelle istituzioni e il progressivo impoverimento del confronto democratico impongono la costruzione di una nuova proposta riformatrice.
La Federazione dei Riformatori nasce per riunire le grandi culture politiche che hanno edificato la Repubblica e accompagnato lo sviluppo democratico del Paese. Non nasce per alimentare nostalgie né per aggiungere un nuovo simbolo al panorama politico italiano. Nasce per ricostruire una cultura di governo capace di coniugare libertà, giustizia sociale, responsabilità, competenza ed europeismo.
L'obiettivo è superare il bipolarismo degenerato in bipopulismo e restituire centralità alla politica, alle istituzioni e all'interesse nazionale.
I. LE NOSTRE RADICI
«Il fiume ritorna alla sorgente» scriveva Pietro Nenni.
Quel ritorno rappresenta oggi il senso della nostra iniziativa politica.
La Federazione dei Riformatori si riconosce nella tradizione del socialismo democratico, del repubblicanesimo, del liberalismo sociale, del popolarismo democratico e della cultura laica dello Stato.
Le nostre radici affondano nell'opera di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, di Giacomo Matteotti, Carlo Rosselli, Giuseppe Saragat, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Riccardo Lombardi, Loris Fortuna, Guido Calogero, Norberto Bobbio, Bettino Craxi, Gianni De Michelis, Claudio Martelli, Claudio Signorile e Rino Formica e nella comune cultura umanistica delle grandi figure culturali e politiche dei Repubblicani, dei Popolari, dei Cattolici, dei Liberali, dei Civici e dei Laici.
Una tradizione che ha difeso la democrazia liberale, il garantismo, l'europeismo, la libertà individuale e la giustizia sociale contro ogni forma di totalitarismo.
Nel segno di Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini intendiamo ricostruire l'incontro tra le grandi culture riformatrici italiane.
II. PERCHÉ NASCE LA FEDERAZIONE
La lunga diaspora socialista e la crisi del riformismo hanno lasciato un vuoto politico che nessuno è riuscito a colmare.
La Federazione nasce per dare rappresentanza a quella vasta area di cittadini che non si riconosce né nella destra sovranista né nella sinistra massimalista.
Non nasce contro qualcuno, ma per restituire centralità alla cultura di governo.
Il nostro avversario politico è il bipopulismo, che ha sostituito il confronto con la propaganda, la responsabilità con la demagogia, il governo con la comunicazione permanente.
III. UN NUOVO RIFORMISMO PER L'ITALIA
L'Italia ha bisogno di una nuova stagione di riforme.
Occorre ricostruire il ceto medio, rilanciare il lavoro, rafforzare lo Stato sociale, ridurre le disuguaglianze, sostenere imprese, innovazione e ricerca.
Il riformismo significa crescita economica accompagnata dalla giustizia sociale.
Non esiste libertà senza sviluppo, né sviluppo senza equità.
IV. SICUREZZA, IMMIGRAZIONE E LEGALITÀ
La sicurezza è un diritto fondamentale.
L'immigrazione deve essere governata attraverso accordi con i Paesi di origine e di transito, controllo dei flussi, rimpatri per chi non ha diritto a restare e reali percorsi di integrazione per chi entra legalmente.
Accoglienza e legalità non sono alternative.
Sono due principi che devono procedere insieme.
V. ENERGIA, INDUSTRIA E TRANSIZIONE ECOLOGICA
La transizione ecologica non può trasformarsi in deindustrializzazione.
L'Italia deve perseguire un mix energetico fondato sulle fonti rinnovabili, sul nucleare di nuova generazione e sul rafforzamento delle infrastrutture strategiche.
L'ambiente va tutelato senza compromettere competitività, occupazione e sviluppo.
VI. L'EUROPA CHE VOGLIAMO
L'Europa deve diventare una vera Unione politica.
Occorre rafforzare il Parlamento europeo, costruire una politica estera e di difesa comune e superare progressivamente il diritto di veto nelle materie strategiche.
L'europeismo non può convivere con il sovranismo.
L'Italia deve tornare a essere protagonista del processo di integrazione.
Il bipolarismo italiano da un lato rende sempre più marginali se non superflue le tendenze riformiste restringendo il suo perimetro al quadrilatero del tavolo di Campo dei Fiori, dall'altro sfoglia la margherita per un'alleanza o meno col movimento razzista e omofobo di Vannacci e così umiliando le tesi liberali e garantiste di Forza Italia. Ma anche al loro interno si succedono posizioni diverse se non opposte relative ai più grandi temi di politica estera. Sul quello della guerra all'Ucraina il campo largo va dalla decisione di non inviare più aiuti militari, da anni ormai sostenuta da Cinque Stelle e Sinistra e Verdi, ai malesseri del Pd che per ora mantiene una posizione solidale con l'Europa, ai più decisi afflati europeisti di Italia Viva e Più Europa. Il centro destra deve invece convivere con le posizioni da sempre filo putiniane di Salvini a quelle decisamente filo russe dell'eventuale alleato Vannacci. Sul versante economico complesso risulta mediare tra le posizioni di Fratoianni che vorrebbe smontare il Jobs Act e di chi, come Renzi, l'ha realizzato, o di chi propone una patrimoniale e poi subito, per questioni elettorali, la ritira. O di chi pensa di rilanciare l'economia a spese dello stato con una operazione da Robin Hood all'incontrario come é stata quella del 110/100, o con un'operazione leghista sulla differenziazione delle regioni che senza un adeguato riequilibrio penalizzerebbe quelle povere.
VII. LE RIFORME DELLA REPUBBLICA
Giustizia, garantismo e riforma della magistratura
La battaglia referendaria per la riforma della giustizia non si è conclusa con l'esito del voto del 22 e 23 marzo. Una sconfitta referendaria non cancella la necessità di una riforma, né può archiviare un confronto che investe la qualità della nostra democrazia. Per la Federazione dei Riformatori non è un addio alle armi, ma l'inizio di una nuova stagione politica e culturale per affermare una giustizia più giusta, più garantista e pienamente coerente con i principi della Costituzione. Il Comitato Giuliano Vassalli ha partecipato a quella battaglia con piena autonomia rispetto ai partiti, mantenendo viva una tradizione socialista, laica e liberale che ha fatto del garantismo uno dei propri tratti distintivi. In quella campagna molti socialisti, insieme a personalità provenienti da altre culture riformatrici, hanno riportato al centro del dibattito pubblico il valore della libertà, della presunzione di innocenza, del giusto processo e della tutela dei diritti del cittadino. L'insuccesso referendario non cancella il valore di quell'impegno, né le ragioni che lo hanno ispirato. L'obiettivo resta quello indicato da Giuliano Vassalli: completare il passaggio da una cultura di impronta inquisitoria, ereditata dal Codice Rocco, a un processo pienamente accusatorio, fondato sulla parità tra accusa, difesa e giudice terzo e imparziale. In questa prospettiva, la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante non rappresenta una sfiducia nei confronti della magistratura, ma una garanzia per i cittadini e una condizione essenziale per rafforzare l'imparzialità della giurisdizione. A ciò si possono affiancare misure operative come l'introduzione di criteri più stringenti e trasparenti per la valutazione professionale dei magistrati, la riforma del sistema disciplinare per assicurare maggiore responsabilità e la revisione delle modalità di accesso e progressione nelle carriere, in modo da ridurre il rischio di corporativismi. Il referendum ha evidenziato una forte polarizzazione politica che ha spesso oscurato il confronto sul merito delle riforme. Eppure ha fatto emergere, con altrettanta chiarezza, l'esistenza di problemi strutturali non più rinviabili: la piena attuazione del giusto processo, la durata dei procedimenti, il fenomeno delle ingiuste detenzioni, la tutela effettiva della presunzione di innocenza, il riequilibrio dei rapporti tra accusa e difesa, il funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura e la necessità di ricondurre ogni protagonista istituzionale al rigoroso rispetto del proprio ruolo. In questo quadro, interventi concreti potrebbero includere la digitalizzazione integrale dei procedimenti per ridurre i tempi della giustizia, l'introduzione di limiti più rigorosi alla custodia cautelare e il rafforzamento degli strumenti di indennizzo per le vittime di errori giudiziari. La Federazione dei Riformatori considera la riforma della giustizia una delle grandi riforme dello Stato. Essa dovrà garantire, insieme, l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, la responsabilità nell'esercizio delle funzioni, la piena tutela dei diritti dei cittadini e un ordinamento capace di coniugare legalità, efficienza e garanzie costituzionali. Solo così sarà possibile ricostruire un rapporto di fiducia tra giustizia e cittadini e completare quella stagione riformatrice che Giuliano Vassalli aveva avviato e che il Paese attende ancora di vedere pienamente realizzata.
Riforme costituzionali e istituzionali
La Federazione dei Riformatori considera indispensabile una nuova stagione di riforme istituzionali e costituzionali. Da oltre trent'anni il Paese discute della necessità di modernizzare l'assetto della Repubblica. Dai progetti promossi dai governi di Silvio Berlusconi alla revisione costituzionale proposta da Matteo Renzi, fino al premierato sostenuto dal governo di Giorgia Meloni, tutti i tentativi sono falliti perché trasformati in uno scontro politico e in un referendum sul governo del momento. Le riforme costituzionali non possono appartenere alla maggioranza di turno. Devono nascere dal più ampio consenso parlamentare e culturale possibile. La Federazione propone istituzioni più efficienti, un Parlamento restituito alla sua centralità, una legge elettorale capace di coniugare rappresentanza e governabilità, il rafforzamento dei contrappesi democratici, una giustizia autonoma e imparziale e un equilibrio tra i poteri dello Stato coerente con i principi della Costituzione repubblicana. Le regole della democrazia appartengono all'intera comunità nazionale e non possono diventare terreno di scontro tra maggioranza e opposizione.
VIII. UNA NUOVA CULTURA DI GOVERNO
La Federazione dei Riformatori vuole contribuire al rinnovamento della politica italiana.
Non intende essere una forza di testimonianza né una semplice aggregazione elettorale.
Vuole costruire una nuova cultura di governo fondata sulla libertà, sulla responsabilità, sulla competenza, sul garantismo, sulla laicità dello Stato, sull'europeismo e sulla giustizia sociale.
Il socialismo riformista non guarda al passato con nostalgia.
Guarda alla storia come patrimonio da cui ripartire.
La sua ambizione è costruire il riformismo del XXI secolo.
Superare il bipopulismo.
Restituire dignità alle istituzioni.
Rimettere al centro la persona, il lavoro, la libertà e la Repubblica.

Questa è la ragione della nascita della Federazione dei Riformatori.
Vittoria Amendolia, Salvatore Andò, Umberto Costi, Giovanni Crema, Cinti Luciani Rita, Angelo Coco, Mauro Del Bue, Regina Deramo, Corrado De Rinaldis Saponaro, Pamela Falchi, Paola Fanfarillo, Eugenio Fusignani, Biagio Marzo, Ursula Masciarri, Federico Novelli, Claudio Maria Ricozzi, Oreste Pastorelli, Luciana Sbarbati, Rita Strapatelli, Alfredo Venturini.
CHIOSA EDITORIALE:
“ EPPUR SI MUOVE….
Così si può vagamente titolare una file dedicato alla sommatoria di segnali provenienti da un'area di pensiero e di progetto che resta al di fuori dei poli contrapposti. Alla ricerca, come auspichiamo noi da anni, non già di approdi di convenienza, secondo gli schemi correnti, bensì di un percorso di consapevolezze mirante ad una convergenza delle voci e delle testimonianze liberaldemocratiche, laburiste e laiche, interessate ad armonizzare le basi di lettura del contesto corrente in vista di un progetto riformista. Allo stato delle cose, il percorso indicato è percepibile, se non proprio per gli annusamenti, per intenzioni che sarebbero potenzialmente feconde e costruttive.
Si procede verso un Terzo Polo, di cui appare percepibile la volontà di non stare dentro gli altri due senior players. Si percepisce anche una predisposizione riformista in enucleazione. Ma questo Terzo Polo nascerebbe monco (e non solo nelle dimensioni) se escludesse l'apporto della componente socialista e la volesse metabolizzare in condizioni manifestamente subordinate ed insignificanti. Nelle prossime ore sapremo di più ed affronteremo una disanima ampia.”
Cosi chiosavamo solo qualche giorno addietro un precedente editing dedicato “ai lavori in corso” nell'ampio e, diciamolo pure, contesto di riposizionamenti delle “offerte” politiche.
Molte delle quali rispondono manifestamente all'impulso di smarcarsi dalle obsolescenti posture per trovare nuovi approdi.
E' il caso, visto che lo abbiamo ampiamente citato, dell'abbandono del PD da parte di Pina Picerno. Uno dei tanti abbandoni della “casa madre” non indiziabile di “idealismo”.
Più netta ed ampiamente ascrivibile ad un giustificabile progetto di “sparigliare” significativamente le carte in quel contesto definito (e non sempre fattualmente) “terzo polo” la transizione del bacino riformista. Che si presenta “unta” da ben altri propositi di quelli correnti manifestamente ispirati da pulsioni “mercantilistiche”.
L'EdP non sarà mai “organo” di “ditte” strutturate. Ma lasciate all'autore della presente chiosa il diritto di affermare di identificarsi molto con tutto l'impianto e l'ispirazione del Manifesto della Federazione dei Riformatori.
Tracciare simmetrie con precedenti di “peso” come la Conferenza di Rimini del PSI potrebbe essere eccessivo. Più congrua ci pare la simmetria con la Conferenza di Bertinoro del 2008, da cui scaturì il progetto di aggregazione della sinistra riformista (uccisa nella culla dal nascente PD e dal suo leader Veltroni). Insomma sapremo solo vivendo. E per quanto ci riguarda vogliamo assolutamente vivere ancora ed impegnarci in questo progetto. Mettendo a disposizione dei nostri lettori le seguenti riflessioni, finalizzate a “caricare” le ragioni dell'apporto socialista alla convergenza. Riflessioni che non possono in alcun modo non rivisitare il senso dei percorsi del recente ciclo politico.
La caduta del Muro innescò presagi fecondi circa il consolidamento e l'estensione a macchia d'olio del modello liberaldemocratico. Nell'auspicio che si sarebbe stabilmente installato nei preesistenti contesti "a democrazia popolare" contestualmente al "mercato" nella formula di apertura al sociale. Fukuyama arrivò a teorizzarne l'irreversibilità. L'obsolescenza del ciclo della globalizzazione, invece, più che ne preconizza ne sancisce il definitivo fine corsa. In cui appare evidente la simmetria tra il modello liberaldemocratico e tutto quanto conseguito alla fase postindustriale. Per invertire l'archiviazione del combinato liberaldemocratica ed economia aperta, il Nobel Daron Acemoglu teorizza il modello di un liberalismo per le classi lavoratrici, un working class liberalism. Saldando il portato e i capisaldi di ciò che furono il New Deal nordamericano e la socialdemocrazia europea (espressa sia dalla cultura della sinistra riformista sia da quella cristiano sociale). Se si pone in questo radar la ricerca di forte contrasto all'insorgente sovranismo, recante la mission di archiviazione del liberalismo politico ed economico, non v'è chi non veda il percorso obbligato di ricerca di un riformulato modello a valere quanto meno per l'Occidente Europeo. In particolare per i Paesi di testa ad antico insediamento liberaldemocratico e riformista
Le linee progettuali conseguenti a tale scaturigine non possono che essere incardinate, secondo Acemoglu nella sintesi declinata in una recente edizione de La Lettura Corsera ed articolata in cinque sfide: riaffermazione dei principi fondativi della liberaldemocrazia, riscoperta dei valori comunitari, costruzione di identità e valori condivisi attraverso procedure deliberative "dal basso" e concretamente inclusive, profondo rintracciamento del valore prioritario di rango costituzionale sia del lavoro (a cominciare dalla creazione stabile di "buoni" posti e tutelati da politiche di concertazione e adeguatamente retribuiti), dal riconoscimento del "merito" e dalle prerogative di "compartecipazione" almeno nel controllo degli indirizzi strategici, dal rilancio di un nuovo welfare finalizzato all'immediato riavvolgimento della spinta privatistica e al rilancio di un modello in grado un universale ed effettivo diritto alla cura della salute, incardinato nel modello pubblico che preveda forme di gestione istituzionale territoriale e di compartecipazione sociale dal basso di profilo mutualistico.
Ora, seguendo il filo logico dell'analisi dell'economista/sociologo da fama mondiale, non v'è chi non veda l'inaggirabilità di un percorso teso a restituire, nella cornice di ripudio di qualsiasi concessione a populismi massimalismi di sinistra e per converso di piena testimonianza del riformismo, politico e sociale, piena cittadinanza e ruolo attivo ai ceti (ulteriormente) periferizzati dal portato della globalizzazione portatrice di un capitalismo ultrafinanziarizzato. Consapevolezza che deve necessariamente portare ad un radicale ritracciamento del profilo teorico e progettuale di un soggetto politico militante fortemente radicato nei perni della liberaldemocratica progressista. Può e deve essere questo l'abbrivio per una ripresa di ruolo attivo, riconosciuto e determinante di tutte le risorse di cultura politica e sociale attualmente racchiuse nei perimetri delle diaspore e delle marginalizzazioni