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La sinistra e la questione socialista /35

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  27/03/2024

Di Redazione

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Contrordine compagni

L'editoriale Mauro Del Bue del 18 marzo 2024

Non voglio polemizzare con compagni e amici coi quali ho condiviso l'amore per una tradizione, ma anche tante delusioni e frustrazioni. Non voglio neppure puntare il dito sul segretario e sul gruppo dirigente di un piccolo partito invisibile, non da ora per la verità, e che s'illude d'esser vivo, ma da trent'anni é invece morto, come quella vecchietta di una bella canzone di Brel. Non voglio neppure nascondermi dalle responsabilità della mia generazione che ha seminato l'obiettivo di un'impossibile sua resurrezione. Vorrei solo aprire una discussione serena almeno con coloro che sanno distinguere la polemica personale da quella politica. Mi atterrò scrupolosamente a quest'ultima. Premetto che non ho informazioni di prima mano e le attingo solo dalla lettura dei giornali. Ho scritto un editoriale molto duro a causa della opzione, confermata dai più, di aderire a una lista con Fratoianni, che avrebbe decisamente snaturato l'essenza delle scelte politiche del Psi degli ultimi cinquant'anni. Pare, oggi, che questa scelta sia stata scartata a causa dell'indisponibilità dei rossoverdi a inserire nel simbolo quello del Psi. Personalmente. al di là del simbolo, ritengo che questo accordo dovesse saltare per inconciliabilità dei contenuti, ad esempio in politica estera e sullo stesso ruolo dell'Europa. Invece per la mancanza del simbolo ci si é subito spostati da Fratoianni a Emma Bonino, sposando il suo appello, raccolto da Matteo Renzi, al fine di dar vita a una lista definita “Stati uniti d'Europa”. Accipicchia, da Fratoianni a Renzi il passo é lungo assai. Ma tant'è. Il punto politico é però un altro. Per anni si é voluto dare l'ostracismo a chi parlava di terzo polo, e in particolare di accordo con Renzi (addirittura si é definito tecnico e non politico il gruppo senatoriale, voluto da Riccardo Nencini, del Psi con Italia viva, per paura di essere contaminati dal renzismo). E adesso con Renzi si vuol fare addirittura una lista. Il cambio di linea é evidente. Verrebbe voglia di dire che si é sposata la mia linea, quella che io stesso avevo esposto al congresso, quella che era contenuta nel mio editoriale sull'Avanti dal titolo “C'erano altre strade”, pubblicato all'indomani delle fallimentari elezioni, quella che era in fondo contenuta nell'ordine del giorno presentato da Ugo Intini, messo in minoranza al consiglio nazionale in cui si produsse la spaccatura. Questa nuova scelta (o giravolta) viene compiuta proprio da coloro che l'avevano osteggiata. Non ho nessuna difficoltà a sostenere che anche Calenda dovrebbe aderire all'appello di Emma Bonino, superando le pregiudiziali personali. Ho difficoltà a capire, se non le si motivano politicamente, le ragioni di un profondo mutamento di linea, che ha zigzagato tra la volontà di presentare alle europee il simbolo del Psi, il desiderio di lanciare la lista del socialismo europeo, col Pd evidentemente, la scelta di estrema sinistra e infine quella del polo con Renzi. Capisco che bisogna fare di necessità virtù. Ma così, con questi bruschi e immotivati cambiamenti di linea e di alleati, senza il pur minimo accenno di autocritica, non é troppo?

Elezioni europee. Incoraggiare un nuovo soggetto politico

Gli affanni politici che stanno arrovellando l'area socialista in vista delle ormai prossime elezioni europee, confermano, per l'ennesima volta, i limiti e le inadeguatezze delle singole attuali componenti socialiste.

Il Direttore del quotidiano online La Giustizia, elenca i vari cambiamenti di linea del PSI, senza aggiungere anche quello della neo Associazione socialista liberale, improvvisamente contraria al patto elettorale con Più Europa, Italia Viva e Volt,

(senza Azione), dopo averlo proposto in più occasioni (comprendente Azione). Al momento il PSI di Maraio, dopo averlo tanto osteggiato, pare deciso a sancire il patto elettorale coordinato da Più Europa, mentre il gruppo politico di Del Bue, parteciperà alla costituzione della lista di Calenda, insieme con i Popolari Riformatori ed ai Repubblicani.

Nell'area socialista quindi, due concorrenziali accordi elettorali, alla apparenza entrambi privi di riferimenti politici comuni in Europa e sostanzialmente dettati dall'obbiettivo di superare la soglia dello sbarramento elettorale.

Il tema delle alleanze variabili continua a dividere le organizzazioni socialiste, da decenni vanamente alla ricerca di un progetto unitario che riscatti la storia del riformismo e delle conquiste sociali del socialismo italiano.

A distanza di un trentennio dalla dissoluzione del Partito socialista italiano di Turati, Matteotti, Nenni, Pertini, Lombardi e Craxi, oltre ai doverosi richiami dei protagonisti del passato, vanno modernamente riattualizzati, soprattutto, gli ideali del socialismo democratico e liberale.

Serve chiarezza nei principi ispiratori, nei programmi e negli obiettivi da perseguire a livello Nazionale, come a quello Regionale e Comunale, negli ambiti principali: istituzionali, economici, socio-sanitari ed ambientali.

Servono comportamenti coerenti per cui senza un proselitismo sufficiente a presentarci direttamente alle competizioni elettorali, vanno evitate candidature, in

rappresentanza della tradizione socialista, ospitate in altri Partiti.

Credibilità e rappresentatività andavano meritate, per esempio, nella raccolta delle firme per la presentazione delle Liste alle europee (minimo 30.000 e massimo 35.000 elettori) anziché accettare scelte più comode, certamente meno dignitose.

Nella diaspora socialista, è mancato il coraggio, di convenire sulla formazione di una lista a trazione socialista, autonoma, aperta alle sensibilità laiche, civiche ed ambientaliste, aderente al PSE e saldamente ancorata nel campo del centro sinistra.

Una scelta certamente controvento, che non averla compiuta porrà ai socialisti delusi dalle opzioni in campo, diversi interrogativi nella espressione del voto.

Personalmente ritengo ragionevole sostenere chi nelle prossime settimane, più esplicitamente assumerà l'impegno di proseguire anche all'indomani delle elezioni, la valorizzazione unitaria delle culture politiche sopra citate fino alla nascita di un nuovo soggetto politico.

Virginio Venturelli, 23 febbraio 2024, Crema
Virginio Venturelli, 23 febbraio 2024, Crema

Militanze a porte girevoli

Quando ce vo ce vo… massì concedeteci un incipit liberatorio. Liberatorio di un gravame relazionale sostenuto da un galateo ispirato dalla volontà di non produrre cocci lungo il percorso di uno sforzo immane di convergenza.

Adesso ci siamo stufati! E continueremo questa narrazione, sempre con il necessario tatto che discende dal pieno convincimento del valore superiore del confronto dialettico. Ma anche con la franchezza, che, a questo punto, diventa il requisito fondamentale per il prosieguo.

Gli importanti contributi di Del Bue e Venturelli hanno ben incardinato i perni di un'analisi che, per essere feconda, non può sfuggire alla fattualità.

Quotidianamente, la mattutina hegeliana preghiera laica rappresentata dalla lettura dell'informazione, cartacea e digitale approda ad un personale “mattinale”con cui con generosità (ma anche con interessata aspettativa di riscontro) segnaliamo ed inviamo copia di un reader's digest  fai da te, applicato ad evidenze giornalistiche (quasi sempre focalizzate sulla materia per noi elettiva, vale a dire l'approfondimento della materia che coincide con la giurisdizione di questa rubrica (La sinistra e la questione socialista).

Un gesto, il nostro, indirizzato ad un parterre di attenzioni trasversali e, non, come si potrebbe sospettare, all' audience scontata della riserva dei veterans della militanza socialista che fu.

D'altro lato, che l'argomento socialista da tempo non buchi l'audience è scontato. Anche se, andrebbe aggiunto, non si arrischiano sputacchi e additamenti al pubblico ludibrio delle tricoteuses dei bei tempi del giustizialismo, diciamo che la soglia di attenzione tematica, continua ad essere molto sotto il minimo sindacale, pur sorprendentemente non è esattamente da elettroencefalo piatto. Ed è questa la ragione principale che la nostra testata sta sul pezzo.

Riprendendo il filo narrativo, confidiamo la sorpresa che ha suscitato in noi l'apparizione nel nostro personale asset digital-relazionale il crescente quesito “ma i socialisti di Cremona cosa fanno alle prossime elezioni?”.

Quesito, che messo così brutalmente, lo confessiamo, mette a repentaglio i nostri percorsi di ragionamento, diciamo, non esattamente ispirati alla stringatezza.

Ci sarà pure una minima ragione se col default del modello di militanza rappresentato dai partiti storici e con il contestuale franamento del partito in cui abbiamo militato per decenni (anche con ruoli di responsabilità) abbiamo deciso di continuare la testimonianza ideale in altra forma (pur, come suggerirebbe Von Clausewitz, continuandola).

Altri (come nel loro diritto) hanno intravisto e rinvenuto nei nuovi scenari le condizioni, in termini di modello di agibilità della prerogativa e di coerente aderenza ai convincimenti del passato, per proseguire.

Noi abbiamo preferito il versante dell'impegno rappresentato dall'approfondimento e dalla divulgazione del profilo storico e culturale dei nostri ideali.

Neanche lontanamente sentendoci in difetto rispetto a dei doveri di coerenza per ideali che sentiamo (per noi) intramontabili e fecondi dal punto di vista dell'attualizzazione nei contesti contemporanei.

C'è stato, invece, chi, come abbiamo premesso, si è “accasato” nei nuovi contenitori messi a disposizione dal convento e si è reinventato un futuro. E pazienza se il “nuovo” era ed è esattamente antitetico a tutto quanto propugnato nel ciclo precedente.

Non proprio “eroi” ma ci gratifica l'assimilazione al profilo dato da Stajano alla fattispecie borghese, nel senso di “Gente sobria, allergica alle esibizioni, benestante ma non ricca, senza eccessi, un eroe borghese” Stajano.

E dato che siamo su Stajano (autore di Patrie smarrite), non possiamo perdere l'assist che rimanda al perno motivazionale che per alcuni fa da innesco al rinnovo della militanza di vecchio stampo e che per altri indirizza il gognometro sul terreno di ineludibili consapevolezze.

Si tratta, appunto, del richiamo al patriottismo (nel senso di Partito).

Patrie che diversamente da quelle di Stajano non solo, nonostante siano state spianate, non vengono smarrite; ma anzi vengono rimpiante e ricercate come impossibili pratiche rianimatorie. Se sono apprezzabili il richiamo alla coerenza idealistica e la rivendicazione del "servizio" reso, sgomentano l'astrazione dai mutati contesti. In cui dovrebbero rimaterializzarsi sistemazioni teoriche messe a punto decenni addietro e soprattutto format militanti collaudati e praticati in epoche relativamente remote ma che, in considerazione dei profondi mutamenti, sono simili a cicli storici. La presente analisi si riferisce ad una benevola interpretazione di un afflato idealistico le cui radici affondano in nostalgie giustificabili ma dai percorsi pratici e dagli esiti infecondi. Interpretazione questa applicata alla benevola comprensione del sentiment che è alla base di una militanza agée che non tradisce, ma che, priva di "drizzoni" realistici, ha poche se non nulle chances di valicare la linea della praticabilità.  Diversa, invece, la fattispecie del nostalgismo di chi ci marcia. Per un non idealistico calcolo di utilità marginale, come si dice in scienza economica. Per raschiare il fondo del barile, per intercettare, col brevetto di una storia virtuosa ma destinata a non ripetersi, di un brand fatto di simbolo e di denominazione, di aggregato militante fatto supporre ma praticamente polverizzato, infinitesimali aliquote di royalties da rango del passato e di, si sa mai, da dividendi da attualizzazione della partnership maggioritaria. In cui anche gli zero virgola hanno una loro logica, al netto ovviamente dell'irrilevanza dell'apporto progettuale. Invertendo la logica morettiana, è doveroso esserci. In contrasto con l'asse di un pregresso fatto più di luci che di falle, ma comunque antitetico alle attuali posture. Prive di afflati idealistici e sorrette solo da imperativi "gestionali". Neanche dalle regole della vecchia "partitocrazia" che per la sinistra erano incardinate nelle pratiche della nomenklatura. Asfaltati i movimenti popolari, tra cui lo storico PSI, sono rimasti e vengono massimizzati i tratti comportamentali di oligarchie molto simili alle "ditte". Paradossalmente questo vale anche (o forse, soprattutto) per gli zero virgola che, a colpi di congressi e comportamenti farlocchi, detengono stretto il brevetto del nome, del simbolo, della quota del 2/°°° (perché, per quanto piccola, c'è e fa comodo per le spesucce) e, con poca dignità e rispetto per il passato di cui si dichiarano eredi, rivendicano, in cambio della concessione del brand, dividendi di eletti, infinitesimali ma agognati dai piccoli autocrati alla guida del "partito". Una logica da Ghino di Tacco. Mentre, invece, lo stato cachettico, per non dire irreversibilmente comatoso del bacino che si ispira ai valori fondamentali liberaldemocratici e laburisti, suggerirebbe, anzi imporrebbe, uno generoso sforzo corale di armonizzazione e di convergenza verso l'attualizzazione di un organico progetto di riformismo.

Ecco, cari interlocutori interroganti, cosa rispondiamo all'interrogativo riguardante la nostra collocazione di fronte al filotto della chiamata alle urne che é alle viste.

Il cui approssimarsi non darà scampo ai menoni, come vengono definiti i propensi a sfuggire al dunque. Perché al dunque ci troveremo di fronte anche noi. E, nonostante la disaffezione al richiamo militante, non sarà mai che diserteremo. Anche se è molto prematura qualsiasi endorsement sul piano tecnico dell'opzione.

Di sicuro, non ci faremo irretire dalle lusinghe o dai richiami dei due “gatto-volpe”, fatti di patriottismi di storia, simbolo, nome.

Indirizzo, questo, che varrà per il voto europeo e per il rinnovo della consiliatura comunale. Insomma (per dirla in termini un po' lievi) non abbiamo nessuna intenzione di emulare la coppia cliente di un agente immobiliare. Con quel loro granitico “mi raccomando, non facciamoci prendere dall'entusiasmo. Entriamo, guardiamo e ne parliamo dopo.” Si sigilla le labbra. Entrano nella location, guardano estasiati e cadono lunghi distesi.

Ci interessa, invece, molto restare nel perimetro di riflessioni che riguardano le problematiche dai contorni difficili quando non drammatici, reali, destinati ad aggravare lo "zoccolo" dell'equilibrio sociale e la tenuta del modello liberaldemocratico. E non sarà l'impulso regressivo al ritorno al massimalismo populistico, condito dal supporto della sintassi narcisistica, ad invertire una palpabile tendenza all'aggravamento della condizione dei ceti fragili (che ormai è giunta a limitare le risorse per tutti) e a riscrivere un futuro che pensavamo definitivamente ridefinito dalla lunga stagione del riformismo. Di fronte a tutto ciò i testimoni del socialismo liberale e laburista non possono non rigettare l'opzione, che invece ipnotizza i sostenitori del populismo di sinistra e dei cosiddetti campi larghi e che si ispira alla definizione recentemente data da Benasayag “cette douce certude du pire”.

La risposta congrua della “famiglia socialista” (e dei famigliari nazionali che ad essa si richiamano) non può non risiedere nella messa a punto di un progetto ispirato dal senso di un futuro aperto. Che abbia come elemento centrale una recovery, che si ponga l'obiettivo di invertire la totale, drammatica assenza di un progetto che almeno evochi l'intenzione, se non proprio come si dovrebbe, di invertire la regressione, sociale che allarga la forbice tra privilegiati e negletti (per troppo tempo lasciati crogiolare nell'oppio del consumismo) e civile che conculca sempre più la partecipazione dei ceti popolari. 

Tutto il resto è, come dimostrano i percorsi indirizzati alla ricerca di asset elettorali, roba da porte girevoli.

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