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Sarà questo il logo combinato destinato a griffare (speriamo …ripetutamente e ogniqualvolta se ne presenterà l'opportunità) la rubrica dell'editing in versione digital di saggi già approdati al cartaceo e o in attesa di approdarvi. Nell'ovvio intento di contribuire all'ottimizzazione della filiera coi potenziali lettori. Con il che crediamo di aver dato un taglio netto alla mai sopita diatriba sulle modalità di diffusione del sapere, in particolare in iscritto.
Ovviamente (non foss'altro che per ragioni generazionali, che in ogni caso non collidono con la propensione alla permeabilità delle nuove tecnologie) personalmente prediligiamo ai fini della lettura il cartaceo (nel senso che ci piace associare, dalla” preghiera laica” mattutina in poi, il gesto della lettura al gesto della palpazione del veicolo). Quanto premesso, perso dal lato della buona intenzionalità, ci accredita (e non contraddittoriamente) come potenziale user di tutte le modalità (compresa, non potendo farne a meno e nell'intento di potenziare gli accessi all'apprendimento, quella “social”). Est modus in rebus (come verrebbe di dire)…D'altro lato, se ci fossimo impiccati all'albero del cartaceo o niente, avremmo chiuso i battenti. Mentre, com'è evidente, abbiamo continuato la mission editoriale nelle modalità consentite dai tempi. Al punto che, a dispetto delle impermeabilità della governance municipale (refrattaria a favorire qualsiasi nostro progetto di salvaguardia delle fonti che riguardano la storia politica), non abbiamo ancora dismesso l'idea di digitalizzare tutta la produzione della nostra testata, che va dal 4 gennaio 1899 all'ultimo numero del settembre 2010.Paradossalmente (come abbiamo ripetutamente esternato) non ci sarebbe impegno di spesa. Basterebbero un supporto ideale e un coordinamento. Che, in questi trent'anni dalla scomparsa del nostro più significativo “maestro” Zanoni (al quale la Civica Amministrazione dovrebbe riconoscenza non solo per la significativa impronta civile ed ideale ma anche per la generosissima “donazione” post mortem), non si sono mai appalesati o espressi concretamente.
Per quanto ci riguarda, non cambieremo percorso. Che vuole continuare ad essere fecondo e collaborativo; sul terreno della diffusione del pensiero critico e della cultura storica come base della salvaguardia delle fonti e della diffusione/attualizzazione.
Fa fede di questa nostra determinazione il “contributo” dell'amico e collega Mario Silla. A giusto titolo definibile l'”ultimo dei mohicani” della difesa della stampa libera. Sulla prima pagina della nostra ultima (per adesso, s'intende!) il suo saluto era quello che sotto riportiamo:

81°Liberazione–80°Repubblica

Galli, Pier Carlo Galli, Laura ed Ivan Gandini, Teo Scalmani, Giuseppe Sorini, Anna Spelta, Franco Stellari, Giuseppe Stellari, Franco Verdi, Carmen Tiranti, Alessandro Zanisi, Tiziano Zanisi. Un ringraziamento particolare va a Mauro Cimaschi, che ha seguito con vera dedizione la redazione del presente testo. “...affinché gli eventi passati non cadano col tempo in dimenticanza tra gli uomini né si perda la memoria delle imprese grandi e degne di ammirazione...”
(Erodoto)
INDICE
Ai lettori 7
PARTE I - Un paese nella bufera del '900 11
Appendici parte I 53
I prigionieri di guerra
Eroi in Spagna
Il Patto di Castelleone
Guido Miglioli
Note
PARTE II - Il coraggio di scegliere 71
Appendici parte II 83
I carabinieri e Fausto Cossu
Il Campo di concentramento di Bolzano
La Todt
Don Luigi Carini e i cappellani partigiani
Antonio Piacenza, la Rocca d'Olgisio e la strage di Strà
Note
PARTE III - Sdegnosi di essere oppressi e di farsi oppressori 107
Appendici parte III 155
Omaggio a “Giorgio”
Virgilio Brocchi
Il Proclama di Alexander
Un documento unitario sulla democrazia progressiva
Note
I DINTORNI 173
CONCLUSIONI 187
GLOSSARIO 191
BIBLIOGRAFIA 195
Nella primavera del 1945 terminava, in Europa, la Seconda Guerra Mondiale ed il Movimento di Liberazione dal nazifascismo trionfava nelle città e paesi dell'Italia centro-settentrionale. Nel meridione d'Italia, già da qualche mese gli Alleati avevano cacciato tedeschi e fascisti. Dopo poco tempo sarebbe stato reso noto al mondo l'orrore dei Campi di sterminio. Le macerie, materiali e morali, erano ovunque. Eppure, tutte le testimonianze parlano della voglia di ripartire, di ricostruire, di cambiare; dell'entusiasmo in tanti casi. Certo, la ragione prima era la fine del conflitto ed il normale desiderio di ricominciare a vivere che sempre c'è dopo grandi sciagure. Vi era, però, in Italia, qualcosa in più: la consapevolezza in molti di aver compiuto una notevole impresa, di essersi liberati dalla dittatura e dall'oppressione straniera; di aver salvato l'onore dell'Italia, sconfitta in guerra ma riscattata dalla Resistenza; di costruire, finalmente, una società più giusta, in cui diritti civili e sociali potessero valere anche per i più deboli e poveri. Sentimenti, questi, che non appartenevano ad una piccola minoranza ma a tantissime persone, provenienti da mondi diversi: operai e contadini, casalinghe e professionisti, impiegati ed artigiani, giovani ed anziani. Persone che, soprattutto negli ultimi anni di guerra, avevano “aperto gli occhi”: la guerra e l'occupazione nazista, la fame, le deportazioni, le violenze avevano provocato la caduta delle illusioni profuse dal fascismo e risvegliato le coscienze di tanti. Le parti in conflitto non erano sullo stesso piano: vi erano le vittime ed i carnefici, gli oppressi e gli oppressori. I torti e le ragioni non erano un po' di qua ed un po' di là e brave persone e delinquenti equamente distribuiti. La parte sbagliata, quella delle torture, dell'antisemitismo, dello sterminio dei “diversi”, resta sbagliata anche se qualche persona perbene l'ha scelta in buona fede. Pur con tanti limiti, coloro che si opposero al fascismo ed
al nazismo fecero assolutamente la scelta giusta, morale e politica. Non solo i partigiani in armi (che restano i principali protagonisti della Resistenza), ma a tutti coloro che li aiutarono o che si opposero, in forme diverse, al Regime, senza i quali (o le quali) i partigiani mai sarebbero riusciti nel loro intento. La “Resistenza civile” delle famiglie, delle donne soprattutto, fu fondamentale. Come fondamentale fu il rifiuto, da parte di centinaia di migliaia di soldati italiani prigionieri in Germania, di arruolarsi nelle SS italiane o nell'esercito della “Repubblichina” di Salò. E fondamentale fu il boicottaggio della produzione bellica da parte di operai ed impiegati così come il progressivo schierarsi generale della Chiesa contro fascismo e nazismo. Fondamentale, più in, la volontà diffusa in tutte le categorie sociali di farla finita con i soprusi, le angherie, le terribili violenze di fascisti e nazisti. Antifascismo e Resistenza non sono pertanto patrimonio di una fazione, ma della Nazione. Ad agire contro la dittatura e l'oppressione furono socialisti, comunisti, democristiani, azionisti, liberali, monarchici e tantissimi senza partito. Ci furono molte donne e tanti militari, dagli alpini ai carabinieri. I soldati che presidiavano l'isola greca di Cefalonia vennero fucilati, dopo essersi arresi, per essersi opposti ai tedeschi. Nuto Revelli,
Primo Levi ed altri che vissero in prima persona il dramma di quei tempi si chiesero spesso se valeva la pena scrivere di quel periodo, delle brutture, degli orrori e delle miserie. Risposero sempre che sì, ne valeva la pena, anche se ricordare provocava dolore. Senza memoria storica scritta la pur importante memoria orale dura al massimo il tempo della vita dei protagonisti. Anche il presente lavoro risponde a questa logica: mettere per iscritto eventi, nomi, idee di un periodo fondamentale per il nostro presente e per il nostro futuro. Eventi, nomi, idee del periodo che va, a Castelleone (e dintorni), dagli anni Venti del Novecento alla Liberazione, con particolare risalto agli anni della Resistenza, anche se mi è parso necessario iniziare dal primo Dopoguerra, “incubatore” di ciò che è successo dopo. Non sono partito da ipotesi per poi trovare gli elementi di dimostrazione. L'intento iniziale era essenzialmente di trarre dall'oblio fatti importanti, donne ed uomini protagonisti della nostra storia. Procedendo nello studio, compulsando archivi e confrontando dati, mi sono però accorto che dall'esame della storia di Castelleone e dei paesi vicini emergevano, soprattutto
per quanto riguarda la Resistenza, elementi interessanti più in generale. Il numero dei partigiani, ad esempio, o il ruolo dei cattolici. Ho riassunto nelle “Conclusioni” quanto mi è sembrato di ricavare da questo viaggio tra carte e testimonianze. La ricerca è stata condotta su documenti d'archivio, libri, memorie pubbliche e private, testimonianze, con rigore critico ed il massimo di obiettività possibile. Se vi sono errori, sono stati commessi in buona fede. G.C.C.
PARTE I
Un paese nella bufera del '900
Dopo la Grande Guerra1
La Prima Guerra Mondiale aveva lasciato ovunque uno strascico di lutti e rovine. Tra il 1914 ed il 1918 settanta milioni di uomini di un gran numero di Nazioni si trovarono coinvolti sotto le armi. Più di sedici milioni furono i morti ed oltre venti milioni i feriti ed i mutilati. L'Italia aveva avuto 600.000 morti e 100.000 fra mutilati ed invalidi, su circa cinque milioni di giovani chiamati alle armi. I caduti in provincia di Cremona erano stati 6381. A Castelleone, paese allora prevalentemente agricolo di circa novemila abitanti (come risulta dai vari censimenti condotti nel corso degli anni di cui trattiamo), su circa 2000 uomini chiamati alle armi fra il secondo semestre del 1914 ed il primo del 1919, 226 erano morti sul campo, in prigionia o in ospedale per cause di guerra, 487 erano stati feriti, 78 mutilati ed invalidi. 233 risultavano gli orfani di guerra. Se ci pensate, quasi tutte le famiglie del paese erano state toccate dalla guerra. In alcuni casi in maniera spaventosa: in guerra erano deceduti tutti e tre i fratelli Gioia (Alessandro, Guglielmo e Sante), cui è dedicata una via, due dei fratelli Bellandi, Bertolazzi, Boffelli, Brocca, Casali, Gazzoni, Loveriti, Mancastroppa, Panigada, Pozzoli, Rizzi, Severgnini, Vagni. La situazione economica generale era disastrosa: il Bilancio dello Stato in grave deficit, la disoccupazione alle stelle, la povertà devastante. Senza l'aiuto finanziario americano la crisi sarebbe stata anche maggiore. Inoltre, anche se giornali ed autorità poco ne parlavano, infieriva una epidemia, chiamata impropriamente “spagnola” (solo per il fatto che in Spagna, Paese non belligerante e quindi con una censura inferiore a quella dei Paesi in guerra, i giornali ne avevano dato notizia prima che altrove), che mieteva vittime a non finire (a Castelleone, come quasi ovunque, niente funerali pubblici e niente suono delle campane ad annunciarli).
A tutto ciò si aggiungevano le fibrillazioni politiche. Il Trattato di pace di Versailles non concedeva all'Italia tutto quanto era stato promesso da Francia ed 13Inghilterra nel 1915, in particolare la Dalmazia e Fiume, rivendicati dal nascente Stato jugoslavo. Così venne crescendo nel mondo nazionalista ed interventista italiano una profonda insoddisfazione per quella che Gabriele D'Annunzio cominciò a chiamare “Vittoria mutilata”. D'Annunzio, nel settembre del 1919, guidò un manipolo di soldati ribelli, raggiunti poi da studenti, intellettuali ed avventurieri vari (si calcola che alla fine fossero diecimila gli uomini armati agli ordini di D'Annunzio) ad occupare la città di Fiume ed a creare una effimera Reggenza del Carnaro (dotata di una Costituzione, caratterizzata da un forte nazionalismo, che prevedeva però il divorzio e numerosi diritti individuali e sociali)2. Il Governo italiano, dietro forti pressioni internazionali, pose fine all'occupazione facendo intervenire l'esercito (nel “Natale di sangue” del 1920, secondo l'immaginifica espressione dannunziana). Ma il malessere rimase fortissimo e non a caso molti dei “legionari” fiumani divennero massa di manovra del fascismo. Egualmente erano altissime le tensioni sull'altro versante, quello di chi era stato contrario all'intervento in guerra dell'Italia: sul piano politico socialisti e popolari per l'essenziale, che, appena prima della guerra, avevano ottenuto il suffragio universale (solo maschile) e godevano di notevole consenso; sul piano sociale contadini, operai e parte di quello che oggi chiameremmo ceto medio produttivo. Ora sindacati e partiti popolari reclamavano migliori condizioni di vita per i lavoratori ed, in prospettiva, i socialisti volevano la rivoluzione ed i popolari la cogestione dei lavoratori al potere politico ed economico nel Paese. Per di più, nel 1917 in Russia era scoppiata davvero la rivoluzione ed i bolscevichi aveva no preso il potere, suscitando grandi entusiasmi in tanti Paesi ed anche in Italia.
Nel 1920 a Castelleone, nella piazza principale, che allora si chiamava piazza Vittorio Emanuele II, durante un comizio socialista apparve una grande oleografia di Lenin e nello stesso periodo si aprì un “Circolo Lenin”, nell'attuale via Solferino (allora via S. Antonio), circolo che, dopo la scissione dei comunisti, a Livorno, dal Partito Socialista, nel gennaio del 1921, divenne sede della locale Sezione del Partito Comunista d'Italia e venne chiusa con la violenza dai fascisti nel 1922.
Società e politica nell'alto Cremonese In provincia di Cremona prevaleva l'indirizzo zootecnico (nei campi si coltivava foraggio per il bestiame, nelle cascine si allevavano animali). Vi era però tra una parte e l'altra della provincia una profonda diversità. Nel basso Cremonese (l'area agricola ove prevaleva la grande proprietà, attorno al capoluogo, fino al Casalasco, dove invece predominava la piccola proprietà contadina) i grandi proprietari, generalmente assenteisti, avevano diviso i loro poderi in appezzamenti e li avevano affittati, dando così vita alla figura del “fittavolo” o conduttore dei fondi, una classe sociale che si rivolgeva a seconda dei casi ai conservatori o ai radicali. Buona parte di essi finì per sostenere il fascismo. Emilio Sereni3 definì il fittavolo come capitalista agrario o imprenditore agricolo, cioè colui che possedeva i mezzi di produzione e investiva nei macchinari ma che non aveva, di solito, la proprietà della terra e che doveva pagare al proprietario una rendita fondiaria. Di fronte a queste due figure, il proprietario ed il fittavolo, stava la massa contadina, il proletariato agricolo, diviso a sua volta in lavoratori fissi (“obbligati”) e avventizi, le cui condizioni erano sempre più simili a quelle della classe operaia industriale. I fittavoli erano in una posizione scomoda, presi in mezzo fra proprietari e lavoratori. Per questo le Leghe li vedevano talvolta come nemici di classe e talvolta come possibili alleati contro i grandi proprietari. Nel basso Cremonese l'agricoltura, tra la fine dell'Ottocento ed i primi del Novecento, era cambiata molto, grazie alla bonifica di terreni paludosi, alla sostituzione degli aratri in legno con quelli in ferro ed all'introduzione di trebbiatrici meccaniche (e in genere di nuove tecniche di lavorazione della terra). Nell'alto Cremonese (la zona settentrionale della provincia, attraversata dal Serio e delimitata dall'Adda ad ovest e dal Po a sud; comprende il soresinese, il castelleonese ed una piccola parte del cremasco) questo processo avvenne almeno 10 anni dopo. L'alto Cremonese era caratterizzato da una più estesa cultura a prato ed il frazionamento delle grandi proprietà in medie imprese a conduzione capitalistica si verificò più lentamente e più tardi (salvo una piccola porzione del Cremasco propriamente detto, che infatti quasi non fu toccata dalle proteste miglioline). La popolazione rurale più che da avventizi era costituita, ancora nel primo dopoguerra, da salariati fissi o “obbligati”. Il contadino era quindi più legato alla terra che lavorava, il che rese più difficile la penetrazione in queste zone della propaganda socialista, intesa a staccare i lavoratori dei campi dalla tradizione, per renderla forza-lavoro salariata al pari degli operai delle fabbriche. Nel basso Cremonese l'uso delle macchine aveva portato una maggiore precarizzazione nel mondo contadino ed un aumento dei braccianti avventizi rispetto a quelli “obbligati”, cioè fissi. Gli avventizi erano più aperti alla propaganda socialista: il legame col datore di lavoro era più aleatorio e non si instaurava quel rapporto di subalternità personale e psicologica che spesso irretiva il salariato fisso. Si delineano quindi, in provincia di Cremona, due aree di diversa influenza politica a causa, anche se non solo, della diversa caratterizzazione sociale. Nel basso Cremonese le “leghe” socialiste godono della maggioranza del consenso della popolazione agricola; nel soresinese e castelleonese sono invece i migliolini a prevalere (di Miglioli e del migliolismo parleremo più avanti).
Diversa, e diffusa un po' ovunque, la figura del mezzadro, contadino che coltivava la terra altrui e divideva col proprietario (non sempre a metà!) prodotti ed utili. Anche in questo caso più facile era la penetrazione della propaganda migliolina, perché vi era già un punto di partenza compartecipativo. Lo sviluppo economico procedeva sostanzialmente nella stessa direzione, verso cioè una forma di capitalismo agrario, ma con tempi e modalità diverse. Teniamo conto che fino all'ultimo decennio dell'Ottocento i legami che caratterizzavano il rapporto tra contadino e proprietario erano solo parzialmente di tipo economico: i familiari del contadino “obbligato”, fisso, lavoravano senza compenso e una parte della paga del contadino stesso era in natura; una forma cioè di piccola compartecipazione agli utili. Il sistema era basato su una forma di fedeltà reciproca, secondo la tradizione: il padrone era tenuto ad aiutare il contadino in caso di carestia o malattia e il contadino doveva adempiere rigorosamente ai propri obblighi. La base di tale rapporto di fedeltà era la partecipazione al prodotto, che rendeva contadini e proprietari solidali nella buona e nella cattiva sorte. Con l'introduzione del capitalismo agrario questa situazione tese a scomparire: il proprietario o più spesso il fittavolo, divenuto imprenditore, diminuisce sempre più le compartecipazioni, aumenta il salario e in cambio toglie ogni forma di tutela al contadino; lo licenzia laddove è possibile sostituirlo con una macchina.
Il cambiamento non coinvolse solo la condizione economica del contadino, ma anche quella psicologica ed emotiva. I socialisti sostanzialmente approvavano questa evoluzione, che vedevano come superamento di rapporti feudali o semifeudali. Il movimento cattolico invece partì proprio da questa situazione per elaborare una specifica piattaforma di intervento sulle questioni agrarie: da un
lato lottò per il miglioramento delle condizioni di vita (salari più alti, casa dignitosa eccetera) e dall'altro per estendere la compartecipazione fino ad un livello mai visto prima: la scomparsa del dipendente così come del padrone o dell'affittuario e la gestione comune dell'azienda agricola.
Fascismo ed Antifascismo.
A Castelleone l'affermazione iniziale del fascismo e la costruzione del Regime nel corso del Ventennio ebbero alcune caratteristiche cui è bene prestare attenzione. Il fascismo castelleonese fu decisamente anti-migliolino e di chiara reazione agraria, ancor più che altrove. Altri aspetti, come il reducismo (il ruolo degli “arditi” o dei “trinceristi”, come chiamavano se stessi, cioè coloro che avevano combattuto in guerra, magari da volontari) o la voglia terzaforzista dei ceti medi, aspetti pur presenti, furono secondari. Ad impastare la “miscela” (esaltazione della guerra, frustrazione per la crisi economica, desiderio di ordine, odio antiparlamentare) furono i grandi possidenti terrieri (non tutti, come vedremo) o i loro fittavoli. E fu, il fascismo castelleonese, dichiaratamente farinacciano, senza cioè, almeno sulla base della documentazione recuperata, quelle posizioni di dissenso, magari larvato, rispetto al ras di Cremona Roberto Farinacci5, altrove accertate (a Soresina, ad esempio, e soprattutto a Crema, nel periodo del Podestà Cirillo Quilleri, perché poi con l'elezione a Podestà, nel 1934, del conte Antonio Premoli la situazione si “normalizzò”).6 Anche nel più impor tante scontro interno al fascismo cremonese, nel 1927, che vide contrapposti Farinacci, da un lato, e Cesare Balestreri e l'ing. Giulio Orefici (considerati “moderati” e sostenitori di un impossibile “fascismo senza manganello”) dall'altro, i fascisti castelleonesi si schierarono con Farinacci. A Castelleone, la presenza del migliolismo fu assolutamente dominante, prima della Grande Guerra e poi nel Dopoguerra. Per fare un esempio, nelle elezioni politiche del novembre 1919 Guido Miglioli8, esponente di un radicale cattolicesimo sociale, difensore dei contadini che voleva compartecipi della proprietà e dei profitti, creatore di un diffuso sistema di “leghe bianche”, prese, su circa 2.600 iscritti alle liste elettorali, ben 1.604 voti di preferenza (quasi 400 in più del Partito Popolare in cui era candidato). In queste elezioni il “Blocco”, in cui erano candidati i fascisti, prese 303 voti! Eppure il fascismo era radicato a Castelleone fin da allora ed andò rafforzandosi sempre più. Già in occasione delle elezioni del '19 fu proprio un illustre castelleonese, l'ing. Giambattista Fouquet (nato a Fiesco il 1 maggio 1853 ma vissuto a Castelleone fino al 3 luglio 1934), a lungo Direttore del Consorzio della Roggia Borromea e tecnico di prestigio, a scrivere a Mussolini pregandolo a nome di un nutrito gruppo di elettori di volersi presentare come candidato nel cremonese, dove avrebbe trovato un gran numero di sostenitori. Per la cronaca, Mussolini rispose rifiutando cortesemente perché già impegnato a candidarsi a Milano (dove, tra l'altro, non venne eletto; nessun fascista peraltro venne eletto in quell'occasione).
A Castelleone il fascismo ebbe solide radici, dicevo. Elevato ad esempio fu il numero dei partecipanti alla Marcia su Roma, in percentuale uno dei più elevati dell'intera provincia: 28 castelleonesi su un totale provinciale di 296, circa il 10% del totale, quando la percentuale della popolazione castelleonese sul totale provinciale era di circa il 3%. Il dato dei partecipanti alla Marcia è abbastanza certo, perché nel 1937, in occasione del 15° anniversario della Marcia, le Autorità diedero un Brevetto ed una Medaglia ai partecipanti e fecero una accurata verifica, chiedendo anche testimonianze (dobbiamo ricordare che gli squadristi avevano diritto, se lo volevano, ad un posto di lavoro pubblico). L'elenco dei partecipanti castelleonesi ci è quindi pervenuto: Luigi Agazzi, Carlo Agosti, Luigi Barnabò, Enrico Benelli, Ernesto Benelli, Pietro Benelli, Federico Bianchi, Arturo Boffelli, Luigi Bonomi, Carlo Borsieri, Francesco Brambini, Enrico Capoferri, Giovanni Cugini, Febo De Bonis, Giovanni Dell'Orto, Giuseppe Dilda, Ugo Dilda, Ubaldo Dilda, Francesco Frassi, Ernesto Guerretti, Domenico Milanesi, Renato Milanesi, Luigi Monfredini, Carlo Osio, Luigi Pagnoni, Primo Pozzali, Giuseppe Salvi, Gino Sansoni. Si tratta in prevalenza di agricoltori, con alcuni ex-militari, qualche commerciante ed un capomastro.
Se radicato fu il fascismo, radicato fu però anche l'antifascismo, soprattutto, come dicevamo, migliolino, ma anche socialista e comunista. I socialisti, e pure i comunisti (in misura minore), sono più rappresentati nell'elenco dei perseguitati antifascisti di quanto non fossero presenti nella società, perché attivi in organizzazioni allora fortemente militanti. E si sa che, in partiti molto ideologici e con pochi aderenti anche a causa delle persecuzioni, l'area del consenso coincide quasi con l'area della militanza. Fatto sta che sono arrivati fino a noi, individuati nel Casellario Politico Centrale (oggi gli elenchi sono depositati all'Archivio di Stato), i nomi degli antifascisti castelleonesi condannati a pene varie per ragioni politiche9. Si tratta di ben 17 persone! Ve ne sono 7 a Casalbuttano, 5 a Pizzighettone, 1 a Soncino; 14 a Soresina e Gussola; 17 a Crema, che però era quattro volte più grande di Castelleone; 21 a Casalmaggiore e 27 a Piadena, ove
la sinistra era tradizionalmente forte.
Pubblico l'elenco completo dei nomi di questi coraggiosi e, per alcuni, le ragioni delle condanne. Diversi di loro parteciparono poi alla Resistenza, a dimostrazione della continuità, almeno parziale, fra Antifascismo “storico” e Resistenza.
Bassanetti Giuseppe, nato a Castelleone il 29-11-1887 ed andato poi a risiedere a S. Bassano. “Contadino antifascista” dice il Casellario. Arrestato il 14-4-1935.
Per sua fortuna l'anno dopo venne proclamato l'Impero e vi fu una amnistia, che lo rese libero insieme a tanti altri detenuti.
Carli Giuseppe, nato a Castelleone il 21-4-1915 ed ivi residente. Radiotelegrafista. “Antifascista”. Arrestato il 12 aprile 1937 e condannato ad un anno di con- fino per aver tentato di espatriare ed andare in Spagna ad arruolarsi nelle Brigate antifranchiste.
Carubelli Severino, nato il 20-2-1923 a Castelleone e qui residente. “Studente antifascista”. Arrestato il 24 settembre 1941 per “vilipendio della Nazione” e condannato ad un anno e quindici giorni.
Capelli Assuero, nato a Castelleone il 18-11-1906 e qui residente, operaio. All'inizio della guerra protestò per un sopruso che riteneva essere stato commesso a suo danno dalle autorità locali. Venne arrestato, processato ed inviato al confino in Lucania.
Cogrossi Annibale, nato il 3-9-1920 a Castelleone e qui residente. Arrestato nell'agosto del 1941 “per vilipendio alle Istituzioni” e condannato dal Tribunale Militare (era sotto le armi) ad un anno e sei mesi, che scontò quasi per intero (venne liberato nell'ottobre del '42).
Cogrossi Francesco, nato il 15-5-1922, fratello minore di Annibale. “Meccanico antifascista”. Subì la stessa condanna del fratello.
Cusi Eligio, nato a Castelleone il 30-5-1924 e qui residente. Deferito al Tribunale Speciale. Non sono riportati l'accusa e la condanna.
Felisari Alfredo, nato l'11-2-1916. “Meccanico antifascista”. Nel marzo 1938 venne condannato ad otto mesi dal Tribunale Militare dell'Eritrea, dove svolgeva servizio militare. Condannato “per ffese al Principe ereditario e denigrazione della Fiera del Levante (!)”. Scontata la pena, venne rimpatriato in Italia e proposto per l'ammonizione10.
Fontana Enrico, nato il 6-6-1886. “Operaio antifascista”. Il 7 aprile 1937 venne arrestato “per esaltazione dell'URSS e denigrazione del fascismo”. Venne condannato a cinque anni di confino a Ventotene, passati i quali venne trattenuto come “internato” e liberato solo nell'agosto 1943.
Manara Carlo, nato il 15-11-1923. Migliolino. Deferito al Tribunale Speciale.
Non è riportato l'esito. Sacchi Costanzo, nato il 23-10-1888. “Muratore socialista. Attivo dall'anteguerra”. Venne arrestato nel maggio del 1937 per aver canticchiato alcune parole di “Bandiera Rossa” fuori dall'osteria del “Trani” (in via Rodiani) e condannato a due anni di confino alle Tremiti. Venne liberato nel settembre del '37 per amnistia.
Segalini Primo, nato il 27-9-1901. “Ferroviere comunista”. Risulta attivista politico fin dall'immediato dopoguerra. Venne licenziato per ragioni politiche dalle Ferrovie nel 1926, quando il Regime licenziò moltissimi ferrovieri antifascisti. Riuscì ad emigrare in Francia nel '30 e nel novembre del '36 risulta arruolato in Spagna nelle Brigate Garibaldi, prima con il grado di Tenente e poi di Capitano. Cadde eroicamente in combattimento, nel 1938, a Caspe, cittadina in Provincia di Saragozza, sede del “Consiglio di Aragona”, organo di governo dell'Aragona Repubblicana (v. Appendice).
Sordini Marcello, nato il 25-4-1895. Di mestiere faceva l'oste. Viene definito “socialista” nell'incartamento. Espatriò in Lussemburgo nel 1930 e lavorò nell'organizzazione che aiutava le famiglie vittime del fascismo. Nel marzo del 1941 venne arrestato mentre rimpatriava ed internato a Manfredonia. Qui rimase fino al 10 settembre 1942.
Stellari Angelo, nato il 30-9-1878. “Muratore socialista”. Venne arrestato con il Sacchi per aver cantato Bandiera Rossa e condannato alla stessa pena.
Stellari Giovanni, nato il 12-9-1885. Fratello minore di Angelo. Anche lui classificato come “muratore socialista”. Venne arrestato insieme al fratello ed al Sacchi per aver cantato Bandiera Rossa e condannato alla medesima pena. Anche per lui intervenne l'amnistia del '37.
Tirloni Alessandro, nato a Castelleone il 2-10-1893 ma poi andato a risiedere a Brescia. “Falegname antifascista”. Risulta attivo già nell'immediato dopoguerra.
Venne arrestato nel luglio del 1937 per aver dichiarato in pubblico: “Mussolini ed i fascisti sono tutti vigliacchi. Finalmente in Spagna hanno cominciato a prenderle”. Per questa affermazione venne condannato a cinque anni (!) di confino all'isola di Ponza. Per sua fortuna intervenne l'amnistia, che lo riportò in libertà nel Natale del '37.
Ughini Emilio Carlo, nato il 12-2-1907. “Operaio antifascista”. Riesce ad espatriare con un passaporto collettivo nell'estate 1937. Alcuni mesi dopo, nel novembre, si arruola in Spagna nelle formazioni antifranchiste. Diventa Sergente nell'Artiglieria delle Brigate Internazionali. Ferito in combattimento, ripara in Francia nel febbraio del '39, ma viene internato e, con l'occupazione tedesca, tradotto in Italia nel novembre del '41. Viene condannato a cinque anni di confino a Ventotene. Liberato nell'agosto del '43 dal governo Badoglio, diventa partigiano fino al termine della guerra (v. Appendice).
La manifestazione di qualsiasi forma di dissenso era difficile e duramente repressa. Eppure, come dimostrano le vicende narrate, il dissenso non scomparve del tutto nel Ventennio. A Castelleone si può notare anche nel dato del Plebiscito del '34: un'autentica farsa in cui il SI o il NO alle proposte fasciste erano in due buste dal colore diverso, una tricolore l'altra grigia! A Castelleone gli iscritti al voto erano 2.608, i votanti furono 2.520 (i SI 2.520!). Ebbene, quei coraggiosi 88 che non si recarono a votare rappresentano una delle percentuali più alte di non votanti nell'intera provincia, e comunque di molto superiore alla media provinciale di differenza fra iscritti e votanti. Qualche anno rima, alle elezioni del 1929, avvenute sulla base di un collegio unico nazionale e del quesito “Approvate voi la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio Nazionale del Fascismo?”, qualcuno aveva osato votare NO. Alcuni, individuati, si videro gettare i mobili in strada ed un certo “Cuelina”, ex combattente della Grande Guerra, migliolino, abitante nel popolare e riottoso quartiere “Ghiandone”, fu ferocemente malmenato. Molti, di cui più non ricordiamo i nomi, vennero, soprattutto nel periodo 1920-1925, presi a manganellate e costretti a bere olio di ricino.
L'affermazione del fascismo. Vediamo ora di ricostruire i principali avvenimenti accaduti a Castelleone negli anni successivi alla fine del primo conflitto mondiale. Per la storia locale, mi baso essenzialmente sugli scritti di Giuseppe Cugini11, Elia Ruggeri12, Serafino Corada13, Arnaldo Bera14, su documenti d'archivio nonché su alcune testimonianze da me recuperate nel corso degli anni. Per la storia nazionale, che dobbiamo aver presente come quadro generale, i riferimenti sono assai numerosi e ne richiamo solo alcuni in Bibliografia. Tutta la documentazione conferma che nel primo dopoguerra la situazione era, in Italia, ovunque grave. L'insoddisfazione per l'andamento della Conferenza di pace di Parigi, che non veniva incontro alle aspettative territoriali dell'Italia, l'alta disoccupazione e la miseria di gran parte della popolazione portarono da un lato ad imprese come l'occupazione di Fiume, di cui già dicevo, e dall'altro a scioperi e manifestazioni. Dopo la disfatta di Caporetto (fra ottobre e novembre 1917), il Governo italiano aveva, più o meno larvatamente, fatto intendere che a guerra finita vi sarebbe stata maggiore giustizia sociale e soprattutto una grande distribuzione di terre, per motivare i soldati, in grande maggioranza contadini. Ora nelle campagne molti lavoratori, organizzati in “leghe”, chiedevano il mantenimento delle promesse.
Le leghe “bianche”, espressione del movimento migliolino, e le leghe “rosse”, di ispirazione socialista, s'erano fatte molto attive. Vi erano differenze fra loro: le leghe “bianche” miravano ad una modifica dei rapporti di proprietà, con la terra dei latifondi e quella non coltivata distribuita ai contadini e, nelle medie e grandi aziende, una partecipazione degli stessi contadini alla conduzione dell'azienda ed agli utili; le leghe “rosse” puntavano più ad aumenti salariali e miglioramenti nelle condizioni di vita dei lavoratori delle campagne, lasciando ad una prospettiva futura la collettivizzazione della terra. Tra leghe “bianche” e leghe “rosse” vi era spesso polemica e la competizione era forte. Il padronato agrario conservatore dimostrò a volte di temere maggiormente i migliolini, con il loro concreto programma di estromissione dei proprietari dalla libera gestione dell'azienda, che i socialisti, con le loro richieste altrettanto concrete di miglioramenti di salari e di condizioni, richieste comunque trattabili. Poi, però, il padronato pensava che il programma socialista prevedeva l'esproprio delle terre, seppure alla fine di un processo, ed allora l'ostilità diventava una sola, contro chi attentava ai rapporti atavici di sottomissione e padronanza. Entrambe le leghe erano una minaccia e così cominciò il ricorso alle squadre fasciste. Molti storici fanno notare che il movimento fascista, nato a Milano nel marzo del 1919 su posizioni diversissime da quelle che assunse poi (era repubblicano, anticlericale e voleva forti tasse sui ricchi, ad esempio) e diffuso, poco peraltro, in alcune città, prese davvero piede nelle campagne. E nelle campagne cambiò natura, diventando lo strumento violento della difesa di privilegi e diritti padronali. Per poi tornare massicciamente nelle città, verso la metà del 1921, ed incidere in modo pesante nelle lotte operaie, agendo, con il consenso delle Istituzioni, come milizia violenta al servizio di industriali e banchieri. Nelle fabbriche del Nord, infatti, era cresciuto un forte movimento internazionalista ed anticapitalista. In molti posti, “facciamo come in Russia”, dove i Soviet avevano conquistato il potere, era opinione diffusa e spaventava molti. L'insieme di questi fattori fece sì che gli anni immediatamente successivi alla fine della Grande Guerra siano stati anni di forti tensioni, aggravate dall'abbattersi sull'Italia e sul mondo della violenta pandemia, cui ho accennato, che mieté sull'intero pianeta fra i cinquanta ed i cento milioni di morti (le opinioni degli storici divergono, ma restano comunque cifre enormi). Il biennio 1919-1920 venne definito “rosso”, per il carattere prerivoluzionario che assunse. Culminerà nel settembre del 1920 con l'occupazione
delle fabbriche metallurgiche e poco dopo con l'occupazione di fabbriche in altri settori (per un totale di 500.000 operai coinvolti, di cui 400.000 metalmeccanici). Nelle campagne, da noi almeno, l'equivalente sarà l'occupazione delle cascine ed a guidarla non sarà, come nelle fabbriche, il movimento socialista (insieme ai neonati comunisti ed a gruppi anarchici), ma soprattutto il movimento migliolino. Le divisioni interne della sinistra, il minacciare una rivoluzione che non arrivava mai, la conseguente paura nei ceti borghesi di torbidi e ribaltamenti, favorirono l'affermarsi del fascismo. Che trovò facile manovalanza in molti reduci delusi dal dopoguerra, in ex-ufficiali in piena crisi di ruolo e nei giovani rampolli di una piccola e media borghesia in cerca di affermazione.
Le elezioni politiche del 1919 videro, comunque, largamente in testa i socialisti.
Come abbiamo visto, a Castelleone trionfa invece Miglioli. Sindaco e Giunta comunale sono migliolini (lo stesso Miglioli ne fa parte, come già prima della guerra). Gli Amministratori sono gli stessi dall'agosto 1914 (resteranno in carica fino all'agosto del 1920 e pubblicheranno una pregevole Relazione sull'attività amministrativa svolta in quegli anni), e proseguono con la politica di opere pubbliche, anche per lenire la disoccupazione, già iniziata prima della guerra con vari interventi, il maggiore dei quali fu la costruzione, nel 1910/11, con tipologia innovativa, di trenta alloggi, in tre lotti, di case popolari (le cosiddette “case operaie”, con tipologia a schiera, costituite da un locale a piano terra ed uno al primo piano, con cortile, orto e rustico sul retro) in via Bressanoro (nel 1924 vennero aggiunti altri 6 alloggi). Nel dopoguerra, l'Amministrazione, presieduta sempre da un vero galantuomo, Pietro Lombardi, cerca risorse. Non avendo molto successo il tentativo di ricorrere a prestiti dei cittadini abbienti, si ricorre a mutui presso le banche. Vengono così finanziati la sistemazione di alcune strade, la costruzione di tratti del sistema fognario, ma soprattutto due interventi importanti, che vanno per intero attribuiti a questa Amministrazione: il risanamento di via Bressanoro e l'isolamento del Torrazzo, con l'abbattimento delle case nel tempo costruitegli addosso, e la sistemazione dell'area circostante.
Via Bressanoro, l'importante strada che porta dal Centro alla Stazione Ferroviaria, non era asfaltata, era piccola, affiancata da un fosso, il Lissetto, che spesso esondava. Ora viene allargata ed asfaltata, il Lissetto viene interrato, degli alberi vengono piantumati ai lati. Alcune casupole cadenti, di fronte a via Dossena, vengono abbattute. Diventa insomma un moderno viale. L'isolamento del Torrazzo è operazione ancora più complessa, perché non comporta solo l'abbattimento degli edifici che nel corso dei secoli l'avevano circondato. A fianco del Torrazzo vi era una grande fossa, che occupava l'intera area degli attuali Giardini. Il Torrazzo venne isolato, con il parere favorevole della Soprintendenza, il percorso stradale modificato, la fossa riempita, creando una vasta area, dove era prevista (e così in effetti fu) la costruzione di un Monumento ai Caduti. In fondo all'area, verso il Ghiandone, dove c'era un orto cintato, venne costruito, su progetto dell'ingegner Francesco Valcarenghi, il nuovo Asilo Infantile. Per un errore (di progettazione o di realizzazione), la costruzione risultò ad un livello più basso di quello della strada. Ed ancor oggi è così. Nel complesso, però, l'intervento risanò una parte importante del Centro storico (anche se la sensibilità odierna ci porta a giudicare criticamente alcune modalità).
I lavori pubblici mitigavano in parte la disoccupazione. Questa funzione, teorizzata fin dall'età napoleonica, era largamente praticata dalle Amministrazioni comunali, soprattutto da quelle maggiormente sensibili ai problemi dei più poveri. Ai lavori citati, straordinari, vanno aggiunti, a Castelleone come altrove, quelli ordinari, come la manutenzione di strade e marciapiedi, lo spurgo delle rogge ecc. Molte famiglie in paese sopravvivevano con queste piccole, saltuarie entrate. La disoccupazione, tuttavia, rimaneva alta, anche perché la realtà produttiva industriale di Castelleone in quel periodo era ancora debole, a differenza di quella agricola (non a caso proprio nel 1919 apre a Castelleone un grande Deposito del Consorzio Agrario, adatto a servire una vasta zona). Nel paese, come in altri della Provincia, erano attive delle filande: la Manifattura Rotondi (imprenditori di Novara, con sede di rappresentanza a Milano, ove lavorava, sia detto per inciso, la mamma della partigiana, politica e saggista Lidia Menapace) era presente a Castelleone dal 1908 ed aveva oltre quattrocento dipendenti; la lionese “Guèrin et fils” (che possedeva filande anche a Soresina, Zanica e Palazzolo sull'Oglio) dava lavoro a Castelleone, nel 1910, a duecento persone; alcune decine di operai lavoravano poi nell'indotto di queste aziende. Gli imprenditori tessili erano attirati nei nostri paesi dall'abbondanza di materie prime (lino, canapa, seta...) e di forza motrice idraulica nonché dalla disponibilità di manodopera, soprattutto femminile. Erano infatti soprattutto donne, e purtroppo a volte anche bambini, a lavorare nelle nostre filande16. E questo, se permetteva di portare in casa un po' di danaro (donne e bambini erano pagati pochissimo), non risolveva il problema della disoccupazione maschile. A poco a poco, inoltre, le industrie tessili entrarono in difficoltà e cominciarono a ridurre l'attività.
Per fortuna le famiglie (anche in paese, non solo nelle cascine) proseguirono a lungo nell'allevamento dei bachi da seta, attività che consentiva un piccolo reddito extra, a volte fondamentale per famiglie assai numerose. Il prodotto, frutto di lunga fatica, a partire dalla raccolta delle foglie del gelso, di cui i bachi si nutrivano, veniva poi ritirato da commercianti che lo rivendevano ad industrie magari lontane. In paese vi erano poi diverse attività artigianali. Proprio nel 1919 aprirono alcuni laboratori per la lavorazione di pietre dure, per orologi e strumenti di precisione. Anche il Comune ne aprì uno, ma era Soresina il centro di questa attività, che là è proseguita fino ad anni recenti. A Castelleone, dopo soli sei anni, per il sopravvenire di una crisi ciclica, tali laboratori chiusero tutti.
Nel 1919 aprì anche, in un edificio da tempo abbandonato, che era stato uno stabilimento di torcitura della seta, una fabbrica di cornici ed aste dorate, la Società Anonima Industrie ed Arti Plastiche (SAIAP), che diede lavoro a molte persone fino alla chiusura nel 1935. Vi era poi la conceria di Emilio Milanesi, il laboratorio di splendidi fiori artificiali della signorina Anita Tomé (venduti anche a Parigi), lo stabilimento Strafurini e poco più. Il grosso della manodopera era impiegato in agricoltura. E fu nelle campagne, da noi, lo scontro più acceso.
Il 1920, che nelle grandi città del Nord fu l'anno dell'occupazione delle fabbriche, vide grandi scioperi nelle campagne padane ed anche a Castelleone. In ogni cascina venne costituito un “Consiglio di cascina” ed in tanti casi si tentò di autogestire le aziende. Avvennero disordini a Castelleone, a Trigolo, a Fiesco, a Gombito, a Pizzighettone (dove la forza pubblica sparò e ferì 4 dimostranti), ad Annicco, dove, alla cascina Tradoglia, fu ucciso il capolega “bianco” Giuseppe Paulli (accant al quale Miglioli, anni dopo, volle essere sepolto, nel cimitero di Soresina). I fascisti intanto si facevano sempre più aggressivi. Prima, però, di proseguire nella narrazione dei fatti, desidero soffermarmi su due personaggi castelleonesi la cui scomparsa, proprio negli anni di cui stiamo parlando, può essere presa a simbolo del cambiamento d'epoca. Il 19 gennaio 1920 moriva in Castelleone la marchesa Santa Broglio vedova Villani (la chiamo anch'io “marchesa”, per consuetudine, anche se la nostra Costituzione abolisce per fortuna i titoli nobiliari; non dimentichiamo che allora c'era ancora un “Marchese di Castelleone”, nonché “Duca di Vailate”, il milanese Ramiro Gastone Ordoño de Rosales, nipote del mazziniano eroe del Risorgimento Gaspare Rosales). Cito questo fatto privato, il decesso della marchesa, perché in qualche modo si può prendere come segno della fine di un'epoca. Il “salotto”17 della marchesa Villani (erede, tramite il marito, di vasti possedimenti a Corte Madama) era stato a Castelleone, dove lei trascorreva i lunghi mesi estivi, un punto di riferimento culturale e politico, tra fine Ottocento ed inizio Novecento, per l'élite liberale, figlia del Risorgimento. Élite progressista, laica, ma fortemente ostile alle istanze sociali del migliolismo e del socialismo. La marchesa faceva molta beneficenza e finanziava con grande generosità (tanto da ridursi quasi in povertà) rappresentazioni teatrali, feste popolari, concerti. E con altrettanta generosità finanziava le campagne elettorali dell'avvocato Angelo Pavia, eletto nella nostra Circoscrizione dal 1893 al 1913, sconfitto dall'onorevole Miglioli nelle ultime elezioni politiche prima della Grande Guerra18. Era ancora l'epoca dei grandi scontri politici ed ideali, così ben raccontati da Virgilio Brocchi19 ne “L'Isola Sonante”, tra “paolotti” (termine propriamente indicante i membri dell'Ordine religioso dei Minimi, fondato nel XV secolo da San Francesco da Paola, ma usato per estensione in senso spregiativo dagli anticlericali per indicare i bigotti, i clericali, i conservatori) e “podrecchiani”, seguaci di Guido Podrecca (1865-1923), fondatore della rivista satirica anticlericale “L'Asino”, amico di Angelo Pavia, massone, parlamentare socialista nel 1909 per poi finire tra gli interventisti ed i primi fascisti. Con la marchesa se ne va tutto un mondo, già travolto dalla guerra. L'irrompere delle masse operaie e contadine sulla scena sociale e politica, la violenza fascista, la repressione, fanno sembrare fuori dal tempo le feste, le discussioni colte, gli incontri a Palazzo Villani.
A proposito di singolari personalità, l'altro caso esemplare che voglio ricordare è quello del Cavaliere del Lavoro Giuseppe Strafurini, morto nel 1929 ma che proprio negli anni del primo dopoguerra aveva lasciato la guida dell'azienda ai figli (ne aveva nove!). Anche con lui finisce un'epoca: quella della fiducia nella tecnica, dell'ottimismo ottocentesco, positivista e pratico, della non totale subordinazione alla politica. Strafurini fu uno dei più ingegnosi inventori italiani ed imprenditore di successo. Non esagero: vinse, in Esposizioni in Italia ed all'estero, per le sue invenzioni, 7 medaglie d'oro, 4 d'argento e molti diplomi.
Nato a Castelleone nel 1849 da famiglia non ricca, fece da ragazzo il falegname e poi l'operaio in un'officina meccanica. La sua grande passione era proprio questa: la meccanica, i motori. Tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70 dell'Ottocento comprese le grandi potenzialità della meccanizzazione dell'agricoltura nella Pianura Padana. Così, nel 1872, a 23 anni, aprì una attività in proprio, con pochi dipendenti all'inizio, per costruire e riparare macchine per la trebbiatura dei cereali, macchine che vendeva e soprattutto noleggiava per i lavori agricoli.
Chiamato “el germaneen”, per la testardaggine e la precisione nel fare (gli imprenditori tedeschi erano considerati esempi di gran successo) o forse per il paese d'origine della famiglia (S. Germano, nel Vercellese), amato dai propri dipendenti, nel 1895 registrò un Brevetto per una macchina trebbiatrice “combinata”, un gioiello per i tempi, atta a battere frumento, segale, avena ed altri cereali e contemporaneamente sfioccare e sgranare i piccoli semi rendendoli puliti. Suo punto di forza fu l'attenzione che riservava ai dipendenti, che pagava bene e trattava con grande rispetto. Formò così, in breve tempo, una manodopera di grandi capacità e la sua officina, che ogni anno si ingrandiva, era in grado di adattarsi con flessibilità alle varie necessità. Dal 1887 al 1892 produsse pompe idrauliche per lo scavo e la costruzione del Canale Marzano (Vacchelli). Nel 1896 produsse una macchina per la fabbricazione del ghiaccio. Nel 1909 vi fu un grande incendio e quasi tutto lo stabilimento andò distrutto; ma in poco tempo venne ricostruito ed ampliato, sempre in via Mura Siccardo, verso i campi detti del Beccadello, sopra i resti delle antiche mura. Nel 1911 la ditta Strafurini progettò e produsse un mulino elettrico a cilindri per la macina dei cereali e poco dopo un essiccatoio per bozzoli e cereali. Una parte dello stabilimento era occupata dall'officina ed il resto era un grande deposito per le trebbiatrici e le altre macchine che venivano vendute o noleggiate. Lì venne costruita la prima ciminiera in muratura. “El germaneen” sostituì, ove possibile, i motori a benzina o nafta delle sue macchine con motori elettrici. Ecco: sull'elettricità, di cui comprese le enormi potenzialità, combatté, a cavallo del secolo, quella che fu, forse, l'unica sua battaglia politica: l'allora Amministrazione Comunale, molto conservatrice, si oppose al progetto di dotare il paese di illuminazione elettrica.
La popolazione di Castelleone si mobilitò. I ragazzi arrivarono a distruggere a sassate i vecchi lampioni a petrolio. Nelle osterie e per le strade la gente cantava una canzoncina, di anonimo autore ma assai popolare per cinquant'anni: “La luce elettrica la va, la va...”21. Nelle stalle furoreggiava una “businada” (rappresentazione satirica, in cui recitavano solo i maschi, che si dava nelle principali cascine le lunghe sere d'inverno) contro il Comune. Finalmente l'Amministrazione cedette! Così, tra la primavera e l'estate del 1902 furono stesi, per le vie di Castelleone, i fili di rame per la conduzione dell'energia elettrica. Vennero installati nuovi lampioni ed allacciate molte abitazioni. L'energia veniva prodotta in una Centrale a vapore attiva nello Stabilimento Strafurini, in via Romualdo Cappi, ove era stata appositamente costruita una grande ciminiera in muratura, la prima a Castelleone. Sabato 11 ottobre 1902, vigilia della Sagra del paese, partì la nuova illuminazione. Fu un vero successo! Nel 1915, poi, l'Amministrazione migliolina riscattò il servizio elettrico e creò l'Azienda Elettrica Municipale.
Ecco: la marchesa Villani ed il cavalier Strafurini li possiamo prendere come esempi significativi di un tempo, negli anni '20 definitivamente tramontato!
Tornando alla narrazione degli eventi del primo dopoguerra, ricordiamo che il 28 ottobre 1920 si tengono anche a Castelleone le elezioni amministrative. Il buon operato della Amministrazione uscente viene premiato: la “Lista Popolare” (in sostanza, i migliolini; e Miglioli stesso viene rieletto consigliere) ottiene la grande maggioranza dei voti e Pietro Lombardi viene riconfermato Sindaco.
In agosto del 1921 muore il Parroco, don Virgilio Dordoni (1878-1921), per dieci anni Parroco di Castelleone. Fu un sacerdote di grande apertura sociale e culturale, molto vicino a Miglioli, attento alle esigenze dei più umili. Anche con lui, possiamo dire, finisce un'epoca! Il successore, don Umberto Maruti (1878-1948), che fece il solenne ingresso in paese il 25 marzo 1922, fu pure uomo di notevole umanità e cultura, difese il più possibile la Chiesa dalle ingerenze e strumentalizzazioni fasciste, anche se con i nuovi arroganti padroni dovette venire a patti in varie occasioni ufficiali (a volte, come vedremo nel caso della guerra d'Etiopia, con toni che lasciano oggi sconcertati).
Nel 1921 i contrasti tra fascisti ed antifascisti si accrebbero ulteriormente. “Fasci di combattimento” si formarono in quasi tutti i paesi della Provincia. A Castelleone fu fondato nel mese di marzo ed il primo Segretario fu l'agricoltore Carlo Agosti. La campagna elettorale per le elezioni politiche, indette per il 15 maggio, fu caratterizzata da numerosi episodi di violenza da parte fascista contro cooperative, leghe, sindacati e partiti democratici. Manganello, per pestare gli avversari, e olio di ricino, da far ingoiare ai recalcitranti, erano usati in abbondanza. Cremona era con Mantova in un'unica Circoscrizione elettorale. I fascisti si presentarono nel “Blocco Nazionale”, insieme a personaggi di sicura fede liberale, come Ettore Sacchi ed Ivanoe Bonomi, che commisero un tragico
errore, pensando di poter utilizzare quel nuovo movimento e poi addomesticarlo. Errore commesso anche da Giovanni Giolitti e, seppure per breve tempo, da Benedetto Croce. Le elezioni non furono affatto, comunque, un trionfo per i fascisti. In provincia di Cremona, ad esempio, il Blocco Nazionale (non i soli fascisti quindi) prese 23915 voti contro i 31810 dei socialisti, gli 8117 dei neonati comunisti e i 15634 dei Popolari. Vennero eletti 5 socialisti (fra cui Costantino Lazzari e Giuseppe Garibotti), 4 del Blocco Nazionale (tra cui Ivanoe Bonomi e Farinacci, che, troppo giovane, dovette lasciare il seggio ad Ettore Sacchi) e, per i Popolari, Guido Miglioli (che a Castelleone fu in assoluto il più votato).
Intanto nelle campagne la situazione andava precipitando. Momento importante fu il Patto di Castelleone22, del maggio 1920, che vide un accordo fra le leghe “bianche” e gli agricoltori della zona. Il Patto, subito sconfessato dalla Associazione Provinciale Agricoltori, portò ad ulteriori occupazioni di cascine. Miglioli provò ad applicare nei fatti le sue teorie: le cascine occupate venivano gestite da un Consiglio di Cascina (un posto era lasciato libero per il proprietario, come Direttore, quando avesse accettato di partecipare). Purtroppo, le difficoltà erano notevoli: mancava il capitale circolante, le banche non concedevano anticipi (neppure in cambio delle polizze d'assicurazione, concesse dal Governo ai combattenti dopo Caporetto, presentate come garanzia da molti reduci), il padronato boicottava in ogni modo. Alla fine, su pressione governativa, venne nominata una Commissione d'arbitrato, presieduta dal dottor Antonio Bianchi, forse allora il massimo esperto di agricoltura in Italia. La conclusione dei lavori della Commissione, il cosiddetto “Lodo Bianchi”, che porta la data del 10 agosto 1921, fu estremamente innovativa. L'agricoltore cessava di essere il padrone incontrastato dell'azienda e ne diveniva il Direttore, percepiva uno stipendio, un interesse sul capitale ed una partecipazione agli utili. Il contadino cessava di essere il salariato, diveniva socio dell'azienda, all'amministrazione della quale partecipava attraverso due rappresentanti, percepiva un salario minimo ma partecipava agli utili. Gli agricoltori respinsero il Lodo, lo impugnarono anche le galmente (persero però tutti i ricorsi). Provvidero le squadre fasciste a seppellire definitivamente con la violenza il Lodo Bianchi! Vi furono resistenze, anche a Castelleone, ma ben presto cessarono. L'onorevole Miglioli fu costretto all'esi-io. La violenza fascista ormai non aveva remore. A Cremona venne bastonato e ridotto in fin di vita il dirigente comunista Dante Bernamonti, futuro membro dell'Assemblea Costituente.23 L'episodio forse più grave (fra i tanti) in provincia di Cremona fu l'uccisione a manganellate, l'11 dicembre del 1921, nei campi fra S. Martino in Beliseto e S. Vito, nei pressi di Casalbuttano, del socialista Attilio Boldori, tipografo autodidatta, già Sindaco del Comune di Duemiglia (poi aggregato a Cremona), consigliere comunale di Cremona, Presidente della Federazione Provinciale delle Cooperative ed in quel periodo vicepresidente dell'Amministrazione Provinciale. Clamorosa l'autodifesa di Farinacci, quando in Parlamento venne chiamato a rendere conto dell'operato dei suoi: Boldori probabilmente, disse Farinacci, aveva le ossa del cranio troppo fragili!
Il Ventennio. Il 1922 è l'anno della definitiva affermazione del fascismo. Il 1922 è, anche a Castelleone, anno di grandi violenze, più ancora dell'anno precedente. Nei primi dieci mesi del '22 sono segnalate diverse “spedizioni punitive” fasciste anche contro singoli cittadini. I rioni maggiormente presi di mira sono quelli più popolari: soprattutto il Ghiandone e quella che oggi è via Solferino. Numerosi castelleonesi sono picchiati ed obbligati a bere olio di ricino. Uno di essi, il signor Piacentini, residente in Ghiandone, in conseguenza di queste aggressioni morì.
Lo stesso on. Miglioli, a quel tempo vice-sindaco di Castelleone e quindi spesso presente in paese, fu costretto ad andarsene e per sfuggire alle percosse dovette fingersi fuochista sul treno per Treviglio.
La Marcia su Roma si tenne, come è noto, il 22 ottobre 1922. Sindaco di Castelleone era ancora Pietro Lombardi, del Partito Popolare. Migliolini erano anche gli Assessori e la maggioranza dei Consiglieri. Segretario del Fascio era l'ing. Giulio De Poli24. Questi, la mattina del 30 ottobre, entrò con alcuni seguaci nell'ufficio del Sindaco e gli intimò di dimettersi e di far dimettere l'intero Consiglio Comunale, vista la nuova situazione politica nazionale. Lombardi prima protestò, poi convocò d'urgenza il Consiglio ed insieme, Sindaco, Giunta e Consiglio, sottoscrissero un documento di protesta e rassegnarono le dimissioni all'Autorità Prefettizia, abbandonando l'aula sotto gli occhi dei fascisti, riuniti minacciosamente fuori dalla di un regime illiberale. Nell'instaurazione del quale fu enorme la responsabilità del re, che si rifiutò di firmare il decreto di stato d'assedio, proposto, seppur tardivamente, dal governo Facta, decreto porta. Nello stesso periodo ciò avveniva in tutti i Comuni della Provincia e un po' in tutta Italia, con violenza ed in palese dispregio
delle leggi, senza che le Autorità centrali intervenissero. Ad ulteriore dimostrazione, se ve ne fosse bisogno, che l'incarico dato dal re a Mussolini dopo la Marcia su Roma non era un “quasi normale” incarico di formare un nuovo Governo, come ancora pensavano Giolitti e tanti liberali, ma l'inizio di un vero e proprio cambiamento di sistema e l'inaugurazione che avrebbe, secondo la più parte degli storici, posto fine alle velleità fasciste.
Dopo le dimissioni di Pietro Lombardi, il Comune venne retto dal Commissario Prefettizio avv. Pietro Spinosi. Il segretario comunale, l'avv. Giuseppe Ghisalberti, noto esponente del Partito Popolare (e nel dopoguerra a lungo Presidente dell'Amministrazione Provinciale di Cremona), venne costretto ad andarsene.
Nel gennaio dell'anno successivo si tennero le elezioni amministrative, in un clima di tensione e paura, ed i fascisti vinsero. Il 14 gennaio 1923 venne eletto Sindaco Giuseppe Moretti25.
Il processo di consolidamento del fascismo a livello nazionale era intanto in corso. Il 1° febbraio venne istituita la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, ove erano confluite le squadre fasciste, istituzionalizzando così la violenza di parte. Mussolini stesso definì la Milizia “presidio armato del Regime”. Anche a Castelleone il fascismo si consolidò, utilizzando un “mix” di violenza e ricerca del consenso. Con una attenzione sempre all'aspetto “popolare” delle iniziative, come con l'istituzione, il 10 maggio del 1923, della “Festa delle bandiere”, ripetuta poi negli anni successivi.
A conferma dell'importanza di Castelleone, Benito Mussolini visitò il paese il 18 giugno del 1923 e pronunciò un discorso, dal balcone del Municipio (allora in via Garibaldi, con il balcone che dava sulla piazza) ad una grande folla accorsa anche dai paesi vicini.
Il 16 maggio dell'anno successivo il Consiglio Comunale (come tanti altri in Provincia di Cremona ed in Italia) conferì al Duce la cittadinanza onoraria: da poco, l'8 aprile, si erano tenute le elezioni politiche, in base alla cosiddetta legge “Acerbo”, che attribuiva i due terzi dei seggi alla lista di maggioranza relativa (che avesse ottenuto anche solo il 25% dei voti!). Era così riuscito eletto, da noi, oltre ovviamente a Roberto Farinacci, anche il Sindaco Giuseppe Moretti.
L'inaugurazione del Monumento ai Caduti fu un momento importante del consolidamento del consenso ai fascisti: già nel 1919 l'Amministrazione Comunale aveva indetto un concorso per l'erezione di un Monumento ai Caduti, concorso vinto dal cremasco Enrico Girbafranti. Negli anni 1919-22 si assiste all'edificazione di Monumenti ai Caduti un po' in tutti i paesi27. Con una differenza di fondo: per i cattolici la guerra, che era stata secondo la definizione di Benedetto XV, in un appello del 1 agosto 1917 ai Capi degli Stati belligeranti, una “inutile strage”, doveva essere sì ricordata ma essenzialmente per pietà nei confronti dei caduti e per rispetto del dolore delle loro famiglie. Posizione sostanzialmente condivisa dagli Amministratori socialisti. Per i fascisti, invece, il conflitto era stato glorioso ed il ricordo doveva essere occasione di celebrazione dell'“italico valore” e dello sprezzo della morte. Il Monumento di Castelleone, quello che ancor oggi si può vedere, è un omaggio alla sofferenza: l'Italia, come una madre amorosa, tiene in grembo e piange un soldato caduto. A scegliere il bozzetto fu la Giunta migliolina ed i fascisti si trovarono davanti ad una scelta compiuta.
Colsero comunque l'aspetto patriottico dell'imponente costruzione e certo nessuno poteva negare il dolore delle famiglie. Così, terminata anche la sistemazione della vasta area vicino al Torrazzo, chiamata da allora Piazza della Vittoria, le nuove autorità fasciste diedero grande risalto all'inaugurazione, domenica 18 ottobre 1925: venne il Ministro dei Lavori Pubblici, Giovanni Giuriati (doveva venire Costanzo Ciano, che all'ultimo momento diede forfait per altri impegni)28 che, con il Sindaco Moretti e Farinacci, arringò la folla esaltando l'amor di Patria ed i valori del fascismo. Fascismo che ormai era trionfante, dopo aver superato una seria crisi conseguente al “caso” Matteotti29. Il 10 giugno del 1924 infatti era stato rapito sul Lungotevere di Roma il deputato socialista Giacomo Matteotti, che pochi giorni prima, il 30 maggio, aveva tenuto alla Camera un discorso di forte denuncia dei crimini e dei brogli fascisti in occasione della recente campagna elettorale. A Ferragosto venne ritrovato il cadavere di Matteotti. Partiti d'opposizione, organi di stampa, singole personalità denunciarono le responsabilità dei fascisti e di Mussolini in prima persona, che era stato udito dire, dopo il discorso di Matteotti: “Quell'uomo non dovrebbe più
circolare”. Gli assassin i vennero individuati ed andarono sotto processo (fu proprio Farinacci, nel 1926, a difenderli: i sicari ebbero pene ridottissime!). Negli ultimi mesi del 1924 il Governo Mussolini sembrò davvero sul punto di dare le dimissioni. I partiti d'opposizione (salvo i comunisti, che scelsero altre modalità di protesta) avevano abbandonato la Camera, dando vita a quello che venne definito “Aventino” (dal nome del colle ove si riuniva la plebe nell'antica Roma, dal V al III secolo A.C., quando abbandonava in massa la città per ottenere la parificazione dei diritti con i patrizi). Furono proprio i capi fascisti più intransigenti, guidati da Farinacci, a garantire a Mussolini la lealtà dei loro uomini e la disponibilità a riprendere su vasta scala, se necessario, le violenze. Così, il 3gennaio del 1925, in un discorso alla Camera, Mussolini si assunse tutta la responsabilità di quanto avvenuto e nei giorni successivi, con una serie di provvedimenti, l'opposizione venne stroncata e le libertà democratiche una ad una eliminate. Con la complicità della Monarchia e delle alte sfere dell'esercito e dell'economia.
Quando venne inaugurato il Monumento a Castelleone, dunque, il Regime aveva già superato la crisi ed iniziato un'opera di ulteriore ricerca del consenso e, insieme, di rafforzamento del centralismo già esistente. Pochi mesi dopo l'inaugurazione del Monumento, il 4 febbraio del 1926, una legge abolì la carica di Sindaco ed il sistema elettorale precedente, d'altronde ormai ridotto a farsa, ed introdusse nel nostro ordinamento il Podestà, nominato con Regio Decreto, assistito da una Consulta Municipale di almeno sei membri, di nomina prefettizia. Un enorme passo indietro rispetto all'elezione diretta da parte dei cittadini! D'altronde, per i fascisti, le elezioni erano “ludi cartacei” e, dopo averle rese di fatto delle finzioni, le abolirono del tutto. L'amministrazione comunale di Castelleone si dimise, come avvenne ovunque, e l'on. Moretti venne nominato prima Commissario Prefettizio e poi Podestà. Visti gli impegni a Roma e la ben avviata carriera politica, il Moretti venne sostituito dall'ing. Giulio De Poli (ancora Segretario politico del Fascio), prima come delegato di Moretti e poi ufficialmente, dal 1930 al 1939, come Podestà. Il De Poli era a sua volta affiancato, e sostituito in caso di assenza od impedimento, dal dott. Fausto Sorini, prima farmacista e poi proprietario della nota industria dolciaria, e dall'agricoltore Domenico Milanesi. La Consulta Municipale, organo comunque di non grande rilevanza, composta secondo la logica corporativa di rappresentanza di categorie, a Castelleone, dal 1930 al 1937 fu composta dal dott. Ambrogio Guarneri, dal geom. Daniele Moretti, da Francesco Achilli, dal dott. Fausto Sorini (per i datori di lavoro dell'industria), da Francesco Denti (per i lavoratori dell'industria); da Domenico Milanesi e Desiderio Garolfi (per gli agricoltori); da Giuseppe Primo Salvi ed Angelo Galeazzi (per i lavoratori agricoli). Nel '37, Achilli, Guarneri, Milanesi, Salvi, Sorini, furono riconfermati; gli altri sostituiti con Luigi Barnabò, Luigi Bonazzi e Giovanni Lacchini.
Il fascismo diede il via, fin dai primi anni, ad un certo numero di opere pubbliche, in alcuni casi portando a compimento impegni antichi, in altri proponendo e realizzando opere nuove. Nel luglio del 1928 iniziarono i lavori, previsti da tempo, per la costruzione del Colatore del Serio Morto: un canale destinato a bonificare 30.000 pertiche di terreno nei Comuni di Castelleone, Ripalta Arpina, S. Bassano, Cappella Cantone e Pizzighettone. Oltre alla bonifica, l'incanalazione delle acque impedì il periodico allagarsi del quartiere Borgo Serio a Castelleone. L'importante opera, che diede lavoro a centinaia di muratori e manovali, fu promossa e gestita da un Consorzio Idraulico presieduto dal generale Nicola Vacchelli, cremonese, direttore dell'Istituto Geografico Militare di Firenze, prestigioso tecnico che aveva aderito al fascismo.
Il Comune di Castelleone promosse poi direttamente alcune opere pubbliche: il Canale del Vaprio, che tolse dalla siccità circa 200 ettari di area agricola; la fognatura, progettata fin dal 1914 dal cremonese ing. Pietro Simoncini e realizzata nel 1932; lo scavo di un pozzo per l'acqua potabile e la costruzione delle relative condutture. Vennero costruiti alcuni edifici pubblici. Nel 1932 il Comune
acquistò dalla signora Eugenia Bezza vedova Venturelli la casa sita in Piazza Vittorio Emanuele 7 (l'attuale Piazza del Comune divenne Piazza della Repubblica in epoca repubblichina), abbattendo la quale ed una parte del contiguo palazzo Galeotti-Vertua venne costruito, su progetto di Francesco Arata30, il nuovo Municipio, inaugurato il 13 novembre 1935 con una imponente manifestazione.
Nell'estate del 1936 venne inaugurata la Colonia Elioterapica, lungo il Viale del Santuario, opera non banale dell'ingegnere cremonese Carlo Gaudenzi31; sul cornicione del tetto venne scritto a grandi caratteri “Andare verso il popolo”, frase tratta da un discorso di Mussolini. Nel 1937 venne costruito in via Solferino (ed inaugurato l'anno successivo) il nuovo edificio del Consorzio Agrario, per l'ammasso del grano, laddove prima vi era il Campo Sportivo.
Intanto, nel marzo del 1934 si erano tenute le elezioni-farsa, con le stesse modalità del 1929 (collegio unico nazionale, lista bloccata di candidati scelti dal Gran Consiglio del Fascismo, scheda con fascio littorio, possibilità di rispondere solo SI o NO, sostanzialmente riconoscibili). Per la nostra provincia erano risultati eletti, oltre a Farinacci, Giuseppe Moretti, Nino Mori e Dante Giordani.
Il fascismo castelleonese seppe organizzare imponenti manifestazioni e toccanti cerimonie, che rimasero a lungo nella memoria popolare. Mobilitazioni riuscite, al di là dell'obbligatoria partecipazione alle stesse, soprattutto nel periodo di maggior consenso al Regime, quello che seguì alla guerra d'Etiopia (1935-1936) ed alle conseguenti Sanzioni comminate all'Italia dalla Società delle Nazioni. Le Autorità erano riuscite a far passare nelle masse l'idea che la guerra d'Etiopia era una guerra “di civiltà”, vendicativa dell'onore italiano umiliato nel 1896 dagli Abissini ad Adua, portatrice di occasioni di lavoro per i contadini italiani poveri. E che le Sanzioni, imposte da Inghilterra e Francia, erano un sopruso a danno del popolo italiano. Così, il consenso al fascismo si rafforzò. Anche a Castelleone, ad esempio, nell'ottobre del '35 la raccolta “dell'oro per la Patria” (che a livello nazionale fruttò ben 37 tonnellate d'oro e 115 d'argento, nonché gran quantità di ferro) fu un evento pubblico di notevole rilievo e successo. Ed il 28 ottobre 1936 i reduci dalla guerra d'Etiopia, con Autorità, Mutilati ed ex-Combattenti della Prima Guerra Mondiale, seguiti da una folla imponente, si recarono al Santuario della Misericordia ed offrirono un cuore d'argento per ringraziare la Madonna.32 Non furono però molti i castelleonesi ad andare a lavorare in Etiopia. Nel 1938, invece, grazie ad accordi sempre più stretti tra Farinacci ed i nazisti, furono parecchi i contadini delle nostre campagne, fra i più di mille contadini cremonesi, ad andare a lavorare in Germania, soprattutto nella provincia di Hannover (con cui Farinacci strinse un vero e proprio gemellaggio, anche culturale ed artistico, portando là nel 1940, in occasione di un viaggio in Germania in cui incontrò con tutti gli onori Adolf Hitler, una selezione dei quadri del “Premio Cremona”). Nel 1939 altri castelleonesi, operai stavolta, partirono per Monaco di Baviera (per un periodo più breve). L'Italia esportava mano d'opera in cambio di carbone e ferro (anche negli anni '50 e '60 ciò avvenne), mentre la propaganda fascista predicava contro l'emigrazione. Comunque, tutto in quegli anni, dal 1936 al 1939 grosso modo, sembrava portare consensi al fascismo.
D'altronde, i fascisti, come i nazisti del resto, avevano una notevole capacità nella propaganda e nell'organizzare grandi manifestazioni spettacolari ed effetti speciali. Il 30 giugno del 1937, ad esempio, di notte, con una cerimonia suggestiva, Farinacci inaugurava nella sede del vecchio Municipio, in via Garibaldi, la “Casa Littoria”. Nell'atrio venne murata una lapide per ricordare la visita di Mussolini nel 1923, lapide distrutta a furor di popolo il 26 luglio del 1943. In quella occasione una automobile del corteo di macchine di Farinacci, nel trasferimento da Soresina a Castelleone, all'altezza della cascina Novella, mentre procedeva ad altissima velocità travolse ed uccise una bambina di sei anni. Chi fosse su quell'automobile non si può dire con certezza, se Farinacci stesso o uno del seguito. Di certo, nessuno venne punito.
Nell'ottobre del 1938 venne inaugurata la nuova Caserma dei Carabinieri, nel palazzo Villani, in via Ansoldo. Per creare consenso erano importanti, però, anche altre iniziative. Come il Giro d'Italia, che passò da Castelleone il 18 marzo 1935. E soprattutto come la celebrazione del 50° anniversario della incoronazione della Madonna della Misericordia, il 12-13-14 settembre del 1936. Pellegrinaggi, concerti, illuminazioni straordinarie del Viale (una vera e propria galleria di luci) e del Santuario, discorsi celebrativi. Un trionfo per il Regime! Intanto, il 7 ottobre del 1938 il Gran Consiglio del Fascismo aveva deliberato la soppressione della Camera dei Deputati (ormai effettivamente inutile, ma prevista dallo Statuto Albertino, che ancora formalmente regolava la vita istituzionale del Regno), sostituita dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, composta da circa 600 Consiglieri nazionali, non eletti ma designati dalle varie gerarchie.
Così venne posto fine alla tradizione “borghese” delle elezioni, che del resto ormai erano divenute una farsa!
Nel novembre del 1938, nell'anniversario della Vittoria, si costituì anche a Castelleone un N.U.F. (Nucleo Universitario Fascista), dipendente dal G.U.F.
(Gruppo Universitario Fascista) di Cremona. Nel novembre del '38, però, l'evento principale a Castelleone fu un altro: l'inaugurazione, sempre da parte di Farinacci, il 4 novembre per la precisione, anniversario della Vittoria nella Prima Guerra Mondiale, del nuovo stabilimento Sorini, per la produzione di caramelle e marmellate. Lo stabilimento sorgeva su un'area di 11.000 mq., di cui7.000 coperti, e dava lavoro a circa 600 operai (molti erano stagionali e molte donne). Una manna per Castelleone, che al censimento del 1936 contava 8711 abitanti! La “Sorini” viene citata alcuni anni dopo come la terza industria in Italia per la produzione di marmellate. Di fatto era l'unica attività industriale di una qualche dimensione a Castelleone, preziosa dopo la chiusura di diverse attività manifatturiere. Il proprietario della Sorini, il già menzionato dott. Fausto Sorini, imprenditore capace ed intelligente, diventerà al tempo della Repubblica di Salò il Presidente dell'Unione Provinciale Fascista degli Industriali.
Intanto l'Italia rotolava velocemente verso la guerra! Nell'aprile del 1939 invadeva l'Albania e Vittorio Emanuele III assunse anche il titolo di Re d'Albania, oltre a quello di Re d'Italia e Imperatore d'Etiopia.
Il 31 luglio 1939 vi fu un cambiamento in Comune: venne nominato Podestà un medico, il dott. Goffredo Bertolotti. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, visto comunque il carattere di massa del movimento fascista, il potere a Castelleone era nelle mani di poche persone: oltre al Podestà, vi era il Segretario politico del Fascio, l'agricoltore Desiderio Garolfi, che da poco aveva sostituito il geom. Daniele Moretti, che aveva a sua volta sostituito l'ing. De Poli; l'ispettore della XV Zona fascista, il veterinario dott. Egidio Cerioli, ufficiale sia della Milizia che dell'Esercito; il dott. Fausto Sorini e pochi altri. Fuori dal cerchio stretto fascista, vi era il maresciallo dei carabinieri, Salvatore Di Giovanni.
L'ultimo Natale di parziale serenità fu quello del 1939, quando il paese festeggiò il suo parroco, Monsignor Umberto Maruti, nominato Prelato Domestico di Sua Santità. Monsignor Maruti fece restaurare la Chiesa parrocchiale ed il Santuario, fece costruire il Convento delle Canossiane, seppe mantenere una certa autonomia rispetto al Regime.
La guerra, il 25 luglio 1943, la Repubblica di Salò, la Resistenza.
Il 10 giugno 1940 l'Italia entrò in guerra contro Francia ed Inghilterra. Nel giro di alcuni mesi la guerra diventò mondiale, essendo gli USA entrati in guerra contro Germania, Giappone ed Italia ed avendo Germania ed Italia attaccato l'URSS.
Castelleone visse i primi anni di guerra con il terrore dei bombardamenti (fece grande impressione il bombardamento su Genova da parte della flotta inglese il 6 febbraio del 1941, udito a Castelleone, a 120 km di distanza in linea d'aria, al punto da far scendere in strada le persone, che temevano si trattasse di un bombardamento aereo sul paese), col razionamento inadeguato dei viveri, col freddo durante inverni che furono fra i più rigidi del secolo. La legna diventava sempre più cara, il pane veniva confezionato con i cereali più vari, l'olio (introvabile quello d'oliva) era ricavato dal ravizzone, dal girasole o dal ricino, i grassi dalla spremitura di ossa o unghie d'animali; invece del caffè la cicoria... Quasi per ogni genere alimentare vi era un surrogato, razionato pure quello. Solo al mercato nero si poteva trovare carne, pane bianco e quant'altro. Però a cifre spropositate, che solo pochi potevano sborsare. Così, il consenso al Regime cominciò a calare. Dai vari fronti, poi, le notizie che arrivavano non erano certo confortanti ed il numero di morti e feriti cresceva continuamente. Eppure, ancora nei primi anni di guerra il fascismo castelleonese riuscì ad organizzare grandi manifestazioni. Durante l'estate del '42 la raccolta di lana per confezionare indumenti ai combattenti, organizzata in tutta Italia, a Castelleone diede migliori risultati che altrove. Il 10 ottobre, sempre del '42, venne inaugurato il Cinema-Teatro Littorio, sorto sull'area del Teatro Comunale, distrutto alcuni anni prima da un incendio (dove ora è il Cinema-Teatro “Leone”). Il 15 novembre 1942 si tenne in paese “un imponente raduno di camice nere e popolo” (si parlò di 8.000 persone, fatte venire anche dai paesi vicini), alla presenza dei Podestà di Castelleone, Soresina e Crema, di Farinacci, Moretti e dei massimi gerarchi provinciali e locali. L'iniziativa era di propaganda politica generale, ma si colse l'occasione per onorare la memoria dei 31 castelleonesi caduti in guerra fino ad allora (più 5 dispersi ed altrettanti mutilati). Sappiamo che, a quella data, i castelleonesi sotto le armi erano 1464, dei quali 556 fascisti (il 52% degli iscritti al Partito). Fra questi, 61 erano volontari. Il discorso tenuto da Farinacci in quell'occasione, fu l'ultimo da lui pronunciato a Castelleone. La popolazione, però, era sempre più perplessa e contraria alla guerra. Nell'ottobre e novembre del '42 e poi nel giugno del '43 i castelleonesi avevano assistito alla rimozione di molte campane delle chiese (diciotto per la precisione) e poi del “campanone” della parrocchiale (che pesava 24 quintali), per farne materiale bellico33. Anche il tradizionale sentimento religioso del paese risultava ferito.
Per molti motivi, quindi, il 25 luglio del 1943, quando il voto del Gran Consiglio del fascismo mise in minoranza Mussolini, anche Castelleone esultò per la caduta del fascismo. L'arresto di Mussolini, l'incarico del Re a Badoglio di formare un nuovo Governo, lo scioglimento del Partito Nazionale Fascista e delle sue varie emanazioni, la soppressione del Tribunale Speciale, la liberazione dei detenuti politici e soprattutto la speranza nella fine del conflitto e nel ritorno della libertà fece esplodere ovunque spontanee manifestazioni popolari. Anche a Castelleone molte bandiere tricolori apparvero a finestre e balconi e ovunque si sentiva gridare “Viva il Re, viva Badoglio, viva l'Italia”. Molta gente si radunò sotto il Torrazzo, sfilò per le vie del centro e portò una corona al Monumento ai Caduti: tra gli altri Elia Ruggeri, poi partigiano e Sindaco di Castelleone, ed il pittore Enrico Felisari, in divisa di ufficiale degli Alpini (è Elia Ruggeri a ricordarlo). Il corteo, sostanzialmente gioioso e pacifico, si recò però in via Solferino, davanti alla casa del dott. Cerioli, che abbiamo detto essere Ispettore della XV Zona dei Fasci. La casa venne assediata e difesa da carabinieri ed avieri, che solo due giorni dopo riuscirono a farlo fuggire. Vi è da notare che, mentre in molti paesi i Podestà vennero sostituiti, a Castelleone Goffredo Bertolotti rimase in carica anche dopo la caduta del fascismo. C'è da supporre per un sostanziale apprezzamento del suo operato (o indifferenza?) da parte delle nuove Autorità badogliane (nella fattispecie, a Cremona la massima Autorità era il generale Giacomo Florio, che assunse il Comando del Presidio Militare per incarico del nuovo Governo34). Anche a Castelleone i simboli del Regime, che a torto si riteneva del tutto passato, vennero rimossi: la lapide della venuta di Mussolini nel '23, la scritta “Casa Littoria” sull'edificio di via Garibaldi, la frase “Andare verso il popolo” sull'ingresso della Colonia Elioterapica, le scritte “Credere, obbedire, combattere” e “W il Duce fondatore dell'Impero” sul Municipio e le altre sparse per il paese (nel 1940 ve ne erano ben undici!), i fasci sui vari palazzi pubblici (ad eccezione di quelli all'ingresso del palazzo Comunale, tolti dopo molte polemiche negli anni '70), i busti di Mussolini.
Ovunque vennero affissi manifesti (come in tutti i paesi della Provincia), datati “Cremona 26 luglio 1943” e firmati “Un gruppo di cittadini”, in realtà rappresentanti dei partiti antifascisti cremonesi, quasi un anticipo del CLN, Comitato di Liberazione Nazionale, composto da rappresentanti di tutti i partiti antifascisti, fondato di lì a poco. Il testo pare che sia stato redatto da Emilio Zanoni, poi Sindaco di Cremona: “Cittadini, il crollo del fascismo che ci ha ridotto, dopo venti anni di oppressione e di corruzione, a una situazione militare, politica ed economica di estrema gravità, pone il popolo italiano di tutte le classi davanti al compito di affrontare con risoluta energia i problemi del rinnovamento in armonia con le tradizioni di amor patrio, di libertà e di onestà del Risorgimento. Un gruppo di cittadini di ogni tendenza, mentre è sicuro che verrà fatta giustizia nei confronti di coloro che si sono resi responsabili, vi invita a salvaguardare nell'ordine la libertà riconquistata e a svilupparla in fecondità di opere”. Il riferimento a “corruzione” ed “onestà” si spiega con le inchieste che vennero subito avviate dal nuovo governo su illeciti arricchimenti di gerarchi e di Farinacci stesso (il cui patrimonio accertato superava i cinquanta milioni di lire, cifra assai elevata per i tempi, e ville a Roma, Napoli ed altre località).
Mentre oggi spesso si sente dire che i fascisti “saranno anche stati cattivi ma almeno erano onesti”, l'opinione diffusa del tempo e la critica storica hanno confermato il contrario: la presenza di corruzione ed illiceità al massimo grado.
Purtroppo, come l'Italia imparò a proprie spese, la guerra ed il fascismo non finirono il 25 luglio! “La guerra continua” aveva affermato Badoglio nel suo messaggio alla nazione. Ed infatti proseguì, andando sempre peggio. Ben presto, però, tra il Governo italiano ed il generale Eisenhower, comandante delle Forze Alleate, iniziarono trattative segrete per giungere ad un armistizio. Segrete per tutti, ma evidentemente non per i Tedeschi, che cominciarono ad inviare in quantità sempre maggiore truppe ed armamenti in Italia. L'improvvido annuncio dell'armistizio, l'8 settembre del 1943, senza preparazione e senza indicazioni, lasciò l'esercito, e l'Italia, allo sbando. Il 9 settembre, il Re, la Regina ed il Principe ereditario, lo Stato Maggiore dell'Esercito, parecchi Ministri e tanti che poterono aggregarsi lasciarono Roma. La lunga fila di automobili e camion, carichi di tutto quel che riuscivano a portare, ruppe per molti italiani il secolare rapporto di fiducia con la Monarchia. Nel giro di pochi giorni i militari tedeschi occuparono il Paese, incontrando poche, eroiche, resistenze (a Roma, a porta S. Paolo, a Cremona ed in alcune altre città). I soldati italiani, senza ordini, si sbandarono: molti vennero presi dai tedeschi ed inviati in Germania, altri tornarono a casa o si nascosero presso parenti, alcuni cominciarono a creare i primi gruppi di ribelli in montagna. A Cefalonia la Divisione Acqui (che aveva fra le sue fila molti cremonesi e castelleonesi, anche perché a Cremona aveva un grande Deposito ed un centro di arruolamento) resistette. E fu una strage, con fucilazioni sommarie dopo la resa: ancor oggi si discute sul numero dei morti, ma comunque si trattò di diverse migliaia (i cremonesi furono 175). A tutti i componenti della Divisione Acqui a guerra terminata fu riconosciuto, come vedremo, il requisito di “Partigiano combattente”. Il 12 settembre, intanto, la radio aveva informato che, con un ardito colpo di mano, dei paracadutisti tedeschi avevano liberato il Duce, tenuto prigioniero per ordine del Re in una località sul Gran Sasso. Iniziò così la triste storia della Repubblica Sociale Italiana (detta anche Repubblica di Salò, perché in quella località vi era la sede ufficiale, anche se i Ministeri erano sparsi un po' in tutte le città del Nord, e chiamata spregiativamente dagli antifascisti e dal popolo “Repubblichina”, per la ridotta dimensione, la fragilità e la sottomissione allo straniero), che durò più del previsto in quanto i Tedeschi riuscirono a fermare l'avanzata degli Alleati, sbarcati in Siciliae nel Sud, lungo la cosiddetta “Linea Gustav” e poi lungo la “Linea Gotica”, che tagliava a metà l'Italia. Qualche storico ha parlato dell'8 settembre come del giorno simbolico di distruzione dello Stato e della Patria36. E' vero solo in parte: indubbiamente il periodo che seguì l'8 settembre fu tra i più duri e feroci della storia d'Italia, ma la distruzione dello Stato e della Patria era già iniziata prima, col fascismo, che aveva eliminato i diritti fondamentali ed iniziato la persecuzione di ebrei e “diversi”, e con la guerra, che aveva visto una sostanziale cessione di sovranità all'alleato germanico. Un periodo doloroso, dunque, ma anche di riscatto: inizia e si afferma la Resistenza, rinascono Istituzioni statuali (non solo quelle del Regno d'Italia a Sud, ma quelle delle varie “Repubbliche partigiane” al Nord, non così effimere come si crede), si forma una nuova cultura politica, che porta molti ad opporsi più consapevolmente al nazifascismo. L'8 settembre colse anche a Castelleone la popolazione impreparata. L'occupazione tedesca venne comunque vista subito, secondo tutte le testimonianze, come un evento terribile e brutale dalla gran parte degli abitanti. Perfino nel manifesto fatto affiggere tre giorni dopo dal Podestà si avverte un tono di preoccupazione: “Cittadini, in questo grande momento di incertezza è mio dovere
di assumere intera la responsabilità della situazione del territorio del Comune al solo scopo di tutelare gli interessi di tutta la popolazione e per il mantenimento dell'ordine pubblico. Verso le truppe germaniche che stanno occupando il territorio, sia il vostro contegno di assoluto rispetto; in questo caso la popolazione non ha nulla da temere. Per quanto riguarda il razionamento dei viveri, esso è assicurato nei limiti che nessuna disposizione ha fino ad ora modificato.
Conto per il bene e la tranquillità presente e futura di tutti, sulla vostra volontà e sul buon senso dei cittadini di Castelleone, che hanno sempre dimostrato in ogni momento di possedere sentimenti del più alto civismo. Dal Municipio 11settembre 1943”. Il giorno dopo, alla notizia della liberazione di Mussolini, subito comparvero in paese manifesti inneggianti a fascismo e nazismo e di condanna per i “traditori” Vittorio Emanuele e Badoglio. Nel giro di qualche settimana vennero ridipinte sui muri le frasi inneggianti al fascismo, cancellate dopo il 25 luglio. Si formarono anche gruppi di “ausiliarie”, giovani donne di provata fede fascista o comunque convinte di dover difendere l'onore e la patria. Il 21 dicembre 1943, infine, anche a Castelleone venne ricostituita la Sezione del Partito Fascista, ora Repubblicano, una delle ultime a formarsi in Provincia. Ubaldo Dolci ne divenne prima Commissario reggente e poi, dal 21 gennaio dell'anno successivo, Segretario politico. Daniele Moretti fu vice-Segretario e collaboratori furono Alessandro Grandini, Alcibiade Carlo Compiani (un milanese sfollato a Castelleone, che a poco a poco divenne il vero “leader” del fascismo repubblichino castelleonese) ed Enrico Felisari. La presenza di quest'ultimo può stupire, vista la sua partecipazione alla manifestazione del 25 luglio. Elia Ruggeri sostiene che il Felisari facesse il doppio gioco ed informasse in molte occasioni i partigiani. Vi sono altre testimonianze in tal senso (vedi più avanti). Intanto, Ubaldo Dolci era stato chiamato a sostituire il Podestà Bertolotti, richiamato alle armi. Il 3 giugno però il Dolci si dimetteva, non saprei dire il perché, ed al suo posto veniva nominato Giuseppe Mazzolari. C'è da notare che, durante la Repubblica di Salò, il gruppo dirigente fascista di Castelleone sembra ancor più ristretto del precedente. E' tutto un ruotare delle stesse persone nelle diverse cariche! Nel novembre fu nominato Commissario del Fascio Repubblicano della XV Zona Alcibiade Carlo Compiani, dirigenti del Fascio di Castelleone divennero Egidio Cerioli, Felisari Alfredo (da tutti chiamato “Barbarina”, dal nome della madre), Luigi Pagnoni e Antonio Monfredini. Nel gennaio del '45 Goffredo Bertolotti, tornato a Castelleone, riassume la carica di Podestà.
Facciamo un passo indietro. Guido Miglioli, costretto all'esilio, imprigionato a Parigi nel 1941, portato in Germania, poi a Bolzano, condannato in Italia a cinque anni di confino, incarcerato a Sondrio, era stato liberato nell'agosto del 1943 e subito era giunto a Castelleone, il 24 agosto per la precisione. Quand'era in carcere in Francia, aveva fatto testamento: tra l'altro, aveva chiesto che un suo ricordo potesse giungere a Castelleone, “nel paese che io ho prediletto in Italia...ad un Santuario in fondo ad un viale di platani, per cui vidi sempre transitare con devozione coloro che sperano di avere il premio promesso, non quelli che temono un preannunciato castigo”. A Castelleone si incontra con i suoi fedelissimi: Piero Lombardi, l'ultimo Sindaco liberamente eletto, Stefano Sentati, Sindaco per lungo tempo dopo la Liberazione, avvocato a Cremona con Giuseppe Cappi, Vittorio Ruggeri e pochi altri. Si reca con loro al Santuario della Misericordia per ringraziare la Madonna, percorrendo, nell'illusione di non essere visto, la “via vecchia” (e non quel Viale ai cui alberi i fascisti nel primo dopoguerra dicevano che voleva impiccare gli agrari!). La visita, che doveva essere riservata, viene invece notata e diventa l'occasione per una vera manifestazione d'affetto e simpatia, umana e politica, da parte di molti castelleonesi, che si radunano davanti alla stazione ferroviaria, ove nel frattempo Miglioli era tornato. A dimostrazione del consenso che sempre ebbe in queste contrade l'“apostolo dei contadini”! Amico di Miglioli fu don Genesio Ferrari, dal 1949 al 1968 parroco di Castelleone (fortemente polemico però con Miglioli in occasione delle vicende politiche del 1948-'49, quando Guido Miglioli si schierò con le Sinistre), condannato in contumacia nel 1944 a dieci anni di carcere dal ricostituito Tribunale Provinciale Straordinario, per gli articoli antifascisti scritti sul settimanale diocesano “Vita Cattolica”, del quale era stato Direttore nel periodo luglio-settembre 1943.
I venti mesi che vanno dal settembre '43 alla fine della guerra sono i peggiori per la popolazione. A Castelleone, famiglie di profughi arrivavano tutti i giorni, disperati, soprattutto da Milano. In tutto, non meno di un migliaio di persone (tra cui Walter Chiari). Venivano sistemate nelle case del paese, ad aggiungere disagio a disagio, disperazione a disperazione. L'approvvigionamento alimentare diventava sempre più difficile, anche in un paese agricolo, e fioriva il mercato nero. Suonava spesso l'allarme aereo, ma a parte un mitragliamento segnalato nel '44 dalla Questura nei pressi della stazione ferroviaria, l'unico bombardamento avvenne il 2 febbraio 1945. Venne distrutto un edificio, anche in questo caso vicino alla stazione, ma non vi furono vittime. Incuteva terrore anche un piccolo aereo, chiamato “Pippo” dalla popolazione, quasi ad esorcizzare la paura, che a volte si limitava a passare altre volte, specie di sera, mitragliava lungo le vie di maggior transito e dovunque vedeva una luce (una signora, abitante a Villa Alda, venne ferita gravemente, tanto da rimanere claudicante per il resto della vita, mentre stava innaffiando l'orto, una sera, alla luce fioca di un lume).
Molti furono i giovani castelleonesi che, già verso la fine del 1943, si recarono in montagna ad arruolarsi nei reparti partigiani che si andavano costituendo.
Operarono in varie località: in Piemonte, nel Varesotto, in Emilia, alcuni anche in Francia ed Iugoslavia. Laddove si trovavano quando l'esercito italiano si sbandò. Il gruppo più consistente, tuttavia, fra quanti non rimasero in pianura, andò nel piacentino, nella Divisione “Giustizia e Libertà” (poi divenuta la “Ia Divisione Piacenza”, guidata da Fausto Cossu, ufficiale dei Carabinieri ed in seguito avvocato), formatasi sulle alture sopra Pianello Valtidone e ben presto attiva nell'intero territorio delle valli Tidone e Trebbia. Il gruppo dei “Cremonesi” (assai numerosi soprattutto i castelleonesi, ma qualcuno anche di Casalbuttano, Soresina e Cremona) prese parte ad azioni memorabili, come l'entrata nell'arsenale di Piacenza a far bottino di armi e munizioni.
Riporto i nomi di alcuni di questi valorosi (l'elenco completo è più avanti): Antonio Bonizzi, Mario Brazzoli, Giuseppe Brusaferri, Elder Colbacchi, Serafino Corada, Rinaldo Dorati, Mario Ferrari, Ernesto Franzosi, Renato Gandini, Alfredo Lombardini, Teresio Longhi, Ernesto Monfredini, Mario Palazzi, Arcangelo Papa, Giuseppe Pini, Giovanni Pizzamiglio, Elia Ruggeri (alfiere del Di staccamento), Giovanni Ruggeri, Domenico Sacchi, Ernesto Stellari, Mario Vanoli, Alfonso Vitaloni, Pietro Zucchi (cuoco del Distaccamento). Nel corso del terribile rastrellamento nazifascista iniziato nel novembre del 1944 e proseguito nei mesi successivi (detto “dei mongoli”, in realtà operato dalla 162ma Divisione “Turkestan” e da formazioni fasciste), i gruppi partigiani vennero dispersi, anche se molti riuscirono a riunirsi in zone più isolate e ad altitudini maggiori.
Due eroici castelleonesi, Mario Vanoli ed Elder Colbacchi, furono feriti e salvarono fortunosamente la vita. Alcuni raggiunsero altre formazioni partigiane e continuarono a combattere. Altri riuscirono a nascondersi in pianura o nei paesi della costa ligure, raggiunta a piedi. Nove giovani castelleonesi subirono un destino diverso. Ai primi di dicembre '44, Serafino Corada, Renato Gandini, Giuseppe Iacobi, Giuseppe Fontana, Mario Palazzi, Arcangelo Papa, Giuseppe Pini, Severino Parmigiani, Domenico Sacchi furono catturati. Corada, Fontana, Papa, Parmigiani, Pini a Castelleone; gli altri in varie località, ma tutti per fortuna lontano dal piacentino e senza armi addosso: in tal caso sarebbero stati fucilati sul posto. Furono condotti in carcere, prima a Cremona ed il 27 dicembre 1944 a Brescia, ove furono ancora brutalmente interrogati e poi trasferiti al Campo di concentramento di Toblach (Dobbiaco)39, in Alto Adige (allora annesso al Reich), gestito dalle SS. Da anni non esiste più traccia di questo Campo! Per fortuna si sono conservati molti documenti: in essi i castelleonesi erano definiti, come gli altri detenuti, “elementi pericolosi appartenenti a bande armate”. I nove castelleonesi, insieme ad alcune altre centinaia di internati, furono liberati, dopo mesi di maltrattamenti e vita durissima, dagli americani il 7 maggio 1945.
A Castelleone, intanto, ferveva l'attività partigiana (chiamata in gergo dai patrioti “attività sportiva”!), intensa fin dall'inizio del '44. Nel “Diario storico” della Brigata partigiana che operava in zona, la “Francesco Follo” (integrata nel Raggruppamento delle Brigate garibaldine “Ferruccio Ghinaglia”), Diario elaborato dal Comando della Brigata stessa, leggiamo: “La prima Sap della zona fu costituita e nello stesso tempo organicamente inquadrata a Castelleone. Questa si mise subito all'opera, facendo alcuni disarmi e ricavando come primo bottino tre pistole con altrettanti moschetti”. Vengono poi costituite, ma siamo quasi all'e state del 1944, le Sap (Squadre di Azione Patriottica) di Soresina e Pizzighettone. In agosto, in tutta la zona, vi sono già più di 80 sappisti. La zona Castelleone-Romanengo resta, a detta del Diario, quella più attiva: 16 uomini divisi in tre gruppi, con un capogruppo. “Sia dal punto di vista politico… come da quello militare, Castelleone e Romanengo rappresentano i due centri di maggiore importanza”40. Anche la grande crisi del movimento partigiano nel cremonese (ma un po' ovunque) a novembre-dicembre, dovuta ai numerosi arresti e ad una più decisa azione nazifascista, a Castelleone e Romanengo viene superata più facilmente. Solo a gennaio però si ricompongono le fila, anche con un rinnovamento di quadri dirigenti. Al 10 febbraio 1945 a Castelleone la Sap, “attiva e decisa”, sempre secondo il Diario, raggiunge i 25 elementi, abbastanza ben armati (Comandante Vinicio, Commissario politico Tiranti), e poche settimane dopo il numero dei sappisti raggiunge la cinquantina. Viene superata, o perlomeno attenuata, quella mentalità “attendista...che rispondeva del resto alla mentalità corrente nel cremasco”. Le iniziative sono numerosissime e minutamente elencate nel Diario. Il 10 Marzo del '44 sappiamo di un lancio di manifestini nella zona. Contemporaneamente, sulla strada per Soresina vengono disseminati “chiodi rivoltabili”, antiautocarro, prima del passaggio di una colonna tedesca. Il 10 giugno del '44 vengono disarmati due militi della Guardia Nazionale Repubblicana. I “disarmi” sono ripetuti, soprattutto in autunno. Tantissimi, in genere accompagnati da lancio di volantini, disseminazione di chiodi sulle strade e taglio dei fili del telefono che collegavano i vari paesi (con disarmo dei “guardafili”). Molte testimonianze concordano nel dire che le zone soresinese e bassocremasca furono tra quelle a maggiore attività partigiana, con tanti audaci colpi di mano. In ottobre sulla strada Castelleone-Formigara i partigiani sequestrano un autocarro carico di burro ed un altro carico di viveri, che distribuiscono in gran parte alla popolazione. Il 18 ottobre due militi vengono di nuovo disarmati e così il 13 Febbraio del '45 ed in tante altre occasioni ancora. In questa zona, secondo la testimonianza di Emilio Zanoni, membro del CLN cremonese, vi è nella prima primavera del '45 una vera e propria “fase preinsurrezionale”, come nel Casalasco.
Un impulso notevole alla Resistenza castelleonese venne dai giovani dell'Oratorio, che allora si trovava in un posto chiamato “Cortazza” (dalla grande corte antistante un malandato edificio), vicino all'attuale Piazza della Vittoria. Già nel corso del Ventennio i rapporti tra fascismo e Chiesa cattolica non sempre erano stati idilliaci; dopo la firma dei Patti Lateranensi nel febbraio del 1929 (momento massimo di buoni rapporti), vi fu, nel 1931, una crisi profonda tra fascismo e Chiesa a proposito dell'educazione delle giovani generazioni (che Mussolini ed i Gerarchi volevano fosse lo Stato fascista a formare). Dopo il 1931 l'Azione Cattolica divenne sempre più un vivaio di giovani antifascisti. A Castelleone, dopo l'otto settembre del 1943, tanti di questi giovani presero parte attiva alla Resistenza, molti andando sulle colline del piacentino e diversi rimanendo in paese.
In “Cortazza” operarono due sacerdoti in particolare, che vorrei ricordare: don Opilio Oneta, della “vecchia guardia”, molto legato a Miglioli, e don Giacomo Grazioli, ottimo predicatore, che spinse molti giovani alla ricerca della libertà negata dalla dittatura. Il parroco, Umberto Maruti, certo più prudente, li protesse sempre. Don Giacomo arrivò a pronunciare una predica particolarmente impegnata, sul tema “non si può servire a due padroni, a Dio ed a Mammona”, una predica dal forte contenuto sociale di ribellione al potere del danaro e al dominio dei potenti. Proprio per questi contenuti sociali, irritò profondamente i capi fascisti presenti e più ancora quei grandi proprietari terrieri che avevano utilizzato il fascismo per servire i propri interessi. Don Opilio e don Giacomo vennero presi di mira spesso e molti tentarono di farli tacere, senza riuscirci. Molti dei giovani da loro educati parteciparono alla Resistenza ed uno di loro, Elia Ruggeri, divenne sindaco di Castelleone. Molti entrarono poi nella Democrazia Cristiana castelleonese, che, pur fra mille contraddizioni, fu sempre antifascista.
Drammatico anche dal punto di vista delle azioni militari, è per Castelleone il periodo che va dal settembre '44 all'aprile '45. Il 9 settembre 1944 un gruppo di sappisti (le Squadre di Azione Patriottica erano nate nell'estate del 1944 per iniziativa delle Brigate Garibaldi ed erano formate da 15-20 patrioti l'una) organizza un attentato a Farinacci, una sera che avrebbe dovuto trovarsi nella cascina di Francesco Doneda, a Mulino Lurano, piccola frazione appena al di là della ferrovia Cremona-Treviglio. L'attentato alla fine fallì, ancora oggi non si sa bene perché. La versione ufficiale (poco plausibile, a mio avviso) fu che Egidio Cerioli, veterinario ed Ispettore della XV Zona dei Fasci (comprendente, oltre Castelleone, Montodine, Ripalta Arpina, Fiesco e Salvirola), fermato dagli otto sappisti appostati per l'attentato, non sia stato riconosciuto e sia riuscito a farsi credere il medico “condotto” di Castelleone Natale Abruzzi, in visita ad un ammalato in cascina. Sia così riuscito ad avvisare Farinacci e a farlo fuggire. Resta il mistero, ma il fatto che l'attentato sia stato pensato ed organizzato (di ciò si è certi) dimostra la presenza e l'ardimento (ma anche l'ingenuità e la scarsa organizzazione, almeno all'inizio) dei partigiani castelleonesi, che agirono da soli, senza neppure avvisare il CLN cremonese, come testimonia Arnaldo Bera (assai critico su questa mancanza di contatti). Il territorio di Castelleone è teatro di altri episodi drammatici. Il 29 novembre 1944 furono arrestati, accusati dell'uccisione di due militi fascisti in località Bocca Serio, alla cascina Vallolta di Sotto, nell'abitazione di Ernesto Monfredini, oltre al suddetto Monfredini, Gaetano Paganini (la cui moglie, quando seppe della fucilazione del marito, si suicidò gettandosi dalla finestra), Antonio Pedrazzini e Luigi Bertazza, di Castiglione d'Adda. Erano partigiani nella Divisio-ne “Giustizia e Libertà”, insieme al nutrito gruppo di giovani castelleonesi di cui abbiamo parlato. Ultimamente si erano uniti, dopo i rastrellamenti sul piacentino, alla Divisione “Aliotta” operante in Lombardia ed infine erano tornati in pianura per unirsi ai Sappisti in azioni di disturbo a tedeschi e repubblichini.
Vennero fucilati alla schiena nello stadio di Crema. Intanto, le azioni dei partigiani andavano intensificandosi. Non vi è però assolutamente prova di un attentato (di cui ho sentito parlare un po' come di una favola), che avrebbe suscitato enorme clamore e mutato le sorti della guerra. Il 23 gennaio 1945, verso le 18, transitarono da Castelleone quattro auto militari sulle quali erano Benito Mussolini, il maresciallo Rodolfo Graziani, il feldmaresciallo Albert Kesserling ed altri alti ufficiali. Si recavano dal loro Quartier Genera le, in quel periodo sito a Gradella, frazione di Pandino, in visita al fronte, alla Divisione “Italia” in particolare, passando per Cremona ed oltrepassando il Po. Il 27 fecero la stessa strada per ritornare a Gradella. Vi sarebbero state, dunque,
due occasioni per assalire il convoglio. Nulla di concreto, però, si realizzò.
Più credibili le notizie (anche se non vi sono documentazioni certe) di nuovi tentativi di attentati a Farinacci, presente spesso in paese. Avvenne poi un fatto, di cui all'epoca si è molto parlato, ma che poi, con il passare del tempo, è stato dimenticato. Il 14 marzo 1945 alcuni contadini trovarono in un campo, vicino alla cascina Serafina, sulla strada Fiesco-Castelleone, il cadavere di un uomo sepolto malamente: un giovane dall'età apparente di 25-30 anni, ucciso da un colpo di pistola alla tempia. Ho cercato, anni fa, di saperne di più. Mi è stato raccontato di un giovane, che parlava un pessimo italiano, giunto il 10 marzo 1945 alla cascina Vallolta di Sopra. Chiedeva di essere messo in contatto con i partigiani e così fu. I partigiani, non fidandosi (i tempi pullulavano di spie e doppiogiochisti), lo perquisirono e, cucito nel risvolto della giacca, trovarono un distintivo della “Ghestapo”, la polizia segreta nazista. I patrioti castelleonesi avvertirono il Comando Sap di Cremona, che inviò un incaricato, “Sandro”43.
Condotta una rapida indagine, la conclusione fu di avere a che fare con una spia.
Il giovane, affidato a “Sandro” per essere portato a Cremona, avrebbe cercato di fuggire e sarebbe stato ucciso dalla scorta. Addosso gli sarebbe stato trovato anche un biglietto con i nomi di alcuni russi e greci, attivi fra i partigiani. La versione ufficiale fa acqua: il colpo di pistola alla tempia ed il luogo sperduto fanno pensare più ad una esecuzione che ad una uccisione in seguito a fuga. Si trattava probabilmente davvero, però, di una spia tedesca (questa l'attendibile spiegazione di Emilio Zanoni: “un ufficiale tedesco infiltrato”), alla ricerca dei russi e greci. In effetti sappiamo da molte fonti che i tedeschi cercavano con particolare accanimento gli stranieri già prigionieri, fuggiti dai Campi di concentramento italiani dopo il 25 luglio o dopo l'8 settembre, e, con ancor maggior pervicacia, quelli arruolati nell'esercito tedesco, a volte per loro scelta a volte con la forza, che avevano disertato.
A Castelleone, il gruppo di partigiani attivi in paese agiva spesso in collaborazione con una “squadra volante” che ebbe un ruolo di primo piano nella guerriglia condotta nella zona tra Castelleone, Soresina, Crema ed Azzanello. Formata da una ventina di partigiani (al massimo: il numero variò nel tempo), prima autonoma e dal maggio 1944 incorporata nel Distaccamento “Follo” della Brigata garibaldina “Ferruccio Ghinaglia”, era guidata da un russo, nome di battaglia “Giorgio” (Juri Ivanovic Radcenko44), e di essa facevano parte anche altri tre soldati russi fuggiti dalla prigionia (Alessio Dukin, uno soprannominato “Mulinèr”, un altro soprannominato “Fulmine”) e due greci, di nome Costantino ed Angelo. Alla fine della guerra, il Governo greco inviò, tramite il Comune di Castelleone, una lettera di ringraziamento alla famiglia di Primo Oneta che, con altre, aveva contribuito ad aiutare i due giovani. La cascina Stella, la Vallolta, Val Seresino e Le Valli erano luoghi dove i prigionieri fuggiaschi potevano trovare rifugio e protezione. La moglie di Primo Oneta mi ha confidato di portare quasi quotidianamente cibo agli ex-prigionieri nascosti nei boschi lungo il Serio. L'importanza dell'aiuto dato dalla popolazione agli ex-prigionieri Alleati fuggiti dopo l'8 settembre e, viceversa, dell'aiuto dagli ex-prigionieri dato alla Resistenza è stata assolutamente sottovalutata dalla storiografia. Anzitutto, gli ex-prigionieri furono molti; alcuni poi, inglesi, sudamericani, canadesi ed americani, fecero spesso da collegamento con le truppe bloccate alla linea Gotica; coloro i cui Paesi erano occupati dai tedeschi (slavi e greci) lottarono con grande determinazione e raggiunsero ruoli anche importanti nella catena di comando delle bande partigiane45. Un ruolo fondamentale nell'aiutare gli ex-prigionieri (e più in generale come sostegno alla Resistenza) lo svolsero, a Castelleone come altrove, le donne,46 che nascondevano ed aiutavano gli ex-prigionieri stranieri così come i ragazzi italiani renitenti alla leva o disertori. In una cascina della
frazione di Le Valli vivevano quattro famiglie di salariati che, non per un preciso credo politico (salvo il rifiuto della guerra ed il disdegno per tedeschi e fascisti) ma per spirito di solidarietà, diedero ospitalità, anche per lunghi periodi, a giovani in queste condizioni. Un ragazzo rimase nascosto in una di queste famiglie dall'estate '44 alla fine dell'inverno. Furono soprattutto le donne di casa a farsene carico. Cleofe Rossi, Gina Martelli, Lina, Maria... Furono loro ad aiutare il parroco di S. Maria Bressanoro a tenere dei ragazzi armati nascosti nella torre campanaria. Ovviamente, casi del genere non avvennero solo a Le Valli ma un po' ovunque. Alle “case operaie” di via Bressanoro, vera fucina di sovversivi, Giuseppa Bellandi e diverse altre donne tenevano nascosti dei partigiani fuggiaschi in soffitta. Qui, come quasi sempre nei luoghi dove vi erano rifugiati, si ascoltava attentamente Radio Londra e si decifravano i messaggi. Per esempio, se la radio annunciava “L'Adda passa per Lodi” si sapeva che in tutta la zona potevano esserci rastrellamenti e perquisizioni ed allora i ragazzi correvano a nascondersi nei campi.
L'elenco dei sappisti castelleonesi e dei loro attivi sostenitori è lungo e probabilmente incompleto. Lo riporto più avanti, insieme ai nomi degli altri partigiani castelleonesi, invitando i lettori in possesso di ulteriori informazioni a farmele pervenire.
Tra le figure di maggiore spicco vi era certamente “il vecchio”, Andrea Bellotti, una bella figura di bergamino, nato ad Orzinuovi nel 1894 ma residente fin dal 1936 alla cascina Stella di Castelleone. Militante comunista fin dalla fondazione del Partito, aveva iniziato la sua attività antifascista nelle fila degli “Arditi del Popolo” negli anni 1920-'21. Era aiutato nella lotta clandestina dal figlio Vittorio, eroico come lui. Altra bella figura di antifascista da sempre era Vittore Brusa (classe 1891), sagrestano e convinto migliolino, capace di nascondere nelle volte e nel campanile della chiesa di S. Giuseppe armi e divise recuperate dopo l'8 settembre. Aiutato anche lui dal figlio, straordinario come il padre. Altri migliolini di lunga militanza, attivi nella Resistenza, erano i Manara, padre e figlio, Pietro Alberti (alla cascina Gramignana), Giuseppe Battista Inzoli, Angelo Sacchi. In un'altra grossa cascina, la Vallolta, punto di riferimento era Alfredo Spoldi. Gli altri sappisti erano più giovani: Lucindo Bianchessi, Gino Bianchi, Ettore Boiocchi (che fu anche membro del CLN locale), Mario Brazzoli, Mario Campari, Secondo Capetti, Stefano Cogrossi (primo Sindaco dopo la Liberazione), Lucio Cogrossi, Alfredo e Dante Confortini, Giuseppe Dragoni (pure membro del CLN), Giuseppe Fontanella, Colombo e Piero Fornasa, Emilio Malfasi, Annito Marchesi, Giacomo Mascheroni (che fu nominato dal CLN, il 25 aprile,
responsabile della caserma locale), Amilcare ed Angelo Orlandi, Ervino Orlandini, Bruno Tiranti, Emilio Tosoni, Giuseppe Trezzi, Silvio Trezzi, Walter Tussi, Giacomo Vairani, Palmiro Valesi, Angelo Uggè, Giuseppe Zanisi ed altri. Alcuni li ho conosciuti bene, altri meno. A tutti ho eretto dentro di me un monumento ideale, senza retorica, fatto di ringraziamenti e del rimpianto di non aver parlato di più con loro. Erano comunisti e socialisti, ma anche democristiani, azionisti e giovani senza una precisa opinione politica. Determinati ed uniti dalla comune volontà di cacciare i tedeschi, sconfiggere la dittatura fascista e creare migliori condizioni sociali. Un ruolo di primo piano in questo gruppo l'aveva Remo Negri, milanese, giunto a Castelleone quando la ditta ove lavorava, la “Baruffaldi” di proprietà del castelleonese ingegner Cesare Boffelli, vi si era trasferita in conseguenza della guerra. Negri fu nominato, al momento della Liberazione, comandante della piazza di Castelleone. L'ing. Boffelli fu, in gran parte involontariamente, uno dei protagonisti del 25 aprile.
Fra i patrioti castelleonesi vi erano anche dei liberali, di cui poco si parla. La componente liberale (in senso generale, non riferito al Partito Liberale, che pure fu presente) a Castelleone ha dato un apporto non di poco conto alla lotta antifascista. Certo, numericamente la presenza delle sinistre (comunisti, socialisti, azionisti) e dei cattolici (migliolini e popolari) era largamente maggioritaria, per non dire di coloro che si definivano “apartitici”; ma una componente antifascista di ispirazione liberale non va sottovalutata. Tra i principali esponenti di questa componente vi furono i fratelli Galeotti Vertua. Antonio Galeotti Vertua (1899-1955) era stato in prima linea nel corso della Grande Guerra (un “ragazzo del '99”). Nelle trincee si era ammalato di malaria. Antonio, il fratello Francesco e la sorella Giuseppina, con il consenso della mamma Emilia (il papà era venuto a mancare molto presto) furono tra i più disponibili, negli anni Venti, ad accettare e mettere in pratica le proposte di Guido Miglioli. La loro azienda agricola “Fustagno” fu una delle poche dove il “movimento” dei Consigli di Cascina poté avere un minimo di attuazione, con il consenso dei proprietari. Antonio, nella Seconda Guerra Mondiale venne di nuovo arruolato e spedito in Albania,
dove si accentuò la malaria che nel dopoguerra lo portò alla morte, a soli cinquantasei anni. Dopo l'otto settembre, tornato a Castelleone, Antonio fece parte del CLN. Parlando il tedesco fu, come vedremo, il portavoce dei partigiani quando una prima colonna germanica, il 27 Aprile del 1945, tentò di attraversare il paese. Contribuì a convincere il comandante tedesco ad arrendersi. Il fratello minore, Francesco (1901-1976) fu una bella figura di studioso liberale. Studiò filosofia presso l'Accademia Scientifico-Letteraria di Milano (oggi Università Statale degli Studi) avendo come professore di filosofia teoretica e morale Piero Martinetti, uno dei pochi professori universitari a rifiutare, nel 1931, il giuramento di fedeltà al fascismo. Francesco aveva come compagni di studi ed
amici il cremonese Giulio Grasselli, filosofo crociano, il neotomista Gustavo Bontadini, l'epistemologo neopositivista e storico della filosofia, marxista, Ludovico Geymonat, l'heideggeriano Ernesto Grassi. A Castelleone fu ospite più volte il filosofo francescano padre Emilio Chiocchetti. Tutti, più o meno antifascisti. Francesco, dopo la collaborazione con Miglioli, insieme ai fratelli, per quanto riguardava la cascina Fustagno, partecipò attivamente alla vita del Parti- to Popolare di Don Sturzo, tenendo anche comizi e correndo il rischio di essere picchiato da bande di fascisti. Fu sempre antifascista e liberale, anche durante il Ventennio, periodo nel quale fondò, a casa sua, un piccolo circolo liberale clandestino. Arruolato nell'esercito nel 1941, fu inviato come guardia costiera a cavallo tra Gaeta e Speronga. Dopo l'otto settembre, il loro comandante, il generale Guglielmo Barbò (morto poi eroicamente nel campo nazista di Flossenburg, dopo aver militato nella Resistenza), li radunò nella caserma dell'Arma di Cavalleria a Pinerolo, per difenderla dai tedeschi; vennero, però, subito imprigionati e mandati con carri bestiame nei Campi di prigionia in Germania e in Polonia. Qui Francesco ritroverà un carissimo amico di Castelleone, Piero Gennari, pure lui internato militare47, ed altri amici filosofi e matematici conosciuti a Milano. Tornò a Castelleone solo dopo la Liberazione.
Non mancarono altri antifascisti per così dire “moderati”, di orientamento liberale. Faccio alcuni nomi: il dottor Giovanni Baldino, protagonista di un eroico episodio, come vedremo; il rag. Luigi Morbin; Luigi Ferrari. Famiglie intere: i Venturelli, gli Stringhini, i Riboli… Gli eredi, insomma, delle grandi famiglie “risorgimentali” di Castelleone.
Il 25 aprile del 1945 era un mercoledì, a Castelleone anche allora giorno di mercato. Apparvero alcune bancarelle, ma poca gente circolava e vi era tensione nell'aria perché tutti sapevano, o immaginavano, che si stava arrivando al “redde rationem”. Già dalle prime ore del mattino alcuni fascisti avevano cominciato a requisire le biciclette a chi passava per le vie del paese. L'ingegner Cesare Boffelli, l'industriale proprietario della “Baruffaldi”, protestò per il sopruso e, dopo animata discussione, fu preso a schiaffi e portato in caserma (in via Ansoldo), dove di nuovo venne malmenato con pugni e calci. Saputo il fatto, i patrioti castelleonesi, che già attendevano di ora in ora l'ordine per l'insurrezione, si portarono nel vicino paese di Ripalta Arpina48 (strada facendo disarmarono alcuni militi di passaggio) e da lì inviarono l'ultimatum ai fascisti di Castelleone: resa
senza condizioni. Ricevuto il messaggio, i fascisti si riunirono, prima nella “Casa del fascio” poi in una villa di viale Santuario che era divenuta la sede delle Camicie Nere. Per un po' litigarono, senza raggiungere alcun accordo. Alla fine due di loro si recarono nella casa parrocchiale e consegnarono una lettera al parroco nella quale si chiedeva il suo intervento per convincere i partigiani a non entrare in paese, onde evitare un bagno di sangue. Monsignor Maruti andò direttamente alla “Casa del fascio” per dire ai militi là riuniti che la situazione era ormai ad un punto tale che non poteva essere accettata alcuna proposta che non fosse la resa. Alla fine il segretario del fascio di Castelleone, Alfredo Felisari, si recò in motocicletta a Ripalta Arpina, si lasciò disarmare ed accettò, dimostrando buon senso, la resa per conto dei suoi (egli venne poi arrestato il giorno successivo nella sua abitazione di via Solferino). Così, i patrioti entrarono in Castelleone senza incontrare alcuna resistenza. Vennero occupati il palazzo municipale, la “Casa del fascio”, le altre sedi del potere fascista. Fu costituito il CLN, composto dal dottor Giovanni Baldino, da Ettore Boiocchi, Stefano Cogrossi, dal ragionier Adriano Cremonesi, da Giuseppe Dragoni, da Antonio Galeotti Vertua e dal ragionier Luigi Morbin. Le campane suonarono a festa e sul Torrazzo vennero issate le bandiere delle Nazioni alleate. Tutta la popolazione manifestò per le strade fino a tarda notte. Il giorno seguente alle finestre apparvero numerose bandiere e cominciarono ad arrivare i partigiani dalle campagne circostanti e dalla montagna. Come dicevo, Remo Negri assunse il comando della piazza militare, Giacomo Mascheroni fu nominato responsabile della caserma dei carabinieri, Bruno Tiranti fu incaricato della vigilanza urbana (ruolo che poi svolse per conto del Comune fino alla pensione). Le strade vennero presidiate dai partigiani, che misero posti di blocco in tutte le vie d'accesso al paese. I fascisti vennero arrestati, dal Segretario del locale fascio all'Ispettore di zona, dal Podestà al Commissario prefettizio e ad altri: in tutto 66 persone tra cui due donne (che vennero portate alla “Casa del fascio”, rasate a zero e subito rimesse in libertà; gli uomini invece portati in via Ansoldo, sede della Caserma dei carabinieri). Alcuni dei fascisti arrestati furono rilasciati quasi subito, perché non li si ritenne implicati in casi particolari. Gli altri furono trasferiti a Cremona e rinchiusi nella caserma Paolini di via Palestro, in attesa di giudizio. Non vi furono vittime a Castelleone, salvo, purtroppo, un bambino di 7 anni, il piccolo Gino Vairani, per una tragica disattenzione: un fucile era stato abbandonato carico in una casa vicino alla sua e durante il gioco partì il corpo mortale (un altro doloroso episodio avvenne il 7 giugno successivo: un ragazzo dodicenne, Luigi Bussatori, figlio di poveri salariati agricoli, abitante alla frazione Pradazzo, vide un oggetto luccicante nel cavo di una pianta e, non accorgendosi che era una bomba a mano improvvidamente abbandonata, la toccò con un badile e questa, scoppiando, lo dilaniò).
Che i Sappisti di Castelleone fossero attivi ed ardimentosi lo dimostra anche l'episodio avvenuto il 27 aprile. Una colonna tedesca in ritirata, numerosa e ben armata, con due cannoni al seguito, si presenta al passaggio a livello sulla strada proveniente da Soresina. Pochi Sappisti, fra cui Gino Tiranti, Giacomo Mascheroni e Giuseppe Boldi, nascosti ai lati della strada, tentano di fermarli, fingendosi loro pure numerosi e ben armati. I tedeschi sparano alcuni colpi di cannone, colpendo le prime case di via Solferino. I patrioti sparano a loro volta e feriscono gravemente un soldato tedesco (Hans Poseck, che morirà quasi subito e verrà sepolto nel cimitero del paese). Alla fine la colonna si arrende al C.L.N., rappresentato da Antonio Galeotti Vertua e da Adriano Cremonesi: le armi vengono requisite, i soldati ospitati per la notte e poi lasciati passare. I due cannoni tutt'oggi visibili ai giardini pubblici, a pochi metri dal Torrazzo (anche se pochi ne conoscono la storia). L'ufficiale che comandava la colonna, quando si accorge dell'esiguità numerica dei patrioti, tenta di suicidarsi (ma si ferisce soltanto e viene portato via dai suoi). Il rischio per il paese era comunque stato grande ed il C.L.N. decide, non senza discussione50, di permettere il transito ad altre colonne armate. Nel pomeriggio dello stesso giorno, infatti, giunge un'altra colonna germanica, proveniente da Gombito. I partigiani, che avevano organizzato un posto di blocco a Borgo Serio, la fermano e qualcuno vorrebbe ripetere l'operazione del mattino. Il comandante tedesco, un maggiore, attorniato dai suoi ufficiali, dichiara di voler passare ad ogni costo e di essere disposto ad usare le armi. Alla fine la decisione è presa grazie anche all'eroismo del dottor Baldino, del CLN, che si presta come ostaggio e garante del passaggio senza problemi della colonna tedesca. Così avviene: i soldati, con il fucile spianato e le mitraglie sugli autocarri pronte a sparare, passano per il paese, prendendo la strada per Fiesco. Il Sindaco di Castelleone, Cogrossi, risponde in agosto alla richiesta che il Prefetto di Cremona aveva rivolto ai Sindaci della Provincia di inviargli brevi relazioni sull'attività partigiana, soprattutto dell'ultimo periodo.
Cogrossi, probabilmente esagerando un po', risponde che il 27 Aprile i patrioti “procedettero alla cattura e disarmo di una colonna motorizzata tedesca e relativo materiale di guerra. I prigionieri ammontavano a n. 145, fra i quali 4 ufficiali. Nel pomeriggio dello stesso giorno, 27 Aprile 1945, venne fermata una seconda colonna proveniente da Montodine; ma tentato inutilmente il suo disarmo e tenuto conto delle preponderanti forze in uomini e materiale di cui disponeva, venne ritenuto opportuno concedere il libero transito, dopo aver ottenuto promessa che non avrebbe arrecato alcun danno al paese. Tale colonna venne fatta prigioniera nei pressi di Soncino, ove erano già giunte le prime vedette americane. Nelle successive giornate di sabato e domenica, 28 e 29 Aprile, venne catturata una colonna tedesca composta di 175 uomini, ivi compresi 12 ufficiali, oltre una quarantina di lavoratori organizzati nella TODT; fu accordato il libero passaggio ad altre due colonne potentemente armate, composte una di oltre un migliaio di uomini e l'altra di circa 450”. La relazione del Sindaco diverge da quanto da me riportato (tradizione orale e testi scritti di storia castelleonese citati) per il fatto che afferma essere stata catturata una terza colonna e non cita l'episodio dell'ostaggio. Come che sia, ormai la guerra è finita.
Manifestazioni di giubilo si susseguono. A differenza di alcuni altri luoghi, a Castelleone non vi sono state vendette o rivalse nei confronti dei dirigenti fascisti (qualche schiaffo nei confronti del maresciallo dei carabinieri e di pochi altri). Neppure una gran giustizia, per la verità! I fascisti catturati, portati a Cremona, tornarono ben presto a casa senza problemi. La Questura di Cremona stilò, nel 1946, ai fini dell'epurazione, come già dicevo, un elenco delle maggio-i cariche provinciali ricoperte da fascisti. L'unico castelleonese presente era l'on. Giuseppe Moretti, che peraltro riuscì ad andare in Argentina dove visse a lungo indisturbato. Ma allora, a fine aprile 1945, a questo non si pensò molto: bastava la ritrovata libertà.
Il 30 Aprile fu insediata la Giunta municipale provvisoria, che comprendeva i rappresentanti di tutti i partiti politici antifascisti, da poco costituitisi a Castelleone. Sindaco era il socialista Stefano Cogrossi, vice-Sindaco il comunista Ervino Orlandini (sostituito poi da Angelo Pini); assessori erano Gilberto Frigeri (partito d'Azione), Luigi Ferrari (partito Liberale), Ottorino Spadari (Democrazia Cristiana), Pietro Bongiorno (partito Repubblicano) e Vittore Brusa (indipendente, migliolino). Il 1 maggio del 1945, celebrato per la prima volta dopo ventitré anni, si tenne una grande manifestazione popolare, pacifica e gioiosa. Parlò, al mattino, in un cinema Leone gremito, l'autore de “L'isola sonante”, lo scrittore Virgilio Brocchi, esaltando la lotta partigiana ed il futuro democratico del nostro Paese52. Nel pomeriggio, in Piazza, si rivolse ad una grande folla Guido Miglioli. Pochi giorni dopo tornarono dai campi di prigionia i partigiani internati. Iniziava un periodo nuovo per la storia d'Italia e di Castelleone.
Appendici parte I
I PRIGIONIERI DI GUERRA
In tempi recenti, grazie soprattutto alle ricerche del sardo Mario Turis, sono state individuate le tombe di soldati cremonesi catturati, nel corso della Prima Guerra Mondiale, dagli austriaci (e, dopo Caporetto, anche dai tedeschi). In questi casi, le famiglie almeno sanno che sorte è toccata ai loro congiunti e dove eventualmente andare a portare un fiore o dire una preghiera. I castelleonesi morti, nel corso della Grande Guerra, in Campi di prigionia sono 19, deceduti, secondo i documenti ufficiali, 18 “per malattia” ed 1 “in conseguenza delle ferite riportate”. Per i reduci dalla prigionia (i sopravvissuti) non esiste alcun elenco. Per vedere quanti dei duemila castelleonesi chiamati alle armi e tornati a casa siano stati prigionieri, occorrerebbe consultare i ruoli matricolari di ognuno. Lasciando ad altro momento (o ad altri) questa impegnativa ricerca, mi limito in questa sede a fornire alle famiglie ed a tutti i lettori interessati qualche notizia su quanto avvenuto allora, anche per sottolineare la gravità del comportamento dei nostri governanti del tempo e dei comandi militari. Visto che nessuna punizione è mai avvenuta per tanta irresponsabilità, nessun risarcimento morale o materiale (se non un piccolo obolo ai sopravvissuti, nel 1919) è mai stato concesso e per decenni è calato un colpevole silenzio, che almeno le persone oneste abbiano oggi il diritto alla riprovazione.
Dunque. I prigionieri italiani, nella Prima Guerra Mondiale, furono oltre 600.000 (300.000 solo dopo Caporetto), di cui quasi 20.000 ufficiali. Impressionante è il numero dei morti fra i prigionieri. Le fonti ufficiali parlano di 100.000, fra quelli rinchiusi in Campi di concentramento (in diversi casi riusati dai nazisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale); ma furono certamente di più, perché dal novero è escluso il numero imprecisato di morti nelle 'compagnie di lavoro' disseminate un po' ovunque nelle terre degli Imperi centrali. Pochi morirono per le ferite riportate in battaglia; la grande maggioranza morì di fame, freddo e di tubercolosi (che in ultima analisi si può ricondurre al freddo ed agli stenti). Come possibile? L'articolo 7 del Trattato dell'Aja del 1907 diceva che ai prigionieri doveva essere garantito un trattamento alimentare equivalente a quello riservato alle truppe del Paese che li aveva catturati. E così, in effetti, (quasi) era. In Austria ed in Germania le risorse alimentari erano venute progressivamente scemando, anche a causa del blocco navale inglese. Il latte, addirittura, era stato riservato ai bambini fin dall'inizio della guerra. I prigionieri poi erano milioni: oltre agli italiani vi erano francesi, inglesi, serbi, russi... Austriaci e tedeschi ci misero del loro, con un regime di prigionia durissimo (severe punizioni per ogni minima mancanza) ed applicando trattamenti diversi fra ufficiali e truppa. Ma per quanto riguarda cibo, vestiti, medicine, ben poco avevano da offrire. Quando la situazione fu chiara, l'“Agenzia di soccorso a favore dei prigionieri di guerra”, creata a Ginevra con l'adesione di tutti i Paesi belligeranti, consigliò alle varie Nazioni l'invio di aiuti diretti ai prigionieri. Francia ed Inghilterra si comportarono subito così ed inoltre concordarono con la Germania lo scambio di tutti i prigionieri malati o feriti. E l'Italia? Ebbene, il Governo italiano, in piena sintonia col Comando dell'esercito, rifiutò sempre ogni tipo di aiuto ufficiale, tollerando a fatica (in alcuni casi boicottando) l'invio di aiuti da parte di privati cittadini (parenti e comitati che si erano costituiti in quasi tutte le città). Perché questo atteggiamento crudele ed irresponsabile? Perché le autorità erano convinte che i prigionieri fossero più o meno dei traditori, soldati che si erano arresi al nemico senza combattere, per evitare la dura vita della trincea.
D'altronde, a lungo il disastro di Caporetto venne spiegato da Luigi Cadorna con la “codardia” di interi reparti! Era diffusa una specie di “teoria del complotto” per cui la propaganda dei “disfattisti” (in pratica socialisti e cattolici) aveva minato il morale delle truppe portando l'esercito alla sconfitta e molti ad arrendersi al nemico. Capi del Governo furono in quegli anni, prima Antonio Salandra e poi Paolo Boselli. In quest'ultimo Governo uomo “forte” (e particolarmente duro contro i prigionieri) fu il ministro degli esteri Sidney Sonnino. Comandante in capo dell'esercito era appunto il generale Luigi Cadorna, sostituito poi, dopo Caporetto, da Armando Diaz. Cito questi nomi perché rivestivano le cariche maggiori, ma occorre dire che la posizione di cui parlavo fu largamente condivisa dalla classe dirigente italiana del tempo. E sostenuta anche da molti intellettuali, in primis Gabriele D'Annunzio. Sentite che cosa scrive Guido Vinci, delegato generale della Croce Rossa a Ginevra, in una relazione inviata al capo del Governo italiano, allora, nel 1918, Vittorio Emanuele Orlando: “La differenza tra quanto si fa all'estero ed in Italia è stridente: in Francia e Inghilterra si è organizzato un servizio che permette l'invio di 2 chilogrammi di pane la settimana per ogni ufficiale e soldato, la Francia ha deciso di provvedere anche per i Serbi prigionieri. L'America non aveva ancora un prigioniero che già costituiva a Berna immensi depositi per soccorrere la truppa che fosse catturata dal nemico. Nei campi di prigionieri italiani il morale vi è depresso ed eccitato sino alla rivolta: non contro Austria o Germania, ma contro la Patria lontana ed immemore dei suoi figli”. Consapevoli del rancore crescente fra i prigionieri italiani, i governanti ed i generali si posero il problema, ancor prima della fine della guerra, di come isolarli, una volta tornati in Italia. Temevano che, insieme ai reduci arrabbiati per altri motivi, potessero provocare disordini. Armando Diaz propose di inviarli in Libia, colonia italiana! Prima che sulla deportazione venisse presa una decisione, la guerra finì. I prigionieri vennero liberati e...internati in campi italiani, dalla capienza di circa 20.000 uomini ciascuno. Il primo campo fu a Gossolengo, in provincia di Piacenza. Poi seguirono Castelfranco, Rivergaro, Ancona, Bari e tanti altri. A fine dicembre del 1918 risultavano internati quasi 500.000 ex-prigionieri! E cominciarono estenuanti interrogatori, per appurare la diserzione e la codardia. Nei campi vi furono proteste e semi-rivolte. Per fortuna degli internati e dei loro famigliari, il clima politico cominciò a cambiare. L'opposizione socialista, liberale e cattolica tornò a far sentire la sua voce ed a raccontare le cose come stavano, man mano che ne venivano a conoscenza (e parzialmente, perché la censura delle notizie fu sempre forte). In un primo tempo il Governo cercò di far ricadere tutte le colpe sugli ex-nemici, ma la manovra non riuscì perché troppo numerose ed autorevoli erano le testimonianze su quanto avvenuto. Allora adottò una nuova linea: riconobbe ai reduci scagionati dall'accusa di diserzione una lira per ogni giorno di prigionia, li mandò a casa per una breve licenza, per essere poi reintegrati nei rispettivi reparti ed essere inviati quasi tutti in Macedonia od Albania. Solo un anno dopo ci fu il congedo! Il 21 febbraio del 1919 vi fu un primo, parziale, decreto di amnistia per i reduci ancora reclusi nei campi in quanto sospettati di diserzione. Ci volle il nuovo Governo, presieduto da Francesco Saverio Nitti, di orientamento più democratico dei suoi predecessori, perché si arrivasse, il 2 settembre del 1919, ad una vera amnistia. Vennero liberati gli ultimi 40.000 internati e furono annullati 110.000 processi ancora in corso (su 160.000). Con l'avvento del fascismo, si affermò una visione retorica della Grande Guerra e qualsiasi ricordo non celebrativo venne rimosso. Dei prigionieri non si parlò più e nessuno pagò per le sofferenze e le morti di tanti onesti e valorosi giovani.
Appendici parte I
EROI IN SPAGNA
Nella generale dimenticanza della nostra storia, particolarmente grave mi sembra l'oblio (o quasi) in cui è caduta la partecipazione italiana alla guerra civile spagnola. Alla difesa della legittima Repubblica spagnola partecipò laparte migliore dell'antifascismo europeo ed americano. Molti di coloro che presero parte a quelle eroiche e sfortunate battaglie furono i protagonisti, di lì a qualche anno, della Resistenza europea contro il nazifascismo. Fra gli italiani più noti ricordiamo Giuseppe Di Vittorio, Luigi Longo, Pietro Nenni, Carlo Rosselli, Palmiro Togliatti. La Repubblica spagnola cadde, nonostante il notevole consenso popolare e gli eroici sacrifici dei combattenti spagnoli e delle Brigate internazionali, a causa del massiccio intervento armato della Germania nazista e dell'Italia fascista a fianco dei generali ribelli. Cadde anche per il non intervento, a fianco della legittima Repubblica, di Francia ed Inghilterra e per i dissensi interni, soprattutto tra anarchici e comunisti. La Resistenza italiana trasse notevole insegnamento da quella vicenda.
Su 12 Cremonesi (13 se consideriamo anche Alessandro Vaia, nato a Milano ma la cui famiglia era di origine gussolese e politicamente fu attivo a Cremo- na nel secondo dopoguerra) partecipanti alla guerra civile spagnola due furono castelleonesi. Li abbiamo già citati nell'elenco dei sovversivi, condannati dal tribunale fascista, ma credo giusto ricordarli meglio ora.
Primo Segalini. È nato a Castelleone il 27 settembre del 1901. Dipendente delle Ferrovie dello Stato (frenatore), comunista, viene licenziato come sovversivo quando nel 1926 il fascismo avvia licenziamenti di massa in questo settore.
Dopo aver tentato invano di trovare un lavoro stabile, è costretto ad emigrare in Francia. Nel 1930 lo troviamo ad Ablis, una cittadina di poco più di tremila abitanti nell'Ile de France, ad una sessantina di chilometri da Parigi. Qui prosegue la sua attività politica antifascista, assumendo anche il nome di Charles Cristiani. Arrestato a Parigi il 20 Aprile 1934 ed espulso, si reca in Belgio, a Bruxelles e poi a Charleroi, ma dopo qualche tempo rientra in Francia dove vive in clandestinità fino alla partenza per la Spagna nel novembre 1936. Arruolato nella prima compagnia del Battaglione Garibaldi come capo sezione, combatte a Boadilla del Monte, a Mirabueno ed a Majadahonda, dove viene ferito il 14 gennaio 1937. Dopo due mesi di ospedale rientra alla Brigata, nel Primo Battaglione, col grado di tenente. Promosso in seguito capitano, assume il comando di una Compagnia sui fronti di Aragona e di Estremadura. Muore il 22 Marzo 1938 nella difesa di Caspe. Emilio Carlo Ughini. È nato a Castelleone il 12 febbraio del 1907. Giovanissimo, aderisce al P. C. d'I. Dal 1925 lavora a Milano, in varie ditte, come fresatore e trapanista. restando però sempre legato alla rete clandestina comunista. Il 29 ottobre 1937 si unisce ad una comitiva di tifosi italiani che si reca a Ginevra a vedere la partita Italia-Svizzera, e non torna indietro. Proseguirà per Parigi e
da qui per la Spagna. Arruolato nell'Artiglieria Internazionale, è “servente” nella Batteria pesante “Rosselli” dal gennaio 1938 fino alla fine della guerra civile, raggiungendo il grado di sergente capo-pezzo. Combatte a Teruel e sul fronte del Levante. Ferito, viene curato in un ospedale del Soccorso Rosso. Intanto in Italia, poiché la Isotta Fraschini, l'ultima fabbrica dove aveva lavorato, era stata militarizzata, viene condannato da un Tribunale Militare. Internato nel Febbraio 1939 in vari campi francesi (Vernet, Sant Cebrià, Gurs), nel novembre 1941 viene rimpatriato, tradotto a Milano e confinato a Ventotene. Liberato nell'agosto 1943, in seguito alla parziale amnistia del governo Badoglio, rientra a Milano per prendere parte alla lotta partigiana. Opera nella centoventesima brigata SAP come caposquadra. Nel dopoguerra, dopo un periodo a Cremona, si è trasferito a Reggio Emilia.
IL PATTO DI CASTELLEONE
Castelleone ha dato il nome ad un accordo, il “Patto di Castelleone” appunto, oggi quasi dimenticato ma di grande importanza (anche se è stato il “patto” probabilmente più breve nella storia delle contrattazioni sindacali!). Rivela anche le contraddizioni interne alle forze sociali che allora si contrapponevano: “leghe” e grandi agricoltori, essenzialmente. All'inizio del 1920, come dicevo, si sviluppano nelle nostre campagne agitazioni sindacali molto dure (che però non sono fonte di alcuna violenza, come molti giornali invece scrivevano, tanto che il Prefetto in un rapporto del 30 Aprile 1920 afferma chiaramente: “sono insussistenti notizie propagate da stampa circa gravi violenze e conflitti”). La divisione fra leghe “bianche” e “rosse” è profonda, pur presentando programmi in parte simili. Le leghe “rosse” firmano con la Federazione degli Agricoltori Cremonesi
il 23 Aprile 1920 un accordo in cui vengono stabiliti nuovi aumenti salariali e del caroviveri e l'impegno a rivederli trimestralmente, vista l'inflazione. L'Ufficio del Lavoro (di fatto il coordinamento delle leghe “bianche” di Miglioli), prosegue la battaglia. Ai primi di maggio, per tentare di porre fine alla vertenza e costringere gli agricoltori ad un accordo, per la prima volta entrano in sciopero anche i mungitori di Fiesco, Trigolo, Castelleone e Gombito. La situazione diventa grave. Il sindaco di Castelleone, il migliolino Lombardi, fa da mediatore ed il 7 maggio gli agricoltori della zona firmano un accordo con l'Unione del Lavoro. “In questo Concordato di Castelleone si pattuivano molte cose e fra l'altro l'Unione del Lavoro ottenne che la paga degli avventizi fosse stabilita in lire 1,80 all'ora pei lavori ordinari invece di lire 1,70 come era stato concordato con i socialisti ed in lire 2,30 per i lavori straordinari invece di lire 2. Per gli obbligati si stabilì la concessione di lire 75 mensili invece di lire 65 già pattuite con i socialisti. Di più, si fece stabilire che la compartecipazione del granoturco (melicotto) sarebbe stata fra i contadini obbligati in ragione di 10 pertiche e mezzo a metà” scrive l'ispettore generale di Pubblica Sicurezza Alessandro D'Alessandro nel suo rapporto al Ministero degli Interni53. Per Miglioli si trattava di una notevole vittoria, che dimostrava il seguito che aveva in questa zona. Era anche, indubbiamente, il risultato di un certa maggiore disponibilità a trattare da parte degli agricoltori di questi paesi. Però, la Federazione Provinciale degli agricoltori, che non era stata ufficialmente coinvolta dai firmatari del Patto di Castelleone, si affrettò il giorno successivo stesso a diramare un durissimo comunicato col quale sconfessava e diffidava gli stessi agricoltori: “Comunicato della Federazione Provinciale Agricola dell'8 maggio 1920: a) di non riconoscere e di sconfessare l'operato dei conduttori di fondi di Castelleone, Trigolo, Fiesco e Gombito; b) di diffidare e di ordinare a tutti gli agricoltori dei suddetti Comuni a non dare alcuna esecuzione agli accordi di cui al suddetto verbale
che si dichiara nullo, inefficace ed assolutamente destituito di ogni valore; c) di invitare l'Ufficio Provinciale di Collocamento a proseguire nelle trattative in corso…; d) di comunicare il presente ordine del giorno alle organizzazioni interessate ed alla competente autorità politica”. Un po' zoppicante la lingua italiana, ma chiarissimo il significato: no su tutta la linea. La risposta alla durissima presa di posizione della Federazione Agraria Provinciale fu immediata: l'Unione del Lavoro proclamò una agitazione, che andò sotto il nome di “sciopero bianco”, non limitata alla semplice astensione dal lavoro. Si trattò di un vero e proprio ostruzionismo, col rifiuto di portare a termine i lavori già iniziati e la disobbedienza agli ordini dei conduttori. L'atto più rivoluzionario fu la costituzione dei Consigli di Cascina, dei quali facevano parte tre contadini (nell'attesa di un accordo che prevedesse la presenza del conduttore, come direttore e non come proprietario). Il padronato, con l'aiuto delle autorità, tentò anzitutto la carta dell'impiego di “liberi lavoratori”, in sostanza “crumiri”, poveri disgraziati senza alcuna formazione sindacale o politica, pronti a tutto pur di lavorare, provenienti da province vicine e lontane. In diversi casi gli agricoltori riescono cosa far fallire l'agitazione, grazie soprattutto all'aiuto dei carabinieri, che presidiano le cascine più combattive. Vengono arrestati 18 capilega e segretari degli Uffici “bianchi” sotto l'accusa di furto, saccheggio e violenze (mai avvenute da parte degli scioperanti, se non per difesa). Autorità ed agricoltori tentano in ogni modo di stroncare l'agitazione, per evitare che si estenda ad altre zone. Dietrorichiesta del prefetto di Cremona, Michele Bertone (prefetto per un solo anno, dal 15 agosto 1919 al 13 agosto 1920: il periodo era talmente difficile da logorare gli stessi funzionari dello Stato), vengono inviati 100 militari in rinforzo alle truppe già presenti a Cremona. Nonostante ciò, l'agitazione prosegue, anche se non tutte le forze contadine sono impegnate in questo scontro: l'organizzazione socialista, pur invitando i propri aderenti a non sabotare lo sciopero dei “bianchi”, non partecipa alla costituzione dei Consigli di Cascina ed alla gestione attiva della lotta, per l'intransigenza propria del partito socialista di allora che respingeva a priori ogni alleanza col Partito Popolare e per divergenze sulla cogestione (per i “rossi” l'obiettivo finale doveva essere la collettivizzazione delle grandi aziende e l'unione in cooperative delle piccole). Il 9 giugno 1920 l'Unione, vista la resistenza degli agrari, proclama lo sciopero generale, che viene messo in atto immediatamente in 34 comuni ed in sei frazioni. I conduttori reagiscono prontamente facendo giungere, in numero ancora maggiore, dalle altre province squadre di “liberi mungitori”, che sono motivo di scontri e violenze.
Alla cascina Tradoglia, tra Soresina ed Annicco (ma in Comune di Annicco) viene ucciso dai carabinieri il capolega “bianco” Giuseppe Paulli (accanto a lui Miglioli volle essere sepolto nel Cimitero di Soresina), durante i disordini causati proprio dalla presenza di “liberi lavoratori”. In molti casi l'impiego dei militari per il governo del bestiame e l'arrivo di crumiri provoca l'esasperazione dei contadini e l'inasprimento del conflitto. In alcune località si innalzano barricateper impedire la circolazione dei camion che trasportano guardie regie e crumiri.
Non vi furono però violenze sistematiche come molti giornali allora scrissero e la gestione delle cascine occupate non fu di danno per la produzione. I contadini si comportarono in modo ammirevole nella gestione delle aziende, giungendo persino a trattare direttamente col Comune di Roma la fornitura di latte, in quanto la latteria Soresinese, per pressione degli agricoltori, rifiutava di accettare il latte dalle cascine occupate. Alla fine di giugno si arrivò ad un altro accordo, il “Patto di Parma”, molto meno vincolante per gli agricoltori di quello di Castelleone: con esso gli agricoltori Cremonesi “si impegnavano a studiare insieme all'organizzazione delle leghe bianche l'abolizione del salariato e la introduzione della riforma agraria”. “Si impegnavano a studiare”! Nonostante la genericità dell'accordo, gli agricoltori alla fine lo respinsero. Per dividere i lavoratori firmarono con le leghe “rosse”, forti solo nel Cremonese e Casalasco, un accordo che prevedeva aumenti salariali consistenti. I Consigli di Cascina non cedettero e continuarono a gestire le aziende, finchè il 20 dicembre si giunse alla ratificazione di un nuovo accordo che pure venne dopo poco smentito dagli agricoltori, i quali diedero l'avvio a spedizioni punitive nei confronti delle cascine occupate. Da Pavia giunsero un centinaio di fascisti. Gli agricoltori, nonostante i danni per la produzione, vendettero le scorte “vive e morte” delle aziende, negarono gli strumenti di lavoro, le sementi ed i concimi, per impedire all'occupazione di funzionare. I Consigli di Cascina resistettero ancora per un po' agli attacchi che agrari e fascisti portavano su ogni fronte. E riuscirono ad imporre un ultimo ed importantissimo accordo, il “Lodo Bianchi” (10 agosto 1921), che pure verrà smentito da agrari e fascisti.
GUIDO MIGLIOLI
Guido Miglioli nacque il 18 maggio 1879 a Castelnuovo Gherardi, vicino a Cremona, in una famiglia di agricoltori benestanti. Si laureò in lettere nel 1901 e poi in legge nel 1903 all'università di Parma e fece pratica legale presso lo studio di Ettore Sacchi, deputato cremonese e poi ministro, leader del Partito Radicale. Dopo poco tempo Miglioli ruppe, per ragioni ideali e politiche, con Sacchi e con i Radicali, iniziando a militare nel movimento cattolico. Fondò, il 7 gennaio 1905, il settimanale cattolico “L'Azione”, rivolto al proletariato agricolo cremonese, e si impegnò nella diffusione delle “leghe” contadine di ispirazione cristiana, in competizione con le leghe “rosse” dei socialisti (allora le organizzazioni sindacali erano molto legate ai partiti politici) anche se con programmi in parte simili. La differenza principale consisteva, come già dicevo, nel fatto che le leghe “bianche” perseguivano forme di compartecipazione dei lavoratori alla gestione ed agli utili dell'azienda, mentre le leghe “rosse” puntavano più su aumenti salariali e miglioramenti delle condizioni di vita, prospettando però in futuro l'esproprio delle grandi proprietà. Nel 1908 Miglioli già era riconosciuto come uno degli esponenti di punta dell'ala progressista del movimento cattolico italiano. Avversario di Giolitti ed ostile alla guerra di Libia, nel 1913 fu eletto alla Camera al primo turno, sconfiggendo nel collegio di Soresina il radicale Pavia ed il socialista Lazzari. Fu decisamente contrario all'intervento dell'Italia nella Prima Guerra Mondiale. Nel dopoguerra il movimento per “la terra a chi la lavora” (uno dei suoi slogan preferiti) si estese alla intera provincia di Cremona, a parte delle province di Bergamo, di Brescia e di Mantova. Suscitò scalpore in Italia e nel mondo cattolico la sua piattaforma di lotta, che prevedeva le 8 ore di lavoro, il controllo delle assunzioni e dei licenziamenti, l'imponibile di manodopera (l'obbligo, cioè, per i datori di lavoro, di assumere persone in relazione alla quantità della terra da lavorare), l'equo canone d'affitto e la suddivisione degli utili aziendali. Programma che in parte coincideva con quello delle leghe “rosse”. Nel 1919 le leghe, insieme seppure con lotte separate, “bianche” e “rosse”, conquistarono le 8 ore di lavoro, aumenti salariali ed altri miglioramenti delle condizioni di vita. Negli anni successivi, per difendere, consolidare o migliorare le conquiste ottenute, Miglioli organizzò scioperi durissimi, che portarono all'importante Lodo Bianchi, che prevedeva la partecipazione dei lavoratori alla gestione ed agli utili dell'azienda e che non fu mai attuato per il rifiuto degli agricoltori e per le azioni violente dei fascisti. Miglioli nel 1920 si convinse fosse necessaria l'alleanza con il partito socialista e poi, dopo il 1921, anche con il partito comunista. Purtroppo per l'Italia, questo accordo venne respinto dalle Direzioni nazionali dei partiti interessati. Anche per tali divisioni il fascismo riuscì vincitore! Negli anni successivi Miglioli a poco a poco si avvicinò al movimento comunista e nel '25 divenne vicepresidente dell'“Internazionale contadina”, facente capo a Mosca. Ormai in esilio, Miglioli peregrinò per anni in Svizzera, Germania, Belgio, Francia, Spagna, Unione Sovietica, Austria, Cecoslovacchia e Jugoslavia per stabilirsi poi definitivamente a Parigi. Quando i tedeschi, nel 1940, occuparono la città, Miglioli venne arrestato. Grazie probabilmente all'intervento di Farinacci, fu trasferito in Italia e rinchiuso nelle carceri di Bolzano. Il 10 ottobre del 1941 fu condannato a 5 anni di confino, che passò a Lipari, a Lavello ed a Pescopagano. Dopo il 25 luglio del 1943 venne liberato e si stabilì per qualche tempo a Roma, dove prese contatto con diversi esponenti del movimento cattolico, con De Gasperi anzitutto, e con i cattolico-comunisti Rodano e Ossicini. Tornato a Cremona dopo l'otto settembre 1943, si nascose nell'abitazione di un nipote a Milano, ma venne arrestato nell'aprile del 1944. Nell'estate, Farinacci lo fece condurre a Cremona, dove fu sottoposto a libertà vigilata fino alla Liberazione. Farinacci era convinto di poter speculare su eventuali “pentimenti” di Miglioli. Dopo la Liberazione, il “bolscevico bianco” partecipò alla campagna elettorale per le amministrative del 1946 con la Democrazia Cristiana, ma le sue posizioni troppo a sinistra portarono poi la DC a rifiutargli la tessera del partito. Si impegnò allora sempre più nelle organizzazioni contadine di sinistra e nel 1947 promosse insieme con Ruggero Grieco, dirigente comunista, la “Costituente della terra” e poi il “Movimento cristiano per la pace”. Infine, aderì al Fronte Democratico Popolare, nelle cui liste fu candidato alle elezioni del 18 Aprile 1948, nella circoscrizione Cremona Mantova, ma non venne eletto, fra grandi polemiche. Con la “Costituente della terra” fu alla testa dei grandi scioperi del 1948 e 1949 per la riforma agraria, i Consigli di cascina e la giusta causa delle disdette. In parte riuscirono, ma ormai i tempi erano diversi. Miglioli tentò ancora di dar vita ad un'organizzazione contadina “bianca” di sinistra ed alle elezioni amministrative del 1951 presentò, quasi come un test, a Castelleone, sua roccaforte, una propria lista, denominata “Avanguardia cristiana per l'unità della massa contadina”, che però non ebbe successo. Deluso ed ammalato, morì a Milano il 2 ottobre 1954. A fargli visita, durante la malattia, ricoverato alla Clinica “Capitanio” di Milano, andarono tantissimi castelleonesi ed un politico “eccellente”: Alcide De Gasperi.
Note
1. Sulla Prima Guerra Mondiale e sul Dopoguerra la bibliografia è sterminata. Mi limito a citare alcuni testi, a mio avviso di particolare rilevanza: M. Isnenghi, “Il mito della Grande Guerra”, Il Mulino, Bologna 1970. P. Pieri, “L'Italia nella prima guerra mondiale 1915-18”, Einaudi, Torino 1971. G. Rochat, “ L'Italia nella prima guerra mondiale”, Feltrinelli, Milano 1976. G. Candeloro, “La prima guerra mondiale, il dopoguerra, l'avvento del fascismo”, Feltrinelli, Milano 1978. B. Bazza e G. Procacci, “Stato e classe operaia in Italia durante la prima guerra mondiale”, Franco Angeli, Milano 1983. E. Forcella e A.
Monticone, “Plotone d'esecuzione: i processi della prima guerra mondiale”, Laterza, Bari 1998. M.
Isnenghi (a cura di), “La Grande Guerra. Uomini e luoghi del 1915-18”, 2 volumi, UTET, Torino 2008. E. Gentile, “Le origini dell'Italia contemporanea”, Mondadori, Milano 2012. C. Clark, “I sonnambuli. Come l'Europa arrivò alla Grande Guerra”, Laterza, Roma-Bari 2013. L. Canfora, 1914”, Sellerio, Palermo 2014. N. Ferguson, “Il grido dei morti”, Mondadori, Milano 2014. B. Bignami, “La Chiesa in trincea. I preti nella Grande Guerra”, Salerno editrice, Roma 2014. Buone bibliografie sono in Wikipedia ed altri siti in rete.
2. A dimostrazione di come a volte la Storia sia più complessa ed articolata di quanto si immagini. A volte. Su D'Annunzio e sull'impresa di Fiume si è scritto molto. Mi limito, in questo contesto, a citare alcune opere tra le più importanti: F. Gerra, “L'impresa di Fiume”, Longanesi, Milano 1974. G. B. Guerri, “Disobbedisco. Cinquecento giorni di rivoluzione. Fiume 1919-1920”, Mondadori, Milano 2019. P. Cavassini e M. Franzinelli, “Fiume. Un racconto per immagini dell'impresa di D'Annunzio”, LEG, Gorizia 2019. M. Mondini, “Fiume 1919. Una guerra civile italiana”, Salerno edizioni, Roma 2019. F. C. Simonelli, “D'Annunzio e il mito di Fiume. Riti, simboli, narrazioni”, Pacini, Pisa 2021.
3. Vedi: E. Sereni, “La questione agraria nella rinascita nazionale italiana”, Einaudi, Torino 1975. E. Sereni, “Il capitalismo nelle campagne (1860-1900)”, Einaudi, Torino 1968 (prima edizione 1947).
4. Vedi: C. Baldoli, “Bolscevismo bianco. Guido Miglioli fra Cremona e l'Europa (1879-1954)”,
Morcelliana, Brescia 2021, pp. 15/22. Cfr anche: P.L. Rotelli, “1919-1922. Lo scontro tra fascismo e movimento contadino e operaio nel cremonese”, Cremonabooks, Cremona 2022.
5. Roberto Farinacci (1892-1945), gerarca fascista fra i più importanti a livello nazionale, al punto da competere in certi momenti con lo stesso Mussolini. Interventista nel 1914 e fondatore del “fascio di combattimento” di Cremona nel 1919, fu tra i più violenti dirigenti dello squadrismo. Sostenitor e dell'ala “dura” del movimento, fondò e diresse il quotidiano “Cremona nuova”, poi “Il Regime fascista” e fu Segretario Nazionale del partito fascista dal febbraio del 1925 al marzo del 1926. Deputato prima e poi membro del Gran Consiglio del fascismo, il 25 luglio del 1943 si schierò contro l'“ordine del giorno”, poi votato a maggioranza dal Gran Consiglio, presentato da Dino Grandi, che sfiduciava Mussolini e tornava ad attribuire tutti i poteri al re. Dopo l'arresto di Mussolini, ordinato dal re, riparò in Germania e nella Repubblica Sociale Italiana fu tra i più fedeli sostenitori dell'alleanza col Reich tedesco e fra i più decisi propugnatori delle teorie razziste ed antisemite. Fu giustiziato dai partigiani a Vimercate il 28 luglio 1945.
Su di lui s'è scritto moltissimo. Anche in questo caso mi limito ad alcune indicazioni: U. A. Grimaldi, “Farinacci. Il più fascista”, Bompiani, Milano 1972. R. Canosa, “A caccia di Ebrei”, Mondadori, Milano 2006. E. Collotti, “Il fascismo e gli ebrei, Laterza, Bari 2003. R. Festorazzi, “Farinacci. L'antiduce”, il Minotauro, Roma 2004. H. Fornari, “La suocera del Regime. Vita di Roberto Farinacci”, Mondadori, Milano 1972. S. Vicini e P. A. Dossena, “Lupo vigliacco. Vita di Roberto Farinacci”, Hobby & Work, Milano 2006. G. Pardini, “Roberto Farinacci. Ovvero della rivoluzione fascista”, Le Lettere, Firenze 2007.
6. R. Dasti, F. Manclossi, “Cirillo Quilleri, il Podestà scomodo”, Centro Ricerche “A. Galmozzi”, Crema 2008.
7. La questione è complessa e non possiamo qui affrontarla dettagliatamente. Farinacci si trovò coinvolto, nel 1926, nel dissesto della Banca Agricola di Parma ed in altri scandali finanziari. Con il sostegno del Segretario Nazionale del Partito Fascista, il bresciano (ma parmense di origine) e antifarinacciano Augusto Turati (che dal marzo 1926 aveva sostituito Farinacci nella carica di Segretario Nazionale) ed anche di Mussolini, che certo non amava l'arrogante “ras” cremonese anche se lo temeva, si formò un dissenso interno, guidato da Balestreri ed Orefici, che, invocando onestà e pulizia, cercò di estromettere Farinacci dalle principali cariche che occupava. Braccio destro di Farinacci in questa come in altre battaglie fu il castelleonese Giuseppe Moretti. La vittoria di Farinacci fu netta: scaricò tutte le colpe su alcuni amici (che da allora segretamente lo odiarono), chiese ed ottenne il sostegno della base, ricattò larvatamente Mussolini, che non volle o non potè procedere oltre. Augusto Turati (1888-1955) rimase, però, Segretario e si dimise dall'incarico solo quattro anni dopo, nel 1930, per divergenze con Mussolini. Farinacci dovette quindi rinviare la sua vendetta. Turati tornò a fare il giornalista e divenne direttore de “La Stampa”. Farinacci organizzò una campagna scandalistica contro di lui, accusandolo di omosessualità. Turati venne arrestato, nel 1932 espulso dal Partito e nel 1933 inviato al confino a Rodi.
Riammesso nel PNF nel 1937, non aderì alla Repubblica Sociale Italiana e nel Dopoguerra fu processato ed amnistiato. V.: A. Parlato, “Quaderno di Storia. Da Cremona all'Olocausto (1920-1950)”, pp. 27-64, Libreria Ponchielli, Cremona 2002. P. Corsini, “Il feudo di Augusto Turati. Fascismo e lotta politica a 65 Note Brescia. 1922-26”, Franco Angeli, Milano 1988.
8. Vedi Appendice.
9. “Antifascisti nel Casellario Politico Centrale”, Archivio Centrale dello Stato, Quaderno ANPPIA.
Giuseppe Azzoni in uno studio del 2020, ne ha catalogati 2676, in tutta la provincia. V.: G. Azzoni, “Il novero dei sovversivi”, wwwanpicremona.it. Per le sovversive vedi: M. Zani, “Cremona 1922-1945.
Storie di sovversive”, CremonaBooks, Cremona 2024.
10. Per la verità, Alfredo Felisari ribadì sempre, secondo testimonianze orali da me raccolte, la sua fede nel Duce. A riprova, il suo nome appare in diversi documenti fascisti negli anni successivi. Nel periodo “repubblichino” fu Segretario politico del fascio di Castelleone. Le offese al Principe Ereditario, diffuse nel mondo fascista, consistevano nell'accusa di omosessualità. Per la Fiera del Levante non saprei: forse la critica per un eccesso di spesa.
11. G. Cugini, “Storia di Castelleone dal 1700 al 1946”, Ed. Il Galleggiante, 2002.
12. E. Ruggeri in AA.VV., “Anni difficili”, Centro “A. Galmozzi”, Crema 2003. E. Ruggeri, “Serafino Corada”, Cremonabooks, Cremona 2007.
13. S. Corada, “Storia di Castelleone (1915-1946). La grande guerra e la dittatura fascista”, Ediz. Tipostile, Castelleone 1991; “Castelleone nel XX secolo. Cent'anni di storia, politica, cultura e società”, Ediz. Tipostile, Castelleone 1999.
14. A. Bera, in AA.VV., “La Resistenza nel Cremonese”, Anpi, Cremona 1986.
15. Ne parlano E. Arata e V. Adenti in “Crema moderna”, Centro Ricerca “A. Galmozzi”, Crema 2020.
16. Sulle condizioni di lavoro nei cotonifici castelleonesi (le stesse, più o meno in tutte le fabbriche tessili del Paese) abbiamo una toccante testimonianza del Parroco di Castelleone, don Andrea Santini. Don Santini, in una lettera pubblicata sul giornale di Guido Miglioli, “L'Azione”, nel numero dell'11 febbraio 1905, scrive di aver predicato più volte, inutilmente, contro la pratica in uso nelle fabbriche di far lavorare donne e bambini dall'alba al tramonto ed anche di notte ed i giorni di festa. “I bambini vengono su magri e macilenti” scrive. Bambini e bambine (soprattutto) fra gli 8 ed i 12 anni, e donne di tutte le età. Don Andrea Santini, nato a Sospiro il 9 maggio 1911, era stato Rettore del Seminario di Cremona, poi Parroco di Stagno ed il 18 agosto 1875 era diventato Parroco di Castelleone. A Castelleone rimane p er più di 33 anni, fino alla morte sopraggiunta nel 1911. Vicino alle posizioni di Miglioli, era ampiamente criticato
negli ambienti cattolici tradizionalisti ed imprenditoriali.
17. Per l'importanza dei “salotti” nella storia risorgimentale d'Italia v.: M. T. Mori, “Salotti. La sociabilità delle élite nell'Italia dell'Ottocento”, Carocci editore, Roma 2000.
18. Angelo Pavia, nato nel 1858 a Venezia, residente a Varese e poi a Milano e Roma, avvocato, di casa a Castelleone, a palazzo Villani appunto, fu deputato per sette Legislature, dal 1893 al 1913. Venne eletto sempre nel Collegio di Soresina (salvo l'ultima volta, quando venne eletto a Varese), nelle liste di quella che allora veniva definita “Estrema Sinistra”. Fu due volte Sottosegretario di Stato al Ministero d el Tesoro (aprile 1910-marzo 1911; aprile 1911-marzo 1914), con Giovanni Giolitti e Luigi Luzzatti. Nominato Senatore del Regno nel 1920, di fatto si ritirò dall'agone politico e morì a Roma il 26 maggio del 1933.
Venne ricordato in Parlamento dal nazionalista Luigi Federzoni (1878-1967), allora Presidente del Senato. Alla commemorazione si associò Benito Mussolini.
19. V. più avanti.
20. R, Caccialanza, “Invenzioni ed inventori a Cremona e Provincia (1859-1896)”, Mari editore, Cremona 2019. 21. Ne riporto una strofa: “Evviva la luce elettrica/ che vuol Giuseppe Strafurini/ per il sorriso dei bambini/ e per gran comodità.../ Abbasso quei fanali/ che di chiaro non ne fan.../ Drin, drun, dran/ la luce elettrica la va.../ Drin, drun, dran/ la luce elettrica la va/ Abbasso quei fanali/ che vanno a petrolio/ consumano tanto olio/ e di chiaro non ne fan”.
22. V. Appendice.
23. V. G.C. Corada, “Dante Bernamonti”, Tip. Tipostile, Cremona 1982.
24. Giulio De Poli (Castelleone 1894-1963). Ingegnere. Fu Podestà di Castelleone dal 1930 al 1939. Come ingegnere, lavorò soprattutto per il Consorzio Agrario, progettando gli ammassi del grano di Pandino, Crema e Castelleone (con F. Arata). Non stupisca la commistione fra cariche politiche ed incarichi professionali, tipica di un Regime in cui anche per i lavori più umili era necessaria la tessera del Partito. Come vedremo, verso la fine della RSI ebbe contatti con i partigiani.
25. Giuseppe Moretti era nato a Cumignano sul Naviglio nel 1893, ma risiedeva a Castelleone con la famiglia dal 1896. Fu Console Generale della Milizia, deputato, Presidente della Confederazione fascista degli Agricoltori di Cremona. Uno dei personaggi più importanti del fascismo cremonese. Nel 1946, la Questura di Cremona stilò, ai fini di quella che pomposamente fu chiamata “epurazione” (che si concluse con poche condanne importanti, diverse condanne di “pesci piccoli”, comunque praticamente tutte, nel giro di poco tempo, amnistiate), l'elenco delle maggiori cariche provinciali ricoperte da fascisti.
Nell'elenco, di Castelleone compare il solo Moretti, che peraltro trascorse tranquillamente il resto della sua esistenza in Argentina.
26. Enrico Girbafranti (Crema 1885-1965). Nato in una famiglia di capomastri, studiò e si diplomò
all'Accademia di Brera. Si specializzò nella scultura e vinse numerosi concorsi e committenze. La sua opera più famosa è forse “Nudo di donna” (o “Dolore”). Nel 1912 vinse, a Milano, il prestigioso premio “Antonio Tantardini”, che ogni anno (dal 1891 al 1957) assegnava un congruo riconoscimento economico a giovani scultori. Fu attivo prevalentemente nel settore della scultura funeraria e sue opere sono presenti nel cimitero di Crema, al Monumentale di Milano ed in vari camposanti lombardi. In Provincia di Cremona realizzò i Monumenti ai Caduti di Vailate (1921) e Castelleone. Nel 2015, in occasione del cinquantesimo dalla sua scomparsa, il Comune di Crema gli ha dedicato una importante mostra.
27. Se ne stimano oltre 12.000 in tutta Italia. Dal Ministero dei Beni Culturali ne sono stati catalogati 6.000, fra cui quello di Castelleone.
28. Non si creda che la scelta di Giuriati fosse una scelta di ripiego. Oggi Ciano è assai noto e Giuriati quasi sconosciuto, ma allora Giovanni Giuriati (Venezia 1876-Roma 1970) era uno dei più importanti gerarchi dell'Italia fascista. Nazionalista, irredentista, pluridecorato nel corso della Prima Guerra Mondiale, fra i protagonisti con D'Annunzio dell'impresa di Fiume, fu tra i primi iscritti ai “fasci di combattimento”. Partecipò come Ispettore Generale alla marcia su Roma e, subito dopo, entrò a far parte del Governo Mussolini. Nel 1925, quando venne a Castelleone, era Ministro dei Lavori Pubblici, carica che lasciò dopo che il 29 Aprile 1929 venne eletto Presidente della Camera dei Deputati. Nel 1930 cumulò questa carica con quella di Segretario Nazionale del partito fascista per un breve periodo; poi gli succedette, nel dicembre 1931, Achille Starace (un vero disastro, anche secondo Mussolini). Nel 1934 si ritirò di fatto dalla vita politica attiva (per ragioni su cui ancora si discute), rifiutando anche la prestigiosa nomina di Ambasciatore a Berlino. Venne nominato dal re Senatore del Regno e poi divenne Generale di Brigata della riserva, ma ebbe l'accortezza, dopo l'8 settembre del 1943, di rifiutare l'incarico di Ministro degli Esteri della Repubblica Sociale Italiana. Dopo la Liberazione venne processato ma fu assolto (nel 1947) e
da quel momento non si occupò più di politica (almeno pubblicamente). Per saperne di più: S. Moroni, “Giovanni Giuriati: biografia politica”, Centro Editoriale Toscano, Firenze 2007. B.P. Boschesi, “Il chi è della Seconda Guerra Mondiale”, volume primo, Mondadori, Milano 1975, pagina 215.
29. Su Giacomo Matteotti e le sue vicende la bibliografia è vasta. Le carte della famiglia sono conservate presso l'Archivio della Fondazione di studi storici “Filippo Turati”, con sede a Firenze. L'edizione critica delle sue opere, grazie all'impegno di Stefano Caretti, è stata pubblicata da una meritoria casa editrice pisana, la Nistri-Liski, dal 1983 al 2009, e dal 2011 al 2020 dalla Università di Pisa. Edizioni parziali dei suoi scritti e discorsi sono state effettuate nel corso degli anni e sono presenti anche in rete. In questa sede ci limitiamo a segnalare alcuni testi, tra gli ultimi pubblicati: G. Arfé, “Giacomo Matteotti uomo e politico” (introduzione e cura di F. Vander), Editori Riuniti, Roma 2014. M. Breda-S. Caretti, “Il nemico di Mussolini. Giacomo Matteotti, storia di un eroe dimenticato”, Solferino, Milano 2024. M. Canali, “Il delitto Matteotti”, Il Mulino, Bologna 2004 (prima edizione 1996). F. Fornaro, “Giacomo Matteotti. L'Italia migliore”, Bollati Boringhieri, Torino 2024 (con ottime indicazioni bibliografiche). M. Franzinelli, “Matteotti e Mussolini. Vite parallele. Dal socialismo al delitto politico”, Mondadori, Milano 2024. M. Degl'Innocenti, “Giacomo Matteotti eroe socialista”, Agra editrice, Roma 2014. G. Romanato,
“Un italiano diverso. Giacomo Matteotti”, Longanesi, Milano 2011. V. Zincone, “Matteotti 10 vite”, Neri Pozza editore, Vicenza 2024. G. C. Corada, “Giù il cappello, signori della borghesia. Scritti e discorsi di Giacomo Matteotti”, Cremonabooks, Cremona 2025.
30. Francesco Arata (Castelleone 1890-1956) è noto soprattutto come pittore. Artista non organico al fascismo, è stato negli ultimi anni valorizzato con esposizioni, convegni e diverse pubblicazioni. Grazie al meritorio impegno dei suoi figli e nipoti, è sorta una Fondazione a lui dedicata ed è visitabile la sua abitazione, ora trasformata in Museo, a Castelleone.
31. Carlo Gaudenzi (Cremona 1898-1969). Ingegnere, lavorò molto per l'Istituto Autonomo Case Popolari e progettò le Colonie elioterapiche, oltre che di Castelleone, di Cremona, Palazzo Pignano, Rivarolo del Re, Vescovato, Forte dei Marmi. Nel dopoguerra, per la precisione nel 1951, fondò la Scuola Edile di Cremona.
32. In quella occasione il Parroco, monsignor Maruti, pronunciò un'omelia retorica e fascisteggiante, come riporta il numero unico per le celebrazioni del cinquantesimo dall'incoronazione della Beata Vergine della Misericordia, stampato per l'occasione: “A nome di tutti si rallegra con i valorosi soldati che, compiuto il loro dovere, erano tornati sani, salvi e vittoriosi, lieti di aver avuto l'onore e la fortuna di partecipare ad una gloriosa impresa di squisito valore patriottico, sociale e cristianamente umanitaria. Ha esortato poi tutti ad invocare speciali benedizioni della Madonna sul Duce, invitto creatore dell'Impero”.
33. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Germania nazista requisì circa 175 000 campane nelle chiese della Germania e di tutti i Paesi occupati per estrarre i loro componenti metallici, soprattutto rame e stagno, indispensabili per costruire cannoni. La stragrande maggioranza, circa 150.000 campane, non fu mai restituita. Questa distruzione, considerata un crimine di guerra dal Tribunale di Norimberga del 1945 e un atto sacrilego dalla Chiesa cattolica, è un aspetto poco conosciuto del saccheggio nazista. In Italia vennero sequestrate dai fascisti (sulla base del Regio Decreto del 23 aprile 1942 n°5050) 102.500 campane, nonostante la maggiore influenza della Chiesa cattolica. Tra le Diocesi più colpite ci fu quella di Piacenza, con 697 campane sequestrate. Ciò accentuò il dissenso dei sacerdoti piacentini. Comunque, anche azioni come la requisizione delle campane dimostrano il distacco di una piccola minoranza fascista dal “sentire comune” della popolazione.
34. Prefetto era Mario Trinchero e Questore Adelchi De Giusti (già Prefetto di Como, persecutore di ebrei). Farinacci li considerò dei traditori e li fece condannare dal Tribunale Speciale a trent'anni di prigione. Trovarono rifugio prima alla clinica S. Camillo e poi in una cascina a Pontevico (BS), la cascina Sabbionere, da cui poi furono trasferiti in salvo in Svizzera. Forse anche per questo, l'agricoltore conduttore della cascina, Decimo Tonghini, e suo genero, il medico Amedeo Lazzari Barili, cremonesi, furono fucilati dai tedeschi. Vedi AA.VV. “Pietre della Memoria”, Anpi-Anpc, Cremona 2010, p.184. E “Sabbionere 1945”, Comune di Pontevico, Pontevico 2006. Per quanto riguarda il Podestà di Castelleone, Goffredo Bertolotti, v'è da notare che neppure dopo il 25 aprile 1945 gli vennero rivolte particolari accuse o critiche di qualche rilevanza.
35. Resta valido, a mio parere, il giudizio espresso da Emilio Zanoni (1914-1995) sul Governo Badoglio e sul suo operato: “Una antitesi fra il vecchio che muore ed il nuovo mondo che sorge... da un canto la vecchia società italiana, con le sue sovrastrutture fasciste e statali rimaste anche nei 45 giorni, dall'altro le forze di rinnovamento della nazione”. Per Zanoni l'otto settembre è quindi una data infausta per il crollo e l'inadeguatezza delle vecchie istituzioni (monarchia, esercito ecc.); dall'altro è l'inizio di un lungo cammino verso la democrazia, grazie all'irrobustirsi delle forze politiche antifasciste. Conseguente è il giudizio sul generale Giacomo Florio: un uomo “senza iniziative e senza mordente”. Per una analisi più articolata v. E. Zanoni, “Il movimento cremonese di Liberazione nel secondo Risorgimento”, Prefazione e a cura di Gian Carlo Corada, cremonabooks, Cremona 2025.
36. V. E. Galli della Loggia, “La morte della patria”, Laterza, Roma-Bari 1996.
37. Giuseppe Cappi (1883-1963), castelleonese “onorario” (trascorreva le vacanze quasi per intero nel palazzo Alexis, in piazza del Comune), fu uno dei personaggi politici più importanti di cremona:Parlamentare, Costituente, Segretario nazionale della DC e infine Presidente della Corte Costituzionale. V. G.C. Corada, “Giuseppe Cappi”, Cremona 2003; F. Amadini, “La primavera del diritto e della democrazia”, Castelverde 2023.
38. AS Cremona, Doc. cat. 8.18 b.335 Prefettura-Gab. 1944.
39. Quello di Toblach era uno dei sette sottocampi di Bolzano (vedi Appendice).
40. Le due citazioni sono tratte dal “Diario Storico” della Brigata “Follo”, a p. 487 e p. 492 della copia esistente nella Busta 14 del Fondo Anpi depositato presso l'Archivio di Stato di Cremona. Ve ne sono altre copie: una è nella Busta 45 dello stesso Fondo. Il Diario è scritto evidentemente dopo la Liberazione.
Probabilmente “sistematizza” un po' troppo l'organizzazione della Resistenza, indicando con precisione il numero di dipartimenti, squadre, combattenti, quando in realtà sembra esserci stata una fluidità maggiore (molti per così dire “part-time”, le donne ecc). Sostanzialmente, però, non vi è motivo per dubitare di quanto sostiene.
41. L'attendismo, tanto vituperato dalle sinistre (e spesso dagli Alleati), era la tesi secondo cui occorreva fare il meno possibile, come azioni partigiane, al fine di evitare ritorsioni e rappresaglie sulla popolazione e vittime tra gli stessi partigiani, ed attendere l'arrivo degli Alleati, ritenuto prossimo. Questa tesi, un po' per opportunismo un po' per convinzione un po' per paura che le sinistre occupassero uno spazio eccessivo, era sostenuta dalle forze più moderate della Resistenza.
42. A proposito di divergenze interne alla Resistenza, devo confermare quanto afferma Pietro Martini, in un bel saggio recentemente pubblicato a puntate su “Cremonasera” (“1944-2024: 80 anni fa iniziava anche a Crema la Resistenza”, Cremonasera, 6 e 28 febbraio, 20 marzo 2024) circa la polemiche nei confronti del CLN cremasco da parte dei gruppi operativi di partigiani. Il CLN di Crema, fortemente condizionato dalla figura di Lodovico Sforza Benvenuti (1899-1966, futuro membro della Costituente, influente parlamentare dc, più volte sottosegretario, convinto europeista e federalista, nel 1957 Segretario Generaledel Consiglio d'Europa), era giudicato dai partigiani dei Sap ed anche da una parte del CLN provinciale, “attendista”. Sostenevano questa tesi Arnaldo Bera, Alfredo Galmozzi ed anche Attilio Mafezzoni. Mafezzoni, di Romanengo, uno dei protagonisti della Resistenza cremasca, tra i primi ad imbracciare le armi (che non consegnò alla fine della lotta di Liberazione e per questo trascorse diversi mesi in prigione), passò gli ultimi anni della sua vita a Castelleone ed ho avuto la fortuna di parlare con lui diverse volte.
43. Nome di battaglia (a volte usava anche “Oliviero”) di Rinaldo Bottoni, mantovano di Pegugnaga, classe 1915, comunista, ex-tenente dell'aereonautica militare, datosi alla macchia dopo l'8 settembre, già Comandante della 121° Brigata Garibaldi “Arrigo Lupi” e agente di collegamento con le Forze Alleate. Venne spostato da Mantova a Cremona in uno dei frequenti scambi tra dirigenti per ragioni di sicurezza (qualche tempo dopo, ad esempio, Arnaldo Bera, “Luciano”, soresinese e futuro senatore, in quel momento Ispettore Regionale delle Brigate Garibaldi, venne spostato a Mantova). Bottoni dal novembre 1944 fu Comandante (vice-Comandante Alfredo Galmozzi, “Elio”) della Brigata “F. Follo”. Nei giorni della Liberazione il Corpo Volontari per la Libertà lo indicherà come Comandante della Piazza di Crema.
44. Vedi Appendice.
45. Vedi per esempio: “Giovanni lo slavo”, in “Piacenza nella guerra di liberazione- Rassegna bibliografica- Elenco Formazioni XIIIa zona” di M.L. Cerri, a cura del Comitato provinciale ANPI Piacenza. In Italia i partigiani stranieri sono stati almeno 15.000. Il gruppo nazionale più numeroso è rappresentato dai sovietici (con 5000 combattenti, più di 400 caduti e quattro medaglie al valor militare), seguiti dagli jugoslavi e poi da disertori tedeschi ed austriaci (almeno 2000). Certo, i prigionieri evasi dopo l'otto settembre 1943 sono stati circa 100.000 ed i soldati tedeschi schierati in Italia in quegli anni circa un milione. Tuttavia va considerata la difficoltà della scelta partigiana e l'estremo rischio; per cui è comprensibile che molti cercassero di stare nascosti. V. anche: C. Greppi, “Il buon tedesco”, Laterza, Roma-Bari 2021; Eric Gobetti, “Partigiani oltre i confini: stranieri in Italia, italiani all'estero” in “Resistenza. La guerra partigiana in Italia (1943-1945)”, a cura di F. Focardi e S. Peli, Carocci editore, Roma 2025, pp. 75-78.
46. “Se non c'erano le donne la Resistenza non si sarebbe fatta. Le staffette erano tutte donne. Erano pochi gli uomini che avevano quel ruolo e avevano più paura delle donne…” scrive Vega Gori, casalasca maprotagonista, con il nome di battaglia di “Ivana”, della Resistenza spezzina. V.: “Ivana racconta la sua Resistenza”, Ed. Giacchè, La Spezia 2013. Le donne, peraltro, non furono solo staffette, né solo cuciniere.
V.: B. Tobagi, “La Resistenza delle donne”, Einaudi, Torino 2022. L. Menapace, “Un pensiero in
movimento: scritti scelti (1960-2019)”, Edizioni Alphabeta, Bolzano 2023.
47. I soldati italiani catturati dai tedeschi dopo l'otto settembre restano “prigionieri di guerra” per pochi giorni, fino al 20 settembre, quando vengono declassati allo stato di “internati militari”. Non si tratta di una distinzione solo linguistica: gli “internati” non godono delle garanzie della Convenzione di Ginevra nè possono godere delle tutele e degli aiuti della Croce Rossa. I “prigionieri” non possono essere obbligati a lavorare; gli “internati” lavorano tutto il giorno, nelle fabbriche e nei campi. Nell'estate del 1944 vengono definiti, senza più pudore, “lavoratori civili”. Freddo, fame, violenze, malattie ed umiliazioni erano la quotidianità e porteranno molti alla morte. Eppure, su oltre 600.000 prigionieri italiani, più di mezzo milione rifiuterà le condizioni migliori loro promesse in caso di adesione all'esercito della Repubblica Sociale Italiana. Un eroismo poco conosciuto!
48. E' curioso il ruolo di Ripalta Arpina in alcuni momenti cruciali della storia di Castelleone. Nell'aprile del 1945 sono i partigiani a radunarsi a Ripalta Arpina per poi occupare Castelleone. Nel 1576 furono i nobili, cacciati da una rivolta popolare causata da una nuova insopportabile tassa detta “sulle bocche” (in pratica, una tassa sulle persone, bambini compresi, calcolata sul consumo di grano, che si aggiungeva a quella “sui focolari”, pagata da ogni famiglia) a riunirsi a Riparta Arpina, arruolare dei mercenari e con l'inganno entrare in Castelleone, uccidendo e picchiando.
49. Un episodio mi ha colpito. Tra la cattura ed il trasferimento a Cremona passarono alcuni giorni. Senza che nessuno glielo chiedesse, uno dei più noti barbieri del paese, Osvaldo (Aldino) Pini (1905-1988), da tutti chiamato “Giubet” (perché un avo si chiamava Giobbe ed Aldino era mingherlino, piccolo Giobbe appunto), di orientamento antifascista e socialista, si recò nella prigione di via Ansoldo, non lontano da casa sua, con un pentolone di minestra, che distribuì a tutti, e tagliò gratuitamente barba e capelli a coloro, fascisti o partigiani, che volevano “darsi una sistemata” dopo giorni turbolenti. “Oh gran bontà de' cavallieri antiqui”, scriverebbe l'Ariosto!
50. Le indicazioni del CLN Alta Italia erano in effetti, in accordo con le Autorità Alleate, di ostacolare in tutti i modi possibili la ritirata della Wehrmacht, che stava avvenendo in maniera abbastanza ordinata. In particolare, l'indicazione era di fare il possibile per bloccare almeno le armi pesanti. Il fine era di evitare che i tedeschi potessero costituire, come più volte avevano dichiarato, una nuova linea difensiva ai piedi delle Alpi. In questo caso la guerra sarebbe durata ancora a lungo.
51. Di relazioni ne arrivano 88 su 114 Comuni. Vedi il volume “Ricerche” n° 5 (a cura dell'Istituto
Cremonese per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea), Archivio di Stato di Cremona, Turris editrice, Cremona 1995. Ora ripubblicato in: “L'attività partigiana nel territorio cremonese”, a cura di A. Bellardi, Società Storica Cremonese e Provincia di Cremona, Cremona 2025. La Relazione del Sindaco di Castelleone è a pag.30.
52. Il discorso venne pubblicato nel 1946 da Mondadori, editore delle opere di Brocchi, con il titolo
“Confidenze”. Per Virgilio Brocchi v. più avanti.
53. Vedi: P. Rotelli, “1919-1922. Lo scontro tra fascismo e movimento operaio e contadino nel cremonese”, Cremonabooks, Cremona 2022.
54. Su Miglioli gli studi sono tanti, anche se non tantissimi (come meriterebbe). Mi limito a citarne alcuni: F. Leonori, “No guerra, ma terra! Guido Miglioli, una vita per i contadini”, Compagnia Edizioni Internazionali, Milano-Roma 1969. AA.VV. “Leghe bianche e leghe rosse: l'esperienza unitaria di Guido Miglioli”, Editori Riuniti, Roma 1972. L. Bedeschi, “Cattolici e comunisti. Dal socialismo cristiano ai cristiani marxisti”, Feltrinelli, Milano 1974. P.G. Zunino, “La questione cattolica nella sinistra italiana (1919-1939)”, Il Mulino, Bologna 1975. C. Bellò, “Le avanguardie contadine cristiane nella Valle del Po”, Nuove Edizioni Operaie, Roma 1979. G. C. Corada, “L'attività politico-amministrativa di Guido Miglioli nel Consiglio Provinciale di Cremona (1910-1914), Provincia di Cremona, Cremona 1988. C.F. Casula, “Guido Miglioli. Fronte democratico popolare e Costituente della terra”, Edizioni del Lavoro, Roma 1981. M. Felizietti, “Guido Miglioli, testimone di pace. Con una testimonianza di Adriano Ossicini”, Roma 1999. Lo studio più recente che conosco è: Claudia Baldoli, “Bolscevismo bianco. Guido Miglioli fra Cremona e l'Europa”, Morcelliana, Brescia 2021. Un ottimo libro: a mio parere il più completo sull'argomento.

PARTE II
Il coraggio di scegliere
Riporto una sintetica biografia di mio papà Serafino, dalla nascita fino al 1945, ritenendo significativo il suo percorso umano e politico negli anni della guerra e della Resistenza. Ritengo si possa dire lo stesso di altri. Invito figli, nipoti, pronipoti o parenti di Castelleonesi che hanno svolto un ruolo nella Resistenza a farmi avere, se lo ritengono, indicazioni e notizie dei loro cari, per ulteriori pubblicazioni.
Serafino Corada è nato a Castelleone il 4 settembre 1920, terzo di quattro figli, da famiglia molto povera. Suo padre, mio nonno Giovanni, coltivava un piccolo appezzamento di terra in affitto e commerciava un po' in legna da ardere. Sua mamma, Ernesta Maccalli, mia nonna, donna religiosissima, era casalinga. Vicini, come tanti a Castelleone, al movimento migliolino, il fascismo li aveva allontanati da qualsiasi passione politica. Mio padre, a quattordici anni, andò a cercare lavoro a Milano, dove già erano i fratelli maggiori Giuseppe e Lucindo.
Ebbe la fortuna di trovarlo subito, come apprendista e poi tipografo compositore presso la Casa editrice Sonzogno, allora in via Passarella, in pieno centro storico. Di giorno lavorava, la sera studiava. Come privatista, di anno in anno arrivò fino alla vigilia dell'esame di maturità, traguardo sociale notevole, soprattutto per chi proveniva da famiglie povere. Furono anni tutto sommato piacevoli, i sei passati a Milano a lavorare e studiare, in un appartamentino preso in affitto insieme ai fratelli. I primi amori, le prime letture importanti... Mio padre, quando li ricordava, diceva sempre che erano stati fortunati, lui ed i suoi fratelli, soli in una grande città, col lavoro ma col bisogno sempre di soldi (anche per aiutare la famiglia), a mantenersi onesti ed integri.
A neanche vent'anni, prima ancora che scoppiasse la guerra, venne chiamato alle armi. Il primo periodo bellico lo passò, abbastanza tranquillo, in Sicilia, a Trapani, al V Reggimento Fanteria Aosta. Venne assegnato all'Infermeria. Non era infermiere, ma imparò presto i rudimenti ed esercitò questa funzione spesso anche a favore della popolazione locale, della quale conservò sempre un ricordo positivo. All'inizio del 1943 fu trasferito presso il 32° Reggimento Fanteria, con sede a Bologna, distaccamento di Vergato. Sempre come infermiere. Fino all'8 settembre, quindi, la guerra per lui non fu da prima linea. Forse proprio per l'attività cui era stato destinato, abbastanza casualmente (“Vedo che hai studiato. Ci occorre qualcuno in Infermeria”: più o meno così ricordava che gli aveva detto l'ufficiale incaricato di sistemare le reclute).
L'8 settembre colse lui, come tutti, impreparato. L'esercito, rimasto senza indicazioni precise, si sfaldò. Il re e gli Alti Comandi fuggirono. Resistenza ai tedeschi si ebbe a Roma, a Cremona ed in alcune altre località. A Bologna scapparono quasi tutti. I soldati, in abiti borghesi, cercarono di raggiungere le loro case e così fece mio padre, che tentò di arrivare a Castelleone. Fu fermato dai tedeschi alla stazione ferroviaria di Cremona e, insieme al compaesano Mario Ruggeri e ad altri soldati fuggiaschi, venne rinchiuso in un ex-zuccherificio, in attesa di essere inviato in Germania. Lui e Mario Ruggeri riuscirono però a scappare ed a raggiungere, per vie secondarie ed attraverso i campi, le loro abitazioni a Castelleone. Restare dai genitori era troppo pericoloso e così, dopo alcuni giorni, mio padre si recò da parenti a Trigolo. Qui un suo cugino, Mario V. (appartenente alle fascistissime “Brigate Nere”55!), lo tenne nascosto per un po', a riprova che a volte le relazioni parentali prevalgono sulle ideologie. Ma la situazione si fece sempre più pericolosa e mio padre dovette tornare a casa. Vi stette pochissimo. A Castelleone alcune persone che conosceva (Piero Marchesi, Ernesto Stellari e Giovanni Ruggeri) facevano da tramite56 fra i giovani che non volevano stare dalla parte di tedeschi e fascisti e le prime organizzazioni partigiane in montagna. Così, grazie a loro, raggiunse in bicicletta la zona di Pianello in Val Tidone, sull'Appennino piacentino, dove già erano parecchi castelleonesi. La prima tappa era stata un'osteria sopra Pianello, la “Colombina”; poi, più in alto, un cascinale, “La Senese” (rimasto nella storia anche come “Alzanese”, italianizzazione della forma dialettale), dove si era costituito un primo gruppo di partigiani. Formato all'inizio prevalentemente da ex carabinieri, il gruppo si chiamò prima “La Senese”, poi divenne la Divisione “Giustizia e Libertà”, infine la “I Divisione Piacenza”, che ebbe l'onore di liberare Piacenza, il 28 aprile 1945.
All'inizio composta da circa centocinquanta elementi, compresi alcuni valligiani armati di fucili da caccia, alla fine venne a contare circa duemila partigiani (molti di più nei giorni dell'insurrezione), nel complesso ben armati grazie ai lanci degli Alleati ed alle armi prese ai nemici! A comandarli era Fausto Cossu, ufficiale dei Carabinieri (e dopo la guerra avvocato). Formatasi sulle alture di Pianello Valtidone, ben presto la Divisione fu attiva nell'intero territorio delle valli Tidone e Trebbia.
Chi era il Comandante Fausto lo vedremo più avanti. I cremonesi partigiani nel piacentino-parmense furono più di cento. I castelleonesi sotto il comando di Cossu una trentina. Vi furono anche giovani di Casalbuttano, Soresina e Cremona, distribuiti in varie Brigate. Presero parte ad azioni memorabili, come l'entrata nell'arsenale di Piacenza a far bottino di armi e munizioni. L'elenco di questi valorosi castelleonesi lo trovate nella terza parte. E' lecito porsi una domanda, a proposito della scelta di tantissimi giovani italiani di allora. Perché “quella” scelta? Neutrali non potevano stare, rimanere a casa, come quasi tutti avrebbero preferito, non era possibile. L'alternativa era tra il darsi alla macchia, diventare partigiani o farsi arruolare nell'esercito della Repubblica di Salò. Perché i più scelsero di diventare partigiani (senza sottovalutare il fatto che vi fu pure chi scelse la Repubblica di Salò e chi, tanti, di stare nascosti nei campi e nei boschi)? La risposta non può che essere quella che l'analisi storica ormai ha accertato. Alcuni fecero la loro scelta per ragioni ideali e politiche precise: in genere i più anziani, quelli che avevano contatti con l'antifascismo militante in esilio o presente sottotraccia in Italia; che avevano dei riferimenti nella tradizione socialista, comunista, migliolina o repubblicana e liberale. Per i più, la motivazione della scelta era meno politica ma non meno determinata: con i fascisti non si poteva andare, avevano voluto la guerra, l'alleanza con gli odiati tedeschi e poi la subalternità, praticavano la sopraffazione e l'ingiustizia, tradivano la Patria. Inoltre quei giovani, in gran parte provenienti dal mondo contadino, erano quasi tutti cattolici, credenti e praticanti, e vedevano l'atteggiamento dei loro parroci farsi sempre più critico verso i nazifascisti.
Anche le idee di libertà e democrazia cominciavano a farsi strada, se pure non agganciate, se non in pochi casi, a precise e più generali impostazioni politiche. Non rimaneva, quindi, che l'altra strada: andare con i partigiani o comunque non con i fascisti, a costo di nascondersi, andare in montagna, soffrire fame e freddo e rischiare la vita. Sostenere ciò, non significa sminuire il senso e la complessità del movimento partigiano in Italia, anzitutto perché con l'andar del tempo le visioni politiche e le ideologie si precisarono, poi perché quasi sempre nella storia i movimenti di massa sono all'inizio magmatici e poco organizzati, ma spontanei e creativi. Comunque è indubbio che tra il 1943 ed il 1945 fascisti e nazisti godettero di ben poco consenso tra la popolazione. I giovani non erano tutti con i partigiani, ma certo erano pochissimi con i fascisti! Fatto sta che mio padre, motivato da un sentimento antifascista forte e chiaro anche se non politicamente definito, va con i partigiani sul piacentino, insieme ad altri castelleonesi, e si e arruola in “Giustizia e Libertà”, di orientamento prevalentemente azionista e repubblicano (anche se nel caso della Divisione di Fausto la componente cattolica e “militare” fu sempre molto forte e Fausto ne sottolineò sempre l'apartiticità, tanto da chiamarla, nel marzo 1945, con l'accordo di tutte le forze politiche, semplicemente “1a Divisione Piacenza”). Serafino assume il nome di battaglia (praticamente obbligatorio assumerlo, per ragioni di sicurezza) di “el sec”, con evidente riferimento alla magrezza. Visti gli studi, la professione di tipografo e la passione per la scrittura, viene assegnato al gruppo del giornale “Grido del popolo”, “Organo della Divisione Volontari Giustizia e Libertà” (così recitava il sottotitolo), diretto dal prof. Angelo Rocca (che aveva sposato una ragazza di Casalbuttano), nome di battaglia “Arcangelo”, commissario della Divisione. Il “Grido del popolo” veniva stampato a Bobbio, cittadina liberata dai partigiani il 7 luglio 1944 (e rimasta libera ed autogovernata fino al 27 agosto, poi ancora dal 22 ottobre al 27 novembre '44 ed infine nei mesi di marzo ed aprile 1945) e che aveva ben due tipografie (mio padre contribuiva come tipografo e come corrispondente) e distribuito nelle valli, ma anche in città, a Piacenza, ed in molti paesi di pianura. Settimanale, uscì per 13 numeri, dal 15 agosto 1944 al 18 aprile 1945, con l'interruzione da metà novembre a febbraio a causa del rastrellamento dei “mongoli”. La Redazione, che alla fine venne sistemata a Pecorara, un piccolo Comune in Alta Val Tidone, è stata, quando poteva, a Bobbio e per
un certo tempo alla Rocca d'Olgisio. La Rocca d'Olgisio, oggi monumento nazionale, è un imponente complesso fortificato posto su una rupe scoscesa a cavallo tra la Val Tidone e la Val Chiarone, collegata attraverso strade secondarie alle valli Luretta e Trebbia. La Rocca, in posizione strategica, da cui si dominano le valli piacentine e la pianura del Po verso la Lombardia, era a difesa del Comando della Divisione. Da lì partivano le spedizioni del “Valoroso”, Lino Vescovi, e del “Ballonaio” (al secolo Giovanni Lazzetti, chiamato così perché da ragazzo seguiva il padre nelle fiere di paese). Lì era custodito il grosso delle armi della Divisione. I nazifascisti riuscirono ad occupare la Rocca solo in occasione del terribile rastrellamento dell'inverno '44, ma già il 30 luglio 1944, dopo un fallito assalto, erano stati protagonisti di una feroce strage in quel di Strà: avevano falcidiato nove civili (oltre a donne ed anziani anche un bimbo di due anni!). La Redazione del giornale era direttamente collegata al Comando (infatti i redattori risultano, nei documenti ufficiali, assegnati al Comando di Divisione, ad indicare l'importanza che veniva data ad informazione e propaganda). Mio padre raccontava un episodio curioso e significativo. Un giorno il prof. Rocca disse al “Valoroso”, Lino Vescovi, monticellese, comandante del Distaccamento autonomo “Punta d'acciaio” (un comandante di squadra rispettato ed ardito, ucciso in battaglia, in Val Luretta, il 16 aprile 1945, pochi giorni prima della Liberazione) che la Redazione del giornale operava in condizioni precarie, senza sedie né scrivanie. Pochi giorni dopo arrivarono alcuni partigiani con un camioncino e scaricarono tavoli e poltrone, ricoperte di stoffa rossa, con frangette e fiocchi sulle spalliere. Il “Valoroso” disse che provenivano dalla Curia di Piacenza. Nel cassetto di una scrivania trovarono un Vangelo ed una edizione in formato tascabile su carta sottilissima della Divina Commedia. Mio padre non seppe mai dirmi se quel mobilio fosse un dono o il frutto di un sequestro! Fatto sta che da allora la Redazione del giornale partigiano era arredata come l'ufficio di un Vescovo!
La vita in montagna era dura, ma i membri della Redazione erano raramente impegnati in prima linea. Poi, però, il dramma: il rastrellamento dei “mongoli” (che poi mongoli non erano). Tra la fine di novembre ed i primi di dicembre del 1944, reparti dell'esercito tedesco, con l'aiuto di squadre fasciste, iniziarono un rastrellamento sistematico della zona, partendo da Pianello su su fino alle cime più alte. Contemporaneamente, altre truppe partivano da altre direzioni, in modo da chiudere i partigiani in una morsa. Incutevano paura ai partigiani, ed alla popolazione soprattutto, attraverso l'uso sistematico della violenza. Gli uomini della 162.a Divisione “Turkestan”, soldati provenienti dall'Europa orientale e dalle terre asiatiche dell'Urss, arruolatisi nella Wehrmacht spesso per odio antirusso e per desiderio di vendetta e di bottino, a volte costretti per aver salva la vita, erano quasi sempre ubriachi e si rivelarono oltremodo violenti in tutti i contesti in cui vennero impiegati. A comandarli erano ufficiali tedeschi, che li lasciavano fare o addirittura li incitavano. La manovra a tenaglia riuscì solo parzialmente, perché certe vie di fuga rimasero aperte, ma quando cedette il baluardo della Rocca, dove i partigiani avevano installato le mitragliatrici, la situazione fu chiara a tutti e venne dato l'ordine di ritirarsi, individualmente o a piccoli gruppi; i più presero la direzione che sembrava maggiormente libera, verso La Spezia. Due partigiani castelleonesi, Mario Vanoli ed Elder Colbacchi, vennero seriamente feriti e riuscirono a stento a sopravvivere. Sepolte le macchine da scrivere a Pecorara, dove era stato trasferito anche il Comando partigiano, mio padre si aggregò ad un gruppetto guidato dal tenente “Bologna”, al secolo Giovanni Menzani (Sasso Marconi 1920-Piacenza 1970), comandante della 10.a Brigata, che fu poi Sindaco democratico-cristiano di Piacenza dal1963 al 1964. Insieme giunsero all'altezza della frazione S. Maria, poi si separarono. Mio padre, che aveva la febbre e stava male (per un'influenza, la stanchezza e la tensione) decise di provare a tornare a casa. Il tenente “Bologna” gli diede un po' di soldi e si salutarono piangendo come bambini.
Attraverso campi e sentieri, Serafino giunse ad un paesino, di cui non riusciva a ricordare il nome ma riteneva essere una frazione di Caorso. Si rifugiò in sacrestia e venne salvato da un prete, che gli trovò rifugio in una casa a breve distanza dalla canonica. Era la casa della famiglia Donarini. La padrona di casa gli disse che aveva due figli in guerra e che aiutare lui era un po' come aiutare loro.
Si fermò due giorni e due notti. Mangiò, si lavò, dormì. Poi la situazione si fece insostenibile, perché per strada continuavano a passare i soldati tedeschi. I Donarini gli trovarono un carrettiere disposto a portarlo, nascosto sotto i sacchi del suo carro, fino alla riva del Po, facendogli quindi attraversare la via Emilia, il punto più pericoloso. Così avvenne. Solo che il Po bisognava attraversarlo, per arrivare a Castelleone, e sembrava un ostacolo insormontabile, con i tedeschi che controllavano tutti i ponti ed i traghetti. Sulla sponda dove il carrettiere l'aveva lasciato vide una fila di persone che si dirigeva verso il fiume, chi con un badile in spalla chi con una piccozza o una zappa o altro strumento di lavoro.
Erano operai della “Todt” (italiani, spesso obbligati a lavorare per i tedeschi), che tornavano a casa dopo una giornata di lavoro passata a ripristinare qualche strada o ferrovia. Non vedendo altra soluzione, mio padre si infilò nella colonna! Il giovane che aveva davanti (che mio padre benedisse per tutta la vita, insieme al prete, ai Donarini ed a tanti altri), comprendendo la situazione, gli diede un badile da mettere in spalla, per fingere così di essere un lavoratore comegli altri. Passarono davanti ad una baracca, al finestrino della quale i tedeschi distribuivano del pane e della margarina come ricompensa per il lavoro svolto.
Presa anche lui la sua razione, sotto l'occhio vigile di soldati in armi, salì con gli altri su un barcone, per attraversare il fiume. Soldati dappertutto! Giunti sull'altra sponda, tutti salirono su un grosso camion e giunsero in una grande piazza, a Casalpusterlengo. Scesi, ognuno se ne andò per proprio conto. Il giovane che gli aveva salvato la vita lo portò a casa sua, un po' fuori paese, lo rifocillò e l'ospitò per la notte in una piccola stalla, nonostante fosse terrorizzato dal rischio. Partì subito per Castelleone, ad avvisare i miei nonni (che erano distrutti dal dolore per la perdita pochi mesi prima dell'ultimo figlio, il tredicenne Carlo, schiacciato da un treno in un incidente a Crema): il loro figlio Serafino, febbricitante, era da lui ospitato, ma lì non poteva stare. Mio nonno prese il cavallo, lo attaccò ad un vecchio biroccio e partì per Casalpusterlengo. Giunto, prese il figlio, lo caricò sul carro, lo nascose tra sacchi vuoti e tornò a Castelleone. Arrivato prima di mezzogiorno, aspettò per prudenza fuori paese per un po', in modo che tutti fossero a tavola e loro potessero arrivare non visti fino a casa, in via Avi, un po' fuori dal centro storico. Così purtroppo non fu! Mio papà si stava cambiando i vestiti, con l'idea di andare di nuovo a Trigolo dai cugini, almeno per qualche giorno, quando sentì battere alla porta. Un gruppo di fascisti castelleonesi, membri delle “Brigate Nere”, aveva circondato la casa. Li guidava un suo coetaneo, che mio padre ben conosceva, anzi credeva amico. Lo fecero salire su una macchina e lo portarono prima alla sede del Fascio, in via Garibaldi57, dove il Commissario del Fascio Repubblicano della XV Zona (Alcibiade Carlo Compiani, un uomo grande, grosso e violento, sfollato a Castelleone da Milano) lo insultò ferocemente, lo schiaffeggiò e lo minacciò; poi alle carceri di Cremona, in via Stefano Iacini. Qui trovò il gruppo di partigiani castelleonesi di cui abbiamo detto. Giuseppe Fontana, Arcangelo Papa, Severino Parmigiani, Giuseppe Pini, catturati a Castelleone, come mio padre; gli altri in varie località, ma tutti per fortuna lontano dal piacentino e senza armi addosso. Tutti appartenenti alla stessa Divisione “Giustizia e Libertà”, tutti amici tra loro. Era il 6 dicembre 1944. A Cremona, vi erano detenuti fin nelle cantine e nelle celle di isolamento.
Gli interrogatori, però, si tenevano nel Palazzo della Rivoluzione in Corso Vittorio Emanuele II (Palazzo Ala Ponzone, oggi sede di uffici comunali). L'interrogatorio di mio padre avvenne in una vasta stanza, dalle pareti nude, con una sola sedia ove venne fatto sedere, mentre gli interroganti erano in piedi tutt'attorno. Gli mostrarono grandi foto di alcuni condannati a morte, fra cui Ernesto Monfredini (fucilato al campo sportivo di Crema il 29 novembre 1944), seduto su una bara, a dorso nudo, con evidenti segni di bruciature attorno agli occhi e di torture. Così, seppe poi, fu per gli altri otto. Le richieste erano tese a smantellare la rete insurrezionale tra Castelleone e la montagna piacentina. In particolare (ciò si evince più dalle testimonianze orali che dai verbali degli interrogatori) i fascisti volevano sapere dove si trovasse il Tenente Pietro Marchesi, comandante partigiano. Le foto e qualche percossa servivano da intimidazione. La fortuna di quei nove fu, come dicevo, di essere stati catturati lontano dalla Val Tidone, senza armi e di non sapere davvero dove si trovava Pietro Marchesi. E forse anche, come vedremo più avanti, dall'interruzione dell'inchiesta per il trasferimento del furbo “inquisitore capo”, Giovanni Cerchiari. Così non vennero né fucilati né torturati seriamente, bensì affidati al Tribunale Militare di Guerra di Brescia. Il 27 dicembre, incatenati a due a due, attraversarono il mercato (allora si teneva in piazza Marconi), dove vennero visti da alcuni castelleonesi, per essere caricati su un camion e trasferiti nelle Carceri Giudiziarie di Brescia. Qui l'affollamento era, se possibile, ancora maggiore rispetto a Cremona. Vi erano sei detenuti in celle costruite per uno solo. Allargando le braccia, quasi si toccavano le pareti con la punta delle dita! La luce entrava dall'alto, fioca, da una finestrella ferrata, dietro la quale si intravedeva solo un altro muro, obliquo. Un po' di paglia per letto, i bisogni fisiologici davanti a tutti... Niente gravi torture, ma schiaffi, qualche “scrollone” e le stesse ripetute domande. Dopo un solo interrogatorio il Tribunale di Brescia decise la loro sorte. Ovviamente, a loro insaputa! A fine gennaio del 1945, i castelleonesi vennero, con altri, consegnati alle SS. Caricati su un camion, giunsero, dopo una breve sosta a Castelfranco Veneto, a Dobbiaco (Toblach), vicino a S. Candido, al confine con l'Austria. Qui i tedeschi avevano allestito uno dei tanti Campi di concentramento. Questo era un sotto-campo e dipendeva da quello più grande di Bolzano, un Campo “di polizia e di transito”, dal quale sono passate circa diecimila persone (molte dirette verso i Campi di sterminio, prima che i bombardamenti alleati rendessero poco praticabili i collegamenti con la Germania)58. I Campi satelliti di Bolzano erano, oltre a Dobbiaco, a Merano, Certosa in Val Senales, Val Sarentino, Moso in Val Passiria, Vipiteno e Colle Isarco. Tutto il Sud-Tirolo era stato annesso al Reich. I sotto-campi “ospitavano” da un minimo di trecento ad un massimo di cinquecento prigionieri. A Dobbiaco vi erano tre grandi baracche, con circa trecento prigionieri (oltre ai castelleonesi, mio padre ricordava solo che vi erano gli ex-comandanti delle Squadre Mobili di Milano e Napoli, uno forse di nome Lo Greco, fedeli al re e a Badoglio),59 degli alloggiamenti per le guardie ed un ufficio ricavato nella roccia per essere al riparo da eventuali bombardamenti.
Mio padre non ha mai voluto tornarvi, ma io vi sono andato, una prima volta negli anni settanta poi più recentemente: nessun segno dell'esistenza di un Campo di quelle dimensioni, nessuna croce, nessun cippo a ricordo di tante sofferenze! Solo campi. Se non avessimo i documenti, potremmo pensare sia stata tutta un'invenzione! Ma invenzione non fu. Arrivati, messi in circolo, i prigionieri ebbero come accoglienza il benvenuto del comandante del campo (un ufficiale delle SS di nome Kurtz, reduce dalla campagna di Russia, secondo mio padre assolutamente squilibrato): fece portare due barelle, sulle quali doloravano due poveri cristi, e fece tradurre ad un prigioniero che a quei due erano state rotte le gambe perché avevano cercato di fuggire; la stessa punizione sarebbe stata inflitta a chiunque avesse cercato di scappare. Per i prigionieri, cui vennero disegnati una grossa “G” (“Gefangene”, prigioniero) sulla schiena e due righe rosse sui pantaloni, iniziò un periodo tremendo. Freddo intenso e ghiaccio (loro non erano attrezzati: pochi vestiti, scarponi rotti, qualcuno addirittura senza calze), schiaffi, pugni e soprattutto lo “strappo” dei capelli ad ogni minimo ritardo nell'obbedire agli ordini. Tutti i giorni, dopo essersi lavati con la neve, uscivano dal
campo a squadre, curati a vista dalle guardie. Alcune squadre erano addette a scavare buche (profonde, larghe e lunghe un metro e mezzo circa) lungo la strada per Cortina, per proteggere i soldati di scorta ai convogli militari dai mitragliamenti alleati. Altre squadre si recavano su una montagna, per costruire una teleferica. Era questo il lavoro peggiore: ogni prigioniero doveva portare, a spalle, ad una certa altezza, un manufatto, posarlo e poi ridiscendere subito, attaccandosi ad un grosso filo, per poi prendere velocemente un altro pezzo e tornare in alto. E così di seguito per l'intera giornata. Il cibo era scarsissimo e spesso i prigionieri erano tentati di litigare per una buccia di patata. Come molti dei superstiti dei Campi hanno fatto notare, il problema principale era non perdere la dignità. Fra i castelleonesi funzionò sempre una grande solidarietà: mio padre diceva che lui ed i più deboli non ce l'avrebbero mai fatta, nei lavori, senza l'aiuto dei più robusti, soprattutto di Mario Palazzi, eroico e modesto quant'altri mai, che meriterebbe una onorificenza speciale. E tutti insieme, appena potevano, aiutavano altri od erano aiutati. Uno dei più giovani ed arditi, Renato Gandini, tentò la fuga. Venne catturato e posto davanti ad un plotone d'esecuzione. Pensando fosse venuta la sua ora, quando sentì gli spari svenne. In realtà si trattava di una finta fucilazione, per sadico divertimento e per umiliare i detenuti. Abbiamo notizie di finte fucilazioni anche in altri Campi. Renato, quando rinvenne, si domandò se era in paradiso o all'inferno! Quando capì e sentì le risate dei tedeschi provò, mi disse, un sentimento di umiliazione ed odio insieme che per lungo tempo non l'abbandonò.
La paura era sempre presente in tutti: minacce, finte fucilazioni, irruzioni serali nelle baracche da parte del comandante, ubriaco, che sparava all'impazzata. Un inferno che ebbe fine il 7 maggio, quando arrivarono gli americani. Il comandante, il suo vice (di nome Enz, o simile) e le guardie fuggirono su per le montagne, dopo aver distrutto una parte dei documenti, inseguiti da alcuni prigionieri (i più in forze, probabilmente fra gli ultimi arrivati). Che mio padre ricordasse, nessun nazista venne però catturato. Gli americani, dopo aver rifocillato i prigionieri, li divisero per zone d'origine e, su camion, li portarono nei pressi dei loro paesi. Mio padre aveva preso, prima che gli americani sequestrassero quel che rimaneva dell'archivio, il documento a lui relativo nell'archivio conservato nel piccolo bunker nella montagna (“Angehöriger einer bewaffneten Bamde, vom Kriegsgericht zur Zwangsarbeit verurteilt”). Lo riporto tradotto: “Componente di una banda criminale, condannato ai lavori forzati dal Tribunale Militare” Firmato da H. Subotich Alto Comandante Capo Dipartimento (Obethonführer Dienstellenleiter). Conservo questo documento, che doveva essere identico a quello degli altri castelleonesi. Di ritorno a Castelleone, lui e gli altri internati, così come i partigiani che avevano agito qui o altrove, ripresero una vita quasi normale, modesta, spesso delusi, consapevoli però sempre di aver contribuito a recuperare libertà ed indipendenza per tutti ed a riscattare, col rischio della propria vita, l'onore e la dignità dell'Italia.
APPENDICI PARTE II
I CARABINIERI E FAUSTO COSSU
L'8 settembre 1943 fu una data decisiva per l'intero popolo italiano. E non meno per i Carabinieri. I quali, per tradizione fedeli alla Monarchia, erano stati protagonisti dell'arresto di Benito Mussolini per ordine del re, dopo che il 25 luglio il Duce era stato sconfessato dal Gran Consiglio del Fascismo. Con l'arresto di Mussolini e la nascita di un nuovo Governo, guidato da Pietro Badoglio, molti pensarono che fosse finito il fascismo e che fosse terminata anche la guerra, dal fascismo voluta. Invece, la guerra era continuata fino appunto all'8 settembre, quando inopinatamente venne comunicato l'Armistizio fra l'Italia e gli Angloamericani. Nel frattempo però i Tedeschi avevano calato in Italia diverse Divisioni, senza che i Comandi militari e politici italiani prendessero alcuna contromisura. Così, dal 9 settembre, in poco tempo e con alcune eroiche resistenze dei nostri militari, i Tedeschi occuparono gran parte dell'Italia (anche se dovettero abbandonare, a causa dello sbarco degli Alleati, le Isole ed il Sud, ove l'Arma dei Carabinieri venne integrata nel ricostituito Regio Esercito). Hitler ordinò ai suoi di liberare Mussolini, prigioniero al Gran Sasso. Rinacque il Partito Fascista, che diede vita alla Repubblica Sociale Italiana (RSI), uno staterello (“Repubblichina” la chiamarono tutti) asservito alla Germania nazista. Per circa venti mesi il Centro-Nord Italia fu oppresso dai nazifascisti. Deportazioni nei Campi di lavoro o di sterminio, imprigionamenti, fucilazioni, assenza di ogni, anche minima, libertà, soprusi di ogni genere. In questi stessi venti mesi, però, nacque, crebbe ed alla fine si affermò la Resistenza, un composito movimento di opposizione politica, culturale e militare al Nazifascismo60.
Con il ritorno dei fascisti e la nascita della RSI i Carabinieri vennero guardati con estremo sospetto dal Duce e dai suoi collaboratori, proprio per il ruolo da loro svolto il 25 luglio e per l'attaccamento alla Monarchia; Monarchia che, responsabile (con gran parte della classe dirigente italiana) negli anni Venti dell'affermarsi del Fascismo e negli anni successivi dell'appoggio al Regime, gli era ormai divenuta ostile. Nel neonato movimento fascista e tra le nuove autorità statali (nuove perché nuova era la Repubblica-fantoccio; in realtà la classe dirigente repubblichina era in gran parte la stessa del Ventennio; qualche volta,la seconda linea) si discusse sulla struttura da dare alle nuove Forze Armate.
Impossibile qui riportare l'intera discussione; basti ricordare che Renato Ricci, l'autorevole Comandante della Milizia (Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale), la struttura armata del Partito fascista, sosteneva che tutto, anche l'Arma dei Carabinieri, dovesse passare direttamente sotto il suo comando, mentre altri, Mussolini compreso, erano perplessi su questa soluzione. D'altronde, Ricci ed altri volevano chiamare la nuova realtà statale Repubblica Fascista Italiana, fu Mussolini ad imporre la meno partitica Repubblica Sociale Italiana. Comunque, dalla discussione sulle Forze Armate sortì un compromesso. Il 20 novembre 1943 il Governo della RSI decretò l'istituzione della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR). Era la quarta forza armata dello Stato, dopo Esercito, Marina, Aeronautica. Non dipendeva, però, dal Ministero della Difesa, ma dal Partito Fascista; ed era pure Forza di Polizia (Polizia che pure permaneva, secondo lo stesso Decreto, come Corpo a parte). Comandante Generale della GNR venne nominato Renato Ricci. Da chi era formata la GNR, se Polizia, Esercito, Marina, Aeronautica rimanevano distinte? Qui siamo al punto: venne formata dalla Milizia e dai Carabinieri (oltre che, formalmente, dalla Polizia dell'Africa italiana, ormai praticamente inesistente). Ecco in che senso alcuni storici parlano di scioglimento dell'Arma dei Carabinieri. Si trattò più propriamente di una fusione, di una unione con la Milizia, pur nella distinzione formale. Uno di quei pateracchi “all'italiana” che per fortuna alcune volte durano lo spazio di un mattino! Comandati da un gerarca, dipendenti dal Partito Fascista, chiamati Guardie nazionali repubblicane alla stessa stregua dei Militi: così dovevano essere i Carabinieri per i fascisti. L'antico, prestigioso Corpo dei Carabinieri, leale allo Stato ed alla Monarchia, abbastanza lontano dai giochi dei partiti, pronto a servire i cittadini ed a difendere l'ordine pubblico, spesso esagerando nella repressione dei “sovversivi”, non c'era più. Cambiarono persino i nomi (ma era la cosa meno importante): la Tenenza divenne Presidio, la Stazione divenne Distaccamento. La maggior parte dei carabinieri non condivideva la soluzione adottata dal Governo. In diversi rapporti riservati, indirizzati al Duce ed agli alti Comandi e resi noti alcuni anni fa, si legge: “I carabinierisabotano”. Sabotavano l'unione con la Milizia, ma anche gli altri provvedimenti
governativi. Quando poi i Tedeschi chiesero diecimila carabinieri da usare come bassa forza, per sorvegliare aereoporti, stazioni e strade in Germania, l'opposizione si fece ancor più forte. Mussolini si vantò con Hitler di aver “mandato” in Germania 7.600 carabinieri, dimenticando di dire che quasi ovunque questi erano stati costretti a salire sui treni per la Germania con la forza dalle SS. Per di più obbligandoli a mettere la camicia nera! Così molti cominciarono ad aiutare la Resistenza o addirittura entrarono a farvi parte. A Roma, per esempio, si creò il “Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri”. “Disertori”, “traditori” dissero i fascisti. In realtà, nella guerra civile che era appena iniziata, molti carabinieri, come molti militari, molti giovanissimi renitenti alla leva, quasi l'intera Guardia di Finanza e tanti altri, fecero la scelta giusta: confluirono in quel grande movimento che fu la Resistenza, movimento che restituì all'Italia onore, dignità, libertà e diritti, sanciti poi dalla Costituzione. In questo percorso un bel gruppo di carabinieri partigiani incontrò un bel gruppo di giovani castelleonesi.
Pochi sanno che alle origini della Divisione “Giustizia e Libertà”, divenuta I Divisione “Piacenza” (quella che, forte ormai di duemila combattenti, il 28 aprile 1945, come abbiamo detto, entrò per prima in Piacenza), Divisione nella quale militarono molti castelleonesi, ci stava un gruppo di carabinieri. Comandava la Divisione Fausto Cossu (1914-2005), prima tenente poi capitano dei Carabinieri. Nelle foto dell'epoca, che documentano l'entrata trionfale in Piacenza, si vede lui alla testa della Divisione e si riconoscono nelle prime file diversi Carabinieri. Nel gennaio del 1944, infatti, Cossu, che nei primi anni di guerra aveva maturato sentimenti antitedeschi ed antifascisti, era riuscito a fuggire dal Campo di concentramento di Kaisersteinbruck, nel Burgenland austriaco, era giunto a Bologna, aveva convinto alcuni carabinieri e con loro era salito in Val Tidone.
Proprio non accettava, Cossu, che il compito principale assegnato dal Governo di Salò alla Guardia Nazionale fosse la ricerca e l'arruolamento forzato dei renitenti alla leva. Molti Carabinieri (o ex-Carabinieri a questo punto) accettarono di malavoglia, come dicevo, la fusione con i Militi fascisti ed i nuovi compiti.
Sappiamo che spesso dalle varie Stazioni locali, anche da noi nel Cremonese ed a Castelleone, giungevano avvertimenti alle famiglie, in modo che i ricercati potessero nascondersi. In altri casi vi furono scontri con la popolazione (noto quello di Vidiano, frazione di Piozzano, dove il 24 gennaio 1944 due militi della Guardia Nazionale, ex carabinieri, giunti da Piacenza in gruppo per rastrellare renitenti alla leva, vennero uccisi e quattro feriti in uno scontro con valligiani armati di fucili da caccia). Nelle Caserme sempre più persone si rendevano conto che rischiavano di essere stritolate fra la funzione repressiva assegnata loro dalle Autorità fasciste e la Resistenza armata popolare che andava formandosi.
Fausto Cossu colse appieno l'opportunità che la situazione offriva alla lotta antifascista. Dal luogo (la Sanese, una piccolissima località montana) in cui, con pochi compagni carabinieri, si era rifugiato, prese contatti con le Stazioni dell'Arma della zona, soprattutto quelle della Val Tidone e della Val Trebbia ma anche in pianura, e convinse molti a disertare dalla Repubblica di Salò ed unirsi a lui. Raccolse così un buon gruppo di sottufficiali e carabinieri. Male armati ma ben organizzati, già a fine gennaio del 1944 riescono a respingere un attacco nazifascista. Costituiscono la “Compagnia Carabinieri Patrioti”, una formazione che si distingueva per le caratteristiche militari dell'addestramento e della disciplina. La Compagnia compie coraggiose azioni di sabotaggio e decisi colpi di mano contro i presidi fascisti delle Valli. Accoglie molti giovani, renitenti alla leva o soldati sbandati, e diventa ben presto Divisione, articolata all'inizio su cinque Brigate (alla fine ne aveva undici) ed alcuni reparti autonomi. Nell'agosto del '44 la Divisione di Cossu assume il nome di Divisione “Giustizia e Libertà” e come tale compie, nei mesi seguenti, alcune delle più ardite azioni partigiane, lungo la via Emilia ed in città. Alla fine del 1944 i nazisti organizzano, con la collaborazione di reparti fascisti italiani, uno dei più violenti rastrellamenti della guerra, pagato a caro prezzo dalla popolazione civile, quello chiamato dei “mongoli” (in realtà soldati della 162a Divisione di fanteria “Turkestan”, composta prevalentemente da armeni, azeri, georgiani, turkmeni, reclutati fra i prigionieri di guerra ed i disertori dell'Armata Rossa ma inquadrati nell'esercito tedesco e comandati da ufficiali e sottufficiali tedeschi). Le perdite fra i partigiani furono notevoli e la storia dei Carabinieri Patrioti sembrò terminare.
In realtà, la Divisione combattè con coraggio, ex-Carabinieri in prima fila. Molti partigiani vennero uccisi o feriti o si dispersero. Una parte della Divisione riuscì a ritirarsi con un certo ordine sulle montagne più alte, si riassestò, si trasformò nella ancor più inclusiva Divisione “Piacenza” e proseguì la lotta fino alla vittoria. Cossu venne nominato Questore di Piacenza (per poco tempo: poi fu rimpiazzato, come ovunque, da un funzionario). Venne congedato dall'Arma con il grado di Maggiore ed ha poi svolto la professione di avvocato. E' venuto diverse volte a Cremona ed a Castelleone ed ho avuto la fortuna di parlare con lui, della sua storia, delle sue illusioni, dei suoi compagni carabinieri, degli amici cremonesi. Fausto Cossu fu indubbiamente un grande comandante partigiano, amato dai suoi, grande organizzatore e dalla ferrea moralità. Cattolico, apartitico (quasi tutti i comandanti delle Brigate della sua Divisione erano invece democraticocristiani), indipendente, si scontrò spesso con i partiti, soprattutto con i comunisti, organizti prevalentemente nelle Brigate “Garibaldi”, arrivando però sempre ad un accordo. Il controllo del territorio era questione importante per tutti, in vista soprattutto del futuro. A mio avviso, tuttavia, non fu questa la motivazione principale della sua decisione più drammatica e discussa: quella di far catturare, processare e condannare alla fucilazione i componenti della “banda” partigiana “Piccoli”. Questo gruppo di partigiani operava in alta Val Luretta ed era comandato da Giovanni Molinari (“Piccoli” appunto), di Fiorenzuola d'Arda. Era una figura importante nell'antifascismo locale: nato nel 1900, il padre sindaco socialista, il fratello ucciso dai fascisti, lui, comunista, confinato a Ponza nel 1930. Il 4 e 5 giugno del 1944, per ordine di Fausto, quattro componenti di questa Banda (compreso il Molinari) vennero catturati, giudicati e fucilati, con l'accusa di “gettare discredito” sulla lotta partigiana attraverso vessazioni, azioni di rapina ed estorsioni a danno di civili. Le valutazioni furono e sono divergenti. A Fiorenzuola ai Molinari è dedicata una piazza e molti collocano Giovanni fra gli eroi. Non era raro che, per finanziare la guerriglia, i gruppi partigiani “prelevassero” o “requisissero” (come in genere scrivevano nelle “ricevute”) viveri o denaro da aziende, cooperative od anche singoli cittadini particolarmente ricchi o filofascisti. D'altronde, ciò doveva avvenire con misura e grande attenzione, per non incrinare i rapporti con la popolazione, essenziali per la causa partigiana. La questione è dunque complessa e certo fu un dramma per le persone coinvolte, Fausto compreso. La decisione di Fausto venne avallata dal CLN, quindi anche dai comunisti, seppure a posteriori. Quasi tutti i castelleonesi giunsero, comunque, in val Tidone dopo il dramma “Piccoli” ed i pochi che già erano lì non furono minimamente coinvolti nella vicenda, tanto che coloro con cui ho parlato conoscevano solo vagamente e per sentito dire l'avvenuto.
IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI BOLZANO
Quello di Toblach (Dobbiaco) era un “sottocampo” del Lager di Bolzano61, unico in Italia ad avere dei “sottocampi”, nei quali il numero degli internati andò aumentando a partire dal febbraio del 1945, da quando cioè per le interruzioni della ferrovia e della statale del Brennero non si poterono più effettuare trasporti oltralpe. Come il Campo di Fossoli, a Carpi (Modena), anche il Campo di Bolzano non era soltanto un luogo di transito verso i Lager di sterminio, come generalmente si ritiene. Era anche un Campo “polizei”, “poliziesco”, come dice la denominazione germanica, un Campo, cioè, dove venivano detenuti partigiani, politici, ebrei, rom. Si risiedeva, si lavorava, si torturava e si uccideva. Iniziò a funzionare come Campo tra il 15 ed il 20 maggio 1944, come “Campo di rieducazione al lavoro” (una specie di Campo di punizione per fascisti dissidenti e “rastrellati” per varie ragioni), dove i detenuti erano costretti a lavorare, anche per ditte esterne. Con la chiusura di Fossoli cominciarono ad arrivare soprattutto prigionieri politici (in genere ex-partigiani) ed ebrei. I primi rimasero sempre la maggioranza: circa il 90% dei detenuti, mentre ebrei e rom furono circa il 10%.
Gli ebrei avevano un cartellino giallo e/o righe gialle sui pantaloni; i politici un cartellino rosso e/o righe rosse sui pantaloni; vi erano poi dei “rastrellati” (presi quasi a caso per strada o in locali pubblici per i motivi più vari, ma con il fine precipuo di lavorare) marchiati con il colore rosa. Infine, vi erano una quarantina di ostaggi (madri, padri, parenti) che venivano rilasciati se i ricercati si presentavano. Dall'inizio del mese di agosto sarebbe divenuto un Campo di “polizia” e “transito” per prigionieri destinati alla deportazione in lager di sterminio.
Aveva una capienza iniziale di circa 3000 internati, ma presto arrivò ai 5.000, senza contare i “sottocampi” (sette), che detenevano dai trecento ai cinquecento prigionieri l'uno. Da Bolzano e “sottocampi” passarono più di diecimila persone ed almeno duemila dei tremilacinquecento disgraziati inviati nei Lager tedeschi (in sedici trasporti) non tornarono. L'organizzazione generale del Campo era pressoché identica a quella del Lager di Fossoli, anche perché ad organizzare il Campo e a comandare furono gli stessi ufficiali delle SS che avevano poco pri-a chiuso Fossoli, anch'esso famigerato per la sua storia di violenze e sangue.
Prima di diventare luogo di detenzione, il Campo di Bolzano era stato una caserma per automezzi militari, costituita da quattro grandi capannoni recintati da un muro. Si adattava perfettamente alla bisogna! Il trasferimento a Bolzano da Fossoli fu dettato da considerazioni strategiche e simboliche. Bolzano era in una zona prevalentemente di lingua tedesca, tranquilla e lontano dal fronte della battaglia, senza guerriglia partigiana. Non dobbiamo poi dimenticare che Bolzano era terra del Reich: infatti, dopo l'occupazione tedesca del nord Italia, venne creata una speciale “zona di operazioni delle Prealpi” (alpenvorland), unendo alla provincia di Bolzano quelle italofone di Trento e Belluno. Questa zona fu affidata a un'amministrazione civile tedesca, guidata da un “alto commissario” rappresentante diretto di Hitler. Venne sottratta, quindi, anche formalmente, alla giurisdizione della Repubblica Sociale Italiana. Esisteva infatti un progetto, dimostrato dall'inclusione di Trento e Belluno nella zona, inteso ad egemonizzare e germanizzare i territori italiani di confine. Il Lager di Bolzano, situato nel cuoe di un'area di lingua tedesca, serviva come fortezza di un potere lanciato alla conquista dell'Italia o di parte dell'Italia. Obiettivo di un potere che considerava gli italiani non “ariani” e in prospettiva da sottomettere. Obiettivo passivamente accettato dai fascisti di Salò (a proposito di patriottismo!). Giunsero così a Bolzano il personale e circa 100 internati politici da Fossoli. I comandanti, come dicevo, erano gli stessi: il tenente delle SS Karl Tihto e il maresciallo Hans Haage. Al gruppo delle SS di Fossoli (tedeschi, ucraini, italiani) si aggiunsero poi dei reparti sudtirolesi. A Bolzano vi fu, a quanto pare, una sola uccisione di massa: più di 20 giovani paracadutisti italoamericani vennero spinti fuori dalla cinta e fucilati dalle SS. Le uccisioni individuali furono invece più di 300 nel solo Campo di Bolzano (un numero imprecisato nei Campi satelliti). Le SS punivano con la morte semplici infrazioni alle norme del Campo e soprattutto, come abbiamo visto, i tentativi di fuga. Molti prigionieri, poi, morirono per malattia e mancanza di cure e medicinali. A Bolzano agirono con particolare crudeltà due SS ucraine: Misha Seifert e Otto Sein, che pare non avessero neanche 18 anni. Seifert venne rintracciato in Canada (Sein risultò irrintracciabile) e processato negli anni 200062. Fu uno dei pochi criminali di guerra nazisti processati e condannati in Italia. A Bolzano agiva anche una feroce aguzzina, chiamata “Tigre”, ausiliaria SS. Fece uccidere una povera anziana “perché tossiva”! Di molte violenze vi sono prove documentate, commesse dalle SS ma anche dagli ausiliari altoatesini arruolati nella SDO (vedi “Glossario”). Gli ebrei avevano un “blocco” a parte rispetto agli altri. L'ingresso del Lager di Bolzano era sito in via Resia, all'altezza dell'attuale numero civico 80. Del Campo, rimane un pezzo di muro. Vi è un cippo in pietra con la scritta “a ricordo degli internati e delle vittime del campo di concentramento di Bolzano 1944-45”. Oltre al cippo vi sono due statue raffiguranti due internati, un uomo e una donna ridotti a pelle e ossa, posti su un basamento. Il monumento è stato fatto costruire dalla città di Bolzano nel quarantesimo della Liberazione. Del Campo di Bolzano, dicevo, resta solo una parte del muro di cinta, lasciata in piedi soprattutto per intervento della Soprintendenza. Nel dopoguerra sono state abbattute le baracche e costruite 16 palazzine popolari e anche dei supermercati. L'intervento della Provincia di Bolzano e della Sovrintendenza ha bloccato la distruzione di quel poco che rimaneva, ma ancora oggi sono molti che vorrebbero venisse distrutto tutto.
Nei “sottocampi” invece nulla è rimasto! E neppure è stata posta una croce, messo un cippo, a ricordo. Ciò pone un grave problema, a mio avviso, non solo per quanto riguarda l'Alto Adige, dove forte è la tendenza a dimenticare e cancellare questo passato, ma per l'Italia intera.
LA TODT
La Todt (in tedesco OT, Organisation Todt) fu un ente di costruzioni che operò dapprima in Germania e poi in tutti i Paesi occupati dai nazisti. Creata da Fritz Todt (1891-1942), ingegnere e poi generale, dal 1933 al 1938 si occupò di costruire strade e le prime autostrade in Germania. Nel 1938, però, cominciò ad occuparsi quasi esclusivamente di progetti militari. Nel 1940 Todt, fervente nazista ed abile organizzatore, venne nominato Ministro degli Armamenti e delle Munizioni del Reich, fino al febbraio del 1942, quando morì in un incidente aereo. In un primo tempo, quando la Todt operava in Germania, i lavoratori erano esclusivamente tedeschi: quando ancora si sentivano li effetti della “grande depressione” del 1929 e la manodopera disponibile era abbondante, erano lavoratori per libera scelta; dal 1935 una legge obbligò tutti i tedeschi maschi di età compresa tra i 18 ed i 25 anni a prestare sei mesi di servizio statale e moltissimi vennero arruolati nella Todt (il salario era di poco superiore all'indennità di disoccupazione). Nel '38 aveva già costruito in Germania più di 3000 km di strade. Quando cominciò a lavorare nelle zone occupate, la manodopera cambiò: i tedeschi vennero tutti chiamati alle armi ed a lavorare per costruire strade, ponti, opere difensive per la Germania furono, in parte, i detenuti nei Campi di concentramento e, in maggioranza, lavoratori obbligati, scelti nei Paesi occupati. Le condizioni di vita e di lavoro erano durissime e davvero, soprattutto ad est, i lavoratori erano “schiavi di Hitler”64. Molti morirono a causa del trattamento ricevuto. La Todt costruì grandi opere: la linea “Sigfrido”, di fronte alla francese “Maginot”, il “Vallo Atlantico”, dalle coste della Normandia fino
alla Norvegia, le linee “Gustav” e “Gotica” in Italia, una straordinaria rete di ponti, strade, cavalcavia, in tutta Europa. Costruì anche le piattaforme di lancio nel nord della Francia per le bombe V1 e per il missile V 2, tanti rifugi antiaerei e fabbriche di armamenti sotterranee.
In Italia operò soprattutto dall'autunno del '43 per costruire fortificazioni, ma anche ponti, strade e campi di volo. In ogni capoluogo venne costituito un Ufficio di Reclutamento (a Cremona aveva sede in quella che è oggi la Galleria 25 aprile). I risultati, però, all'inizio soprattutto, furono per i tedeschi assai deludenti: pochissimi furono i volontari, nonostante i numerosi appelli firmati da Kesselring in persona (il comandante in capo delle truppe tedesche in Italia) e le minacce di ritorsioni. Così, le autorità passarono quasi subito alla repressione: si organizzarono delle vere e proprie retate, prima concentrate nell'Italia centrale e, quando il fronte si assestò sulla linea “gotica”, nelle città e paesi della Pianura Padana. Alla repressione le autorità tedesche unirono uno sforzo propagandistico notevole: attraverso giornali, volantini, macchine con altoparlanti (accanto al
guidatore sedeva sempre una giovane donna, perché pensavano che così fosse più facile convincere i giovani ad accettare la proposta di lavoro!). In più, vennero alzate notevolmente le paghe. Tra l'autunno del '43 e l'autunno del '44 le autorità della RSI vararono diverse amnistie nei confronti dei renitenti alla leva, proprio nell'intento di soddisfare le esigenze tedesche di manodopera. Un certo risultato, in effetti, venne raggiunto. Nel luglio del 1944, tanto per fare degli esempi, a Brescia gli operai della Todt erano 6559, a Milano circa 20 000 (e 2500 erano stati fatti partire per la Germania), a Cremona 4.373. In tutta Italia furono 176.000 circa (in Europa un milione e mezzo!) in molti casi, però, queste assunzioni erano sospette agli occhi dei nazifascisti stessi. Ad esempio, a fine ottobre '44 la polizia repubblichina segnalava, a proposito dei lavoratori assunti dalla Todt, che “si ha motivo di ritenere che parte di essi abbandoni la montagna e le formazioni partigiane per espliciti ordini impartiti dai comandi superiori del sedicente esercito di liberazione nazionale”. Si sospettava, cioè, e a ragione, che molti scegliessero la Todt per ragioni di opportunità ed in accordo con gli stessi comandi partigiani. Vi furono poi delle divergenze interne ai comandi tedeschi tra chi voleva utilizzare i lavoratori in Italia e chi voleva mandarli in Germania e anche tra tedeschi e repubblichini, perché i secondi avrebbero preferito arruolare i renitenti “pentiti” nelle formazioni militari della RSI.
Fritz Sauckel, ad esempio, condannato a morte a Norimberga come criminale di guerra, plenipotenziario generale di Hitler per l'impiego della manodopera, progettava di rastrellare in Italia per farli lavorare in Germania, nella costruzione di infrastrutture ma anche nelle industrie e in agricoltura, addirittura un milione e mezzo di persone. La dirigenza della Todt e Rudolf Rhan, ambasciatore tedesco presso la RSI ed assai influente a Berlino, operarono invece affinché la manodopera rimanesse il più possibile in Italia (forse anche per questo Rhan venne assolto dal tribunale di Norimberga, tornò nel servizio diplomatico e divenne direttore della Coca-Cola tedesca). Il fine era identico: liberare dal lavoro il maggior numero di operai tedeschi per poterli impiegare come soldati. Le strategie erano differenti. Alla fine in Germania, anche per le difficoltà pratiche di trasferire tante persone e per la penuria di convogli ferroviari oltre che per l'ostilità della popolazione, vennero trasferiti circa 100 000 lavoratori. In Germania vi erano già gli IMI (Internati Militari Italiani), i militari deportati dopo l'8 settembre, oltre mezzo milione, e quanti si erano recati volontariamente a lavorare e non erano più stati rimpatriati. Erano ben tanti gli “schiavi di Hitler”!
La Todt in Italia era comandata dal generale delle SS Karl Fischer, criminale di guerra soprattutto per atrocità commesse in Europa orientale, che si suicidò il 7 giugno del 1946, mentre era prigioniero degli americani.
La Todt non era solo statale: il Reich forniva la manodopera e il materiale, ma numerosi appaltatori privati mettevano a disposizione il loro personale e le loro attrezzature. Imprese francesi, danesi, norvegesi e italiane stipularono contratti con imprese tedesche come subappaltatori per progetti OT o direttamente con l'Organizzazione. Molti si arricchirono. Il sistema era semplice: agli appaltatori veniva assicurato il rimborso di tutte le spese sostenute per gli operai maggiora-te del 40 % a titolo di spese amministrative e utili per l'azienda. Senza contabilità e senza controlli. Questo non per pressappochismo o faciloneria (i tedeschi non erano certo pressapochisti e faciloni), ma per scelta precisa: corrompere per legare a sé ed ottenere i risultati desiderati. Nel dopoguerra ci furono dei processi nei confronti degli appaltatori e subappaltatori e anche nei confronti della dirigenza della Todt, ma solo Albert Speer, “l'architetto di Hitler”, il progettista dei principali monumenti nazisti delle città tedesche, che aveva sostituito Todt nel Ministero ed alla guida dell'Organizzazione, scontò vent'anni nella prigione di Spandau, condannato per crimini contro l'umanità; tutti gli altri vennero assolti.
DON LUIGI CARINI E I CAPPELLANI PARTIGIANI
Un ruolo importante nella lotta partigiana sulle colline piacentine l'ebbero i sacerdoti. Dal 1943 al '45, in consonanza con i sentimenti della popolazione, crebbe l'orientamento antifascista della più parte del clero piacentino. Senza l'aiuto di molti parroci, la Resistenza non avrebbe avuto in quelle zone un consenso popolare così massiccio. Solo il sostegno dei contadini, diffidenti verso ogni potere, che avevano nel sacerdote un punto di riferimento, ha permesso ai partigiani di sopravvivere al freddo, alla fame, ai rastrellamenti. I sacerdoti furono anzitutto portatori di uno spirito “umanitario”, che consentì in momenti così terribili di proteggere, per quanto possibile, vite umane, beni materiali e riti consolidati (come ad esempio i funerali). Il regime fascista repubblicano, ben consapevole dell'importanza dei parroci, lanciò da subito un forte appello a che i preti si mettessero “in riga”. Il 1 dicembre 1943, presso la Casa Littoria di Piacenza, il Capo della Provincia, Davide Fossa, l'uomo più importante in loco della RSI (i Prefetti erano stati aboliti), pronuncia un “forte discorso”, come scrissero i giornali dell'epoca, sui doveri di ciascuno di fronte alla guerra in atto. Tra i doveri del clero piacentino non c'era l'invocare la pace ad ogni piè sospinto, ma sostenere l'azione militare dei nazifascisti, denunciando i prigionieri tornati liberi dopo l'armistizio dell'8 settembre, i soldati italiani sbandati ed i giovani renitenti alla nuova leva. Fossa insistette moltissimo sulla responsabilità dei parroci nell'assicurare la cattura dei fuggitivi e la presentazione alle armi degli altri. Il discorso sortì ben pochi effetti. Parroci e curati, soprattutto nella parte montana della provincia, reagirono esattamente al contrario: infatti diedero protezione a moltissimi prigionieri stranieri fuggiti dai Campi di detenzione della pianura (Cortemaggiore ecc.) ed ospitalità e sostegno, in accordo con la popolazione locale, a soldati italiani fuggiaschi ed ai renitenti alla leva. Questo atteggiamento era ben noto alle autorità fasciste e tedesche di Piacenza e molti sacerdoti vennero incarcerati. Ma più passava il tempo più l'atteggiamento antifascista dei sacerdoti si consolidava. Nella primavera del '44, con la nascita delle varie formazioni partigiane nelle Valli piacentine, diversi sacerdoti si resero disponibili a fornire ai ribelli assistenza sia di tipo religioso che organizzativo.
Questo avvenne soprattutto nell'area delle Valli Tidone e Trebbia, dove operava la formazione che faceva capo a Fausto Cossu. Una sorta di legittimazione giuridica di questo atteggiamento si ebbe con la nomina, da parte del Vescovo di Piacenza (il quale aveva manifestato in più occasioni orientamenti filofascisti), di monsignor Ugo Civardi quale “delegato vescovile per l'assistenza ai partigiani”. Civardi nel giugno '44 radunò un gruppo di sacerdoti, ai quali assegnò ufficialmente il compito di assistenza religiosa presso i gruppi partigiani. Nacque così una rete ecclesiastica che giovò molto alla Resistenza. Civardi venne arrestato nell'agosto e poi rilasciato in ottobre, in seguito ad uno scambio con un colonnello tedesco. Così poté proseguire nella organizzazione della rete dei cappellani patrioti. Il parroco del paese di Vidiano, l'arciprete don Luigi Carini divenne cappellano della Divisione “Giustizia e Libertà” ed in questa veste incontrò i castelleonesi. Divenne amico carissimo di alcuni di loro, li aiutò e li protesse. L'amicizia proseguì anche a guerra terminata e non erano rare le domeniche in cui Ernesto Stellari ed altri, con le loro famiglie, si recavano a fargli visita a Trevozzo, dove nel frattempo don Luigi era stato trasferito (e dove ora a lui è dedicata una via). Don Luigi era antifascista da molto tempo (educato a ciò dal patriarca dei preti antifascisti piacentini, Mons. Francesco Gregori, arciprete di Pomaro), prima che nascesse la RSI, e la scelta di stare con i partigiani fu per lui assai naturale. Giovane (aveva trent'anni), carismatico, buon parlatore, secondo tante testimonianze don Luigi era più che il semplice cappellano della Divisione: conosceva uno per uno i partigiani, faceva da filtro in tante situazioni, le azioni, anche le più importanti, venivano concertate da Cossu con lui. Si teneva nell'ombra, ma era dappertutto. Nel terribile inverno del 44/45, quando il rastrellamento nazifascista portò di fatto allo scioglimento della Divisione, don Luigi restò nella sua Parrocchia: aveva costruito con pazienza un rifugio sotterraneo, poco più che un bugigattolo, a cui si arrivava attraverso un confessionale della chiesa, e quando sentiva arrivare i tedeschi o i fascisti lì si nascondeva. Era una delle persone più ricercate della provincia, ma non venne mai catturato!
Passato il periodo invernale e tornati i partigiani, rimase con loro fino alla trionfale entrata in Piacenza. Un quadro efficace e sintetico dei compiti del cappellano ci è stato trasmesso da don Giulio Zoni, curato di Travo e lui pure cappellano nella Divisione “Giustizia e Libertà”: oltre la formazione religiosa e morale del partigiano, “il cappellano doveva provvedere a tante altre cose. Provvedere cibo, danaro, vestiario... Il cappellano era il portaordini e alle volte sostituiva addirittura gli stessi comandanti. Era l'infermiere, l'informatore, la staffetta, il mediatore tra le parti in contesa, colui che procurava gli scambi, il becchino ecc.” A questo occorre aggiungere che il cappellano rimaneva spesso parroco o curato in un paese e doveva quindi provvedere anche alla cura dei suoi parrocchiani. E comunque era sacerdote e doveva confrontarsi spesso con la Curia. In questa difficile triangolazione tra Chiesa, movimento partigiano e autorità nazifasciste, alcuni persero la vita. L'eroico don Giuseppe Borea, per esempio, parroco di Obolo, in Val d'Arda, e cappellano (con il nome di battaglia di “Pius”!) della trentottesima Brigata della Divisione “Val d'Arda” (comandata dal col. Giuseppe Prati), venne fucilato il 9 febbraio del 1945 a Piacenza dalla Guardia Nazionale Repubblicana.
Il più noto e “tipico” fra i cappellani partigiani dell'Appennino piacentino fu don Ugo Calza (don “Terzo”), giovane sacerdote (era del 1917) in servizio presso la Divisione “Giustizia e Libertà” dietro mandato di monsignor Civardi (come gli altri, del resto). Don Terzo alloggiava presso la canonica di Pecorara, ospite del parroco don Filippo Arcelloni, ma non faceva il curato: operava a tempo pieno presso i vari Distaccamenti, visitati regolarmente, della più nume-osa formazione partigiana piacentina. Il suo compito era quello di fornire assistenza religiosa ai ribelli (messe, amministrazioni di sacramenti ecc.), di orientare il loro comportamento, distogliendoli il più possibile da sentimenti di odio e di violenza e però anche di dedicarsi alla cura dei feriti e alla gestione “umanitaria” dei prigionieri italiani e tedeschi trattenuti presso la caserma di Pecorara.
Durante il grande rastrellamento del novembre-dicembre 1944, che determinò la perdita del controllo delle Valli Tidone e Trebbia da parte della formazione di Fausto, don “Terzo” seguì il travagliato viaggio della colonna dei feriti verso la zona di Genova e La Spezia, condividendo gli stenti e le sofferenze dei feriti e dei fuggiaschi. Il padre e la sorella vennero arrestati per un certo periodo e poi liberati per intervento del Vescovo; l'abitazione di famiglia venne saccheggiata.
Don Terzo era ritenuto un pericoloso sovversivo! Non riuscirono mai a prenderlo e alla metà di marzo del 1945 tornò di nuovo a Pecorara per poi scendere con gli altri a Piacenza, dove entrò senza abito talare ma con una divisa militare inglese con una croce molto visibile sul petto. Immagine emblematica del cappellano-patriota66. In provincia di Cremona, che io sappia, non vi erano cappellani partigiani. Tuttavia, la presenza dei sacerdoti nella Resistenza fu notevole. Il vescovo di Cremona, monsignor Giovanni Cazzani, era ostile al fascismo ed a Farinacci fin dall'inizio. Nonostante fosse costretto, soprattutto dopo l'approvazione dei Patti Lateranensi nel 1929 e la “benedizione” vaticana del fascismo, a forme di compromessi e di accomodamento col Regime, non nascose mai i propri sentimenti e cercò sempre di proteggere i “suoi” preti più recalcitranti. Già nel 1923 Farinacci aveva attaccato pesantemente il Vescovo perché non condannava quei sacerdoti antifascisti cremonesi che, fiancheggiatori (e moderatori in certi momenti) del movimento migliolino sostenevano i buoni diritti dei contadini. Si trattava di don Virgilio Dordoni, parroco di Castelleone, e del suo successore monsignor Maruti, di don Luigi Vigna, parroco a Trigolo, di don Angelo Zanoni, a Pizzighettone, di monsignor Stefano Renzi, a Rivolta d'Adda, di don Giuseppe Boni, a Soresina. Venivano bersagliati dai fascisti come “intriganti
migliolini” ed anche come “politicanti antifascisti”67. Questo gruppo di sacerdoti continuò ad operare, naturalmente con più accortezza, anche durante il Ventennio. Oltre a quelli citati, ve ne erano altri assai legati a Castelleone. Vi era per esempio don Andrea Cugini, definito da Farinacci “l'ideologo” del movimento migliolino, uomo colto, brillante, insegnante amato dai suoi studenti, vicario a Sant'Ilario e poi parroco a Sant'Imerio, a Cremona. Don Andrea si impegnò sui vari fronti della stampa diocesana, senza mai giungere ad incarichi di prestigio, che avrebbe meritato, proprio per la sua dura opposizione al Regime. Suo allievo fu il giovane compaesano castelleonese Ottavio Borsieri (1920-1959), figura di spicco del giornalismo cattolico cremonese, amico e sostenitore dei laici impegnati in politica nella Democrazia Cristiana ma capace di colloquiare con persone dalla formazione più diversa (comunisti, socialisti, repubblicani ecc.). Mio nonno, Mario Bellandi, e suo fratello Pietro, muratori, di sinistra, certo non organici ai movimenti cattolici in politica pur essendo a modo loro credenti e praticanti, non mancavano l'occasione appena potevano di andare a Cremona per salutare i loro amici don Andrea e don Ottavio. Anche don Renzi, parroco a Rivolta d'Adda, era stato prima curato a Castelleone. Era odiatissimo dai fascisti e da loro considerato “l'economo” del sindacalismo bianco. Tra gli assistenti diocesani dell'Azione Cattolica si distingueva la figura di don Genesio Ferrari, parroco di Castelleone negli anni successivi alla guerra, direttore della “Vita catto-lica”, settimanale della Diocesi, negli anni della Repubblica di Salò, condannato dal Tribunale Speciale e costretto alla clandestinità per i suoi articoli dichiaratamente antifascisti. Cito questi sacerdoti perché nati o legati a Castelleone, ma ve ne furono altri, nella Diocesi, particolarmente rilevanti nella storia dell'antifascismo68: don Natale Mosconi, ad esempio, vescovo poi di Comacchio e Ferrara; don Luisito Bianchi, tra i più giovani (1927-2012), prete straordinario che ho avuto l'onore di conoscere, scrittore non convenzionale69, seguace di don Primo Mazzolari, partigiano ed amante della libertà; ed infine proprio don Primo Mazzolari70 (1890-1959), che partecipò alla Resistenza ed insegnò a tanti cristiani, insieme ad altre grandi personalità, il senso profondo del Vangelo e dell'imitazione di Cristo.
ANTONIO PIACENZA, LA ROCCA D'OLGISIO E LA STRAGE DI STRA'.
Dai documenti delle Commissioni per l'attribuzione della qualifica di “partigiano”, risulta che diversi dei partigiani castelleonesi avevano operato nella Brigata “Diego” e davano come garante per ottenere la qualifica di “partigiano combattente” il nome del tenente Antonio Piacenza. Questi partigiani sono stati tra i protagonisti di alcune delle azioni più memorabili della Resistenza sulle colline piacentine. Antonio Piacenza era un brillante, giovane ingegnere piacentino, già ufficiale di Marina, passato subito dopo l'otto settembre alla guerriglia partigiana. Era stato messo da Fausto Cossu a capo di un Distaccamento, che diventerà la I Brigata “Diego” (dal nome del primo partigiano caduto di questo gruppo) quando nell'agosto del 1944 la formazione di Fausto si denominerà Divisione partigiana “Giustizia e Libertà”. Il Distaccamento (e poi la Brigata) del tenente Piacenza prese sede nella Rocca d'Olgisio, un'antica fortificazione, come abbiamo visto, in posizione strategica tra la Val Tidone e la Val Trebbia. Da qui partivano incursioni verso la pianura, agguati ad automezzi nemici sulla via Emilia e disarmi di piccoli gruppi di militi fascisti. Alla Rocca d'Olgisio venivano custodite anche le armi da distribuire poi agli altri Distaccamenti partigiani.
Qui si riuniva spesso il Comando (di cui Antonio Piacenza faceva parte), che formalmente rimase sempre alla Sanese, sopra Pianello. Dalla Rocca partivano pure le spedizioni del “Ballonaio”, al secolo Giovanni Lazzetti (fucilato dai nazifascisti il 19 gennaio 1945), e del suo gruppo di “audaci”, insediati nel vicino Comune di Piozzano. Pochi giorni prima del fatidico 30 luglio di cui parleremo, i partigiani avevano catturato sulla via Emilia un autocarro tedesco carico di centinaia di moschetti e, nella stessa giornata, con un ardito colpo di mano avevano prelevato altre armi ed equipaggiamenti dalla caserma “Sant'Anna" di Piacenza. A quest'ultima azione sappiamo per certo hanno partecipato diversi parti-giani castelleonesi. Tedeschi e fascisti non potevano accettare a lungo tale situa-zione, che dimostrava da un lato la loro vulnerabilità e dall'altro dava ulteriore forza alla guerriglia partigiana. Così decisero, per il 30 luglio, una spedizione punitiva, col fine di recuperare armi ed automezzi e di liberare la Rocca d'Olgisio dai partigiani. Le autorità fasciste avevano messo insieme quella spedizione punitiva attingendo da tutti i loro “corpi” presenti a Piacenza: Guardia Nazionale Repubblicana, Decima Mas, Brigata Nera “Pippo Astorri”. Le autorità tedesche in quel momento disponevano di poche forze a Piacenza. Il comandante della Piazza, maggiore Bleker, poteva però contare, oltre che su alcune squadre della tradizionale polizia militare (Feldgendarmerie) su un Reggimento di Polizia delle SS giunto da poco. Questi soldati venivano dal fronte orientale, dall'Unione Sovietica in particolare, ed è noto che nei territori dell'URSS per ordine di Hitler erano state abbandonate le regole del diritto internazionale di guerra e l'esercito tedesco aveva fatto ricorso ad ogni possibile brutalità per terrorizzare la popolazione. E' noto anche che le forze militari tedesche avevano avuto l'ordine di applicare in Italia, contro i partigiani, le stesse disposizioni adottate per l'Unione Sovietica. A capo della spedizione fu messo un capitano tedesco, anche se la più parte dei militari impiegati, delle armi pesanti e degli automezzi apparteneva a corpi militari italiani. La spedizione giunse all'alba del 30 luglio alla Rocca (anche i fascisti in una loro relazione definiscono la Rocca d'Olgisio il “quartier generale” dei ribelli) e subito cominciò l'attacco. I nazifascisti disponevano di tre autoblindo, due mitragliatrici, due cannoncini anticarro, un mortaio e in un secondo tempo un cannone da “88”. I partigiani della Rocca d'Olgisio oltre che coraggiosi furono veramente abili a resistere, con fucili, bombe a mano e poche mitragliatrici, ad un attacco di tale portata. A detta di tutti i protagonisti,
fu l'esperienza e la determinazione del comandante Antonio Piacenza ad ottenere questo risultato. Un milite fascista rimase ucciso subito e tre tedeschi feriti, trasportati all'ospedale militare di Piacenza. Il comandante tedesco diede l'ordine di chiedere rinforzi e di ritirarsi fino al paese di Stra', a poca distanza dalla Rocca. Qui il comandante fece stazionare, appena fuori dal paese, sulla riva del fiume Tidone, il cannone, identificato con la sigla 88/27, dal peso di 18 quintali, capace di una gittata di 12000 metri. Rocca d'Olgisio era a circa 5000 metri in linea d'aria, in piena vista. Il cannone cominciò quindi a colpirla con i suoi grossi proiettili esplosivi. Gli addetti al cannone erano pochi: gli altri della spedizione si erano fermati nel centro della frazione. Si fecero servire dalla piccola ed unica bottega/osteria là esistente, pane, salame e vino. La sosta fu lunga, forse perché attendevano che il cannone demolisse la fortificazione per poter di nuovo attaccare la Rocca. Nel frattempo, però, in soccorso dei partigiani bloccati nella Rocca erano giunti gli uomini del Ballonaio ed altri. Alcuni di loro, secondo le cronache non più di due, scesero nel fondovalle, si appostarono in un campo di grano di fronte a Stra', non visibili dall'altra parte del fiume, dove era piazzato il cannone, e spararono. Un solo colpo, pare, ma andò a segno: avevano mirato al capo-pezzo, colui che in genere sapeva far funzionare il cannone.
Avevano colpito a morte in effetti il sottufficiale tedesco che sovrintendeva all'uso del cannone. Poco tempo dopo, circa alle tre del pomeriggio, i soldati che stavano al centro del paese, come impazziti, misero mano ai mitra e alle bombe e fecero strage di tutti gli abitanti che riuscirono a trovare. Si diedero poi, gli italiani soprattutto, ad incendi, saccheggi e violenze nelle case della frazione e si. Morirono 5 donne, fra i 21 e gli 85 anni di età, un bambino di due anni e la madre che lo teneva in braccio, un giovane di 16 anni, con problemi psichici, e due uomini molto anziani. Quattro delle vittime appartenevano alla famiglia Riccardi, proprietaria della piccola bottega/osteria che aveva servito il cibo ai soldati. Nove (non ne avevano trovati di più), secondo il principio della decimazione che i tedeschi si erano dati: 10 civili italiani ogni soldato tedesco ucciso.
Un principio che non esisteva in alcun diritto internazionale e in nessuna pratica di guerra. Inutile dire che nessuno pagò per la strage di Stra', una delle più odiose commesse sull'Appennino emiliano. Il capitano soprattutto, che evidentemente doveva aver dato l'ordine, avrebbe dovuto essere punito, almeno simbolicamente. Dopo la Liberazione, sei italiani vennero processati: si fecero qualche mese di carcere, ma tra il 1946 ed il 1952 tornarono tutti liberi. Alla Rocca d'Olgisio i partigiani di Antonio Piacenza rimasero fino al rastrellamento dei “mongoli”. Nel mese di settembre, gli uomini della Brigata “Diego” cacciarono da Pianello il presidio militare fascista e insediarono un nuovo sindaco ed una nuova amministrazione comunale antifascista. Entro l'ottobre del 1944 i partigiani avevano liberato tutto il territorio collinare e montano della provincia di Piacenza. I nazifascisti, vedendo in pericolo anche il proprio controllo sui centri urbani della pianura e soprattutto sulla via Emilia, reagirono trasferendo nel piacentino tutti i fascisti disponibili ed un'intera Divisione tedesca, con migliaia di uomini, forniti dei mezzi di guerra più potenti: la Divisione “Turkestan” appunto, di cui abbiamo parlato. I partigiani cercarono di resistere, di fermare i reparti nemici; ma alla fine stavolta dovettero cedere alla superiorità dell'avversario.
Fausto Cossu fu costretto a dare l'ordine di sganciamento. Anche gli uomini di Antonio Piacenza dovettero abbandonare la Rocca, dopo aver fatto saltare con la dinamite una torre contenente la parte di armi e altri materiali che non potevano portare con sé. Si ritirarono in Val Trebbia, sempre incalzati dai reparti della “Turchestan”; poi, le formazioni partigiane si sbandarono e si divisero in piccoli gruppi. Ed ecco che ancora una volta il destino volle che le vicende di alcuni castelleonesi si incrociassero con quelle di un gruppo di partigiani appartenenti alla Brigata “Diego”. Dodici partigiani pensarono, dopo varie traversie, di poter tornare alla Rocca e di potervi stare, per il momento, nascosti e disarmati. Era il 22 dicembre del 1944. Cinque giorni dopo, forse grazie all'informazione di una spia, un reparto tedesco prese quegli uomini di sorpresa: due tentarono di fuggire e furono uccisi; gli altri vennero catturati e portati prima a Piacenza e poi al Campo di concentramento di Bolzano. Non so se poi siano stati smistati nei vari sottocampi e se mai abbiano incontrato i castelleonesi prigionieri a Toblach. Comunque furono 82 i piacentini, compreso i 10 catturati alla Rocca d'Olgisio, a subire le sofferenze del lager bolzanino e dei suoi “sottocam-pi”. Per fortuna loro (e anche dei nostri castelleonesi) i bombardamenti angloamericani avevano fortemente danneggiato le linee ferroviarie tedesche e così i trasferimenti ai Campi di Sterminio erano andati riducendosi fino a cessare. Nel frattempo la Rocca d'Olgisio era tornata nelle mani dei partigiani. Verso la fine di febbraio del 1945, con la riorganizzazione della Divisione di Cossu, il territorio di Pianello Val Tidone entrò nelle competenze di una nuova Brigata, la ottava, al comando di Enrico Rancati (Niko), un giovane piacentino, che pure pose il suo comando nella Rocca. Da lì partirono in marzo i partigiani per liberare definitivamente Pianello e l'intera Valle.
Note
55. Le Brigate Nere furono un corpo ausiliario volontario delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana. Furono in tutto 41, una per Provincia della R.S.I.
56. Marchesi, Stellari e Ruggeri avevano fatto il militare in Piemonte e in un primo momento, dopo l'8 settembre 1943, si erano uniti a gruppi partigiani piemontesi. Poi erano giunti nel piacentino ed avevano iniziato a contattare i cremonesi. I primi castelleonesi giunsero sulle colline piacentine il 18 giugno 1944; gli ultimi nel tardo autunno dello stesso anno.
57. Gli abitanti delle case vicine mi hanno confermato, anni fa, di sentire spesso, la notte, urla e pianti provenire dall'interno del “voltone” (l'arco del Voghera), il luogo dove avvenivano gli interrogatori.
58. C. S. Capogreco, “I campi di Salò”, Torino, Einaudi 2025, pp. 105-108.
59. A Bolzano, nel campo principale, vi era anche Laura Conti (Udine 31.3.1921/ Milano 25.05.1993), allora studentessa in medicina, partigiana a Milano, catturata nel luglio del 1944 e dal 7 settembre dello stesso
anno a Bolzano. La Conti fu poi medico, parlamentare comunista, consigliere regionale, fondatrice di Lega Ambiente, scrittrice (soprattutto dopo la tragedia della diossina a Seveso). Possiamo dire che fu una delle fondatrici dell'ambientalismo italiano. I castelleonesi e lei, quasi sicuramente, non si incontrarono mai nel periodo della prigionia. Quando venne a Castelleone per una conferenza, negli anni '80, mi ricordo che lei e mio padre, seduti vicino vicino nel cortiletto di casa nostra, rimasero per quasi due ore soli a parlare delle rispettive esperienze di allora.
60. V.: “Resistenza. La guerra partigiana in Italia (1943-1945)” (a cura di F. Focardi e S: Peli), Carrocci editore, Roma 2025. E' il testo più aggiornato sulla Resistenza, con una ricca bibliografia suddivisa per argomenti.
61. Vedi: C.S. Capogreco, “I Campi di Salò”, Einaudi, Torino 2025 ed annessa bibliografia. V. anche: G. Mezzalira e C. Romeo (a cura di), “Mischa. L'aguzzino del lager di Bolzano. Dalle carte del processo a Michael Seifert”, Quaderni della Memoria, Anpi di Bolzano, Bolzano 2002; C. Di Sante, “Criminali dal Campo di concentramento di Bolzano. Deposizioni, disegni, fatti e documenti inediti”, Edizioni Raetia, Bolzano 2019; G. Mezzalira e C. Villani (a cura di), “Anche a volerlo raccontare è impossibile”, Anpi Bolzano, Bolzano 2000; L. Conti in AA.VV., “Il lager di Bolzano. Testimonianze sulla Resistenza in Alto Adige”, Centro di Cultura dell'Alto Adige, Bolzano 1997; M. Franzinelli, “Le stragi nascoste. L'armadio della vergogna: impunità e rimozione dei crimini di guerra nazifascisti 1943-2001”, Mondadori, Milano 2002. Sul Campo di concentramento di Bolzano vi è dunque una discreta documentazione. Sui sottocampi pochissimo!
62. Grazie soprattutto all'impegno del Procuratore Militare Generale, Marco De Paolis, e dei suoi
Collaboratori. V.: M. De Paolis, “Caccia ai nazisti”, Rizzoli, Milano 2023. Prima di lui ha svolto un ruolo importante, soprattutto nel caso di Seifert, Bartolomeo Costantini, Procuratore Militare della Repubblica di Verona. Non va sottovalutato il ruolo politico, storico e simbolico delle condanne emesse, anche squasi mai eseguite (tarda età, rifiuto di estradizione ecc). Il crimine venne provato ed il giudizio resterà. Seifert, comunque, venne condannato all'ergastolo, estradato in Italia dal Canada il 16.2.2008, andò in prigione nel Carcere Militare di S. Maria Capua Vetere e morì nel novembre 2010 in Ospedale a Caserta.
63. Qualcuno avanzò dei sospetti sulla casualità dell'incidente, essendosi Todt detto più volte contrario all'invasione dell'Urss.
64. V.: R. Spazzali, “Sotto la Todt”, LEG Edizioni, Gorizia 2014.
65. Don Luigi Carini è morto a Trevozzo il 22 gennaio 1977. Soffriva di spondiloartrosi fin dal periodo successivo alla guerra di Liberazione. Al suo capezzale si alternarono per lunghi mesi le sorelle, gli amici, gli ex-partigiani di Castelleone. Il 24 luglio del 1977, nel corso di una cerimonia sul Monte Penna in cui venne ricordata la Resistenza cattolica sulle colline piacentine, il vescovo di Piacenza, monsignor Enrico Manfredini, assegnò “alla memoria” una medaglia d'argento a don Luigi.
66. Vedi: C. Viciguerra, “I cattolici e il clero nella lotta di liberazione nel Piacentino”, Parallelo 45, Piacenza 2020. Ed anche: https://www. enciclopediaresistenzapc.it.
67. Vedi: F. Verdi, “Il clero cremonese tra antifascismo, Resistenza e testimonianza del Vangelo”, in “Fascismo a Cremona e nella sua Provincia”, Anpi, Cremona 2013, pp.607/627.
68. Senza, con ciò, sottovalutare la presenza di sacerdoti fascisti o filofascisti e, in genere, i momenti di collusione della Chiesa con il fascismo.
69. Vedi: L. Bianchi, “La messa dell'uomo disarmato”, 1989 (riedizione Sironi, Milano 2003).
70. Vedi: P. Mazzolari, “La Resistenza dei cristiani”, a cura di G. Vecchio, EDB, Bologna 2025.
71. Vedi https://www.enciclopediaresistenza pc.it “Strage di Stra'-Approfondimenti” di Romano Repetti e relativa bibliografia.
PARTE III
Sdegnosi di essere oppressi e di farsi oppressori Gli uomini e le donne che avevano dato vita alla Resistenza avrebbero dovuto essere poi i protagonisti nell'Italia da ricostruire. Sappiamo che ciò incontrò ostacoli e limiti, dopo i primi tempi in cui tutto sembrò davvero cambiare. Sappiamo che si avviarono ben presto molti processi ai partigiani per fatti inerenti la loro attività durante la guerra di Liberazione72. La storiografia contemporanea ne ha dato conto con obiettività. Ma già Piero Calamandrei in un celebre discorso ai partigiani per il decennale della Liberazione, tenuto il 28 Febbraio 1954 al Teatro Lirico di Milano, alla presenza di Ferruccio Parri, diceva: “Nonostante che il fascismo sia stato travolto dalla Resistenza, il potere non è passato agli uomini usciti dalla Resistenza: se ogni rivoluzione, per essere tale, deve essere consolidata dalla formazione e dall'ascesa al potere di una nuova classe dirigente, questa rivoluzione è rimasta a mezzo in Italia, perché, abbattuto il fascismo, il posto dei dirigenti fascisti non fu occupato per diritto di successione
rivoluzionaria da uomini nuovi, tornò in mano di una generazione di... conservatori, con la risurrezione dei quali la rivoluzione si ridusse ad una restaurazione paternalistica”. Per pochissimi mesi (in alcuni casi settimane) dopo il 25 Aprile Prefetti, Questori, Commissari, restano quelli nominati dal CLN. Poi tornano i funzionari! Si faranno assunzioni e poi concorsi, ma pochi saranno i Volontari della Libertà inseriti nell'apparato statale. Comunque, un riconoscimento istituzionale non poté essere negato, prima di tutto dal punto di vista morale e politico e poi per venire incontro alle esigenze delle famiglie dei tanti morti e feriti, e degli stessi partigiani, spesso senza lavoro e senza mezzi. Piccole somme74 ed assistenza: provvedimenti senz'altro inadeguati ma certamente utili in quei giorni così difficili75. Un riconoscimento istituzionale, quindi, ci fu e ci ha dato un elenco dei partigiani, riconosciuti anche formalmente come tali, veramente molto importante. Ci offre un quadro pregnante di protagonisti senza i quali la Resistenza semplicemente non avrebbe avuto luogo.
Con il Decreto Legislativo Luogotenenziale n° 518 del 21 agosto 1945 furono istituite le Commissioni regionali per il riconoscimento e l'attribuzione delle qualifiche partigiane, ciascuna competente per i territori in cui si era svolta l'attività partigiana. Ad esse venivano inoltrate le relative richieste, in massima parte attraverso le ANPI provinciali, che anche le istruivano in prima istanza.
Le Commissioni erano nominate dal Presidente del Consiglio dei Ministri su designazioni ministeriali (per ufficiali delle Forze armate) e dell'ANPI (per i partigiani).
Per il riconoscimento di “Partigiano combattente” (con una attribuzione di grado riferito a quelli militari) queste Commissioni deliberavano in base ai criteri stabiliti dal Decreto. Erano riconosciuti “partigiani combattenti”: “i decorati al valore per attività partigiana”, “coloro che sono stati feriti...”, “coloro che hanno militato per almeno tre mesi in una formazione armata partigiana o gappista” (ovvero per 6 mesi se in una SAP; Squadra d'Azione Patriottica) riconosciuta dal Corpo Volontari della Libertà (la struttura militare di coordinamento generale della Resistenza ufficialmente riconosciuta sia dagli Alleati che dai Governi nominati dal Comitato di Liberazione Nazionale), e “partecipato ad almeno tre azioni di guerra o di sabotaggio”. Inoltre chi aveva fatto parte di un Comando (o di servizi dello stesso quali “informazioni, aviolanci, intendenza...”) inquadrato nel CVL, “coloro che sono rimasti in carcere, al confino o in campo di concentramento per oltre tre mesi (…) per attività partigiana”, chi ha svolto “azioni di particolare importanza...”. Il DL, poi, considerava “Partigiani caduti” quelli uccisi in combattimento, i deceduti in seguito a ferite o malattie derivanti dal “servizio partigiano”, gli uccisi dai nazifascisti anche fuori da azioni di guerra, i morti nelle carceri e nei lager. Su questa base la Commissione richiedeva e valutava notizie, documentazioni, testimonianze in merito. Erano poi considerati automaticamente “partigiani combattenti” i militari della Divisione Acqui, protagonisti della eroica e tragica resistenza ai tedeschi a Cefalonia e Corfù dopo l'otto settembre 1943. Ai richiedenti che avevano partecipato alla Resistenza in modo significativo, senza però risultare in ruoli di formazioni armate riconosciute, poteva essere attribuita la qualifica di “Patriota”. Appaiono altresì nei documenti, non necessariamente assegnate dalle Commissioni regionali, le dizioni di “Benemeriti”, per le varie forme di partecipazione e sostegno alla lotta di Liberazione, e di “Insurrezionali” per partecipanti attivi nell'ultimo periodo.
Nel caso di Castelleone appare anche, come vedremo, riferito a donne, il termine “collaboratrici della Resistenza”. Dalle carte, comunque, appare come nelle istruttorie vi fosse una certa attenzione - a partire dagli stessi partigiani e dall'ANPI - “per evitare abusi di sedicenti partigiani”. A tal proposito, vi è nell'Archivio del Comune di Castelleone una lettera del partigiano già Comandante di Brigata Piero Marchesi, in risposta ad un'altra lettera del sindaco di Castelleone Stefano Cogrossi, datata 17 ottobre 1945, in cui il Sindaco gli chiedeva se alcune persone che domandavano il sussidio erano state davvero con lui nella Resistenza in montagna. Ebbene, Piero Marchesi rispondeva, senza però fare nomi, che sarebbe stato giusto escludere dall'elenco dei partigiani coloro che, magari mal volentieri, avevano di fatto collaborato con il nemico, lavorando per la TODT o per altre organizzazioni nazifasciste. Una posizione quindi, diffusissima nel partigianato, ancor più rigida di quella assunta dalle Commissioni.
Senza assolutamente sottovalutare l'importanza del riconoscimento di “Partigiano combattente”, occorre considerare come i criteri stabiliti col DL 518 e le conseguenti circolari applicative abbiano penalizzato il ruolo di molte donne e di molti partigiani e resistenti, per cui i loro nomi non compaiono tra i “partigiani combattenti”. L'assoluta maggioranza delle donne venne emarginata da criteri “militari” per esse del tutto improbabili. Pure molti partigiani che aveva-o giocato ruoli diversi da quelli previsti nella normativa, magari di grande rischio ed importanza, non vennero riconosciuti. Infine ci sono i casi di non riconoscimento per banali difficoltà oggettive o burocratiche nel reperimento di testimonianze e prove o la non osservanza dei termini prescritti per la domanda e la documentazione. Così, persino una delle più note figure femminili della Resistenza cremonese come Maria Biselli (alla cui biografia sono stati dedicati libri e scritti da Franco Dolci, Ughetta Usberti e Danilo Montaldi) non fu riconosciuta “partigiana combattente” per mancanza dei requisiti previsti! Similmente non pochi partigiani noti ed importanti si videro respinto il ricorso contro il mancato riconoscimento per carenze degli “elementi giuridici”. Per esempio si dà atto al socialista ragionier Piero Pressinotti (futuro membro dell'Assemblea Costituente) di aver fatto parte del Comando Brigate Matteotti (fu Ispettore per alcune province a cavallo del Po) ma non se ne fa conseguire il riconoscimento, per il periodo troppo breve. Altro esempio simile è quello del comunista dottor Franz Cortese (nome di battaglia “Gentile”), membro del CLN, primario nell'ospedale di Cremona, luminosa figura di antifascista, che salvò la vita a molti cremonesi organizzando in ospedale il servizio sanitario clandestino del Raggruppamento Ghinaglia. Profonde ingiustizie che amareggiarono la vita di molti!
Sono quindi notevoli le difficoltà a stabilire elenchi completi e veritieri dei partecipanti alla lotta di Liberazione. Per di più, le fonti sono disperse. Per esempio, fonti come l'annotazione della qualifica partigiana riconosciuta sui “fogli matricolari” delle varie leve del servizio militare sono disperse nella innumerevole quantità di tali “fogli”, peraltro conservati in luoghi diversi a seconda dei Distretti di appartenenza per nascita o a seconda dell'Arma. Così dicasi per la documentazione delle Commissioni regionali, di cui abbiamo parlato, che riconoscevano le qualifiche partigiane per chi aveva operato nei territori di loro competenza. E' pertanto prezioso il lavoro svolto recentemente da Giuseppe Azzoni, che, basandosi come fonte principale sull'Archivio storico dell'Anpi, ha redatto un elenco provinciale contenente ben seimila “schede” di persone che, nell'immediato dopoguerra, hanno fatto presente di aver dato un qualche contributo alla Resistenza.
L'ANPI ricomprendeva all'epoca ancora tutte le forze resistenziali del CVL nonché l'ANDA, Associazione Divisione Acqui, con reduci e familiari dei Caduti di Cefalonia. In genere era ricorso all'ANPI, per istruire ed inoltrare la richiesta di riconoscimento, anche chi era appartenuto a formazioni autonome o aveva combattuto con formazioni all'estero, come l'Esercito popolare di liberazione jugoslavo (EPLJ), l'Esercito popolare di liberazione greco (ELAS), quello albanese (ENLA), le Forze francesi dell'interno (FFI). Se alla cifra complessiva dei “Partigiani Combattenti” o “Caduti” si affianca quella dei “Patrioti”, dei “Benemeriti”, degli “Insurrezionali” e dei molti altri che hanno partecipato in tanti modi alla lotta di Liberazione si può parlare di parecchie migliaia di donne, uomini, giovani che in qualche modo hanno lottato per la fine della guerra, della occupazione tedesca, della dittatura fascista. L'elenco redatto è perciò come la unta dell'iceberg, una punta comunque di dimensioni rilevanti, considerate le dimensioni della nostra provincia. Delle circa seimila schede esaminate da Azzoni, comprendenti sia i volontari CVL sia i militari della Acqui (i volontari CVL sono 962), i “partigiani combattenti” ed i “caduti” sono 1367. Le donne sono 48 (ma, riprendendo la precedente considerazione in merito, sono 341 i nomi di “Donne della Resistenza cremonese” -riconosciute o meno- pubblicati nel 2016 in un opuscolo del Comune di Cremona, Associazioni partigiane, Archivio di Stato, Associazione Zanoni). Molto consistente il numero dei giovani e giovanissimi partigiani riconosciuti che nel 1944 avevano al massimo vent'anni, molti anche meno: i nati nel 1924 o anni successivi sono infatti 253. I mestieri sono i più vari: circa cento contadini e braccianti; quasi duecento operai e muratori; un centinaio di artigiani, commercianti, mestieri in proprio; circa duecento insegnanti, studenti, casalinghe, professionisti, impiegati. Moltissimi poi scrissero: “disoccupato”.
I nomi dei partigiani riconosciuti che hanno operato nelle nostre zone sono 573: nelle brigate garibaldine (a maggioranza comunista) Ghinaglia 333, nelle Matteotti (a prevalenza socialista) 97, nelle Fiamme Verdi (cattolici, prevalentemente aderenti o vicini al Partito Popolare e poi alla Dc, in Cremona operanti insieme alla “Rosselli”) 81. In altre formazioni (Garibaldi-GL di Casalmaggiore, Curiel, autonome). I partigiani cremonesi che hanno combattuto fuori provincia sono stati 390. In Piemonte 107, in Emilia Romagna 88, nel Triveneto 21, in Lombardia 24. 150 hanno combattuto o sono caduti in altre Regioni (Liguria, Toscana, Marche ecc) o all'estero, dalla Jugoslavia alla Grecia, alla Francia.
I partigiani Caduti risultano essere 188 e 405 quelli della Divisione Acqui. I Caduti erano, per circa la metà, contadini; circa 70 gli operai e simili, circa 90 con altre professioni (non sempre la professione è annotata). A Cefalonia e Corfù i Caduti ed i dispersi furono moltissimi. Molti poi furono deportati in Campi di Concentramento dove ebbero vita durissima fino alla fine della guerra. Alcuni, riusciti a sfuggire ai tedeschi, combatterono coi partigiani locali nei Balcani.
Dai documenti e dalle testimonianze dei diretti protagonisti ricaviamo l'elenco delle formazioni partigiane in Provincia di Cremona e le relative zone operative.
Il Raggruppamento delle Brigate Garibaldi “Ferruccio Ghinaglia” operava con 4 Brigate. La Ia Brigata “F. Follo” (prendeva nome dal primo partigiano ucciso, il cremasco Francesco Follo) agiva nell'area nordovest di Cremona, compreso in parte il cremasco. Castelleone ed i paesi vicini ricadevano nell'area di azione di questa Brigata. La IIa Brigata “Cerioli” operava ad est di Cremona, sopra la via Giuseppina fino al piadenese; la IIIa Brigata “Ruggeri” tra la Giuseppina ed il Po fino a Martignana Po; la IVa Brigata “Ghidetti”, infine, agiva a Cremona città. Nella zona Casalmaggiore-Viadana-Bozzolo operava una Brigata unitaria Garibaldi-GL.
Le Brigate Matteotti erano 3: la Ia a Cremona e dintorni; la IIa ad est del capo-luogo fino a Casalmaggiore; la IIIa nell'area nord- ovest della provincia. Gruppi autonomi “Matteotti” erano poi attivi a Brancere, Stagno Lombardo, Isola Dovarese, Spineda.
Le Fiamme Verdi (in città ed alcune zone operavano unitamente ad una Brigata di “Giustizia e Libertà”, la “Rosselli”, comandata da Lionello Miglioli) avevano 3 Brigate: la “Bernardino Zelioli” a Cremona e zona Oglio, la “Angelo Zambelli” nel soresinese e verso il cremasco, la “Andrea Boccoli” nel piadenese e casalasco.
Studenti e giovanissimi, di diversi orientamenti, formarono la “Eugenio Curiel”, del Fronte della Gioventù. Un gruppo che si formò subito dopo l'otto settembre 43, i cui componenti confluiranno poi nelle Brigate sopra scritte, è il “Gruppo Azione Centro” a Cremona. Furono presenti ed attivi anche un gruppo del partito liberale ed un gruppo autonomo denominato “Primula rossa”.
Per quanto riguarda la Brigata “F. Follo”, di cui facevano parte i partigiani di Castelleone, il “Diario storico della Brigata” (Busta 14 dell'Archivio Anpi presso l'Archivio di Stato di Cremona) afferma che la Sap di Castelleone era composta da 25 elementi, armati in prevalenza con moschetti, che il comandante era Vinicio Alcioni ed il commissario politico Bruno Tiranti. Nella Busta 42, sempre presso l'Archivio di Stato, vi è invece un elenco di 47 sappisti castelleonesi, non in ordine alfabetico, da Negri a Bellotti. Si può supporre che la differenza sia data dalla distanza temporale tra una prima analisi ed una seconda od anche da un impegno differenziato dei componenti. In una “Relazione alla Commissione Regionale Lombarda per le Qualifiche” dei partigiani, redatta evidentemente alla fine della guerra, sempre nella Busta 14, si afferma che la Brigata “Follo” della Divisione “F. Ghinaglia” è composta da 203 partigiani, che il Comandante di Brigata è Bottoni Rinaldo, il vice Galmozzi Alfredo, il Commissario politico Vettore Luciano e il suo vice Andrini Adriano. In questa Relazione si dice anche che la Brigata è divisa in sei Distaccamenti (ciascuno di una trentina di componenti), divisi in Plotoni, a loro volta divisi in Squadre (ogni Plotone diviso in due Squadre). I castelleonesi sono distribuiti nei primi tre Distaccamenti. Il quarto comprendeva prevalentemente partigiani di Bagnolo, Crema, Pizzighettone. Il quinto di Montodine, Crema, Izano, Soncino. Il sesto di Soncino, Pandino e Crema (in questo vi era, eccezionalmente, un partigiano di Castelleone, Palmiro Valesi). Numerosi erano i castelleonesi nel primo Distaccamento
(di cui faceva anche parte Pietro Tinelli, caduto a Soncino il 27 aprile 1945), nel secondo e nel terzo. Del secondo Distaccamento, che comprendeva 32 elementi provenienti da Soresina, Pizzighettone, Azzanello e soprattutto da Castelleone, la relazione dice che il comandante era il castelleonese Vittorio Bellotti. Come che sia, riporto in elenco i nomi dei partigiani di cui ho trovato indicazioni nei documenti. Ed aggiungo anche i nomi di altri di cui sono certo per conoscenza personale o per informazioni dirette. Anche per quanto riguarda i partigiani nel Piacentino vi sono 29 schede di castelleonesi nella Busta 45, ma altre tre nella busta 44. Ve ne sono poi altri di cui sono certo, ma non ho trovato alcuna indicazione formale (il caso più clamoroso e di cui sono particolarmente dispiaciuto è quello del Tenente Piero Marchesi). Tra l'altro, non è detto che tutti abbiano chiesto il riconoscimento di partigiano! Mi sono preso la responsabilità di non fare distinzioni fra i partigiani, “combattenti”, “patrioti” e “benemeriti”. Ho steso a parte, perché documenti distinti, l'elenco della 14 donne “collaboratrici” e dei 47 “insurrezionali” (così sono definiti nei documenti, come dicevo, i partigiani che documentatamente hanno partecipato ai giorni dell'insurrezione). Agli elenchi ufficiali, ho aggiunto altri nomi, per conoscenze personali o ricerche ulteriori. Anche per i Caduti vi è qualche nome in più, per varie ragioni dimenticato. Dove ho potuto, ho indicato la professione, il luogo di abitazione, il grado di istruzione (di cui andavano fieri: in un periodo in cui l'analfabetismo era assai diffuso avere la licenza elementare era un successo). Sono dati significativi, perché dimostrano che i partigiani castelleonesi erano in maggioranza contadini od operai, avevano un'istruzione elementare (salvo pochi che avevano frequentato alcune classi delle scuole secondarie, soprattutto tecniche e professionali), abitavano in cascine, frazioni, nelle vie tradizionalmente popolari e sovversive (via Ghiandone, via Solferino, Borgo Serio, Case Operaie di via Bressanoro) o comunque in vie della prima periferia (di allora, naturalmente: via Avi, via Dossena ecc.). Discorso a parte va fatto per gli antifascisti liberali, pure assai importanti nella lotta di Liberazione: essi risiedevano in piazza del Comune, in via Roma, in viale Santuario. Nel centro storico comunque o in zone residenziali di pregio ed appartenevano in genere a quelle che siamo soliti chiamare professioni liberali (medici, ingegneri, insegnanti ecc.). Ho esaminato anche le Liste di Leva del Comune di Castelleone (presenti sempre nell'Archivio di Stato di Cremona, provenienti dal Distretto Militare) per i nati dal 1920 al 1925, al fine di confrontarle con i dati presenti nell'Archivio Anpi. Non è materia di questo studio, ma alcune cose colpiscono chi legge queste liste (una novantina di agazzi all'anno): i ragazzi erano quasi tutti contadini od operai, avevano una istruzione elementare, erano nel complesso abbastanza piccoli di statura (anche se, secondo le descrizioni mediche, ben proporzionati) ed avevano, per quasi la metà, la dentatura guasta ed altri guai fisici tipici dell'epoca (problemi alla tiroide, scoliosi, asma). Le stesse considerazioni valgono per i paesi vicini. Ho esaminato anche, per molti, i ruolini militari. Infine: ho esaminato gli elenchi degli iscritti all'Anpi a Castelleone al 2 agosto 1946 (altro elenco simile è dell'ottobre dello stesso anno). L'elenco contiene 89 nominativi. Allora per essere iscritti all'Anpi era necessario essere stati partigiani. Ma, come dicevo, erano stati riconosciuti “partigiani combattenti” solo i membri della Divisione Acqui e quelli operanti a tempo pieno in montagna o imprigionati nei campi di concentramento. Degli attivi in pianura, almeno per quanto riguarda il nostro territorio, la Commissione lombarda ne aveva riconosciuti pochissimi. La ragione già la ricordavo: molti non facevano i partigiani a tempo pieno, le staffette e le donne in genere operavano senza armi, la documentazione era basata più che altro sulle testimonianze e quindi spesso incompleta. L'Anpi tuttavia (quella di Castelleone, ma si comportarono così, salvo eccezioni, anche le altre) cercò di rimediare a questa scelta componendo elenchi includenti anche coloro che non avevano le caratteristiche “militari” e maschili previste dal decreto 518. Non vi sono motivi per ritenere non veritiero il riconoscimento locale. A proposito di numeri, teniamo conto che gli iscritti all'Anpi erano, per dichiarazione degli stessi dirigenti dell'Anpi, solo una parte dei partigiani effettivi: molti, per le più varie ragioni, non erano iscritti, ma ho trovato altrove notizie sulla loro attività. Per molti degli iscritti di allora all'Anpi di Castelleone vi sono tanti riscontri e li riporto nel
testo; per altri vi è solo l'iscrizione all'Anpi, che riporto fedelmente.
Nonostante la cura con cui ho steso questi elenchi, posso aver commesso errori o dimenticanze. Me ne scuso. Ancora una volta chiedo integrazioni o nuove documentazioni, se ve ne sono.


ELENCO DEI PARTIGIANI CASTELLEONESI
Alberti Primo, di Emilio e Bassi Grazia, nato il 29.12.1902 a Castelleone ed ivi residente (poi trasferito a Novate Milanese). Contadino. Soldato di leva nel 1922 venne richiamato alle armi il 2.3.1941 nella 1a Compagnia Sanità Torino. Venne trasferito poi a Bari, nella 9a Compagnia Sanità. Tornato al nord dopo l'8 settembre, ha militato dal primo settembre 1944 fino alla Liberazione nella
121esima Brigata Garibaldi “Walter Marcobi”, operante nel Varesotto e nel Novarese.
Alberti Severino Pietro, di Primo e Carnesella Lucia, nato a Castelleone il 27.6.1920 ed ivi residente alla cascina Gramignana. Contadino. Migliolino, ha partecipato alla Resistenza fin dall'inizio, come raccontava spesso (è vissuto fino al 2003).
Alcioni Vinicio, di Armando, nato a Milano il 18.2.1921. Studente, sfollato con la famiglia a Castelleone (in via Garibaldi), partecipò alla Resistenza dal 7 maggio 1944. Brillante e sicuro di sé, conduceva una doppia vita: quella di studente universitario e quella di determinato combattente partigiano. Divenne per un breve periodo, nella Sap castelleonese della Brigata “Follo”, comandante di Distaccamento.
Anelli Mario Giovanni (“Giosuè”), di Giuseppe e Bandera Radice Carolina, nato a Cortemadama il 17.9.1925, residente a Castelleone, in via Per Cortemadama. Falegname avventizio. Dal 4.11.1944 al 30.4.'45 è stato anzitutto nella Brigata “Iori”, facente parte della Divisione garibaldina “Cichero”, che operava prevalentemente in Liguria (leggendaria la creazione della “Repubblica partigiana” di Torriglia77). Comandante della Divisione era Aldo Gastaldi (“Bisagno”)78. “Giosuè” ha combattuto anche in val Trebbia ed ha fatto parte della Squadra “Scalabrino” (al secolo Pietro Rizzi, un ventenne pavese, meccanico, ex marinaio), operante in Liguria, specie nel Ponente, inserita nella 9a Brigata Garibaldi “Felice Cascione” (a sua volta parte della VI Divisione Garibaldi “Silvio Bonfante”). In una lettera del 9 giugno '47 si lamenta di non poter lavorare, per il mal di schiena, a causa di due vertebre rotte e di altri malanni contratti nel corso della lotta partigiana, e di non essere aiutato dallo Stato.
Arnetti Andrea, di Angelo e Carrera Maria, nato a Villachiara (Brescia) il 26.7.1929 e residente a Castelleone. Contadino. Giovanissimo, partecipò alla guerra partigiana nella 17a Brigata Garibaldi “Cima”, in Val Susa79. Cita come referenza il Comandante Dante Righetti.
Arnetti Paolo, fratello di Andrea, nato a Villachiara (Brescia) il 22.9.1927 e residente a Castelleone. Contadino. Lui pure partecipò alla Resistenza nella 17° Brigata Garibaldi “Cima”, in Val Susa. Cita come referenza il Comandante Dante Righetti.
Arriboni Mario. Iscritto all'Anpi di Castelleone al 2 agosto 1946.
Baldini Sestilio, fu Angelo, nato ad Arezzo il 2.9.1910. Civile. Residente a Castelleone. Partecipò alla Resistenza dal primo luglio 1944, operando in paese secondo le opportunità.
Bandirali Mario, di Giuseppe e Conti Erminia, nato il 6.11.1912 a Castelleone ed ivi residente. Autista. Soldato di leva nel 1932, viene richiamato alle armi nel giugno del 1940 (4° Reggimento Artiglieria Contraerea con sede a Mantova).Trasferito a Nettuno, poi a Bari, viene imbarcato per Durazzo e finisce in Grecia, a Patrasso. Dal 9 settembre 1943 è con i partigiani dell'ELAS del Peloponneso. Nel novembre del '44 si imbarca su una nave inglese e giunge a Taranto, dove resta fino alla Liberazione.
Bardelli Bruno, nato il 13.11.1923 a Castelleone viene arruolato come marinaio a La Spezia, poi imbarcato per Pola ed infine torna a Taranto. Dopo l'8 settembre si trasferisce a Milano e là partecipa alla Resistenza.
Bellandi Virgilio, di Angelo, nato a Castelleone il 22.7.1916 ed ivi residente. Contadino. Nel settembre '43 era a Cefalonia, nella Divisione Acqui80; poi fu prigioniero in Germania.
Bellotti Andrea Paolo, del fu Vittore e di Aliprandi Anna Marisa, nato a Orzi-nuovi (BS) il 24.4.1894 e residente a Castelleone, in cascina Vallolta. Bergamino. Si sposò a Genivolta con Terletti Liberina Maria il 13.05.1923, lei pure di famiglia antifascista (fin dal nome, “Libera”!). Passando da Trigolo, vennero, nel 1937, ad abitare a Castelleone (dove Andrea poi morirà, il 6 febbraio 1963). Partecipò alla Resistenza, nella Sap castelleonese, ufficialmente dai primi di luglio del 1944. Fu Comandante della 9a Squadra del 3° Distaccamento della “Follo”. Gli riconobbero 9 mesi e 22 giorni di partigianato; ma la sua Resistenza era di lunga data. Come dicevo, antifascista di lungo corso, comunista dal 1921, fu uno dei capi della Resistenza castelleonese. Coinvolse nella lotta tutta la famiglia (in particolare il figlio Vittorio), comprese le ragazze, che, non a caso, sposarono nel dopoguerra degli antifascisti. Possiamo quindi considerare le figlie maggiori di Andrea (Giuseppina, la minore, era troppo piccola, essendo nata nel 1934) come “collaboratrici” della Resistenza, anche se non sono comprese nell'elenco ritrovato.
Bellotti Anna Maria Virginia, di Andrea e Terletti Libera, nata a Genivolta il 28.01.1924. Nel dopoguerra si è coniugata, a Castelleone, con Rinaldo Dorati.
Bellotti Rosina, di Andrea e Terletti Libera, nata a Soncino l'11.08.1927. Coniugata a Castelleone, nel dopoguerra, con Carlo Piola e trasferitasi, con il marito, a Soresina.
Bellotti Vittorio (“Forte”), figlio di Andrea e Terletti Libera, nato a Genivolta il 3.3.1925. Marittimo, in forza alla Capitaneria del Porto di La Spezia. Sbandato dopo l'8 settembre, nascosto in cascina e nei campi vicini, partecipò alla Resistenza dal 3.3.1944. Giovane vigoroso ed audace, divenne Comandante del 2° Distaccamento della Brigata “F. Follo”. Fu uno dei principali protagonisti della Resistenza nella nostra zona, fra i meno ricordati. Nel dopoguerra si è sposato, a
Castelleone, con Rosa Luccini e nel 1958 ha dovuto, anche lui come tanti, trasferirsi nel milanese, a Cormano, per trovare lavoro.
Bernocchi Francesco, nato a Cappella Cantone nel 1918 e residente a Castelleone. Contadino. Era nella Divisione “Acqui”, si salvò dal massacro, entrò nella Resistenza greca ed operò nella zona di Salonicco dal novembre 1943 fino al gennaio 1944.
Bettoni Tranquillo, nato a Castelleone il 9.8.1913 ed ivi residente. Pasticcere. Nel settembre '43 era a Cefalonia, Sergente nella Divisione Acqui; poi fu prigioniero in Germania.
Bettoni Vittorio. Risulta iscritto all'Anpi di Castelleone al 2 agosto del 1946.
Bianchessi Florindo, non risulta all'anagrafe di Castelleone, ma partecipò alla Resistenza a Castelleone dal giugno 1944.
Bianchessi Lucindo, di Luigi e Dragoni Giovanna, nato a Castelleone il 9.6.1921 ed ivi residente. Nella vita civile faceva il falegname, ora era militare.
Partecipò alla Resistenza dai primi di luglio del 1944. Nascosto in cascina, alla frazione Pellegra, partecipò a diverse azioni, soprattutto sulla strada Soresina-Castelleone.
Bianchessi Secondo. Risulta iscritto all'Anpi di Castelleone al 2 agosto 1946
Bianchessi Serafino, di Angelo, classe 1922. Partecipò alla Resistenza nella Sai di Castelleone.
Bianchi Erminia, nata l'11.3.1922 a Castelleone ed ivi residente. Staffetta partigiana, non fece mai domanda di riconoscimento della sua attività. Donna estroversa, intelligente ed ironica, sposò nel dopoguerra il noto maestro e pittore Adalberto Marengo (1923-2004).
Bianchi Gino (“Mirkov”), di Emilio, nato a Castelleone il 25.1.1924 ed ivi residente. Meccanico. Partecipò alla Resistenza a Castelleone dal primo di luglio del 1944, nella 1a Brigata “Ghinaglia”. L'Anpi gli riconobbe 9 mesi e 22 giorni di partigianato. Gino, dal fisico mingherlino, aveva una forza d'animo ed una determinazione insospettabili. Scrive di suo pugno di aver preso parte ad azioni armate quali “l'attacco ai depositi delle armi delle Brigate Nere di Castelleone e di Soresina”, al “disarmo nelle scuole di Trigolo della GNR nel febbraio” e “in marzo di aver partecipato, alla Stazione di Cremona, alla liberazione del vecchio comandante delle squadre garibaldine di Cremona”.
Bianchi Pietro, nato a Castelleone il 28.2.1916, partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dal maggio 1944. E' inserito nell'elenco dei partigiani “benemeriti”.
Biondi Pietro, di Giuseppe, nato a Romanengo il 6.5.1922 e residente a Castelleone. Militare. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dai primi di luglio del 1944.
Bonardi Angelo, fu Angelo, nato a Cappella Cantone il 27/08/1917 e residente a Castelleone, in cascina Battaglia. Contadino e, nella Divisione “Acqui”, Caporal Maggiore. A Cefalonia dopo l'otto settembre, venne fatto prigioniero dai tedeschi e morì in un lager il 6/2/1945, in seguito a bombardamento alleato.
Bonini Giulio Palmiro, fu Ernesto, nato a Castelleone il 13.4.1914 ed ivi residente. Civile. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dal 6 giugno 1944. È inserito nell'elenco dei partigiani benemeriti.
Bonizzi Antonio (“Blechi”), di Ettore e Boffelli Caterina, nato il 21.3.1923 a Castelleone ed ivi residente, in via Avi. Antonio, Renato Gandini ed Alfonso Vitaloni affiggono, nel marzo del 1944, un manifesto “sovversivo” sul portale della chiesa di S. Giuseppe. Vengono sospettati dai fascisti e sarebbero stati arrestati se, informati probabilmente dallo stesso Segretario del Fascio, il pittore Enrico Felisari, che faceva il doppio gioco, non fossero riusciti prima dell'estate a raggiungere i partigiani in montagna. Bonizzi dal 15.11.1943 al 17.6.1944 è stato nel Nucleo “Raman”81 (Brigate “Garibaldi”); dal 17.6.1944 all'1.1.1945 nella Divisione “Giustizia e Libertà” (poi Divisione “Piacenza”), comandata da Fausto Cossu. Dopo la guerra è emigrato in Svizzera.
Boiocchi Ettore, di Luigi e Ferri Gentiglia, nato a Castelleone il 4.2.1912 ed ivi residente. Autista. Di leva nel 1932, viene richiamato alle armi nel 1939, al 7° Reggimento Artiglieri come radiotelegrafista. Dopo una breve presenza sul fronte francese (giugno 1940), viene trasferito a Napoli e poi, dal settembre 1941, in Dalmazia, sul fronte iugoslavo, nel 160° Autoreparto Pesanti. L'8 settembre lo coglie a Lubiana. Riesce tornare a Castelleone dove partecipa alla Resistenza, nella Sap, dal maggio 1944. L'Anpi gli riconobbe 11 mesi e 25 giorni di attività partigiana. Per gli amici e compagni “Turino”. Una delle persone più sagge che abbia conosciuto.
Boiocchi Giovanni, fu Giuseppe, nato a Castelleone il 21.3.1929 ed ivi residente. Civile. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dal luglio del 1944.
Boiocchi Secondo. Nessuna traccia all'anagrafe di Castelleone. Nato e residente altrove, ha comunque partecipato alla Resistenza nella Sap di Castelleone.
Bonora Luciano, fu Giovanni e Maestri Lucia, nato il 29/11/1889 a Milano e residente a Castelleone, in via Solferino. Di professione meccanico, venne premiato con la sua famiglia dal fascismo come “famiglia numerosa”, nel quadro del programma che invitava a “far figli per la Patria” (per la guerra ovviamente). Nonostante il premio, fu avverso al fascismo da sempre e considerava ridicola la pressione ad avere sempre più figli quando poi si era in grado di mantenerli a stento, soprattutto se non si abitava in campagna. Appoggiò la Resistenza fin dall'inizio.
Brazzoli Mario (“Tarzan”), di Giovanni e Ferrari Maria, nato il 29.7.1926 a Gombito e residente a Castelleone, in via Commenda. Ha frequentato il secondo anno di Avviamento Professionale. Dal 3.8.'44 al 3.4.'45 ha operato nella Ia Brigata Garibaldi (“Ghinaglia”); dal 5.4.'45 alla Liberazione nella Ia Divisione “Piacenza” (Brigata “Diego”82). Cita come Comandanti e testimoni Fausto Cossu, i Tenenti Antonio e Colombo, Bruno Tiranti, Alfredo Spoldi e Giulio Bonini.
Brignoli Giacomina, detta Lina, sorella dei seguenti Pietro e Luigi, nata a Castelleone il 19.10.1925 e residente a Crema. Fu attiva come staffetta nella Resistenza cremasca. Pur giovanissima, svolse un ruolo di collegamento e di informazione importante e rischioso. E' vissuta a lungo (è morta nel 2020) ed ha raccontato le sue vicende.
Brignoli Luigi, nato a Castelleone il 18.6.1928 e residente a Crema. Giovanissimo, seguì l'esempio della sorella e del fratello. Fece parte della Divisione “Aliotta”, operante nell'Oltrepo Pavese, dal 8.8.'44 per un certo periodo, con il nome di battaglia “Ascaro”. Poi passò sulle colline piacentine e militò, fino alla Liberazione, nella Divisione “Giustizia e Libertà” di Cossu. Cita come testimoni il Comandante della Divisione, Toni, il dottor Rossignoli ed il tenente Pietro Marchesi. Nella domanda per il riconoscimento di partigiano combattente (riconoscimento che gli venne negato dalla Commissione lombarda e rilasciato dalla Commissione emiliano–romagnola) dichiara di aver partecipato a molte azioni armate e di sabotaggio.83 “Anarchico individualista” nel dopoguerra, fu autore in tempi più recenti (è morto nel 1997) di alcuni libri antifascisti ed antifranchisti.
Brignoli Pietro, nato a Castelleone nel 1924 e residente a Ripalta Arpina. Fece parte della Brigata “Balladore” della Divisione “Piacenza” per 9 mesi e 25 giorni. Fu esponente di primo piano del Partito Repubblicano nella vita politica cremasca del dopoguerra.
Brocca Pietro, di Matteo, nato a Castelleone il 22.7.1902 e residente a Castelleone. Militare. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dai primi di luglio del 1944.
Brusaferri Giuseppe, di Carlo e Biondi Ida, nato a Castelleone il 20.9.1920 ed ivi residente. Alto, per l'epoca (quasi un metro ed ottanta), abbastanza magro ma forte, faceva di professione nella vita civile il falegname. Scuola frequentata: 1°Corso Avviamento professionale. Partecipò alla Resistenza, fin dall'inizio, sulle colline del Piacentino, nella Divisione “Giustizia e Libertà” (poi “Piacenza”).
Brusa Vittore, nato a Castelleone nel 1891, sagrestano e migliolino della prima ora. Uno dei protagonisti della Resistenza castelleonese. Era lui a nascondere le armi nel campanile della chiesa di San Giuseppe, per prenderle al momento opportuno. Alla Resistenza partecipò attivamente anche il figlio.
Calzi Francesco, fu Antonio, nato a Castelleone il 27.4.1915 ed ivi residente in cascina Vallolta. Contadino. Nel settembre 1943 era a Cefalonia. Ucciso dai tedeschi.
Campari Mario, nato nel 1901 a Castelleone ed ivi residente. Socialista, partecipò alla Resistenza dal giugno 1944.
Capetti Secondo, nato a Salvirola il 13.10.1900 e residente a Castelleone. Partecipò alla Resistenza nella Sap di Castelleone fin dalla sua costituzione.
Caravaggio Mario, fu Giuseppe, nato a Castelleone il 9.9.1911 ed ivi residente. Militare. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, da fine luglio 1944.
Cattaneo Adriano, di Antonio, nato a Castelleone il 28.3.1927. Civile. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dal primo luglio 1944. Ferroviere per una vita, ancora negli ultimi tempi prima di morire ricordava con precisione quegli anni giovanili e pericolosi.
Cattaneo Mario, di Pietro, nato a Soresina il 18.2.1918. Militare. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dal 20 giugno 1944.
Cella Mario, nato a Formigara il 6.1.1899 e residente a Castelleone. Partecipò attivamente alla Resistenza nella nostra zona. E' inserito nell'elenco dei partigiani “benemeriti”.
Centelli Ezio, di Luigi, nato a Castelleone il 9.2.1922. Militare. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, da fine luglio 1944. La Commissione gli riconobbe 5 mesi e 25 giorni di militanza partigiana, ma furono senz'altro di più.
Gogrossi Annibale ('Nibel, anzi 'Nibelen, per la non alta statura, come risulta dalla visita di leva), di Stefano e Pizzamiglio Maria, nato a Castelleone il 03/02/1920 ed ivi residente. Arruolato, nonostante fosse studente dell'Istituto Tecnico Superiore a Cremona, viene inviato a Reggio Calabria ed inserito nel 346° Battaglione costiero. Dopo l'8 settembre si aggrega al neonato Esercito del Sud. Il suo “ruolino” militare recita: “ha partecipato dal 21/03/1944 all'1/3/1945 alle operazioni di guerra della Guerra di Liberazione svoltesi in territorio nazionale con il 1° Battaglione del 525° Reggimento Fanteria”.
Cogrossi Ferruccio, di Pietro, nato a San Bassano il 28.2.1926 e residente a Castelleone. Civile. Partecipò alla Resistenza, fra i più giovani, dai primi di luglio del 1944, nella Sap di Castelleone.
Cogrossi Stefano, nato a Castelleone il 17.8.1882 ed ivi residente. Socialista di lunga militanza, divenne il primo Sindaco di Castelleone dopo la Liberazione e lo fu per circa un anno, dal 1945 al 1946.
Colbacchi Elder (“il Cremonese”), di Aristide e Ogliari Rosa, nato il 7.1.1923 a Castelleone ed ivi residente, in via Solferino. Ha frequentato un Corso della Scuola d'Arte e Mestieri. Prima dell'8 settembre marinaio, in forza alla Capitaneria del Porto di La Spezia. Dal 10.11.'44 alla Liberazione è stato nella I Divisione “Piacenza”. Cita come testimoni il Comandante Fausto, il “Valoroso” ed altri. Ferito durante il rastrellamento dei “mongoli”, riuscì a sopravvivere grazie ad una forte fibra e ad una altrettanta forte volontà di vedere la fine del fascismo.
Confortini Alfredo (“Bagol”), di Angelo e Taino Teresa, nato il 4.4.1916 a Salvirola e residente a Castelleone, in via Dossena. Autista. Prima dell'8 settembre al 3° Centro Automobilistico di Milano. Dal 1 novembre '44 al 1 gennaio '45 nella I Divisione “Piacenza”. Dopo il rastrellamento dei “mongoli”, clandestino in pianura. “Per ordine del Comando”, scrive. Infine, appena prima dell'insurrezione e nei giorni seguenti, nella SAP di Castelleone. Cita come testimone il Comandante Bruno Polidoro.
Confortini Dante, di Angelo, nato a Trigolo il 16.4.1918 e residente a Castelleone. Militare. Partecipò alla Resistenza dai primi di luglio del 1944 nella Sap di Castelleone.
Corada (nei documenti quasi sempre con due “r”) Serafino (“Sec”), di Giovanni e Maccalli Ernesta, nato a Castelleone il 4.9.1920 ed ivi residente, in via Avi. Tipografo. Prima dell'8 settembre militare in Fanteria, Caporal Maggiore aggregato alla Sanità. Dal 10.10.'44 al 6.12.'44 in val Tidone, nella I Divisione “Giustizia e Libertà”. Tipografo e corrispondente del giornale clandestino “Grido del Popolo”. Catturato il 6 dicembre, sarà deportato in Campo di concentramento a Dobbiaco, ove rimarrà fino alla Liberazione, il 7.5.'45. Cita Fausto Cossu ed Arcangelo Rocca.
Cusi Eligio, di Enrico, nato a Castelleone il 30.5.1924 ed ivi residente. Studente. Di leva come aviere. Dal 1.7.44 al 5.5.45 è stato, con il grado di tenente, nella Brigata “Cairoli” della Divisione garibaldina “Nannetti”84, in Friuli, Cadore e Carnia.
Della Noce Mario, di Giuseppe, nato a Castelleone il 23.2.1928 ed ivi residente. Civile. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dai primi di luglio del 1944.
Dondoni Alessandro, di Ernesto, nato a Castelleone il 10.12.1920 ed ivi residente. Militare. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dal primo luglio 1944.
Dorati Rinaldo (“Stivens”), di Angelo e Fiammeni Marcella, nato il 12.5.1923 a Soresina e residente a Castelleone, in Ghiandone (il padre faceva l'oste). Ha superato il 2° anno dell'Istituto tecnico “Ala Ponzone Cimino” a Cremona. Prima dell'8 settembre in Marina, in forza alla Capitaneria del Porto di La Spezia. Dal 29.5.'44 al 1.1.'45 è stato nella Brigata “Rocca” della I Divisione “Giustizia e Libertà”; negli ultimi tempi prima della Liberazione è stato nella Brigata “Diego” della stessa Divisione, ora divenuta “Piacenza”. Era Vice-caposquadra. Cita come referenti Fausto Cossu, i Tenenti Antonio e Colombo.
Dragoni Giuseppe, di Alessandro, nato a Castelleone il 27.12.1905 ed ivi residente, in via Ghiandone. Civile. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dal maggio 1944. Membro del CLN, fu uno dei protagonisti della Resistenza Castelleonese.
Fava Enrico, di Ernesto e Dragoni Maria, nato a Castelleone l'8.9.1920 ed ivi residente in via Corte Madama. Sarto. Attivo nella Resistenza da prima dell'estate 1944.
Ferrari Angelo. Iscritto all'Anpi di Castelleone in data 2 agosto 1946. Uomo umile e dolce, il nostro caro “'Ngelen”. Per anni, nel dopoguerra, “direttore” della cucina nelle feste de “l'Unità” di Castelleone.
Ferrari Mario (“Italo”), di Giambattista e Corbani Rachele, nato a Castelleone il 10.8.1924 ed ivi residente, in via Manenti. Licenza elementare. Fuggito dall'esercito della R.S.I., dal 1.9.'44 al 4.5.'45 (il documento della Commissione Emilia Romagna dice: dal 1.11.'44 al 28.4.'45) è stato nella Divisione GL (poi I Divisione Piacenza). Come referenti cita Fausto Cossu e Sandro Merlini85.
Fiori Giacomo, di Emilio, nato a Castelleone il 28.4.1915 ed ivi residente. Falegname. Nel settembre '43 a Cefalonia, Caporale nella Divisione Acqui. Ucciso dai tedeschi.
Fogliazza Enrico (“Kiro”), nato a Castelleone nel 1920 e residente a Cremona. Impiegato. Dal giugno '44 alla Liberazione è stato in Val Susa, nella 17° Brigata Garibaldi “Cim”. Commissario politico e di guerra. Nel dopoguerra è stato dirigente del PCI, Parlamentare ed Assessore provinciale. Persona di grande spessore politico ed umano.
Fogliazza Guerrino, nato a Castelleone nel 1916 e residente a Trigolo. Contadino. Nel settembre '43 a Cefalonia, nella Divisione Acqui. Poi prigioniero in Germania.
Fontana Giuseppe, di Costante e Tadi Pasquina, nato il 7.6.1923 ad Annicco e residente a Castelleone, alla cascina Fenilette di Sopra, e poi a Cappella Cantone. Contadino. Arruolato di leva in Marina, come cannoniere, il 2 luglio 1942 (Capitaneria del Porto di La Spezia), viene destinato al Deposito CEMM di Marina di Carrara l'11.3.1943. Il 18 agosto viene imbarcato a Napoli su di una nave della Ia flotta torpedinieri, ma ci resta poco: sbarcano l'8 settembre, quando l'armistizio aveva fatto cessare le ostilità con gli Alleati. Riesce a tornare a casa e per un paio di mesi si nasconde. Poi sale in montagna. Dal 13.11.'44 al 1.12.'44 è stato a Piozzano, nella I Divisione “Piacenza” (IX Brigata, quella del “Valoroso”). Dopo il rastrellamento dei “mongoli”, è stato arrestato a Castelleone dalle Brigate Nere, portato in carcere a Brescia e poi in Campo di concentramento a Dobbiaco. Cita come testimoni Serafino Corada, Pini Giuseppe, Papa Arcangelo, Parmigiani Severino.
Fontanella Giuseppe, fu Luigi, nato a Castelleone il 26.5.1910 ed ivi residente. Militare e poi fattorino. Dal 22 luglio '44 al 25.4.'45 militò nella Sap di Castelleone. E' sempre stato orgoglioso della sua attività partigiana.
Fornasa Colombo, nato il 31.12.1928 a Castelleone ed ivi residente. Fratello di Pietro. Piccolo e gracile (“Culumben” per compagni ed amici), di grande forza d'animo, partecipò giovanissimo alla Resistenza nella Sap di Castelleone. Quando l'ho conosciuto (è morto nel luglio del 1977) era solito dire di avere solo due grandi passioni: il PCI e l'Inter.
Fornasa Giuseppe Angelo, di Aurelio e Bolzoni Clotilde, nato il 21.7.1923 a Castelleone ed ivi residente, nel povero e riottoso quartiere del Ghiandone. Barbiere. Arruolato negli Avieri, viene aggregato al 66° Reggimento fanteria “Piacenza”, che aveva sede nella caserma “Farnese”, in Piacenza. Dopo l'8 settembre viene catturato dai tedeschi ed internato nel Campo di concentramento
provvisorio di Piacenza. Da qui riesce a fuggire e rimane nascosto finché, il 25.1.1944, in conseguenza del Bando di arruolamento della RSI (al quale non si era presentato) viene arrestato il padre86. Così, si presenta in caserma, viene accompagnato al Distretto Militare ed aggregato alla contraerea. Qui rimane fino al 10 febbraio 1945, quando fugge e si unisce ai partigiani fino alla Liberazione. Figura anche nell'elenco degli “insurrezionali”.
Fornasa Pietro, di Gian Battista e Villani Giuseppa, nato a Castelleone il 12.2.1921 e qui residente. Commesso in negozio, ma in quel momento militare. Soldato del 4° Reggimento Artiglieria contraerea di stanza a Mantova, il 10 ottobre 1942 viene trasferito a Napoli e poi, il 6 febbraio del 1943, col 503° gruppo, alla difesa di Roma, Civitavecchia e Grosseto. Dopo l'8 settembre 1943 abbandonò la caserma, riuscì a sfuggire alla cattura da parte dei tedeschi e si avviò verso casa. Partecipò alla Resistenza nella Sap di Castelleone dai primi di luglio del 1944.
Franzosi Emilio (“Ferruccio”), di Secondo e Ughini Rosa, nato il 5.2.1926 a Crema e residente a Castelleone, in via Solferino. 2a Avviamento Professionale. Dal 23.6.'44 al 1.1.'45 è stato nella Divisione “Giustizia e Libertà” (Brigata “Rocca”); dal 20.4.'45 al 4.5.'45 nella I Divisione “Piacenza” (Brigata “Diego”). Cita come testimoni il Comandante Fausto ed i Tenenti Antonio e Colombo.
Frigerio Egidio, fu Cesare, nato a Milano il 26.7.1909 e residente a Castelleone. Civile. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dai primi di luglio del 1944.
Frittoli Alfredo, nato nel 1911 a Castelleone e residente a Cremona. Impiegato. Artigliere in Eubea, il suo reparto, il 3° Gruppo Artiglieria, resiste ai tedeschi dopo l'8 settembre. Subiscono attacchi, anche aerei, e combattono per diversi giorni. Poi, il 16 settembre, lui ed altri vanno con i partigiani greci della 13a Divisione (Divisione “Eubea”, appunto) dell'ELAS (Esercito Popolare di Liberazione Greco), in un gruppo comandato dal Colonnello Diakos87. Con i partigiani greci resta dal settembre al dicembre del 194388. Cita le azioni cui partecipa prima di essere catturato dai tedeschi il 27 dicembre 1943. Sarà deportato in un lager in Bielorussia e liberato il 5 giugno del 1944 dall'Armata Rossa.
Fusari Pietro, di Cesare. Iscritto nelle liste Anpi di Castelleone al 2 agosto 1946
Fusari Primo, di Angelo e Margherita Zanisi, nato il 37.07.1920 a Castelleone ed ivi residente. Alla visita di leva dichiara di essere “meccanico in genere”, cioè senza una specializzazione, ma capace di fare un po' di tutto. Dopo l'otto settembre tornò a Castelleone, si nascose nelle campagne e partecipò alla locale Resistenza (fu, ad esempio, uno del gruppo di partigiani che bloccò la colonna tedesca, il 28 Aprile 1945, al passaggio ferroviario verso Soresina). Galli Riccardo, di Fausto e Fogliazza Rosa, nato a Castelleone il 13.1.1920. Licenza elementare. Di professione muratore (dopo la guerra, per tutta la vita farà il cantoniere). Cugino di Kiro Fogliazza, convinto antifascista, dopo l'8 settembre tornò a casa, come tanti della sua classe d'età. Renitente alla leva della RSI, si diede alla macchia. Nel frattempo si era sposato ed era nata una bambina, Elide, che purtroppo era morta quasi subito. Durante la veglia funebre per la bimba, i fascisti pattugliavano le Case Operaie, dove i Galli abitavano, sperando di prenderlo; ma i suoi familiari gli avevano nascosto la morte della piccola, sapendo che si sarebbe precipitato a casa. Dopo un po' tornò e rimase nascosto per un certo periodo nelle soffitte delle Case Operaie e nel sottotetto della chiesa del cimitero; ma fu denunciato e catturato. Passò qualche tempo in prigione a Cremona. La moglie (una donna straordinaria!) andò dalla moglie di colui che aveva comandato i fascisti che l'avevano arrestato per chiederle di fare qualcosa; ma quella le rispose: “suo marito ha quel che si merita”! A Cremona venne malmenato e minacciato, finché finse di accettare di tornare sotto le armi e di andare in una caserma a Sondrio, ma subito riuscì a fuggire. Secondo un'altra versione (in questo caso non vi sono documenti, ma solo le memorie tramandate in famiglia), sarebbe fuggito da un treno che lo stava deportando in Germania.
Comunque sia, si nascose ancora nelle nostre campagne, si unì ai partigiani ed arrivò incolume alla Liberazione. Anche lui, come tanti a Castelleone, quando venne il tempo di una possibile rivalsa, rifiutò di vendicarsi sui fascisti che tanto l'avevano fatto soffrire.
Gandelli Elso, di Ettore, nato il 5/3/1924 a Castelleone e residente a Pizzighettone, alla cascina Tencara di Sopra. Impiegato. Dal maggio del 1944 al 25.4.45 è stato nella III Brigata Matteotti, operante in zona. Ho trovato in Archivio a Cremona89 una lettera del 16 novembre 1944, scritta dal Tenente-Colonnello Ezio Mussoni, della Terza Brigata Territoriale della Guardia Nazionale Repubblicana, inviata al proprio superiore, in cui il Mussoni dice che Gandelli Elso “è
stato fermato in seguito all'arresto della sorella, la cui fotografia si trovava in tasca dell'autore del disarmo del guardiafili di Pizzighettone. Al mattino è stato rimesso in libertà, mentre la sorella è stata scarcerata alla sera”. Così i tre (fratello, sorella ed innamorato della sorella) hanno potuto continuare nell'attività resistenziale!
Gandini Renato (“Jack”), di Angelo e Ferrari Dosolina, nato il 28.8.'25 a Milano e residente a Castelleone, in via per Cortemadama. Diploma in Ragioneria. Dal 2.7.'44 al 3.11.'44 è stato nella I Divisione “Giustizia e Libertà”; dal 3.11.'44 al 9.12.'44 nella III Divisione Lombardia “Aliotta”90. Poi in Campo di Concentramento a Dobbiaco. Come testimoni cita il Comandante Fausto ed il Tenente Piero Marchesi. Il “bel Renato” per le ragazze del paese, una delle persone più serene e coraggiose che abbia conosciuto.
Gazzoni Mario Santo, nato a Castelleone il 1/11/1925 e residente a Montodine. Civile. Militò nella Divisione “Ghinaglia”, soprattutto nella Brigata “Follo”, per 5 mesi e 7 giorni, da novembre '44 alla Liberazione.
Ghilardi Giovanni (“Giano”), fu Angelo e di Brunetti Zemira, nato il 10.11.'19 a Izano e residente a Castelleone, in via Bressanoro. 5a Elementare. Prima dell'8 settembre è stato a lungo nell'Aereonautica (aviere a Verona). Dal 16.7.'44 al 29.12.'44 è stato nella Brigata “Rocca” (Distaccamento “Cremona”, guidato dal castelleonese tenente Piero Marchesi) della Divisione “Giustizia e Libertà” (poi I Divisione “Piacenza”). Numerose sono le azioni cui ha partecipato: l'assalto alla caserma di Gregnana, disarmi e prelevamenti di repubblichini, occupazione di Rivergaro ecc. Cita come testimoni Fausto Cossu, Antonio Piacenza, Piero Marchesi.
Gioia Santo. Iscritto nelle liste Anpi di Castelleone al 2 agosto 1946
Gipponi Luigi Teresio, di Antonio e Oneta Francesca, nato a Crema il 21.8.1922 e residente a Castelleone. Licenza elementare. Di professione contadino. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dal giugno 1944 alla Liberazione.
Iacobbi (o Iacobi) Giuseppe, fu Luigi e fu Maina Angela. Nato a Soncino il 20.2.1926 e residente a Castelleone, in via Vigne. Ha frequentato il secondo anno dell'Istituto “Ala Ponzone Cimino” di Cremona. Dal 23 giugno al 31 ottobre 1944 è stato nella Ia Divisione “Piacenza”. Dal 31 ottobre al 10 dicembre nell'87a Brigata garibaldina di Pavia. Dal 14 dicembre 1944 ai primi di maggio del '45 è stato nel Campo di Concentramento di Dobbiaco. Cita come testimoni: il comandante Fausto, il comandante di Distaccamento Piero Marchesi e, per la Brigata garibaldina, il comandante “Americano”91.
Inzoli Francesco, di Antonio, nato a Castelleone l'8.5.1926 ed ivi residente. Civile. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dai primi di luglio del 1944.
Inzoli Renato, fratello del precedente, nato a Castelleone il 31.5.1920 ed ivi residente. Militare. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dai primi di luglio del 1944.
Lameri Cesare, di Giovanni, nato a Castelleone il 23.3.1916 ed ivi residente. Caporal Maggiore nella Divisione “Acqui”
Locatelli Albino Aristide, nato a Castelleone il 02/07/1923 e residente a Gombito. Militare. Sapista nella “Follo” dal 4 gennaio 1945.
Lombardini Alfredo (“Re”), di Amilcare e Rossi Carolina, nato a Castelleone il 26.3.1924 ed ivi residente, in via Vecchia Santuario. Alla visita di leva dichiara di fare il fornaio e di aver frequentato la 5a elementare. Prima dell'8 settembre era Caporale nell'esercito. Dal 3.11.'44 al 4.5.'45 è stato vice-caposquadra nella Divisione “Giustizia e Libertà” (Brigata “Rocca”), poi I Divisione Piacenza (Brigata “Diego”). Come testimoni cita il Comandante Cossu, il Tenente Antonio, il Tenente Colombo.
Longhi Teresio, di Celeste, nato a Castelleone il 16.11.1928 ed ivi residente. Civile. Partecipò alla Resistenza da fine luglio 1944, prima nella Divisione “Giustizia e Libertà” (poi “Piacenza”) e poi nella Sap di Castelleone.
Lucini Emilio (o Luccini), di Battista, nato nel 1925 a Castelleone ed ivi residente. Falegname. Al momento della chiamata alle armi da parte della RSI si nasconde in campagna, ma gli arrestano il padre, Battista; così lui si presenta in caserma. Viene arruolato nella Divisione “Monterosa” e mandato per l'addestramento in Germania per quasi 7 mesi. Appena rientrato in Italia, in Liguria, nel settembre 1944, diserta e si aggrega alla Brigata Garibaldi “Coduri”92, divenuta Divisione il 25 aprile 1945 (prima dipendente dalla Divisione “Cichero”), operante nella zona di Chiavari. Prende il nome di battaglia di “Castello”. Cita “Leone” (Bruno Monti), commissario politico, ed “Italo”, vicecommissario.
Comandante era un prestigioso capo partigiano: “Virgola” (Eraldo Fico). Con loro resta dall'ottobre '44 fino al 30 dicembre, quando, in uno scontro nel corso di un rastrellamento nella zona di Varese Ligure, viene catturato, ferito seriamente ad un braccio e ad una gamba. Nello stesso scontro vengono uccisi il cremasco Raffaele Lucini Paioni (“Foglia”) ed altri. I tedeschi uccidono poi i prigionieri non in grado di camminare. “Castello” riesce a muoversi, incontra per sua fortuna un ufficiale medico tedesco compassionevole, viene portato prima in carcere poi ricoverato nella infermeria del carcere militare di Chiavari, dove resta fino alla Liberazione.
Lunghi Andrea, di Battista e Severgnini Andrea, nato il 25.11.1911 a Campagnola Cremasca e residente a Castelleone. Di leva nel 1932 (8° Reggimento Bersaglieri) viene richiamato alle armi nel 1942; è a Roma, poi in Grecia dal gennaio 1943. Dopo l'8 settembre si unisce ai partigiani greci dell'ELAS. Si ammala seriamente e viene imbarcato il 23.12.1944 a Patrasso per Bari. Giunto, dopo un periodo di convalescenza viene incorporato (il 4.2.1945) nel 415° Reggimento del Genio del nuovo Esercito Italiano, di stanza in Ancona. Torna a Castelleone solo a fine maggio '45.
Malfasi Emilio, nato il 18-9-1918 a Castelleone e qui residente. Pur non facendo parte direttamente della Sap, collaborò con la Resistenza.
Malfasi Giuseppe, vedi Caduti. Manara Angelo, nato nel 1885 a Castelleone ed ivi residente, fu tra i migliolini della prima ora. Il figlio Innocente (nato nel 1914), abile sarto, partecipò alla Resistenza a Castelleone e fu candidato Sindaco quando Miglioli decise di presentare una propria lista alle elezioni amministrative. Anche l'altro figlio, Carlo (classe 1923), partecipò alla Resistenza.
Marchesi Antonio, di Francesco, nato a Castelleone il 18.8.1910. Militare. Partecipò alla Resistenza dal 21 luglio 1944, nella Sap di Castelleone.
Marchesi Ettore, di Giuseppe e Malvicini Ernesta, nato a Castelleone nel 1908 ed ivi residente. Di professione macellaio. Viene catturato dai militi della 12aBrigata Nera “Augusto Felisari” il 27 novembre del 1944 in quanto “fratello di Piero, notorio capo di una Brigata Garibaldi di partigiani”, come scrive il Comandante della Brigata Nera, G. Cerchiari. “A suo carico sono emerse responsabilità di favoreggiamento che in un primo tempo aveva ammesso ma che ha poi smentito in sede di interrogatorio”. Ettore viene quindi “trasferito alle locali carceri giudiziarie”, a disposizione della Questura. Alla fine viene liberato e continua la collaborazione con la Resistenza.
Marchesi Piero, fratello di Ettore, nato a Castelleone nel 1914 e residente a Milano e Castelleone. Tenente. E' lui il “noto capo” partigiano di cui scrive il Comandante della Brigata Nera. Sulle colline piacentine ha passato, soprattutto nelle Brigate dove erano presenti giovani della provincia di Cremona, 10 mesi.
E' stato uno dei comandanti più apprezzati dai partigiani, più ricercati dai nazifascisti e più citati fra le referenze. Quando i fascisti interrogarono i nove castelleonesi che poi furono condannati al Campo di concentramento di Dobbiaco, mostrarono loro le foto di Monfredini e degli altri tre partigiani fucilati al campo sportivo di Crema, seduti sulle loro bare ed orrendamente torturati, ripetendo continuamente, fra schiaffi e strappi di capelli, “farete la loro fine, se non dite dove si trova il tenente Piero Marchesi”. Le nove vittime, per loro fortuna, non sapevano dove fosse il Marchesi e gli aguzzini se ne resero conto condannandoli “solo” al Campo di concentramento e non alla fucilazione, anche perché erano stati presi senza armi (le avevano nascoste) e lontano dai luoghi della battaglia.
Martinelli Lucindo. Vedi Caduti.
Mariotti Mario. Vedi Caduti.
Mascheroni Giacomo, di Andrea, nato a Bergamo il 25.1.1920 e residente a Castelleone. Militare. Partecipò alla Resistenza dai primi di luglio del 1944. Il 25 aprile fu nominato dal CLN responsabile della Caserma dei Carabinieri di Castelleone. Era soprannominato “Rosaèrta”, rosa aperta, per il viso bianco e rosso e il fisico imponente.
Merlini Giosuè, nato a Castelleone il 17/08/1908. Civile. Residente a Cappella Cantone. Militò nella “Follo” dal febbraio 1944 alla Liberazione.
Monfredini Ernesto (“Bimbo”; nella scheda il nome di battaglia è il nome vero, “Ernesto”), di Virgilio e Bolzoni fu Eurosia, nato a Castelleone il16.9.1920 e residente a S. Bassano. Di professione fornaio. Scuola frequentata: 4a elementare. Arruolato in fanteria (a Bari, con il grado di Sergente, viene ricoverato in ospedale per malattia nell'estate del 1942), poi paracadutista nella “Folgore” (ferito e mutilato nella battaglia di El Alamein, decorato di Croce di guerra al valor militare e proposto per la medaglia d'argento), dopo l'8 settembre 1943 si unisce ai partigiani. Dal 6 giugno al 4 novembre del 1944 è stato nella Divisione “Giustizia e Libertà” (poi “Piacenza”), nel Distaccamento S. Nazzaro (Casa Pavarano). Come Caposquadra mitragliere ha partecipato a numerose azioni armate (assalto alla polveriera di Cantone, disturbo a colonne tedesche e fasciste sulla via Emilia, disarmi di militi ecc.). Dal 4 novembre è stato per poco tempo nella Brigata partigiana “Balladore”, con sede nel Comune di Camairago, nel Lodigiano93. Viene fucilato a Crema il 29.11.44 con altri tre partigiani, dopo essere stato torturato94, con l'accusa di avere ucciso due militi fascisti sul Ponte d'Adda.
Montini Ercole, di Achille, nato a Stagno Lombardo il 2.5.1928 e residente a Castelleone. Civile. Partecipò alla Resistenza dai primi di luglio del 1944, nella Sap di Castelleone.
Morari Alfredo, di Giuseppe, nato a Castelleone il 16.11.1920 ed ivi residente. Militare. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dai primi di luglio del 1944.
Moretti Alessio, nato il 14-7-1926 a Gombito e residente a Castelleone. Pur non facendo parte direttamente della Sap, collaborò con la Resistenza.
Mutti Quinto (“Volpe”), di Alessandro e N.N., nato il 22.11.1915 a Soresina e residente a Castelleone, in via Bressanoro. Operaio. Prima dell'8 settembre era nell'artiglieria contraerea (Mutti ha fatto 72 mesi di “naja”!). Dal 11.5.'44 alla Liberazione è stato in località Casa Buscone, nella Brigata di Pietro Insani della Divisione “Val d'Arda” (comandata da Pietro Prati). “Volpe” ha partecipato alla occupazione delle caserme di Lugagnano, Morfasso e Vernasca. Cita come testimoni il Comandante Pietro Prati, Pietro Insani, Pippo Panni (nel cui Distaccamento aveva operato).
Negri Remo, fu Pietro. Nato a Laveno-Mombello, sul Lago Maggiore, in Provincia di Varese, il 15.8.1908 e residente a Castelleone. Si trasferì qui con la ditta “Baruffaldi”, per cui lavorava. Partecipò alla Resistenza dal 10 maggio 1944. Fu designato dal CLN Comandante della Piazza di Castelleone. Tutti lo ricordano come persona di grande prestigio e di notevoli capacità di comando.
Oneta Eligio, di Carlo, nato a Formigara il 1.3.1919 e residente a Castelleone. Militare. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dai primi di luglio del 1944.
Oneta Giuseppe, di Giovanni e Dellafiori Giuseppa, nato il 3 maggio 1921 a Castelleone ed ivi residente. Contadino nella vita civile, poi militare. Fece 11 mesi di militanza partigiana, prima nella Brigata “Rocca” (Divisione “Giustizia e Libertà”) e poi con Aldo Gastaldi, nella “Cichero”.
Orlandi Amilcare, fu Stefano, nato a Castelleone il 17.6.1895 ed ivi residente. Civile. Partecipò alla Resistenza dal gennaio 1944, nella Sap di Castelleone.
Orlandi Angelo, figlio di Amilcare, nato a Castelleone il 7.1.1927 ed ivi residente. Civile. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dal 17 luglio 1944.
Orlandini Elvino, fu Giovanni, nato a Castelleone il 21.5.1913 ed ivi residente. Militare. Partecipò alla Resistenza dal maggio 1944, nella Sap di Castelleone. L'Anpi gli riconobbe ben 11 mesi e 25 giorni di attività partigiana.
Paesetti Pietro Luigi, nato a Castelleone il 12/07/1925. Dal dicembre 1944 attivo soprattutto a Crema, nella brigata “Follo”.
Palazzi Mario, fu Enrico e Gazzoni Caterina, nato il 12.7.1924 a Castelleone ed ivi residente. Di professione contadino. Scuola frequentata: 5a elementare. Fu nella Brigata “Balladore” dal giugno ai primi di dicembre 1944, quando fu catturato dalle Camice Nere a Castelleone e venne condannato al Campo di concentramento di Dobbiaco. Particolarmente robusto (anche se alla visita di leva avevano scritto “di colorito pallido”; ma, alto 1,72, aveva 0,86 di torace) e generoso, salvò la vita ai più deboli e fragili, in particolare a mio padre, facendo una parte del lavoro anche per lui. Compresa la prigionia, trascorse da partigiano combattente 10 mesi e 25 giorni.
Palazzi Giuseppe, fratello del precedente, nato a Castelleone il 12.3.1922 ed ivi residente. Faceva il panettiere ed aveva frequentato il primo anno dell'Avviamento Professionale. Risulta che abbia collaborato con il fratello.
Papa Arcangelo (“Gimmi”), di Battista e Re Luigia, nato il 5.11.'25 a Gombito e residente a Castelleone, in via Avi. Meccanico. Assegnato alla Capitaneria del Porto di La Spezia, fugge e dal 10.11.'44 è nella Brigata “Diego” della Divisione “Giustizia e Libertà”. Viene catturato dopo il rastrellamento dei “mongoli” in dicembre. In carcere a Brescia e poi in Campo di concentramento a Dobbiaco fino alla Liberazione.
Parmesani Giovanni, di Mario. Dal 10.5.'44 al 28.12.'44 è stato nella 43a Divisione autonoma “Sergio De Vitis”95, 6a Brigata”, che operava in Piemonte nelle valli Chisone, Sangone e Susa. Rientrato a Castelleone per ferite, rimase nascosto in casa (in soffitta) fino alla Liberazione.
Parmigiani Angelo, di Primo, nato a Castelleone il 22.7.1922 ed ivi residente. Militare. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dal 15 luglio 1944. Gli vennero riconosciuti 9 mesi e 10 giorni di militanza partigiana.
Parmigiani Severino (“Severo”) fu Primo e Cisarri Clementina, nato i18.11.'25 a Castelleone ed ivi residente, in via Bressanoro. Operaio. Dal 1.11.'44 alla Liberazione nella I Divisione “Piacenza” (IX Brigata). Catturato a Castelleone il 30.11.'44, venne deportato in Campo di Concentramento a Dobbiaco. Cita come testimoni Fausto Cossu ed altri.
Pedrinazzi Giuseppe, di Clemente, nato a Crema il 15.4.1923 e residente a Castelleone. Militare. Partecipò alla Resistenza dal giugno 1944, nella Sap di Castelleone.
Pedrinazzi Luigi, fu Emilio, nato nel 1919 a Castelleone ed ivi residente. Agricoltore. Dal dicembre del 1944 al 15.6.'45 nella 2° Armata EPLJ (Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia), in Croazia, come portaferiti. Nella EPLJ (IX Divisione) si trovava anche Carlo Arcari (“Ivo”), di Trigolo, del 1923, lui pure agricoltore.
Pedrini Angelo, nato nel 1912 a Castelleone ed ivi residente. Manovale. Dal settembre 1943 a Cefalonia, nella Divisione Acqui, indi prigioniero dei tedeschi.
Pedrini Arrigo Andrea, nato a Castelleone il 18-3-1919 e qui residente. Pur non facendo parte direttamente della Sap, collaborò con la Resistenza.
Pentenari Attilio Agostino, nato a Castelleone il 13/05/1925. Militare. Residente a Cappella Cantone. Attivo nella Sap di Castelleone dal settembre 1944.
Piazzi Luigi Lazzaro, nato a Castelleone il 18/09/1910. Civile. Residente a Fiesco. Ha iniziato l'attività partigiana nella “Follo” il 10/11/1943.
Pini Angelo, fu Carlo, nato a Castelleone il 5.3.1904. Militare. Partecipò allaResistenza dal maggio 1944, nella Sap di Castelleone.
Pini Giuseppe, di Carlo e Cattadori Luigia, nato il 27.9.1923 a Castelleone ed ivi residente, in via Gritti. Tornitore meccanico. Dopo aver fatto sei mesi di servizio in Marina, dal 15.11.1944 al 4.12.1944 è stato nella I Divisione “Piacenza”, a Piozzano, nella IX Brigata (quella del “Valoroso”). Arrestato il 5 dicembre a Castelleone dalle locali Brigate Nere, è stato nel Campo di Concentramento di Dobbiaco fino alla Liberazione.
Pisati Francesco, fu Giovanni. Iscritto elenchi Anpi di Castelleone al 2 agosto 1946.
Pisati Giulio, nato il 24-10-1927 a Castelleone e qui residente. Operò nella Sap di Castelleone per 2 mesi e 25 giorni, ma gli venne riconosciuta egualmente la qualifica di partigiano combattente per ragioni particolari (prigionia).
Pizzamiglio Giovanni, di Pierino e Berselli Santa, nato a Castelleone il 15.7.23 ed ivi residente. Di professione elettrotecnico. Scuola frequentata: 3° Corso Istituto Tecnico Industriale. Ha svolto attività partigiana sulle colline piacentine, nella Divisione “Giustizia e Libertà”.
Pizzamiglio Mario, di Pietro. Figura fra gli iscritti Anpi al 2 agosto 1946.
Polloni Antonio Emilio, nato a Castelleone il 13/12/1920 e residente a Soresina. Militare. Attivo nella Resistenza dal 10/10/1943 (nella “Follo” fin dall'inizio).
Rodolfi Ettore, nato il 9.7.1922 a Castelleone ed ivi residente. Partecipò allaResistenza dal luglio 1944.
Ronchi Lucindo, (detto “Boem”), nato nel 1928 a Castelleone e residente a Crema. Meccanico. Giovanissimo, nei mesi di settembre ed ottobre del 1944 è stato nella 2° Brigata Garibaldi in Valdossola (comandata da Cino Moscatelli); poi è stato internato in Svizzera per ferita invalidante.
Rota Roberto, vedi Caduti.
Ruggeri Elia, di Giuseppe e Cavalleri Gisella, nato a Castelleone il 3.1.1926. Il papà era falegname e riuscì a far studiare il figlio da maestro (dopo la guerra si laureò in Filosofia e Psicologia presso l'Università cattolica di Milano ed avviò una importante carriera di Ispettore scolastico). Fra gli ultimi chiamati alle armi, venne arruolato il 18.6.1944 e quasi subito disertò per unirsi ai partigiani di Fausto Cossu. Fu “l'alfiere” del gruppo dei cremonesi e partecipò, pur giovanissimo, ad importanti azioni militari. Nel dopoguerra fu esponente della DC e fu eletto Sindaco di Castelleone nel 1975.
Ruggeri Giovanni, (“Giuan”), di Vittorio e Mutti Angela, nato a Castelleone il 16-5.1921 ed ivi residente. Idraulico. Prima dell'8 settembre per ventinove mesi aviere a Parma. Dal 1 maggio del 1944 al 7.5.'45 è stato nella 1° Divisione “Piacenza” (nella Brigata del “Valoroso”). Comandante di Distaccamento, fu protagonista di molte azioni coraggiose, fra cui il “rifornimento” di armi all'Arsenale di Piacenza.
Sacchi Domenico, (“Pippo”), di Luigi e Bianchessi Cesira, nato il 28.3.'26 a Castelleone ed ivi residente, in via Vigne. Primo anno di Avviamento Professionale. Dal 19.6.'44 al 3.11.'44 è stato nella I Divisione “Piacenza”, Brigata “Balladore”; dal 4.11.'44 al 10 dicembre nella “Aliotta”, in Lombardia. Poi è stato catturato e deportato nel Campo di Concentramento di Dobbiaco. Comprendendo la prigionia, è stato partigiano combattente per 10 mesi e 25 giorni. Cita come testimoni Fausto Cossu, Ernesto Stellari, Elia Ruggeri ed altri.
Sacchi Bruno, nato il 9.10.1922 a Castelleone ed ivi residente. Elia Ruggeri lo dice presente fra i partigiani in Val Tidone dal 18 giugno 1944.
Sali Evelino, di Martino e Ceretti Maria, nato il 28.11.'21 a Soncino e residente a Castelleone, in via Tera di S. Spirito. Studente alla visita di leva (3a Perito industriale). Prima dell'8 settembre ha fatto per diciotto mesi il marconista a Pavia. Poi è stato in Questura a Cremona per otto mesi come agente. Dal 12.11.'44 alla Liberazione ha operato nella I Brigata “Ghinaglia” (“Follo”). Le sue mansioni, confermate, erano particolari: spionaggio (si suppone grazie ai contatti in Questura) e reperimento armi e munizioni. Cita come testimoni Remo Negri e Giuseppe Dragoni.
Sansoni Ercole, di Enrico. Figura fra gli iscritti all'Anpi di Castelleone al 2 agosto 1946.
Segalini Luigi Guido, di Pietro ed Agazzi Marta, nato il 19.1.1913 a Castelleone e residente a Milano. Falegname. Di leva nel 1933, viene trattenuto in servizio fino al 9 aprile 1935. Richiamato in servizio nel 1941, è riconosciuto idoneo per i soli servizi sedentari. Dal primo dicembre 1943 fino alla Liberazione milita nella 117a Brigata Garibaldi, attiva a Milano.
Sentati Pia. Svolse, pare, un importante ruolo di supporto nella Resistenza castelleonese. Eppure, a parte la citazione nel verbale dell'interrogatorio di Monfredini, non ho trovato altri riscontri. Anche l'identità, nonostante molte ricerche, non è stata chiarita: una Maria Pia muore nel 1942 (quindi non può avere partecipato alla Resistenza); altre si chiamano Maria Pina o altro.
Seragni Mario, nato a Castelleone il 28.1.1915 ed ivi residente. Caporal Maggiore nella Divisione “Acqui”. Sopravvissuto.
Simonetti Agostino, fu Francesco, nato a Castelleone il 29.5.1915 ed ivi residente nella frazione di S. Latino. Caporale nella Divisione “Acqui”. Sopravvissuto.
Somenzi Arrigo, nato a Castelleone il 19.8.1912 ed ivi residente. L'8 settembre era a Cefalonia, nella Divisione “Acqui”. Sopravvissuto.
Spadari Goffredo (“Toni”), di Carlo e Branchi Maddalena, nato a Castelleone il 9.4.1923 ed ivi residente. Studente all'Istituto Magistrale. Marittimo, in forza alla Capitaneria del Porto di La Spezia. Dal luglio all'ottobre del 1944 è stato nella Brigata “Calvi”96, a Belluno.
Spagnoli Gino, vedi Caduti.
Spadini Emilio, sfollato a Castelleone. Milanese. Partecipa con tutta la famiglia alla Resistenza, a Castelleone, dal giugno 1944.
Spoldi Alfredo, di Vincenzo e Oneta Gesuina, nato a Castelleone l'11.9.1921. Titolo di studio: 3° Corso Istituto Tecnico Industriale. Impiegato e poi militare. Partecipò alla Resistenza dal 15 maggio 1944. Nella sua scheda vi è un elenco di “azioni armate cui ha preso parte”. Si tratta, in sostanza, di disarmi di militi fascisti: a Crema il 23 luglio del 1944, a Montodine il 27 agosto, a San Bassano
il 16 settembre, a Montodine il 2 ottobre, sempre del 1944; a Castelleone il 18 marzo del 1945, il 26 Marzo a Madignano, il 14 aprile a Formigara. Fu tra i protagonisti nei giorni della Liberazione a Castelleone.
Stellari Ernesto (“Augusto”), di Giuseppe e Fuso Nerini Angela, nato il 12.8.1920 a Castelleone ed ivi residente, in via Bressanoro. Alla visita di leva dichiara di fare il maniscalco e di avere come titolo di studio la 4a elementare. Prima dell'8 settembre è stato nel 509° Gruppo Contraerea, con il grado di Sergente. Dal 1.5.'44 al 25.5.'44 è stato nella Brigata “Cuneo”, poi è giunto in Val Tidone con il ten. Carlo Reitano (catanese ma laureando in ingegneria al Politecnico di Torino, rimasto poi amico fraterno di Ernesto). Dal 18.6.'44 alla Liberazione è stato nella 1° Divisione “Giustizia e Libertà”, come Caposquadra. Cita come testimoni il Comandante Fausto Cossu ed il Tenente Antonio Piacenza.
Stellari Innocente (“Cento”), fratello di Ernesto, nato a Castelleone il 24.11.1918. Macellaio. Soldato di leva nel 1938. Partecipò alla Resistenza nella Brigata “Diego” della Divisione “Piacenza” dal 15.5.1944 alla Liberazione.
Stellari Piero (“Pierìi”) nato nel 1921 a Castelleone e residente a Soresina. Dal giugno '44 al 25.4.'45 è stato nella Divisione “Giustizia e Libertà” (poi “Piacenza”) e successivamente nella Divisione “Aliotta”, operante nell'Oltrepo pavese.
Stringhini Paolo, fu Giuseppe e di Ciboldi Grazia, nato il 2.1.1922 a Castelleone ed ivi residente. Diplomato geometra il 15.5.1941. Chiamato alle armi nel 1942, è assegnato al 4° Reggimento Artiglieria Contraerea in Mantova. Dopo l'8 settembre 1943 rimase nascosto per alcuni mesi ed infine si unì, dal primo ottobre 1944 fino alla Liberazione, alla 7a Brigata della Divisione “Piacenza” (detta anche “Alpini” perchè formata in buona parte da ex alpini: di essa faceva parte anche il futuro storico Angelo Del Boca).
Tacchinardi Secondo, di Luigi e Farina Assunta, nato il 19.8.1915 a Castelleone ed ivi residente. Intagliatore. Chiamato alle armi come mitragliere il 1.9.1936. Fu tra coloro (come i miei zii Giuseppe e Lucindo Corada, rispettivamente del 1913 e 1915) che si fecero di fatto otto o nove anni di servizio militare. I miei zii finirono la guerra prigionieri degli inglesi. Secondo, invece, dopo essere stato con il 17° Reggimento fanteria alla frontiera francese e poi a quella greco-albanese, dopo aver combattuto nei territori della ex-Iugoslavia, si trovò a Cefalonia, con la Divisione Acqui, dopo l'8 settembre. Partecipò agli scontri con i tedeschi, dai quali venne preso prigioniero il 23 settembre 1943 ed internato prima in un Campo di Concentramento in Serbia e poi in quello di Rostov.
Tacconi Ezio, di Ettore, nato a Milano il 26.11.1922 e residente a Castelleone. Civile. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, per10 mesi, dal luglio del 1944.
Tiranti Bruno, di Giuseppe, nato a Castelleone il 3.11.1919 ed ivi residente. Civile. Partecipò alla Resistenza dal 15 maggio 1944. Uno dei protagonisti della Resistenza in paese.
Toscani Emilio, di Epifanio, nato a Castelleone il 2.8.1921 ed ivi residente. Militare. Partecipò alla Resistenza dal 28 maggio 1944.
Toscani Gino, fu Luigi, nato a Castelleone il 22.8.1924 ed ivi residente. Civile. Partecipò alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, dai primi di luglio del 1944.
Tosoni Emilio, di Epifanio e Gazzoni Maria, nato il 2.7.1921 a Castelleone ed ivi residente. Iscritto negli elenchi dell'Anpi di Castelleone al 2 agosto 1946. Il fratello Giovanni figura fra gli “insurrezionali”.
Tosoni Gino, fu Gino, iscritto all'Anpi di Castelleone negli elenchi del 2 agosto 1946.
Trezzi Giuseppe, di Battista, nato a Castelleone il 5.2.1902 ed ivi residente. Civile. Partecipò alla Resistenza nella Sap di Castelleone dai primi di luglio del 1944.
Trezzi Silvio, di Battista, nato a Castelleone il 3.7.1907 ed ivi residente. Collaborò con la Resistenza fin dall'inizio.
Tussi Walter, di Clemente e Valcarenghi Giuseppa, nato il 15.7.1921 a Castelleone e residente a Milano. Alla visita di leva dichiarò di essere meccanico (specializzato in motori a scoppio), poi militare. Licenza elementare. Nella Sap di Castelleone dal giugno 1944, per circa 10 mesi. Cita lui stesso la attiva partecipazione a numerosi sabotaggi. Tra questi, i più importanti furono quello alla Stazione ferroviaria di Casalpusterlengo e la messa fuori uso di sei barconi che i tedeschi usavano per attraversare l'Adda a Formigara e Pizzighettone. Ha partecipato anche al disarmo di un sergente e di un milite della Guardia Nazionale Repubblicana. Mai scoperto per queste ed altre simili azioni, si fece tuttavia tre settimane nel carcere di Cremona per “discorsi antifascisti”!
Uggé Angelo, di Giovan Battista e Fiammeni Mara, nato l'1.1.1923 a Rovereto e residente a Castelleone. Contadino. Marittimo, in forza alla Capitaneria del Porto di La Spezia, fugge e dall'aprile 1944 alla Liberazione militò nella “Squadra Volante” di Giorgio il russo (inquadrata nella Ia Brigata “Ghinaglia”) per 12 mesi e 22 giorni.
Vailati Davide, non risulta all'anagrafe di Castelloene. Partecipò alla Resistenza dal giugno 1944.
Vailati Federico, nato il 29.12.1904 a Castelleone ed ivi residente. Partecipò alla Resistenza fin dall'inizio e fu riconosciuto partigiano”Benemerito”.
Vairani Giovanni, di Luigi e Varoli Antonia, nato il 30.8.'25 a Castelleone ed ivi residente, in via Fienili Nuovi. Contadino. Prima dell'8 settembre è stato per due mesi negli Alpini della “Monterosa”, da cui disertò con molti altri. Dal 26.9.'44 al 5.5.'45 è stato nella I Divisione “Piacenza” (VII Brigata, comandata da “Italo”, a Bobbio). Cita come testimoni il Comandante Fausto Cossu e Italo.
Vairani Mario, di Battista. Iscritto all'Anpi di Castelleone al 2 agosto 1946.
Valesi Palmiro, di Roberto e Brugnini Angela, nato il 9.11.1921 a Cappella Cantone e residente a Castelleone. Contadino, poi militare. Licenza elementare. Partecipò alla Resistenza dal luglio 1944, nella Sap di Castelleone, per 9 mesi e 5 giorni (per un certo periodo operò a Crema).
Vanoli Mario (“Vado”), di Girolamo e Bettoni Emilia, nato il 7.4.'26 a Castelleone ed ivi residente, in via IV Novembre. Secondo anno dell'Avviamento Professionale. Dal 21.7.'44 al 25.1.'45 è stato nella Divisione “Giustizia e Libertà” (Brigata “Rocca”), dal 25.1.'45 al 21.4.'45 nella Divisione “Valdarda” (I Brigata “Oltrepo”), dal 21.4.'45 alla Liberazione nella Divisione “Piacenza” (Brigata “Diego”). Cita come testimoni Fausto Cossu, il Tenente Marchesi ed altri. Fu ferito nel corso del rastrellamento dei “mongoli”.
Visigalli Mario, nato l'8.9.1912 a Castelleone ed ivi residente. Contadino. Partecipò alla Resistenza dal giugno 1944. Come tanti contadini, negli anni sessanta si trasferì nel milanese (a Novate) per lavorare in fabbrica.
Vitaloni Alfonso, (“Tom”), di Francesco e Bettoni Rachele, nato il 3.4.1925 a Castelleone ed ivi residente, in via Manenti. Falegname. Arruolato di leva nella Marina a La Spezia (ultima classe chiamata alle armi dalla Rsi), non si imbarca.
Viene messo nel dicembre del '43 in carcere a Castelleone. Dal 14.7.1944 al 5.5.'45 è stato nella I Divisione “Piacenza” (Brigata “Diego”). Ha partecipato a diverse azioni militari (Arsenale di Piacenza, diverse caserme ecc). Cita come testimoni il Comandante Fausto, il Tenente Antonio Piacenza, Bruno Polidoro ed altri. Nel 1970 è stato insignito dell'onorificenza “Croce di guerra”.
Zanisi Amedeo, fu Angelo, nato il 4.10.1915 a Castelleone ed ivi residente. Impiegato. Dal settembre 1943 a Cefalonia, nella Divisione “Acqui”. Poi prigioniero dei tedeschi e rimpatriato dopo la Liberazione.
Zanisi Ettore. Iscritto negli elenchi dell'Anpi di Castelleone al 2 agosto 1946.
Zanisi Giuseppe, di Pietro e Della Noce Serafina, nato il 3.12. 1915 a Cappella Cantone e residente a Castelleone (Villa Vallolta di Sotto). Contadino. Partecipa alla Resistenza, nella Sap di Castelleone, a partire dal 20 giugno 1944.
Zanisi Santo, di Carlo, iscritto all'Anpi di Castelleone negli elenchi del 2 agosto 1946.
Zucchi Ottavio (“Ottaviano”), fu Serafino e Maiocchi Maria, nato il 6.3.1920 a Castelleone ed ivi residente in via Cantarane. Primo anno dell'Avviamento Professionale. Alla visita di leva dichiara di fare il falegname. Prima dell'8 settembre è stato soldato nell'Artiglieria Contraerea. Dal 23.6.'44 al 1.1.'45 e poi, dopo un breve periodo a Castelleone (ove collaborò con la Sap), fino alla Liberazione in Val Tidone, nella I Divisione “Piacenza” (ove risulta che spesso svolgesse le funzioni di cuoco). Il documento di riconoscimento di “partigiano combattente” parla del periodo dal 20.9.'44 alla Liberazione. Cita come testimoni il Comandante Fausto Cossu, il Tenente Antonio Piacenza ed il Tenente Piero Marchesi.
Ho avuto la possibilità, grazie alla collaborazione della Direttrice e del personale dell'Archivio di Stato di Cremona, di accedere ai verbali degli interrogatori di alcuni partigiani (o collaboratori di partigiani) da parte, come dicevo prima, del Comandante della XIIa Brigata Nera “Augusto Felisari”97, Giovanni Cerchia- ri98. Il Cerchiari allega ad una lettera del 1 dicembre del 1944, inviata al Questore di Cremona ed al Capo della Provincia, per informarli della situazione, i verbali di alcuni interrogatori molto interessanti. Non vi sono le domande, ma il classico A.D.R. (A Domanda Risponde) permette di intuirle facilmente. Il primo interrogatorio è quello di Ettore Marchesi, fratello di Piero (la cui ricerca, da parte dei fascisti, è proprio un'ossessione).
Ettore, macellaio (anche dopo la guerra, per lunghi anni, nel negozio in via Roma) dichiara: - Alla data dell'otto settembre non prestavo servizio militare perché riformato. - Mio fratello Piero non ha combattuto nella guerra attuale né ha risposto alla chiamata alle armi della sua classe, 1914, fatta dalla Repubblica Sociale Italiana.
- Piero non risiedeva a Castelleone con i suoi familiari, perché viveva a Milano, dove faceva l'impiegato.
- Ritengo sia andato in montagna cinque o sei mesi or sono.
- Indagai per sapere dove si trovava. Venni a sapere che alcuni giovani di Castelleone si erano rifugiati a Pianello.
- Vi andai, incontrai mio fratello e lo invitai a tornare a casa. Non incontrai nessuno che conoscessi.
- Qualche tempo dopo venne a casa mia un giovane con un biglietto di mio fratello che mi ordinava di consegnare 1000 lire l'una a sei famiglie di Castelleone.
Mi rifiutaì e risposi che se mio fratello voleva, doveva venire lui a ritirare i soldi a casa.
- Non ho ricevuto in consegna da mio fratello parti smontate di tre apparecchi radio.
Ettore, insomma, nega di essere a conoscenza dell'attività partigiana del fratello, nega di essere d'accordo con lui e di avere delle somme da distribuire alle famiglie dei partigiani. Ammette di essere andato a Pianello, ma solo per convincere Piero a tornare a casa. E dice di non aver visto, in quella occasione, insieme a Piero e tra i partigiani, né Ernesto Monfredini né Gaetano Paganini. In sostanza, l'interrogatorio di Ettore non è compromettente per nessuno ed abbastanza convincente. Infatti verrà poi rilasciato (e continuerà a collaborare con i partigiani).
Agli interrogatori di Ettore assistono Antonio Milillo99, capoufficio, e Gian Franco Zappieri, entrambi dell'ufficio “I” (Informazioni) del Comando della Dodicesima Brigata Nera “Augusto Felisari”. Più o meno gli stessi assisteranno anche agli altri interrogatori.
Curioso è l'interrogatorio, sempre a fine novembre 1944, di Gandelli Elso, di Ettore, nato a Castelleone il 5 Marzo del 1924 e residente a Pizzighettone, alla cascina Tencara di Sopra. Il Gandelli era stato arrestato, come già accennato, in seguito al fermo della sorella, la cui fotografia si trovava nella tasca di un giovane arrestato perché presunto autore del disarmo dei guardafili di Pizzighettone. Si trattava di Nico Giovanni, di Enrico, nato il 27/07/1921 a Cumignano sul Naviglio e residente a Crotta d'Adda, cascina Roncaglia. Era un renitente alla leva, resosi irreperibile e denunciato per diserzione. Fidanzato della bella sorella di Elso! I militi scrivono, a proposito di Giovanni Nico: “si tratta di elemento molto pericoloso” e sottolineano la frase. Elso e la sorella vengono poi liberati, mentre Nico rimane in prigione.
Al Questore di Cremona, al Capo della Provincia ed al Comandante del corpo ausiliario delle Camicie Nere, il Comandante G. Cerchiari, invia anche il verbale degli interrogatori di altri partigiani, catturati a Castelleone il 1 dicembre del 1944. Si tratta dei verbali degli interrogatori di Severino Parmigiani, Arcangelo Papa, Pini Giuseppe, Fontana Giuseppe e, con verbale separato, Corrada (sempre con due “r”) Serafino. Gli interrogatori dei giovani si assomigliano. Dai verbali risulta che si sono recati una prima volta in montagna sul Piacentino, in Val Tidone, e che dopo essersi sostanzialmente sbandati in quelle Valli, si sono nuovamente uniti ai loro compagni spontaneamente. Successivamente, sorpresi dalla incalzante manovra nazifascista, hanno “preferito” rientrare in famiglia.
Il Cerchiari fa un un'osservazione interessante: “si sospetta che, come è costume dei partigiani, abbiano pensato di allontanarsi dalle bande a bella posta disgregatesi, per attendere tempi migliori. Il loro arresto, inquadrato nella situazione locale di Castelleone (dove moltissimi giovani si sono allontanati per recarsi tra i ribelli), servirà di monito allo scopo, che questo Comando persegue, di normalizzare la zona”. Si tratta di due osservazioni molto importanti. La prima di carattere generale: la storiografia da tempo riconosce che nella seconda metà del 1944 moltissimi giovani partigiani tornarono a casa, o tentarono di nascondersi in pianura, in maniera spesso concordata con i Comandi delle Divisioni partigiane. La seconda osservazione è specifica, riferita a Castelleone, e conferma che erano veramente tantissimi i giovani castelleonesi che hanno fatto la scelta giusta di opporsi al nazifascismo.
Gli interrogatori vengono condotti da Antonio Melillo, Capo Ufficio “I” (Informazioni) del Comando di Brigata, e da Alcibiade Compiani, Commissario Federale di Zona. A volte sono con loro, come testimoni, Alfredo Felisari, Segretario politico di Castelleone, ed Egidio Cerioli, membro del Direttorio del Fascio di Castelleone. I verbali contengono poche novità e soprattutto gli interrogati fanno pochi nomi, solo quelli già a conoscenza dei fascisti. Parmigiani parla di un certo Ruggeri di Castelleone che, insieme ad un suo amico di Sondrio, Margolfo Mansueto100, l'ha accompagnato presso il reparto del “Valoroso” l'undici novembre del 1944, dove ha incontrato il Papa e Corrada, a Pianello, “e da quel momento fummo sempre insieme”. Il Papa parla di Corrada “di professione tipografo... che conosceva anche le strade per giungere a destinazione”. “Giungemmo all'Osteria della Colomba, oltre Pianello; qui incontrammo un certo Mario Ferrari e Ruggeri Giovanni ci presentò al “Valoroso”, a Chiozzano”.
Dice poi di aver girovagato con altri per quattro giorni in seguito ad un primo rastrellamento e di essersi poi riunito di nuovo al “Valoroso”. Pini dice di essere partito per Pianello “con Fontana Giuseppe e di avere lì incontrato Elia Ruggeri”. Corrada conferma più o meno le stesse informazioni. “Ci fermammo all'Osteria della Colomba e pernottammo in una stalla. Il mattino successivo a noi si aggiunsero Pini, Parmigiani e Fontana. Ci recammo a Pavarano, dove fummo respinti dal Comandante di quella banda, un tenente napoletano, per il fatto che erano al completo. Proseguimmo allora per Fadella dove incontrammo la banda del “Valoroso”, il quale ci assunse in forza. Io non aderii e mi allontanai dalla banda col proposito di recarmi a Pecorara, dove si trovava il Comando della Divisione, allo scopo di lavorare alle sue dipendenze quale tipografo. Da Pecorara a Fadella c'erano due giorni di strada...abbandonai il proposito di recarmici e mi recai invece all'osteria di Vidiano101, dove rimasi quattro giorni… da Vidiano mi recai a Santa Maria, dove alloggiai per alcuni giorni presso una famiglia di conoscenti... di lì ancora mi trasferii a Viustino, dove fui alloggiato presso la famiglia Paladini Alberto, che io conosco per fascista. Lì rimasi alcuni giorni, dopodiché mi incamminai per tornare a casa...ho vissuto sempre
a mie spese e non ho ricevuto dai partigiani nè viveri nè danaro...” Lo stesso Milillo conduce l'interrogatorio, il 27 novembre 1944, nei confronti di Ernesto Monfredini, insieme ad Alcibiade Compiani, Alfredo Felisari, Egidio Cerioli. L'interrogatorio di Enrico Monfredini, torturato e fucilato a Crema il 29 novembre, ci permette di ricostruire alcune vicende. Attenzione! Permette a noi, ma evidentemente l'interrogato dice cose abbastanza note ai fascisti, tanto che non vi furono gravi conseguenze dirette per le persone citate (resesi irreperibili, da tempo in montagna o legate agli stessi fascisti, in modo per lo meno da suscitare dubbi). Dico questo ad onore del Monfredini, perché, viste le torture cui lui e gli altri erano sottoposti e le promesse di aver salva la vita in cambio di informazioni, è più che comprensibile il tentativo di evitare la fucilazione.
Monfredini parla anzitutto di Enrico Felisari, “di professione pittore, ex segretario politico del fascio repubblicano di Castelleone”. La sua dichiarazione conferma quanto diceva Elia Ruggeri circa il doppio gioco del pittore suo amico e maestro. Felisari, secondo Monfredini, “svolgeva opera di segnalazione ai danni del partito fascista repubblicano...e in epoca riferentesi presso a poco al mese di marzo o aprile ebbe ad avvertire tempestivamente una donna di cui non conosco il nome ma che preciso nei seguenti connotati: età circa 45 anni, colorito castano, fisicamente formosa, dedita al gioco delle carte, abitante in via Corte Madama di Castelleone, meglio ancora conosciuta da me come la zia di Renato Gandini, partigiano; che il predetto nipote Gandini Renato correva pericolo, lui ed altri (Bonizzi Antonio,Vitaloni), di essere arrestati quali responsabili dell'affissione di un manifesto sovversivo affisso sul portale della Chiesa di San Giuseppe in Castelleone alcuni giorni prima. Affermo inoltre che, nella banda di ribelli di cui io facevo parte insieme a certo Stellari Innocente, ripetutamente ebbi modo di sentir parlare del predetto signor Felisari Enrico in termini favorevoli, nel senso che veniva descritto come un elemento ben pensante”.
Altra notizia abbastanza sorprendente ci viene data da Monfredini a proposito dell'ingegner Giulio De Poli, fascista già dagli anni Venti: “Affermo inoltre di essere perfettamente al corrente che una donna di Castelleone, denominata Sentati Pia, svolge attività di collegamento tra il capobanda Marchesi Piero ed elementi locali. Un giorno ebbe a domandarmi se ero disposto a portare in montagna un certo Galli Riccardo, renitente di leva, che era sfuggito alla cattura operata dalla G.N.R. di Castelleone. Altra volta venni in paese insieme al Marchesi e ci recammo dalla predetta Pia Sentati. Mentre il Marchesi si appartò a conversare con la stessa, io attesi poco discosto. Vidi successivamente la Sentati recarsi in casa dell'ingegner Giulio De Poli e il Marchesi mi disse di andare con lui sulla strada vicinale che da Castelleone porta alla cascina Stella. Giunti nelle vicinanze della predetta cascina incontrammo il predetto ingegner Giulio De Poli, con il quale si fermò a parlare il Marchesi. Io non sentii quale fu l'argomento della loro conversazione, ma successivamente il Marchesi mi dichiarò che il De Poli aveva assicurato un suo contributo in danaro oppure il ricavato di una vacca che il De Poli avrebbe fornito gratuitamente al fratello del Marchesi, certo Marchesi Ettore, di professione macellaio, perché questi la macellasse clandestinamente e la vendesse alla borsa nera per ritrarne un maggior utile. Devo inoltre per la verità dichiarare che non mi risulta che successivamente il denaro promesso, ricavato da questa famosa vacca, sia stato versato alle organizzazioni partigiane. Dichiaro che il Marchesi Ettore era in continuo contatto con il fratello Marchesi Piero e veniva in montagna presso la nostra banda molto di frequente, portando con sé denaro e sigarette. Il predetto Marchesi Ettore aveva anche l'incarico di versare alle nostre famiglie un sussidio che si limitò a lire 1000 (mille) per famiglia per una sola volta. Dichiaro inoltre che mi risulta essere il Marchesi Ettore in contatto con elementi locali che fornivano danaro, ma non posso precisare il nominativo di costoro perché non mi fu mai detto”. In una dichiarazione successiva, del 28 novembre, il Monfredini dichiarò che “il tenente Marchesi mi ha riferito personalmente di avere incaricato il fratello Ettore di consegnare alle nostre famiglie la somma di lire 1000. Poiché detta somma doveva essere versata a sole sei famiglie, altre famiglie reclamavano lo stesso trattamento”, ma Ettore non aveva soldi sufficienti “per cui il tenente provvedeva di persona ad effettuare i versamenti”.
Il Monfredini prosegue poi nella sua confessione del 27 facendo i nomi di molti patrioti, tutti, o quasi, comunque già noti ai fascisti: “Da informazioni avute in seno alla banda e anche da contatti diretti avuti con elementi vari posso affermare che in paese svolgevano e svolgono attività sovversiva i seguenti nominativi: Negri Remo- Sentati Pia- Confortini Dante o Sante- Moretti Alessio- Brusa figlio del sagrestano della Chiesa di San Giuseppe di Castelleone- Galeotti Antonio (del quale ho saputo dallo stesso Marchesi che era disposto ad assumere il comando del Comitato di liberazione locale, ma che era reticente perché timoroso di compromettersi), un Direttore di banca che (secondo quanto mi disse il mio conoscente Zaffaroni Luigi di Castiglione d'Adda, detto Topa) doveva essere membro del Comitato di liberazione locale, Spadini Luigi o Mario, ex sfollato a Castelleone… Svolge inoltre attività sovversiva anche certo Bonora Luciano- Parmesani figlio di Mario- Vailati Davide- Tussi Walter- Tosoni Emilio- Fava Enrico abitante in via Corte Madama di Castelleone- Bonizzi Carla (porta gli occhiali)- Dorati figlio dell'oste abitante in Ghiandone di Castelleone,- Tiranti operaio presso la ditta Baruffaldi di Castelleone”. La confessione termina con un atto di pentimento “per aver fatto parte di bande di ribelli”. Viene fucilato egualmente!
LE DONNE
Accennavo prima ai criteri molto “militareschi” adottati per il riconoscimento di partigiano, criteri che penalizzavano le donne (oltre a coloro che conducevano, a casa, una vita apparentemente “normale”, ma poi partecipavano ad azioni spesso pericolose ed eroiche). Sapevo, però, che, a Castelleone, donne che avevano “fatto” la Resistenza ve ne erano state ed alcune le avevo pure conosciute.
Disperavo ormai di trovare un qualche documento ufficiale e di dover affidarmi solo alla memoria, quando in un angolino della Busta B 42 del Fondo Anpi presso l'Archivio di Stato di Cremona ho trovato un foglio con tutti i crismi dell'ufficialità (firmato cioè dal Comandante della Sap, vistato dal CLN e dai rappresentanti di tutti i partiti), che riporta quattordici nomi di donne residenti a Castelleone definite “collaboratrici” dei partigiani. Un piccolo “scoop”! Riporto l'elenco con immenso piacere:
1) Brusa Rachele, di Vittore, nata a Castelleone il 29/08/1925. Data di inizio dell'attività clandestina: 7/11/1944. E' la figlia del migliolino sagrestano della Chiesa di San Giuseppe.
2) Bonaventura Ginetta, di Oreste, nata a Castelleone il 16/08/1925. Data di inizio dell'attività clandestina: 07/09/1944.
3) Bonaventura Maria, di Oreste, nata a Castelleone l'11/2/1921. Data di inizio dell'attività clandestina: 5/11/1944.
4) Bonizzi Carla, di Ettore, nata a Castelleone il 03/01/1921. Data di inizio dell'attività clandestina: 22/11/1944. Staffetta partigiana (“con gli occhiali”), andava spesso in bicicletta da Castelleone a Pianello in Val Tidone, dove era il fratello Antonio, nella Divisione “Giustizia e Libertà”. Raccontava di essersi una volta imbattuta in un posto di blocco dei “mongoli” (che poi mongoli, come abbiamo visto, non erano) e di essersi salvata per un puro miracolo.
5) Malfasi Aldina, di Angelo, nata a Castelleone il 13/07/1922. Data di inizio dell'attività clandestina: 29/11/1944.
6) Buongiorno Amalia, di Pietro, nata a Castelleone il 24/02/1919. Data di inizio dell'attività clandestina: 7/11/1944.
7) Centelli Giannina, fu Abele, nata a Castelleone il 10/10/1902. Data di inizio
dell'attività clandestina: 28/11/1944.
8) Tiranti Angela, di Giuseppe, nata a Castelleone il 23/08/1916. Data di inizio dell'attività clandestina: 11/11/1944. E' la sorella del partigiano Bruno.
9) Zagatto Elisa, di ignoto, nata a Milano il 04/05/1910. Data di inizio dell'attività clandestina: 1/11/ 1944.
10) Orlandi Marcella, di Amilcare, nata a Castelleone il 16/01/1924. Data di inizio dell'attività clandestina: 7/11/ 1944. Marcella ed Ercolina sono figlie di Amilcare, e sorelle di Angelo, partigiani
11) Cigoli Maria, di Cesare, nata a Bordolano il 14/11/1924. Data di inizio dell'attività clandestina: 07/09/1944.
12 Orlandi Ercolina, di Amilcare, nata a Castelleone il 12/05/1922. Data di inizio dell'attività clandestina: 4/11/1944.
13) Pozzi Iolanda, di Giuseppe, nata a Castelleone il 24/12/1903. Data di inizio dell'attività clandestina: 07/09/1944.
14) Franzosi Maria, di Giuseppe, nata a Castelleone il 22/11/1924. Data di inizio dell'attività clandestina: 07/09/1944.
Noterete che si tratta spesso di figlie o sorelle di partigiani. Questo ha reso probabilmente più facile l'inserimento immediato nell'elenco delle “collaboratrici”.
Ma non sono le uniche! Non è riportata nell'elenco, forse per la giovane età, ma so per certo che Maria Palazzi, sorella del partigiano Mario Palazzi, sposata poi a Giulio Oneta, a 17 anni andava avanti e indietro da Castelleone a Pianello, dove era appunto il fratello. La stessa strada, sempre in bicicletta, faceva oltre alla Bonizzi anche il papà di Monfredini. La Palazzi ha detto poi che lei pensava spesso: “ma ce la farà questo anziano a fare tutta questa strada?” e seppe poi che l'anziano pensava: “ma come potrà questa ragazzina arrivare fino a Pianello?”. Giulio e Maria, tanti anni fa, in lunghi giri nelle campagne castelleonesi, tra S. Giacomo e la Stella soprattutto, mi mostravano i luoghi dove erano nascosti molti ex-prigionieri o renitenti alla leva e dove lei ed altre ragazze si recavano spesso con fagotti di cibarie e vestiti (non a caso ricevettero, come ho già detto, un riconoscimento dal governo greco).
Abbiamo poi già parlato di Pia Sentati, di cui non sono riuscito ad avere più dettagliate notizie. Posso garantire, inoltre, per conoscenza personale e tante testimonianze, l'esistenza di un buon numero di altre donne impegnate in attività di Resistenza: Cleofe Rossi, Gina Martelli, Lina, Maria ed altre di Le Valli, che nascondevano ex-prigionieri, renitenti alla leva ed armi; Giuseppa Bellandi, che alle Case Operaie ospitava due ex prigionieri in soffitta (quasi tutte le donne e le famiglie delle Case Operaie di via Bressanoro aiutavano i partigiani); la Concari (mamma di Pierino, a metà tra il ribelle ed il malavitoso)…
INSURREZIONALI
Pubblico a parte questo elenco, tratto dalla Busta 42 dell'Archivio Anpi presso l'Archivio di Stato di Cremona. Ciò non significa che i partigiani qui elencati, attivi solo, per le ragioni più diverse, nell'ultimo periodo della Resistenza, abbiano corso meno pericoli e si siano comportati meno eroicamente. Diversi di questi probabilmente erano “resistenti” ben prima delle ultime settimane. Di due sono certo: Luciano Bonora, se non altro perché è citato come cospiratore nei verbali degli interrogatori del novembre-dicembre 1944 di cui abbiamo parlato; e Fornasa Giuseppe, perché abbiamo la data esatta, il 10 febbraio 1945, in cui diserta dalla Contraerea a Milano e si unisce ai partigiani. Sono gli unici due che colloco in entrambi gli elenchi di partigiani: qui, per completezza del documento (mai modificare un documento d'archivio!) e là, nel lungo elenco dei partigiani castelleonesi, per le ragioni temporali addotte. Non escludo vi possano essere altri casi.
1) Donadoni Mario, di Roberto e Corelli Caterina, nato a Castelleone il 18/04/1926 ed ivi residente in cascina Gallotta. Di professione contadino.
2) Rancati Valentino, di Giovanni e Villa Santa, nato a Castelleone il 15/11/1925 ed ivi residente in cascina Gallotta di Sopra. Di professione contadino.
3) Ferri Mario, di Leone e fu Donati Caterina, nato a Castelleone il 14/03/1918 ed ivi residente in via Roma. Di professione tornitore.
4) Nucini Piero, di ignoti, nato a Milano il 13/12 /1908 e residente a Castelleone in piazza del Comune. Di professione operaio.
5) Brocca Giovanni, di Matteo e Taino Giovanna, nato a Castelleone il 22/07/1902 ed ivi residente in via Solferino. Di professione fattorino.
6) Boiocchi Alfredo, di Ottorino e fu Mandini R., nato a Castelleone il27/01/1913 ed ivi residente in via Vigne. Di professione formaggiaio.
7) Ferri Antonio, di Leone e fu Donati Caterina, nato a Castelleone il 15/05/1912 ed ivi residente in via Manenti. Di professione manovale.
8) Ferri Giuseppe, di Leone e fu Donati Caterina, nato a Castelleone il 18/10/1910 ed ivi residente in via Bressanoro. Di professione contadino.
9) Bonini Angelo, di Luigi e Campari Angela, nato a Castelleone il 09/05/1912 ed ivi residente in via Bressanoro. Di professione cantoniere.
10) Somenzi Luigi, fu Alessandro e Sacchi Adele, nato a Castelleone il 19/12/1901 ed ivi residente in via San Giuseppe. Di professione cementista.
11) Bellani Mario, di Luigi e Toffarelli A., nato a Castelleone il 07/02/1926 ed ivi residente in via Solferino. Di professione impiegato.
12) Conti Mario, di Pietro e Bolzoni Marta, nato a Castelleone il 29/09/1912 ed ivi residente in via Manenti. Di professione facchino.
13) Lombardini Virginio, di Angelo e Tacchinardi T., nato a Trigolo il 16/10/1907 e residente a Castelleone in via Alberello. Professione elettricista.
14) Rodescalli Giuseppe, fu Giovanni e Bodini Carolina, nato a Castelleone il 31/08/1914 ed ivi residente in via Gritti. Di professione meccanico.
15) Cerruti Giovanni, fu Zaccaria e Della Noce A., nato a Castelleone il 12/01/1925 ed ivi residente in Villa le Valli. Di professione mugnaio.
16) Sacchi Franco, fu Angelo e Maccalli A., nato a Castelleone l'8/5/1928 ed ivi residente in via Solferino. Di professione operaio.
17) Lanzanova Marino, di Primo e fu Fava Lucia, nato a Castelleone il 29/12/1912 ed ivi residente in cascina Santuario. Di professione meccanico.
18) Lozza Nereo Franco, di Carlo e Armelloni Edvige, nato a Castelleone il 18/07/1923 ed ivi residente in via Alberello. Di professione contadino. Era stato assegnato alla 1a Zona Aerea Territoriale, con sede a Milano. Fugge e si unisce alla Resistenza.
19) Panigada Francesco, di Giuseppe e Panzetti Noemi, nato a Castelleone il 26/06/1924 ed ivi residente in frazione Oriolo. Di professione contadino.
20) Tornelli Severino, di Francesco e Fiori Maria, nato a Castelleone il 19/05/1921 ed ivi residente in frazione Oriolo. Di professione muratore.
21) Marcotti Vittorio, fu Francesco e Borghi Caterina, nato a Castelleone il 30/11/1916 ed ivi residente, a Villa Santini. Di professione operaio.
22) Marcotti Silvio, fu Francesco e Borghi Caterina, nato a Castelleone il 11/08/1926 ed ivi residente, a Villa Santini. Di professione operaio.
23) Oneta Serafino, di Pietro e Beduzzi Ada, nato a Castelleone il 16/05/1926 ed ivi residente in via Guzzafame. Di professione meccanico.
24) Galli Mario, di Giuseppe e Tirelli Amelia, nato a Crema il 15/11/1921 e residente a Castelleone, in via Dossena. Di professione meccanico.
25) Brusa Serafino, di Luigi ed Allocchio Angela, nato a Castelleone il 4/11/1917 ed ivi residente, in frazione Cortellona. Di professione operaio.
26) Scarpini Giuseppe, di Luigi e Severgnini S., nato a Castelleone il 02/10/1920 ed ivi residente. in frazione Gramignana. Di professione contadino.
27) Centenari Lucindo, fu Pietro e Pizzacani I., nato a Castelleone il 30/08/1921 ed ivi residente, in via Vigne. Di professione agricoltore.
28) Dolera Francesco, di Giovanni e Marcarini Giovanna, nato a Fiesco il 03/01/1923 e residente a Castelleone, in frazione Le Valli. Di professione contadino.
29) Soresinetti Serafino, di Achille e Bellani Rachele, nato a Castelleone il 15/11/1922 ed ivi residente, alla cascina Gallotta di Sopra. Di professione contadino.
30) Fiori Giuseppe, di Serafino e Bolzoni Emilia, nato a Castelleone il 16/06/1920 ed ivi residente, viale Santuario. Di professione contadino.
31) Tosoni Giovanni, di Epifanio e Gazzoni Maria, nato a Castelleone il 03/03/1925 ed ivi residente, in cascina Vallolta di Mezzo. Di professione contadino.
32) Fogliazza Antonio, fu Carlo e fu Chiodi C., nato a Ticengo il 04/06/1894 e residente a Castelleone, in via Solferino. Di professione contadino.
33) Benedio Mauro, di Giovanni e Marchini A., nato a Crema il 16/01/1928 e residente a Castelleone, in cascina Regonetta. Di professione agricoltore.
34) Bonora Luciano, fu Giovanni e Maestri Lucia, nato il 29/11/1889 a Milano e residente a Castelleone, in via Solferino. Di professione meccanico.
35) Guerrini Giuseppe, fu Cristoforo e fu Rossi M., nato a Castelleone il 28/11/1907 ed ivi residente, in via Romualdo Cappi. Di professione operaio.
36) Vairani Emilio, fu Giuseppe e Garelli A., nato a Castelleone il 9/12/1902 ed ivi residente. Di professione meccanico.
37) Rodari Giovanni, di Mario e Cigoli Giulia, nato a Crema il 16/02/1926 e residente a Castelleone, in cascina Regona. Di professione meccanico.
38) Tambani Giulio, fu Pietro e Ventura Rosa, nato a Cremona il 07/05/1903 e residente a Castelleone, in frazione Guzzafame. Di professione giornalista.
39) Risari Alteo, di Stefano e Manfredini M., nato a Castelleone il 9/11/1919 ed ivi residente in via Ghiandone. Di professione muratore.
40) Bozzetti Pietro, di Francesco e Bodini Maria, nato a Castelleone il 1/06/1926 ed ivi residente. Di professione ferroviere.
41) Fornasa Giuseppe, di Aurelio e Bolzoni C., nato a Castelleone il 21/07/1923 ed ivi residente in via Ghiandone. Di professione parrucchiere.
42) Zanisi Giovanni, di Angelo e Prandoni (?) E., nato a Castelleone il 05/07/1910 ed ivi residente, in via Bressanoro. Di professione autista.
43) Tosi Guido, fu Pietro e fu Malfasi Francesca, nato a Castelleone il 07/07/1905 ed ivi residente, in via Manenti. Di professione autista.
44) Paulli Luigi, fu Giuseppe e Tirelli Maria, nato a Castelleone il 22/11/1912 ed ivi residente, in via Vigne. Di professione meccanico.
45) Riboli Bruno, di Luigi e fu Guerini Angela Stella, nato a Castelleone il 21/03 /1921 ed ivi residente, in via Roma. Diplomato all'Istituto Magistrale.
46) Corbani Lino, di Carlo e Corsini P., nato a Castelleone il 03/07/1925 ed ivi residente, in via Solferino. Di professione meccanico.
47) Dondoni Giuseppe, di Ernesto e Frassieri (?) M., nato a Castelleone il 02/05/1919 ed ivi residente, in via Bodesine. Di professione contadino.
CADUTI
Nel territorio di Castelleone non vi furono caduti partigiani nel corso della lotta di Liberazione, nonostante fosse attiva ed importante, come abbiamo visto, la presenza dei patrioti. Consistente, invece, il numero di castelleonesi caduti in altri territori. A ricordarli vi sono, anche se non sempre, le lapidi nei cimiteri ove sono sepolti o nei luoghi dove sono morti. Di alcuni dei castelleonesi caduti nella Resistenza troviamo notizia nei testi già citati di Elia Ruggeri e Serafino Corada ed in alcune pubblicazioni edite dall'Anpi e dalla Associazione Combattenti e Reduci. Di altri ho reperito notizie da fonti diverse (archivi, anagrafi, ricordi di famiglia). Nell'elenco dei Caduti sono inclusi partigiani, militari della “Acqui”, reclusi nei Campi di concentramento tedeschi.
Bellani Carlo, di Teodoro, aviere, morto il 12.09.1944 in Germania. Bonardi Angelo, nato a Cappella Cantone nel 1917 e residente a Castelleone. Contadino. Era nella Divisione “Acqui”, fu catturato dai tedeschi nel settembre 1943, deportato in Germania e morto in un lager il 6.2.1945, pare sotto un bombardamento aereo.
Brusaferri Felice, nato a Castelleone il 20.6.1924, deportato civile in Germania, morì a Stein, in Baviera, il 6 aprile 1945.
Brocca Ercole, di Guglielmo e Brocca Carolina, nato a Castelleone il 15.3.1925. Dalla visita di leva risulta che fa il contadino e che ha la licenza di 5a elementare. Soldato nella 2a Batteria Costiera-La Spezia, catturato dai tedeschi dopo l'8 settembre, viene imprigionato a Massa e poi fucilato con altre 148 persone nella strage di San Leonardo al Frigido.
Brocca Mario, classe 1917, morto in Campo di Concentramento tedesco il 2.11.1944.
Calzi Francesco, fu Antonio, nato a Castelleone il 27.04.1915 ed ivi residente in cascina Vallolta. Contadino. Nel settembre 1943 a Cefalonia. Caduto.
Chiari G. Battista, nato a Castelleone il 29.1.1910. Sergente maggiore del 14° Reggimento del Genio. Venne catturato dai tedeschi in Albania e deportato. Morì il 14 gennaio 1945.
Civardi Giuseppe, fu Angelo, nato il 24.9.1882 a Gombito e residente a Castelleone, deportato civile, morto il 12.5.1945 in un lager rimasto sconosciuto.
Compiani Enzo, nato a Castelleone il 28.8.1922. Aviere. Deportato in Germania. Morto il 23 aprile 1945 a Treuenbrietzen, a circa 70 chilometri da Berlino. Il 23 Aprile 1945, in circostanze non ancora del tutto chiarite, un reparto militare tedesco rimasto sconosciuto, massacrò spietatamente un numeroso gruppo di prigionieri di guerra italiani, circa 130, rinchiuso nel campo di lavoro di Treuenbrietzen, nei pressi di Berlino. Dopo essere stati prelevati con la forza, i militari italiani vennero avviati in cammino verso i boschi circostanti ove, nei pressi di una cava di sabbia, vennero poi fucilati e quasi tutti uccisi. La strage venne scoperta solo in tempi recenti. Dei 130 italiani uccisi uno solo era cremonese, il castelleonese Enzo Compiani appunto. Nel 2013 la procura militare di Roma (a capo della quale vi era Marco De Paolis) avviò un'indagine. L'imputazione era grave: concorso in violenza con omicidio contro privati nemici, pluriaggravata e continuata: secondo il codice penale militare, sia di guerra che di pace, la condanna per i responsabili avrebbe dovuto essere pesante. Purtroppo, visto il troppo tempo trascorso e l'impossibilità di individuare i responsabili, l'indagine si concluse con l'archiviazione. (V. M. De Paolis, “Caccia ai nazisti”, Rizzoli, Milano 2024, pp. 295/6).
Conti Paolo, di Giacomo e Marchesi Rosa, classe 1920, morto in Germania il 23.4.1945 sotto bombardamento aereo.
Cremonesi Ernesto, di Enrico e Scartabellati Maria, nato a Ripalta Guerina il 7.2.1908 e residente prima a Crema poi a Castelleone. Giornalista, dirigente dell'Azione Cattolica, partigiano legato al Reggimento Cisalpino delle Fiamme Verdi. Fu catturato dai nazisti a Milano a fine marzo 1944, portato a S. Vittore, poi a Fossoli, a Bolzano ed infine internato a Gusen (sottocampo di Mauthausen), dove risulta morto il 19 marzo.
Denti Pierino Giovanni, fu Emilio e Manzoli Giuditta, nato a Genivolta il 28/06/1918 e residente a Castelleone. Contadino. Quinta elementare. Morto a Wesel, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, il 06/04/1945.
Fiori Giacomo, nato a Castelleone il 28-4-1915 e qui residente, appartenente alla Divisione “Acqui”. Morto nel Campo di concentramento di Gumbinnen, nella Prussia Orientale, il 28.7.1945.
Gerevini Palmiro, di Alessandro, nato a Castelleone l'1.11.1921, soldato nel 1° Reggimento Granatieri di Sardegna, caduto a Porta S. Paolo, nella difesa di Roma dai tedeschi, il 9 settembre 1943. Ne testimonia la morte il suo comandante, Gen. Luigi Franceschini – all'epoca Tenente – che lo vide cadere mentre cercava di sottrarre al nemico una mitragliatrice. Nel massacro di quella battaglia (quasi 600 morti tra militari e civili) la sua salma non fu identificata. Probabilmente venne trasferito, ferito gravemente, alla caserma Cecchignola, dove morì; e venne poi sepolto al cimitero del Verano. In sua memoria, nel 2004 ai familiari fu consegnata una medaglia dalla Associazione Combattenti e Reduci di Castelleone. Anche il fratello di Palmiro, Giovanni, cadde in combattimento, a Bisceglie, nel 1941
Malfasi Giuseppe, nato a Castelleone il 16.3.1922. Partigiano, attivo nel Cremasco, venne ferito in uno scontro a fuoco con militi della GNR di Crema presso Trescore Cremasco. Guarito, riprese la lotta nel Milanese e venne fucilato per rappresaglia a Monza il 16.3.1945. Operò nelle Brigate “Matteotti”, col nome di battaglia “Topo”.
Martinelli Lucindo, residente nel milanese ma nato a Castelleone il 23.12.1911, è ucciso il 7 luglio 1944 nel campo chiamato Tortaglia, lungo la Statale Crema-Vailate, nei pressi di Trescore Cremasco, in uno scontro a fuoco tra GNR di Crema e “delinquenti” (come scrive “Il Regime fascista”). Con lui c'era un altro partigiano castelleonese, Giuseppe Malfasi (vedi sopra), che viene
ferito (sarà fucilato otto mesi dopo).
Monfredini Ernesto, fucilato al campo sportivo di Crema il 29.11.1944.
Rota Roberto, nato a Castelleone il 1.10.1925, morto a Dronero (Cuneo) il 16.6. 1944. A Dronero un cippo lo ricorda con altri 83 caduti. Appartenente alle Brigate “Giustizia e Libertà”. Catturato nel generoso gesto di salvare una ragazza presa in ostaggio dal nemico, venne subito ucciso. È sepolto nel cimitero di Savigliano (Cuneo). Gli è stata assegnata la Medaglia di bronzo al Valor Militare.
Mariotti Mario, nato a Castelleone il 21 agosto 1914, a Milano per lavoro, con casa a Niguarda. Volontario nella 110a Brigata Garibaldi, partecipò alla insurrezione milanese del 25 aprile. I partigiani del quartiere di Niguarda insorsero per primi e costruirono una barricata in via Graziano Imperatore per bloccare un convoglio tedesco. Mariotti morì mentre dalla barricata lanciava una bomba, che per qualche motivo gli esplose in mano.
Ottini Carlo, fu Isacco, morto in ospedale a Berlino il 15.9.1944.
Petrali Giuseppe, di Riccardo, nato a Castelleone il 26.11.1896, deportato civile, morto in Germania nel febbraio 1945.
Severgnini Ettore, di Abele, morto in Campo di Concentramento in Germania il 12.11.1944.
Spagnoli Gino, di Giovanni e Marcarini Maria, nato a Gombito l'8.2.1925 ma residente prima a Castelleone poi a Formigara. Celibe. Contadino. Fu torturato ed ucciso nell'eccidio di Bramaiano di Bettola il 12.1.1945. Militava, con il grado di sottotenente, dal 14.9.1944 nella Divisione “Val Nure”, 60a Brigata d'assalto garibaldina “Stella Rossa”.
Spoldi Francesco, nato a Castelleone il 19.11.1913 ed ivi residente, I.M.I. (Internato Militare Italiano), morto il 22.4. 1944 nel terribile Campo di concentramento di Zeithain sull'Elba, in Sassonia.
Vailati Silvestro, morto in Germania nel settembre 1943.
Abbiamo citato i tre caduti della Divisione “Acqui” a Cefalonia, già nell'elenco dei partigiani: Angelo Bonardi, Francesco Calzi e Giacomo Fiori. Ad essi e dalle vicende dei cremonesi nella Divisione “Acqui” bisognerebbe dedicare apposita ricerca.
DECORATI
Diversi partigiani castelleonesi hanno ricevuto la Croce di guerra o diplomi di vario genere. Tre soli però hanno ricevuto alte onorificenze, con motivazioni particolarmente toccanti.
Alla memoria la medaglia di bronzo al valor militare per attività partigiana a ROTA ROBERTO, nato il 1 ottobre 1925 a Castelleone (Cremona). Motivazione: “Pur mal fermo in salute, entrava nelle file partigiane sopportando coraggiosamente fatiche e pericoli. Ottenuto di partecipare volontariamente ad una rischiosa azione, si batteva validamente, finché una raffica nemica gli stroncava la vita. Morente, elevava il pensiero al suo reparto e alla Patria. Dronero (Cuneo), 16 giugno 1944.”
Alla memoria la medaglia d'argento al valor militare per attività partigiana a VECCHIA EMILIO, di Angelo e fu Vairani Santa, nato a Castelleone nel 1924. Motivazione: “Catturato nel corso di una cruenta azione di guerra, durante un mese di estenuante prigionia, incessantemente e crudelmente torturato, con fiero e dignitoso contegno, manteneva alto il nome e l'onore partigiano. Condannato a morte e condotto sul luogo dell'esecuzione, per tre volte rifiutava la grazia della vita che avrebbe comportato l'arruolamento nelle formazioni nazifasciste. Davanti al plotone d'esecuzione, ancora percosso per l'onorata resistenza ad ogni lusinga, in un supremo atto di disprezzo sputava in viso ai carnefici”.
La Croce al valor militare per attività partigiana a ZETTI ANGELO GIOVANNI, nato il 19 novembre 1910 a Castelleone (Cremona). Motivazione:
“Valoroso partigiano, si distingueva in numerose azioni di guerra della sua brigata. Il 9 settembre 1944, nel corso di rischioso atto di sabotaggio sulla linea ferroviaria Milano-Vigevano, di vitale importanza per l'industria tedesca, avvistata una pattuglia avversaria e intuito il pericolo, impegnava il nemico in un impari combattimento che permetteva ai propri compagni di portare a termine il difficile compito. Attaccato in fase di rientro non esitava ad ingaggiare aspra lotta fino all'allontanamento del reparto verso le posizioni di partenza. Milano 9 settembre 1944”.
APPENDICI PARTE III
Vorrei porre come appendici alla terza ed ultima parte quattro testi diversissimi tra loro ma legati dal filo della speranza nel futuro, nonostante tutto. Il primo è un omaggio a “Giorgio” (e, vorrei, a tutti gli stranieri che hanno avuto fiducia nella Resistenza italiana). Il secondo tratta della vita e delle opere di Virgilio Brocchi, che pronunciò a Castelleone, la mattina del 1° maggio 1945, il discorso della rinascita. Il terzo è il cosiddetto “Proclama Alexander”, che invitava i partigiani a tornare a casa e che non fu ascoltato. Il quarto è un documento unitario delle principali forze politiche cremonesi, che delineavano il futuro che avrebbe dovuto essere e che non fu.
OMAGGIO A “GIORGIO”
Ai primi di gennaio del 1989 “Giorgio” (Radchenko Juri Ivanovic), siberiano della Regione di Krasnojarsk, venne in Italia ad incontrare i compagni di un tempo, con alcuni dei quali era rimasto in contatto, specie dopo una lettera all'Anpi del dicembre 1985 in cui chiedeva informazioni. Il 4 gennaio del 1989, a Soresina, vi fu un incontro tra “Giorgio”, le autorità locali e diversi ex partigiani. In quell'occasione, l'Amministrazione Comunale di Soresina distribuì ai presenti un dattiloscritto dal titolo “Omaggio a “Giorgio””, che conteneva parte del capitolo IV del libro “Tra i fiumi” di Adriano Andrini, allora in corso di stampa presso l'editore milanese Vangelista ed uscito subito dopo. Mi pare opportuno riportare il testo come un nuovo omaggio a “Giorgio”. “Sulle rive del fiume Oglio, nei pressi di Azzanello, operava una squadra di azione partigiana (SAP), comandata da Mario Stanga di Soresina. “Franco”, venuto da Cremona per occuparsi dell'attività militare nella zona, mi aveva fissato un appuntamento con Stanga... L'incontro avrebbe avuto luogo in una osteria di Villagana, frazione di Villachiara, sulla sponda bresciana del fiume. Sulla riva destra avrei trovato una barca dal fondo piatto, usata dai nostri pescatori...
Il giorno di Santa Lucia del 1944 era passato da poco, ma la neve aveva già imbiancato le strade e le campagne. Nel giorno dell'appuntamento nevicava dal mattino. Arrivato alla riva, trovai la barca con il remo. Approdato sull'altra sponda, legai la barca ad un albero, scaricai la bicicletta... Trovai facilmente l'osteria: era l'unica del paese. Mi aspettavano Mario Stanga, “Giorgio” ed altri due sapisti, uno di Azzanello ed uno di Orzinuovi.
A mezzogiorno, il compagno oste che ci ospitava ci servì un ottimo pranzetto in una saletta del primo piano, dove eravamo riuniti per la nostra discussione.
Trattammo di iniziative politiche da prendere, onde evitare, nella misura del possibile, di offrire il destro ai fascisti di poter qualificare “banditesche” le azioni partigiane. Per il giorno dopo la SAP aveva in programma di “prelevare” del burro dalla locale latteria di Azzanello. Era, quindi, una buona occasione per distribuirlo alla popolazione del luogo. “Giorgio”, un giovane studente russo che aveva imparato bene l'italiano, sollevò il problema dei suoi compatrioti prigionieri al seguito dei tedeschi, che desideravano unirsi ai partigiani italiani fuggendo dagli alloggiamenti situati nei pressi di Sesto Cremonese.
Convenimmo che, prima di dare loro il via, avremmo dovuto procurarci delle basi sulle due sponde del fiume, dove essi avrebbero potuto trovare appoggi.
L'inverno era già arrivato e si preannunciava abbastanza rigido, quasi a dar ragione al generale Alexander che aveva preso a pretesto il freddo invernale per invitare i patrioti a deporre le armi. Stanga si sarebbe dato da fare sulla sponda cremonese mentre il compagno di Orzinuovi su quella bresciana. Era già in contatto con Paolo Tesini di Soncino...
'Giorgio' era poco più che ventenne, intelligente, sincero ed onesto... aveva combattuto contro gli invasori del suo Paese ed ora combatteva contro il comune nemico...Ascoltammo con interesse episodi della sua vita ed anche come fu fatto prigioniero dai tedeschi pochi giorni dopo l'invasione nazista.
Avremmo voluto passare la serata insieme, ma gli impegni che avevamo ci fecero interrompere l'interessante incontro. Era l'imbrunire. Salutai i compagni di Azzanello e di Orzinuovi, che rimanevano a Villagana e, ringraziato il compagno oste per l'ospitalità, con Stanga e 'Giorgio' mi diressi verso Azzanello.
Al fiume la barca era sparita. Stanga diceva che qualcuno l'aveva usata, secondo la consuetudine, per traghettare e che, quindi, si trovava sull'altra sponda.
Ma di là dal fiume la barca non si vedeva. Chiesi: “Cosa facciamo? Aspettiamo che qualcuno abbia bisogno di venire al di qua o c'è un'altra soluzione?” ‘Giorgio', che non aveva pronunciato una parola, incominciò a spogliarsi sotto la neve che cadeva e, tuffatosi nelle acque gelide, attraversò a nuoto il fiume per andare lungo l'argine alla ricerca della barca. “Ma quello si congela!” dissi a Stanga. E questi replicò: “Non preoccuparti: ogni mattina si butta nell'acqua fredda dell'abbeveratoio delle vacche! Questa mattina, quando ha visto la neve, prima vi si è arrotolato nudo e poi si è massaggiato il corpo”. Finalmente sentimmo la sua voce e il battere del remo. Dall'ansa del fiume spuntò 'Giorgio', diritto, nudo. La neve si scioglieva sul suo corpo. Senza esperienza, nel centro della barca armeggiava un remo da gondola. La corrente impetuosa trascinava l'imbarcazione, facendola girare in tondo. Mi misi a seguirlo lungo l'argine, gridandogli le manovre che avrebbe dovuto compiere per dirigere la barca verso la riva. Dopo alcune centinaia di metri, la manovra gli riuscì. Salii sulla barca, passai a 'Giorgio' il mio giaccone di pelle foderato di flanella perché si riparasse almeno il tronco del corpo; poi iniziai la manovra per risalire la corrente sotto riva. Stanga ci aspettava, di guardia ai vestiti del russo e alle biciclette. Si era già fatto buio. 'Giorgio' si vestì. Attraversammo il fiume, inforcammo le nostre biciclette e arrivammo in una casa di Azzanello, dove trovammo accesi una stufa a legna e, in un caminetto, un bel fuoco. Si sentiva un intenso profumo di polenta che stava cuocendo in un paiolo. Ci scaldammo e ci asciugammo. Purtroppo fui costretto a rifiutare l'invito per la cena: dovevo esre a Soresina per un appuntamento… La neve mi accompagnò per tutta la strada.”
VIRGILIO BROCCHI
Virgilio Brocchi nacque ad Orvinio (Rieti) nel 1876 e morì a Nervi (Genova) nel 1961. Possiamo però considerarlo a tutti gli effetti un po' castelleonese, sia perché qui trascorse la sua giovinezza e tornò ripetutamente anche in età adulta, sia perché a Castelleone ambientò il suo ciclo di romanzi più noto, traendo dal paese personaggi e situazioni, riconoscibilissimi anche se con i nomi modificati.
I suoi genitori, di origine veneta, erano venuti ad abitare a Castelleone, in via Rodiani, perché il padre di Virgilio, Ippolito, svolgeva qui l'attività di notaio.
Virgilio, studente di ginnasio a Crema, quindi di liceo a Cremona, frequentò l'università a Padova, dove si laureò poco più che ventenne in Lettere e Filosofia. Vinti alcuni concorsi, cominciò il peregrinare tipico dell'insegnante, che lo portò in Sicilia, nelle Marche, a Bologna e infine a Milano. Non abbandonò l'insegnamento, perché gli piaceva e gli garantiva la sopravvivenza economica, finché la sua attività di scrittore non glielo permise. Non l'abbandonò nemmeno quando Emilio Caldara, originario di Soresina, amato Sindaco socialista di Milano dal 30 giugno 1914 al 20 novembre 1920, lo nominò “Assessore dell'istruzione superiore e delle Belle Arti” e, inoltre, per tutta la durata della Prima Guerra Mondiale, lo mise alla Presidenza dell'Ufficio di assistenza morale ai soldati malati e feriti. Allora le cariche pubbliche erano poco o nulla retribuite!
Il Brocchi, che nel frattempo aveva cominciato a frequentare il salotto di Anna Kuliscioff ed era divenuto amico di Margherita Sarfatti, svolse come Assessore un'attività rilevante, pur essendo in tempo di guerra. Tra i suoi compiti vi era la gestione del Teatro alla Scala, cui provvide con passione e solerzia. Inoltre, sistemò le raccolte del Castello Sforzesco, promosse la scuola di musica e di canto, incentivò il teatro popolare; realizzò nella sede della Società Umanitaria la prima Esposizione Regionale Lombarda di Arti Decorative, acquisì il Palazzo Reale e, tramite sottoscrizione popolare, la tela di Pellizza da Volpedo “Il Quarto Stato”, che ancora oggi si può ammirare a Milano. Durante il periodo che lo vide impegnato come assessore e come insegnante Brocchi pubblicò con l'editore Treves sedici romanzi, tra cui “Il posto nel mondo” che superò le 160 000 copie vendute e “La storia di Allegretto e Serenella”, un libro per bambini che vendette a sua volta centinaia di migliaia di copie ed è ancora venduto. Nel 1922 incontrò Arnoldo Mondadori, il quale fiutò la possibilità di lauti guadagni con i libri di Brocchi. Con Mondadori Brocchi pubblicò oltre 35 romanzi, accolti in genere tiepidamente dalla critica ma entusiasticamente dal pubblico. Quello di Brocchi è un caso clamoroso: amato e famosissimo fino agli anni '50 del Novecento, è assolutamente sconosciuto oggi (che io sappia, in anni recenti è stata ristampata solo qualche opera da Marsilio). Per tornare alla biografia del nostro Autore, appena raggiunta l'autonomia economica come scrittore, abbandonò l'insegnamento, si sposò con la donna amata (una sua studentessa, sposata subito dopo la maturità), ebbe una figlia, andò a vivere in una villa a Nervi, la “Sirenetta”, dove scrisse la maggior parte dei suoi libri. “L'isola sonante” è un ciclo di quattro romanzi, pubblicati in due anni, tra il 1919 ed il 1920 (poi seguirono numerose ristampe), in cui Brocchi parla di una borgata immaginaria del cremonese, in realtà Castelleone, caratterizzata dal suono delle tante campane, borgata dove fervono intrallazzi e meschinerie tipiche di una ristretta vita provinciale, ma anche discussioni teologiche e filosofiche e scontri tra Paolotti e Podrecchiani, nel periodo delle lotte sociali e degli scioperi nelle campagne, promossi dalle leghe “bianche” e dalle leghe “rosse”. Su questo sfondo realistico si stagliano le figure di due preti modernisti e innamorati e si snodano le loro vicende: uno dei due, a un certo punto getta la tonaca e si sposa; l'altro invece ha la forza di staccarsi dalla donna amata e si incammina sulla strada che lo condurrà agli alti vertici della gerarchia ecclesiastica. “L'isola sonante”, oltre ad essere una testimonianza delle condizioni politico-sociali dell'epoca, soprattutto per quanto riguarda l'azione dei cattolici nell'Italia settentrionale, rivela la formazione culturale e le idee del Brocchi. In quel periodo (ma più o meno tale rimarrà per tutta la vita) Brocchi era socialista. Una volta scrisse: “il socialismo fu per me una religione”. Socialista riformista, vicino alle posizioni di Bissolati e di Turati, come appunto Caldara. Un po' romantico, sentimentale ed umanitario, come tanti socialisti dell'epoca. Con un forte afflato spirituale, che però prescindeva dalla fede nel Dio della Bibbia e poteva dire di richiamarsi alla filosofia positivistica di Roberto Ardigò. L'intero ciclo de “L'isola sonante” si ispira a questi ideali socialisti abbracciati con una passione redentrice sostanzialmente ottimistica. A questi ideali Brocchi si mantenne fedele anche durante il periodo fascista, pur senza svolgere alcuna militanza antifascista. Nel periodo fascista i valori in cui credeva venivano veicolati con grande prudenza, soprattutto dopo l'esperienza, nel periodo della Grande Guerra, di un processo cui era stato costretto per la pubblicazione di un libro, “Secondo il cuor mio”, romanzo intimista e larvatamente contro la guerra, che venne sommerso dalle polemiche. Brocchi venne tacciato di “nefando disfattismo”, “caporettismo” e “tradimento”. Assolto dalle accuse, ripubblicò il libro dedicandolo ai suoi avvocati! Nel periodo fascista, dicevo, fu sempre prudente (non era un “cuor di leone”!) e solo alla fine riprese un minimo di attività politica, con il discorso di Castelleone ed altre iniziative negli anni successivi. Ormai la sua attività prevalente era la letteratura, “l'arte” come la chiamava: sia l'insegnamento che la politica, soleva dire, erano “arti”, ma la letteratura le superava e comunque non era possibile abbracciarle tutte e tre contemporaneamente.
Virgilio Brocchi morì il 7 Aprile del 1961. La sua fama si stava notevolmente affievolendo, ma la notorietà rimaneva grande. Lo dimostra il fatto che venne commemorato con tutti gli onori alla Camera dei Deputati nella seduta dell'11 aprile. I rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari parlano di Virgilio Brocchi e della sua opera con grande stima e rispetto. Mario Berlinguer (il padre del più noto Enrico), parlamentare socialista, è tra i pochi a mettere in risalto l'aspetto politico del Brocchi, democratico e socialista. Ricorda che fu membro della Giunta Caldara, secondo Berlinguer la migliore che Milano abbia mai avuto.
Berlinguer azzarda anche un nesso tra ideologia politica e valore letterario e conclude, con un po' di retorica: l'opera di Brocchi “deve essere presente alle nuove generazioni come testimonianza di ciò che possa e riesca a fare il socialismo”. Tutti i rappresentanti dei gruppi politici, comunque, pur senza citare, quelli di centro-destra, l'impegno politico dello scrittore, si associano alle parole di lode ed inviano condoglianze alla moglie ed alla figlia. Cesare Degli Occhi, milanese, ora parlamentare monarchico (ma all'epoca de “L'isola sonante” amico di Miglioli, protagonista della Sinistra cattolica e conoscente di Brocchi) dice: “la sua opera letteraria è di gusto antico e pure vivo nei sentimenti che sopravvivono a tutte le vicende letterariamente fortunose…Credette in alte speranze che non vorrei andassero deluse”. Giorgio Bardanzellu, sardo, lui pure monarchico, afferma: “nei suoi libri abbiamo ammirato un senso di umanità grande, comprensiva, amorosa, che pervade ogni sua opera e ogni sua pagina”.
Si associa ed invia le condoglianze ai familiari il Presidente della Camera in quella seduta, il comunista Girolamo Li Causi, a nome anche del Presidente Giovanni Leone. Nella stessa seduta viene commemorato anche il patriota e scrittore Gianni Stuparich, lui pure deceduto il 7 Aprile. Molti di coloro che commemorano Stuparich aggiungono parole di lode anche per Brocchi, come il
leader comunista Vittorio Vidali, che torna sul tema politico dell'opera di Brocchi e lo definisce “insigne patriota, democratico e scrittore”. Sul “Corriere della Sera” fu invece Eugenio Montale a commemorarlo: “Un infaticabile e probo scrittore. Ha amato l'arte di narratore con puro cuore e con una buona fede assoluta”. Dopo di allora quasi nessuno l'ha più ricordato; salvo, ma in negativo, Umberto Eco, che, in un'intervista, a chi gli domandava se il suo romanzo “Il nome della rosa” avesse cambiato la letteratura italiana rispose: “Ci sono libri che possono apparire provocatori, ma non cambiano la letteratura. Prenda “Gli indifferenti”: casca come un sasso in mezzo allo stagno, ma possiamo dire che nei dieci-vent'anni dopo i narratori italiani hanno cominciato a scrivere come Moravia? No. Continuavano a scrivere come Virgilio Brocchi”. In effetti, una patina di antico si avverte leggendo le opere di Brocchi. Eppure io credo non sia errato il giudizio che dava di lui “La Civiltà Cattolica” nel lontano 1938: “Egli ha saputo capire il gusto dei lettori del suo tempo ed a tale gusto adattare tutta la propria attività narrativa...Un fedele servitore del pubblico...Piace anche per quella vena di sentimento che lo rivela non un freddo osservatore degli uomini, ma un animo che sa mettersi con essi in contatto e trarne belle consonanze di affetti”. A ciò aggiungerei che, soprattutto in alcune opere, sa comunicare speranza nel futuro.
IL PROCLAMA DI ALEXANDER
Nel tardo pomeriggio del 13 novembre 1944 in una trasmissione della emittente “Italia combatte”, la stazione radio attraverso la quale il comando anglo-americano manteneva i contatti con le formazioni partigiane, fu comunicato il seguente proclama a nome del comandante supremo dell'esercito alleato in Italia, il feldmaresciallo inglese Harold Alexander: “Patrioti! La campagna estiva, iniziata l'11 maggio e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea gotica, è finita: inizia ora la campagna invernale. In relazione all'avanzata alleata, nel periodo trascorso, era richiesta una concomitante azione dei patrioti: ora le piogge e il fango non possono non rallentare l'avanzata alleata e i patrioti devono cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l'inverno. Questo sarà molto duro per i patrioti a causa delle difficoltà di rifornimenti di viveri e di indumenti: le notti in cui si potrà volare saranno poche nel prossimo periodo, e ciò limiterà pure la possibilità di lanci; gli alleati però faranno il possibile per effettuare i rifornimenti. In considerazione di quanto sopra esposto, il generale Alexander ordina le istruzioni ai patrioti come segue:
1. cessare le operazioni organizzate su larga scala;
2. conservare le munizioni ed i materiali e tenersi pronti a nuovi ordini;
3. attendere nuove istruzioni che verranno date a mezzo radio “Italia combatte” o con mezzi speciali o con manifestini. Sarà cosa saggia non esporsi in azioni arrischiate; la parola d'ordine è: stare in guardia, stare in difesa;
4. approfittare però ugualmente delle occasioni favorevoli per attaccare i tedeschi e i fascisti;
5. continuare nella raccolta delle notizie di carattere militare concernenti il nemico; studiarne le intenzioni, gli spostamenti, e comunicare tutto a chi di dovere;
6. le predette disposizioni possono venire annullate da ordini di azioni particolari;
7. poiché nuovi fattori potrebbero intervenire a mutare il corso della campagna invernale (spontanea ritirata tedesca per influenza di altri fronti), i patrioti siano preparati e pronti per la prossima avanzata;
8. il generale Alexander prega i capi delle formazioni di portare ai propri uomini le sue congratulazioni e l'espressione della sua profonda stima per la collaborazione offerta alle truppe da lui comandate durante la scorsa campagna estiva”.
Il proclama, diramato in uno dei momenti più difficili della guerra, fu interpretato dalla maggior parte delle organizzazioni partigiane come un invito ad abbandonare la lotta e creò grande scompiglio. Lo stesso Alexander, in una intervista successiva alla guerra, ammise di aver sottovalutato le conseguenze anche psicologiche del suo proclama. Oltretutto, nazisti e fascisti, a conoscenza ovviamente del proclama, si ringalluzzirono e, forti anche delle notizie diffuse ad arte sulle nuove armi segrete di Hitler, lanciarono ovunque controffensive micidialie rastrellamenti feroci. La Resistenza, comunque, pur indebolita, riuscì a riorganizzarsi ed arrivare vittoriosa alla Liberazione. Ma perché il proclama Alexander? Molti dissero ci fosse la paura, specialmente da parte inglese, circa il ruolo dei comunisti nella Resistenza italiana, considerati soprattutto gli eventi in Grecia dove, nell'ottobre del 1944, gli inglesi erano sbarcati ed erano stati coinvolti in una guerra civile tra il governo monarchico ed i partigiani comunisti. Questa preoccupazione sicuramente c'era, da parte inglese, ma la ragione principale era un'altra. Nella primavera del '44 davvero gli angloamericani avevano pensato di potere sfondare la linea “gotica” (che tagliava l'Italia da Massa Carrara a Pesaro) e giungere da due direzioni, lungo l'Adriatico e lungo il Tirreno, a Bologna e nella pianura padana, per poi agevolmente arrivare a Vienna prima dei russi. Le cose, però, non andarono secondo le aspettative. La difesa dei tedeschi sulla linea “gotica” fu accanita e, dopo la liberazione di Roma il 5 giugno (voluta soprattutto dagli americani), il fronte rimase bloccato. Lo sbarco in Normandia del 6 giugno rivelò la volontà degli alti comandi alleati di puntare direttamente su Berlino e non su Vienna. Alla testa dell'idra! Addirittura, quando il 15 agosto scattò l'operazione “Dragoon”, ossia lo sbarco alleato nel sud della Francia, vennero spostate dall'Italia ben 7 divisioni e il fronte italiano divenne di fatto di secondo piano. Non solo: gli aiuti che in un primo tempo erano stati pensati per i partigiani italiani furono dirottati ai maquis in Francia ed anche in Jugoslavia ed a Varsavia. La scelta di Alexander fu quindi in gran parte obbligata. Il suo errore fu non aver spiegato la situazione per tempo e non aver, comunque, assicurato l'aiuto possibile.
UN DOCUMENTO UNITARIO SULLA DEMOCRAZIA PROGRESSIVA
Ho scritto più volte che i partigiani, divisi su tante questioni, erano comunque uniti su di un programma di fondo: cacciare i tedeschi e liberare l'Italia dalla dittatura fascista. Erano anche uniti, salvo alcuni gruppi monarchici e della destra liberale, su di un programma di profondo rinnovamento sociale (caso particolare, che qui non possiamo affrontare, quello dei gruppi partigiani alla frontiera orientale dell'Italia: lì la questione “nazionale” a volte prevaleva su tutto, salvo la liberazione dai tedeschi e dai fascisti). Mi rendo conto che la questione è complessa e discussa. Molti ritengono che, sulla prospettiva di fondo, le divisioni fossero insanabili fin dall'inizio. A supporto della tesi da me sostenuta, riporto un documento interessante, del 1944, elaborato dalle Federazioni cremonesi di PSI, PCI e DC (cui parteciparono, nei rispettivi partiti, i rappresentanti castelleonesi). Fino almeno alla metà del 1947 l'unità tenne e la conclusione unitaria dei lavori della Costituente lo dimostra. Se così non fosse stato, non avremmo gli avanzati contenuti sociali della nostra Costituzione.
Appendici parte III
“A tutti i compagni socialisti e comunisti ed ai membri del partito democristiano si dà preciso incarico di dare la massima diffusione a questo importante documento e di fare in modo che il patto d'unità d'azione diventi fattore di collaborazione concreta ed attiva tra i tre grandi partiti di massa del popolo italiano anche nella nostra provincia”.
Il Comitato d'Unità d'Azione dei Tre partiti. “I dirigenti delle Federazioni della Provincia di Cremona dei tre grandi Partiti di massa del popolo italiano: Partito Socialista, Partito Democratico Cristiano e Partito Comunista, riconosciuta unanimemente la necessità dell'unità di tutte le forze antifasciste e di tutto il popolo nella lotta contro l'invasione tedesca e i traditori fascisti perché vedono solo in questa unità la garanzia della vittoria, si sono riuniti per stabilire un piano di lotta comune e di collaborazione duratura.
La divisione tra le correnti marxiste e quelle cattoliche nel movimento operaio e nel più vasto movimento popolare è stata una delle cause che hanno portato il fascismo al potere. L'unione di tutte le forze progressiste è condizione della libertà ed i tre partiti vogliono superare le incomprensioni e le divisioni del passato in una sincera e fattiva collaborazione. I partiti Comunista, Socialista e Cattolico sono alleati nel CLN.
Questa alleanza, che deve essere mantenuta e rafforzata oggi nella lotta di liberazione e domani nell'opera di ricostruzione, è essenziale per i rapporti fra i tre partiti, ma non abbraccia gli aspetti della loro collaborazione.
L'unione che si è stabilita nella lotta di liberazione deve sussistere sul terreno ella ricostruzione democratica del nostro Paese nell'attuazione di una democrazia progressiva che non abbia altro limite che la volontà del popolo, attraverso la libera elezione ed anche attraverso le libere organizzazioni delle grandi masse popolari.
Ma il problema più urgente è oggi quello della lotta di liberazione per la cacciata del nazifascismo ed è per questo scopo essenziale che cattolici, comunisti e socialisti nella provincia di Cremona lottino uniti e si impegnino a fare ogni sforzo:
1) per organizzare, sostenere e sviluppare la lotta del Corpo Volontari della Libertà, collaborando nel Comando Unificato e coordinando l'attività delle loro formazioni per il fondamentale scopo della liberazione del Paese;
2) per rendere più attiva la collaborazione in seno al Comitato di Liberazione Nazionale provinciale mediante preliminari e per contribuire alla costituzione in ogni comune della provincia dei CLN periferici, strumenti essenziali della nuova democrazia italiana;
3) per sviluppare sul piano sindacale la lotta per il miglioramento delle condizioni di vita delle masse lavorative operaie, contadine, impiegatizie; per la difesa delle risorse alimentari e del patrimonio nazionale, rifiutando il grano agli ammassi fascisti ed impedendo l'esportazione del macchinario in Germania; per sviluppare l'azione delle masse contro le deportazioni, le sopraffazioni e le violenze dei nazi-fascisti. Si provvederà a tale scopo alla costituzione di un Comitato Sindacale provinciale paritetico e di Comitati d'Agitazione periferici, sostenendo sempre l'unità del movimento;
4) per collaborare nella difesa degli interessi delle grandi masse popolari e nell'applicazione integrale, per quanto concerne l'amministrazione della provincia, dei principi della democrazia progressiva, garantendo a tutti i raggruppamenti politici, sociali, religiosi libertà di stampa, di organizzazione, di parola, di riunione, di culto, all'atto della liberazione del Paese;
5) per contribuire al consolidamento e all'attivazione degli organismi di massa: Fronte della Gioventù, Gruppi di difesa della Donna, Comitati dei Contadini, cui parteciperanno senza distinzioni eletti di tutti i partiti, o senza partito, ma ove i membri dei tre partiti potranno trovare il piano comune per una più stretta collaborazione.
Ma la fraternità che si raggiunge oggi nella lotta deve trasformarsi in durevole unità d'intenti e d'azione: solo così i tre partiti contribuiranno a rinforzare profondamente la vita sociale, politica e culturale della provincia e, sulla base delle grandiose tradizioni di lotta del movimento popolare cattolico e socialistacomunista nelle campagne della provincia confidiamo che, uniti nella lotta e
nella ricostruzione, sapranno spezzare definitivamente ogni resistenza del nazifascismo ed impedire qualunque tentativo di ritorno al potere delle correnti fasciste e reazionarie, ed instaurare un regime di democrazia popolare in una Italia libera ed indipendente”.
La Federazione Cremonese del Partito Socialista Italiano.
La Federazione Cremonese del Partito Comunista Italiano.
La Direzione del Partito Democristiano per la Provincia di Cremona.
Note
72. V. M. Ponzani, “Processo alla Resistenza”, Einaudi, Torino 2023.
73. P. Calamandrei, “Passato e avvenire della Resistenza”, Introduzione di G. Corada, Cremonabooks, Cremona 2024, p. 83.
74. Ai “partigiani combattenti”, uomini e donne, vennero date 5000 lire, agli “insurrezionali” 1000, alle donne “collaboratrici della Resistenza” 500. Una volta sola, s'intende. Secondo le varie tabelle di rivalutazione consultate (Istat, Oppo. it, Avvocato Andreani ecc.) 1000 lire nella seconda metà del 1945 equivalevano più o meno a 40 euro odierni. Tuttavia, per capire davvero il valore reale di quelle 1000 lire occorre riferire i costi dei generi di prima necessità. Il pane bianco, quando si trovava, costava fino a 100 lire al chilo; il vino 110 lire al litro; un vasetto di marmellata 105 lire; un chilo di patate 43 lire. Prima della guerra un abito in lana da uomo lo pagavi 500 lire; ora costava 1500 lire solo la stoffa. Inoltre, molti generi mancavano e quindi era fiorente il “mercato nero”, cui potevano accedere solo i benestanti: il “vero grana” costava 500 lire al chilo, lo “stracchino” 160. La guerra portò alla fame milioni di italiani, ma teniamo conto che già il fascismo aveva abbassato il tenore di vita medio degli italiani: negli anni '30 lo stipendio medio nel nostro Paese era inferiore a 1000 lire; negli anni '20 con 1000 lire ci compravi al massimo una bicicletta. Solo nel periodo “giolittiano”, nel primo decennio del '900 e comunque prima della Grande Guerra, 1000 lire avevano un potere d'acquisto elevato.
75. Anche per ragioni di ordine pubblico furono necessari provvedimenti per ridurre la conflittualità con gruppi di ex partigiani. Se in alcuni casi si segnalano situazioni di partigiani ridotti praticamente alla fame (e quindi pronti a darsi al banditismo), in altri casi vengono segnalati gruppi di partigiani che riprendono le armi e tornano in montagna. Vengono assunti quindi provvedimenti assistenziali, che ridurranno la conflittualità. La politica dei partiti di sinistra, poi, preoccupati della reazione degli Alleati, contribuisce a ridurre i momenti di tensione.
76. Le date relative al periodo trascorso nella Resistenza si riferiscono agli anni della Resistenza propriamente detta (1943-45) e sono quelle riportate nei verbali redatti dalle “Commissioni per le qualifiche” o in altri documenti. In realtà, per molti la Resistenza al fascismo ed al nazismo è iniziata assai prima. E' il caso, ad esempio, come abbiamo ricordato, di Bellotti padre e del sagrestano Brusa, rispettivamente comunista e migliolino, antifascisti già negli anni '20. Nell'elenco ho inserito anche i Brignoli, castelleonesi da generazioni e nati a Castelleone, trasferitisi a Crema nel 1940 ed operanti nelle stesse formazioni partigiane dei castelleonesi.
77. La “Repubblica di Torriglia” fu una zona libera, creata dai partigiani della “Cichero” tra l'estate e l'autunno del '44. I nazifascisti riconquistarono la zona a fine novembre '44. Comprendeva un'area di circa 45 km, lungo la S.S. 45 (Genova-Piacenza), con numerosi paesi. Sindaci e Giunte erano designati dal
CLN, ma vi erano dei Comitati Popolari eletti. Prioritari nei programmi erano il lavoro, l'istruzione e la sanità. Secondo alcuni studiosi le “Repubbliche partigiane” furono un errore dal punto di vista militare, anche se, dal punto di vista politico, indicarono una precisa direzione di marcia ed una ferma volontà di cambiamento (v. G. Breccia, “L'ultimo inverno di guerra”, Il Mulino, Bologna 2024).
78. Aldo Gastaldi (nato a Genova il 17 settembre del 1921 e morto il 21 maggio 1945 vicino a Bardolino, sulla sponda veronese del lago di Garda, cadendo dal tetto del camion su cui stava viaggiando, le cui ruote lo travolsero, mentre stava accompagnando a casa gli alpini del battaglione “Vestone” della Divisione “Monterosa”, che avevano disertato in massa ed erano passati con i partigiani) prese il nome di battaglia, “Bisagno”, dal fiume che attraversa Genova, il Bisagno appunto. Il nome della Divisione, “Cichero”, viene invece da una località collinare in provincia di Genova, sopra Chiavari. Gastaldi fu uno dei migliori comandanti partigiani: rigoroso, onestissimo, capace di fermezza e compassione. Apolitico e cattolico, ebbe spesso discussioni e contrasti con i partiti, soprattutto di sinistra, pur restando sempre legato al movimento delle Brigate Garibaldi. Medaglia d'oro al valor militare, i suoi resti sono ora sepolti nel Pantheon del Cimitero monumentale di Staglieno a Genova. Nel 2019 il cardinale Angelo Bagnasco ne ha avviato la causa di beatificazione. Mi soffermo su Gastaldi perché qualche anno fa Giampaolo Pansa ha avanzato il dubbio che la sua morte non fosse causata da un incidente ma fosse un omicidio, probabilmente ad opera di ex partigiani comunisti (V.: G. Pansa,”Uccidete il comandante bianco. Un mistero della Resistenza”, Rizzoli, Milano 2018). La polemica che ne seguì, con testimonianze e documentazioni importanti, ha portato la più parte degli studiosi ad escludere ogni ipotesi di delitto e ad appurare la mera casualità dell'incidente.
79. In Valsusa salirono oltre cento giovani cremonesi, quasi tutti nella Divisione garibaldina “Cima”. Alcuni di loro, da poco saliti in montagna, quasi disarmati, vennero barbaramente trucidati dai nazifascisti ai primi di luglio del 1944. Commissario politico della Divisione era Enrico Fogliazza (“Kiro”), di origini castelleonesi. V.: E. Fogliazza, “Deo e i cento cremonesi in Val Susa”, Cremonabooks, Cremona 2003.
80. La Divisione Acqui, insediata nelle isole greche di Cefalonia e Corfù, dopo l'8 settembre decise di non cedere ai tedeschi. Dopo un breve scontro, i soldati italiani dovettero arrendersi ed i tedeschi, contro ogni legge e umanità, iniziarono le fucilazioni di massa: quasi tutti gli ufficiali ed i sottufficiali e molti soldati semplici. I numeri variano: lo storico Giorgio Rochat parla di 3.800 uccisi, altri di 5.000. I sopravvissuti (gli italiani presenti sulle isole erano 11.500) furono deportati in Germania (molti perirono durante il viaggio, perché diverse navi affondarono). Nel dopoguerra, a tutti i membri della Divisione “Acqui” fu attribuita la qualifica di “partigiano combattente”. V.: M. De Paolis e I. Insolvibile, “Cefalonia. Il processo, la storia, i documenti”, Viella, Roma 2018 e relative indicazioni bibliografiche.
81. Un nucleo, distaccamento o gruppo denominato “RAMAN” non esiste negli elenchi delle formazioni Garibaldi. Eppure diversi partigiani ne parlano. Il mistero si risolve quando si scopre che il manifesto affisso sul portale della chiesa di San Giuseppe portava la firma “RAMAN”. “RAMAN” è dunque un acronimo: R per Renato (Gandini), A per Antonio (Bonizzi), A per Alfonso (Vitaloni) e così via. Non so a quali nomi corrispondano M ed N. In montagna, poi, a questi cinque si aggiunsero altri partigiani, ma ilnome, con il suo fascino misterioso, rimase quello.
82. La Brigata prese il nome da Diego Achilli, il primo martire della formazione di Fausto Cossu e grande amico di Don Luigi Carini. Nato da famiglia benestante il 20 aprile 1922, nella frazione San Nazzaro del Comune di Piozzano, Diego aveva studiato agraria a Lodi e si era poi arruolato nell'arma dell'aviazione.
Fu pilota di caccia a 18 anni! L'armistizio dell'8 settembre lo sorprese ad Udine, da dove fuggì nel cuor della notte, insieme all'amico Gianni Lambertini, di Piacenza, per sfuggire ai tedeschi ed entrare in clandestinità. Albertini venne poi catturato, deportato in Germania e morì nel lager di Mauthausen. Diego costituì la prima Brigata della Divisione “Giustizia e Libertà”. Cadde in un conflitto a fuoco con i nazifascisti nella notte del 30 giugno 1944. La sorella Mafalda, staffetta partigiana, venne arrestata con tutta la famiglia, dopo la morte di Diego, incarcerata per 8 mesi a Piacenza, sottoposta a snervanti interrogatori e pesanti torture senza svelare il nome di nessuno.
83. Lo studioso cremasco Pietro Martini, in un bel saggio (“Le bombe della Repubblica”, Insula Fulcheria, Crema 2017, pp. 383-415) dubita della veridicità della vicenda partigiana di Luigi, ipotizzando che il suo riconoscimento in Emilia sia stato propiziato da un influente partigiano cremasco, il medico e repubblicano dottor Ugo Chiappa, adducendo diverse motivazioni. Io penso che Luigi, il partigiano lo abbia fatto, anche se magari non sono vere tutte le vicende di cui parla. E' difficile che una Commissione così severa come quella emiliana si sia lasciata influenzare da un pur autorevole partigiano come il dottor Chiappa (davvero un eroe, sul quale varrebbe la pena scrivere ancora). Luigi Brignoli, che in gioventù era stato accusato di reati di piccola delinquenza, venne sospettato di essere, con altri, l'autore di alcuni attentati avvenuti a Crema nel 1946, soprattutto dell'attentato, una settimana dopo il Referendum su Monarchia-Repubblica, al monumento di Vittorio Emanuele II, talmente danneggiato che le autorità furono costrette ad abbatterlo. Questa accusa che per anni rimase solo un sospetto, venne pubblicamente rilanciata nel 1990 da Ferruccio Bianchessi, che era stato Sindaco di Crema nei primi anni Ottanta. Il Martini, giustamente a mio avviso, scagiona Luigi da una tale responsabilità e conferma che, come allora d'altronde concluse l'inchiesta, i responsabili restano ignoti.
84. La “Nannetti” fu una delle più importanti Divisioni della Resistenza italiana. Operò nella sinistra Piave, nell'altopiano del Cansiglio, nell'area di Vittorio Veneto, nella valle del Vajont ed in Cadore. Il nome viene da Nino Nannetti, un bolognese caduto eroicamente nella guerra civile spagnola. La Divisione fu protagonista di azioni memorabili come quando, il 16 giugno 1944, dodici partigiani riuscirono ad entrare, travestiti da tedeschi, nella prigione di Baldenich e liberarono settanta prigionieri. V.: (a cura di S. Fontana), “Il mio nome è “Remo (Giuseppe Marchionni)”, Edizioni Il Galleggiante, Cappella Cantone 2023. La Divisione, alla fine della guerra, contò circa quattrocento partigiani caduti.
85. Sandro Merlini (“Italo”), nato a Cremona nel 1926, radiotecnico, aveva fatto parte dal giugno 1944 fino al 5 maggio '45 della Brigata “Molinari”, appartenente alla 1a Divisione “Piacenza”. Fu il primo Segretario provinciale dell'Anpi cremonese. Suo vice era Guido Percudani, comunista, partigiano nelle “Garibaldi”. Merlini era, invece, di “Giustizia e Libertà”. Nel dopoguerra emigrò.
86. Pratica barbara, arrestare il genitore per costringere il figlio renitente alla leva a presentarsi, che per un certo periodo le Autorità fasciste perseguirono sistematicamente. L'impopolarità era tale (vi furono manifestazioni di donne, rimaste sole, senza fonti di sostentamento e preoccupate, a Cremona ed anche davanti alla caserma dei carabinieri di Castelleone) che la pratica, pur senza essere del tutto abolita, fu di fatto a poco a poco lasciata cadere.
87. “Diakos” è Dimitrios Karvounis, comandante della 2a Brigata della 13a Divisione dell'ELAS. Il nome di battaglia deriva sicuramente da Athanasios Diakos (1788-1821), eroe della guerra d'indipendenza greca dalla Turchia (1821-1829) e martire (sconfitto in battaglia, venne giustiziato tramite impalamento).
88. Diverse centinaia di militari italiani trovarono il modo di aderire alla Resistenza greca, singolarmente oppure a piccoli gruppi. Solo nell'agosto del 1944 vennero costituiti quattro distaccamenti uniformemente italiani, composti ciascuno da un centinaio di combattenti.
89. A.S. b.332 cat.8
90. La Brigata prende il nome da Angelo Aliotta (nome di battaglia “Diego”), eroe della Resistenza. Nato in Sicilia (a Caltagirone, il 22 aprile del 1905), emigrato a Milano, fu, giovanissimo, tra i fondatori del Partito Comunista e, nel Ventennio, militante antifascista nella clandestinità. Dopo l'8 settembre organizzò a Milano squadre di gappisti e, scoperto, raggiunse le formazioni partigiane nell'Oltrepo pavese. A lui fu affidato il comando della 51a Brigata Garibaldi “A. Capettini”. Nell'agosto del 1944, ferito in uno scontro a fuoco, venne catturato dai tedeschi e consegnato alle Brigate Nere che lo fucilarono il 29 agosto, insieme ad altri tre feriti, dopo averlo seviziato. La Brigata prese il suo nome ed operò valorosamente fino alla Liberazione.
91. “L'americano” era il partigiano Domenico Mezzadra, di Broni. L'ottantasettesima Brigata Garibaldi “Crespi” era di stanza a Zavattarello ed operò nell'Oltrepo pavese e nell'alta Val Tidone.
92. La Brigata prese il nome da Giuseppe Coduri (nome di battaglia “Scioa”), ucciso dai nazifascisti
nell'agosto del 1944.
93. Camairago, allora Comune, è ora frazione di Castelgerundo, in Provincia di Lodi. Monfredini ed i suoi compagni, quando si scontrarono con le Brigate Nere e ne uccisero due, erano in missione ufficiale. Non
si trattò, voglio dire, di azione individuale, da loro stessi decisa. Ho trovato, infatti, una dichiarazione del Commissario politico della Brigata, Luigi Zaffaroni, secondo la quale il Monfredini e gli altri si recarono “per ordini superiori”, partendo da Camairago, presso il Ponte d'Adda “per perlustrazione”. In seguito si scontrarono con le Brigate Nere.
94. I Comuni di Castelleone e Crema, con la collaborazione del Centro Ricerca “A. Galmozzi”, hanno pubblicato nel 2019 un opuscolo: “Bimbo! Un partigiano”, illustrazioni di R. Randazzo e testi di N. Antonaccio.
95. Sergio De Vitis cadde eroicamente nel giugno del 1944. Gli è stata conferita la Medaglia d'Oro al valor militare.
96. La Brigata “Calvi” prese il nome da Pier Fortunato Calvi (1817-1855), eroe risorgimentale (impiccato dagli austriaci a Mantova, uno dei martiri di Belfiore). La Brigata operò in Cadore, con impegno sempre maggiore, perché negli ultimi mesi di guerra i nazifascisti considerarono quelle terre strategiche per un'ultima difesa e per la ritirata in Austria e Germania. Proprio per prendere contatti con la Brigata venne paracadutato, il 1° agosto 1944, il capitano americano Steve Hall, con il fine di organizzare insieme sabotaggi ed attacchi. Il 25 gennaio 1945 Hall partì da solo per Cortina d'Ampezzo, per organizzare un sabotaggio alla via di comunicazione per il Brennero, proprio quella lungo la quale i prigionieri castelleonesi stavano scavando le buche. Catturato, fu torturato alla caserma “Tasso” di Belluno e poi trasferito al Campo di Bolzano, dove fu impiccato a fine aprile, a guerra praticamente terminata.
97. La XIIa Brigata Nera, operante nel territorio cremonese, era stata intitolata ad Augusto Felisari, squadrista ucciso in Piemonte, dove la Brigata era stata inviata in rinforzo, nella lotta antipartigiana, al I° Battaglione “Apuania” della Ia Brigata Nera Mobile.
98. Giovanni Cerchiari, bolognese, fu Commissario Federale del Fascio Repubblicano di Cremona in dalla nascita della RSI. Il 28 gennaio 1945 venne richiamato a Bologna e questa fu una gran fortuna per i castelleonesi, in quanto le sue indagini vennero sostanzialmente interrotte. A Bologna andò a sostituire Pietro Torri alla guida della Federazione fascista e rimase in carica fino al 20 Aprile 1945. Torri fu uno dei più sanguinosi esponenti del fascismo repubblichino, assassino dichiarato, inviso alla popolazione tanto da indurre le stesse Autorità fasciste a sostituirlo, col Cerchiari appunto. Torri comunque proseguì in provincia di Modena la sua attività criminale. Dopo la guerra fece perdere le sue tracce in America Latina, pare con un passaporto spagnolo falso. Del Cerchiari non ho trovato tracce, ma credo di non sbagliare nel supporre che se la sia cavata con poco. Vedi: Ivan Spada, “Il fascismo a Bologna. Storia delle camicie nere all'ombra delle Due Torri (1919 1945)”, RedStarPress, Bologna 2021.
99. Antonio Milillo (ci informa “Fronte Democratico” del 31 maggio 1945) fu condannato a trenta anni di prigione dalla C.A.S. (Corte d'Assise Speciale), Tribunale creato per giudicare i crimini dei fascisti. Tra amnistia (giugno 1946) e ricorsi se la cavò con poco e presto uscì.
100.Mansueto Margolfo, fu Fermo, nato ad Andalo (in provincia di Sondrio) il 13/09/1924, partigiano della Brigata “Oltrepo”, cadde con altri 19 compagni il 12/01/1945 nella strage di Bramaiano, sul greto di Rio Farnese. Vedi anche: E. Serventi-C.Somenzi, “Una mattina mi son svegliato”, Anpi di Cremona, Cremona 2018; A. Cammarosano, “Piacenza nella guerra di Liberazione. Monografia n. 6”, T.E.P., Piacenza 1981.
101.Vidiano è una piccola frazione di Piozzano, nell'alta Valetta, 600 abitanti circa oggi, allora più di 2500. E' importante nella storia della Resistenza piacentina perché il 24 gennaio del 1944 avvenne il primo episodio di resistenza armata al nazifascismo in provincia di Piacenza: l'agguato di Vidiano appunto. Quindici agenti della Guardia Nazionale Repubblicana giunti da Piacenza per catturare i renitenti alla leva o i loro padri (per potere così ricattare i giovani) vennero affrontati dalla popolazione locale, anziani e giovani insieme, preavvertiti da un maresciallo dei carabinieri, con fucili da caccia e qualche vecchio moschetto. Due militi fascisti vennero uccisi e quattro feriti. Dovettero quindi fuggire a Piacenza, ma tornarono con un grosso contingente militare: 210 soldati, al comando di un capitano tedesco. Non riuscendo ad individuare i responsabili, prelevarono una ventina di capi famiglia, fra cui due parroci, e li portarono in carcere a Piacenza per interrogarli. I due parroci vennero liberati dopo una settimana, gli altri più tardi. Il parroco di Vidiano era don Antonio Carini, che diventerà cappellano della Divisione di Cossu.
La vicenda dell'agguato di Vidiano è stata ben studiata da Romano Repetti, tra i massimi studiosi della Resistenza piacentina. Viustino è una frazione di San Giorgio Piacentino, noto soprattutto per il castello medievale.
102. Si tratta di Iolanda Pozzi, di cui si parla anche nell'elenco delle collaboratrici della Resistenza. Non era propriamente la zia di Renato Gandini, ma una signora di Milano, di origini castelleonesi, sfollata a Castelleone. Iolanda, dama di compagnia a Milano in una ricca famiglia meneghina, durante e dopo la guerra ha sempre vissuto, fino al decesso (avvenuto nel 1974), in rapporti di grande familiarità con i Gandini.
103.Sulla strage di San Leonardo al Frigido, ho parlato con le autorità e l'Anpi di Massa, che hanno condotto pregevoli ricerche, difficili anche perché, non essendo le vittime massesi, non vi erano state denunce di scomparse in città e provincia. La strage non è stata dettata da motivi di rappresaglia, di lotta antipartigiana o di controllo del territorio. Si pensa che i tedeschi (gli stessi di Marzabotto!) abbiano “semplicemente” voluto evitare, nella fuga ormai imminente, di portare con se dei prigionieri e di non volerli liberare per “vendetta” contro i massesi. Il Comando tedesco aveva infatti ordinato lo sfollamento dell'intera popolazione di Massa entro il 15 settembre del 1944. La popolazione, invece di abbandonare definitivamente la città, si rifugiò perlopiù sulle montagne. I tedeschi il 14 settembre presero in consegna il carcere giudiziario, situato nel castello Malaspina, che vedeva registrati 168 detenuti. La mattina del 16 settembre arrivarono al castello con dei camion e trasportarono 149 di questi detenuti sull'argine destro del fiume Frigido, presso la chiesetta di San Leonardo. I prigionieri furono fatti scendere in alcuni crateri creati dai bombardamenti alleati, fucilati e lasciati sul posto, malamente coperti. Solo tempo dopo, dalla puzza che da lì proveniva, venne scoperto il terribile eccidio. La cifra dei morti accertati varia da 147 a 149. Di tre detenuti si sa che furono risparmiati, in quanto lavoravano per il comandante tedesco; della sorte dei rimanenti presenti sul registro del carcere non si hanno notizie. Dopo la guerra, le salme sono state identificate grazie all'opera preziosa di monsignor Angelo Ricci, cappellano del carcere. Oltre ad Ercole Brocca vi sono altri due giovani cremonesi fra le vittime: Carlo Ferrari, nativo di Rivarolo del Re ma residente a Casalmaggiore; Riccardo Sordi di Formigara.
104.Tra dicembre 1944 e gennaio 1945, come abbiamo visto, tedeschi e fascisti lanciarono imponenti rastrellamenti nelle valli piacentine. Le scuole elementari di Bettola, in Val Nure, diventarono provvisorie carceri per i partigiani da loro catturati in quella zona. Il 12 gennaio una ventina (il numero esatto è incerto, oscilla da 20 a 23) di questi prigionieri viene prelevata da un gruppo di soldati tedeschi, guidati dal Sergente Maggiore Holler. I prigionieri vengono portati nella frazione di Bramaiano, sul greto del Rio Farnese, ed uccisi uno ad uno con un colpo alla nuca. Per quanto riguarda la Brigata “Stella Rossa”, essa era, come del resto quella più nota operante nella zona di Monte Sole (Marzabotto), sostanzialmente apartitica e comprendeva partigiani di vario orientamento, anche se molti erano i comunisti. Per quanto a me risulta, Spagnoli era cattolico e senza partito. Con Spagnoli vennero uccisi anche Giovanni Canevari, di Trigolo, della stessa Divisione “Val Nure”, e due giovani cremonesi: Lorenzo Gastaldi e Carlo Gilberti, della 142a Brigata Garibaldi.
105.Sugli IMI, i soldati italiani catturati dai tedeschi dopo l'8 settembre ed inviati in Campi di lavoro in Germania, che in stragrande maggioranza rifiutarono la proposta di arruolarsi nell'esercito fascista, la bibliografia ormai è notevole ed unanime è il riconoscimento del valore del loro rifiuto. Fra gli autori locali, il testo più importante è del casalasco G. Sanfilippo, “La Resistenza oscura”, Biblioteca civica di Casalmaggiore, 2005. Tra i numerosi testi, mi limito a citarne alcuni: AA.VV., “I prigionieri militari italiani durante la seconda guerra mondiale. Aspetti e problemi storici, Marzorati, Milano 1985; A.N.E.I., “Resistenza senza armi. Un capitolo di storia italiana 1943. 45”, Le Monnier, Firenze 1984; G. Argenta, “Deportazione e schiavismo nazista”, Gribaudo 1991; M. Avagliano-M. Palmieri, “Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-45”, Einaudi, Torino 2009; L. Collo, “La resistenza disarmata. La storia dei soldati italiani prigionieri nei lager tedeschi”, Marsilio 1995; N. Labanca, “Fra
sterminio e sfruttamento. Militari internati e prigionieri di guerra nella Germania nazista 1939-45”, Le Lettere, Firenze 1992; A. Natta, “L'altra resistenza. I militari italiani internati in Germania, Einaudi. Torino 1997; G. Oliva, “Appunti per 'una storia di tutti'. Prigionieri, internati, deportati italiani nella seconda guerra mondiale”, Edizione del Consiglio Regionale del Piemonte, Torino 1987; AA.VV., “Prigionieri, internati, deportati italiani nella seconda guerra mondiale, Angeli editore, Milano 1989; G. Schreiber, “I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich. 1943-45”, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico, Roma 1992.
106.Ringrazio Alessandro Zanisi, già Assessore del Comune di Soresina, per avermi ricordato l'episodio e consegnato l'opuscolo.
107.“Fronte democratico” (il quotidiano del CLN, pubblicato a Cremona dal 27 aprile 1945 alla fine dell'unità antifascista) del 6 luglio 1945 scrive che Piazzi, entrato nelle file garibaldine dal luglio 1944, aveva sostituito il comandante della Brigata, caduto durante un rastrellamento, ed era riuscito a disarmare un gruppo di circa 20 nazifascisti, nascondendone le armi. Catturato, si era rifiutato di rivelare ove fossero le armi ed era stato fucilato in piazza. V. anche: AAVV, “Pietre della memoria”, Anpi-Anpc, Cremona 2010.
108.Archimede Mischi (Forlì, 26 Marzo 1885 - 15 agosto 1970) è stato un generale fascista particolarmente distintosi nella lotta antipartigiana. Valoroso ufficiale nella Grande Guerra, che terminò con il grado di colonnello, rimase ferito più volte tanto da rimanere invalido al braccio sinistro. Iscrittosi al Partito Nazionale Fascista nel 1922, partecipò alla Marcia su Roma. Congedatosi dall'esercito nel 19 27, l'anno successivo entrò nella fascista Milizia Volontaria della Sicurezza Nazionale, con i cui reparti prese parte alla guerra d'Etiopia (1935-1936) ed alle prime azioni di contrasto alla locale guerriglia. Ritornato in patria, assunse il comando della Milizia Confinaria, che mantenne fino al 1943. Dopo l'8 settembre aderì alla Repubblica di Salò e fu comandante per un breve periodo, tra il 4 ottobre e l'8 dicembre 1943, dell'Arma dei Carabinieri, prima che venisse accorpata alla Milizia nella Guardia Nazionale Repubblicana. Successivamente divenne vice-capo di Stato Maggiore, ma sostituì poi l'ammalatosi generale Gastone Gambara nell'incarico di capo di Stato Maggiore dell'Esercito Nazionale Repubblicano e mantenne tale incarico fino al 25 Aprile 1945. L'esercito repubblichino venne usato soprattutto in chiave antipartigiana ed il Mischi guidò in particolare la repressione in Piemonte. Catturato dai partigiani a
Cappella Cantone, venne consegnato agli Alleati. Dopo aver tentato il suicidio, tagliandosi le vene, fu rinchiuso nel campo di concentramento di Coltano (Pisa) e poi consegnato alle autorità italiane, che lo trasferirono nel carcere militare di Forte Boccea, a Roma. Al processo, il Procuratore chiese la pena di morte. Il 3 dicembre 1947 fu condannato alla perdita del grado, delle decorazioni ed a 18 anni di carcere. Con successiva sentenza della Corte di Cassazione in data 18 ottobre 1955, nel clima antipartigiano che si era creato, fu assolto per non aver commesso il fatto e reintegrato nel grado e nelle onorificenze. Già il 3 giugno 1952 gli era stata concessa la riabilitazione. Se ne tornò tranquillamente a Forlì, dove militò nelle fila del Movimento Sociale Italiano.
109.V. Glossario.
110.Maffezzoni Attilio, fu Romeo, nato a Romanengo il 7/12/1903. Operaio ed oste. Dal giugno 1944 alla Liberazione Commissario politico del terzo Battaglione della Brigata “Follo”.
111.Leopoldo (detto Poldo) Gasparotto, nome di battaglia “Rey”, fu un eroe della Resistenza. Nato a Milano il 30 dicembre 1902 da famiglia benestante, liberale ed antifascista, si era laureato in Giurisprudenza all'Università Statale di Milano, ma aveva potuto esercitare poco la professione di avvocato per il suo fermo atteggiamento antifascista, pur non svolgendo nel Ventennio attività militante. Svolse il servizio militare col grado di tenente di complemento di artiglieria da montagna; divenne poi istruttore di alpinismo nell'apposita scuola militare di Aosta. Fu infatti un alpinista di notevole livello e le sue spedizioni in Italia (sul Monte Rosa) ed all'estero (Caucaso e Groenlandia) furono famose all'epoca. L'8 settembre 1943 cercò inutilmente di convincere i comandanti militari italiani di Milano a resistere ai tedeschi ed a formare una guardia nazionale a Milano, come nel Risorgimento, proprio per reagire all'occupazione nazista. Visti inutili i suoi tentativi, portò al sicuro in Svizzera la famiglia, tornò in Lombardia ed iniziò la lotta partigiana. Divenne comandante delle Brigate “Giustizia e Libertà” in Lombardia. Ai primi di dicembre del 1943 venne arrestato a Milano, in piazza Castello, con un gruppo di altri partigiani. Trasferito nel carcere di San Vittore, fu torturato brutalmente, ma nulla rivelò dell'organizzazione partigiana. Dopo un breve periodo in carcere a Verona, fu inviato a Fossoli, in provincia di Modena, Campo di concentramento tedesco “di transito” verso i grandi lager di sterminio del centro Europa. I trasferimenti dei detenuti da Fossoli verso i Campi di sterminio nazisti cominciarono all'inizio del 1944. Gasparotto cercò di organizzare una fuga di massa dei detenuti, ma venne scoperto e ucciso il 21 o 22 giugno del 1944. Fu insignito di medaglia d'oro al valor militare alla memoria.
112.V. anche: M. e G. Strada, “Fascismo in provincia. Nascita e caduta del fascismo nel cremasco e nell'alto cremonese”, Ed. L'albero del riccio, Crema 1975.
113.V. Glossario.


I DINTORNI
Mentre, negli Archivi, facevo ricerche sulla storia di Castelleone, specialmente per quanto riguarda la Resistenza, mi passavano per le mani documenti relativi ai paesi vicini. Ognuno di questi paesi meriterebbe una narrazione a parte. Non potendo farlo in questa sede, mi limiterò a trascrivere, per alcuni, le già citate relazioni che nell'agosto del 1945 i vari Sindaci inviarono al Prefetto di Cremona, su richiesta di quest'ultimo, in merito alle vicende intercorse negli ultimi tempi. Per quanto riguarda invece Romanengo ho fatto ricorso, grazie all'aiuto di Teo Scalmani, ad altre testimonianze.
CAPPELLA CANTONE
Cappella Cantone fu uno dei centri più attivi della Resistenza nel Cremonese, in proporzione al numero degli abitanti (oggi 540, allora circa 1000, sparsi in una vasta area: i partigiani erano concentrati in poche località). Nel fascicolo relativo a questo piccolo centro abitato, nella busta 42 del Fondo Anpi presso l'Archivio di Stato di Cremona, sono indicati ufficialmente i nomi di ben 17 sappisti e 30 insurrezionali (alcuni dei quali, come Valentino Maderi, si trasferirono poi a Castelleone). Come sappiamo, i nomi ufficialmente riconosciuti erano poco più che la punta di un iceberg.
“Nel periodo successivo all'8 settembre 1943 tutta la popolazione si manifestò ostile ai tedeschi ed al nuovo governo repubblicano, tanto vero che non fu possibile costituire il fascio repubblicano… costituito solo nel mese di febbraio 1945 da elementi provenienti dal meridione. Pur costituito, il fascio repubblicano non svolse grande attività politica e militare, ma si limitò ad attività assistenziale a favore degli sfollati locali e degli alunni delle scuole attraverso l'ex Opera Balilla.
Al contrario, verso la fine dell'agosto 1944 iniziarono la loro attività anche nel nostro comune diversi cospiratori, che agivano nell'ambito del Comune, e numero 9 partigiani che si unirono poi ai GAP operanti nelle montagne e nelle zone della provincia di Piacenza.
Durante il periodo della dominazione nazifascista anche il nostro Comune subì diversi rastrellamenti in grande stile, con prelevamenti di persone che venivano poi carcerate, perché i giovani non si presentavano alle armi. I cospiratori locali, attraverso un bene organizzato servizio, fornivano informazioni, viveri, vestiari eccetera ai partigiani della montagna, e svolgevano opera, in mezzo alla popolazione, di attiva propaganda contro l'operato dello pseudo-governo repubblicano, distribuendo anche manifestini di propaganda. Fortunatamente, data la perfetta organizzazione, non si devono lamentare perdite fra i clandestini locali. Tra i partigiani della montagna, invece, si annovera un caduto, e precisamente Piazzi Achille, di Angelo e della fu Giarti Elisa, nato a Gombito il 1 marzo 1924, domiciliato in questo comune, celibe, operaio, comandante di un GAP operante nella zona di La Morra (in provincia di Cuneo), catturato con l'intero suo gruppo senza armi, perché nascoste sotto terra piuttosto che cederle al nemico, e fucilato il 29 agosto 1944 perché si rifiutava di indicare il posto ove aveva nascosto le armi107; e un partigiano, precisamente Bigini Luigi, di Agostino e della Ferri Teresa, nato in Cappella Cantone il 17 dicembre 1916, domiciliato in questo comune, celibe, contadino, ferito all'avambraccio destro in una azione contro i nazifascisti nella zona di Sarmato (Val Tidone), Piacenza, il 26 Aprile 1945.Particolare cura dei cospiratori fu quella di preparare il popolo ad un'eventuale insurrezione armata di tutta la popolazione, che rispose compatta all'ordine di insurrezione giunto a mezzo radio il 25 aprile 1945 da parte del CLNAI. Appena sentito l'ordine di insurrezione si costituirono squadre di patrioti, i quali provvidero immediatamente ad occupare il Comune, dimettendo il Podestà ed insediando al suo posto il CLN, bloccando i telefoni e fornendo informazioni sul movimento delle colonne e forze tedesche che si avvicinavano o transitavano per il Comune. Immediatamente si provvide pure al disarmo dei pochi repubblicani locali, che in vero non opposero resistenza, ed al loro internamento nel campo di concentramento di Soresina. Altro compito pure importante subito iniziato dalle squadre di patrioti fu quello di bloccare le strade, per controllare il traffico sia civile che militare, e di garantire così l'ordine pubblico eseguendo servizi di pattugliamento diurni e notturni. In detti giorni non si dovettero registrare fortunatamente grandi perturbamenti nell'ordine pubblico, soprattutto per merito dei dirigenti del Comitato locale.
Nel giorno 26 aprile 1945 un forte gruppo di tedeschi di circa 40 uomini, bene armati ed equipaggiati, montati su biciclette, si era diretto verso la cascina Razziche e si apprestava ad asportare biciclette, bestiame eccetera. Una squadra di patrioti locali, venuta a conoscenza di tale fatto, si recò immediatamente alla cascina Razziche ed attaccò decisamente il gruppo tedesco, il quale dovette, dopo aspri combattimenti da ambo le parti, cedere terreno e ritirarsi lasciando ogni cosa. Durante questo combattimento cadde, colpito da una scarica di mitra sparatagli da un soldato tedesco, il patriota Boschini Giuseppe, figlio di ignoti, nato a Pandino il 26 gennaio 1899, domiciliato in questo comune,coniugato, con figli, contadino. I compagni raccolsero la salma del Boschini, al quale unitamente a tutta la popolazione tributarono solenni onoranze funebri.
Nei giorni dell'insurrezione, poi, si verificarono altri combattimenti con disarmo di tedeschi, senza però subire altre perdite in uomini. Durante quei giorni il Comune, sito in zona con traffico forte essendovi strada maestra, passò momenti di grande trepidazione, perché forti colonne nemiche si insediavano negli abitati e minacciavano gravi rappresaglie in caso fossero attaccate; in qualche caso prelevarono ostaggi che vennero prontamente o dopo alcune ore liberati dai patrioti di Comuni di forte popolazione.
Nel mese di maggio, circa, venne catturato dai patrioti il generale Mischi108, che era sotto-capo di Stato Maggiore delle forze repubblicane, e consegnato tramite la stazione dei carabinieri di Soresina al GMA109 di Cremona e alla Questura, pure di Cremona.
Fin dai primi momenti il CLN si occupò della situazione alimentare del Comune, provvedendo a far distribuire alla popolazione vino, pasta, riso, grassi, carne ed altri generi. Altre attività che il CLN svolse con particolare cura fu di proporre alle superiori autorità il Sindaco e la Giunta comunale e di dare inizio all'attività dei partiti antifascisti. Ad oggi risultano costituite le sezioni dei partiti democristiano, socialista e comunista. Le formazioni patriottiche che si erao andate smobilitando gradatamente secondo il ritorno della normalità vennero definitivamente sciolte il...1945 [mese e giorno lasciati in bianco].”
GOMBITO
“Il giorno 26 Aprile 1945 i patrioti di questo Comune si presentarono al distaccamento tedesco composto da 14 uomini, compreso un maggiore ed un maresciallo, per disarmarli; difatti, dopo breve consiglio il comandante del distaccamento dichiarava ai patrioti che si arrendeva con i suoi soldati e subitamente consegnavano anche le armi di cui erano in possesso. I patrioti, con le nuove ar mi, iniziarono subito il medesimo giorno il servizio di blocco sulle principali vie d'accesso al paese.
La sera del 27 Aprile due militari delle Brigate Nere furono disarmati e avviati il giorno dopo alla caserma di Castelleone, assieme ai 14 tedeschi fatti prigionieri il giorno 26.
Il giorno 29 Aprile fu fermata una colonna tedesca di passaggio, ma considerata l'esiguità delle forze patriottiche fu fatta proseguire per Montodine, Crema e Castelleone, tenendo informati questi tre comandi del numero e degli spostamenti della colonna, che fu poi fermata e disarmata a Montodine.
Il giorno 2 maggio fu arrestato l'ex Podestà locale, Fornaroli Oriele, dietro ordine del Comando Piazza di Castelleone.
Il servizio di pattuglia e di rastrellamento durò intenso fino all'otto maggio, data in cui fu disarmata parte dei patrioti, rimanendo in servizio armato da questa data solo 5 uomini, due dei quali furono adibiti come guardiapesca sul fiume Adda per impedire di agire a molti elementi che in quei giorni si davano alla pesca con bombe.
L'8 maggio il CLN con delibera eleggeva il sindaco e la giunta comunale provvisoria.
Il giorno 9 maggio si faceva appello agli agricoltori per un'offerta di grano per coprire il fabbisogno della popolazione; grano che venne raccolto in misura sufficiente, tanto da arrivare felicemente al nuovo raccolto.
Il 6 maggio fu lanciato un appello agli abbienti del Comune per un'offerta in denaro da versare al CLN: 66 capi famiglia risposero all'appello contribuendo con una somma totale di lire 95.397.
Dall'8 maggio la vita del paese cominciò a riprendere il suo ritmo normale, occupandosi attivamente dei lavori agricoli.”
FIESCO
“In Fiesco, subito dopo l'8 settembre 1943, si è costituito un gruppo armato composto da ex militari e da sbandati, prigionieri di guerra slavi ed inglesi (questi ultimi, dopo poco tempo, furono accompagnati ai luoghi di decentramento clandestini). Detto gruppo si mantenne in un primo tempo autonomo, poi venne incorporato dal CLN nella 1a Brigata SAP “Ghinaglia”. In seno a questa formazione ha, sino al 25 Aprile 1945, svolto azioni di collegamento e informative con altri gruppi della provincia e tutte le azioni armate comandate.
Il 25 Aprile 1945, al segnale della riscossa dato dalla radio di Milano Libera, il nostro gruppo di patrioti occupava la sede comunale e la sede del fascio. Il CLN locale, insediatosi nella sede comunale, emanava un proclama alla popolazione invitandola all'ordine ed ammonendola contro atti indiscriminati a carico di chiunque.
Il 26 Aprile in un riuscito rastrellamento venivano arrestati alcuni fascisti pericolosi. In queste azioni del 25 e 26 Aprile si sono particolarmente distinti i giovani insurrezionali. Nei giorni successivi l'opera dei patrioti è stata rivolta alla tutela dell'ordine pubblico.”
MONTODINE
“Nel periodo di attività clandestina che precedette i giorni di lotta di liberazione nazionale e precisamente all'inizio dell'autunno 1944 fu costituita una squadra di patrioti (SAP), che agiva in stretta collaborazione con quella di Castelleone.
Scoccata l'ora decisiva di scendere in campo, il 26 Aprile 1945 i patrioti armati di alcune pistole e di fucili da caccia procedettero al disarmo di tutti i più attivi capi fascisti, prendendo nello stesso tempo possesso del comando di polizia, nella caserma già tenuta dalla GNR, e del Comune.
Intanto si cominciò a fermare i soldati tedeschi in ritirata, che passavano isolati ed in gruppi, sequestrando tutto il bottino che portavano seco. Al terzo giorno, si tentò un attacco ad una forte colonna tedesca in ripiegamento e che non intendeva arrendersi (colonna Pope), forte di circa 200 uomini; la fermezza dei nostri patrioti fece sì che l'intera colonna dovette cedere, dopo aver ucciso il
loro comandante e feriti alcuni suoi fidi.
I prigionieri furono poi fatti proseguire per il campo di concentramento di Crema, lasciando nelle mani dei patrioti tutto il bottino, consistente in viveri in abbondanza ed ogni sorta di altro materiale, diverse casse contenenti vari oggetti e macchinari ecc. Di tutto questo ne fu poi ritirata la maggior parte dal CVL di Castelleone, oltre ad una somma in danaro di lire 200.000.
Nei giorni seguenti al movimento di liberazione, vennero fermati i responsabili capi nazifascisti sul conto dei quali vennero raccolte denunce a loro carico.
Negli uffici pubblici furono immediatamente sostituiti gli iscritti al Partito Fascista Repubblicano con altri elementi.
I patrioti diedero tutta la loro opera per il bene del paese e per mantenere e ristabilire l'ordine e la calma, così da non dover lamentare incidenti di sorta.”
RIPALTA ARPINA
“I partigiani nella cui zona era compreso il territorio di Ripalta Arpina erano inquadrati nella seguente organizzazione: 3a Divisione lombarda “Aliotta”, Brigata Oltre Po “Balladore”, 6° Gruppo d'Azione, Distaccamento di Ripalta Arpina. Il 4 novembre 1944 si costituì il 6° Gruppo d'Azione in Ripalta Arpina, il cui comandante, Maccalli Angelo (“Romano”), ricevette gli ordini in Castiglione d'Adda dal Comandante della Brigata Oltre Po “Balladore”. Dall'8 al 15 novembre si iniziò la propaganda per la non presentazione alle armi tra i chiamati nella zona. Il 15 novembre da un privato di Ripalta Arpina si potè ottenere la consegna di tre rivoltelle calibro 7,35 e di una pistola automatica Beretta calibro 9. 28 novembre 1944: il partigiano “Sabin” disarma un milite della GNR sulla strada Crema-Ripalta Arpina, impossessandosi di una rivoltella calibro 7,35. 28 novembre: per la fucilazione di un ufficiale della GNR e di un milite sulla strada per Castiglione d'Adda, si è soggetti a rastrellamento da parte dei fascisti, senza nessuna conseguenza per il Distaccamento, i cui componenti si riparano in diverse direzioni.
Il 20 dicembre quattro di essi rientrano da Zavattarello (Pavia). Periodo di lavorio segreto e informativo.
Il 29 di gennaio 1945 si disarmano due militi della GNR di Montodine, ricavandone una rivoltella calibro 12 ed un moschetto con un caricatore. Periodo informativo e di intensificata preparazione per creare ostilità alla GNR ed ai nazifascisti.
Il 7 Aprile si intensifica la preparazione della insurrezione dietro ordini superiori e sino al 23 Aprile 1945 si studiano i particolari perché, con la forza a disposizione, si possa al momento opportuno impadronirsi della situazione in Ripalta Arpina; si stringono contatti coi patrioti di Castelleone, Gombito e località circostanti; si spiano i movimenti e le intenzioni della GNR di Montodine e di Castelleone. La sera del 23 Aprile 1945 intese col maresciallo Concari Attilio sul prossimo da farsi. Il 24 Aprile, nell'imminenza del grande evento, ulteriori intese. Si segnala che, nel periodo di preparazione, gli agricoltori Zaninelli Battista e Bergami Antonio (inverno 1945 e sino al 26 aprile) hanno dato ospitalità ai patrioti. Nelle loro case si tennero le riunioni necessarie.
Il 25 Aprile si blocca il paese di Ripalta Arpina alle ore una. Si disarmano tre soldati della CARS dai moschetti e due militi della GNR. Si fa bottino di armi: 10 moschetti, due Mauser, due bombe a mano. Alle ore 20 del 25 Aprile si dà ospitalità in Ripalta Arpina al gruppo di Castelleone, che è ancora occupata dai fascisti. Nella notte del 25 Aprile sulla strada di Castelleone si ferma un camioncino della Latteria Agricola di Crema. Alle 15 del 26 Aprile, servendosi del camioncino e sotto la guida del maresciallo Concari, ritenendo che in Crema la liberazione fosse a buon punto, un nucleo del Distaccamento si dirige alla volta della città. In località Castelnuovo, avvertiti che ancora marciano in Crema le Brigate Nere armate, si piega al poligono di tiro, tenendolo come base in attesa di ordini e per dare ordini.
Conosciuta la resa da parte della GNR di Crema e del presidio fascista, il gruppo si avvia verso la frazione San Bernardino, ove nella casa Martini Rossi vi era un presidio tedesco. Con elementi patrioti locali, trattata la resa, alle ore 18, si fermano come prigionieri una ventina di tedeschi al comando di un maresciallo e si tiene sotto guardia lo stabile nel quale si è rinvenuto: 50 moschetti Mauser, 20 mitraglie pesanti e leggere, un pezzo anticarro da 20 mm, 50 rivoltelle varie, un trattore, due rimorchi, un carro officina, due autocarri carichi di materiale da costruzione e viveri, nonché indumenti ed un'auto Fiat 1500. Nelle operazioni operarono efficacemente il maresciallo d'artiglieria Concari Attilio e il tenente Sollai Mauro del luogo. Servizio di guardia a villa Martini.
Il 28 Aprile 1945 la squadra comandata da “Lancio” in Montodine, in unione ad elementi patrioti del luogo, si scontra, sulla via da Gombito, con una colonna tedesca in ritirata: era di circa 100 uomini al comando di un maggiore e marciava con tre autocarri e sei carrette ippotrainate. Intimata la resa al comandante, questi stava per reagire e dare ordini ai suoi, ma uno dei patrioti di Montodine non gli dava tempo e gli scaricava addosso la pistola, ferendolo a morte. La colonna a seguito di ciò successivamente si arrendeva ed il bottino rimaneva a disposizione della SAP.
Elementi del Distaccamento di Ripalta Arpina con il comandante “Romano” ed in Unione ad altri uomini comandati dal tenente Sollai e dal maresciallo Concari prestarono servizio fino al 10 maggio alla villa Martini Rossi in San Bernardino, al Deposito Stalloni di Crema, dove si concentrava il materiale, ed al Seminario; indi il gruppo con il comandante “Romano” rientrava a Ripalta Arpina.”
ROMANENGO
A Romanengo attività clandestina antifascista si ha già prima dell'8 settembre 1943. Punto di riferimento per i cospiratori antifascisti era la trattoria di Attilio Maffezzoni110, il quale ci ha lasciato tre memorie scritte: l'una del luglio 1945, l'altra dell'aprile 1947 e infine una del novembre 1970.
Nella prima memoria possiamo leggere: “Ai primi di febbraio del 1943 il compagno Armando Pozzi di Milano (via Eustachi 32, zona Porta Venezia) mi mette in relazione con un gruppo di antifascisti con i quali comincio la mia opera: mi metto subito a far propaganda con la distribuzione dei primi giornali e manifestini clandestini. A fine febbraio dello stesso anno il compagno Armando viene arrestato e rinchiuso nelle carceri di San Vittore, dove subisce i famosi 'stringenti' interrogatori con conseguenti maltrattamenti e torture, specialità dei fascisti. Riesce a fuggire nello stesso anno, nel mese di settembre.
8 settembre 1943. Comincia la vera lotta contro i nazifascisti; in quei giorni coadiuvato validamente dal compagno Scolari Tobia, di Romanengo (operaio presso la ditta Serio di Crema), inizio la raccolta delle armi. Dalla locale caserma dei carabinieri ritiriamo i moschetti, con l'aiuto del Maresciallo comandante la stazione, Giuseppe Longo.
12 settembre 1943. Il compagno Mario Zanga di Milano mi mette in relazione con un gruppo di partigiani della zona di Erba; provvedo a portare armi, alimenti e indumenti al Gruppo Gasparotto dislocato in località San Vittore. Dal Gruppo Gasparotto111 ricevo incarichi di fiducia e, inutile dirlo, di estremo pericolo in quel periodo; incarichi che riesco a portare sempre a buon fine. I miei rapporti con il Gruppo Gasparotto durano fino ai primi di novembre: dopo perdo i collegamenti
12 novembre 1943. Il compagno Guerrini Luigi, di Romanengo, mi fa conoscere una sua parente di Milano, tale Giulia Intra, abitante in via Barile, la quale a sua volta mi mette in relazione con suo padre, il compagno Marco (nome di battaglia), con il quale collaboro iniziando il lancio di giornali e manifestini clandestini a Romanengo, Soncino e Orzinuovi. La notte del 20 novembre affiggo all'ingresso della Chiesa un manifesto di propaganda antinazifascista, indicando ai giovani la vera via dell'onore, incitandoli a disertare le file degli oppressori e ad unirsi alle squadre partigiane GAP e SAP. La scoperta di tale manifesto porta all'arresto di due ignari: Verbani Patrizio ed il compagno Cattaneo Alcide, rilasciati dopo qualche giorno. Il manifesto intanto porta i suoi risultati e comincio a formare il primo nucleo, del quale fanno parte i compagni Curlo Angelo Antonio, Bandera Gino, Ferrari Achille, Guerrini Luigi, Cattaneo Alcide, Tansini Giovanni, tutti di Romanengo, Oldrini Eugenio di Milano e Mazzucco Salvatore di Siracusa, Ufficiale dell'Esercito rifugiato a Romanengo. Il compagno Curlo Antonio fa servizio settimanale di staffetta fra Romanengo e Milano. E così ci teniamo in contatto con i compagni Marco e Armando di Milano; in quel periodo il nostro lavoro consiste nella propaganda presso i giovani, incitandoli ad unirsi ai partigiani, nel costante lancio di manifestini e intralciando con tutte le nostre scarse possibilità il lavoro dei fascisti e dei tedeschi. E così fino al 1944. [Secondo le memorie successive di Mafezzoni, altri elementi della cellula di paese che incominciò a formarsi nel 1942 furono Benigni Natale, Mirelli Mario, Mazza Dorino, Pisati Luigi, Silva Mario, Scolari Tobia e Moscardini, tecnico dell'Everest].”
Nella memoria dell'aprile 1947 l'attività del gruppo è descritta più particolareggiatamente: “Il compagno Marco mi affida la stampa clandestina che trasporto a Romanengo per la divulgazione nella zona circostante. E' un lavoro che devo fare da solo, sul principio, dati i momenti critici e il senso di panico che invade la popolazione per la presenza di squadre terroristiche repubblichine. Poi riesco a farmi qualche collaboratore e, seppure a fatica, riesco a formare un primo nucleo di partigiani in questa zona; di tale nucleo fanno parte anche due Ufficiali dell'Esercito e dell'Aviazione, rifugiatisi a Romanengo e che sono ricoverati a casa mia: sono il geometra Eugenio Oldrini di Milano (via Corsico) e Salvatore Mazzucco da Siracusa. Mi tengo sempre in collegamento con il compagno Marco, che mi affida sempre nuovo materiale di propaganda anti nazifascista e materiale di sabotaggio (chiodi che provvedo a spargere sulle vie principali che collegano Cremona a Bergamo, Milano e Brescia) con risultati che sono stati molto evidenti, ostacolando il traffico dei tedeschi e dei fascisti. Verso la fine dell'anno la posizione del mio sparuto nucleo si è alquanto rafforzata. Posso disporre di una ventina di uomini, ai quali man mano se ne aggiungono altri, in maggioranza renitenti alla chiamata fascista… Il pericolo più imminente per il
mio Gruppo è costituito dalla locale Stazione dei Carabinieri, presidiata da diversi Carabinieri e guardie repubblichine, che credendosi sicuri ostentano spavaldamente un'inutile coraggio che non hanno. Per togliere di mezzo tale inciampo al mio lavoro, raduno i miei uomini e una notte di febbraio 1944 prendiamo d'assalto la Caserma a colpi di rivoltella e bombe a mano; i militi tanto coraggiosi, dopo breve resistenza, pensano a mettersi in salvo e se la svignano lasciandoci padroni del campo. E' una lezione salutare per i simpatizzanti repubblichini, che già intimoriti dalle nostre precedenti azioni di propaganda, si astengono dal dare il loro appoggio alla falsa Repubblica di Salò. Ed è un buon bottino per noi: asportiamo tutte le munizioni e armi dalla Caserma e le metto in un rifugio sicuro. L'azione alla Caserma, oltre ai risultati descritti, frutta l'adesione di altri compagni e così il Gruppo si ingrossa, aumenta il lavoro di propaganda e di sabotaggio e aumenta il raggio d'azione della mia zona: Crema, Offanengo, Casaletto di Sopra, Soncino, Genivolta, Cumignano, Trigolo, Fiesco, Salvirola”.
Il ruolo e le azioni di Attilio Maffezzoni sono confermate anche da Arnaldo Bera (“Luciano”), che scrive: “A Romanengo il centro operativo, la base di tutto il movimento, era nella casa trattoria di Attilio Maffezzoni, un compagno che aveva mantenuto i collegamenti con Milano negli anni '30. Nel febbraio 1944 aveva condotto un'azione di recupero di armi, con pochissimi mezzi a disposizione, attaccando la Caserma dei Carabinieri. Questa era presidiata da Carabinieri repubblichini, ma sotto l'assalto condotto dai compagni con colpi di rivoltella ed il lancio di qualche bomba a mano, il presidio si sfaldò immediatamente, permettendo così un buon bottino. L'azione fu salutare e fece grande impressione nell'opinione pubblica. Con Maffezzoni non mancavano le discussioni. Su di lui esercitavano pressioni Andrini (“Primo”) e Bera (“Luciano”), perché liberasse favorendone l'espatrio in Svizzera un gruppo di ex prigionieri greci che da mesi vivevano in casa sua e sulle sue spalle, senza svolgere un minimo di attività clandestina. Egli prometteva, ma non riusciva a tener fede alle promesse, nonostante si rendesse conto del pericolo che questi prigionieri costituivano per tutta l'organizzazione. I fascisti ed i tedeschi continuavano infatti a dare la caccia ai prigionieri (militari e politici) fuggiti dai campi di concentramento nel periodo tra il 25 luglio e l'8 settembre 1943. Comunque, sotto la guida del Maffezzoni parecchi giovani si organizzavano, raccolsero armi, diffusero materiale di propaganda passando poi a piccole azioni di sabotaggio ed al disarmo di fascisti isolati. Nel quadro dell'attività generale del Cremasco costituì sempre un punto fermo fino all'insurrezione dell'aprile 1945. Molto attivi furono i compagni Angelo Curlo, Gino Bandera, Achille Ferrari, Alcide Cattaneo, né si può dimenticare il compagno Moscardini, un tecnico della fabbrica Everest di Crema”. (A. Bera, La ricostruzione dell'azione antifascista nel cremonese, in: AA:VV., “La Resistenza nel cremonese”, Anpi, Cremona 1986, pp. 36-37).
Attilio Maffezzoni ha trascorso gli ultimi anni di vita a Castelleone e l'ho incontrato più volte, insieme a diverse persone citate in questo libro.
SAN BASSANO
“Il CLN assumeva i poteri nel Comune il giorno 26 Aprile con la destituzione del Podestà. Esisteva in paese dall'ottobre 1944 una formazione partigiana di Fiamme Verdi aggregata al Raggruppamento Cisalpino. Il patriota Casana Pietro si assumeva l'incarico, in collaborazione con la formazione di Soresina, di organizzare ed arruolare sbandati e renitenti e cospiratori. Formava un gruppetto di quattro ragazzi: Dall'Amico Piero in funzione di staffetta, Casana Angelo e Riva Pietro come aiutanti nell'organizzazione. Si iniziò così l'arruolamento di diversi elementi, fino a raggiungere il numero di 27 prima dell'insurrezione. Nei giorni dell'insurrezione si aggregarono altri 33 elementi. Eravamo all'inizio poco armati, date le difficoltà del traffico clandestino di armi.
26 mattino Casana Pietro con Dall'Amico Pietro e Lena Mario prendevano possesso del Comune e del centralino telefonico. Indi si procedette al disarmo graduale dei fascisti del paese ed al loro fermo. Frattanto il caposquadra Barborini Primo con Feraboli Carlo, Vairani Giuseppe, Calza Giovanni, Corbani Santo, disarmavano 9 tedeschi in località Corte Madama, facendoli prigionieri e concentrandoli nelle locali scuole comunali. Le responsabilità per il paese dal lato amministrativo e del vettovagliamento furono assunte dal signor Bosi Ma rio, che il 3 maggio fu eletto dal locale Comitato di Liberazione sindaco e poi confermato dalla AMG. La notte si organizzarono il servizio di pattuglie per il rispetto del coprifuoco e per la vigilanza ed i posti di blocco.
Il 27 squadre volanti iniziarono il disturbo alle colonne. Sulla strada che da Oscasale porta a Cappella Cantone, Casana Pietro, Galli Paolo, Guerrini Mario, Riva Pietro e Baini Lino riuscivano a sorprendere una pattuglia di tedeschi, catturandoli, con un cavallo, pattuglia che era l'avanguardia di una colonna ferma alla cascina Cappelle. Nel frattempo Maffezzoni Lino, Corbani Santo, Casana Angelo, di blocco sulla strada che da San Bassano porta a Soresina, prendevano cinque Brigate Nere.
Il 28 una ventina di patrioti attaccavano inutilmente una colonna tedesca ferma ad Oscasale, la quale aveva piazzato cannoncini e mitraglie. Non riuscivano a spuntarla ma la colonna dovette sloggiare al più presto, dirigendosi verso Castelleone. La sera furono ritirati i posti di blocco perché un'autocolonna corazzata transitava per il borgo Basso Serio, diretta sempre a Castelleone. Non fu attaccata perché troppo forte e perché portava bandiera bianca. Si tentò di parlamentare, riuscendo a convincere di andarsene in fretta. Fu recuperato un autocarro ribaltato con una mitraglia da 20 mm.
Il 29 una pattuglia di 10 uomini, capeggiata da Guerrini Mario, sorprendeva un'avanguardia di tedeschi della Flak113 sulla strada che da Oscasale porta a Soresina. Li attaccarono riuscendo a disarmarli, non potendo però farli prigionieri perché si approssimava il grosso della colonna, la quale poi converse in San Bassano. I patrioti dovettero ritirarsi e lasciare via libera alla colonna, la quale aveva come ostaggio il comandante Casana Pietro.
Il giorno 30 si procedette al rastrellamento di squadristi e repubblichini. Si procedette poi alla formazione di un corpo di polizia partigiana, prima di 30 armati poi ridottosi a 10. Gli altri furono smobilitati e le armi consegnate al centro raccolta di Soresina.”
TRIGOLO
“L'insurrezione per la liberazione ha avuto inizio in questo Comune alle ore 9 del giorno 26/04/ 1945. A tale ora il sapista Bolzani Marino si recava alla locale sede del fascio repubblicano ed ingiungeva al commissario del fascio di abbandonare l'ufficio, ritenersi decaduto dalla sua carica, mettersi a disposizione dei patrioti e provvedere entro le 12 dello stesso giorno a far disarmare tutti i
fascisti repubblicani del luogo, consegnando le armi nella casa municipale, già occupata dai patrioti.
Il commissario del fascio, però, mentre abbandonava subito il suo ufficio non provvedeva per il disarmo dei fascisti locali ed allora dallo stesso Bolzani, unitamente ad alcuni volontari, vennero organizzate delle squadre armate, con armi da tempo nascoste, che si recavano a domicilio dei fascisti, Brigate Nere, appartenenti alla GNR del luogo, per provvedere al loro disarmo e nel contempo organizzare ed armare altre squadre per il pattugliamento del paese ed il blocco delle strade comunicanti con i paesi circonvicini.
Alle ore 13 del medesimo giorno le operazioni di cui sopra erano già state portate a termine senza gravi incidenti; vennero così recuperate varie armi, parte delle quali vennero poi cedute, dietro urgente richiesta, al CLN di Soresina, che si accingeva a preparare l'azione insurrezionale per la mattina del giorno susseguente.
Il giorno stesso alle ore 14 assumeva il comando della piazza il locale CLN all'uopo costituito.
Durante i giorni insurrezionali vennero fermati in questo Comune 16 militari tedeschi e 2 appartenenti alla Brigata Nera di Cremona. I medesimi vennero poi consegnati al campo di concentramento di Crema. I fascisti repubblicani maggiormente responsabili e gli appartenenti alle Brigate Nere del luogo fin dal primo giorno dell'insurrezione vennero sorvegliati a domicilio ed in seguito arrestati e trasportati alle carceri di Soresina”.
CONCLUSIONI
Il presente è uno studio di storia locale e non ha la pretesa di generalizzare situazioni, appunto, locali. Eppure penso che alcuni aspetti possano avere una valenza perlomeno di “vasta area”. Li sintetizzo. 1) Guido Miglioli ed il movimento da lui creato hanno avuto una rilevanza maggiore di quanto si creda. Il movimento migliolino, confluito prevalentemente nella DC ma anche, in misura minore, nei partiti di sinistra, ha favorito il permanere nel nostro Paese di una “sinistra” cattolica di assoluto rispetto.
2) Per quanto riguarda la Resistenza, la presenza cattolica è stata superiore a quanto solitamente indicato e non limitata alla militanza nelle Fiamme Verdi. Il fiancheggiamento da parte di parroci e curati, soprattutto sulle colline del Piacentino ma anche in pianura, nei paesi a più forte tradizione migliolina, fu importante. Uccidere, anche se in guerra, era (ed è) per i credenti un problema enorme. Alcuni (Lidia Menapace, ad esempio), pur partecipando attivamente alla Resistenza, rifiutarono di uccidere, a costo della propria vita. La maggioranza abbracciò la teoria tradizionale della “guerra giusta” e partecipò con convinzione alla lotta di Liberazione. Lo stesso don Primo Mazzolari, che giunse poi a forme di radicale pacifismo, giustificò in quel periodo l'azione dei “ribelli per amore”. La “guerra giusta” doveva essere condotta ovviamente secondo lo “ius in bello”, rispettando cioè anche in guerra i principi umanitari di fondo (niente tortura, niente decimazioni o uccisioni se non strettamente necessarie, cura dei feriti, rispetto dei prigionieri, degli anziani, delle donne e dei bambini).
Questo contribuì alla superiorità “morale” della Resistenza, rispetto alla barbarie nazifascista, superiorità riconosciuta anche dalla gran parte degli osservatori dell'epoca.
3) Il numero dei partigiani di Castelleone e dei paesi vicini è di molto superiore a quello dei “riconosciuti”. Ciò conferma, seppure su una non grande area, alcuni fra i più recenti studi sulla Resistenza. Enfatica ed esagerata era l'immagine del “popolo in armi” dei primi storici partigiani ed errata l'idea di una assoluta compattezza patriottica della Resistenza. Ma neppure si trattò di una piccola minoranza, per di più profondamente divisa al proprio interno. Lo studio su Castelleone e dintorni dice che fu, sì, una minoranza, ma assai consistente. Centinaia e centinaia di persone. Minoranza che godette dei favori della più parte della popolazione e che, pur segnata da differenze al proprio interno, aveva una visione ed obiettivi comuni.
4) Vi fu, in primo luogo, la Resistenza dei partigiani combattenti; ma anche quella delle donne, degli IMI, della gente “comune”, magari non direttamente partecipe ma che voleva la pace, la fine della dittatura ed una maggiore giustizia sociale.
5) Infine, l'assenza di un qualsiasi segno di ricordo laddove c'era il Campo di Concentramento di Dobbiaco (e degli altri sottocampi di Bolzano) e pure l'assenza di memoria per i Caduti e per i sacrifici di tanti, ci dicono che v'è un problema generale. Un problema non solo locale. Come diceva Primo Levi, “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate, anche le nostre”.
GLOSSARIO
AMG (Allied Military Governement), Amministrazione Militare Alleata che governò i territori italiani man mano liberati. Suo compito era mantenere l'ordine pubblico, gestire la transizione, assicurare i Servizi essenziali.
BRIGATA. Nella guerra partigiana la Brigata comprendeva forze varianti dai 100 ai 300 volontari, suddivisi in 4 o 5 Distaccamenti. Più Brigate formavano una Divisione.
BRIGATE NERE. Furono un corpo ausiliario volontario delle Forze Armate della RSI, organizzato direttamente dal Partito Fascista Repubblicano. Il corpo fu istituito il 30 giugno 1944 ed operò fino al termine della Seconda Guerra Mondiale, con compiti di antiguerriglia. Furono costituite 41 Brigate territoriali, cioè una per provincia, intitolate ciascuna ad un caduto fascista (nel caso nostro la Brigata Nera cremonese era intitolata ad Augusto Felisari). A queste Brigate territoriali si affiancavano 5 Brigate mobili, di cui una alpina, e 12 Brigate autonome speciali, per un totale in organico (mai probabilmente raggiunto) di 110.000 brigatisti. Le Federazioni provinciali del partito furono convertite in Comandi di Brigata, diretti dai rispettivi Segretari Federali. Si assistette cioè alla completa militarizzazione del partito.
CARS (Centro Addestramento Reparti Speciali), costituito dalla Repubblica di Salò il 18 Marzo 1944, con sede a Parma. L'obiettivo era raggiungere i 10.000 uomini (numero in verità mai raggiunto), volontari, presi dai vari corpi, in teoria i migliori, per contrasto alla Resistenza, visti gli scarsi risultati della Guardia Nazionale. Ai primi di settembre del 1944 il Cars fu sciolto e trasferito in una Brigata leggera (Raggruppamento Cacciatori degli Appennini), con sede a Ceva (Cuneo) e base logistica a Crema. Forse per questo il fascismo saloino a Crema fu particolarmente duro. D'altronde a Cremona c'era, vanto di Farinacci, il Centro di arruolamento ed organizzativo delle SS italiane!
CAS (Corti Straordinarie di Assise). Erano un organismo giudiziario speciale istituito in Italia alla fine della guerra per processare i crimini di collaborazionismo con i tedeschi. Istituite dal governo Bonomi il 22 Aprile 1945, pochi giorni prima della Liberazione, le Corti d'Assise Straordinarie avevano il compito di giudicare in maniera esclusiva ed urgente tutti/e coloro che avevano commesso atti di collaborazionismo con i tedeschi durante il periodo della RSI, compreso azioni contro la Resistenza. Già il 5 ottobre dello stesso anno le Corti Straordinarie furono soppresse e trasformate in Sezioni Speciali delle Corti d'Assise Ordnarie (per essere poi abolite definitivamente addirittura nel 2008!) Le Corti Straordinarie, che avevano sede presso il capoluogo di provincia, erano composte da un magistrato di carriera, nominato dal Presidente della Corte d'Appello, e da quattro giudici popolari estratti a sorte da liste di cittadini maggiorenni redatte dai CLN provinciali. Le Corti Straordinarie funzionarono, con equilibrio e serietà, e comminarono parecchie pene, ma poche di queste vennero eseguite, tra amnistie e ricorsi alla Cassazione.
CLN (Comitato di Liberazione Nazionale). Era composto dai rappresentanti di tutti i partiti antifascisti. Esistevano Comitati a livello nazionale, regionale, provinciale e comunale. Nel centro-nord operò il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia).
CIL (Corpo Italiano di Liberazione). Era l'insieme delle Divisioni e dei Gruppi dell'Esercito Italiano ricostituitosi al Centro-Sud e combattente al fianco degli Alleati (“cobelligerante”).
CVL (Corpo Volontari della Libertà). I partiti antifascisti costituirono a Milano un Comando militare dei vari gruppi partigiani per garantire, nei limiti del possibile, un indirizzo unitario nella lotta. La denominazione di Corpo Volontari della Libertà venne assunta ufficialmente nel giugno del 1944. Al CVL appartenevano tutte le formazioni partigiane del centro-nord Italia. Il comandante del CVL fu il generale Raffaele Cadorna, vice-comandanti Luigi Longo e Ferruccio Parri.
FIAMME VERDI. Presero questo nome le formazioni partigiane di ispirazione cattolica nate nel Bresciano, nome poi esteso ad altre regioni d'Italia. L'impulso iniziale venne dal gruppo di giovani intellettuali riuniti attorno a Teresio Olivelli. Il nome deriva dalla mostrina verde degli alpini, scelta come distintivo.
FLAK. Sigla indicante l'artiglieria antiaerea tedesca (famoso il cannone da 88 mm, utilizzato anche come cannone anticarro).
FORZE ARMATE della RSI. Di quanti soldati disponeva la Repubblica Sociale Italiana? Dichiarati, non pochi: 150.000 (compresi Decima Mas, SS italiane, SAF ecc.). In realtà molto meno: la renitenza alla leva era diffusissima, le diserzioni continue e, negli ultimi tempi, frequenti anche le fughe in massa dalle caserme.
GARIBALDI. Formazioni organizzate dal Partito Comunista Italiano per la condotta della guerra partigiana. Nelle Garibaldi militavano, però, anche non comunisti e molti senza partito. Così anche nelle altre Formazioni partigiane.
GIUSTIZIA E LIBERTA'. Era la denominazione assunta dalle unità partigiane create sotto l'egida del Partito d'Azione. Il motto era preso dal movimento di Carlo Rosselli. Le Formazioni erano sotto il comando di Ferruccio Parri.
GAP (Gruppi di Azione Patriottica). Erano unità partigiane inserite nelle Brigate Garibaldi, con particolari finalità di guerriglia all'interno dei centri urbani.
GNR (Guardia Nazionale Repubblicana). Fu creata dalla Repubblica Sociale Italiana. Alle strette dipendenze del partito fascista repubblicano, fu il risultato della fusione della Milizia fascista con i pochi reparti ancora esistenti della Polizia dell'Africa Italiana e con i Carabinieri (i quali, per la gran parte, non accettarono questa fusione, come già ho scritto)
I.M.I. (Internati militari italiani). E' la definizione attribuita dalle autorità tedesche ai soldati italiani catturati e deportati nei territori della Germania nazista nei giorni immediatamente successivi all'otto settembre. Dopo il disarmo, soldati ed ufficiali italiani vennero posti davanti alla scelta se combattere nelle fila dell'esercito fascista o essere internati in Campi di concentramento in Germania.
La grande maggioranza rifiutò di combattere per la RSI. I coraggiosi che rifiutarono vennero considerati “internati militari” e non “prigionieri di guerra” (per non riconoscere loro le garanzie delle Convenzioni di Ginevra, firmate anche ndalla Germania). Infine, dall'autunno del 1944 alla fine della guerra, vennero considerati “lavoratori civili” in modo da essere utilizzati come manodopera coatta, senza godere delle tutele della Croce Rossa loro spettanti. A Castelleone furono moltissimi e sarebbe giusto dedicare loro una pubblicazione. Quasi tutti rifiutarono di giurare fedeltà alla RSI. Tornarono scheletrici e profondamente segnati da quella esperienza. Alcuni ebbero un ruolo poi nelle vita politica e sociale di Castelleone. Come Mario Brazzoli, parrucchiere, classe 1907, delle Case Operaie, militare nella Taurinense ed internato in Germania, nel dopo guerra dirigente del circolo ENAL, poi ARCI. Oppure Severino Visigalli, classe 1923, marinaio a La Spezia, prigioniero dei Tedeschi fin dal 28 marzo 1943.
MATTEOTTI. Le Brigate partigiane organizzate dai socialisti erano intitolate a Giacomo Matteotti. Con la primavera del 1944 assunsero una sempre maggiore
efficienza.
RSI (Repubblica Sociale Italiana). La denominazione fu scelta da Mussolini contro il parere di Farinacci ed altri che avrebbero voluto chiamarla “Repubblica Fascista Italiana”. Istituita nell'Italia occupata dalle truppe tedesche dopo l'otto settembre 1943, fu detta anche Repubblica di Salò, dalla sede ufficiale del governo. I seguaci furono chiamati da subito dagli antifascisti e dal popolo “repubblichini”. Fu totalmente subalterna all'occupante tedesco e sostanzialmente servì per la repressione contro i partigiani ed ogni forma di dissenso.
SAF (Servizio Ausiliario Femminile). È stato un corpo femminile delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana, istituito il 18 Aprile 1944. Aderirono volontariamente, come “ausiliarie”, circa 5500 donne, soprattutto giovani e borghesi, e si occuparono in genere di servizi ospedalieri, amministrativi, logistici, assistenziali. Alcune parteciparono anche ad azioni di guerra ed a torture nei confronti dei partigiani e degli antifascisti.
SAP (Squadre di Azione Patriottica). Nacquero nell'estate del 1944 soprattutto nelle campagne, agli ordini dei CLN locali. Erano organizzate a livello di Comune o di gruppi di piccoli Comuni. Vi erano anche le SAP di fabbrica e di scuola. Riuscirono a coinvolgere nella lotta vasti strati della popolazione. La loro presenza fu determinante nel corso degli scioperi operai del 1944 e durante
l'insurrezione generale dell'aprile 1945.
S.O.D. Sudtiroler Ordnungsdienst (Servizio d'Ordine del Sud Tirolo), organizzazione ausiliaria parapoliziesca attiva tra il 1943 e il 1944 in Alto Adige. Faceva parte della “Gendarmeria della Provincia di Bolzano nella Zona d'Operazioni delle Prealpi”. Il Quartier Generale era a Bolzano. All'inizio ne facevano parte circa 6000 persone, alla fine 17000. Collaborò alla deportazione degli ebrei, alla cattura di renitenti alla leva e partigiani. Compiti specifici erano la sorveglianza delle stazioni, delle linee ferroviarie, degli edifici pubblici, il mantenimento dell'ordine. In un primo tempo i partecipanti erano volontari, poi fu consentito ai coscritti di leva di prestare servizio nella S.O.D. invece che nelle SS o nella Wermacht. Il 1 agosto 1944 fu assorbito dalla “Landwacht” (letteralmente “Guardia Rurale”), ramo separato della Gendarmeria tedesca, istituito da Heinrich Himmler nel gennaio 1942 per controllare i prigionieri di guerra impiegati nei lavori agricoli.
SS ITALIANE (Legione SS Italia). Erano circa 20.000. La sede era ad Udine ed il principale Centro di arruolamento ed addestramento a Cremona, cui facevano riferimento i 29 Centri aperti in tutta la RSI. Il loro impiego prevalente fu in chiave antiguerriglia. Noi associamo, per certi aspetti giustamente, le SS alla Germania nazista; ricordiamoci però che negli ultimi anni della guerra la grande maggioranza delle SS era composta da non tedeschi: su di un milione circa di appartenenti, i tedeschi del Reich erano “solo” quattrocentomila; gli altri erano olandesi (cinquantamila!), baltici, norvegesi, ucraini, italiani, francesi, bosniaci e tatari mussulmani, ecc. Giuravano fedeltà alla Germania nazista ed a Hitler, erano comandati da ufficiali tedeschi: alla faccia di ogni patriottismo!
TRIBUNALE SPECIALE. Istituito dal fascismo dopo un attentato a Mussolini nel 1926, fu un organismo strettamente politico di repressione della dissidenza.
Oltre al Tribunale Speciale venne istituito in quella occasione il Confino di polizia. Abolito dal Governo Badoglio, tornò in vita con la RSI.
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L'importante lavoro del prof. Corada, edito in cartaceo ed in digitale, è stato presentato nei giorni scorsi, oltre che in numerose conviviali locali, anche nell'epicentro del contesto degli accadimenti di 80 anni fa. A Castelleone, appunto. Dove pochi giorni fa ha avuto luogo una riuscitissima conferenza, partecipata da almeno da duecento persone.
Il prossimo editing digitale riguarderà
