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Il Luigi Mazza di Pizzighettone

Molto di più di una RSA

  20/06/2020

Di Enrico Vidali

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Siccome ci reputiamo appartenenti alla scuola giornalistica anglosassone, anticipiamo subito le ragioni che concorrerebbero a definire, a nostro carico, la fattispecie del conflitto di interesse.

Siamo (inteso non come nos maiestatis, ma come prima personale plurale, vale a dire il sottoscritto e i due cugini) nati lì. Esattamente nella sala parto/nursery/degenza, al primo piano sopra la chiesetta, affacciante sull'Adda, talmente essenziale che i neonati (war-ender) d'inverno (ne sappiamo qualcosa appunto noi tre, nati in anni diversi tra la fine di gennaio ed i primi di febbraio) fruivano di un climatizzatore rappresentato da un cilindro termico di ottone (pro culla).

In una delle stanze dell'ala nord sarei stato sottoposto ad un intervento di tonsillectomia;  nel giugno del 1958 (lo stesso giorno, lo appresi dall'unico televisore disponibile nello spazio soggiorno, in cui Il dottor Živago fruttò a Pasternak l'assegnazione del Premio Nobel per la letteratura). Un mese dopo il mio nonno, che 24 anni dopo sarebbe spirato in un contigua stanza destinata alla morte dolce degli ottuagenari resi esausti da un'esistenza impegnativa, avrebbe subito l'ablazione di un'ernia inguinale. Degente sarebbe stata anche la nonna, prima di essere trasferita, data la gravità clinica, al nosocomio del capoluogo. Infine, sarebbe stato ospite, ben accudito e curato, uno zio.

Possono bastare queste reminiscenze per affermare che alla storia ed all'onore del Mazza chi scrive è legato da radici inestirpabili?

Riprendendo il filone del roster delle prestazioni e delle opportunità curative di quell'epoca, probabilmente incardinate dagli esordi della struttura di fine 800 e proseguite in automatico in forza di un diffuso e radicato sentiment popolare, di apprezzamento dell'offerta clinica (che, per quanto minimale, presentava il vantaggio della prossimità), si aggiunge che l'affidarsi al Mazza fu per decenni prima scelta.

Da tempo immemorabile l'”Uspedal”, come veniva definito e percepito dalla popolazione, ampliava la propria offerta col “Ricover”, riservato agli anziani non autosufficienti, (segmento in progressione, destinato a  diventare core business nel corso del tempo), e con una gamma di prestazioni e servizi. Che, in quella notte dei tempi imparagonabile ai successivi,  ne facevano un insostituibile di presidio territoriale (di cui ci sarebbe tanto bisogno nei tempi correnti). Specie considerando la pesantezza degli effetti collaterali della recente, severa punizione pandemica; affrontata in Lombardia e nella nostra provincia praticamente a mani nude; vale a dire senza il supporto (presente in altre Regioni parzialmente graziate dalla maggiore precauzionalità) della rete territoriale (eradicata dalla ospedalizzazione forzata e dal modello sanitario verticale.

Innanzitutto, quel presidio viveva (con buoni risultati clinici e con un modesto impiego di risorse) in un virtuoso rapporto simbiotico con i due medici di famiglia (Ortelli/Mondini anni 40 e primi anni 50; Bettazzi/Tentoni anni 50 e 60; Tentoni/Evangelisti successivamente).

I "dutur", esercitavano, oltre che nell'ambulatorio attiguo all'abitazione, anche presso la struttura del Mazza; dove veniva somministrata una serie di prestazioni di base e semispecialistiche. Cui si aggiungevano le prestazioni dei medici di fabbrica della Pirelli (tra cui l'apprezzata odontoiatria).

Nei primi anni (quindi, ante Ufficio Igiene Consortile) al Mazza, se non ricordiamo male, si praticavano le vaccinazioni; in aggiunta alle piccole medicazioni e alle visite ostetrico-ginecologiche.

Insomma, con il Mazza, Pizzighettone e il resto dei Comuni un tempo di rango mandamentale (8 se non erriamo), disponevano, con mezzo un secolo di anticipo (e forse più) rispetto ai tempi della “riforma”, di presidî curativi territoriali. Che, appoggiati in genere agli antichi ospedali di mendicità sorti nei secoli per iniziativa delle Congregazioni religiose o, come nella fattispecie, per profondo afflato umanitario di grandi filantropi come Luigi Mazza, equivalevano ai distretti della legge 833 e prefiguravano in largo anticipo il modello delle “case della salute” (dalle Regioni non “eccellenti” come la Lombardia, ma sul lato pratico molto più previdenti ed efficienti).

Non casualmente, nel corso della fase programmatoria degli ambiti distrettuali le UUSSSLL del territorio avevano cucito su realtà come queste il progetto del presidio su cui radicare un modello basico decentrato.

Poi, come si sarebbe saputo (e come dimostreremo in un dossier in lavorazione attinente alla “controriforma” della sanità attivato e tenacemente perseguito a partire dalla “seconda repubblica”), su questa lungimirante preesistenza si accanì, con le buone e con le cattive, argomentate alla luce della ottimizzazione/aziendalizzazione dei servizi sanitari, la mannaia. Che avrebbe costretto alla riconversione monovocazionale. Vale a dire all'accudimento della non autosufficienza geriatrica. Fatte le debite eccezioni per quelle IPAB, che hanno sviluppato, in anticipo coi tempi, la specializzazione per il trattamento dell'Alzheimer (come Sospiro) o (come S. Giovanni in Croce) per la riabilitazione.

Il Mazza fu una delle prime a prendere atto della tendenza e a puntare sul trattamento geriatrico.

Come nella tradizione dei romanzi d'appendice, ci sia concessa una digressione; allo scopo di delineare (attingendo tanto alle reminiscenze inculcate in qualsiasi pizzighettonese dalla famiglia, dalla scuola, dai parroci quanto, per comodità, al profilo postato sul sito della Fondazione)  la figura del fondatore Luigi Mazza.

Luigi Mazza
Luigi Mazza

L'eminente concittadino, Luigi Mazza nacque a Pizzighettone il 22 febbraio 1835. Presumibilmente rampollo di una famiglia abbiente intraprese un ciclo impegnativo di studi, fino a giungere alla laurea. Una base di partenza per lo sviluppo di una poliedrica attività di servizio al prossimo. Prima a Soresina, dove fondò la Società di Mutuo Soccorso e promosse l'istituzione dell'Asilo d'Infanzia e della Scuola Tecnica. Successivamente, a partire dal 1870 a seguito del ritorno nel centro natio, a Pizzighettone, dove unirà in una straordinaria testimonianza umanitaria la dedizione alle istituzioni comunali (consigliere comunale, assessore, sindaco, giudice conciliatore, sovraintendente scolastico) e alle associazioni filantropiche e mutualistiche (presidente delle varie società operaie e membro della Congregazione della Carità).

Come è facilmente intuibile tale afflato civile sarà alla base dello sviluppo in Luigi Mazza di un organico progetto di carità e di assistenza a favore dei derelitti.

In quei tempi c'era solo l'imbarazzo della scelta tra i tanti bacini di portatori di sofferenza e di indigenza. Luigi Mazza fu attratto dalla condizione diffusa degli affetti da pellagra.

Cominciò, come verrebbe da dire, “a domicilio” (il suo) dove portò prima un ammalato, poi un altro…Fino alla decisione di istituzionalizzare organicamente tale abnegazione umanitaria con la fondazione nel 1878 dell'Ospedale in seguito chiamato “Luigi Mazza”. Il cui artefice sarebbe morto di peste colerica, presumibilmente contratta a contatto con i soccorsi.

Detto del fondatore e della recente storia della struttura, ci soffermeremo a sottolineare la piena e coerente aderenza all'insegnamento di Luigi Mazza di chi gli sarebbe subentrato come benefattore, come amministratore e come operatore.

La Fondazione avrebbe mutato veste istituzionale; ma non la linea-guida del servizio al prossimo sofferente.

Per decenni furono selezionati amministratori residenti chiamati, disinteressatamente, a gestire il più significativo e nobile strumento di assistenza alla popolazione e, progressivamente nel tempo, ad una domanda che cresceva anche al di fuori dei confini comunali.

A chi può essere venuto in mente di interrompere (tutto ad un tratto ed a fari spenti) questa virtuosa tradizione di servizio alle fasce più bisognose di una popolazione sempre più inclinante all'invecchiamento?

Nei giorni scorsi, come è ormai noto, su questa discontinuità che non trova ammissibili giustificazioni, si è consumata una frattura nel governo comunale (e, temiamo, nella cittadinanza).

Per la prima volta nella procedura di scelta dei componenti dell'organo amministrativo della Fondazione (alle prese con le conseguenze devastanti in termini di tributo di vite umane e destabilizzanti per la sostenibilità dell'equilibrio aziendale) non si è scelto, da parte dell'Amministrazione Comunale,  di delineare prioritariamente un progetto di salvaguardia e di rilancio, su cui vincolare l'operato dei prossimi amministratori dell'Ente.

Per la prima volta si è puntato ad un modello di occupazione “politica”, su base fiduciaria, di illustri prescelti per gestire una realtà che non conoscono, quanto meno nel rapporto con il retroterra comunitario.

Certamente si sarebbe dovuto espletare un bando di evidenza pubblica di autocandidati in possesso di idonei requisiti. Che, tra parentesi, non è stato disatteso, a dimostrazione dell'attaccamento al loro Ospedale Luigi Mazza, da alcuni volonterosi pizzighettonesi.

Sorprende e sgomenta che nessuno di loro sia stato giudicato idoneo alla bisogna.

Con il risultato che per la prima volta ad amministrare il Mazza non ci sarà neppure un residente in rappresentanza dei cittadini pizzighettonesi.

Ultimo ma non ultimo, da sottolineare un non meno sconcertante particolare. I designati, diversamente dai predecessori succedutisi nei decenni, non svolgeranno, in coerenza con l'afflato umanitario del fondatore Luigi Mazza, gratuitamente la loro funzione; bensì saranno remunerati. Una deriva, questa, ahinoi anche per la nostra Pizzighettone, della tendenza ad irreggimentare i ruoli amministrativi nelle logiche “fiduciarie” dei partiti e a mestierizzare la dedizione civile. Una nefasta inclinazione ormai diffusa; ma che nella fattispecie contrasta sia con l'insegnamento di Luigi Mazza, con la storica tradizione dei Benefattori, con l'ineludibile esigenza di riattivare la catena della solidarietà.

Già, ma chi, di fronte ad un siffatto inopinato tornante nell'ispirazione etica della Fondazione si metterà una mano sul cuore e l'altra al portafoglio per soccorrere un'istituzione (come ha ammesso il Presidente uscente) è in grave dissesto?

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