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Felice Majori: una testimonianza civile di grande valore e significato

Majori è stato come si suol dire, nella riserva delle preziose potenzialità della comunità

  18/12/2014 — Di Redazione

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Sono ben consapevole del rischio che lo sconcerto per l'inaspettata e prematura scomparsa di Felice Majori finisca per prevalere sull'approfondimento di una testimonianza, umana e civile, che merita di essere consegnata alla memoria storica della città per il suo significato e per il suo valore.

D'altro lato, anche se lo “sciogliete le righe” della comunanza di impegno aveva diradato le occasioni di incontro, il retroterra del rapporto umano è stato talmente vasto e profondo dall'impedire, oggi, qualsiasi asettica rievocazione.

Majori, alla cui dedizione troppo presto chi puote e vuole ha rinunciato, è stato, come si suol dire, nella riserva delle preziose potenzialità della comunità; continuando, come suggerirebbe von Clausewitz, in altre forme la missione cui aveva ispirato il senso esistenziale.

È ricorsa più volte nell'omelia del celebrante la cerimonia di commiato, tanto bella ed efficace da riassumere unitariamente il sentire collettivo, la distinzione tra il lavoro e la professione, che ha caratterizzato il tratto di questa feconda dedizione comunitaria.

Dopo l'esaurimento del ciclo formale del lavoro, l'afflato di essere utile alla società e di farlo con somma competenza e correttezza è proseguito senza soluzione di continuità. Non in altre forme; bensì rendendo prevalenti quelle che i ruoli formali avevano espresso in termini complementari: l'approfondimento giuridico-amministrativo ed il volontariato.

Che già erano stati ben presenti, per quanto, si ripete, in termini integrativi nel suo lungo e fecondo percorso di civil servant.

Ecco, allora che la rarefazione delle occasioni, in passato propiziate dalla comunanza professionale, amministrativa, politica, è stata nel tempo compensata dalle contingenze offerte dal comune volontariato. Che nel Suo caso è stato generoso, vasto, fecondo per la crescita di un impulso associativo, destinato, da un lato, a corroborare i limiti dell'azione pubblica e, dall'altro, a radicare nelle coscienze e nell'azione concreta le consapevolezze di appartenenza e di dovere verso la comunità.

Cosa sarebbe il complesso dell'azione pubblica impegnata nell'assistenza dei cittadini, afflitti dalla malattia e dal bisogno, se non ci fosse il volontariato associat, che fornisce il sangue, che trasporta i pazienti, che organizza i portatori di patologie specifiche nel rapporto con la struttura sanitaria, che supporta la ricerca scientifica?

Già quale sarebbe la condizione, soprattutto in scenari quali gli attuali contraddistinti dalla restrizione delle risorse pubbliche, dei più deboli e dei meno tutelati, se non ci fosse questo eccezionale dispiegamento di risorse volontarie?

Ma nel modulare il ruolo tutt'altro, come abbiamo visto, che marginale, del volontariato, cui ha dedicato tanto impegno (a livello locale e nazionale), in Majori fu sempre ben presente la centralità dell'azione sinergica tra l'associazionismo e l'azione pubblica.

Tale consapevolezza non fu né occasionale né tardiva; essendo stato Majori testimone di una stagione permeata ed influenzata da forti suggestioni idealistiche.

Devo confessare, a questo punto, il motivo di uno dei, purtroppo, sempre più rari incontri personali. Gli avevo accennato, alla fine di settembre, in occasione di una casuale visita al civico cimitero, del progetto di dedicare una delle prime edizioni de L'Eco del Popolo, al cui precedente ciclo cartaceo Egli aveva profuso contributi costanti e competenti, al dossier salute.

Mi aveva promesso collaborazione e documentazione. Purtroppo, non sarà così; anche se il progetto editoriale andrà avanti nel segno della volontà di far riemergere il retroterra ideale, le dinamiche, le procedure che resero possibile l'acquisizione di risultati lusinghieri nel settore sanitario ed ospedaliero del nostro territorio.

Non è qui il posto ed il momento per aprire riflessioni ed analisi, congrue ad altri scopi.

Innegabilmente, la stagione della sanità “aziendalizzata” (con il portato poco edificante di esclusività, di inefficienza, di, concediamocelo, cattivi esempi), dai cittadini e dal controllo territoriale, è quanto di più lontano ed incompatibile ci potesse essere con le visioni di Majori.

E, di tutti i pionieri che prima di Lui e con Lui hanno reso possibile il raggiungimento del traguardo, agognato e perseguito per decenni, di unificare e razionalizzare le strutture ospedaliere di Cremona, dotandole di un nosocomio moderno ed efficiente.

Di ciò v'è traccia profonda nel dibattito e nelle testimonianze dei primi cenni della ripresa della vita democratica, subito dopo la Liberazione ed ancor prima dell'avvio della stabilizzazione e della ricostruzione (come ho ricordato in Il Socialismo di Patecchio).

A quell'epoca, Felice era poco più che adolescente; ma non per questo refrattario alla percezione della testimonianza in cui, in quella drammatica temperie, era stato coinvolto l'ambiente famigliare. Il fratello Angelo, maggiore di Lui di qualche anno, dopo aver esercitato la professione di bancario presso il Credito Commerciale, in cui era stato collega di Piero Pressinotti, era entrato nella clandestinità antifascista, divenendo comandante del raggruppamento delle Brigate Matteotti. E scampando, più che fortunosamente, grazie alla complice benevolenza del medico-legale del Carcere di Cremona, dottore Emilio Priori, al plotone di esecuzione di Bergamo del Tribunale Speciale; cui era stato condannato dopo il “soggiorno” di Villa Merli ed un sommario processo.

Angelo Majori sarebbe diventato, dopo la Liberazione, nonostante la giovane età, un eminente esponente della dirigenza socialista e, come si può leggere sulle ingiallite pagine de L'Eco del Popolo, avrebbe fornito un importante contributo di idee alla ricostruzione ed al miglioramento delle condizioni di vita del popolo.

Condizioni che risultavano particolarmente problematiche per la tutela della salute. Per questo, come abbiamo anticipato, il nuovo governo cittadino aveva individuato, pur in uno scenario di estrema indigenza, la priorità di un nuovo nosocomio.

Per quanto Felice sia giunto alla militanza ed alla dirigenza socialista in una età matura e dopo la feconda esperienza dell'Assessorato alla Sanità/Assistenza della Giunta Zanoni, è difficile pensare che i principi ed i valori che hanno ispirato il Suo impegno civile non siano stati assimilati nell'ambiente famigliare.

Avrebbe, con il conseguimento della laurea, avuto ben presto la possibilità di farne il sicurvia etico da porre in sinergia con il versante professionale.

Il campo di applicazione che si sarebbe trovato di fronte era costituito dall'impresa della realizzazione di un moderno nosocomio, efficiente e, soprattutto, aperto al territorio.

Apostoli, in prima fila, di questa sfida erano il cattolico Emilio Priori e la socialista Maria Galliani, sostenuti da un Consiglio reso fortemente coeso dalla attiva solidarietà di tutte le componenti politiche ed assecondati da una impareggiabile équipe tecnica e da imprese di grande valore.

In meno di un quinquennio ed in quasi totale autofinanziamento (attinto dal cospicuo patrimonio frutto delle generose donazioni dei benefattori cremonesi) il progetto sarebbe stato realizzato con grande efficienza e con standards di qualità sorprendenti.

In quell'habitat Felice Majori, prima come diretto collaboratore del Segretario Generale dott. Celeste Cottarelli e poi, Egli stesso, come Direttore Generale avrebbe dato il meglio di sé nella conduzione di una struttura, che, fino alla cosiddetta “aziendalizzazione”, avrebbe dato prova di grande efficienza. Riuscendo a svolgere significativi volumi di assistenza, ad attrarre una vasta utenza extra-provinciale, ad avvalersi di organici medici e paramedici prevalentemente autoctoni di apprezzabile livello scientifico, ad ottimizzare l'offerta ospedaliera attraverso una feconda sinergia tra sanità privata e sanità pubblica. Che restava, la seconda, comunque il perno del sistema socio-assistenziale; con un forte aggancio col territorio.

Ed anche per evitarci l'accusa di indulgenza agiografica, citeremo qui una delle tante attestazioni di stima e di riconoscimento del valore umano e professionale, citiamo qui la testimonianza di un valente geriatra, il dott. Attilio Calza, che ha ricordato l'abilità della dirigenza Majori nel reclutamento di alte professionalità cliniche e nel mantenimento di un forte rapporto con l'utenza.

Un altro valente medico, l'indimenticato primario chirurgo prof. Palmiro Alquati, sempre dalle pagine della Provincia, ha ricordato che Majori “è stato l'ultimo amministratore cremonese che ha governato il nostro ospedale”. In tale affermazione non sfugge una nota di rammarico e di sconcerto, riferiti presumibilmente alle performances delle gestioni successive.

Qualcuno avrebbe visto Majori all'opera nell'esecuzione degli indirizzi gestionali promanati dai governi regionali dell'ultimo ventennio?

Ci sia consentito concludere il profilo di Majori con un'ultima annotazione.

Oltre che valente dirigente e amministratore, Felice ha caratterizzato anche la Sua testimonianza pubblica e politica fornendo anche un prezioso contributo alla vita culturale.

Fu, infatti, negli anni 80 rifondatore e presidente del Club Turati, che sviluppò in quel periodo un volume impressionante di iniziative divulgative prevalentemente in campo medico-scientifico.

Corrediamo questa rievocazione del profilo biografico di Felice Majori rinviando i lettori alla galleria fotografica, che riprende significative immagini dello scomparso e di, come li ha definiti il prof. Alquati, “illustri cremonesi illuminati e lungimiranti” che hanno reso possibile i riconosciuti grandi risultati dell'organizzazione ospedaliera.

E.V.

Negli allegati trovi: una conviviale durante i lavori del nuovo ospedale,il Dott. Priori ed una panoramica del nuovo ospedale

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