Arturo Toscanini: “la schiena si piega quando l'anima si è già curvata”
La vita converge, talvolta separa, ma, almeno sul terreno della comune testimonianza ideale, non fa perdere mai di vista. Delle vicende “militanti” del socialismo italiano si sa o (almeno per chi si volesse “applicare”) si dovrebbe sapere quasi tutto. Un processo di dispersione biblica. Che ha trascinato idee, persone e “cose”. Di queste ultime preferiamo l'accezione “immateriale”. Con particolare riferimento ai grandi, riconosciuti centri di divulgazione culturale ed editoriale.
Con il che è facile percepire che ci riferiamo al grandi Circoli e alle grandi prestigiose testate fatte del maggior quotidiano “Avanti!” e dei periodici, centrali e territoriali. Tra cui il nostro Eco del Popolo che nel 1889, praticamente fece esordire, contestualmente alla consorella emiliana, prampoliniana “La Giustizia” (negli ultimi due anni rifunzionalizzata, sotto la direzione di Mauro del Bue, come organo ufficiale del Movimento Liberalsocialista, la stampa “socialista”, in un contesto culturale e civile assolutamente incomparabile (se non altro dal punto di vista delle modalità informative, addirittura pre-analogiche) con l'attuale. Figurarsi con l'attuale debordante cifra “digitale”, che non solo ha modificato le tecnologie di confezionamento delle notizie, ma anche l'approach alla lettura ed al confronto dialettico. Fino a rettificare alcuni aspetti configurativi del modello liberaldemocratico, asse delle prerogative e dell'ordinamento occidentale.
Importante sarebbe pensare “analogico” e avvalersi delle grandi opportunità del digitale. Senza menarne spocchia, la nostra testata ci sta provando. In meno di un mese abbiamo postato il Saggio del 1956 di Emilio Zanoni sulla Liberazione di Cremona ed il Saggio di Giancarlo Corada sulla Liberazione di Castelleone e centri viciniori. In pratica, replicando la definizione grammaticale tradizionale, due libri su Internet liberamente e gratuitamente accessibili e, quel che più conta, trasmissibili col moltiplicatore della veicolazione.
Se ci si sofferma un attimo, non ci si consapevolezza totalmente delle eccezionali opportunità divulgative; soprattutto riferite ad un “comparto” del sapere (la storia del 900 e la dialettica contemporanea scaturita dalla cultura politica). Che risultano un po' (molto!) penalizzate dal venir meno della rete di supporto rappresentata dall'ormai archiviata intelaiatura che faceva leva sull'organizzazione delle grandi famiglie (i partiti). E, limitandoci strettamente ai contesti correnti, all'idiosincrasia dei players della vita politico-istituzionale nei confronti dei grandi idealismi e della propensione, pur nell'irrinunciabile corrimano dialettico, a preservare paradigmaticamente il valore delle consapevolezze storiche, come innesco della mission di armonizzazione e convergenza dei potenziali progetti di aggregazione. E' su questo presupposto di riflessione e di analisi che nel corso di tutta la “transizione” e del cambio di fase dall'ultima decade del secolo scorso abbiamo tarato il nostro agire. Talvolta in sintonia con le nostre “prossimità “(di derivazione storica e di potenziale affinità), talvolta in consapevole difformità. Almeno dal punto di vista della finalità strumentale della preservazione delle testate storiche, come elemento di tracciabilità di percorsi tendenti a ricollocare sul “mercato” offerte più o meno compatibili e funzionali alla demarcazione dei “poli”, dei “campi”.
Con il che si produrrebbe uno svilimento del “rating” delle testate e, a ben vedere, anche dell'apporto qualitativo del background che dovrebbe innescare una resipiscenza della testimonianza della partecipazione di base, se non proprio popolare (come fu per un secolo), e della riformulazione dei perni di una politica
Dal “cuore antico” (come direbbe Nenni) ma consapevole dell'inderogabilità di un'offerta di innovazione, nel format e nell'ispirazione.
Ci fa molto piacere percepire che nel “perimetro” socialista almeno alcuni agiscono in aderenza a tale visione. Da tempo noi operiamo in sinergia (almeno di riferimento motivazionale e, senza irrealistiche “grandeur”, strategico) con tutte le entità associative e giornalistiche collocate (anche se detto grossolanamente) in tale visione. E' stato così per il ripetuto tentativo (implacabilmente deragliato) di rianimare la testata major (l'Avanti!). Si badi bene major, ma non senior, perché, a stretto rigore di timing, la “punzonatura” dell'esordiente combinato (informativo e militante) avvenne nei suoi precordi nel nostro contesto. Secondo questa successione: fondazione (presso l'osteria della Marcella) dell'Eco ad opera di Leonida Bissolati il 4 gennaio 1889; della testata quindicinale Critica Sociale ad opera di Filippo Turati e con il concorso di Leonida Bissolati (compagno di studi al Liceo Manin); della testata della testata quotidiana Avanti a Roma il 25 dicembre 1896 (quattro anni dopo la fondazione del PSI) ad opera ancora di Bissolati. La forma partito sarebbe venuta dopo. Cosa che segnaliamo per aderenza al fatto storico. Non certamente per vaticinare una consecutio di riproposizione della dinamica nei tempi attuali.
Tutta questa lunga premessa per segnalare ai lettori la ridiscesa in campo della testata turatiana-bissolatiana e per annunciare che, se ci saranno le condizioni, ci predisporremo convintamente (come in precedenza abbiamo fatto con Avanti! e, soprattutto, con La Giustizia) per un rapporto sinergico. Questa edizione, diretta da Stefano Carluccio (dirigente di lungo corso della storica testata Avanti, di cui ha curato la digitalizzazione dell'intera produzione), richiama e focalizza due importanti segmenti della ciclo temporalmente più vicino del secolo di vita del PSI. Che ci hanno visti (anche fisicamente) partecipi. Rivisitarli con la compiutezza ed il rigore di Ugo Finetti e di Gianluigi Da Rold significa inequivocabilmente fare un servizio alla memoria storica e, si sa mai!, all'impulso di resilienza della politica in generale e della sinistra riformista. Come, neanche troppo velatamente fanno intendere, i due bravi giornalisti.

La generazione del '56
Cinquanta anni fa la svolta autonomista di Craxi eletto segretario del Psi al CC riunitosi al MIDAS. Il 16 luglio al Centro congressi “Roma Eventi” in Piazza di Spagna, un convegno per la ricorrenza della storica svolta.
di Ugo Finetti

Perché è utile ricordare nel momento politico attuale la svolta che avvenne al Comitato Centrale del PSI nel luglio 1976 con l'avvento di un nuovo gruppo dirigente al vertice del Partito?
Da decenni, dopo il crollo dell'Urss e dei regimi comunisti europei, ha avuto successo non solo l'ottimistica convinzione che si fosse raggiunto un traguardo definitivo – la “Fine della Storia” -, ma si è assistito al “Tramonto del passato”. È così che in Italia si è registrato il moltiplicarsi sulla scena politica di movimenti che promettono la rinascita nazionale nel segno dell'” anno zero” secondo un immaginario collettivo cresciuto senza radici e identità storiche.
Il Midas è l'esempio dell'esatto contrario: in un momento di crisi, dopo la disfatta elettorale, in cui – in uno scenario dominato da Dc e Pci - il Psi era dato per “spacciato” e destinato al declino e all'irrilevanza politica (“partito residuo” lo definì Norberto Bobbio), i socialisti si resero conto della necessità di una svolta radicale, ma non fu un “anno zero”. Quasi seguendo il monito di Machiavelli che indicava come via d'uscita di fronte alle crisi il “ridursi in sul principio”, al Midas si dette vita a un rinnovamento come “ritorno alle origini”. L'attualità del Midas consiste infatti nel promuovere una svolta radicale non come “rottamazione”, ma
sentendosi parte integrante di una “storia”: essere al tempo stesso “eredi” e “pionieri”.
Con l'elezione di Craxi a segretario si segnò un rilancio dell'autonomia socialista da parte della “generazione del ‘56”, a opera cioè dei giovani dirigenti cresciuti al seguito di Nenni e di Lombardi quando il Psi ruppe con il “patto d'azione” con il Pci e aprì il nuovo corso politico dell'” autonomia socialista” e che si erano poi sparpagliati in seguito alle successive diaspore nel ceppo originario autonomista: chi con De Martino come Enrico Manca, chi con Mancini come Vincenzo Balzamo.
L'ascesa di Craxi non fu infatti il risultato di una battaglia di corrente. Quando all'inizio dei lavori del C.C. presso l'Hotel Midas si riunirono – assente Nenni presidente del Partito - gli autonomisti dopo l'annuncio delle dimissioni di De Martino, nel dibattito si succedevano interventi per lo più di adesione alla candidatura di Antonio Giolitti. Craxi sempre più spazientito concluse la riunione in modo genericamente interlocutorio.
In verità il rapporto tra Craxi e la corrente non era senza criticità: tra il 1970 e il 1973 vie erano stati tentativi di metterlo in minoranza e anche di destituirlo. La prima volta all'indomani delle elezioni amministrative del 1970. Il relativo successo del Psi aveva diffuso nella corrente sfiducia nel proseguire la lotta di minoranza e prevalse la stesura di un documento per lo scioglimento della corrente. Craxi da poco eletto vicesegretario di Mancini non riuscì a bloccarlo sul nascere. Si andò così a un incontro con Nenni in cui gli si lesse il testo. Nenni lo ascoltò impassibile e al termine commentò: “Fate pure. Non vi smentirò. Per
quel che riguarda la mia persona: mi hanno levato tutto, mi resta solo la mia credibilità. Io non posso firmarlo”. E Craxi con un affettuoso sorriso filiale prese il documento lo stracciò e lo buttò nel cestino.
La seconda volta fu nel 1973 e si puntava a sfiduciare Craxi come responsabile della corrente. L'iniziativa partiva dall'ala della corrente presente nel governo Rumor-De Martino e prese forma di una sorta di pronunciamento contro Craxi in un convegno di esponenti autonomisti a Firenze. Craxi riuscì a raccogliere una risicata maggioranza tra i membri del Comitato Centrale, ma una conta non ebbe luogo per l'intervento di Nenni a favore di Craxi anche perché egli era contrario all'appiattimento governativo su quel tipo di centro-sinistra.
Al Midas Craxi venne quindi accettato da diversi esponenti come una possibile candidatura di transizione in un momento traumatico che aveva bisogno di decantazione. Furono soprattutto milanesi quanti al Midas cercarono di mettere in guardia dall'errore di considerarlo un segretario “usa e getta”, a cominciare da Riccardo Lombardi che nei congressi provinciali nel capoluogo lombardo degli anni '60 aveva vissuto la il confronto interno alla stessa corrente e, soprattutto, ne conosceva l'avversione a una politica unitaria con i comunisti. Lombardi bloccò quindi il voto a favore di Craxi della sinistra e ripiegò sull'astensione. “E' un giudizio di attesa” commentò Signorile riproponendo un clima di dialogo.
Craxi fu dipinto inizialmente come un segretario debole, sbucato dal nulla soprattutto da parte dei principali commentatori giornalistici in quanto prevaleva una visione “romanocentrica” secondo cui si nasceva politicamente solo quando c'era una affermazione “romana”.
Ma non si capisce quel che è successo al Midas e, soprattutto, l'avvento di Craxi se si ignorano i precedenti venti anni di lotta autonomista che lo videro protagonista – tra fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta - nel primo centro-sinistra già a livello universitario con la Giunta Unuri fatta da Craxi con gli studenti cattolici e quindi nel primo centro-sinistra al Comune di Milano diventando capodelegazione socialista con come principale interlocutore il leader della sinistra democristiana milanese (non catto-comunista), Giovanni
Marcora. Non va dimenticato - anche quando Scalfari inventerà il Caf - che comunque nel “dna” della crescita di Craxi l'orizzonte politico è quello della collaborazione tra socialisti riformisti, liberaldemocratici e cattolici popolari.
Il rinnovamento promosso dal Midas fu quindi nel solco della valorizzazione della storia e della tradizione socialista che in particolare per Craxi significava la riabilitazione e l'attualità della lezione riformista. Craxi da segretario della Federazione di Milano nel 1967 realizzava poster con le tessere del Psi orgogliosamente senza il “marchio” della falce e martello imposto dall'adesione all'Internazionale Comunista di Lenin guidata dai comunisti sovietici.
Al Midas all'autonomia socialista si affianca l'alternativa socialista: vi è cioè una forte carica critica nei confronti della Dc, non per una riedizione di stampo frontista, ma per un “duello a sinistra” in cui il nuovo vertice socialista contesta il legame del Pci al Movimento comunista internazionale e punta a un riequilibrio dei rapporti di forza come pregiudiziali per possibili alleanze.
Va tenuto presente come l'intesa tra “i quarantenni” di Nenni e di Lombardi non è una improvvisazione, ma ha una sua maturazione negli anni precedenti.
Dopo la cosiddetta “traversata nel deserto” stando nel Partito in minoranza con Nenni – dal 1969 al 1972 – (nella convinzione che il Sessantotto si sarebbe tradotto in una svolta a destra come era avvenuto negli altri epicentri della “contestazione globale”: Francia e Stati Uniti), gli autonomisti tornati in maggioranza al Congresso di Genova non sono “la sentinella” che privilegia il rapporto con la Dc. Già negli anni precedenti punto identitario era l'impegno divorzista con Loris Fortuna che, infatti, al momento della scissione del luglio 1969 preferisce lasciare la corrente giolittiana (che partecipa alla “nuova maggioranza”) e andare in minoranza a fianco di Nenni che il promotore della legge per introdurre il divorzio in Italia vede più intransigente e meno disposto a compromessi come De Martino che è influenzato dalla prudenza del Pci in materia.
Sull'onda del risultato del referendum del 1974 Nenni sposta la corrente autonomista a sinistra. Il segno più vistoso è la presa di posizione di Pietro Nenni nella Direzione del giugno 1974 in cui lancia la politica dell'alternativa. Aniasi lo sottolineò intervenendo al Comitato Direttivo di Milano il 27 giugno: “Quando Nenni ha parlato dell'alternativa si rimase sorpresi, ma ora tutti ne parlano”.
Va tenuto presente che questa spinta verso l'alternativa di sinistra prende corpo in Craxi nel quadro del dissolvimento del centro-sinistra a Milano. Il venir meno della sponda di una Dc guidata dalla sinistra di Marcora con l'avvento di una Dc di destra che aderisce alle marce della “maggioranza silenziosa” e punta alla conquista di Palazzo Marino estromettendone i socialisti, si traduce in una serie di aggressioni ad Aniasi e a Craxi. Esemplare il caso della italo-britannica Lorna Briffa, che era stata arrestata e condannata in Grecia per la vicinanza con Panagulis. Dopo un'ondata di protesta internazionale è scarcerata ed espulsa.
Giunge a Milano nel febbraio del 1973 e dopo essere stata da Craxi nell'ufficio in Piazza Duomo, è ricevuta dal sindaco a Palazzo Marino. La Dc insorge definendola un'accusata di cospirazione e chiede le dimissioni del Sindaco.
Sostanza: la Dc promuove contro Aniasi e i socialisti 4 crisi in 3 anni.
Craxi si rivelerà quindi il principale artefice del varo della giunta di sinistra a Milano dopo le elezioni del 1975 grazie alla scissione del Psdi capitanata da Paolo Pillitteri.
A ciò si aggiunge che Craxi, come vicesegretario di De Martino, aveva assunto l'incarico di responsabile esteri che lo porta a seguire i lavori dell'Internazionale Socialista (mentre De Martino non appare molto interessato) stringendo rapporti con i leader che da Brandt e Mitterrand a Palme e Soares si muovono in uno scenario di bipartitismo.
Questo spostamento a favore dell'alternativa socialista si accompagna al tema del rinnovamento nella vita interna del PSI.
La prefigurazione del Midas ha infatti luogo nella Conferenza di organizzazione del Psi che si svolge nel febbraio1975 a Firenze promossa e gestita da Rino Formica che è appunto responsabile dell'organizzazione del Partito. La relazione di Formica sostiene la necessità di un rinnovamento interno a cominciare dalla denuncia della “sottovalutazione del valore politico dell'impegno intellettuale e culturale [...] che ha condotto ad una separazione netta, nel partito, tra politici e intellettuali”.
Tra citazioni di Francesco De Sanctis (“Manca la fibra perché manca la fede, manca la fede perché manca la cultura”) si sviluppa un dibattito in cui gli interventi di Claudio Signorile e Fabrizio Cicchitto si intrecciano con quelli di Bettino Craxi e Lelio Lagorio che hanno come base comune il rilancio dell'identità storica e politica del partito.
Al Midas, dopo la sconfitta della politica dei “nuovi equilibri” ovvero “al governo con la Dc solo con l'assenso del Pci”, decolla una rinnovata autonomia socialista che ha come priorità la valorizzazione del proprio patrimonio storico e culturale di cui è testimonianza il ruolo di “Mondo Operaio”. Su questa scìa si promuove il “nuovo corso”: il ritorno di una guida socialista nel vertice sindacale con l'elezione di Giorgio Benevenuto a segretario della Uil al posto del repubblicano Vanni, un generale rinnovamento dei vertici delle federazioni provinciali operato da Gianni De Michelis, nuovo responsabile dell'organizzazione, e un riposizionamento finanziario non più dipendente dalla Dc con Rino Formica, nuovo responsabile amministrazione.
La convergenza del Midas tra lombardiani e nenniani vedrà quindi un suo sviluppo e rafforzamento nel 1978 con il Congresso di Torino (dopo la defezione di manciniani e demartiniani) con Signorile che diventa vicesegretario a cui faranno seguito l'accordo nel caso Moro e il successivo “duello a sinistra” aperto inizialmente da Signorile nei confronti del Pci: “Una pregiudiziale che impedisce al Pci di entrare nel governo – dichiara il vicesegretario socialista – è la sua matrice leninista”. Berlinguer replica con l'intervista a Scalfari in cui indica il leninismo come fondamento della “diversità” comunista (nel 1981 invece riterrà opportuno sostituire il leninismo con la “questione morale” come elemento specifico). Il “duello” prosegue e si radicalizza quindi con il cosiddetto “Vangelo socialista” di Craxi pubblicato sull'” Espresso”.
A distanza di poche settimane c'è il successo dell'elezione di Sandro Pertini al Quirinale che prevale sui candidati inizialmente ipotizzati dalla Dc con il Pci.
Ma “la grande alleanza autonomista” del Midas sarà destinata a dissolversi e poi a ricomporsi.
L a rottura matura dopo le elezioni politiche del 1979. “La sinistra di Signorile – scrive nella sua “Storia del Psi (1892-1994)” Paolo Mattera - puntava ancora a un governo di solidarietà nazionale che preparasse l'alternativa”. Il deludente risultato delle elezioni politiche del 1979 (un incremento del misero 0,2 per cento mentre i radicali triplicano i voti) destabilizza la segreteria Craxi che sarà “salvata” in extremis da Pertini che, a sorpresa, dà l'incarico esplorativo di formare il governo a Craxi aprendo la strada alla prospettiva della guida socialista del governo. Segue poi soprattutto l'incoraggiamento del Quirinale ai socialisti di riprendere la collaborazione con la Dc, svincolati dal Pci, evitando un nuovo scioglimento delle Camere tra crisi economica e attacco terroristico.
La sostituzione dell'alternativa con l'alternanza è una nuova svolta operata da Craxi. Si apre cioè la costruzione di una sinistra di governo che archivia il “Progetto Socialista” che era nel segno dell'autogestione (alla cui ombra era ancora lo stesso “Vangelo” che esaltava Proudhon fautore, appunto, del socialismo autogestionario) e comunque della tesi di un “superamento del capitalismo”. Craxi realizza l'emancipazione da un socialismo “riformatore” – tutto nazionalizzazione e programmazione – per una prospettiva chiaramente
“riformista” (con il cambio del nome della corrente “autonomista” al congresso di Palermo del 1981) che si muove non più in un quadro di “fuoriuscita dal capitalismo”, ma di accettazione dell'economia di mercato.
Già all'indomani di Palermo un segno di ricomposizione avviene con l'elezione a vicesegretari di Craxi di Claudio Martelli insieme a Valdo Spini. Nel 1982 alla Conferenza di Rimini realizzata da Claudio Martelli che coinvolge anche Gigi Covatta. la relazione “per un'alleanza riformista fra il merito e il bisogno” non rispecchiava certo uno scenario di “Riflusso” e “Milano da bere”, ma indicava un programma di governo dei cambiamenti economico-sociali che trovava riscontro nel successivo Rapporto Censis di Giuseppe De Rita che sottolineava nella vita nazionale: “rilancio dei valori di professionalità” e “rilancio del volontariato sociale”.
A Rimini le componenti originarie del Midas convergono nella definizione di una piattaforma di guida socialista del governo nel segno della “economia sociale di mercato capace cioè di non essere solo attiva nella redistribuzione dopo un “miracolo economico”, ma in grado di fronteggiare la crisi economica con una politica di risanamento, di rilancio competitivo e di tutela sociale alternativa alle destre.
Ne è l'esempio il caso della riforma della scala mobile ideata con il segretario della Cisl, Pierre Carniti (futuro parlamentare europeo del Psi) insieme a Giorgio Benvenuto e a Ottaviano Del Turco e che invece fu osteggiata da Enrico Berlinguer fino a promuovere un referendum per abrogarla con però il forte dissenso di Giorgio Napolitano, Luciano Lama e Nilde Iotti.
Dal Quirinale Pertini aveva formulato - d'intesa con Craxi e con l'aiuto di Ciampi, governatore della Banca d'Italia - una proposta di mediazione accolta da Giorgio Napolitano, capogruppo dei deputati comunisti, e anche da Antonio Tatò, capo della segreteria a Botteghe Oscure, che però Berlinguer bocciò.
Sarà solo dopo quello scontro con il Pci che il Psi, alla vigilia delle nuove elezioni europee del 1984, leverà finalmente dal simbolo il “marchio” del Komintern.
Soprattutto il Psi è stato negli anni Ottanta protagonista della più positiva stagione di integrazione europea con a fianco i leader socialisti dei paesi fondatori insieme a quelli – Grecia, Spagna e Portogallo – usciti dalle dittature.
“Onda lunga” del Midas fu anche la nomina nel 1979 di Antonio Giolitti nella Commissione di Bruxelles nata dopo la prima elezione diretta del Parlamento europeo. Giolitti in particolare promosse dirigenti – un esempio per tutti Gerardo Mombelli - che a Bruxelles non si atteggiavano, come oggi, a censori, ma erano colti artefici di un'integrazione politica che poi con Delors raggiunse il punto più alto.
Purtroppo, è prevalso sugli anni '80 quel che è stato definito dallo storico Giovanni Belardelli un cupo “dipietrismo storiografico”. L' ”antipatia” verso gli Ottanta è legata in particolare a due date simbolo che segnarono la sconfitta del “lungo Sessantotto” italiano: 14 ottobre 1980 (la marcia dei quarantamila dipendenti della Fiat contro lo sciopero pochi giorni dopo che Berlinguer ai cancelli di Mirafiori aveva prefigurato l'appoggio a un'eventuale occupazione della fabbrica) e 9 giugno 1985 (la vittoria governativa nel referendum sulla scala mobile). Questi due eventi - che si intrecciano con il declino del Pci nelle elezioni politiche dal 1979 a cui si aggiunge il progressivo crollo dei regimi comunisti europei - sono vissuti come fatti negativi da quella intellettualità che ha creduto nella “contestazione globale” o nel ruolo salvifico del comunismo.
Che in Italia si andasse verso una soluzione di continuità con gli anni Settanta, che al “movimentismo” stesse subentrando la “governabilità” e che la “modernizzazione” avrebbe sostituito la “contestazione” già lo si avvertiva nel 1979. La sentenza di condanna di nuovo decennio era già stata anticipata nel giugno 1979 dall'organo delle Brigate Rosse, “Controinformazione” (tranquillamente in vendita nelle edicole), con l'editoriale “Controrivoluzione culturale” il cui capitolo introduttivo era intitolato “Riflusso”, titolo condiviso e diffuso in copertina dal settimanale Mondadori “Panorama” (sottotitolo: “La nuova filosofia degli italiani: tanto vale divertirsi”) e quindi fatto proprio da editorialisti di quotidiani (a cominciare da Eugenio Scalfari) e infine dai manuali di storia. “Riflusso” si cristallizza come la chiave di lettura secondo un continuo lamento su “edonismo reaganiano”, “ritorno al privato” fino alla “Milano da bere”. È così diventato luogo comune esaltare gli anni Settanta e disprezzare gli Ottanta ignorando il giudizio più prudente di storici come Tony Judt: “Nell'ambito della vita intellettuale, gli anni Settanta furono il decennio più
deprimente del ventesimo secolo”. Spiace che persino storici di cosiddetta area socialista seguano questo conformismo e accettino una lettura degli anni con Pertini al Quirinale e Craxi a Palazzo Chigi come tra i peggiori dell'Italia repubblicana.
Uno dei nostri più autorevoli storici, Simona Colarizi, scrive: “I socialisti (italiani) non sono in grado cioè di seguire l'esempio della SPD che, dopo una contemporanea e analoga esperienza di governo con i cattolici, alla fine degli anni Sessanta assume la guida dell'esecutivo, mettendo fine alla ventennale egemonia di Adenauer”. “L'esempio della SPD”: si paragona e si giudica l'azione socialista durante la Guerra Fredda in un Paese – l'Italia – dove c'è il più grande partito comunista d'Occidente con l'azione socialista in un Paese – la Germania – dove il partito comunista è fuori legge.
Per valutare l'azione socialista che si sviluppa a partire dal Midas va tenuto presente che siamo nel momento storico in cui sul piano internazionale si va verso lo scontro finale della Guerra Fredda (invasione dell'Afghanistan e braccio di ferro sul riarmo nucleare) e in campo nazionale si sommano i terrorismi di chi scommette sul colpo di stato e chi sulla rivoluzione proletaria mentre le risposte parlamentari sembrano essere solo: compromesso storico o riedizione del centrismo. In quel quadro un giovane gruppo dirigente, sia pur con criticità, richiamando i temi fondativi dell'autonomia socialista compie con decisione la scelta del socialismo europeo e occidentale e costruisce una sinistra di governo in Italia alternativa alla egemonia comunista al primato democristiano senza fuga dal proprio Passato né fuga verso un “Oltre” terzomondista.
IL TRAGUARDO DEL SOCIALISMO LIBERALE
Lo “scandalo” del ritorno al Riformismo socialista inizia con la nuova segreteria di Craxi nel 1976 al Midas. Fu vera Rivoluzione culturale
di Gianluigi Da Rold

A Palermo, dal 22 al 26 aprile del 1981, si svolge il quarantaduesimo congresso del PSI e in quei giorni, che la storia “accademica” e i grandi media cartacei e televisivi italiani dimenticano stranamente, sempre, avviene la vera svolta riformista e modernizzatrice del partito e della politica italiana.
Bettino Craxi, segretario dal 1976, aveva tenuto il discorso ufficiale per la riapertura della casa natale di Karl Marx a Treviri in Germania, il 4 maggio 1977, invitato dalla Fondazione Friedrich Ebert e dalla SPD, i socialdemocratici tedeschi. Quel suo discorso è storico per i socialisti europei: “Marxismo, socialismo e libertà” in cui si ribadisce la centralità della democrazia e della libertà nel pensiero socialista.
Con il congresso di Palermo, Craxi sostituì la corrente “autonomista” con il termine “riformista”, che era appartenuto ai grandi politici italiani socialisti del primo Novecento, come Turati, Matteotti e Anna Kuliscioff, ma soprattutto abbracciò appieno la linea di socialismo riformista ed europeista. Il motto ufficiale del congresso del PSI a Palermo era: “Il rinnovamento socialista per il rinnovamento dell'Italia”.
Il termine riformista ritornava in scena, anche se era ancora attaccato da comunisti, sinistra socialista, ex psiuppini e post psiuppini, neo rivoluzionari di tutti tipi nati dal 1968 e dalle derive terroristiche. In fondo Craxi riscattava il PSI dal congresso del 1912, quando vinsero i massimalisti, tra cui Benito Mussolini, ed espulsero dal partito i riformisti, che diedero vita al Partito Socialista Riformista Italiano.
Non bastarono le ricostituzioni e le diverse scissioni. Finché si arrivò al congresso di Livorno del 1921, quando nacque il PCI leninista e l'inviato del Komintern (l'Internazionale comunista) impose lo statuto di Lenin scritto nel 1920: i riformisti dovevano essere espulsi e trattati come i fascisti. Così il “<Migliore”, Palmiro Togliatti, trattava e giudicava Giacomo Matteotti, anche quando era stato ucciso dai fascisti. E come del resto lo stesso Antonio Gramsci lo giudicava: “il vate del nulla”.
Ma Craxi era un “politico di razza” e conosceva bene la storia. Quindi aveva grandi visioni per il futuro del movimento socialista europeo e nello stesso tempo ricordava il grande passato del movimento operaio. Così qualche anno prima aveva ricordato la figura di Pierre-Joseph Proudhon, il quale rifiutava sia il capitalismo centralizzato sia il comunismo di Stato, considerati regimi oppressivi.
Ma nel momento in cui Bettino Craxi divenne Presidente del Consiglio nel 1984, la sua azione politica ricorda il “Socialismo liberale” di Carlo Rosselli.
L'idea e la politica di Rosselli partiva dalla critica della concezione marxista per arrivare a una società in cui la libertà dell'individuo e l'autonoma iniziativa delle parti sociali si conciliassero nella comunità politica con la giustizia sociale. Nella costruzione di una società nuova, Rosselli indirizzava
a riposizionare l'uomo come soggetto politico al suo centro senza cedere alle lusinghe del liberalismo individualista e ai miraggi del collettivismo egualitario.
Rosselli esaltava la dignità della persona, la natura relazionale dell'uomo e la necessità di esprimersi e realizzarsi nella comunità in cui si vive con libertà e creatività. Si può aggiungere che nel pensiero di Rosselli è possibile trovare le radici socialiste e liberali di quella che viene chiamata sussidiarietà. Quindi anche una certa convergenza, seppur partendo da presupposti diversi, con quella parte della cultura cattolica che si ispira alla dottrina sociale della Chiesa.
E' impressionante come, dopo il 1984, l'Italia abbia fatto un salto di creatività mantenendo la sua libertà e guardando con attenzione ai diritti dei lavoratori. Già un governo di centrosinistra, nel 1970 aveva varato, con Giacomo Brodolini (PSI) e Carlo Donat Cattin (Dc) lo statuto dei lavoratori.
Con Craxi il dialogo con sindacalisti come Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto era sempre aperto. Nello stesso tempo, la Milano di Craxi divenne la “capitale della moda nel mondo” e la “capitale del mobile di qualità”. Gli esempi di un socialismo liberale in quegli anni Ottanta sono molti.
Non si capisce proprio, se non per una manipolazione sistematica della storia, fatta da accademici e scrittori, perché si dimentichi tutto questo e i media ci propinino sempre una sorta di “santificazione” di Enrico Berlinguer, che criticava pure il suo compagno di partito Giorgio Amendola perché voleva un partito unico della sinistra, insieme ai socialisti e altri democratici, cambiandone anche nome.
Craxi ha tracciato le tappe di un futuro socialista riformista e liberale, mentre gli altri fallivano come aveva previsto Filippo Turati fin dal 1921 diceva “tra qualche anno il mito russo evaporerà”. E alla fine degli anni Ottanta, quando cadrà il “Muro di Berlino, venne in mente “Il dio che ha fallito” scritto sull'URSS da Ignazio Silone.
Eppure, forse qualcuno con le “manine sporche”, si inventò “mani pulite” e Craxi diventò esule in Tunisia e non gli si può intitolare neppure una strada a Milano. Intanto la cosiddetta “sinistra” della cosiddetta “seconda repubblica” ricorda soprattutto il passato comunista. Per questo tanti dicono che la sinistra in Italia non c'è più.
Caro Vidali, ho appena visto in TV un ricordo molto significativo di Pio La Torre, assassinato dalla mafia, primi anni '80. Per noi cremonesi molto intenso e significativo. In Parlamento fu suo vice portavoce Mario Bardelli, anche con molte importanti iniziative come quelle dei diritti tra affittuari, imprenditori e affittuari rispetto ai proprietari agrari assenteisti. Furono lotte politiche e sociali che durarono per diversi anni. Bardelli, che lottò e soffrì anche un duro periodo di carcere al fianco dei salariati e affittuari, fece proposte importanti di equilibrio progressiste in merito. Si rivelarono passaggi di rilievo per la nostra agricoltura e sviluppo economico complessivo- Lo fece insieme
ed in accordo con Pio La Torre. La federazione PCI di Cremona partecipò a quei funerali coi suoi rappresentanti a Palermo. Giusto ricordarlo come positivo nella storia cremonese della materia.
Giuseppe Azzoni

Pio La Torre (Palermo, 24 dicembre 1927 – Palermo, 30 aprile 1982) è stato un politico e sindacalista italiano, assassinato per ordine di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano.
Era segretario regionale del Partito Comunista Italiano. Sulla base di una proposta di legge da lui presentata, venne promulgata la legge 13 settembre 1982, n. 646 (detta "Rognoni-La Torre"), che introdusse nel codice penale l'art. 416-bis, il quale prevedeva per la prima volta nell'ordinamento italiano il reato di "associazione di tipo mafioso" e la confisca dei patrimoni di provenienza illecita.
Biografia Origini e formazione Nacque a Baida, un'antica frazione di Palermo, da padre palermitano e da madre originaria di Muro Lucano (in provincia di Potenza), ambedue contadini molto poveri. Sin da giovane si impegnò, finendo anche in carcere per il suo spendersi a favore dei diritti dei braccianti, prima nella Federterra, poi nella CGIL (dal 1952 come segretario provinciale di Palermo) e, infine, aderendo al Partito Comunista Italiano. Lì, nel 1949, conobbe Giuseppina Zacco, dopo un anno la sposò e, da questa unione, nacquero due figli: Filippo e Franco. Si laureò in scienze politiche all'Università degli Studi di Palermo nel 1961.
La carriera politica Nel 1952 si candidò al consiglio comunale di Palermo, e venne eletto. Nel 1959 divenne segretario regionale della CGIL. Nel 1960 entrò nel Comitato centrale del PCI, e nel 1962 fu eletto segretario regionale, succedendo a Emanuele Macaluso. Nel 1963 fu eletto per il PCI deputato all'Assemblea regionale siciliana e rieletto nel 1967, fino al 1971. Nel 1969 si trasferì a Roma per prendere la direzione prima della Commissione agraria e poi di quella meridionale. Messosi in luce per le sue doti politiche, Enrico Berlinguer lo fece entrare nella segreteria nazionale del partito.
Nel 1972 venne eletto deputato alla Camera nel collegio Sicilia occidentale, e subito si occupò di agricoltura. Rieletto alla Camera nel 1976, fu componente della Commissione parlamentare antimafia fino alla conclusione dei suoi lavori nel 1976; nello stesso anno fu tra i redattori della relazione di minoranza della Commissione antimafia, che accusava duramente Giovanni Gioia, Vito Ciancimino, Salvo Lima e altri uomini politici di avere rapporti con Cosa nostra.
Eletto nuovamente alla Camera nel 1979, fu componente della Commissione difesa. Nel 1981 chiese ai vertici del PCI di riassumere la carica di segretario regionale del partito in Sicilia. Svolse la sua maggiore battaglia contro la costruzione della base missilistica NATO a Comiso che, secondo La Torre, rappresentava una minaccia per la pace nel Mar Mediterraneo e per la stessa Sicilia; per questo raccolse un milione di firme in calce a una petizione al governo italiano, ma le sue iniziative erano rivolte anche alla lotta contro la speculazione edilizia. Nel 1980 fu il primo firmatario di una proposta di legge presentata alla Camera dei deputati che introduceva il reato di associazione di tipo mafioso e il sequestro dei patrimoni di provenienza illecita[8]: infatti, intervistato dal giornalista della Rai Giuseppe Marrazzo, affermò: "Noi proponiamo di concentrare l'attenzione sull'illecito arricchimento. Perché la mafia ha come fine, appunto, l'illecito arricchimento. Allora è lì che dobbiamo mettere i riflettori."
L'agguato e la morte Alle 9:20 del 30 aprile 1982, con una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo, Pio La Torre stava raggiungendo la sede del partito. Quando la macchina si trovava in piazza Generale Turba, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo, che guidava, a uno stop, immediatamente seguito da raffiche di proiettili. Da un'auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio. Pio La Torre morì all'istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.
Dopo il delitto, arrivarono rivendicazioni telefoniche dell'agguato da parte delle Brigate Rosse e di Prima Linea, ma non vennero considerate attendibili.
I funerali si svolsero in piazza Politeama e vi presero parte centomila persone; erano inoltre presenti numerose autorità: il presidente della Repubblica Sandro Pertini, il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, il segretario nazionale del PCI Enrico Berlinguer (il quale fece un toccante discorso), il presidente della Regione Siciliana Mario D'Acquisto (fischiato dalla folla durante il suo intervento)[ e Carlo Alberto dalla Chiesa, appena insediatosi come prefetto di Palermo con sei giorni di anticipo (verrà assassinato anche lui appena cento giorni dopo). È stato sepolto nel cimitero dei Cappuccini di Palermo.