Riprendiamo, nella considerazione/consapevolezza di aver dedicato al tema, lato sensu considerato, almeno cento editing nell'arco che ci separa dalla pandemia Covid e di doverci applicare ancora per lungo tempo le nostre risorse editoriali ed ideali, il vasto argomento welfare. Che è diventato uno dei perni centrali dell'intelaiatura editoriale. Ora, con una puntata densa di spunti e di argomenti, per larga parte suggeriti dalle feconde rubriche Eco Lettori e ed Eco Edicola, che arricchiamo, addirittura con il testo integrale del bel saggio del dottor Alberto Gigliotti, medico anestesista oltre che ovviamente comunicatore, dal titolo “Uguaglianza e solidarietà in sanità”. Che è stato presentato ed analizzato in una recente conferenza pubblica a Crema e a Cremona.
Cerchiamo sempre, anche in considerazione delle nostre “spalle” redazionali e delle opzioni editing compatibili con la stimata soglia di attenzione del parterre dei lettori, di ottimizzare i volumi.
In questo caso, abbiamo scelto (e non per emulare il branding di certi preannunciati festival musicarelli autodefinitisi “troppa robba”, di adottare un ampio modulo, suggerito dall'opportunità di fornire sul tema nevralgico della sanità negata una visione d'insieme.
Ci appelliamo alla clemenza dei lettori, confidando nella nostra buona intenzionalità.



1) Si chiama SISS.
È il sistema informatico socio sanitario di Regione Lombardia utilizzato quotidianamente da medici, pediatri, operatori sanitari, farmacisti su cui caricano i dati delle prestazioni, visite e prescrizioni dei cittadini. E non funziona!
Una situazioni che denunciamo da tempo, e che noi gli stessi medici, ogni giorno alle prese con disservizi che impediscono loro di lavorare e poter garantire un servizio ai loro pazienti.
Ieri anche l'assessore regionale al Welfare Bertolaso, rispondendo all'ennesima nostra richiesta, è stato costretto ad ammetterlo pubblicamente. Bene! Ma non basta prendere atto del problema quando ormai è sotto gli occhi di tutti: è grave che si sia perso così tanto tempo senza intervenire.
Le parole dell'assessore, che parla di situazione non più accettabile e di verifiche su possibili alternative, arrivano tardi e dopo anni di sottovalutazione. Ora però non c'è più spazio per i soli annunci: la Regione deve assumersi fino in fondo le proprie responsabilità e agire subito con soluzioni concrete.
Ora alle promesse devono seguire i fatti.
Si deve garantire un'alternativa funzionante a medici e farmacisti per svolgere il loro lavoro senza dover far fronte a questi continui disagi.
CHIOSA EDITORIALE- Buono a sapersi. Del che ringraziamo il Consigliere Regionale Matteo Piloni.
2)
Trasmettiamo in allegato un comunicato stampa del Movimento per la Riqualificazione dell'Ospedale di Cremona relativo all'analisi del Bilancio Consuntivo 2025 di ASST Cremona.
Dai documenti ufficiali emergono rilevanti interrogativi sui costi complessivi dell'opera, sulle coperture finanziarie effettivamente disponibili e sullo stato reale delle procedure tecniche e autorizzative del progetto del nuovo ospedale.
Alleghiamo inoltre un dossier documentale di approfondimento elaborato sulla base degli atti ufficiali di ASST Cremona e Regione Lombardia.
Enrico Gnocchi – Coordinatore del Movimento per la riqualificazione dell'ospedale di Cremona
MOVIMENTO PER LA RIQUALIFICAZIONE DELL'OSPEDALE DI CREMONA
COMUNICATO STAMPA
Cremona, 9 maggio 2026
BILANCIO ASST CREMONA 2025: QUATTRO CIFRE DIVERSE PER
UN PROGETTO DA 606 MILIONI
Il bilancio consuntivo approvato il 28 aprile 2026 offre per la prima volta un quadro completo e ufficiale del finanziamento del nuovo ospedale. I numeri pongono domande precise.
Il documento e la sua rilevanza
Il 28 aprile 2026 il Direttore Generale di ASST Cremona, Dott. Ezio Belleri, ha approvato con Decreto
n. 366 il Bilancio di Esercizio 2025, dichiarandolo redatto "con chiarezza" e rappresentativo "in modo veritiero e corretto della situazione patrimoniale e finanziaria dell'Azienda", ai sensi dell'art. 2423 del Codice Civile. Il bilancio è stato trasmesso a Regione Lombardia tramite la piattaforma SCRIBA.
Si tratta del primo documento ufficiale di ASST Cremona che, nell'esercizio di rendicontazione, riferisce in modo organico lo stato del finanziamento del progetto del nuovo ospedale.
Quattro importi ufficiali, tutti diversi
Nell'arco di cinque anni, il costo del progetto del nuovo ospedale è stato comunicato pubblicamente
con quattro cifre diverse, tutte provenienti da atti ufficiali:
Atto ufficiale Importo citato Natura giuridica dichiarata
Protocollo d'Intesa 2021 (DGR XI/5077)
€ 330.000.000 Stima di progetto
DGR XI/5835/2021 – Accordi di Programma Art. 20
€ 280.702.754 Assegnazione vincolante (unica fonte certa)
DGR XII/4939 del 4.8.2025 € 438.200.000 "Natura meramente programmatoria"*
DGR XII/4939/2025 – Allegato
1, tabella finanziaria
€ 606.700.000 Somma delle tre voci di costo*
* €438,2M (monoblocco) + €68,5M (demolizioni e aree esterne) + €100,0M (secondo edificio). La stessa DGR XII/4939/2025 che contiene questa tabella dichiara che le previsioni "hanno natura meramente programmatoria".
Cosa dice lo Stato Patrimoniale
Lo Stato Patrimoniale del bilancio consuntivo 2025 — documento contabile con valore legale —registra per il nuovo edificio monoblocco (DGR XII/377/2023 – Decreto 17686/23, CUP
I15F21002080003) un credito verso Regione Lombardia di:
€ 12.535.138
Questo importo rappresenta la quota dell'assegnazione Art. 20 formalmente iscritta come credito certo. La tabella dello Stato Patrimoniale mostra zero movimenti in entrata e in uscita per l'intero esercizio 2025: il credito era identico al 1° gennaio 2025 e al 31 dicembre 2025.
In pratica Regione Lombardia ha formalmente impegnato €12,5 milioni per il nuovo ospedale, ma quei soldi non sono mai arrivati nelle casse di ASST né sono stati spesi. È come avere una promessa scritta di ricevere un assegno: finché non viene incassato, non si può costruire nulla. Per tutto il 2025 quella promessa è rimasta nel cassetto, senza alcun movimento.
Le spese effettivamente sostenute nel 2025 per il progetto del nuovo ospedale ammontano a € 1.250.264, a valere su un fondo per la progettazione iniziale del 2022 (DGR XI/6681/2022, €1,5M), oggi pressoché esaurito. Nessuna spesa è stata sostenuta a valere sull'assegnazione principale.
Voce Importo
Costo totale (DGR XII/4939/2025, Allegato 1) € 606.700.000
Unica assegnazione vincolante (Art. 20, Accordi di Programma) € 280.702.754
Credito iscritto nello Stato Patrimoniale 2025 € 12.535.138
Spesa reale sostenuta nel 2025 sul progetto € 1.250.264
Gap tra costo totale e assegnazione vincolante € 325.997.246 (54%)
Il Piano Triennale dei Lavori Pubblici 2026-2028
Il Piano Triennale dei Lavori Pubblici 2026-2028, anch'esso documento ufficiale di ASST Cremona, programma per il nuovo ospedale un'unica voce da € 250.702.754 con avvio della procedura di affidamento nel 2026. Lo stesso documento classifica l'opera come:
• Lotto funzionale: NO (l'opera non è autonomamente fruibile come lotto separato, ai sensi
dell'art. 3 comma 1 lett. s) dell'Allegato I.1 al D.Lgs. 36/2023)
• Lavoro complesso: SÌ (ai sensi dell'art. 2 comma 1 lett. d) dell'Allegato I.1 al D.Lgs. 36/2023)
Questo significa che
"Lotto funzionale: NO" — ASST stessa dichiara ufficialmente che la parte finanziata (€250,7 milioni) non è sufficiente a costruire un ospedale funzionante. Non è come costruire prima un'ala e poi un'altra: senza le parti restanti, quella costruita non può essere utilizzata autonomamente come struttura ospedaliera.
"Lavoro complesso: SÌ" — significa che il progetto rientra per legge nella categoria delle opere ad alto rischio esecutivo, che richiedono requisiti più stringenti su progettazione, controllo e gestione. È una classificazione che ASST stessa ha attribuito all'opera nel documento ufficiale di pogrammazione.
Il Piano Triennale programma pertanto un'opera che per stessa classificazione di ASST non è autonomamente funzionale, con una copertura programmata (€250,7M) corrispondente al 41% del costo totale (€606,7M come da DGR XII/4939/2025, Allegato 1).
Lo stato delle procedure ambientali
La Relazione del Direttore Generale afferma che il progetto "si è attualmente in attesa della consegna del progetto definitivo". Il Piano Triennale 2026-2028, approvato contestualmente, programma l'avvio della procedura di affidamento nel 2026. Tale programmazione presuppone il completamento delle procedure ambientali obbligatorie e la disponibilità del progetto definitivo.
Al riguardo, la lettura del bilancio acquista ulteriore rilevanza alla luce di quanto accaduto nei mesi immediatamente successivi alla chiusura dell'esercizio 2025. Con D.D. n. 74 del 26 febbraio 2026, Regione Lombardia ha archiviato la procedura di Verifica di Assoggettabilità a VIA (SILVIA VER
006537-CR) per mancata risposta di ASST alla richiesta di integrazioni documentali formulata dal Comune di Cremona (P.G. n. 11964/2026 del 06/02/2026) entro i 15 giorni prescritti. Una nuova presentazione della domanda comporterà l'avvio di una procedura integralmente nuova.
Restano inoltre aperte, indipendentemente dall'esercizio di riferimento, le seguenti questioni:
• La procedura PAUR per l'estrazione di acque sotterranee a scopo geotermico — obbligatoria ai sensi del R.R. 2/2020 per portate superiori a 100 l/s — non risulta avviata, nonostante le portate previste dal PFTE siano significativamente superiori a tale soglia.
• La Conferenza dei Servizi risulta sospesa, in attesa della risoluzione delle procedure ambientali obbligatorie.
La domanda che ne deriva riguarda la coerenza tra la programmazione ufficiale (avvio affidamento
2026, Piano Triennale) e lo stato effettivo delle condizioni procedurali e ambientali necessarie per procedere.
Le domande che i documenti ufficiali pongono
• Se i €438,2M della DGR XII/4939/2025 sono "assegnati" come afferma la Relazione del DG, perché lo Stato Patrimoniale del medesimo bilancio iscrive come credito certo soltanto €12,5M?
• Quale dei quattro importi ufficiali (€330M, €280,7M, €438,2M, €606,7M) rappresenta la copertura finanziaria effettiva dell'opera?
• Come può essere programmato l'avvio dell'affidamento nel 2026 in presenza di procedure ambientali obbligatorie non concluse e di un progetto definitivo non ancora consegnato?
• Se l'opera è classificata come "non lotto funzionale autonomo", come viene garantita la fruibilità dell'investimento pubblico con la sola copertura programmata (€250,7M su €606,7M di costo totale)?
Fonti documentali di riferimento
Tutti i documenti citati sono atti pubblici. I riferimenti sono verificabili sugli albi pretori di ASST
Cremona e Regione Lombardia, sul portale SILVIA e su OpenCUP/BDAP.
• ASST Cremona, Decreto n. 366 del 28/04/2026 – Approvazione Bilancio di Esercizio 2025
• ASST Cremona, Bilancio Consuntivo 2025 – Relazione del Direttore Generale, Stato
Patrimoniale, Nota Integrativa Descrittiva
• ASST Cremona, Programma Triennale dei Lavori Pubblici 2026-2028
• DGR XI/5066/2021, DGR XI/5835/2021, DGR XII/377/2023, DGR XII/378/2023, DGR
XII/4939/2025
• DGR XII/4939/2025 di Regione Lombardia, Allegato 1 – tabella finanziaria: €438,2M (monoblocco) + €68,5M (demolizioni) + €100,0M (secondo edificio) = €606,7M totali
• Regione Lombardia, D.D. n. 74 del 26/02/2026 – Archiviazione procedura VER 006537-C


CHIOSA EDITORIALE- Che aggiungere, anche solo come chiosa, a tutto questo bendidio di analisi e di testimonianza da parte del Movimenti…Avanti così!!!
RASSEGNA DELLA STAMPA CORRELATA



Basta lunghe liste d'attesa di Massimo Tosini *
margine di un incontro a Porto Viro (Rovigo) dedicato alla sensibilizzazione sulla sclerosi multipla, annuncia d'aver messo in campo tutta una serie d'ipotesi finalizzate ad abbattere le liste d'attesa. Come? Consentendo al cittadino di uscire dallo studio del medico di Medicina Generale (d'ora in poi mmg) sia con la richiesta di visita o esame, sia con l'assegnazione della data e dell'orario della medesima! A parere di Gerosa, in tal modo si contrasterebbe anche l'inappropriatezza prescrittiva. Tutto questo dovrebbe avvenire a partire dal mese di luglio c.a.
Sull'ipotesi di affidare ai mmg la prenotazione diretta al cup delle visite specialistiche, è intervenuto Giuseppe Palmisano, segretario regionale della Federazione dei mmg del Veneto, affermando che la proposta di Gerosa l'aveva già lanciata nel 2017 il suo predecessore Luca Coletto, ma veniva stroncata sul nascere. La vera soluzione, insiste Palmisano, è potenziare il collegamento tra i mmg, i Distretti e, il prima possibile, le Case di Comunità in modo che una prima visita o una rmn si possano effettuare in quelle strutture (Rovigo, la Voce, pag.8).
A parere di chi scrive, l'annuncio di Gerosa sembra essere troppo ottimistico soprattutto sul piano dei tempi, e la proposta di Palmisano, degna di maggior approfondimento. Siamo ormai entrati in un nuovo mondo rappresentato dalla Tecnica e attraverso la tecnologia, strumento della medesima, può oggi consentirci vere e proprie rivoluzioni organizzative in seno al Sistema Sociosanitario Regionale. Il primo punto, come ho più volte ribadito su questo giornale, è il salto di paradigma: dalla patogenesi alla salutogenesi: curare la salute senza attendere passivamente l'insorgenza della patologia! Secondo, attivare le Palestre della Salute (L.R.V.to n 8/2015) come strumento finalizzato al contrasto delle patologie non trasmissibili, vere e proprie epidemie del ventunesimo secolo!
L'appropriatezza prescrittiva si contrasta solo attraverso la buona comunicazione tra generalisti e specialisti: l'unico vincolo per tutti i medici dev'essere la soggezione clinica! I casi più complessi vanno discussi a priori e, insieme, si decide il percorso diagnostico e terapeutico. Con la tecnologia oggi disponibile, può essere ben e diversamente pensata la comunicazione organizzativa tra i diversi attori insistenti nei vari nodi del sistema ma, per fare ciò è indispensabile disporre di risorse adeguate soprattutto in termini di personale.
A Gerosa ricordo che tra i medici prescrittori ci sono pure gli ospedalieri e che il cup è ormai uno strumento organizzativo obsoleto che poteva andar bene quarant'anni fa per superare le agende cartacee dei singoli reparti (oggi Unità Operative Complesse). A Palmisano, pur condividendo la necessità di fare rete, ricordo che le Case di Comunità, in passato Case della Salute, non devono diventare dei meri poliambulatori ma, al contrario, luoghi di produzione della Salute piena o residua; solo così potranno essere decongestionati i Pronto Soccorso e gli ospedali per acuti. Il Sistema Sociosanitario, in forza del cambiamento demografico e del quadro epidemiologico, deve saper tenere insieme, anche attraverso l'uso appropriato della tecnologia, tutte le strutture insistenti su un determinato territorio: dagli Asili nido alle Case di Riposo ben sapendo che il Sociale precede il Sanitario e che sanità significa semplicemente Salute! Auspico che, su questi temi, si apra un proficuo confronto pubblico con Gerosa, Palmisano e altri per valutare e individuare un percorso condiviso nell'interesse esclusivo della comunità.
*
MASSIMO TOSINI – Sociologo della salute - scrittore
ulteriormente ripreso l'interessante contributo su La Giustizia del sociologo della salute, Massimo Tosini. Non solo perché significativo, ma perché, nel suo vasto visus d'anaòisi e di proposta concreta fa da traite d'unione con segmenti problematici inscindibilmente correlati a quel complesso magma che da alcuni anni paralizza l'accessibilità al diritto alla cura della salute. Non sfugge a nessuno tale interdipendenza; in cui il superamento delle criticità settoriali non può prescindere da un collettivo esame autocritico a scopo resipiscente, che abbia come scopo la resilienza mirante al reinnesto sistematico del Welfare State o come dir si vorrebbe nell'accezione indigena del SSN.
E' assolutamente fuori discussione il fatto che è ineludibile, da parte del fronte che combatte la privatizzazione del sistema e che postula il pieno diritto universale, la consapevolezza di dover sottoporre a severissima critica la tendenza al “tutto a tutti”, l'impronta dell'aspettativa consumeristica di stampo parassitario corrisposta dalla diffusa propensione alla pratica di un assistenzialismo clientelare. Che, ad un certo punto, ha dovuto, deve e dovrà sempre fare i conti non solo con il rapporto costo-benefici, ma anche con la compatibilità con la generale disponibilità di risorse. E ciò è avvenuto e sta avvendendo dappertutto, dove il Welfare è stato addirittura inventato e dove è stato innestato e sviluppato. Ci siamo già frequentemente espressi su tale aspetto generale e ce ne facciamo sostenitori. Ciò che non rientra assolutamente nelle nostre corde progressiste è la supina accettazione della pretesa che la ottimizzazione della spesa socio-assistenziale non sia più al vertice delle priorità pubbliche e che su di essa possa essere applicato, come è avvenuto e sta avvenendo, il rullo compressore della spending review per di più con tagli verticali. Che in termini sia numerici sia proporzionale ne hanno devastato la centralità. Tale è o dovrebbe essere il perno valutativo delle opzioni elettorali. Come far ripartire il grande Moloch, vandalizzato dalle minori risorse (che in larga parte sono confluite verso il comparto capitalista della sanità) e, diciamolo con franchezza, dissestato nei suoi perni portanti da una configurazione ordinamentale figlia di nefaste visioni decentratrici e falsamente “concorrenti” (che hanno reso la sanità pubblica discontinua e differenziata a livello delle realtà territoriali), non rappresenta, data appunto la complessità del danno, cosa di poco conto. Non tanto per le conseguenze di tutto quanto premesso, che sarà improbo rimuovere, ammesso che lo si voglia, efficacemente ed in tempi se non brevi accettabili. Quanto, appunto, per l'interdipendenza dei segmenti critici: non sai da dove cominciare. Secondo chi scrive (che ha una visione chiara della realtà del territorio) la soluzione non può prescindere dall'azione combinata su quelli che sono i gangli vitali del Sistema: la centralità ospedaliera e la territorializzazione di tutti gli altri segmenti. A cominciare dagli ambiti di accesso e di prestazione filtro. Che sono appunto la medicina di base e la diagnostica.
Nelle ultime settimane, sul punto (e non sempre con lucidità cognitiva e con onesta intenzionalità) si sono aperte le cateratte con un profluvio dialettico, molto simile, anche nello stesso campo di corresponsabilità di potere, ad una querrelle da ballatoio. E' il caso dell'attacco del primario di un importante Reparto della privatissima clinica San Raffaele (nonché fratello di..) che va giù duro con l'Assessore Lombardo Bertolaso (chieda scusa ai direttori generali). Nel medesimo contesto in cui le sempre splendide Gabanelli e Ravizza in Dataroom Corsera focalizzano il cuore del problema: “Medici di base, resa dei conti. Riforma nelle mani di Meloni”. D'altro lato che lo smantellamento del SSN sia cominciato con l'asfaltatura del comparto basico, rappresentato dal cosiddetto “medico di famiglia”, dovrebbe essere pacifico per tutti. Volenti o nonolenti bisogna, pur nella consapevolezza delle criticità, rapprentate dalla crisi delle vocazioni di figure malretribuite (ma che ci marciano dentro e che pretendono di avere le mani libere dal punto di vista regolatorio e prestazionale), dall'evanescenza di bacini di pronta disponibilità e dalla totale inesistenza di mettere a punto e collaudare una idea di sinergia, terrioriale e sistemica. Ci riferiamo ovviamente alla tanto suggestive Case di Comunità, tanto verbalmente promozionale quanto neglette nella realtà.
Il confronto, poco assistito dal contributo dei signori della politica, meglio sarebbe dire, con il rimpianto Pannella, della “partitocrazia” (che sul Welfare ha dato il peggio di sé, in termini di diserzione ad esercitare il mandato), curiosamente, negli ultimi giorni, ha preso accelerazione e consistenza. Se è vero che sta prendendo accelerazione per iniziativa spontanea di significativi operatori medici e delle loro associazioni di categoria.Che avanzano analisi lucide implicabili ma anche “drizzoni” sensati e praticabili.
Da ultimo facciamo notare (con un richiamo in edicola) l'esistenza di una forte autoresponsabilizzazione soprattutto a livello di testimonianza di inseparabibilità della sanità e del socioassistenziale e del centro e della periferia. E' il caso della feconda iniziativa assunta dalla benemerita Fondazione Sospiro che dopo avere da molti anni messo a punto il modello di trattamento Alzheimer ha inaugurato l'8 maggio scorso il Centro Nazionale Autismo.
edicola
memo

La Conversazione promossa da AICS Provinciale Cremona non vuole essere solo un pomeriggio di discussione teorica, ma si propone di avviare di un dibattito che consenta, nei fatti, di consentire di esercitare tutti, cittadine e cittadini, l'Art 33 della Costituzione che riconosce “..il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell'attività sportiva in tutte le sue forme”. Alberto Gigliotti è l'autore del saggio –Uguaglianza e solidarietà in sanità- ripercorre l'iter legislativo che ha consentito l'avvio della Sanità Universale pubblica ed i contributi dei Parlamentari che hanno proposto Leggi, modifiche, implementazioni del Sistema Sanitario di cui possiamo ancora avvalerci, anche se, negli ultimi tempi, l'eccellenza italiana pare essere messa in discussione con l'ampliamento della privatizzazione. Per ciò che attiene al compito di un Ente di Promozione Sportiva e Culturale, qual è l'AICS, al centro della riflessione del 19 Maggio non può che esserci l'aspetto dell'esercizio del diritto in Medicina Sportiva e quello inerente la Salute Mentale di Agonisti ed Amatori, seguiti nell'esercizio delle loro discipline da preparatori e motivatori mentali. Giovanni Bozzetti, Presidente dei Medici di Medicina Sportiva locale e del Panathlon cremonese, per tanti anni riferimento del servizio pubblico e Antonio Livrieri, mental coach e allenatore, co-progettista di interventi specifici per singoli e squadre, operatore presso il Poliambulatorio Meraky, affronteranno gli altri tasselli della medicina dello sport. Dal 1982 è prescritta la visita medica, per l'attività agonistica e non agonistica, per tutte/i gli sportivi, iscritti alle Federazioni del CONI e agli Enti di Promozione Sportiva riconosciuti e alle Discipline Associate che richiedano impegno cardiocircolatorio. Ciò ha consentito di monitorare, utilmente, moltissime cittadine e moltissimi cittadini ATTIVI. E' l'unico screening di massa della popolazione, dopo la scomparsa della medicina scolastica e della visita militare, rimasto per la popolazione !
CHIOSA- Diretta agli organizzatori ed agli amici dell'Aics: Se potrò, parteciperò, anche perchè credo di essere l'unico sopravvissuto della "squadra" che a fine anni 70 in Provincia fondò con l'assessore Parlato la Medicina dello Sport. Oltre a quella Scolastica. E a quel del Centro ergoterapico creativo con gli artisti e benefattori Lipara e Solci. E alla Medicina del Lavoro. Il cui primario, Arbosti, mi fu segnalato dal Sindaco Pilitteri. Per tutto questo eravamo un'eccellenza regionale e nazionale. Ne sono orgoglioso ancora adesso. Perchè (insieme al Presidente Dolci e al Vice Fiorino Bellisario e all'aAsseore Masimo Parlato) non solo ne fui partecipe, ma competente suggeritore. Devo ringraziare anche Majori che mi incoraggiò e lasciò fare. Poi (i sopravvenuti della Seconda Repubblica) avrebbero asfaltato tutto. Applausi per questa feconda iniziativa.
libri

Solidarietà e uguaglianza
in sanità
Il ritorno ai principi del 78'
"Ai giovani questo voglio dire: battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza giustizia sociale è una conquista fragile".
Sandro Pertini
A tutti gli operatori sanitari che hanno contribuito alla lotta contro il COVID perchè il loro sacrificio, i loro sforzi e la loro dedizione non vengano dimenticati
Indice
Prefazione
Introduzione
- Le origini della sanità universale dal modello 15 Beveridge alla Costituzione italiana
- Il socialismo delle riforme: 21
da Luigi Mariotti all'abolizione delle mutue
- Giacomo Mancini 26
e la prevenzione come diritto:
vaccini, screening e salute pubblica universale
- La legge Anselmi: 32
Nasce il Servizio Sanitario Nazionale
- Franco Basaglia ed i nuovi principi 36
- Il “quasi mercato”: privatizzazione, 39 regionalizzazione ed inizio del declino
della sanità pubblica. Il D.L., 502 del 92',
Ministro De Lorenzo
- Il decreto legislativo 229 del 99': 45
La riforma Bindi
- Il ruolo indiretto di Maastricht sulla sanità 47 italiana
- Regionalizzazione e diseguaglianze 50
territoriali: I commissariamenti
e la mobilità dei pazienti e dei professionisti
- La sanità calabrese e il caso Occhiuto 56
- Il paradosso della sanità integrativa con 61 l'intervento delle assicurazioni
- Una possibile alternativa: L'assicurazione 69 Integrativa Volontaria per l'ALPI
(Attività Libero Professionale Intramuraria)
- L'outsourcing dei professionisti: 74
“ I gettonisti”
- I Livelli Essenziali di Assistenza 77
( Prestazioni e Farmaci)
- Le Case della Comunità e il rischio delle 86
scatole vuote: una riforma incompleta
senza la medicina generale
- Il medico ed il paziente 92
- Le DGR 4986 e 5057 – Regione Lombardia 96
- Etica della cura e modelli regionali: 99 il caso Lombardo
- Analisi della Legge di Bilancio 2026 102
- Il bisogno e il merito come guida 106
delle misure in sanità
- Proposte in sintesi 109
- Come finanziare la sanità 113
- Conclusioni 120
Bibliografia
Prefazione
Avrei voluto chiedere a Giacomo Mancini di poter scrivere la prefazione di questo libro. Fu una figura di straordinaria rilevanza nella storia del socialismo italiano, calabrese e della nostra sanità pubblica. Pensando a lui, tornano alla mente la mia terra e il grande contributo che seppe offrire al Paese intero, senza mai dimenticare la Regione a cui apparteneva e per la quale lavorò con dedizione instancabile. Mancini esaltò i valori dell'equità sociale e dell'universalità dell'accesso alle cure, con la finalità di portare avanti tutti quelli che sono nati indietro come direbbe Pietro Nenni, ossia aiutare chi aveva bisogno. La sua azione politica fu orientata a superare il vecchio sistema mutualistico, frammentato e diseguale, per costruire un modello più giusto, realmente pubblico e capace di tutelare tutti. Emblematica fu la scelta di introdurre il vaccino Sabin durante l'epidemia di poliomielite: una decisione assunta con coraggio, senso di responsabilità e libertà di giudizio. Era un uomo libero. Le sue politiche, come ministro, aprirono la strada alla legge Anselmi, la 833 del 1978, che istituì formalmente il Servizio Sanitario Nazionale, fondato sui principi universalistici di solidarietà e uguaglianza. Idealmente, oggi, credo che Mancini potrebbe chiederci: “Come siete arrivati a questo punto? Perchè la sanità in Calabria è commissariata?
Perchè in regione Lombardia sono state adottate delle leggi regionali che prevedono degli accordi tra le aziende e le assicurazioni? State cancellando il lavoro fin qui svolto e andando contro i nostri principi”. La sanità italiana è infatti una delle più grandi conquiste del riformismo: un'opera collettiva costruita per garantire dignità, tutela universale e pari diritti a tutti i cittadini. Questo libro nasce dal bisogno di ricostruire il senso profondo di quel progetto e di denunciare le derive che minacciano di snaturarlo, affinché il Servizio Sanitario Nazionale possa essere non solo difeso, ma rilanciato con rinnovata forza.
Introduzione
L'intenzione di scrivere questo saggio nacque da una profonda riflessione sul nostro servizio sanitario, maturata in seguito alla presentazione del volume di Claudio Martelli Il merito, il bisogno e il grande tumulto, l'11 novembre 2025 a Crema. In quell'occasione ebbi modo di intervenire per discutere della situazione della sanità italiana e del percorso che, nel corso degli anni, ha condotto i pazienti a rivolgersi sempre più agli ospedali, accedendo direttamente al pronto soccorso. Un processo che ha raggiunto il suo punto critico durante la pandemia di Covid-19, quando il sistema sanitario creato, soprattutto in Lombardia, si è rivelato inefficace evidenziando tutte le crepe fino ad allora invisibili.
Alcuni osservatori che non si occupano di sanità, imputano ai medici di base la scarsa abitudine a visitare direttamente i pazienti, preferendo indirizzarli al pronto soccorso anche per problematiche minori, tuttavia la realtà è assai più complessa. A partire dalla riforma 502 del 92, con l'aziendalizzazione del sistema sanitario, l'intero impianto è diventato progressivamente ospedalo-centrico. Questa trasformazione ha consolidato nel tempo una prassi generale: il cittadino, di fronte a qualunque problema di salute, tende a rivolgersi direttamente all'ospedale, percepito come il luogo principale — e spesso unico — della cura. Nel tempo, dopo il 92' a mano a mano sono stati depotenziati i servizi territoriali e soprattutto sempre più reso marginale il ruolo dei MMG. In regioni come la Lombardia, tale tendenza è stata particolarmente evidente. Le scelte politiche e organizzative hanno privilegiato l'attività ospedaliera, trascurando la medicina territoriale, la prevenzione e il ruolo fondamentale del medico di famiglia. Il risultato è stato un progressivo sbilanciamento del sistema, con ripercussioni non solo sulla qualità dell'assistenza, ma anche sulla cultura stessa della salute. I medici di base hanno visto ridimensionato il proprio ruolo, mentre i pazienti hanno interiorizzato l'idea che l'ospedale sia la risposta immediata e necessaria a ogni difficoltà. Ed il Covid alla fine ne ha evidenziato i difetti. Affrontare nel dettaglio tutti i passaggi che hanno condotto a questa situazione richiederebbe un'analisi lunga e articolata. In occasione della presentazione del libro di Martelli, dovetti invece condensare queste riflessioni in poche battute, sottolineando come né il sistema precedente né quello attuale riescano oggi a funzionare in modo adeguato. Da quella sintesi è nata l'esigenza di scrivere questo libro: un tentativo di ricostruire, con ordine e chiarezza, i processi che hanno progressivamente alterato la missione originaria del Servizio Sanitario Nazionale. A mio avviso, l'inadeguatezza dell'attuale assetto rischia di portare il sistema pubblico verso una vera e propria implosione, aprendo spazi sempre più ampi all'intervento dei privati e delle assicurazioni. Se questa deriva dovesse consolidarsi, verrebbe snaturata la funzione primaria per cui il Servizio Sanitario Nazionale fu creato: la tutela del diritto universale alla salute, sancito dalla Costituzione e garantito a tutti i cittadini, senza distinzione di reddito o condizione sociale. Per comprendere come ricostruire un sistema più giusto ed efficiente, credo sia necessario ripercorrere la storia del nostro servizio sanitario e quali sono stati i motivi ed i principi che lo hanno generato; nello stesso tempo riflettere sullo stesso approccio che dovrebbe guidare la politica contemporanea: intervenire sul bisogno e sul merito. Questi due principi non sono in opposizione, ma si completano a vicenda. Il bisogno rappresenta la giustificazione etica dell'intervento pubblico, mentre il merito assicura la qualità, la responsabilità e la sostenibilità del sistema.
Rileggere la sanità italiana alla luce di questi due valori — equità e merito, solidarietà e responsabilità — significa ripensare il nostro modo di intendere la cura, la prevenzione e il rapporto tra cittadino e istituzioni. Perché la sanità, in fondo, è lo specchio della società: dove si protegge il più fragile e si garantisce a tutti l'accesso alle cure, lì vive davvero la democrazia.
1.
Le origini della sanità universale dal modello Beveridge alla Costituzione italiana
Nel corso del XIX e del XX secolo, i servizi sanitari delle società europee e del mondo industrializzato attraversarono una trasformazione radicale, che modificò in profondità il modo in cui gli Stati, le comunità e gli individui concepivano la salute. Fino alla metà dell'Ottocento, l'assistenza era infatti frammentata, spesso affidata alla carità religiosa o privata, e l'accesso alle cure dipendeva in larga parte dalle risorse economiche di ciascuno. Il medico era una figura per pochi, le istituzioni erano deboli e la malattia rappresentava non solo un rischio personale, ma un destino spesso inevitabile. Tutto cambiò con l'avvento della modernità. L'urbanizzazione crescente, l'aumento della popolazione e le nuove condizioni di vita nelle città misero in evidenza problemi sanitari collettivi: epidemie, malattie infettive, condizioni abitative insalubri. Allo stesso tempo, il progresso scientifico e tecnologico rese la medicina sempre più efficace, ampliando le possibilità di cura e prevenzione. Man mano che aumentavano le aspettative di vita e miglioravano le conoscenze mediche, cresceva anche la consapevolezza che la salute non fosse più un fatto privato, ma un elemento essenziale per lo sviluppo economico, la coesione sociale e il benessere collettivo. La nascita dello Stato sociale nel Novecento, accelerata dagli esiti devastanti delle due guerre mondiali, rappresentò un punto di svolta. Le società europee, provate da distruzioni materiali e morali senza precedenti, maturarono l'idea che la ricostruzione non potesse limitarsi alle infrastrutture fisiche, ma dovesse fondarsi su un nuovo patto sociale. Nel dopoguerra, il diritto alla salute si affermò come parte integrante dei diritti sociali: un diritto che lo Stato doveva garantire non solo attraverso l'assistenza medica, ma anche attraverso politiche di prevenzione, sicurezza sociale e tutela dell'ambiente.
In questo contesto storico e culturale emerse il modello Beveridge, destinato a diventare una delle architetture più emblematiche dei servizi sanitari moderni. Il suo ideatore, William Beveridge, era un economista e riformatore sociale britannico che, nel 1942, pubblicò il celebre Beveridge Report, un documento di portata rivoluzionaria. Beveridge individuava nella “sicurezza sociale dalla culla alla tomba” una condizione indispensabile per una società veramente democratica. Il suo progetto non era semplicemente una riforma sanitaria: era una visione complessiva di giustizia sociale, fondata sul superamento delle disuguaglianze e sulla protezione dei cittadini dalle “cinque grandi piaghe”: miseria, malattia, ignoranza, squallore e disoccupazione.
La creazione del National Health Service (NHS) nel 1948 fu la concretizzazione più celebre di questa visione. Il NHS, finanziato dalla fiscalità generale e gratuito al momento dell'utilizzo, si basava su un principio semplice ma rivoluzionario: la salute come bene comune. Le strutture erano pubbliche, il personale dipendeva dallo Stato e la programmazione sanitaria era fortemente centralizzata. Questo modello non solo garantiva universalità e uguaglianza nell'accesso alle cure, ma permetteva anche una gestione integrata e coordinata dei servizi, riducendo sprechi e duplicazioni. Le caratteristiche del modello Beveridge si possono dunque riassumere in alcuni principi cardine: il finanziamento pubblico universale, tramite le imposte, per garantire cure gratuite al momento del bisogno. La gestione statale o pubblica del sistema sanitario, con forte coordinamento e proprietà pubblica. L'Universalità della copertura, indipendentemente da reddito, occupazione o status sociale. La centralità della prevenzione, intesa non come pratica marginale, ma come pilastro dell'intero sistema.
L'efficienza e razionalizzazione, attraverso un modello integrato che evita la frammentazione dell'offerta e bilancia equità ed equilibrio economico. Sebbene il modello Beveridge abbia la sua espressione più pura nel Regno Unito, la sua influenza si estese rapidamente a numerosi paesi europei. Italia, Spagna, Portogallo e i sistemi scandinavi introdussero modelli sanitari ispirati ai suoi principi, pur adattandoli alle loro tradizioni istituzionali e amministrative. In Italia, ad esempio, il Servizio Sanitario Nazionale istituito nel 1978 tradusse in forma legislativa l'idea della sanità universale, pubblica e gratuita, superando il precedente sistema corporativo di tipo assicurativo.È importante ricordare che il modello Beveridge non è l'unico presente. Accanto ad esso si sviluppò, soprattutto nell'Europa continentale, il modello Bismarck, basato su assicurazioni sociali obbligatorie finanziate dai contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro. Questo sistema, più frammentato e meno centralizzato, garantisce comunque un'ampia universalità, ma attraverso strumenti differenti. Il confronto tra i due modelli mette in luce due filosofie diverse: quella Beveridge, che privilegia la governance pubblica e l'uniformità delle prestazioni, e quella Bismarck, più legata al mondo del lavoro e alle dinamiche assicurative.Nonostante le differenze, il modello Beveridge rimane il paradigma che più chiaramente incarna l'idea della salute come diritto fondamentale e non come merce. Il suo valore non è soltanto sanitario, ma anche culturale e politico: rappresenta una concezione della società in cui la solidarietà prevale sulla capacità di spesa e in cui il benessere collettivo diventa una responsabilità condivisa. Oggi, nell'epoca delle sfide globali – dall'invecchiamento della popolazione alle crisi economiche, fino alle emergenze sanitarie come la pandemia – il modello Beveridge continua a essere un riferimento essenziale per chi immagina un servizio sanitario capace di coniugare equità, efficienza e sostenibilità. La sua eredità non risiede soltanto nelle istituzioni che ha generato, ma nel principio di giustizia sociale che continua a ispirare le politiche sanitarie in tutto il mondo. In Italia, la Costituzione del 1948 ha recepito in modo esplicito questa visione attraverso l'articolo 32, che sancisce: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.” Questo articolo costituisce la pietra angolare del Servizio Sanitario Nazionale, istituito nel 1978, che ha tradotto in pratica i principi di universalità, solidarietà e gratuità ispirati dal modello Beveridge.L'articolo 32 non si limita a garantire l'accesso alle cure, ma riconosce anche il valore della salute come interesse collettivo e sottolinea la tutela della libertà individuale, stabilendo limiti chiari allo Stato nella gestione dei trattamenti sanitari. In questo modo, la Costituzione italiana concilia due dimensioni essenziali: da un lato, l'impegno dello Stato a garantire a tutti cure efficaci e gratuite; dall'altro, la salvaguardia della dignità e della libertà della persona.Il legame tra modello Beveridge e articolo 32 è evidente: entrambi pongono la salute al centro della vita sociale e politica, ne riconoscono l'importanza come bene comune e la rendono accessibile a tutti. In Italia, tale principio ha trovato concreta attuazione attraverso il Servizio Sanitario Nazionale, che si fonda sull'integrazione tra prevenzione, cura e riabilitazione, con l'obiettivo di garantire equità ed efficienza. Il modello Beveridge ha dunque fornito un paradigma teorico e pratico che ha ispirato la Costituzione italiana e le successive politiche sanitarie, contribuendo a costruire una società in cui la tutela della salute non è un privilegio, ma un diritto fondamentale di ogni cittadino.
Il modello Beveridge e l'articolo 32 della Costituzione rappresentano due facce della stessa visione: quella di una sanità pubblica, universale e solidale, che riconosce la salute come diritto inviolabile e interesse collettivo. Essi continuano a guidare l'organizzazione dei sistemi sanitari moderni e restano un punto di riferimento imprescindibile per chiunque creda nella giustizia sociale e nell'eguaglianza di accesso alle cure.
2.
Il socialismo delle riforme:
da Luigi Mariotti all'abolizione delle mutue
Negli anni '60, i governi di centro-sinistra, seguendo il modello Beveridge introdussero le prime riforme organiche della sanità. Luigi Mariotti, ministro socialista della Sanità dal 1963 al 1968, fu protagonista di una svolta epocale. Egli sosteneva che «la salute non può essere regolata dal mercato né dalle corporazioni». Con la legge Mariotti del 1968 venne abolito il sistema delle mutue, basato sul lavoro e sul reddito, aprendo la strada a un sistema universalistico. Fu una delle più grandi conquiste sociali del socialismo riformista italiano.
Il socialismo delle riforme, in Italia, trova una delle sue espressioni più significative nella politica sanitaria condotta da Luigi Mariotti, figura chiave del Partito Socialista Italiano e ministro della Sanità negli anni Sessanta. In un periodo di profonda trasformazione economica e sociale, Mariotti rappresentò l'anima riformista del socialismo democratico, quella che cercava di tradurre i principi di uguaglianza e giustizia sociale in politiche concrete, capaci di incidere sulla vita quotidiana dei cittadini. La sua azione si colloca in un momento in cui l'Italia stava uscendo dal dopoguerra e attraversava la fase del “miracolo economico”, un periodo di crescita e modernizzazione che tuttavia non riusciva a cancellare le disuguaglianze profonde tra le classi sociali e tra le diverse aree del Paese. In particolare, il servizio sanitario di allora rifletteva in modo evidente tali disparità, essendo ancora basato su un modello frammentato e iniquo, fondato sulle “casse mutue”, enti di natura assicurativa che garantivano assistenza solo agli iscritti, cioè ai lavoratori dipendenti, mentre lasciavano scoperte ampie fasce della popolazione: disoccupati, lavoratori autonomi, casalinghe e soprattutto anziani e bambini senza reddito proprio.
Mariotti comprese che quel sistema, figlio della logica corporativa del ventennio fascista, non era compatibile con una società che voleva definirsi democratica e progressista. Le mutue non solo creavano cittadini di serie A e di serie B sul piano dell'accesso alle cure, ma erano anche inefficienti, costose e disorganizzate. Ogni cassa aveva le proprie strutture, i propri medici convenzionati, le proprie regole di rimborso e un'amministrazione separata, con enormi sprechi e sovrapposizioni. Il risultato era un mosaico di enti e di privilegi che frammentava il diritto alla salute, riducendolo a un beneficio legato alla condizione lavorativa piuttosto che a un diritto universale. È in questo contesto che Mariotti, nel solco del socialismo riformista, iniziò a elaborare una visione alternativa: quella di una sanità pubblica, unitaria, finanziata dalla fiscalità generale e accessibile a tutti i cittadini senza distinzione economica o di status professionale.
Le sue riforme furono ispirate a una concezione profondamente etica e laica della salute, vista non come merce o privilegio, ma come bene comune e diritto fondamentale dell'individuo e della collettività. Mariotti, in linea con i principi dell'articolo 32 della Costituzione italiana, riteneva che lo Stato dovesse farsi garante della tutela della salute e non limitarsi a regolare o sostenere economicamente il sistema mutualistico. Il suo obiettivo era superare il particolarismo delle mutue e costruire le basi di un Servizio Sanitario Nazionale che rispondesse ai principi di universalità ed equità. È in questo spirito che, nel 1968, venne approvata la legge che prende il suo nome, la quale riformò l'ordinamento ospedaliero, trasformando gli ospedali in enti pubblici e separandoli dalle casse mutue. Fu una svolta epocale, perché per la prima volta lo Stato assunse un ruolo diretto nella gestione e nel controllo delle strutture sanitarie, sancendo che gli ospedali dovessero servire l'intera collettività e non soltanto gli assicurati.
La riforma Mariotti rappresentò quindi un primo passo verso la sanità pubblica universale, ma anche una battaglia politica e culturale. Il ministro socialista dovette affrontare resistenze fortissime da parte dei gruppi di potere legati al sistema mutualistico, delle corporazioni professionali e delle forze politiche più conservatrici che difendevano la logica assicurativa e privatistica. Tuttavia, il vento della storia soffiava nella direzione del cambiamento. Gli anni Sessanta furono un decennio di grandi riforme civili e sociali: la scuola media unificata, la nazionalizzazione dell'energia elettrica, lo Statuto dei lavoratori, la riforma agraria e, più in generale, un'espansione del ruolo dello Stato come promotore del benessere collettivo. In questo clima, la battaglia per una sanità pubblica diventava simbolo della volontà di costruire una società più giusta, in cui la dignità umana non dipendesse dalla ricchezza o dalla posizione sociale.
La spinta riformista di quegli anni, e il contributo di Mariotti, vanno letti anche come una risposta politica e morale alle ingiustizie del passato. L'Italia uscita dal fascismo e dal dopoguerra aveva bisogno di costruire un nuovo patto sociale, fondato non sulla carità o sull'assistenza per i poveri, ma sulla cittadinanza come fonte di diritti. Il socialismo delle riforme si pose proprio questo obiettivo: non una rivoluzione ideologica, ma una trasformazione concreta della società, attraverso leggi e istituzioni capaci di emancipare le persone e renderle più libere e uguali. Mariotti, con il suo pragmatismo e la sua coerenza, interpretò pienamente questa visione. Egli comprese che non bastava proclamare il diritto alla salute: bisognava costruire le condizioni materiali e istituzionali perché quel diritto fosse esigibile da tutti. Il suo contributo fu, in questo senso, profondamente politico ma anche etico, perché affermava il principio che una democrazia autentica si misura dalla capacità di garantire cure e dignità anche ai più deboli.
Con l'abolizione delle mutue e la nascita del Servizio Sanitario Nazionale, l'Italia fece un passo decisivo verso la piena attuazione dei principi costituzionali. Fu la vittoria di una visione riformista e laica della politica, che seppe unire giustizia sociale, solidarietà e modernizzazione amministrativa. E fu anche il trionfo del socialismo delle riforme, quel socialismo che non cercava scorciatoie rivoluzionarie ma che, attraverso la forza del diritto e della legge, trasformava profondamente lo Stato e la società. Oggi, ricordare l'opera di Luigi Mariotti e il percorso che portò all'abolizione delle mutue significa riconoscere le radici della nostra sanità pubblica universale e comprendere che ogni conquista civile nasce da un'idea di giustizia resa concreta dall'azione politica. In un'epoca in cui il sistema sanitario è nuovamente sotto pressione, minacciato da tagli, privatizzazioni e disuguaglianze, il messaggio di Mariotti rimane di straordinaria attualità: la salute non è una merce, ma un diritto che lo Stato deve difendere per garantire libertà, uguaglianza e dignità a tutti i cittadini.
3.
Giacomo Mancini e la prevenzione come diritto: vaccini, screening e salute pubblica universale
Giacomo Mancini, ministro della Sanità dal 1968 al 1970, proseguì l'opera riformatrice di Mariotti. Sotto la sua guida vennero potenziate le campagne di vaccinazione e introdotto il vaccino antipolio, simbolo di prevenzione universale. Mancini affermò: «La salute è un diritto e non un privilegio». Quando si ripercorre la storia che ha portato alla nascita del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978, ci si accorge di quanto quel risultato, oggi dato quasi per scontato, sia stato frutto di un lungo e complesso processo politico. Per comprendere l'impatto della sua azione, bisogna tornare a quell'Italia degli anni Sessanta, ancora segnata dalla ricostruzione postbellica e da una società che cresceva, si modernizzava, ma non riusciva a superare le ingiustizie che affliggevano il sistema sanitario. All'epoca esistevano circa 1.500 enti mutualistici diversi, ognuno con regole, prestazioni e risorse proprie. Una relazione parlamentare del 1965 descriveva la situazione come “un caos amministrativo che genera diseguaglianze e sprechi”, mentre un'inchiesta dell'ISTAT del 1966 rivelava che oltre il 40% degli italiani non aveva accesso effettivo a cure mediche continuative, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree rurali. La salute era un privilegio categoriale: gli iscritti alla mutua dei metalmeccanici avevano diritti diversi dagli impiegati statali, e chi era disoccupato o lavoratore irregolare dipendeva spesso dalla carità pubblica. In questo contesto, quando Giacomo Mancini entrò al Ministero della Sanità, trovò una situazione che egli stesso definiva “indifendibile in un Paese che si proclama democratico”. Era un socialista cresciuto nella tradizione riformista del PSI, convinto che la sanità fosse il banco di prova reale della democrazia sociale. Più volte, sia in Parlamento che nei congressi del partito, citò proprio l'articolo 32 della Costituzione — “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività” — sostenendo che quello fosse “l'articolo più socialista dell'intera Carta costituzionale”. La sua lettura era chiara: se la salute è un diritto fondamentale, allora lo Stato non può delegarla a un sistema di enti frammentati e corporativi. Bisogna costruire un sistema unico, pubblico, universale. Durante il suo mandato, Mancini lavorò in due direzioni complementari. Da un lato affrontò l'emergenza sanitaria del tempo, concentrandosi sulle epidemie ancora presenti. Negli anni Sessanta, infatti, l'Italia registrava ancora centinaia di casi di poliomielite ogni anno: l'ultimo picco, nel 1963, aveva visto oltre 1.200 bambini colpiti. Le coperture vaccinali erano irregolari e dipendevano dalle disponibilità delle singole mutue. Mancini decise di intervenire con fermezza. Rafforzò le campagne vaccinali, rese più capillare la distribuzione dei vaccini, e coinvolse i comuni e le scuole in una strategia nazionale di prevenzione. In un intervento alla Camera del 14 marzo 1967 affermò: “La vaccinazione obbligatoria è un atto di libertà collettiva, non di costrizione individuale. Proteggere i bambini significa proteggere la società intera”. L'Italia inizialmente adottò il vaccino Salk (iniettabile, a virus inattivato), ma i risultati furono deludenti e non riuscirono a debellare efficacemente la malattia. Nonostante ciò, le case farmaceutiche italiane erano restie ad abbandonarne la produzione. Mancini si oppose a questa inerzia e promosse con forza l'adozione del vaccino Sabin (orale, a virus attenuato), che si era dimostrato più efficace per debellare l'epidemia a livello internazionale. Infatti oltre che essere più facile da somministrare (per via orale), crea un'immunità più ampia e collettiva poichè il virus attenuato può essere eliminato con le feci, proteggendo indirettamente anche le persone non vaccinate; anche se ha un rischio remoto di causare la malattia stessa ( 1 caso su un milione). La sua azione fu decisiva per superare le resistenze e avviare la campagna di vaccinazione di massa con il Sabin. La campagna antipolio viene realizzata in pochi mesi, salvando migliaia di bambini dalla malattia e dalla morte. L'azione, certamente meritoria, gli frutta molto in termini di visibilità e consenso ed è accompagnata da una campagna pubblicitaria di dimensioni inedite, che vede la mobilitazione della Rai, di giornali nazionali e riviste femminili, di associazioni di medici e genitori e addirittura la creazione di un annullo postale ( «Vaccinate contro la poliomelite »). Questo approccio anticipava la logica moderna dell'immunità di gregge e faceva della prevenzione il fulcro dell'azione pubblica. Mancini introdusse inoltre controlli più rigorosi sulla qualità delle acque, finanziò programmi per l'igiene negli ospedali e promosse la formazione del personale sanitario, consapevole che un sistema pubblico efficiente non poteva fondarsi solo sulle strutture, ma anche sulle competenze. Mancini citava spesso Bevan nei suoi discorsi, riprendendo l'idea che “nessuna società può definirsi civile finché i malati devono pagare per guarire”. In Italia mancava coraggio per una riforma simile, ma lui iniziò a porre la questione in modo sistematico. Nel suo libro “La salute è un diritto”, pubblicato nel 1968, scrisse: “Le mutue sono un arcipelago che va superato. L'Italia ha bisogno di un servizio sanitario nazionale”. A distanza di dieci anni, quelle parole sarebbero diventate realtà.
I dati dell'epoca confermano quanto la sua visione fosse necessaria. Nel 1967 la spesa sanitaria pro capite differiva di molto (circa il 300%) tra regioni del Nord e regioni del Sud. Gli ospedali erano quasi tutti sotto la gestione degli enti morali o delle USL locali, con standard molto diversi: un'indagine del Ministero della Sanità del 1968 mostrava che il 32% degli ospedali italiani non possedeva un reparto di rianimazione, e oltre la metà non aveva laboratori di analisi adeguati. Mancini, constatando la gravità della situazione, parlò apertamente di “ingiustizia sociale strutturale” e definì l'organizzazione sanitaria italiana “un fossile del passato in un Paese che vuole entrare nel futuro”. Il suo impatto non si fermò ai due anni ministeriali. L'idea di un servizio sanitario nazionale rimase viva nel dibattito politico grazie alla sua spinta iniziale. Negli anni Settanta, la mobilitazione per la riforma sanitaria trovò forza anche nella crescita dei movimenti sociali, delle battaglie per i diritti e nella spinta alla modernizzazione dello Stato. Il PSI, insieme al PCI e alle componenti più progressiste della DC, riprese molte delle idee di Mancini, mentre parlamentari come Luigi Mariotti e Tina Anselmi tradussero quella visione in proposte legislative concrete. Quando nel 1978 venne approvata la legge 833, che istituì finalmente il Servizio Sanitario Nazionale, il dibattito parlamentare riconobbe più volte il debito intellettuale e politico nei confronti del lavoro svolto da Mancini dieci anni prima. Nella relazione introduttiva, la commissione parlamentare ricordò come “la concezione della salute come diritto universale ha trovato primo slancio nelle riforme della seconda metà degli anni Sessanta”. La legge 833 riprese esplicitamente i principi cardine introdotti da Mancini: l'universalismo, l'uguaglianza nell'accesso, la prevenzione, la centralità delle vaccinazioni, l'integrazione tra ospedali e territorio. Era la concretizzazione giuridica di una visione socialista della salute. In un'intervista del 1980, Mancini stesso osservò: “Non è la mia legge, ma è certamente la figlia delle nostre battaglie”. Oggi è difficile immaginare un'Italia senza Servizio Sanitario Nazionale, ma per comprenderne il valore bisogna ricordare chi ha visto più lontano e ha creduto che la salute non potesse essere lasciata alla sorte, alla ricchezza o alla categoria professionale di appartenenza. La sua eredità è quella di un riformismo concreto, capace di trasformare l'uguaglianza da aspirazione morale a infrastruttura pubblica. E la storia del SSN, una delle conquiste più alte della Repubblica, porta ancora impressa la sua impronta.
4.
La legge Anselmi
Nasce il Servizio Sanitario Nazionale
C'era un'Italia negli anni '70 in cui la salute, per molti, non era un diritto ma un privilegio legato al lavoro. Le prestazioni sanitarie dipendevano dalle “mutue”: casse assicurative gestite da enti professionali o previdenziali, che garantivano cure solo a chi vi era iscritto. Era un sistema frammentato, dove l'assistenza sanitaria variegava profondamente a seconda della categoria lavorativa, della regione e della capacità contribuitiva. Negli anni, si fece largo un nuovo sentimento collettivo: la salute doveva essere un diritto universale, non un privilegio riservato. Questo pensiero cominciò a farsi strada nei circoli politici, nelle università, nei giornali e nei salotti pubblici, in un'Italia che dopo il boom economico tornava a interrogarsi su equità e solidarietà. Secondo gli storici della sanità, fu in questo contesto che emerse la visione di un sistema più compatto, capace di raggiungere tutti, da nord a sud, da grandi città a piccoli borghi. E fu Tina Anselmi, la prima donna ministro della Sanità, a incarnare questa visione politica. Il 23 dicembre 1978, con la sua firma, venne approvata la legge 833: una legge storica, votata con una maggioranza ampia (l'85% del Parlamento). Da ricordare che contrari alla legge 833 votarono il partito liberale ed il movimento sociale italiano (la cosiddetta “fiamma tricolore”). In quel momento, per molti, fu una rivoluzione silenziosa: senza grandi manifestazioni di piazza, ma con un impatto profondo e duraturo sulla società. Il progetto non si limitava a dichiarare un principio astratto: la legge 833/1978 non solo abrogò il sistema mutualistico, ma stabilì l'istituzione delle Unità Sanitarie Locali (USL). Queste strutture furono pensate per servire “zone” ben definite, spesso tra i 50.000 e i 200.000 abitanti, e non solo per curare, ma anche per educare, prevenire, tutelare la salute materno-infantile, occuparsi di igiene ambientale, lavoro e scuola. In altre parole, il modello guardava lontano: non solo “ospedale” ma un sistema integrato che portasse la sanità nei luoghi di vita delle persone. Un altro aspetto importante fu l'elevazione dell'Istituto Superiore di Sanità a organo tecnico-scientifico centrale del sistema, capace di dare impulso alla ricerca, alla prevenzione e all'innovazione. Questo rafforzò la visione di una sanità non solo curativa ma preventiva, in cui il sapere medico si intrecciava con la cultura civica. Dietro la nascita del SSN non ci fu solo tecnica sanitaria, ma anche un clima politico vivace e, a tratti, conflittuale. La commissione parlamentare che elaborò il disegno di legge era composta da 20 membri (10 senatori e 10 deputati) ed ebbe sedute spesso intense. Le discussioni non furono lineari: il dibattito parlamentare si aprì già nel 1977 e durò mesi, con interruzioni, relazioni di maggioranza e minoranza, emendamenti. Inoltre, proprio quell'anno stava cambiando anche la sanità mentale: la legge Basaglia (legge 180, approvata nel maggio 1978) aveva avviato la chiusura dei manicomi, ponendo le basi per una nuova concezione della salute mentale e sottolineando l'importanza dell'assistenza di comunità. Il fatto che queste due leggi (la 180 per la psichiatria e la 833 per il sistema sanitario più ampio) arrivarono quasi nello stesso momento è emblematico: fu un periodo in cui il concetto di cura e solidarietà venne profondamente rinnovato. Il SSN era fondato su tre parole forti: universalità, solidarietà, equità. Il finanziamento sarebbe avvenuto principalmente attraverso la fiscalità generale, non più tramite contributi legati all'occupazione come avveniva con le mutue. In questo modo, lo Stato non solo affermava il diritto alla salute, ma ne assumeva la responsabilità attiva. Allo stesso tempo, la riforma introdusse un nuovo rapporto tra medico, cittadino e comunità. Non più solo il medico “esperto” che cura la malattia, ma un professionista inserito in una rete territoriale, con ruoli di prevenzione e di educazione sanitaria, e con un legame più stretto con il paziente.
Non tutto fu subito facile. Il sistema incontrò fin da subito ostacoli: la sostenibilità economica era una preoccupazione reale, considerando l'invecchiamento della popolazione, la crescita esponenziale della domanda sanitaria e l'aumento dei costi legati alle tecnologie. Inoltre, le disuguaglianze tra regioni non sparirono magicamente: alcune Regioni erano più pronte, altre faticavano nella costruzione delle USL o nella gestione delle risorse. Ad agni modo la nascita del SSN non fu soltanto una riforma sanitaria: fu un atto politico e culturale, un simbolo del welfare italiano. Significava che la salute non era più vista come un peso individuale ma come un bene collettivo, da tutelare insieme, nonostante le possibili criticità che come ogni servizio sanitario avrebbe potuto avere. Come scrive il Ministero della Salute, il SSN nasce “basato sull'universalità dell'assistenza sanitaria, sulla solidarietà del finanziamento … e sull'equità di accesso alle prestazioni.”
Ecco perché, ancora oggi, il SSN è molto più di un servizio sanitario è una testimonianza vivente di un patto sociale, un'eredità che parla di responsabilità reciproca, di cittadinanza e di solidarietà.
E' uno dei più grandi ideali del socialismo trasformato in realtà.
5.
Franco Basaglia ed i nuovi principi
Negli anni '70 l'Italia si trovava di fronte a una sfida culturale e sanitaria: il trattamento delle persone con disturbi mentali era ancora improntato a segregazione, isolamento e custodia. I manicomi erano diffusi in tutto il Paese e, spesso, gli ospedali psichiatrici diventavano più luoghi di detenzione che centri di cura. In questo contesto emerse la figura di Franco Basaglia, psichiatra veneziano che avrebbe cambiato per sempre il volto della sanità pubblica italiana. Basaglia nacque nel 1924 a Venezia e si formò in neurologia e psichiatria. Fin dai primi incarichi professionali, rimase colpito dalle condizioni dei pazienti: stanze sovraffollate, contenzioni fisiche, terapie punitive e isolamento totale. Queste esperienze lo convinsero che il problema non fosse solo clinico, ma sociale: il modo in cui la società trattava i malati di mente rifletteva la mancanza di diritti, libertà e dignità dei cittadini più vulnerabili. Il primo vero laboratorio di riforma fu l'ospedale psichiatrico di Gorizia, dove Basaglia diventò direttore negli anni '60. Qui iniziò a introdurre cambiamenti concreti: eliminò le barriere fisiche tra reparti, incoraggiò i pazienti a partecipare alle attività quotidiane, promosse la libertà di movimento e introdusse momenti di discussione collettiva. Non si trattava solo di cura medica, ma di riconoscimento della persona come cittadino, con diritti e responsabilità.
Un medico che lavorava con lui ricordava: “Era difficile, a volte impopolare, ma Basaglia sapeva guardare oltre le regole e vedere l'essere umano, non solo il sintomo.” Questi piccoli gesti quotidiani, seppur lontani dai riflettori, segnarono una svolta epocale: si stava costruendo un modello di sanità mentale basato sulla comunità e sulla dignità della persona. Il culmine del suo lavoro fu la Legge 180, approvata il 13 maggio 1978, pochi mesi prima della nascita ufficiale del Servizio Sanitario Nazionale. Questa legge sancì la chiusura dei manicomi civili e promosse la creazione di servizi territoriali integrati: reparti psichiatrici all'interno degli ospedali generali, centri diurni e strutture intermedie. La salute mentale veniva così finalmente integrata nella sanità pubblica, anziché rimanere confinata a istituzioni separate. La Legge Basaglia non fu solo un cambiamento tecnico: fu un vero e proprio atto culturale e politico. Tina Anselmi, ministro della Sanità dell'epoca, descriveva così l'approvazione della legge: “Non è un trionfo personale, ma un passo verso una sanità per tutti, che riconosce la dignità di ciascuno.” Il contributo di Basaglia va oltre la chiusura dei manicomi: ha ridefinito il concetto stesso di cura. La sua opera ha introdotto un modello di sanità mentale integrata, centrata sulla comunità e sul rispetto dei diritti umani. Ha reso possibile vedere i pazienti non come “malati da custodire”, ma come cittadini da includere nella società. Basaglia influenzò anche il Servizio Sanitario Nazionale: la sua visione della salute mentale come diritto universale si inserì in un sistema più ampio di sanità pubblica, che stava nascendo nello stesso periodo con la legge 833. La territorializzazione dei servizi, la prevenzione e la partecipazione attiva della comunità sono elementi oggi centrali nel SSN, e devono molto alla sua intuizione.
“Basaglia ci insegnò a guardare oltre i muri del manicomio. Ci insegnò che la vera salute è sociale, non solo clinica.”
Franco Basaglia resta una figura simbolo di come la sanità pubblica possa essere non solo un insieme di ospedali e terapie, ma anche un progetto etico e civico. La sua eredità vive nei centri di salute mentale, nei servizi territoriali e nella cultura della dignità e dei diritti della persona. Ha dimostrato che la salute non è solo cura, ma libertà e cittadinanza.
6.
Il “quasi mercato”: privatizzazione, regionalizzazione ed inizio del declino della sanità pubblica. Il decreto legislativo 502 del 92', Ministro De Lorenzo
All'inizio degli anni Novanta, l'Italia attraversava una fase di grave crisi economica, politica e istituzionale. La crescita del debito pubblico, l'inflazione, il crollo del sistema dei partiti tradizionali segnarono profondamente il Paese. Nel contesto sanitario, il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), istituito nel 1978 con la legge n. 833, aveva garantito per oltre un decennio l'universalità e la gratuità dell'assistenza. Tuttavia, mostrava già allora segnali di insostenibilità economica e di inefficienza gestionale: sprechi, disavanzi crescenti e una burocrazia pesante mettevano sotto pressione le finanze pubbliche.
È in questo scenario che l'allora ministro della Sanità Francesco De Lorenzo (governo Andreotti VII) varò la legge n. 502/1992, una riforma che mirava a introdurre logiche di efficienza e responsabilizzazione economico-gestionale nel sistema sanitario. La riforma De Lorenzo segnò un punto di svolta: mirava a “managerializzare” la sanità italiana, introducendo principi aziendali nella gestione dei servizi pubblici.
I capisaldi della riforma furono: L'aziendalizzazione delle Unità Sanitarie Locali (USL). Le USL, fino ad allora enti con forte dipendenza politica, furono trasformate in unità sanitarie locali aziendalizzate (ASL) dotate di personalità giuridica e autonomia organizzativa, gestionale e contabile. Il dirigente dell'ente divenne il Direttore Generale, scelto dalla Regione in base a criteri fiduciari e di competenza manageriale. Le ASL dovevano gestire in modo autonomo le proprie risorse, con l'obbligo di raggiungere l'equilibrio di bilancio. In questo modo, la riforma cercava di responsabilizzare i dirigenti rispetto all'efficienza economica e alla qualità dei servizi. Fu introdotto il modello “quasi-mercato”. Si delineò una separazione tra funzione di acquisto (responsabilità delle ASL) e funzione di produzione (ospedali pubblici o privati accreditati). Le strutture sanitarie dovevano competere per ottenere convenzioni e finanziamenti, con l'obiettivo di migliorare l'efficienza attraverso la competizione. Infine le Regioni assunsero un ruolo centrale nella programmazione e nel controllo del servizio sanitario, in coerenza con la prospettiva di rafforzare l'autonomia territoriale, al fine di una maggiore responsabilizzazione.
Nonostante le intenzioni riformatrici, la legge 502/1992 evidenziò diversi limiti e contraddizioni, che resero necessarie successive modifiche (in primis la legge 517/1993 e poi la riforma Bindi, legge 229/1999). L'eccessiva managerializzazione e l'introduzione di logiche aziendali, pur migliorando alcuni aspetti gestionali, portarono ad uno spostamento del focus dal paziente al bilancio. La sanità divenne sempre più vincolata da criteri economici, rischiando di compromettere l'universalità e l'equità dell'assistenza.
Inoltre, con la nomina politica dei direttori generali,
sebbene l'intento fosse di garantire competenza e responsabilità manageriale, favorì clientelismo e lottizzazione. Le ASL rischiarono di diventare strumenti di potere locale più che centri di efficienza, ed il decentramento regionalistico, pur positivo in teoria, accentuò le differenze Nord-Sud nella qualità dei servizi e nell'accesso alle cure. Le Regioni con maggior capacità amministrativa e risorse finanziarie (come Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana) si differenziarono nettamente da quelle più deboli. La riforma concentrò l'attenzione sulla governance e sui bilanci, trascurando la valorizzazione del ruolo di medici, infermieri e operatori, che spesso subirono una perdita di motivazione e riconoscimento. Inoltre l'applicazione pratica della legge generò una burocrazia complessa, con regolamenti e meccanismi di controllo non sempre chiari, rallentando di fatto molti processi decisionali. La riforma De Lorenzo del 1992 dunque sicuramente rappresentò un tentativo di modernizzare il servizio sanitario italiano, introducendo strumenti di efficienza economica e nuove logiche gestionali. Tuttavia, la sua visione troppo economicista, l'ingerenza politica e l'assenza di un vero equilibrio tra efficienza e equità sociale ne limitarono fortemente gli effetti positivi. Dopo l'introduzione della legge 502 del 1992, dunque, introducendo logiche aziendali e ampliando il ruolo del privato accreditato, si è creato un equilibrio nuovo che con il tempo ha mostrato anche i suoi limiti. Le strutture private convenzionate, per loro natura organizzativa e per il modo in cui vengono remunerate, hanno progressivamente concentrato gran parte della loro attività sui DRG più remunerativi, ovvero quelle prestazioni dove il rapporto tra costo sostenuto ed entrata ottenuta era più favorevole. Questo non significa che non svolgessero attività utili o necessarie, ma che il sistema incentivava una selezione naturale verso le prestazioni elettive, programmabili, meno complesse e più vantaggiose dal punto di vista economico. Il pubblico, invece, rimaneva il presidio che si occupava di tutto ciò che è complesso, urgente, non programmabile e spesso non redditizio: pronto soccorso, emergenze, rianimazioni, terapie intensive, lungodegenze, pazienti cronici e fragili. La logica di mercato introdotta dalla riforma non poteva modificare la missione del pubblico, che ha continuato a garantire la presa in carico globale e universale, ma ha favorito una progressiva specializzazione del privato su ciò che era più sostenibile economicamente e meno rischioso clinicamente. Con l'evoluzione del sistema, un altro effetto è stato il progressivo indebolimento della prevenzione, soprattutto in alcune regioni dove una quota crescente del finanziamento veniva assorbita dall'attività ospedaliera, pubblica e privata. La prevenzione è per sua natura un investimento di lungo periodo, difficile da misurare con indicatori immediati e quindi meno compatibile con modelli orientati a prestazioni e volumi. In alcuni territori si è assistito a un lento slittamento delle risorse verso l'attività clinica remunerata, a scapito di quella territoriale e preventiva, che invece richiede continuità, prossimità e una visione comunitaria. Durante la pandemia da Covid-19 questa dinamica è emersa in modo ancora più evidente. Mentre gli ospedali pubblici venivano travolti dall'emergenza e convertivano interi reparti in aree Covid, il settore privato accreditato si è mosso in modo molto disomogeneo. In più casi alcune strutture private hanno scelto di non accogliere pazienti Covid e hanno continuato a lavorare come se nulla fosse, mantenendo l'attività ordinaria e programmata. Questo ha accentuato lo sbilanciamento storico tra chi sosteneva il peso delle emergenze e chi si concentrava sulle prestazioni più gestibili e remunerative. La pandemia ha mostrato con forza che quando il sistema è sotto stress il pubblico rimane il principale argine, il luogo dove si affrontano i pazienti più gravi e i problemi a più alta complessità, mentre il privato, salvo eccezioni virtuose, tende a non intervenire nelle situazioni ad alta imprevedibilità, rischiose dal punto di vista clinico e scarsamente remunerate. Questo modello ha generato nel tempo una divisione di fatto: il pubblico come garante dell'universalismo, dell'urgenza, delle fragilità e della complessità; il privato convenzionato come operatore concentrato soprattutto sulle attività in elezione, programmabili, standardizzate e in genere più remunerative. Tale sbilanciamento non è frutto di una scelta ideologica, ma del modo in cui sono costruiti gli incentivi, i flussi economici e le responsabilità. Ed è proprio da questa constatazione che nasce oggi la necessità di ripensare l'equilibrio tra pubblico e privato, di rimettere al centro la prevenzione e di garantire che l'accreditamento privato sia davvero al servizio del sistema, e non l'inverso. Un sistema sanitario universale funziona solo se la parte pubblica rimane forte, finanziata adeguatamente e capace di essere il punto di riferimento per tutti, soprattutto nei momenti di difficoltà. Per questo è importante ricordare ciò che è avvenuto, non per alimentare contrapposizioni, ma per ricostruire un modello più equilibrato e fedele ai principi fondativi del Servizio Sanitario Nazionale.
7.
Il decreto legislativo 229 del 99'
La riforma Bindi
Il decreto legislativo 229 del 1999 rappresenta una sorta di aggiornamento e correzione alla riforma del 1992, cercando di superare alcuni limiti della legge 502 e di adattare il Servizio Sanitario Nazionale alle nuove esigenze della società e della sanità moderna. Se la 502 aveva introdotto l'aziendalizzazione delle ASL e degli ospedali, attribuendo grande autonomia alle strutture e responsabilità economica ai direttori generali, la 229 interviene per rafforzare la governance e il coordinamento centrale, cercando di evitare che l'autonomia delle singole Regioni e aziende porti a disuguaglianze troppo marcate tra territori. La legge del 1999 conferma le ASL come aziende autonome, ma introduce strumenti più precisi per monitorarne i risultati e migliorare la qualità dell'assistenza, puntando su trasparenza, standard di prestazioni e controllo dei costi. In pratica, si cerca un equilibrio tra la libertà gestionale delle aziende sanitarie e la necessità di uniformità dei servizi: non basta che le ASL siano autonome, devono anche garantire che tutti i cittadini ricevano cure simili ovunque vivano. Inoltre, la 229 rafforza il ruolo del Ministero della Salute come soggetto di coordinamento, senza eliminare però il peso delle Regioni: si tratta di creare regole chiare su finanziamenti, livelli essenziali di assistenza (LEA) e valutazione delle prestazioni, in modo da limitare le differenze territoriali emerse dopo la 502. Un altro aspetto importante è l'attenzione al sistema ospedaliero e alla medicina territoriale: la legge promuove la continuità assistenziale, la prevenzione e il rafforzamento dei servizi sul territorio, cercando di rendere il SSN più vicino ai bisogni dei cittadini. In sintesi, mentre la 502 aveva posto le basi di una sanità più aziendalizzata e regionale, la 229 del 1999 interviene per correggere gli squilibri, aumentare il controllo e garantire che autonomia e responsabilità economica non compromettano l'uguaglianza e l'accesso universale alla salute, affinando il sistema e rendendolo più sostenibile e coerente con i principi originari del SSN. Ma tale legge, nonostante l'impegno profuso dall'allora ministro Bindi, era in linea con la precedente. E questo è storia.
8.
Il ruolo indiretto di Maastricht sulla sanità
L'ingresso dell'Italia nell'Unione Economica e Monetaria (UEM), sancito dal Trattato di Maastricht del 1992, ha rappresentato un tornante storico per il Paese, innescando un processo di convergenza economica che ha avuto ripercussioni profonde e durature sull'architettura del suo sistema di welfare, in particolare sulla sanità pubblica. Più che un'imposizione diretta di un modello sanitario, il Trattato ha agito come un potente catalizzatore di riforme e austerità, indirizzando le politiche italiane verso il prioritario obiettivo del risanamento dei conti pubblici. La firma del Trattato di Maastricht ha posto l'Italia di fronte a una sfida monumentale. Con un debito pubblico elevato e un persistente deficit di bilancio, il Paese era lontano dai rigorosi "parametri di convergenza" richiesti per l'adozione della moneta unica: un rapporto deficit/PIL non superiore al 3% e un rapporto debito/PIL che tendesse verso il 60%. L'urgenza di rientrare in questi binari ha subordinato l'intera agenda politica ed economica degli anni Novanta e dei primi anni Duemila al vincolo esterno europeo. In questo scenario, la sanità pubblica, che assorbe una quota significativa e crescente della spesa statale, è diventata rapidamente una delle principali variabili su cui intervenire per ottenere i risparmi necessari. Il nesso tra Maastricht e il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non è stato di tipo normativo diretto – la competenza sull'organizzazione sanitaria è rimasta saldamente in capo agli Stati membri – bensì di tipo finanziario e macroeconomico. La pressione per il contenimento della spesa ha trovato espressione in una serie di riforme che hanno disegnato il volto attuale del sistema sanitario italiano. I decreti legislativi 502/1992 e 517/1993 sono emblematici di questa fase: hanno introdotto l'aziendalizzazione delle Unità Sanitarie Locali (USL), trasformandole in Aziende Sanitarie Locali (ASL) dotate di autonomia gestionale, responsabilità di bilancio e logiche manageriali. L'obiettivo dichiarato era l'efficienza, ma il fine implicito era la razionalizzazione della spesa in un'ottica di compatibilità con i vincoli europei. L'impatto di questa strategia è stato tangibile. L'Italia ha ridotto significativamente la spesa sanitaria pubblica in percentuale del PIL in quegli anni cruciali, adottando misure severe come l'introduzione e l'incremento dei ticket sanitari e dei superticket per farmaci, visite ed esami diagnostici hanno trasferito parte del costo delle prestazioni direttamente sui cittadini, riducendo l'onere per lo Stato. Sono stati imposti tetti di spesa, blocco del turnover del personale, e gare centralizzate per l'approvvigionamento di beni e servizi, con l'effetto di comprimere ulteriormente i costi operativi. Ed infine con la devoluzione delle competenze alle Regioni, il rigore si è scaricato a livello locale, con piani di rientro e commissariamenti delle gestioni sanitarie regionali deficitarie. Da un lato, l'esigenza di efficienza ha portato a una gestione più oculata delle risorse, contrastando sprechi e inefficienze croniche. Dall'altro, il rigore ha spesso coinciso con veri e propri tagli che hanno messo a dura prova l'universalismo e l'equità del SSN. La compressione della spesa ha generato liste d'attesa più lunghe, carenze di personale, investimenti insufficienti in infrastrutture e tecnologie, e una crescente disomogeneità nell'offerta sanitaria tra le diverse regioni italiane. Il "vincolo esterno" di Maastricht ha, in ultima analisi, accelerato un processo di razionalizzazione che, se da un lato era necessario, dall'altro ha contribuito a indebolire le fondamenta del sistema di protezione sociale italiano, i cui effetti si avvertono ancora oggi.
9.
Regionalizzazione e diseguaglianze territoriali:
I commissariamenti e
la mobilità dei pazienti e dei professionisti
La regionalizzazione della 502 del 92 associata alla riforma del Titolo V della Costituzione hanno reso le Regioni responsabili della sanità, producendo tuttavia effetti ambivalenti. Se da un lato hanno consentito flessibilità e autonomia, dall'altro hanno ampliato le diseguaglianze. Oggi esistono ventuno sistemi sanitari regionali con livelli di assistenza diversi. Il processo di regionalizzazione della sanità italiana, avviato con la legge n. 502 del 1992 e rafforzato dalla riforma del Titolo V della Costituzione, nasceva con l'intento di rendere più efficiente e vicino ai cittadini il servizio sanitario nazionale. L'idea era quella di affidare alle Regioni la responsabilità della gestione, nella convinzione che una maggiore autonomia potesse migliorare la qualità dei servizi, adattandoli alle esigenze specifiche dei diversi territori. Nella pratica però questo progetto, nato con buoni propositi, ha generato risultati molto diversi da quelli sperati. L'Italia, da servizio sanitario nazionale unitario, si è trasformata in un mosaico di ventuno sistemi regionali differenti, ognuno con le proprie regole, capacità di spesa, strutture e livelli di assistenza. E se alcune Regioni, soprattutto quelle del Nord, hanno saputo sfruttare l'autonomia per innovare, investire e migliorare, altre, in particolare del Sud, si sono trovate sempre più in difficoltà, strette tra carenza di fondi, inefficienze organizzative e vincoli imposti dai piani di rientro. Così, quello che doveva essere un modello di efficienza è diventato un meccanismo che ha ampliato le disuguaglianze tra cittadini, creando vere e proprie sanità di serie A e sanità di serie C. Con la regionalizzazione, infatti, si è voluto responsabilizzare le Regioni sulla gestione delle risorse, ma non tutte avevano lo stesso punto di partenza. Le Regioni economicamente più forti, dotate di infrastrutture solide e apparati amministrativi efficienti, hanno potuto organizzare servizi di alta qualità. Quelle più deboli, invece, hanno accumulato debiti e inefficienze, fino a trovarsi sotto commissariamento. E qui, paradossalmente, il problema si è aggravato. Il commissariamento, nato per risanare i bilanci e migliorare la gestione, ha spesso significato blocco delle assunzioni, riduzione della spesa e mancanza di investimenti. In questo modo, le Regioni già in crisi si sono viste private anche delle risorse umane necessarie a ripartire. In Calabria, per esempio, per oltre dieci anni non è stato possibile assumere personale sanitario, nemmeno a fronte di carenze gravissime. Il risultato è che molti giovani medici, infermieri e operatori sono stati costretti a emigrare verso il Nord, dove invece le Regioni potevano assumere, offrivano stipendi migliori e garantivano carriere più stabili. È iniziato così un flusso costante di mobilità dei professionisti, che si è aggiunto alla già drammatica mobilità sanitaria dei pazienti. Mentre i cittadini del Sud viaggiavano verso gli ospedali del Nord per curarsi, anche i professionisti del Sud seguivano la stessa direzione, ma non per necessità di salute: per lavorare. Un doppio esodo silenzioso che ha impoverito ancora di più il Meridione. Chi era malato partiva per ricevere le cure; chi curava partiva per trovare un futuro. E chi restava, spesso, si trovava in strutture sempre meno funzionanti, con personale ridotto e macchinari obsoleti. Il meccanismo del commissariamento, invece di curare il sistema, lo ha immobilizzato. In questo contesto si inserisce anche il ruolo del sistema DRG (Diagnosis Related Groups), che regola i rimborsi interregionali. In teoria, esso serve a garantire equità nei pagamenti: se un cittadino di una Regione si fa curare in un'altra, la sua Regione di provenienza deve coprire il costo della prestazione. Nella pratica però questo sistema ha contribuito ad aggravare la disparità. Ogni anno le Regioni del Sud, come la Calabria, la Campania o la Sicilia, pagano centinaia di milioni di euro alle Regioni del Nord per le cure dei propri assistiti. È un flusso finanziario costante che impoverisce ulteriormente le casse di chi è già in difficoltà e alimenta ancora di più la ricchezza delle Regioni più forti, creando un circolo vizioso difficile da interrompere. Parallelamente, anche alcune strutture private del Nord hanno tratto vantaggio da questa situazione. Il sistema DRG ha consentito loro di ricevere rimborsi generosi per le prestazioni erogate ai pazienti provenienti dal Sud. Più pazienti arrivavano, più aumentavano i ricavi. In certi casi si è arrivati al punto che il “turismo sanitario” dal Sud è diventato una vera e propria fonte di guadagno per alcune aziende sanitarie private. Questo ha finito per creare un interesse economico affinché la situazione al Sud non migliorasse troppo: la cattiva sanità meridionale, di fatto, diventava un affare per qualcuno. Mentre al Nord si investiva, si guadagnava e si cresceva, al Sud le Regioni commissariate restavano ferme, ingabbiate da vincoli di bilancio e incapaci di reagire. È come se il sistema si fosse chiuso in un circolo vizioso: più pazienti andavano via, più soldi uscivano; meno risorse restavano, meno si poteva investire; e così sempre più persone partivano. Un cane che si morde la coda, dove ogni tentativo di rientro finanziario finiva per aggravare il problema invece di risolverlo. A questo si aggiunge un aspetto umano e sociale che spesso viene sottovalutato. Quando una persona malata è costretta a viaggiare per curarsi, non si muove solo un paziente: si muove una famiglia intera, si disturbano gli equilibri affettivi ed economici, si generano costi psicologici enormi. Le famiglie del Sud spesso devono affrontare spese di viaggio, soggiorno, assenza dal lavoro e distacco dal proprio ambiente, solo per accedere a cure che dovrebbero essere garantite anche vicino casa. È una ferita profonda nel principio di uguaglianza stabilito dalla nostra Costituzione. Intanto, le differenze si fanno sempre più evidenti. In molte Regioni del Nord, la sanità pubblica convive con un solido settore privato che, proprio grazie ai rimborsi derivanti dal sistema DRG e alla mobilità sanitaria, cresce e si rafforza. Invece, al Sud, gli ospedali pubblici faticano a mantenere i servizi essenziali, mentre il privato, spesso vincolato dagli stessi limiti di spesa regionale, non riesce a sopperire alle carenze del pubblico. Il risultato è una frattura profonda: da una parte strutture moderne e performanti, dall'altra ospedali che chiudono reparti, mancano di personale e non riescono neppure a garantire i livelli minimi essenziali di assistenza. Tutto ciò rappresenta il paradosso più evidente della riforma: l'autonomia regionale, pensata per avvicinare la sanità ai cittadini, ha finito per allontanarli dalle cure. Più autonomia in teoria avrebbe dovuto significare più efficienza e più equità; nella realtà, ha significato più disuguaglianze e meno diritti condivisi. L'Italia, da Paese che nel 1978 con la nascita del Servizio Sanitario Nazionale si era posta come modello di solidarietà e universalità, si trova oggi a fare i conti con una sanità frammentata, dove il luogo di nascita può determinare la qualità dell'assistenza che si riceve.
Per invertire questa tendenza servirebbe un cambio di prospettiva: lo Stato dovrebbe recuperare un ruolo di regia forte, non per togliere autonomia, ma per garantire che i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) siano davvero uguali per tutti. Bisognerebbe investire nelle Regioni commissariate, sbloccare le assunzioni, rendere attrattivo lavorare al Sud, e soprattutto ridurre la dipendenza economica dal Nord attraverso un sistema di finanziamento più equo e solidale. Anche la digitalizzazione e la telemedicina potrebbero aiutare, permettendo di portare le cure dove mancano strutture fisiche, superando almeno in parte la distanza geografica.
Il caso emblematico del Mezzogiorno dimostra come l'autonomia, se non accompagnata da politiche di equilibrio, possa trasformarsi in isolamento. Finché la salute di un cittadino dipenderà dal luogo in cui vive, il principio di uguaglianza sancito dall'articolo 32 della Costituzione resterà solo sulla carta. Perché un sistema sanitario che costringe i malati a migrare per curarsi non è un sistema giusto: è un Paese che si divide proprio là dove dovrebbe unirsi di più, sulla difesa della vita e della salute di tutti.
10.
La sanità calabrese e il caso Occhiuto
La sanità calabrese vive da anni una situazione difficile, segnata da scelte complesse, emergenze strutturali e un commissariamento che sembra non avere fine. Tutto ha origine dal piano di rientro dal disavanzo sanitario, introdotto per risanare i conti e contenere sprechi e inefficienze che nel tempo avevano indebolito l'intero sistema regionale. Un piano nato con obiettivi condivisibili, ma che nel lungo periodo ha prodotto conseguenze pesanti: blocco del turn-over, carenze di personale, riduzione dei servizi e un generale impoverimento della rete ospedaliera e territoriale. In questo quadro, la mobilità sanitaria è diventata una ferita aperta: ogni anno migliaia di calabresi si spostano fuori regione per curarsi, generando costi enormi per la Regione e un senso diffuso di sfiducia verso il sistema sanitario pubblico. È in questo contesto che va letto il gesto del presidente della Regione Calabria, che ha scelto di sottoporsi a un intervento cardiochirurgico a Catanzaro, affidandosi all'équipe supervisionata dal professor Maselli. Una decisione che voleva essere un segnale di fiducia, un simbolo di rinascita per una sanità spesso considerata inefficiente. Il messaggio era chiaro: “ci si può curare bene anche in Calabria”. Tuttavia, quello che doveva rappresentare un punto di ripartenza non si è tradotto in un reale miglioramento. La Calabria è rimasta commissariata, le criticità non sono state superate e, anzi, in molti settori la situazione è addirittura peggiorata. Anche misure straordinarie, come l'arrivo dei medici cubani per colmare la carenza di personale, si sono rivelate soluzioni temporanee. Alcuni di questi professionisti, dopo pochi mesi, hanno lasciato il pubblico per lavorare nel privato, attirati da condizioni più vantaggiose. Un segnale chiaro di una sanità pubblica che non riesce più a essere competitiva, nemmeno nel garantire stabilità e dignità lavorativa a chi vi opera. Molti, di fronte a questo stallo, hanno chiesto la fine del commissariamento ed una maggiore flessibilità nel rispetto dei LEA, i Livelli Essenziali di Assistenza. Eppure, qui sta il nodo vero: i LEA rappresentano i diritti fondamentali di ogni cittadino in materia di salute. Sono la soglia minima che ogni regione deve garantire in termini di prestazioni, servizi e qualità delle cure. Chiedere “elasticità” nel rispetto dei LEA significherebbe, in fondo, accettare che i calabresi possano ricevere meno di ciò che spetta loro per legge — e questo non sarebbe giustificabile. Per uscire dal commissariamento, dunque, non basta chiedere un allentamento delle regole: occorre rispettarle pienamente. Bisogna raggiungere gli standard minimi di efficienza, qualità e sicurezza che la Costituzione riconosce come diritto universale. Solo allora la Calabria potrà riconquistare la fiducia dei cittadini e la piena autonomia gestionale della sua sanità. L'intervento del presidente poteva essere un segnale di svolta, ma da solo non basta. La vera sfida è costruire una sanità pubblica che funzioni per tutti, senza scorciatoie e senza privilegi. Perché la salute, in Calabria come altrove, non può dipendere da un gesto simbolico o da una deroga, ma dal rispetto concreto dei diritti e dei doveri che stanno al centro di uno Stato giusto. La risposta a questo problema non sono le assicurazioni nè la sanità privata.
Dal 2022 la Calabria, per porre rimedio a carenze gravi di personale medico negli ospedali pubblici, ha siglato un accordo con una società cubana per l'invio di medici provenienti da Cuba. L'obiettivo dichiarato era colmare vuoti strutturali e consentire l'apertura o la riattivazione di reparti essenziali, in una regione con un sistema sanitario fortemente sotto stress. Nei primi tempi l'arrivo dei camici bianchi cubani è stato presentato come una risorsa determinante: medici di diversi settori — emergenza-urgenza, ginecologia, ortopedia, cardiologia, pediatria — sono stati destinati a strutture pubbliche in difficoltà, per garantire la continuità delle cure.
Tuttavia, nel tempo sono emersi crescenti segnali di insofferenza tra questi professionisti: condizioni contrattuali ritenute insoddisfacenti, carico di lavoro gravoso, in alcuni casi scelte strutturali delle strutture pubbliche che rendevano difficile garantire condizioni di lavoro dignitose. Ne è conseguito un fenomeno di “fuga”: medici cubani che abbandonano l'assegnazione pubblica per trasferirsi a lavorare in cliniche private, oppure che lasciano l'Italia per altri paesi o non rientrano dopo le ferie. Un caso emblematico è quello di un ortopedico che aveva lavorato a Vibo Valentia nell'ospedale pubblico Ospedale Jazzolino: secondo le cronache, questo medico ha lasciato il reparto pubblico per essere assunto da una clinica privata, preferendo presumibilmente un lavoro meglio retribuito ed ambienti più “tranquilli”, pensate alle aggressioni verbali e fisiche subite dagli operatori sanitari più volte avvenute negli ospedali pubblici. La situazione non è isolata: l'accordo originario aveva previsto fino a 497 medici cubani da impiegare nella sanità pubblica calabrese, ma a maggio 2025 risultavano attivi circa 370, con numerose uscite per passaggio al privato, spostamento all'estero o rifiuto di rientro dopo ferie. Questo fenomeno pone diverse problematiche strutturali e morali. Innanzitutto, rivela che la dipendenza da personale estero temporaneo e da accordi di questo tipo non risolve il problema alla radice: non basta “importare medici”, se le condizioni di lavoro restano precarie e inadeguate per garantire stabilità e continuità. In secondo luogo, la transizione di medici dal pubblico al privato — soprattutto in una regione già debole — significa che le prestazioni pubbliche restano fragili, con un rischio concreto che i reparti già sotto pressione perdano professionisti e che l'assistenza per emergenze, fragilità e territorio torni a essere insufficiente. Infine, la scelta dei medici di “fuggire” dal pubblico verso il privato — o l'estero — testimonia anche un disallineamento tra gli obiettivi dichiarati (coprire l'emergenza sanitaria) e le reali condizioni di lavoro offerte: diventa difficile parlare di “solidarietà” o di “servizio pubblico” quando le condizioni imposte spingono verso l'abbandono. Alla luce di questi elementi, il ricorso a medici cubani appare come una toppa emergenziale: può servire a tamponare momenti critici, ma non sostituisce una politica sanitaria strutturale — con investimenti stabili, concorsi regolari e adeguate condizioni di lavoro — che renda il sistema pubblico capace di attrarre e mantenere medici qualificati. Altrimenti si finisce col creare un'illusione di sollievo temporaneo, che si dissolve non appena emergono le difficoltà reali. La sanità pubblica non può essere affidata a misure eccezionali, a contratti temporanei o a medici “di passaggio”. Serve una struttura stabile, democratica, che valorizzi la prevenzione, il territorio, il lavoro di équipe, l'equità — non per riempire buchi, ma per costruire un sistema davvero di tutti.
11.
Oggi il paradosso della sanità integrativa con l'intervento delle assicurazioni
Negli ultimi anni, uno dei temi più discussi nel dibattito sulla sanità italiana riguarda il possibile ingresso più ampio delle assicurazioni sanitarie integrative all'interno del sistema pubblico. La proposta nasce dal tentativo di affrontare un problema ormai cronico: le lunghe liste d'attesa per visite, esami diagnostici e interventi chirurgici. L'idea è che, grazie alle risorse offerte dalle assicurazioni, si possa alleggerire il peso economico e organizzativo che grava sul Servizio Sanitario Nazionale e migliorare così la qualità e la tempestività delle prestazioni. Tuttavia, dietro questa proposta si nasconde un rischio molto serio: la possibilità che si crei, anche all'interno delle stesse strutture pubbliche, una sanità a due velocità, dove non tutti i cittadini hanno lo stesso diritto alle cure. Il principio fondamentale della sanità pubblica italiana, sancito dall'articolo 32 della Costituzione, è l'universalità: la salute è un diritto di tutti e deve essere garantita indipendentemente dalle condizioni economiche. Il Servizio Sanitario Nazionale è nato con questa missione – offrire cure gratuite o quasi, uguali per tutti. Ma l'introduzione delle assicurazioni integrative rischia di modificare profondamente questo equilibrio. Se le assicurazioni private entrano nel sistema per finanziare parte delle prestazioni, può accadere che chi possiede una polizza sanitaria abbia accesso a tempi più rapidi e a cure migliori, mentre chi non può permettersela resti intrappolato nelle liste d'attesa ordinarie. In altre parole, all'interno dello stesso ospedale pubblico potrebbero convivere due percorsi paralleli: uno più veloce e confortevole, destinato agli assicurati; l'altro, più lento e complesso, riservato agli altri cittadini. Questa distinzione romperebbe il principio di equità su cui si fonda la sanità pubblica. Inoltre, creerebbe una contraddizione interna al sistema stesso: gli ospedali pubblici, nati per garantire parità di accesso, diventerebbero luoghi di differenziazione sociale.
Un rischio reale è che, progressivamente, le strutture pubbliche comincino a privilegiare le prestazioni coperte da assicurazioni integrative, perché più remunerative rispetto a quelle del servizio ordinario. In questo modo, i tempi di attesa per chi non ha assicurazione potrebbero addirittura aumentare, invece di diminuire, e il sistema diventerebbe sempre più sbilanciato a favore di chi può permettersi di pagare una polizza. È ciò che in molti già definiscono una “privatizzazione silenziosa”: non si elimina la sanità pubblica, ma la si svuota gradualmente di forza ed efficacia, dirottando risorse, personale e attenzione verso il canale assicurativo. Questa tendenza potrebbe avere effetti particolarmente gravi anche nelle Regioni più avanzate, come la Lombardia, che è spesso considerata un modello per efficienza e qualità dei servizi. Proprio qui, dove pubblico e privato già convivono in modo intenso, l'introduzione delle assicurazioni integrative su larga scala potrebbe accentuare le disparità tra cittadini della stessa Regione. Oggi, in Lombardia, un cittadino può scegliere di curarsi indifferentemente in strutture pubbliche o private accreditate, e il sistema rimborsa la prestazione attraverso i DRG. Ma se gli ospedali pubblici cominceranno a riservare parte della loro capacità operativa ai pazienti coperti da assicurazione, chi non la possiede vedrà ridursi le proprie opportunità di accesso. Si rischierebbe di passare da un modello di sanità “pubblica per tutti” a un modello “pubblica per chi può permettersela”. Anche tra cittadini che vivono nella stessa città o quartiere si potrebbero creare differenze ingiustificate nei tempi di cura.
Un'altra conseguenza preoccupante è quella che riguarda il personale sanitario. Se i medici e gli operatori vengono retribuiti meglio per le prestazioni realizzate in regime privato o assicurativo, è probabile che dedichino più tempo e energie a quel tipo di attività, a scapito dei pazienti del sistema pubblico ordinario. Questo meccanismo, già visibile nelle cosiddette “prestazioni intramoenia”, potrebbe potenziarsi con l'intervento delle assicurazioni, aggravando ulteriormente le disuguaglianze. Alla lunga, il settore pubblico potrebbe perdere attrattiva e motivazione, mentre quello assicurativo diventerebbe sempre più forte e dominante.
Di fronte a tutto questo, è importante chiedersi se la soluzione proposta sia davvero la più giusta. Ridurre le liste d'attesa è necessario, ma farlo affidandosi a logiche assicurative significa snaturare la missione del sistema pubblico. Le cause delle liste d'attesa, infatti, non stanno solo nella scarsità di fondi, ma anche nella cattiva organizzazione, nella carenza di personale, nella mancanza di investimenti tecnologici e nella distribuzione disomogenea delle risorse tra regioni e ospedali. Invece di introdurre un sistema parallelo basato sulla capacità di spesa, sarebbe più efficace intervenire sulle radici del problema: potenziare le assunzioni, migliorare la gestione, rendere più efficiente la programmazione sanitaria e valorizzare il personale medico e infermieristico. Un altro rischio, forse meno evidente ma altrettanto importante, è quello culturale. L'ingresso delle assicurazioni nella sanità pubblica trasmette un messaggio sottile ma potente: che la salute non sia più un diritto garantito, ma un bene che si può acquistare. Quando un servizio pubblico comincia ad affidarsi alla logica del mercato, l'idea stessa di uguaglianza si indebolisce. È come dire ai cittadini che chi ha di più merita di essere curato prima, o meglio. Ma questo non è giusto, e soprattutto non è ciò che la Costituzione italiana sancisce. Se le assicurazioni integrative possono avere un ruolo, questo dovrebbe essere complementare e non sostitutivo: contribuire a coprire servizi aggiuntivi, non quelli essenziali. L'obiettivo dovrebbe restare quello di rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale, non di sostituirlo. Ogni cittadino, indipendentemente dal reddito o dal tipo di lavoro, dovrebbe poter contare su cure tempestive, di qualità e accessibili. Il rischio, altrimenti, è che la sanità italiana perda la sua natura di sistema universale e diventi sempre più simile a quella di altri Paesi dove la possibilità di curarsi dipende dal tipo di assicurazione che si possiede. Anche all'interno di una Regione avanzata come la Lombardia, l'introduzione di un binario assicurativo parallelo finirebbe per creare ingiustizie sociali. Una Regione che si è distinta per la qualità complessiva del suo sistema sanitario non può permettersi di diventare un territorio dove, pur essendo cittadini dello stesso ente, qualcuno ha vantaggi indotti dal reddito o dalla posizione lavorativa, mentre altri restano indietro. La sanità pubblica non è solo un servizio: è uno strumento di coesione sociale, un luogo dove le differenze economiche dovrebbero annullarsi davanti al bisogno di salute.
In conclusione, prima di aprire le porte alle assicurazioni integrative all'interno degli ospedali pubblici, bisognerebbe riflettere sulle conseguenze a lungo termine. Ciò che oggi può sembrare un aiuto per migliorare le prestazioni e ridurre le attese, domani potrebbe trasformarsi in un solco profondo tra cittadini ricchi e cittadini poveri, perfino all'interno della stessa struttura pubblica. L'Italia ha costruito negli anni un sistema sanitario che, pur con tutti i suoi limiti, è stato un simbolo di uguaglianza e civiltà. Smontarlo progressivamente, anche solo in parte, significherebbe rinunciare a uno dei suoi valori più grandi: la solidarietà. Perché la vera modernità non sta nel dividere chi può e chi non può, ma nel garantire a tutti, senza distinzione, il diritto alla cura e alla dignità della salute.
Il crescente intervento delle assicurazioni nella sanità pubblica rappresenta uno dei rischi più significativi per l'equilibrio e l'equità dei sistemi sanitari europei, soprattutto quando si introduce il principio dei premi assicurativi calcolati in base al rischio clinico dei pazienti, una logica che avvicina pericolosamente il modello europeo a quello statunitense. Quando i premi diventano proporzionali ai rischi, il diritto alla cura smette di essere universale e diventa un prodotto commerciale graduato in base alla condizione di salute, all'età, alla storia clinica e perfino allo stile di vita. È l'ingresso di una logica attuariale che ribalta i fondamenti della sanità pubblica: l'assicurazione valuta il rischio, lo monetizza e lo trasferisce sul singolo, mentre il sistema pubblico nasce per diluire il rischio sull'intera collettività. Il caso francese mostra con chiarezza il pericolo: nel 2024 i premi delle assicurazioni sanitarie integrative sono aumentati dell'8,1% dopo incrementi già consistenti negli anni precedenti e questo aumento è direttamente collegato alla crescita della spesa sanitaria rimborsata dalle compagnie, a cui si sommano i costi interni di gestione e intermediazione. Il risultato è che l'onere economico si sposta sulle famiglie, sempre più dipendenti dalle polizze integrative per accedere a prestazioni che il pubblico fatica a garantire tempestivamente. Tale dinamica finisce per penalizzare soprattutto i redditi bassi e medi, che faticano a sostenere il costo crescente delle polizze. Ma l'impatto più profondo riguarda la trasformazione sistemica: quando le assicurazioni intervengono massicciamente, si innesca un meccanismo di inflazione dei costi sanitari simile a quello americano. Negli Stati Uniti il rimborso a prestazione e la negoziazione privata dei DRG hanno spinto verso un aumento strutturale dei prezzi, perché ogni soggetto della filiera è incentivato a massimizzare ricavi: gli ospedali aumentano il numero e la complessità delle prestazioni codificate, le compagnie scaricano l'incremento sui premi, i fornitori alzano i costi, mentre i pazienti restano intrappolati in un mercato in cui il bisogno di cura è economicamente sfruttabile. L'introduzione delle assicurazioni integrative come supplenza sistemica al pubblico rischia di replicare questa spirale anche in Europa: se una parte crescente dell'attività sanitaria viene remunerata da soggetti privati, gli ospedali potrebbero essere spinti ad aumentare il volume delle prestazioni più remunerative o a codificare i DRG verso livelli di maggior tariffazione, accentuando disuguaglianze e inefficienze. Questo produce un duplice effetto perverso: da un lato i costi sanitari complessivi aumentano, rendendo il sistema meno sostenibile per lo Stato e per le famiglie; dall'altro il ricorso alle assicurazioni diventa sempre più necessario per colmare le lacune del pubblico, alimentando un circolo vizioso di privatizzazione. A ciò si aggiunge che le assicurazioni, per natura, non hanno alcun incentivo a sostenere politiche di prevenzione: prevenire riduce i rischi, quindi riduce i premi, e dunque riduce i profitti. La prevenzione, che per un sistema pubblico è un investimento, per un assicuratore diventa un costo senza ritorno immediato. Il rischio più profondo non è solo economico ma culturale: il passaggio da una sanità basata sulla solidarietà a una sanità basata sul rischio individuale frantuma il principio di uguaglianza, creando cittadini di serie A e di serie B, dove l'accesso alla cura dipende dalla capacità di pagare e non dal bisogno. Per questo l'ingresso delle assicurazioni nel cuore del sistema pubblico, soprattutto con meccanismi di premi basati sul rischio, deve essere considerato un avanzamento silenzioso ma potente della privatizzazione, in grado di alterare progressivamente l'identità stessa del servizio sanitario. L'Europa ha costruito i suoi sistemi sanitari sull'universalismo; abbandonare questo principio per inseguire modelli di mercato significa non solo aumentare i costi, ma accettare che il diritto alla salute diventi una variabile economica anziché un fondamento democratico.
12.
Una possibile soluzione:
L'assicurazione Integrativa Volontaria per l'ALPI
(Attività Libero Professionale Intramuraria)
L'idea di permettere ai cittadini di sottoscrivere un'assicurazione integrativa volontaria dedicata esclusivamente alle prestazioni in regime di ALPI nasce dall'esigenza di trovare un punto di equilibrio tra due dimensioni apparentemente inconciliabili: da un lato la difesa rigorosa dell'universalità del Servizio Sanitario Nazionale, dall'altro la consapevolezza che una parte crescente della popolazione ricerca forme di accesso più rapide, personalizzate o legate a un determinato professionista. In questo quadro, l'ALPI assume un ruolo peculiare: è un'attività svolta all'interno del pubblico, ma con logiche quasi private, dove il paziente paga interamente la prestazione. Tuttavia, l'esistenza stessa dell'ALPI dimostra che il confine tra pubblico e privato non è mai stato rigido; è piuttosto permeabile, regolato, vigilato. L'assicurazione integrativa volontaria si posiziona in quella zona di confine: non per sostituire il pubblico, ma per dare forma a una libertà individuale che, se lasciata totalmente al pagamento diretto, rischia di diventare regressiva. Il cuore della proposta è semplice nella struttura ma complesso nelle implicazioni: ogni cittadino, in totale libertà, può decidere se sottoscrivere o meno una polizza che copra i costi delle prestazioni avvenute in libera professione. L'elemento decisivo non è tanto la polizza in sé, quanto ciò che evita: il formarsi di rapporti economici diretti e strutturali tra assicurazioni e ospedali pubblici. Non ci sono convenzioni che consentano alle assicurazioni di acquistare pacchetti di prestazioni nei reparti pubblici, né corsie preferenziali. La struttura pubblica resta impermeabile, neutrale, indipendente. Il rapporto economico, se la polizza esiste, rimane saldamente tra assicurazione e assicurato. Questo elimina il rischio principale che molti sistemi sanitari europei hanno dovuto affrontare: la progressiva “colonizzazione assicurativa” degli ospedali pubblici, con una lenta erosione dell'attività istituzionale. In questo modello, il funzionamento pratico è lineare: il cittadino che sceglie l'ALPI può pagare la prestazione e farsi rimborsare, oppure utilizzare strumenti di prepagamento previsti dalla polizza, senza che la struttura pubblica debba modificare le proprie procedure. Le tariffe ALPI rimangono trasparenti, pubbliche, uguali per tutti, e le assicurazioni non possono in alcun modo influire su di esse. La trasparenza tariffaria diventa un elemento cruciale: consente alle compagnie di calcolare i premi, ai cittadini di valutare il valore della polizza e al sistema pubblico di mantenere un controllo sulla proporzione tra attività istituzionale e attività libero-professionale. Affinché questa opzione non diventi un fattore di distorsione, occorrono vincoli precisi e controlli pubblici costanti. La sostenibilità del modello dipende dal mantenimento di un tetto massimo alle ore ALPI, da un monitoraggio puntuale delle agende dei professionisti e dalla certezza che l'attività libero-professionale non sottragga tempo e risorse alla funzione pubblica. Le regioni dovrebbero dotarsi di registri unificati delle attività ALPI, da cui derivare indicatori come il rapporto tra ore istituzionali e ore ALPI, l'impatto sui tempi d'attesa e la distribuzione socioeconomica degli utenti. La distinzione tra agende istituzionali e intramoenia non può più essere un adempimento burocratico: deve diventare uno strumento digitale di controllo in tempo reale. Dal punto di vista tecnico, è possibile simulare l'impatto di un sistema assicurativo volontario sull'ALPI e sul SSN. Si prenda una regione tipo con 1 milione di abitanti. Oggi, supponiamo che il 7% dei cittadini utilizzi l'ALPI almeno una volta l'anno, con un costo medio di 130 euro a prestazione. Se un'assicurazione integrativa coprisse queste prestazioni, potremmo assistere a un aumento immediato del 15–20% della domanda ALPI, dovuto alla riduzione della barriera economica diretta. Un aumento iniziale del genere è sostenibile solo se accompagnato da tre misure: un tetto rigido alle ore ALPI; un rafforzamento del personale dedicato all'attività istituzionale; una vigilanza sugli effetti redistributivi. Per esempio, se il tetto fissato fosse del 20% del totale delle ore di attività di ciascun professionista, l'aumento della domanda porterebbe alla saturazione del tetto piuttosto che a uno sconfinamento verso un'attività privata mascherata. E se la regione imponesse che ogni ora aggiuntiva di ALPI fosse autorizzata solo a fronte dell'erogazione di un numero proporzionale di prestazioni istituzionali, si creerebbe un incentivo virtuoso: più ALPI solo se non danneggia il pubblico. Sul piano economico, la simulazione di sostenibilità dipende dal premio assicurativo. Una polizza che copra un massimo di 4 prestazioni ALPI l'anno, con ticket massimo assicurato di 150 euro ciascuna, richiederebbe un premio annuo intorno ai 160–200 euro, basato su un'ipotesi di utilizzo medio di 1,6 prestazioni annue per assicurato. Questo significa che la polizza sarebbe appetibile per una fascia di popolazione medio-alta e progressivamente anche media, specialmente se venduta in forma modulare. Da qui emerge la necessità di prevedere strumenti di equità: crediti fiscali per i redditi più bassi, voucher regionali per fragilità specifiche o meccanismi mutualistici in cui parte del premio è compartecipato da enti locali o fondi integrativi di comunità. Il rischio maggiore, e deve essere esplicitato, è quello di creare nel tempo un mercato talmente ampio da far crescere l'ALPI fino a renderla competitiva con l'attività istituzionale. È ciò che è accaduto in più contesti europei dove il secondo pilastro assicurativo è diventato di fatto una via parallela al servizio pubblico. Per evitare questa deriva, il SSN deve mantenere un'agenda al centro del sistema: ridurre i tempi d'attesa istituzionali, migliorare i percorsi diagnostici, garantire continuità assistenziale. L'assicurazione ALPI non deve mai diventare una scorciatoia sistemica, ma una scelta personale che non sposta l'equilibrio complessivo. Se inserita in un disegno più ampio di rafforzamento della sanità pubblica, questa proposta può essere uno strumento utile. Non incide sui diritti universali, non apre la porta alle assicurazioni dentro gli ospedali, non modifica la missione del SSN. Consente a chi lo desidera di accedere a un percorso aggiuntivo senza compromettere l'equità strutturale del sistema. Ma il suo successo dipende dal rigore con cui verranno definiti limiti, controlli, tutele e trasparenza. In questo senso, la riforma non è tanto una scelta tecnica quanto una scelta etica: riconoscere che la libertà individuale può convivere con l'uguaglianza solo se il perimetro pubblico rimane forte, presidia ciò che deve garantire a tutti e lascia al margine, ma non al centro, lo spazio per scelte complementari e pienamente volontarie.
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L'outsourcing dei professionisti: “I gettonisti”
Essere medico non è un semplice lavoro: è una scelta di vita. Ogni giorno uomini e donne indossano un camice e si preparano ad affrontare la fatica, la paura, la speranza. Dietro ogni gesto, ogni decisione, ogni turno c'è molto più di una competenza tecnica: c'è il cuore. Un cuore che batte insieme a quello dei pazienti, che si commuove, che si preoccupa, che si consuma nella dedizione e nella passione per la cura degli altri. In corsia non si lavora solo con la mente, ma anche con l'anima. Eppure, oggi questa dimensione umana rischia di essere dimenticata.
Negli ospedali, sempre più spesso, la figura del medico viene valutata con criteri economici: turni da coprire, ore da contare, costi da contenere. Accanto ai medici strutturati, che ogni giorno vivono il reparto, crescono i cosiddetti “gettonisti”, professionisti temporanei che garantiscono la continuità del servizio. Il loro contributo è importante, ma il sistema in cui operano sembra avere un limite profondo: considera la cura come un'attività misurabile, come se la sanità potesse essere ridotta a numeri, bilanci e tariffe. E in questa logica rischia di perdersi ciò che rende speciale la medicina: la passione. Il medico che conosce i propri pazienti, che li chiama per nome e sa riconoscere la paura nei loro occhi, non può essere sostituito da nessun algoritmo o contratto a tempo. La medicina vive nel legame umano, nella fiducia che si crea tra chi soffre e chi cura. È fatta di parole dette nel momento giusto, di silenzi che confortano, di notti in cui si resta accanto a chi ha bisogno. Tutto questo non si può comprare, né si può misurare. È ciò che nasce dal cuore, e il cuore non ha prezzo. Molti medici, oggi, si sentono poco valorizzati. Vedono colleghi temporanei guadagnare di più, anche se impegnati in compiti più semplici, e provano amarezza. Non per invidia, ma per la sensazione di essere diventati invisibili, di non essere più riconosciuti per ciò che sono davvero: persone che mettono la vita al servizio della vita. Il rischio è che questa mancanza di riconoscimento spenga pian piano quella fiamma di passione che alimenta ogni vocazione, quella spinta interiore che fa entrare in reparto ogni giorno anche quando la stanchezza pesa e le risorse scarseggiano. Ma la verità è che, nonostante tutto, il cuore dei medici continua a battere. Ci sono ancora professionisti che lavorano con dedizione, che sorridono ai pazienti, che si emozionano per una guarigione o si rattristano per una perdita. Sono loro a tenere viva la sanità pubblica, a ricordarci che dietro ogni camice c'è un essere umano, non un numero. Senza la loro passione, nessun sistema sanitario, per quanto efficiente, potrebbe davvero funzionare. Per questo è necessario tornare a vedere nei medici non dei lavoratori qualunque, ma delle persone che scelgono ogni giorno la cura, la vita e l'umanità. Bisogna valorizzare il loro impegno, rispettare la loro fatica, capire che il vero motore della sanità non è il denaro, ma il cuore. Perché la medicina nasce dal sentimento di chi non si limita a guarire i corpi, ma cerca di prendersi cura delle persone.
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I Livelli Essenziali di Assistenza
( Prestazioni e Farmaci)
La sanità pubblica italiana si trova oggi in un momento di forte tensione tra la necessità di garantire servizi universali, la sostenibilità finanziaria e la pressione crescente del settore privato e delle assicurazioni integrative, e la Legge di Bilancio 2026 rappresenta il tentativo più recente di mediare queste esigenze, anche se con risultati parziali. I Livelli Essenziali di Assistenza costituiscono il nucleo centrale del Servizio Sanitario Nazionale e comprendono una gamma ampia di prestazioni, che spaziano dalla prevenzione, alla diagnosi, alla cura, alla riabilitazione e all'assistenza territoriale e ospedaliera. Essi rappresentano la base minima che deve essere garantita a tutti i cittadini senza discriminazioni, ma la manovra attuale mostra come il finanziamento reale sia insufficiente rispetto ai bisogni effettivi: la spesa pubblica è frammentata, le risorse distribuite in modo non sempre strategico e le assunzioni di personale risultano limitate, non sufficienti a colmare i vuoti creati da turn-over, pensionamenti, emigrazione di professionisti e vincoli di spesa. Anche gli incentivi economici al personale, seppur presenti, appaiono insufficienti se non accompagnati da una riorganizzazione dei carichi di lavoro, da percorsi di carriera chiari e da ambienti lavorativi sostenibili. In questo quadro, il principio del merito rischia di rimanere un concetto retorico: il personale sanitario è chiamato a prestazioni sempre più elevate, ma senza strumenti adeguati per valorizzare competenze, responsabilità e risultati concreti. Allo stesso tempo, il principio del bisogno richiede che le risorse siano concentrate sulle priorità essenziali, riducendo le disuguaglianze territoriali e garantendo accesso uniforme a tutti i cittadini, ma le misure della manovra rischiano di non soddisfare questa esigenza, alimentando differenze tra regioni più e meno efficienti e tra fasce di popolazione diverse. A complicare ulteriormente il quadro vi è l'intervento crescente delle assicurazioni private nella sanità integrativa, che introducono una logica di premio basata sul rischio individuale. Questo modello, simile a quello statunitense, trasforma la salute da diritto universale in bene economico differenziato: i premi assicurativi aumentano in base allo stato di salute, all'età e ai rischi dei pazienti, trasferendo una parte crescente dei costi sulle famiglie, con impatti particolarmente rilevanti per redditi medio-bassi. La Francia offre un esempio concreto: nel 2024 i premi delle assicurazioni sanitarie integrative sono aumentati dell'8,1% rispetto all'anno precedente, continuando una tendenza di incremento costante, a fronte di spese sanitarie complessive in aumento e di costi di gestione interni alle compagnie. Questo fenomeno rischia di generare una spirale di incremento dei DRG, come avvenuto negli Stati Uniti, dove la presenza massiccia di assicurazioni private ha alimentato l'inflazione dei costi sanitari complessivi, incentivando ospedali e fornitori a massimizzare prestazioni remunerative a scapito dell'efficienza e dell'equità. Inoltre, le assicurazioni non hanno incentivi a promuovere la prevenzione, perché ridurrebbe i rischi e quindi i profitti, con un effetto diretto sulla salute pubblica. In questo contesto, i principi di bisogno e merito assumono una centralità cruciale: il bisogno deve garantire che nessun cittadino sia lasciato indietro, che siano assicurati i livelli essenziali di salute e prevenzione, mentre il merito deve valorizzare professionalità, risultati e comportamenti virtuosi, incentivando l'efficienza e la responsabilità sia dei singoli sia delle strutture sanitarie. La legge di bilancio dovrebbe pertanto tradurre questi principi in indicatori chiari e misurabili, governance indipendente, strumenti di valutazione dei risultati, finanziamenti condizionati all'effettiva qualità delle prestazioni, e incentivi mirati a premiare comportamenti virtuosi senza compromettere l'equità. Per quanto riguarda le prestazioni LEA, esistono margini di razionalizzazione, come le cure termali, le fisioterapie leggere, alcuni esami diagnostici non urgenti, cure odontoiatriche non essenziali, visite di controllo senza indicazioni cliniche precise, farmaci di fascia C e dispositivi medici non urgenti. La razionalizzazione o l'introduzione di co-pagamento per queste prestazioni potrebbe generare risparmio e maggiore sostenibilità finanziaria, sebbene le cure termali, ad esempio, rappresentino solo una piccola quota della spesa pubblica, probabilmente limitata a decine di milioni di euro l'anno rispetto ai circa 137 miliardi di spesa sanitaria complessiva. Tuttavia, ogni intervento deve considerare l'impatto sociale, poiché molte prestazioni, pur marginali dal punto di vista economico, hanno effetti di prevenzione e riabilitazione leggeri e possono contribuire a ridurre spese più gravi in futuro. Inoltre, settori come quello termale hanno rilevanza territoriale ed economica per alcune regioni, e un taglio brusco potrebbe avere ripercussioni locali significative. Alla luce di ciò, piuttosto che far intervenire le assicurazioni private sulla sanità pubblica, dove il rischio è di aumentare costi e disuguaglianze, sarebbe più coerente destinare il loro intervento esclusivamente a tutte quelle prestazioni che possono essere tolte o rese integrative dai LEA, come le cure termali, la fisioterapia di lieve entità, alcuni esami non urgenti, visite di controllo non essenziali e dispositivi medici marginali. In questo modo le assicurazioni coprirebbero bisogni complementari, liberando risorse pubbliche per garantire pienamente i servizi essenziali, preservando l'universalismo e riducendo il rischio di inflazione dei costi e disuguaglianze, trasformando il ruolo del privato da sostitutivo a integrativo. La sostenibilità della sanità pubblica italiana richiede dunque un approccio integrato: garantire in modo stabile i LEA essenziali, valorizzare il merito di professionisti e strutture, razionalizzare prestazioni marginali con strumenti adeguati di integrazione o co-pagamento, orientare la legge di bilancio a bisogno e merito come criteri guida, e destinare l'intervento delle assicurazioni solo a prestazioni integrative, creando un sistema di monitoraggio e valutazione che renda le scelte trasparenti, efficaci e sostenibili. Solo così è possibile assicurare efficienza, equità, universalismo e qualità dei servizi, preservare il diritto alla salute per tutti i cittadini, ridurre la pressione finanziaria sullo Stato senza compromettere la tutela della salute e costruire un sistema resiliente alle pressioni demografiche, economiche e sociali dei prossimi decenni.
La sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale dipende non solo dalla capacità di introdurre nuove tecnologie e nuovi farmaci innovativi, ma soprattutto dalla volontà di disinvestire da interventi e terapie a basso valore clinico, il cui costo non è più giustificabile rispetto ai benefici che producono. La revisione dei Livelli Essenziali di Assistenza non può essere un processo unidirezionale in cui si aggiungono continuamente prestazioni e farmaci: deve diventare un meccanismo dinamico, che sappia aggiornarsi alla luce delle migliori evidenze, integrando ciò che serve e rimuovendo ciò che non lo è più. L'idea di fondo è semplice e fortemente etica: ogni euro speso per un farmaco poco utile è un euro sottratto alla cronicità, alla prevenzione, alle Case della Comunità, al potenziamento della medicina territoriale e al lavoro degli infermieri di famiglia. In questo senso il disinvestimento non è un taglio, ma un atto politico di giustizia e responsabilità, un modo per garantire la massima efficacia per ogni euro speso. Un primo esempio emblematico è quello delle molecole PAMORA, come naldemedina, naloxegol e metilnaltrexone, utilizzate per la stipsi indotta da oppioidi. Questi farmaci hanno un'efficacia dimostrata ma limitata, e il loro costo, stimato complessivamente tra 45 e 55 milioni di euro l'anno, è elevato rispetto ai benefici aggiuntivi rispetto ai lassativi tradizionali. Una revisione della rimborsabilità limitata ai pazienti realmente resistenti alle terapie convenzionali e con criteri più selettivi permetterebbe di risparmiare tra i 20 e i 30 milioni di euro senza compromettere la qualità dell'assistenza. Ancora più rilevante è la questione dei mucolitici ed espettoranti, come acetilcisteina, carbocisteina e ambroxolo: farmaci tra i più prescritti in Italia per raffreddori e bronchiti acute, nonostante le principali linee guida internazionali, come GOLD e GINA, ne attestino una scarsa efficacia in queste condizioni. La loro spesa supera i 200 milioni di euro l'anno e in molti paesi europei non sono rimborsati. Limitandone l'uso ai pazienti con bronchite cronica documentata e rimuovendo la gratuità per le forme acute si potrebbe ridurre il costo di 120–150 milioni di euro. I farmaci vasoattivi per arteriopatie e insufficienza venosa, come mesoglicano, polidatin, diosmina o sulodexide, sono un'altra categoria ad alto impatto: poco supportati da evidenze scientifiche robuste, vengono spesso utilizzati in modo generico per disturbi circolatori lievi che trarrebbero maggiore beneficio da misure fisiche o preventive. La spesa complessiva è tra i 170 e i 190 milioni di euro e una selezione più rigorosa basata su reali indicazioni cliniche potrebbe consentire risparmi tra i 100 e i 120 milioni. Anche gli integratori minerali e vitaminici in assenza di deficit documentato rappresentano un'importante area di spreco: vitamina D, multivitaminici e sali minerali sono prescritti e rimborsati spesso senza una reale indicazione medica, nonostante evidenze internazionali ne dimostrino l'inutilità per la popolazione generale in salute. La spesa, che si aggira tra i 350 e i 400 milioni di euro l'anno, potrebbe essere quasi dimezzata restringendo la rimborsabilità ai soli casi con carenze accertate da indagini laboratoristiche, generando un recupero tra i 200 e i 250 milioni. Altri farmaci comunemente utilizzati per disturbi gastrointestinali minori, come domperidone e trimebutina, presentano un rapporto rischio/beneficio sfavorevole, soprattutto per usi cronici o in patologie lievi. La spesa stimata è tra 60 e 80 milioni di euro e un intervento regolatorio volto a limitarne la prescrizione solo alle condizioni cliniche documentate potrebbe comportare risparmi di 40–50 milioni. Un capitolo specifico riguarda gli ipolipemizzanti di vecchia generazione, come acido nicotinico, fibrati non indicati per ipertrigliceridemia severa o ezetimibe in monoterapia, che offrono benefici marginali nei pazienti a basso rischio cardiovascolare. Anche qui, l'applicazione di criteri basati su score di rischio validati permetterebbe di ottimizzare la prescrizione e di recuperare altri 40–60 milioni dei circa 100 milioni annui di spesa complessiva per questa categoria. Infine, gli psicofarmaci datati come antidepressivi triciclici o antipsicotici fenotiazinici, pur avendo un costo relativamente basso, rappresentano un'area in cui l'appropriatezza prescrittiva potrebbe essere migliorata. Limitare la loro rimborsabilità ai soli casi di fallimento delle terapie di prima linea porterebbe un risparmio più simbolico che economico, stimabile tra 15 e 20 milioni, ma significativo in termini di qualità terapeutica. Se si sintetizzano queste aree in una prospettiva discorsiva e complessiva, emerge una mappa chiara dei risparmi potenziali: circa 25 milioni dalle PAMORA, 130 dai mucolitici, 110 dai vasoattivi, 200 dagli integratori inappropriati, 50 dai farmaci gastrointestinali, 50 dagli ipolipemizzanti e 20 dagli psicofarmaci datati, per un totale compreso tra 550 e 650 milioni di euro all'anno. Si tratta di risorse che potrebbero essere reinvestite dove servono davvero: nella medicina territoriale, nella digitalizzazione, nella telemedicina, nella prevenzione o per finanziare stabilmente il lavoro di migliaia di infermieri di famiglia e assistenti sanitari. In definitiva, la revisione della rimborsabilità non è un atto contabile, ma una scelta politica coerente con i principi fondativi del Servizio Sanitario Nazionale, basata su equità, appropriatezza e sostenibilità. Significa abbandonare la difesa formale di ogni farmaco storicamente inserito nei LEA, per privilegiare una selezione ragionata e fondata su dati reali, restituendo così senso, giustizia e solidità finanziaria al sistema di tutela della salute pubblica
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Le Case della Comunità e il rischio delle scatole vuote: una riforma incompleta senza la medicina generale
Quando nel 2022 fu approvato il Decreto Ministeriale 77, erede della Missione 6 del PNRR dedicata alla salute, si delineò un nuovo modello di assistenza territoriale. Quel decreto – spesso definito “regolamento dell'assistenza territoriale” – stabilì standard quantitativi, strutturali e organizzativi che avrebbero dovuto ridisegnare l'intero impianto del Servizio Sanitario Nazionale fuori dagli ospedali. La Case della Comunità, gli Ospedali di Comunità, le Centrali Operative Territoriali e la figura dell'Infermiere di Famiglia e Comunità costituivano la colonna vertebrale di questo nuovo assetto. Non si trattava soltanto di costruire edifici o introdurre nuove etichette organizzative: il DM 77 intendeva chiudere definitivamente la lunga stagione dell'assistenza territoriale frammentata, disomogenea, spesso lasciata all'iniziativa individuale delle Regioni o dei singoli professionisti. La storia dell'assistenza territoriale italiana, del resto, ha sempre oscillato tra grandi ambizioni normative e realizzazioni parziali. Già con il D.Lgs. 502/1992 e soprattutto con il DPCM 12 gennaio 2017 sui nuovi LEA si era tentato di definire un quadro più uniforme; tuttavia nessuna norma era riuscita davvero a incidere sul cuore del problema: la distanza fra organizzazione pubblica e medicina generale, rimasta per decenni inchiodata a un modello libero-professionale convenzionato, difficilmente integrabile con gli altri servizi territoriali. Il DM 77, almeno sul piano teorico, provò a superare questo scarto prevedendo Case della Comunità, con presenza multiprofessionale, funzioni integrate, diagnostica di base e presa in carico proattiva. Stabilì standard precisi: una Casa della Comunità ogni 40–50 mila abitanti; la disponibilità di infermieri di famiglia in rapporto 1:3000 abitanti; l'istituzione delle COT per coordinare i servizi domiciliari. Sul piano normativo, dunque, la riforma territoriale sembrava finalmente dotata di una cornice coerente. Tuttavia, nella pratica, ci si accorse rapidamente che l'enfasi sulla struttura rischiava di oscurare il tema della funzione. Il PNRR finanziava soprattutto muri, tecnologie e infrastrutture, mentre l'assunzione di personale – il vero motore della riforma – rimaneva sulle spalle delle Regioni, già gravate da anni di sottofinanziamento. In molte aree del Paese, soprattutto nelle regioni in difficoltà economica o sottoposte a piani di rientro, questo generò un rischio concreto: Case della Comunità inaugurate ma prive della dotazione di personale necessaria per esprimere la missione prevista dal DM 77. Ne derivò la concreta possibilità che questi nuovi presidi diventassero, appunto, scatole vuote: contenitori eleganti ma incapaci di trasformare realmente l'esperienza dei cittadini nell'accesso alla salute. Il nodo principale non era tanto la qualità dei progetti architettonici, quanto la difficoltà di integrare realmente la medicina generale, che il decreto riconosceva come componente essenziale della Casa della Comunità, ma senza modificare in modo sostanziale il quadro contrattuale e organizzativo dei Medici di Medicina Generale (MMG). Il DM 77 affermava con chiarezza che il medico di famiglia avrebbe dovuto essere parte integrante dell'équipe territoriale; tuttavia la convenzione nazionale, ancora quella del 2005 con successive integrazioni, manteneva un'impostazione legata alla medicina di studio singolo, con obblighi limitati di presenza strutturata all'interno delle Case della Comunità. Il risultato è stato un paradosso: la riforma dichiarava centrale la medicina generale, ma non interveniva sugli strumenti per renderla realmente integrata nel nuovo modello. Per evitare che le Case della Comunità si riducano a luoghi fisicamente presidiati dagli infermieri o da pochi servizi amministrativi, occorre riconoscere che la medicina generale è il vero perno della riforma territoriale, e che senza un suo pieno coinvolgimento nessuna trasformazione sarà credibile. Il cittadino deve tornare a percepire il proprio medico di famiglia come il primo luogo naturale di accesso al sistema, non come un semplice produttore di ricette o certificati. Questa non è una nostalgica visione idealizzata del “medico di una volta”, ma la premessa tecnica della buona assistenza: l'appropriatezza clinica, la continuità di cura e la presa in carico non possono essere delegate a strutture impersonali. L'evoluzione demografica, l'aumento delle cronicità e delle fragilità richiedono una riorganizzazione profonda del lavoro del medico di famiglia, sostenuto da infermieri, assistenti sanitari e personale amministrativo. La figura dell'Infermiere di Famiglia e Comunità, prevista dal DM 77, ha proprio questo scopo: gestire follow-up, domiciliarità, triage, prevenzione e supporto continuo alla popolazione. La presenza dell'assistente sanitario consente di lavorare sulla prevenzione primaria, sugli screening, sull'aderenza terapeutica e sulle fragilità socio-sanitarie. Attorno a queste figure deve crescere la capacità del MMG di coordinare e guidare l'équipe. Un passaggio cruciale, troppo spesso ignorato nel dibattito pubblico, è la necessità che il medico di famiglia non sia più isolato ma inserito in Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) realmente operative e in Unità Complesse di Cure Primarie (UCCP) capaci di garantire apertura estesa, servizi condivisi, turni integrati, diagnostica di base comune, protocolli unitari e percorsi assistenziali uniformi. Senza il rafforzamento delle aggregazioni territoriali – previste già dall'ACN e richiamate dal DM 77 come modello indispensabile – la medicina generale continuerà a essere frammentata e disomogenea, rendendo inattuabile il principio di equità del SSN.
Un altro elemento che andrebbe posto al centro della riforma riguarda la prenotazione diretta delle visite e degli esami da parte del medico di medicina generale. In molti Paesi europei questo è già la norma: il medico visita, valuta il bisogno, effettua la prescrizione e prenota immediatamente la prestazione nel sistema regionale, scegliendo la priorità e indirizzando il paziente verso il percorso appropriato. In Italia, invece, il cittadino è ancora costretto a rivolgersi al CUP, alle app, a call center regionali spesso congestionati o a sportelli territoriali con lunghe attese. È un passaggio burocratico che genera disuguaglianza, ritardi diagnostici e disorientamento, soprattutto per le persone anziane o fragili. Se la riforma territoriale vuole essere efficace, occorre introdurre un sistema unico che consenta al MMG di prenotare direttamente: ciò garantirebbe appropriatezza, riduzione delle liste d'attesa improprie, velocità e chiarezza nei percorsi di cura. Altro dato importante e l'accessibilità alla visita del MMG: è fondamentale che i pazienti possano essere visitati rapidamenti dal loro MMG e poter avere degli appuntamenti il giorno stesso in caso di urgenze e ricorrere invece a delle applicazioni per appuntamenti procastinabili.
Le Case della Comunità, quindi, non devono essere interpretate come un contenitore neutro o come una mera innovazione logistica. La loro ragion d'essere coincide con la realizzazione di un nuovo modello di medicina territoriale, fondato sull'integrazione reale e quotidiana tra MMG, infermieri, assistenti sanitari, servizi sociali e strutture diagnostiche di base. Perché ciò accada, bisogna investire sulla medicina generale, sulla sua organizzazione e sul personale di supporto. La Casa della Comunità può diventare il simbolo della sanità pubblica che si prende cura delle persone, ma solo se al suo interno opera un'équipe multidisciplinare con una forte guida clinica. Senza questo, la riforma rischia di fermarsi al livello edilizio, lasciando inalterata la profondissima disomogeneità dei servizi territoriali.
In conclusione, non basta costruire nuove strutture: occorre costruire funzione sanitaria pubblica, rafforzare la medicina generale, colmare il vuoto organizzativo storico che separa il cittadino dal sistema e ricostruire una cultura della prossimità. La vera sfida del DM 77 non è stata quella di inaugurare Case della Comunità, ma di impedire che diventassero scatole vuote. Il futuro del Servizio Sanitario Nazionale dipende dalla capacità di riempirle di professionisti, di competenze, di integrazione e di cura.
16.
Il medico ed il paziente
Il ruolo del medico di medicina generale rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell'intero sistema sanitario pubblico, non soltanto per la sua funzione clinica, ma soprattutto per quella relazionale, di ascolto e di continuità assistenziale. Spesso, nel dibattito pubblico, il nodo centrale viene identificato nella natura del rapporto di lavoro – convenzionato o dipendente – come se da questo dipendesse la qualità dell'assistenza erogata. In realtà, ciò che determina davvero l'efficacia del medico di base non è la forma contrattuale, bensì il modo in cui la professione viene esercitata giorno dopo giorno. La passione, la dedizione, la capacità di unire scienza e coscienza, l'equilibrio nelle scelte e nel rapporto con le persone sono elementi ben più determinanti di qualsiasi inquadramento giuridico. Certo, si potrebbe immaginare un sistema a doppio binario, dove alcuni medici restano convenzionati e altri vengano assunti in qualità di dipendenti per operare nei servizi delle Case di Comunità, ma questa distinzione, pur utile a livello organizzativo, non cambia la sostanza: ciò che conta davvero è la postura professionale, la responsabilità, la competenza e la disponibilità di chi svolge il mestiere.
La disponibilità è infatti uno degli aspetti più critici e più sottovalutati della medicina di territorio. Un medico di base deve essere raggiungibile, presente, facilmente contattabile: questo non significa essere reperibili ventiquattr'ore al giorno, ma costruire un modello organizzativo che garantisca risposte rapide e filtri intelligenti. Gli assistenti sanitari e gli infermieri che lavorano al fianco dei medici di famiglia potrebbero svolgere un ruolo chiave nella selezione delle richieste, nella gestione delle telefonate, nell'orientamento dei pazienti. Sapere che dall'altra parte c'è un professionista, o anche semplicemente un operatore sanitario preparato, che ascolta, accoglie e guida, rafforza enormemente la fiducia nel sistema e riduce quella sensazione di solitudine e abbandono che spesso porta i cittadini a ricorrere impropriamente ai pronto soccorso. La disponibilità non è solo una questione organizzativa: è un atteggiamento culturale, un modo di concepire la medicina come servizio e responsabilità verso la comunità.
Ma se è vero che il medico deve essere presente e disponibile, è altrettanto vero che il paziente deve essere disposto a fidarsi e ad affidarsi. Una parte significativa del tempo dei medici di base viene assorbita da richieste di esami inutili o prestazioni inappropriate dettate più da ansia, da scrupolo o da un eccesso di informazioni confuse, spesso reperite online, che da reali necessità cliniche. Alcuni pazienti, particolarmente insicuri o con personalità complesse, arrivano a sostenere veri e propri “bracci di ferro” con il medico, pretendendo accertamenti che non hanno alcuna indicazione. Il risultato è paradossale: il professionista impiega tempo ed energie per spiegare l'inutilità della richiesta, insiste sul valore della medicina basata sulle evidenze, offre rassicurazioni, ma alla fine il paziente può comunque uscire insoddisfatto e convinto che “non gli sia stato fatto abbastanza”. Questo meccanismo logora i medici, alimenta sfiducia, distorce la relazione e contribuisce all'iperutilizzo dei servizi sanitari.
È per questo che il cuore del rapporto tra medico di base e paziente è la fiducia reciproca. Non esiste medicina territoriale efficace senza un'alleanza terapeutica stabile, costruita nel tempo, che permetta al medico di essere guida e al paziente di sentirsi accolto, protetto e rispettato. La fiducia non nasce da un atto amministrativo o da un tariffario, ma da un legame umano fatto di ascolto, trasparenza, comprensione e autorevolezza professionale. È in questa relazione che il medico ritrova la propria gratificazione e riconosce il senso del proprio lavoro: quando la sua parola è considerata autorevole, quando non è percepito come un mero erogatore di ricette o certificati, quando il suo ruolo viene valorizzato e non svalutato da aspettative irrealistiche. E allo stesso tempo, il paziente vive meglio la propria salute quando non si sente costretto a combattere per ottenere ciò di cui crede di aver bisogno, ma può affidarsi alla competenza di chi ha di fronte, certo che ogni scelta viene presa per il suo reale benessere e non per formalità burocratiche o vincoli economici.
Questa è la sanità in cui credo: una sanità di prossimità che si regge su disponibilità, responsabilità e fiducia. Una medicina territoriale capace di ascoltare e di guidare, che non confonde il servizio con la sottomissione al desiderio del paziente, ma nemmeno si chiude in una torre d'avorio distante e irraggiungibile. Un sistema che valorizza i professionisti, che li mette in condizione di lavorare con serenità, che permette loro di essere davvero il primo presidio di salute per la comunità. Perché il medico di base non è e non deve essere un semplice ingranaggio amministrativo, ma una figura centrale per il benessere collettivo, un punto di riferimento umano e clinico. E ciò che rende efficace il suo ruolo non è la forma contrattuale con cui viene pagato, ma la qualità della relazione che costruisce ogni giorno con le persone che si affidano a lui.
17.
Le DGR 4986 e 5057 – Regione Lombardia
Le delibere 5057 e 4986 della giunta regionale Lombarda hanno suscitato molte critiche, perché sembrano spingere la sanità pubblica verso un modello sempre più legato al privato e alla logica del profitto. Con queste decisioni, la Regione ha previsto la possibilità di ampliare la collaborazione con le strutture sanitarie private e di introdurre meccanismi assicurativi anche all'interno del sistema pubblico. A prima vista può sembrare un modo efficace per ridurre le liste d'attesa e garantire una maggiore disponibilità di servizi, ma in realtà dietro queste scelte si nasconde un rischio molto serio: quello di trasformare la sanità, che dovrebbe essere un diritto universale, in un mercato dove conta soprattutto chi può permetterselo. Il problema principale di queste delibere è che favoriscono la logica assicurativa e l'intervento dei privati, indebolendo il ruolo del servizio sanitario pubblico. Quando la salute diventa oggetto di polizze e prestazioni a pagamento, il rischio è che non tutti abbiano le stesse possibilità di cura. I cittadini più fragili, quelli con redditi bassi o situazioni precarie, rischiano di essere lasciati indietro. Le assicurazioni, per loro natura, selezionano i rischi e tutelano prima di tutto i propri interessi economici, non il diritto alla salute come bene comune. Così il principio di uguaglianza, su cui si fonda la sanità pubblica, va lentamente sgretolandosi. Un altro effetto negativo di queste delibere riguarda il rapporto tra pubblico e privato. Invece di rafforzare gli ospedali e i servizi pubblici, che ogni giorno affrontano carenze di personale e di risorse, si tende a finanziare i privati o a lasciar loro spazi sempre più ampi. Questo significa sottrarre fondi e attenzione al sistema pubblico, rendendolo più fragile e meno competitivo. Nel lungo periodo, la conseguenza sarà una sanità a due velocità: chi ha un'assicurazione potrà accedere più facilmente a visite e cure, mentre chi non può permettersela dovrà aspettare o rinunciare. L'idea di fondo, quella di “integrare” pubblico e privato, potrebbe anche essere positiva se avesse lo scopo di migliorare la qualità dei servizi per tutti. Ma in Lombardia, dove il settore privato è già molto forte, queste delibere rischiano di spostare l'equilibrio definitivamente a suo favore. Un sistema sanitario che si regge su cifre, contratti e assicurazioni perde la sua missione originaria: garantire la salute come diritto e non come privilegio. Molti medici e operatori sanitari hanno espresso preoccupazione. La medicina non può essere gestita come un'azienda dove contano solo i numeri e i profitti. Servono investimenti reali negli ospedali pubblici, nelle assunzioni, nel sostegno a chi lavora ogni giorno nei reparti. Delegare al privato ciò che dovrebbe restare pubblico significa rinunciare, passo dopo passo, a un pezzo importante del nostro sistema di solidarietà. Per questo le delibere 5057 e 4986 non rappresentano solo atti amministrativi, ma segnali di un cambiamento profondo: il rischio di scivolare verso una sanità dove il cuore, la passione e l'uguaglianza vengono messi da parte a favore dell'efficienza economica e degli interessi assicurativi. Difendere la sanità pubblica non è una battaglia politica, ma una questione di giustizia e umanità. Perché la salute non dovrebbe mai essere un affare, ma un diritto di tutti.
18.
Etica della cura e modelli regionali:
il caso Lombardo
Il dibattito sulla sanità pubblica in Italia trova un terreno emblematico di confronto nella Regione Lombardia, dove negli ultimi decenni si è consolidato un modello fortemente orientato all'integrazione tra pubblico e privato. Tale impostazione, pur avendo contribuito a elevare alcuni standard di efficienza e innovazione, ha al contempo prodotto conseguenze profonde sul piano dell'equità e dell'accesso ai servizi. Proprio in questo contesto appare significativo il richiamo di Papa Francesco a “conservare e far crescere il sistema sanitario pubblico, come servizio autentico al popolo”. Si tratta di un'esortazione che non ha valore meramente spirituale, ma rappresenta una precisa indicazione etica e politica: la sanità, in quanto espressione concreta del principio di solidarietà, non può essere ridotta a strumento di mercato o a terreno di competizione economica. L'obiettivo di “curare” il sistema sanitario nel senso indicato dal Pontefice implica anzitutto il riconoscimento della sua natura di bene comune. Tuttavia, in Lombardia — dove il privato accreditato assume un ruolo centrale nella gestione delle prestazioni — il rischio è quello di far prevalere le logiche di profitto e di efficienza economica su quelle di equità e universalità. Ciò genera una contraddizione strutturale: mentre da un lato si proclama la centralità del cittadino-paziente, dall'altro le politiche di governance sanitaria tendono a modellare l'offerta dei servizi secondo criteri di sostenibilità finanziaria più che di giustizia sociale. La distanza tra l'appello di Papa Francesco e la realtà regionale non risiede soltanto nelle scelte politiche, ma in una diversa concezione di sanità: da un lato, la cura come missione e servizio, dall'altro la cura come settore produttivo. Là dove il Pontefice richiama all'attenzione verso i più fragili e alla difesa dell'universalità del diritto alla salute, il sistema lombardo rischia di costruire una sanità “a più velocità”, in cui la possibilità di accesso tempestivo e di qualità diventa funzione della disponibilità economica o della residenza territoriale. In questo senso, l'invito ad “avere cura” del sistema pubblico assume il valore di una sfida morale rivolta non solo ai decisori politici, ma anche ai professionisti della salute e ai cittadini. “Far crescere” il sistema significa infatti preservare il capitale umano e valoriale che lo anima: la professionalità dei medici, l'empatia dei caregiver, il senso di appartenenza di chi lavora nel servizio pubblico non per interesse, ma per vocazione. La Regione Lombardia rappresenta quindi un laboratorio paradigmatico per interrogarsi su quale tipo di sanità si voglia costruire: una sanità competitiva o una sanità comunitaria; una sanità fondata sul mercato o sulla solidarietà. La risposta a questa domanda definirà non solo la sostenibilità del sistema, ma anche la sua legittimità etica, in rapporto ai principi del bene comune, della giustizia e della dignità della persona — gli stessi che sia la Dottrina Sociale della Chiesa che il Socialismo liberale laico pongono alla base della convivenza civile.
19.
Analisi della Legge di Bilancio 2026
La Legge di Bilancio 2026 interviene su uno dei pilastri più fragili ma vitali dello Stato sociale italiano: la sanità pubblica. Pur presentandosi come una manovra che mira a rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale, numerose criticità emergono da un'analisi approfondita delle misure proposte, mettendo in luce limiti strutturali che rischiano di vanificarne gli effetti. Il primo elemento problematico riguarda l'entità effettiva degli stanziamenti: benché aumentati rispetto all'anno precedente, essi continuano a essere al di sotto delle necessità reali del sistema, che sconta da oltre un decennio un sottofinanziamento cronico rispetto agli standard europei. La distribuzione delle risorse su molteplici linee di intervento – prevenzione, personale, digitalizzazione, attrezzature, edilizia sanitaria, liste d'attesa – produce un'inevitabile frammentazione: ogni misura riceve una quantità di fondi incapace di produrre un impatto trasformativo e ciò rende l'intera manovra più simile a un insieme di aggiustamenti tecnici che a un vero progetto di rilancio. Una delle criticità più rilevanti riguarda il personale sanitario. Malgrado la previsione di nuove assunzioni, queste vengono giudicate ampiamente insufficienti per compensare la carenza strutturale di medici, infermieri, operatori socio-sanitari e tecnici, aggravata dall'invecchiamento del personale, dalle dimissioni volontarie, dall'emigrazione all'estero e dalla crescente attrattiva del settore privato. L'aspetto più contestato è la permanenza del tetto di spesa per il personale, introdotto nel 2009, che di fatto impedisce alle regioni di assumere in modo proporzionato ai bisogni reali dei territori. Anche gli aumenti retributivi vengono accolti con freddezza dagli operatori del settore: se da un lato rappresentano un riconoscimento economico dovuto, dall'altro non affrontano il cuore del problema, cioè la qualità delle condizioni lavorative, caratterizzate da turni pesanti, carichi insostenibili, mancato turnover, scarsi percorsi di carriera e alto livello di stress e burnout. Senza una riforma complessiva dell'organizzazione del lavoro e una reale valorizzazione delle professioni, il rischio è che gli incentivi fungano solo da misure temporanee incapaci di fermare la fuoriuscita di risorse umane dal sistema pubblico. Non meno rilevante è il tema delle liste d'attesa, che rappresentano la principale criticità percepita dai cittadini. La manovra 2026 punta a ridurle attraverso l'aumento del ricorso alle prestazioni del privato convenzionato, ma questo orientamento viene accusato di alimentare una “privatizzazione strisciante”: anziché rafforzare la capacità produttiva del pubblico, si aumentano i fondi che finiscono nelle casse degli erogatori privati; ciò rischia di indebolire ulteriormente il sistema pubblico, poiché si limita a comprare prestazioni senza affrontare le cause organizzative delle attese, tra cui la rigidità delle agende, la cattiva programmazione regionale, la mancanza di personale e l'assenza di un reale monitoraggio dei tempi. Inoltre, il ricorso strutturale al privato potrebbe minare i principi di equità e universalismo che sono alla base del modello italiano. Le disuguaglianze territoriali rappresentano un ulteriore punto critico. La capacità delle Regioni di utilizzare adeguatamente le risorse è profondamente diversa: quelle già forti dal punto di vista amministrativo e finanziario beneficeranno maggiormente degli stanziamenti, mentre le regioni in piano di rientro o in difficoltà rischiano di non riuscire a spenderli o spenderli male, perpetuando o ampliando il divario Nord-Sud. Senza un sistema di governance nazionale più forte, capace di coordinare e monitorare l'impiego dei fondi, l'aumento delle risorse rischia di consolidare ulteriormente le disparità anziché ridurle. Anche sul fronte della prevenzione e della medicina territoriale, le misure annunciate appaiono meno solide di quanto dichiarato. La prevenzione – considerata unanimemente la chiave per un sistema più efficiente e sostenibile – riceve risorse insufficienti rispetto agli standard europei: gli screening oncologici, i programmi di contrasto al fumo e all'obesità, la salute mentale e la prevenzione primaria avrebbero bisogno di investimenti strutturali su più anni, mentre le misure previste risultano episodiche e non inserite in una visione strategica. Similmente, l'assistenza territoriale – il vero nodo irrisolto emerso durante la pandemia – sembra ricevere fondi e indicazioni operative non adeguati a sostenere la piena implementazione delle Case della Comunità, degli Ospedali di Comunità e dell'assistenza domiciliare integrata, strumenti cruciali per ridurre la pressione sugli ospedali e garantire cure di prossimità efficaci. A ciò si aggiunge l'incognita della sostenibilità futura: molte misure della manovra hanno carattere straordinario e non strutturale, il che lascia dubbi sulla loro continuità negli anni successivi. Le Regioni rischiano di trovarsi con nuovi costi ricorrenti senza adeguate coperture, generando tensioni nei bilanci sanitari già provati. In conclusione, la Legge di Bilancio 2026, pur riconoscendo l'urgenza di intervenire sul sistema sanitario e introducendo misure che sulla carta vanno nella direzione giusta, appare priva di una visione organica e incapace di affrontare i nodi strutturali che indeboliscono il SSN da anni. Gli investimenti risultano insufficienti, frammentati e poco strategici; le assunzioni non risolvono la carenza di personale; l'aumento del ricorso al privato rischia di erodere ulteriormente la capacità del pubblico; e la mancanza di una governance forte alimenta la disuguaglianza tra territori. Per questi motivi la manovra viene giudicata da molti osservatori come un intervento parziale, incapace di trasformarsi in una vera riforma, e destinato a produrre benefici limitati nel tempo e disomogenei nello spazio, mettendo a rischio il carattere universalistico e solidale della sanità italiana.
20.
Il bisogno e il merito
come guida delle misure in sanità
La Legge di Bilancio 2026 offre, più implicitamente che esplicitamente, un terreno fertile per riflettere sul rapporto tra bisogno e merito, due categorie che dovrebbero rappresentare l'ossatura etica e politica di qualunque intervento pubblico, soprattutto in un Paese che si dichiara fondato sulla dignità sociale e sull'uguaglianza delle opportunità. Eppure, proprio questa manovra rivela come tali principi rimangano spesso evocati, talvolta invocati, ma raramente tradotti in scelte coerenti e strutturali. Sul versante del bisogno, la sanità pubblica costituisce l'ambito più emblematico: il fabbisogno reale del Servizio Sanitario Nazionale continua a crescere, spinto dall'invecchiamento della popolazione, dalla cronicità, dalla carenza di personale e dall'aumento dei costi tecnologici, mentre gli stanziamenti si limitano ancora una volta a rincorrere emergenze e criticità anziché anticiparle o superarle. La logica del bisogno imporrebbe un finanziamento stabile, crescente, programmato, capace di garantire un accesso omogeneo ai servizi indipendentemente dal reddito o dal territorio; tuttavia, la scelta di frammentare le risorse in interventi parziali, di natura spesso contingente, dimostra la distanza tra il riconoscimento dei bisogni e la volontà politica di soddisfarli. Allo stesso tempo il tema del merito, spesso agitato come parola d'ordine nei dibattiti pubblici, appare nella manovra come un concetto evocato in modo selettivo e talvolta retorico. Il personale sanitario, per esempio, viene definito meritevole, essenziale, “eroico”, eppure continua a essere sottopagato, sovraccaricato, costretto a turni usuranti e a condizioni di lavoro che spingono molti a cercare una fuga nel privato o all'estero. Riconoscere davvero il merito significherebbe investire in percorsi di carriera chiari, retribuzioni adeguate, formazione continua, ambienti lavorativi sostenibili e strumenti con cui i professionisti possano esprimere pienamente le proprie competenze, evitando che il merito venga richiamato solo come ornamento discorsivo. Ma una Legge di Bilancio orientata al merito dovrebbe anche guardare oltre i singoli professionisti, interrogarsi su come premiare le istituzioni pubbliche che funzionano e accompagnare quelle in difficoltà, ridurre le disparità territoriali, correggere gli squilibri creati da anni di tagli e vincoli. Invece il rischio è che il concetto di merito rimanga disancorato dalla responsabilità collettiva: si chiede alle strutture di essere efficienti senza fornire gli strumenti necessari, si pretende qualità senza investire nei presupposti della qualità stessa. Il rapporto tra bisogno e merito, se inteso in chiave moderna, nel suo confronto tra etica del bisogno e dinamica del merito, non dovrebbe essere dicotomico, ma integrato: il bisogno indica ciò che va garantito a tutti, il merito ciò che va valorizzato per migliorare la società. Una politica pubblica matura può crescere solo quando riconosce che i bisogni fondamentali non sono un ostacolo alla valorizzazione del merito, ma la condizione che lo rende possibile, perché solo chi è tutelato nei bisogni essenziali può aspirare a esprimere le proprie potenzialità. La finanziaria invece sembra oscillare tra l'urgenza di rispondere ai bisogni minimi e la tentazione di proclamare il merito come soluzione culturale, senza però elaborare un disegno capace di armonizzare le due dimensioni. La conseguenza è un sistema sanitario in cui i cittadini ricevono garanzie sempre più fragili e i professionisti vivono una crescente disillusione. Una finanziaria che volesse davvero fondarsi su bisogno e merito dovrebbe comprendere che investire nel bisogno significa garantire salute, istruzione, servizi, sicurezza sociale e che investire nel merito significa costruire una società che premia talento, responsabilità, innovazione; e che le due cose non si escludono, ma si sostengono. Ignorare questa complementarità significa rassegnarsi a un modello di sviluppo diseguale, in cui i bisogni rimangono incompiuti e il merito diventa privilegio. La sfida politica dei prossimi anni sarà trasformare questi due concetti da slogan a criteri strutturali, capaci di guidare riforme reali e di restituire al Paese la fiducia che nasce quando ciò che è giusto coincide finalmente con ciò che è possibile.
21.
Proposte in sintesi
Il nostro Servizio Sanitario Nazionale si sta muovendo in direzione di un sistema sempre più esposto alle regole del libero mercato, dove il confine tra integrazione pubblico–privato e sostituzione del pubblico da parte del privato si fa ogni giorno più sottile. È un cambiamento che procede in silenzio, per accumulo di scelte, per inerzia amministrativa, per necessità contingenti. Ma i sistemi non deragliano mai all'improvviso: deragliano lentamente, quando i controlli si allentano, quando la politica rinuncia a governare, quando la logica del profitto si infiltra nello spazio che la debolezza del pubblico lascia scoperto. E per evitare che questo accada, servono riforme chiare, organiche, coraggiose.
Il primo passo è garantire tempi massimi certi e uniformità dei LEA, perché un diritto non è tale se varia da regione a regione o se viene negato dalla lentezza delle liste d'attesa. Questo obiettivo richiede risorse adeguate, ed è per questo che il Fondo sanitario nazionale deve essere rifinanziato proporzionalmente ai bisogni demografici: un Paese che invecchia non può finanziare la salute come se fosse giovane. Ma aumentare le risorse non basta se non ricostruiamo il capitale umano: medici, infermieri, tecnici e operatori devono essere valorizzati, assunti, trattenuti e messi nelle condizioni di lavorare bene, perché senza persone non esiste sanità. Digitalizzare i percorsi non deve essere uno slogan, ma la possibilità per ogni cittadino di muoversi dentro il sistema senza ostacoli, con prenotazioni integrate, dati condivisi e informazioni chiare. E proprio i dati devono essere aperti: la trasparenza genera fiducia, responsabilizza le istituzioni e permette ai cittadini di verificare la qualità, i tempi e l'efficienza del sistema. La valutazione degli esiti, poi, non è un meccanismo punitivo ma un modo per premiare il merito, valorizzare chi ottiene risultati migliori e correggere ciò che non funziona. Lo stesso criterio deve essere applicato alle regioni, legando parte delle risorse della perequazione ai risultati effettivi, così da ridurre concretamente le disuguaglianze territoriali che minano l'universalità del SSN. Nel frattempo occorre mettere ordine nel rapporto con il privato. Per gli ospedali privati e per le RSA, l'intervento delle assicurazioni può generare concorrenza virtuosa, evitando che il pubblico continui a sostenere indirettamente i margini di profitto senza ottenere trasparenza né qualità. Ma serve un limite: gli accreditamenti vanno congelati, perché espandere ancora l'offerta privata convenzionata significa sottrarre ulteriore linfa al pubblico già in difficoltà. Allo stesso modo, le convenzioni devono essere ridisegnate con una quota nazionale identica per tutte le regioni: non può essere il privato a decidere quanto spazio occupare nel sistema; deve essere lo Stato a stabilirlo. E all'interno di quello spazio, i privati devono competere tra di loro per garantire efficienza, qualità e costo equo, non competere con il pubblico per indebolirlo. La stessa logica vale per il mondo dell'ADI e delle cooperative professionali: l'outsourcing può essere utile, ma solo entro limiti chiari, altrimenti il pubblico si svuota e rimane solo il guscio amministrativo di un sistema gestito da altri. Per questo è fondamentale eliminare dalle prestazioni dei LEA ciò che non è essenziale, aggiornare costantemente la lista dei farmaci a carico del SSN e monitorare la spesa farmaceutica, così da concentrare le risorse dove servono davvero. Un ruolo chiave lo hanno i medici di medicina generale. Rafforzarli con segreterie, infermieri, strumenti digitali e permettere loro di intervenire direttamente sulle liste d'attesa tramite la prenotazione centralizzata significa ridurre i tempi, evitare accessi impropri e recuperare la centralità della medicina di prossimità. E tutto questo deve accompagnarsi a una cultura nuova dell'appropriatezza: perché ogni esame inutile, ogni farmaco prescritto senza reale indicazione, è un costo per il sistema ma soprattutto un rischio per il paziente. Infine, serve una scelta politica forte: una redistribuzione delle risorse verso la sanità attraverso il contributo degli extraprofitti delle banche e delle grandi imprese. Chi ha beneficiato maggiormente delle dinamiche economiche degli ultimi anni deve poter contribuire al bene collettivo. È un principio di equità, ma anche una forma moderna di mutualismo sociale. Tutte queste riforme, insieme, rispondono a una preoccupazione che non possiamo più ignorare: la deriva verso un sistema sanitario dove il mercato avanza mentre il controllo pubblico arretra. Un sistema dove l'accesso alle cure rischia di dipendere sempre di più dal reddito o dalla disponibilità di assicurazioni private, dove l'universalismo è proclamato ma non garantito. Fermare questa deriva non significa chiudere al privato, ma governarlo; non significa difendere un modello immobile, ma proteggerne i principi fondativi mentre lo si aggiorna alle sfide del presente. Significa ricordare che la salute non può essere consegnata alle logiche del profitto, perché un Paese che lascia la sanità al mercato rinuncia a se stesso e alla propria idea di comunità.
22.
Come finanziare la sanità
La sfida del finanziamento della sanità pubblica è da sempre il nodo attorno a cui ruotano tutte le discussioni sul suo futuro. Ogni sistema sanitario universalistico vive una tensione continua: da una parte il bisogno crescente di cure, alimentato dall'invecchiamento della popolazione, dal progresso tecnologico e dall'aumento delle cronicità; dall'altra la difficoltà di reperire risorse sufficienti senza scaricare il peso sulle fasce più fragili. È in questo equilibrio delicato che si inserisce la necessità di ripensare il modo in cui si spende, come si controlla ciò che si spende e come si raccolgono le risorse necessarie. Non basta dire che servono più fondi; occorre anche dimostrare che ogni euro viene utilizzato nel modo più giusto possibile, evitando gli sprechi, le duplicazioni inutili, le prestazioni inappropriate, i farmaci prescritti senza reale indicazione. Per questo diventa essenziale intervenire sull'appropriatezza delle cure, un tema troppo spesso affrontato solo in modo burocratico, anziché come un principio etico e clinico. Migliorare l'appropriatezza significa prima di tutto tutelare il paziente, sottraendolo al rischio di esami superflui e potenzialmente dannosi, di farmaci non necessari, di percorsi che consumano risorse e tempo senza migliorare gli esiti di salute. Ma significa anche restituire dignità al lavoro dei medici, che non devono essere lasciati soli in un sistema che talvolta incentiva la medicina difensiva o la prescrizione “per sicurezza”, e che invece va accompagnato con linee guida chiare, confronti professionali che creino cultura clinica prima ancora che adempimenti formali. Allo stesso modo è necessario intervenire sui processi di certificazione per invalidità, accompagnamento, misure come la B1 e le altre forme di sostegno, con una logica di equità ed appropriatezza. Garantire i diritti significa anche garantire che vadano davvero a chi ne ha diritto, evitando abusi che alimentano sfiducia e svuotano risorse preziose. Le verifiche devono essere rafforzate, rese più rapide e più omogenee sul territorio, sfruttando strumenti digitali e team multidisciplinari, così da assicurare valutazioni oggettive e sostenibili. Tutto ciò, tuttavia, non basta. Perché il vero problema non è solo come evitare di sprecare, ma come generare nuove risorse per un sistema che, se vuole rimanere universale, ha bisogno di una finanza stabile e crescente. Qui si apre il capitolo della giustizia fiscale, una leva troppo spesso evocata e troppo poco applicata. L'evasione fiscale continua a sottrarre al Paese decine di miliardi ogni anno: una parte di queste risorse, recuperate con strategie più efficaci e strumenti digitali più avanzati, potrebbe essere vincolata direttamente al Fondo Sanitario Nazionale. Non solo come principio di equità, ma come segnale politico forte: chi evade danneggia direttamente la salute collettiva.
Accanto a questo, esiste il tema degli extraprofitti, in particolare del settore bancario e delle grandi imprese che hanno ottenuto in questi anni guadagni straordinari non sempre legati a investimenti produttivi, ma spesso a dinamiche di mercato o inflazionistiche. Un contributo di solidarietà finalizzato alla sanità pubblica, stabile e non occasionale, sarebbe un modo per redistribuire ricchezza verso un bene comune essenziale. Analogamente, l'introduzione di una nuova aliquota IRPEF al 44% per chi guadagna più di 100.000 euro lordi annui rappresenterebbe un segnale di equità progressiva: chi ha di più contribuisce di più, e lo fa per sostenere un diritto universale che appartiene a tutti. La quota aggiuntiva destinata alla sanità potrebbe creare un flusso strutturale di finanziamento, facilmente comunicabile e immediatamente percepibile come un investimento nella tenuta sociale del Paese. Allo stesso modo si potrebbero applicare delle aliquote addizionali regionali irpef prgressive uguali per tutte le regioni, al fine di evitare anche in questo caso interventi disomogenei. Ed alle possibili aliquote progressive di seguito esposte, presenti solo in alcune regioni, aggiungere una aliquota del 4% per redditi superiori ai 100000 euro lordi annui.
| 1.67 | fino a 28000.00 euro |
| 2.87 | oltre 28000.00 e fino a 50000.00 euro |
| 3.33 | oltre 50000.00 euro |
Le regioni che vivono situazioni strutturali di deficit, come la Calabria, non soffrono solo di problemi contabili, ma subiscono un impatto economico e sociale più ampio: la difficoltà del servizio sanitario pubblico alimenta sfiducia, spinge i cittadini verso la mobilità passiva e sottrae risorse che potrebbero essere reinvestite localmente. Un circolo vizioso che indebolisce l'economia locale e rinforza il deficit sanitario. In questo contesto, l'uso intelligente dell'IRAP può diventare un potente strumento di riequilibrio. Immaginare un meccanismo in cui l'acquisto di prodotti provenienti dalle regioni in Piano di Rientro comporti una forma di incentivo fiscale per le imprese – ad esempio una deduzione incrementale dell'IRAP o un credito di imposta proporzionale agli acquisti realizzati – significherebbe trasformare la solidarietà interterritoriale in un processo economico virtuoso, capace di generare valore sia per le imprese sia per la sanità regionale. Un'impresa del Nord che sceglie di introdurre nel proprio ciclo produttivo prodotti agricoli o manifatturieri calabresi, o un'azienda della ristorazione che decide di valorizzare materie prime provenienti da quei territori, non agirebbe solo per convenienza fiscale, ma parteciperebbe concretamente al recupero di un sistema sanitario che oggi fatica a garantire i livelli essenziali di assistenza. Allo stesso modo tanti cittadini del sud che vivono al nord potrebbero contribuire alla sanità della regione in cui sono nati acquistando ad esempio prodotti agroalimentari provenienti da quella regione. L'effetto combinato di queste scelte collettive potrebbe rappresentare una modalità alternativa di finanziamento, fondata non su nuove tasse, ma su incentivi economici che premiano comportamenti virtuosi e costruiscono una rete economica nazionale più equilibrata. Un sistema di questo tipo avrebbe diverse ricadute positive: aumenterebbe la domanda dei prodotti delle regioni più fragili, rafforzando il tessuto produttivo locale; permetterebbe di generare nuova ricchezza nei territori oggi penalizzati; creerebbe una forma di “fiscalità sanitaria solidale” che non grava sui cittadini, ma coinvolge il sistema economico in una strategia di recupero collettivo. È un modo moderno di interpretare il concetto di autonomia regionale: non come frammentazione o concorrenza, ma come responsabilità condivisa, dove il benessere della Calabria, della Campania o di qualsiasi altra regione in difficoltà diventa un obiettivo nazionale, perché un'Italia in cui alcune regioni non garantiscono pienamente il diritto alla salute è un'Italia più ingiusta e più debole. Questa proposta, inoltre, valorizza una visione in cui la sanità non è un compartimento isolato, ma un settore che dialoga con l'economia reale, con le filiere produttive e con le scelte industriali. Non si tratta soltanto di trovare nuovi fondi, ma di cambiare approccio: finanziare la sanità non solo attraverso trasferimenti e piani di rientro calati dall'alto, ma attivando meccanismi economici che generano sviluppi virtuosi e duraturi. È evidente che un meccanismo del genere richiederebbe un quadro normativo chiaro, una definizione precisa dei prodotti incentivabili, la garanzia che i benefici fiscali siano effettivamente finalizzati al rafforzamento dei Servizi Sanitari Regionali e un monitoraggio rigoroso dell'impatto economico. Ma l'idea centrale resta potente: utilizzare la leva fiscale per fare in modo che chi acquista prodotti di una regione in difficoltà contribuisca contemporaneamente al rilancio della sua sanità. In questo modo il consumatore, l'impresa e il territorio entrano in un'unica dinamica di crescita, dove il benessere economico alimenta direttamente quello sanitario. È una visione che mette insieme economia, solidarietà e sostenibilità, e che potrebbe rappresentare una nuova frontiera nella costruzione di un sistema sanitario pubblico più equo e più resiliente, capace non solo di curare, ma anche di attivare processi di sviluppo nei territori più in difficoltà.
E ancora, si potrebbero immaginare altre misure, come la creazione di un Fondo Nazionale per l'Innovazione in Sanità finanziato attraverso partnership tra pubblico e grandi imprese, con regole chiare che evitino derive privatistiche ma sfruttino la capacità finanziaria e tecnologica del settore produttivo per potenziare infrastrutture, digitalizzazione, ricerca e innovazione biomedica. Oppure si potrebbe introdurre una tassazione specifica sulle pubblicità di alcol, gioco d'azzardo e prodotti alimentari dannosi, destinando le entrate a programmi di prevenzione e al rafforzamento dei servizi territoriali. Si potrebbe intervenire sul patrimonio immobiliare delle grandi società attraverso leve fiscali che sostengano la costruzione e ristrutturazione di strutture socio-sanitarie, case di comunità, poliambulatori. Fondamentale sarebbe anche ripensare il rapporto tra pubblico e privato, riportando il privato accreditato a un ruolo di integrazione e non di sostituzione del pubblico, rivedendo i meccanismi di remunerazione e limitando gli spazi di profitto quando ciò avviene su prestazioni di prima necessità. Ripristinare tempi certi per le visite e gli esami nel pubblico, garantire organici adeguati e stipendi più competitivi sono azioni che richiedono risorse ma che, nel tempo, ridurrebbero la migrazione di pazienti verso il privato, diminuendo costi indiretti e recuperando fiducia. In definitiva, finanziare la sanità pubblica non è una questione tecnica, è una scelta politica. Significa decidere che la salute non è un costo da contenere, ma un investimento che genera benessere, stabilità economica, coesione sociale. Significa ammettere che l'universalismo non si difende solo con le parole, ma con i bilanci. E significa riconoscere che intervenire sugli sprechi è necessario, ma non sufficiente: occorre avere il coraggio di chiedere a chi può di contribuire di più, di affrontare l'evasione come un'emergenza nazionale, di costruire un sistema che non lasci nessuno indietro. Così come evitare investimenti pubblici su opere inutili come il ponte sullo stretto o su spese militari assurde. Solo così la sanità pubblica potrà tornare a essere ciò che deve essere: non un terreno di battaglia politica, ma il cuore civile di una comunità che crede nell'uguaglianza e nella dignità di ogni persona.
23.
Conclusioni
Rileggere la storia del nostro Servizio Sanitario Nazionale significa guardare a un'idea che ha saputo farsi realtà, struttura, istituzione, nata come un atto di coraggio politico e morale. Oggi, mentre viviamo un tempo di smarrimento e di trasformazioni profonde, quell'idea sembra chiamarci ancora una volta a scegliere da che parte stare. Le tensioni che attraversano il SSN non sono solo tecniche: sono domande sul modello di società che vogliamo. L'innovazione tecnologica corre più veloce delle nostre leggi, la sanità digitale apre possibilità che fino a ieri apparivano fantascienza, la medicina territoriale torna al centro come antidoto a un sistema schiacciato sugli ospedali e incapace di intercettare il bisogno prima che diventi emergenza. E poi c'è la prevenzione, il grande investimento che nessun banchiere inserirebbe tra le priorità perché non produce dividendi immediati, ma che è l'unica strada per una salute sostenibile, giusta e duratura. In questo quadro complesso le disuguaglianze territoriali continuano a scavare fossati tra cittadini che vivono nello stesso Paese e che dovrebbero godere degli stessi diritti. Le regioni, rafforzate negli anni da riforme e prassi politiche, hanno interpretato il proprio ruolo in modi molto diversi, fino a rendere l'accesso ai servizi una sorta di lotteria geografica. Eppure, nonostante tutto questo, il cuore del progetto del 1978 continua a pulsare; ci ricorda che la salute è un diritto e non una merce, che la cura non si compra ma si garantisce, che nessuno deve essere lasciato solo davanti alla malattia perché una società che accetta l'ingiustizia nella salute rinuncia alla propria dignità più profonda. Rileggere quella storia non è un esercizio nostalgico, è un invito a riconoscere quanto siamo debitori nei confronti di chi ha immaginato un Paese più giusto e ha avuto il coraggio di costruirlo. Per questo oggi, mentre ci interroghiamo su come trovare risorse, su come governare l'innovazione, su come rimettere al centro la persona, abbiamo il dovere di non perdere la rotta. Difendere la sanità pubblica non significa resistere al cambiamento, ma orientarlo; non significa temere il nuovo, ma impedire che il nuovo lasci indietro qualcuno; non significa idealizzare il passato, ma portarne con sé la lezione più preziosa: che i diritti non sono mai acquisiti una volta per tutte, e che la loro difesa richiede la stessa passione che li ha generati. Dovremo correggere gli sprechi, recuperare risorse dove oggi si disperdono, riformare ciò che non funziona, pretendere equità fiscale, responsabilità politica, visione istituzionale. Ma soprattutto dovremo tornare a pensare che il SSN non è un costo, bensì il respiro collettivo di una comunità che non vuole arrendersi all'idea che il destino di ognuno dipenda dalla fortuna, dal reddito o dal luogo in cui è nata. Il futuro della sanità pubblica italiana dipenderà dalla forza con cui sapremo ripetere, ancora una volta, ciò che il 1978 proclamò con una chiarezza quasi rivoluzionaria: che nessuno può essere libero se non è curato, che nessuno può dirsi eguale se non può essere assistito, che nessuno può dirsi cittadino se vede negato il diritto alla salute. E allora, in questo tempo fragile e pieno di sfide, proteggere il SSN significa proteggere noi stessi. Significa scegliere la strada più difficile, ma anche la più giusta. Significa ricordare che una società è davvero civile solo quando si inchina davanti alla vulnerabilità, non davanti al profitto. E significa affermare, con una voce che non dovrebbe tremare: che la salute è di tutti, e che difenderla è il più alto atto d'amore che una democrazia possa compiere.
Bibliografia e fonti
- W. Beveridge, “Social Insurance and Allied Services”, London, 1942
- L. Mariotti, Interventi parlamentari, 1963-1968
- G. Mancini, Discorsi al Parlamento, 1968-1970
- L. 833/1978, Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale
- C. Martelli, “Il merito, il bisogno e il grande tumulto”, 2023
- OMS, “Health Systems in Transition: Italy”, WHO-Europe, 2023
- OCSE, “Health at a Glance: Europe 2024”
- Ministero della Salute, “Relazione sullo Stato Sanitario del Paese”, 2024
- Donatini A., Giarelli G., “Il Servizio Sanitario Nazionale: storia e prospettive”, 2019
- Federico Lega, Economia e Management Sanitario Egea 2018
- Rosy Bindi, Una sanità uguale per tutti Solferino 2025
- DM 77/2022
- Wikipedia
- Regione Lombardia Delibera di Giunta 4986/2025
- Regione Lombardia Delibera di Giunta 5057/2025
- Quotidiano Sanità
- La Repubblica
- La Gazzetta del Sud
- https://www1.finanze.gov.it
- Rapporto OASI 2025
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Parlare di temi legati alla sanità e alla giustizia sociale, tra evoluzione storica e normativa, macro contesto nazionale e realtà lombarda e territoriale: sono stati questi gli argomenti trattati nel corso dell'incontro organizzato dal Partito Socialista cittadino, per la presentazione del libro del dottore Alberto Gigliotti, dal titolo “Uguaglianza e solidarietà in sanità”, che si è svolta ieri nei locali di Spazio Comune.
Gigliotti, che è anche il segretario provinciale del PSI partendo dalla sua esperienza formativa e professionale, maturata nell'attività ospedaliera in Lombardia. ed ora anche nell'ambito del servizi territoriali, ha trattato alcuni dei temi del suo libro, sollecitato dalle domande del giornalista Ilario Grazioso.
Dal modello Beveridge ai principi enunciati dalla Costituzione Italiana, dal socialismo delle riforme, alla prevenzione come diritto, nel ricordo di eminenti figure della tradizione socialista e socialdemocratica italiana, a partire da quella di Giacomo Mancini, ma anche la necessità di ritornare ai principi ispiratori che hanno guidato la realizzazione del Servizio Sanitario Nazionale, quale superamento del precedente sistema delle Mutue, a garanzia di un diritto alla salute veramente per tutti.
Nel ricordo del presidente Sandro Pertini e del suo celebre pensiero rispetto al concetto di libertà, che senza giustizia sociale, “non è che una conquista fragile”, Alberto Gigliotti ha riportato alla stretta attualità il tema: dall'alleanza e dal rapporto tra medico e paziente, che deve essere caratterizzato reciprocamente da alleanza, empatia e fiducia, alle Case di Comunità di cui al DM n. 77 del 2022, quale nuovo modello di sanità territoriale, tentativo di chiudere la lunga stagione dell'assistenza territoriale frammentata e disomogenea, che tuttavia non evidenzia particolari risultati. L'autore nel suo libro e nel suo intervento ha trattato anche il contenuto di due delibere adottate dalla giunta regionale guidata da Attilio Fontana, nello specifico le numero 4986 e 5057 del 2025, dalle quali si evince la spinta verso un modello sempre più legato al privato ed alla logica del profitto, con la possibilità di ampliare la collaborazione tra strutture sanitarie private, introducendo meccanismi assicurativi, anche all'interno del sistema pubblico.
Nel confronto con i presenti, attenzione anche a quello che può essere il confine tra integrazione pubblico-privato e sostituzione del pubblico da parte del privato, liste d'attesa, uniformità dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), le questioni legate al finanziamento della sanità pubblica, perché accanto ai bisogni crescenti, determinati anche dall'invecchiamento della popolazione italiana, sono associate le necessità di maggiori risorse, difficili da reperire.
Con Gigliotti hanno dialogato il segretario cittadino Diego Rufo, il consigliere comunale Riccardo Merli, Silvia Coppetti, figlia dell'indimenticato Mario, figura di riferimento del socialismo cremonese, cui è dedicata la sezione cittadina, presso la Trattoria del Risorgimento, anche per richiamare un aspetto, quello della convivialità e dell'incontro, che mai è mancato nella storia del partito, anche in città e che ora si vuole rilanciare.
Introducendo la serata il segretario Diego Rufo ha parlato di sanità lombarda e delle problematiche affrontate in questi mesi anche dal Partito Socialista. La dottoressa Silvia Coppetti, medico specialista in endocrinologia e cardiologia, oltre al ricordo del papà, ha parlato dell'importanza del mondo delle associazioni e del terzo settore, anche a supporto della sanità pubblica e di quel legame con il “prendersi cura degli altri” che è alla base della professione medica ed anche dell'approccio socialista alla sanità. Dell'azione in consiglio comunale di sensibilizzazione verso i disservizi sempre più frequenti del sistema informativo socio-sanitario (SISS), e delle difficili condizioni in cui si trovano a operare i medici di famiglia ha parlato il consigliere comunale di “Fare Nuova la città – Cremona Attiva”, Riccardo Merli.
CHIOSA EDITORIALE- Buon lavoro, questo del giovane medico e comunicatore. Che condividiamo significativamente sia per la visuale storica sia per la finalità divulgativa. Soprattutto nella rievocazione dei prodromi del traguardo legislativo. Se è consentito interloquire, c'è un buco: la legge socialista della riforma ospedaliera, che fu l'innesco della riforma generale. La si deve a Mariotti. Che venne a Cremona a presentarla ad un convegno. Con la nostra squadra di governo degli anni 60 si governerebbe il mondo. Oggi non se ne ricorda più nessuno.


