
PUBBLICHE AFFISSIONI E TEMI ETICO-CIVILI….
prima …
e dopo… la “cura”
Certamente agli occhi ed alle percezioni dei lettori, che conoscono bene il nostro branding editoriale che rifugge da qualsiasi compiacenza all'informazione sensazionalistica e, diciamolo pure, a “volo d'uccello”, non correremo il rischio di essere percepiti come quell' “ultimo ad arrivar…fu gambacorta”. Apriamo, infatti, le danze su un tema, (visti gli sconfinamenti dallo stretto perimetro tematico) su un “affaire”, innescato, stricto sensu, da una disaffissione di manifesto (esposto, se abbiamo capito bene, su apposito tabellone in regime di concessione tariffata).
Sul punto, riservando una più ampia disamina degli aspetti giurisdizionali e dell'eventuale commissione da parte dell'ordinante di violazioni in capo ad abusi di potere (sempre, ovviamente, che l'affissione di cui trattasi fosse regolare), diciamo che il gesto del Sindaco di Cremona, a dir poco autoritativo, anche nel caso si fosse stati in presenza di violazioni amministrative, bagatellari osiamo dire, proprio in considerazione del background giustificativo. Che, senza dubbio alcuno, focalizza la scaturigine del gesto (di cui non si ha contezza di precedenti) non già, si ripete, in capo ad accertate circostanze di irregolarità (tributaria e o amministrativa, in cui la macchina comunale avrebbe prerogative di agire), bensì in un retroterra di “merito” (rispetto ai contenuti dell'affisso).
Ci piacerebbe (per capire e per valutare) conoscere dettagliatamente il percorso decisionale attraverso cui il Comune (e per esso il primo cittadino che se ne assunto la prerogativa) ha determinato di “oscurare” un manifesto esposto in una pubblica via (di notevole transito) per anni. Di cui ci accorgemmo (tanto per dirne una) ai tempi di Covid, quando con pochi sfigati attuammo dei sit in di denuncia della disastrosa risposta della sanità pubblica. Il manifesto (cominciamo a qualificarlo) è nettamente “antiabortista” (anche se con un preciso profilo didascalico). Senza, tuttavia, prestarsi a rilievi critici, che non fossero la manifesta percezione di una “voce” in netto dissenso con l'esercizio del diritto civile di praticare (ai sensi della legge 194, che è pur sempre una legge dello Stato) l'interruzione della gravidanza. Sicuramente non c'erano (come non ci sono nei superstiti esemplari rimasti al loro posto in luogo pubblico) estremi di alcuna violazione o reato.
A meno che il Primo Cittadino (la cui competenza in materia è esattamente quella degli altri 65000 cittadini) ritenga sia reato (non già prerogativa del pensiero critico e della dialettica) la contro educazione (rispetto al sentiment prevalente in linea con una disposizione di legge, spesso azzoppata nei fatti, ma non revocata). Di cui si fanno interpreti (ca va sans dire) gli ambienti che a cunis (della lunga ed impegnativa procedura legislativa) si sono opposti e continuano ad opporsi. Al pieno esercizio della facoltà di interrompere la “gestazione”.
Che resta una facoltà (da liberare, aggiungiamo noi, dagli impicci frenanti e fuorvianti, che ne impediscono il pieno esercizio) non un obbligo. Il ragionamento, ovviamente, sta in piedi anche a parti invertite.
Rebus sic stantibus (almeno per quanto riguarda le premesse e i richiami di un match da cui qualcuno potrebbe uscire con le ossa rotte), ci pare di dovere affrontare una più ampia disamina suscettibile di collocare l'affaire nei suoi corretti ambiti, dialettici, di percezione, di correttezza, anche procedurale.
Di sicuro, possiamo sin d'ora affermare che nessuno ha mai delegato in capo al Sindaco nessuna delega censoria, né diretta né interpretata sulla materia che appartiene non già agli hegeliani ambiti dello Stato etico ma al libero arbitrio di ciascun individuo.
Facciamo seguire, da questo primo numero che fa da punzonatura ad una organica e documentata trattazione analitica, una serie di contributi che ci sono pervenuti dai lettori e o che abbiamo ritenuto utile ed opportuno trarre da altre pubblicazioni.
Non proprio in regime di par condicio, pubblichiamo di seguito due testimonianze del campo dei disaffissi e due dell'opposta testimonianza. Non ci siamo avvalsi della prerogativa di “selezionare” ad usum delphini esternazioni ritenute confacenti alla linea editoriale (che, se si avrà la bontà di analizzarla “laicamente”, si rivelerà sin dalle prime battute del tutto estranea a logiche e finalità di parte, politica politicante). Bensì del sentiment che orienta a dare un “drizzone” ad un “confronto” che arrischia di fornire una percezione controfattuale delle finalità recondite di un'inopinata iniziativa e delle modalità “dialettiche” (di cui si avvalgono i players e, diciamolo pure, una certa informazione). Un “drizzone” che consenta gesti resipiscenti, dettati da una riacquisita consapevolezza più che delle eventuali lesioni delle disposizioni di legge e delle prerogative ordinamentali, delle ulteriori lesioni inferte, su temi sensibili (come peraltro recita il branding di questa rubrica), come sono l'esercizio delle prerogative dialettiche e l'accesso (o il rifiuto di accesso) a facoltà stabilite dalla legge, al complesso (e, diciamolo pure, fortemente asfaltato) esercizio del confronto comunitario.
In questo senso, l'improvvida iniziativa del Primo Cittadino, inferisce (se è consentito dire) qualcosa di più di un apporto destabilizzante alla percezione individuale e collettiva della complessa tematica qual è quella dell'interruzione degli effetti del concepimento (tema sul quale è prevedibile non si raggiungerà mai un no contest). Allargando il danno alla dialettica percepita, sul terreno del reciproco accreditamento. Che (se si è arrivati con un gesto d'imperio, la cui legittimità va assolutamente indagata, a censurare una delle voci in campo) appare se non proprio insussistente, sicuramente compromessa. Nella sede istituzionale dell'esercizio del mandato elettivo, ma ancor di più nel contesto del sentiment comunitario. Da questo punto di vista, non possiamo non richiamare il percorso istruttorio del Consiglio Comunale di ieri da cui si possono percepire elementi conoscitivi del percorso della “pratica” (fin qui poco noti anche se percepibili, ma tutti da verificare). La cui esternazione rivela la paradossalità di un tentato scaricabarile da parte del Sindaco, là dove nell'intervento (riportato dalla cronaca giornalistica) definisce l'atto come una “richiesta di rimozione che …non è stata un atto di censura né un provvedimento amministrativo coercitivo, ma una comunicazione formale indirizzata al concessionario dello spazio pubblicitario (vai a vedere che inizia lo scaricabarile a danno di semplice soggetto gestionale, che è il concessionario delle affissioni). Ci piacerebbe molto prendere visione della “comunicazione formale” che è stato l'innesco della scaturigine di quello che più o meno (non apparendo nel manifesto palesi elementi di illegalità) è un atto d'imperio con finalità censorie.
Una decisione, prosegue l'esegesi del Sindaco, assunta per «tutelare la dignità delle donne» ed evitare che un messaggio come ‘Fallo vivere, non abortire', collocato davanti a un ospedale, potesse essere percepito come giudicante o esercitare una pressione morale su donne che stanno affrontando un percorso sanitario delicato.” Se questa era ed è il core business della campagna, al Sindaco basterebbe poco per allungare il visus oltre la fragile recinzione del perimetro del presidio epicentro per eccellenza di quello che dovrebbe essere, secondo questa logica da hegeliano “stato etico” o da “grande fratello”, neutralizzato da sollecitazioni.

Ci riferiamo, è facile comprendere, alle decine di metri quadri di superficie pubblicitaria dell'intra moenia nosocomiale, la cui vocazione mercantilistica va molto oltre i limiti se non altro del buon gusto (considerando il contesto in cui si incrociano le sofferenze dei degenti e dei famigliari).
Tra questo bendidio di “consigli” c'è (ci dice qualche più assiduo frequentatore ospedaliero) anche l'” incriminato” manifesto. Vien da chiedere: che fa Sindaco…reitera (se la campagna volesse avere una ratio complessiva) la comunicazione formale indirizzata al concessionario dello spazio pubblicitario?.
Anche se la serietà dell'argomento in causa sconsiglierebbe, diciamo, linguaggi da “matricola”, c'è qualcuno che ci scommette? Giammai…forte coi deboli e debole coi forti!
1) comunicato stampa – a firma di Movimento per la Vita di Cremona, Centro di aiuto alla Vita di Cremona, Associazione “Ora et labora in difesa della Vita”, Pro Vita & Famiglia APS e Family day–Difendiamo i nostri figli – in merito alla rimozione a Cremona del manifesto Sos Vita affisso nei pressi dell'Ospedale.
Riteniamo di dover contribuire alla comprensione di quanto accaduto in queste settimane. L'art 2 della legge 194/78 prevede che consultori, Enti locali e volontariato per la vita concorrano al superamento delle cause che potrebbero indurre all'aborto. Il numero verde SOS vita 800813000, attivo su tutto il territorio nazionale, al pari dei 350 Centri di Aiuto alla Vita in Italia (di cui uno attivo a Cremona in via Milano ed uno presente con apposita convenzione in Ospedale), al pari delle Culle per la Vita (di cui una presente per apposita convenzione in Ospedale), al pari delle Case Famiglia presenti sul territorio nazionale, rappresenta uno degli strumenti previsti e auspicati dalla legge. Siamo pertanto allibiti dal fatto che il provvedimento di rimozione del manifesto che pubblicizza il numero verde SOS vita scaturisca non da “un provvedimento amministrativo né da una ordinanza” ma da una richiesta formulata in autonomia dal Sindaco Virgilio. Giova sapere che il manifesto, regolarmente affisso tramite accordo commerciale intercorso fra Movimento per la Vita e IPAS, era presente nella stessa sede adiacente all'Ospedale da circa sei anni. Tale iniziativa di “immediata rimozione” configura a nostro avviso una evidente censura ed una indebita limitazione della libertà di opinione ed espressione (art 21 Costituzione); una misconoscenza del dettato della legge 194; una assente considerazione del valore sociale del volontariato per la Vita (tanto da non essere neppure stati contattati né prima né all'atto del provvedimento); un esercizio delle funzioni di pubblico amministratore che parrebbe scavalcare le corrette procedure amministrative, configurando un precedente preoccupante per la libertà di espressione. Siamo certi che l'unica vera prevenzione dell'aborto sia il riconoscimento della dignità umana del concepito; dagli amministratori pubblici ci attenderemmo magari degli interventi efficaci di sostegno alla maternità e non oscuramento delle risorse pro vita. Disponibili a qualsiasi confronto, chiediamo con determinazione l'immediata ri-affissione del manifesto SOS vita.
Paolo Emiliani presidente Movimento per la Vita di Cremona, intestatario del contratto di affissione -
Barbara Bodini presidente Centro d'Aiuto alla Vita di Cremona
Giorgio Celsi presidente dell'Associazione “Ora et labora in difesa della Vita”
Jacopo Coghe Portavoce di Pro Vita & Famiglia APS
Massimo Gandolfini Presidente Family day –Difendiamo i nostri figli
Fonte: TeleRadio Cremona Cittanova
2) Lettera tratta da Spazio Aperto del quotidiano La Provincia

3) Contributo di Paola Tacchini, Consigliere del Comune di Cremona- M5S
In questa circostanza, trovo comprensibili le parole del sindaco. Il messaggio in questione era fuori dall'ospedale, ma comunque alla fermata della radiale, luogo di sosta e attesa.
Personalmente, da cattolica, ma ancora maggiormente da amante della vita, non avrei mai praticato l'aborto su me stessa, addirittura quando ero in attesa del mio secondo genito e per l'età ero considerata senior, quindi a rischio, non ho neanche voluto fare l'amniocentesi, che avrebbe messo seppur minimamente a rischio il feto, perché comunque avrei accettato mio figlio anche con patologie serie.
Questo non toglie che in Italia c'è una legge che regolamenta anche questo tipo di scelta.
Sarebbe da capire chi è andato a lamentarsi dal sindaco (medici, pazienti, legali, atei?) e se c'era già da un po', non vedo la necessità di toglierlo.
Non è che uno che vuole abortire vede il cartellone e non ci va più...
Rispetto invece molto i ginecologi che per un loro codice etico e una loro morale cristiana decidono di non procedere con l'intervento di aborto.
Lette le motivazioni del sindaco, penso che abbia compiuto un gesto equilibrato, ma per completezza bisognerebbe capire dove sarebbe lecito esporlo?
Il cartellone c'era da un po'. Era esposto rispettando le regole, sicuramente qualcuno si è lamentato direttamente con la giunta, io non ci farei un grande scoop, ma oggi se si accontenta qualcuno, si scontenta qualcun'altro e poi si entra in polemica (talvolta comprensibile) come per le parole del cantante di "tantarobba" festival che invitano alla violenza sulle donne.
È una società alla deriva ed è difficile muoversi senza creare malcontento.
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4) A proposito del diritto alla vita di chi è già nato –
Rosella Vacchelli ‘Comitato per la difesa della sanità pubblica e dell'ospedale di Cremona'
Il ‘caso manifesto Pro Vita', diventato quello che Grassi definisce “uno tsunami politico-mediatico che ha rianimato la morta gora cremonese”, ci ripropone la scelta di chi ha affidato un preciso messaggio a un manifesto collocandolo in uno spazio non neutro e per contro quella di chi, in ragione di questa collocazione, ne ha disposto dopo anni la rimozione provocando reazioni a catena.
Non entro in questo agone mediatico che non mi stupisce.
Ma a latere del caso e comunque in tema di difesa del diritto alla vita s'impone qualche rilievo.
Da sempre mi stupisce e scandalizza chi difende la vita non nata ma non sa dire no a tutto ciò che condanna a morte precoce chi è già nato cittadino di un distretto col primato mondiale di inquina-mento ambientale. Mi scandalizza chi difende la vita non nata e non dice che la vocazione di questo territorio non è quella di ospitare cementificazioni senza ritorno per allocare poli logistici e centri commerciali avamposti della politica neocolonialistica made in China, che tradendo i principi della giusta retribuzione, i diritti dei lavoratori e la dignità del lavoro ci trasforma in consumatori seriali di prodotti sottocosto facendoci complici del sotteso dumping commerciale come della dilapidazione delle risorse del Pianeta e della riduzione dello stesso a discarica di un' inutile sovrapproduzione che ci fa morire di inquinamento oggi e di penuria di risorse domani.
Mi scandalizza chi difende la vita non nata e non condanna la scelta di usare la terra non per nutrire la vita ma per foraggiare quell' ibrido di agricoltura industriale fatto di inquinanti impianti di biogas/metano di cui il Cremonese ha il primato europeo, pseudo agricoltura che ha il suo eldorado negli incentivi pubblici perché da sé non potrebbe stare sul mercato e che si regge su 2 preoccupanti postulati che sono l' implementazione di allevamenti intensivi di grandi dimensioni e di sempre maggiori superfici di terreni dedicati, spie di un neo latifondismo che torna a dividere sociologica-mente la campagna tra pochi grandi proprietari con alto potere di controllo della politica locale e la manovalanza, meglio se d'importazione perché più duttile e meno sindacalizzata.
Nel merito non salvano la faccia sia la politica di Destra e Sinistra sia le troppe associazioni della società civile dedite a buone cause ma che rinunciano a difendere il diritto alla vita e alla salute di chi è già nato. Sono 30/40.000 ogni anno nella Padania i decessi precoci in assenza di malattia per inquinamento da polveri sottili prodotte da una gestione sconsiderata del territorio cui la nuova pseudo agricoltura dà un pesante contributo.
E sul tema c'è anche il colpevole silenzio della Chiesa, quella che in difesa dei non nati scomunica chi fa scelte difficili, ma che non sa dire no a ciò che pregiudica il diritto alla vita di chi è già nato, quella Chiesa che in provincia presta le proprietà fondiarie di cui è custode alle nuove forme di latifondismo. Non è dato capire come simili scelte si concilino con il cogente mandato del Papa alla Cei di farsi carico dei problemi dei territori, declinato dai vescovi lombardi in percorsi di salvaguardia-dia dell' ambiente e che ha portato Diocesi e Caritas ad attivare ad es. per il Casalasco (una delle 14 zone fragili lombarde) il Progetto “Area natura e ambiente” per “rispondere alle nuove povertà causate dalla crisi ambientale e dalla carenza di servizi nelle zone rurali promuovendo stili di vita sostenibili e un'agricoltura di prossimità per ridare valore economico e vivibilità a questo territorio”.
Non è dato capire nemmeno come l'appello di tutti i vescovi italiani al Governo contro la chiusura dei servizi essenziali/ospedali nelle aree fragili e periferiche si concili col silenzio della Chiesa cremonese sul progetto del nuovo ospedale che taglia 25.000 giornate di degenza per acuti dell'area medica e chirurgica insieme alla prevenzione e alla cronicità e che di fatto è solo un assist alla sani-tà privata in un territorio sguarnito di presidi a partire dai medici di base.
Il nuovo ospedale non c'è ancora ma i tagli previsti dal progetto sono già cronaca all' Oglio Po dove i posti letto per acuti sono passati da 48 a 30 (oglioponew.it-21 giugno 26).
Su questi temi (che non vedono veglie di preghiera) mi sono permessa un confronto poco incoraggiato e deludente con il vescovo Napolioni.
Forse “l'ascolto profondo dei territori” auspicato dal Papa (discorso alla Cei-maggio 26) implica anche il coraggio di un confronto paziente con chi vive nei territori.
E comunque sono sempre dovuti rigore e coerenza da chi si erge a difensore del diritto alla vita, una coerenza che non c'è in chi difende la vita dei non nati e dimentica quella di chi è già nato.
punture di spillo
il Sindaco Virgilio ha respinto, come abbiamo più sopra riportato tra virgolette, le accuse di ave r limitato la libertà di espressione, sottolineando che nessuno impedisce alle associazioni pro vita di promuovere incontri, iniziative o campagne.
Per di più, richiamando la giurisprudenza amministrativa e il Codice della strada, sostiene che la pubblicità negli spazi pubblici non è priva di limiti quando possono entrare in gioco la dignità della persona, la libertà individuale e la tutela di soggetti vulnerabili.
Sarebbe ardimentosa qualsiasi triangolazione di fattispecie tra esternazioni a mezzo affissione e quant'altra veicolazione. Ma, se vogliamo restare sul terreno edificante del rispetto della legge e delle buone maniere, gli chiediamo se ha qualcosa da dire a proposito delle, diciamo, “libere” espressioni murali. Sono lì da decenni. Offendono e allarmano confliggono con laa dignità comunitaria.