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ECO-Libri - Calenda

  01/11/2026

Di Redazione

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Come annunciato in una recentissima edizione della nostra rubrica Eco bacheca, l'autore del saggio in effigie, Carlo Calenda, leader del movimento politico “Azione, è giunto a Cremona, alla storica saletta della Camera di Commercio, per presentare, in una inaspettata, folta cornice di pubblico, il suo interessante lavoro. Destinato, ça va sans dire, a griffare il panel del movimento e, conseguentemente, a supportare progettualmente il percorso di una formazione di recente conio. Le cui intenzioni (così parrebbe) di non sottomettersi al meretricio di partenariati subalterni dovrebbero essere (se mai non lo fossero state o lo fossero) ormai assodate.

Torneremo sul punto nel prosieguo di questa cronaca non esattamente neutra ma commentata dell'evento conviviale e delle potenziali ricadute sulle dinamiche politiche, nazionali e locali.

Ci asteniamo dal replicare note cronachistiche già abbondantemente e proficuamente apparse su tutte le testate locali (analogiche e o digitali); che, avendo le spalle più larghe delle nostre, sono imbattibili in termini di timing editoriale. Cosa che non solo non cruccia noi, ben consapevoli del nostro diverso core business comunicativo. Diremo solo che si è trattato, se non altro per la qualità complessiva dell'evento conviviale e particolare della “prestazione” dei players discussant (ben consapevoli della mission e, soprattutto, di una “platea”, vasta ma selezionata, per rango ed aspettativa. Sotto tale profilo la conferenza, svoltasi alla Saletta dei Mercanti”, si può dire particolarmente riuscita; quanto meno sul piano della chiarezza dei propositi comunicativi.  

Sia pure di passaggio, sentiamo di dover registrare che il “pacchetto di mischia” progettuale con ci Calenda ha iniziato la divulgazione territoriale è stato ventiquattro ore significativamente implementato con un apprezzabile contributo al dibattito in senso all'Assemblea dell'AIC.

Con un “bando alle ciance”, riteniamo giunto il momento per inoltrarci in quella che ha la pretesa di essere qualcosa di più di una “chiosa” dell'interessante saggio “Difendere la libertà – E' l'ora dell'Europa”, un binomio (apparentemente articolato) che in nuce rivela il background teorico delle radici teoriche e le linee progettuali di Calenda e del suo movimento. Le robuste radici europeiste dicono inequivocabilmente sia del retroterra ideale sia del branding progettuale. E, in qualche modo, distinguono (sul terreno dell'attendibilità e della consistenza del voler essere “terzo polo”) la scesa in campo. Si può azzardare, per quanto in politica e a questi livelli, niente si ripete, qualche analogia con significative tracce di “macronismo” delle origine. Vale a dire di una scaturigine da un filone di sinistra riformista che, resa avvertita della evidente obsolescenza del modello socialdemocratico (ormai dilagata con ogni evidenza in tutto il contesto europeo), decise di mettersi, almeno dal punto di vista delle "famiglie europee", "in proprio". Con un'offerta (quella del transalpino Macron) di branding liberaldemocratico e, per quanto molto attenuato, laburista. Il decennio, ormai in dirittura d'arrivo, macronista dice che, sulla base dei risultati concreti la formula, nonostante il vantaggio iniziale fornito dal "presidenzialismo", non solo non ha funzionato. Bensì ha totalmente fallito almeno su due core missions: la rifunzionalizzazione dell'intelaiatura della sostenibilità del modello economico quanto meno sul terreno di una basica equità nella destinazione finale della ricchezza prodotta e la tenuta dei "conti"; nonché almeno un fisiologico controllo della ricaduta del flusso migratorio sia in termini macroeconomici che di compatibilità "civile-comunitaria".

Pagato questo pedaggio alle simmetrie, pare conveniente raffrontare la spinta motivazionale di una scesa in campo, irraffrontabile con la “pochezza” delle altre proposte di players non organicamente omologati “ai campi” (anche se quasi tutti gli altri, ad eccezione di Azione, sono privi di un senso compiuto di “progetto” suscettibile di accreditare un rango di protagonista.

In certo qual modo, sono ravvisabili, in una forse azzardata equivalenza “Calenda/Cottarelli, qualche comunanza fisiognomica, speculare, ma non sovrapponibile. Per ragioni di estrazione differenziata (il primo, accademico; il secondo, per quanto "tecnico prestato alla funzione governante", ormai politico a tutto tondo) e probabilmente, per effetto di quanto sopra, a cristallizzarsi in ruoli sempre più contraddistinti. Anche se, con molte probabilità, ad interagire nello stesso bacino progettuale. “Cosa dovrebbe fare Azione? è il quesito della recente intervista di Mondo Padano, al Prof Cottarelli. “Non voglio dare consigli, ma, oggettivamente, la scelta del centro è andare da solo e poi raggiungere un accordo con il centro destra senza Vannacci. Non vedo la possibilità che il centro possa andare con questo centrosinistra". Supposizione in cui speriamo non ci sia qualche ricaduta di risentimento indotto da mancata convergenza.

Noi, invece, confidiamo che, per come sono state “sillabate” nelle pregresse performances elettorali e nelle recenti esternazioni (ultima ma non ultima quella resa nella Saletta dei Mercanti), l'idea di un terzo polo (disgiunto dagli altri due) sia sufficientemente motivata ed abbia ragguardevoli chances per delineare un proprio campo di gioco e di fare la sua partita alla pari.

Nei confronti del polo centrodestrorso che in quattro anni ha agito secondo stereotipi “da balena bianca” e una campo più o meno largo, distinguibilissimo per essere patrocinatore di una “lotta" populistico-giustizialistica della nuova, recentissima, corrente ondata. Il cui branding è compreso in un range identitario ispirato da un impulso sovvertitore del nostro modello (che rivela molte claudicanze, ma che rivela la sua immanenza) e la ricerca di un "riequilibrio" del tutto scevro della cultura sociale imperniata nel rapporto bisogno-corresponsabilità-merito e fortemente radicato nel risarcimento rivincita sollecitata (specie nel bacino migratorio e giovanilistico) dalle pulsioni di un materialismo fatto di prerogative della new wave consumistica di status symbol.

Saremmo, però, avviandoci alle conclusioni, gravemente omissivi se non facessimo almeno un cenno ad un combinato-disposto, in capo all'intelaiatura della testimonianza di Azione (probabilmente determinata dalla condizione di “lavori in corso”), di un combinato-disposto comportamentale. Si vede, infatti, nelle premesse di esternazione degli "Azionisti" territoriali una certa contraddizione tra l'asse "terzista" di Calenda nella politica nazionale e l'impulso degli indigeni a restare abbarbicati (per ovvie “aspettative, in larga parte non andate deluse)) al "campo", territorialmente maggioritario. Segnali ci sono nel consolidato schieramento a Cremona nel Capoluogo e si percepiscono nelle avvisaglie, rese pubbliche stamane, per le prossime elezioni comunali a Crema. I referenti "fiduciari" a Cremona dovrebbero, a nostro sommesso parere, avvertire il leader dei pericoli di inattendibilità (in termini di credibilità e di voti) di comportamenti a geometria variabile. Che tradisce una predisposizione quasi sistemica dei terminali locali "azionisti" ad agire al solo scopo di acquisire titolo di partnership nella nomenklatura amministrativa locale, deducendola dalla rappresentanza del brand di Calenda, adesso, ed in prospettiva di quello di un terzo polo riformatore, se mai si facesse.

L'ultimo tassello di questo “spiegone”, restato molto discostato dall'ossessione che le "elezioni si vincono al centro", riguarda un focus rimasto affievolito. Anche se dobbiamo dire che nelle recenti esternazioni ni, in cui l'asset del terzo polo comincia a comprendere anche la testimonianza dei liberalsocialisti. Per chi scrive, fondamentale per rendere coerente e credibile il progetto di un polo “riformatore”. Non causalmente concludiamo riportando per intero il contributo di Giovanni Crema, coordinatore del Movimento dei Liberalsocialisti.

UNIAMO I RIFORMATORI

Per ricostruire il rapporto di fiducia tra i cittadini e le Istituzioni
di Giovanni Crema

L' obiettivo di una “Federazione dei Riformatori” costituirà non solo un momento utile per riflettere sul ruolo che abbiamo avuto per il passato, ma anche e soprattutto occasione per delineare i cambiamenti necessari per fare fronte alle sfide che i mutamenti profondi della realtà politica, sociale, culturale e istituzionale, oggi ci propongono. Dov'è finita la politica oggi? In un pozzo di discredito, in una palude di utopie di ideologismi a buon mercato. Viviamo in una società prigioniera del presente, non progetta il futuro e non ha memoria del passato. Secondo le statistiche dell'Ocse-Pisa gli analfabeti funzionali in Italia sono il 27,9% delle persone tra i 16 e i 65 anni, il 9,6% tra 16 e i 24 anni, e il 15% dei giovani tra i 25 e i 34 anni. E' analfabeta funzionale un diplomato su cinque e il 4,1% dei laureati. In totale, undici milioni di uomini e donne che non sono in grado, nel corso della vita quotidiana, di usare in modo efficiente la lettura, la scrittura e il calcolo. E risultano incapaci, secondo la definizione di analfabeta funzionale dell'Unesco, di “intervenire attivamente nella società e nella politica”.

Purtroppo gli Italiani assumono più i connotati di sudditi che di cittadini. Mi pare che nel campo dei bisogni l'attuale classe dirigente, non solo della politica, abbia fallito. C'è tanta confusione di carattere politico, 'è una prevenzione non ragionata, c'è una propaganda spasmodica pro o contro, noi invece serenamente dobbiamo mettere a fuoco e ragionare anche su ciò che è già differenziato come la sanità, poi viene la scuola subito dopo e i trasporti locali e altro dove siamo già abbondantemente sotto il livello di guardia. Il 60% delle scuole italiane non possiede tutti i certificati di sicurezza previsti dalle norme vigenti. Questo è solo uno dei tanti, sconcertanti dati che emergono dall'ultimo rapporto ISTAT. Alcuni dati sono senza dubbio preoccupanti, come gli indicatori del benessere dei giovani, quelli italiani sono ai livelli più bassi in Europa e, nel 2022, quasi la metà dei giovani tra i 18 e i 34 anni riporta almeno un segnale di deprivazione, specialmente nei campi dell'istruzione e del lavoro. Un milione di italiani tra i 15 e i 29 anni non studia, non lavora e non è inserito in percorsi di formazione.

Per quanto riguarda gli ultracentenari, l'ISTAT sottolinea che non sono mai stati così tanti in Italia. Sono 22 mila, cifra che raggiunge il suo più alto livello storico, e gli scenari demografici ne prevedono un consistente aumento in futuro: nel 2041 la popolazione di ultraottantenni supererà i 6 milioni e quella degli ultranovantenni arriverà addirittura a 1,4 milioni. Del resto, si tratta di un'evidenza collegata al fatto che il nostro Paese invecchia sempre di più, tanto da fissare l'età media a 46 anni. 

Interessante il capitolo che l'ISTAT rubrica alla voce “trappola della povertà”: lo stato di indigenza sembra passare di padre in figlio, come fosse un'eredità inalienabile, ed è la più intensa nella UE. Quasi un terzo degli adulti a rischio povertà proviene dai genitori che a loro volta da giovani erano indigenti.  E lo scenario non è roseo neanche spostando l'attenzione sui salari degli italiani, che sono inferiori rispetto la media europea di circa 3.700 euro annui. La retribuzione media annua lorda per dipendente è pari a 27 mila euro, inferiore del 12% a quella media UE a parità di potere d'acquisto. 

Il primo e fondamentale compito che sta di fronte a noi è quello di concorrere a ricostruire un rapporto di fiducia tra i cittadini e il Parlamento. Le ultime elezioni politiche, ci consegnano cifre impressionanti. Ci sono stati 20.179.356 elettori ed elettrici che hanno scelto di non votare. Nelle precedenti elezioni politiche del 2018 le urne erano state disertate da 15.550.461 cittadini, il numero degli astensionisti è cresciuto di 4.628.895 unità, con un incremento del 29,77%. Quello dell'astensionismo e del non voto è un fenomeno, in atto da anni, che sta corrodendo le basi su cui poggia la nostra democrazia rappresentativa. Quanto più alti sono l'astensione e il non voto, tanto più è basso il grado di rappresentatività del Parlamento già duramente colpito dal dissennato e demagogico taglio dei parlamentari voluto da tutti i gruppi politici.

 Se pensiamo che l'attuale maggioranza esprime il governo del Paese rappresentando poco meno del 27% del corpo elettorale. Un parlamento poco rappresentativo svuota di significato l'articolo 1 della Costituzione che afferma che nei limiti e nelle forme da essa stabiliti, la sovranità appartiene al Popolo. Se il Parlamento è debole, la sovranità del popolo è debole. L'impossibilità dei cittadini di scegliersi direttamente i propri rappresentanti; la riduzione del numero dei parlamentari tale da introdurre eccessive e incostituzionali soglie di sbarramento che escludano dalla rappresentanza milioni di cittadini; l'introduzione di forme di democrazia diretta in aperta contrapposizione al Parlamento ( il Premierato ); l'indebolimento delle garanzie costituzionali ed economiche poste a presidio della funzione parlamentare; lo stravolgimento degli equilibri istituzionali attraverso la lesione dei principi di autonomia e indipendenza del potere legislativo, esecutivo e giudiziario; le oscure manipolazioni dell'opinione pubblica rese possibili da piattaforme informatiche prive di qualunque forma di controllo democratico; costituiscono pericoli nei confronti dei quali la nostra “Federazione dei Riformatori” deve reagire con iniziative e proposte concrete sulle quali sviluppare il dialogo, e il confronto.

Altrettanta attenzione deve essere posta al rapporto tra Parlamento e sistema delle autonomie regionali e locali, da un lato e, dall'altro, al ruolo del Parlamento nella prospettiva del processo di costruzione dell'Unità europea. Lo sviluppo e il rafforzamento delle Autonomie regionali e locali non possono andare a detrimento della coesione e dell'unità nazionale, né possono essere fonte di discriminazione tra i cittadini di diverse Regioni nell'accesso e nell'esercizio di diritti fondamentali. Per questo va rivendicata la riforma degli Enti Locali che con le scellerate scelte di cancellare le Comunità montane e svuotare le Province si sono ingrassate le Regioni che oggi sono la vera amministrazione sul territorio quando dovrebbero ritornare nel loro alveo della Programmazione, Legiferazione e Controllo gestendo solo le competenze e le deleghe di dimensione regionali.  

Mi sono sempre chiesto se per una riforma strutturale dei poteri del Governo, del Parlamento, della Presidenza della Repubblica sia possibile farla con un Parlamento eletto con una legge elettorale conclatamente anticostituzionale e maggioritaria quando la Assemblea Costituente 80 anni fa fu eletta con il sistema proporzionale per permettere proporzionalmente al consenso popolare la presenza di tutte le culture politiche.  Per svolgere le funzioni delineate, la “Federazione dei Riformatori” deve accrescere la sua capacità di comunicazione verso l'esterno, potenziando gli strumenti di cui dispone e offrendo, al tempo stesso, all'opinione pubblica progetti e proposte concrete, collegati ai principali temi di attualità. Con un programma di lungo respiro possiamo contribuire a dare vita a una nuova Formazione politica, che non sarà come quelle di prima, ma sarà una Federazione dei socialisti, dei socialisti democratici, dei cattolici democratici, dei liberali riformisti, dei re- pubblicani, moderno e libertario dove una nuova classe dirigente potrà contribuire alla crescita del nostro Paese. 

Movimento dei Socialisti Liberali, Partito Socialdemocratico, Comitato Vassalli, Risorsa Umbra, Circolo Bruno Buozzi di VI, Partito Repubblicano Italiano.

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