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È scomparso Guglielmo Epifani

Contributi di E.V. e Renato Bandera

  08/06/2021 — Di Redazione

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“Addio al laburista Epifani”, un importante quotidiano nazionale ha titolato (quasi banalmente) l'annuncio della scomparsa dell'uomo politico, che per decenni è stato ai vertici della maggior centrale sindacale e, in anni più recenti, della sinistra politica. 

Ne siamo umanamente dispiaciuti ed, in qualche modo, trattandosi di un quasi coetaneo, allarmati dalla percezione dell'implacabilità della clessidra esistenziale. 

Non possiamo dire esattamente di averlo “visto da vicino”, come potremmo affermare di altri coetanei e commilitoni sindacali e politici. Il destino non ci ha fatto incrociare; ferma restando di la percezione di un profilo di notevole valore. 

Tutto vero ciò che, in termini di rivisitazione del vissuto e dell'excursus politico e sindacale. Assolutamente vero che è stato il primo socialista a succedere nella leadership cigiellina, sempre stata prerogativa di designati dal PCI Di Vittorio, Luciano Lama, Bruno Trentin. 

Con un po' di raccapriccio siamo costretti a menzionare anche l'ultimo di questa catena dinastica di ciò che è stata la tradizione del vertice prerogativa dei designati dalla cinghia di trasmissione. Alias, il senior partner del collateralismo tra il maggior partito della sinistra ed il maggior sindacato. 

Il fatto di essere, prima, stato il più diretto collaboratore e, poi, il subentrante a Cofferati getta qualche ombra sia sul nesso di continuità di ispirazione strategica sia sull'effettiva volontà di discontinuità rispetto al predecessore. Di cui, con tutto il rispetto, tutto si può dire tranne che sia appartenuto alla cultura riformista, in senso politico e sindacale. Se fossi in Epifani e dall'al di là mi interessasse leggere i “coccodrilli”, ecumenicamente accetterei tutto, tranne quel riconoscimento più simile ad uno sfregio “ha raccolto l'eredità di Cofferati” 

Paradossalmente, infatti, a dispetto della ratio che ispirò oltre mezzo secolo la dorsale dell'ingaggio e dei ruoli, tutti i designati dalle Botteghe Oscure a ricoprire una responsabilità quasi equivalente all'importanza della leadership del PCI si sarebbero, nei fatti, rivelati incongrui alla connotazione assegnata. In controtendenza, avrebbero dimostrato, infatti, di essere, nonostante l'investitura di un partito che aveva fatto del massimalismo una delle sue principali griffe, “riformisti” nella cultura di ispirazione e nella pratica di guida del Sindacato. Furono così i due già citati e più conosciuti, Giuseppe Di Vittorio e Luciano Lama. 

Di provenienza e formazione ideale socialista, anche se in tempi successivi approdati alla “ditta”. Passaggio questo di cui non si può dire che sia stato lo snodo per cambiare convincimento di fondo. 

Al vertice di Corso d'Italia non sarebbero approdati, per effetto della “regola”, uomini di assoluto spessore e di incontrovertibile imprinting riformista, come Fernando Santi e Giacomo Brodolini (per limitarci ad una parziale scansione temporale recente). 

Diverso sarebbe stato il percorso delle vicende politiche e sindacali (come dimostra la vicenda della scala mobile del 1984) se, non tanto la leadership formale dei riformisti di fatto ma non di investitura, quanto invece l'ingaggio di una linea riformista fosse stata nelle ansie e nelle concrete opzioni della sinistra italiana e del suo maggior partito. 

Del che, ovviamente, non si deve chiedere conto allo scomparso compagno Epifani. Al quale, però, non si può attribuire, come fa oggi Di Vico su Corsera, al suo profilo “il merito di far scolorire le differenze storiche e politiche tra socialisti e comunisti” 

Altrettanto incongrua appare l'attribuzione “Rinnovò la CGIL”. Forse rinnovò la “ditta”, un dinosauro sopravvissuto ad un excursus anche fecondo, in momenti cruciali per la giustizia sociale e per la modernizzazione del Paese, ma mai, purtroppo, diventato interprete della cultura “laburista”, in senso stretto. 

Da tempo sono finiti i contenziosi discendenti dalle differenze storiche a sinistra. Da tempo non se la passano molto bene neanche l'importanza ed il ruolo di primo piano del Sindacato. Che, diviso e in affanno di ritardi culturali, non riesce ad incidere nella rappresentanza del suo retroterra sociale ed in equilibri più favorevoli sul terreno della giustizia sociale e sul ruolo dei lavoratori in una società avanzata, 

Siamo certi che questi sono stati per una intera vita gli obiettivi di Guglielmo Epifani, dirigente sindacale e socialista. 

Nel ricordare la sua caratura morale ed ideale, ci si affida alla speranza che la sua eredità orienti in termini di resipiscenza i cuori e le menti della sinistra sociale e politica. 

(e.v.

Sulla figura dello scomparso massimo dirigente della CGIL pubblichiamo un contributo di Renato Bandera, che per molti anni è stato dirigente provinciale della CdL territoriale. 

È repentinamente ed inaspettatamente scomparso Guglielmo Epifani! L'ultima sua apparizione pubblica il 27 maggio a favore dei lavoratori coinvolti dalla vicenda Wirlpool, la multinazionale che intende chiudere l'unità produttiva della capitale. 

Guglielmo Epifani, laureato in filosofia con una tesi su Anna Kuliscioff, era socialista da sempre; un riformista nell'intimo e non per atteggiamento. 

Aveva ereditato dal sestese-cremonese, Cofferati, la guida della Confederazione Generale del Lavoro in un periodo di grandi transizioni nelle relazioni il'adesione ( ndustriali.  

L'industria italiana si stava riconvertendo, sotto la guida di Luca Cordero di Montezemolo, e il sindacato doveva adattarsi al nuovo, peggiorativo in tutti i sensi per i lavoratori, modo di affrontare le relazioni industriali. 

Il sindacalismo in generale aveva esaurito la forza rivendicativa che aveva espresso nei decenni precedenti e stava affrontando l'esigenza di nuove forme di contrattazione collettiva che tenessero conto delle modificazioni del lavoro a livello mondiale. Una fase nella quale anche le storiche forze politiche, espresse dai partiti d'idealità ed ideologia, erano state obbligate a ricercare nuove basi per procrastinare la loro capacità di amministrare la cosa pubblica. 

Epifani, da sempre uomo colto e da Centro Studi della CGIL, attento valutatore dei documenti programmatici delle controparti, proveniente dall'esperienza del sindacato di Categoria dei Poligrafici, era l'uomo giusto per guidare la transizione. 

Il suo tratto caratteriale, mite ma fermo, lo rendeva un leader poco appariscente, forse, ma efficace nel raggiungere gli obiettivi che si era prefissato o che riteneva indispensabili. 

Il primo socialista Segretario Generale della più consistente Confederazione Sindacale Italiana è stato riconfermato per ben due mandati. Segno, questo, che era l'uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto. Cioè il tempo di difendere le conquiste del passato di lotte del mondo del lavoro che qualcuno, stante la contingenza economica negativa, voleva bellamente rimettere in discussione. 

La difesa dell'Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori ne è stata la cifra, così come l'adesione al Referendum, immaginato perdente fin dall'inizio, per l'estensione dello stesso Art. 18 stesso alle aziende con meno di 15 dipendenti. 

Dopo l'esperienza di 8 anni da Segretario Generale lasciò nelle mani di Susanna Camusso (socialista pure lei!) prima donna Segretario della CGIL, la guida della Confederazione, attuando, concretamente, la parità di genere. 

Nel PD venne scelto, dal maggio al dicembre 2013, per facilitare la transizione dalla Segreteria Bersani a quella di Matteo Renzi. Riuscì, con accortezza, ad evitare scissioni e guerreggiate utilizzando, ancora una volta, il criterio della prudenza e del voler capire le ragioni di tutti i contendenti in campo. 

Nel 2017, non riconoscendosi più. nel PD fu tra i fondatori di Articolo 1 e venne eletto alla Camera come LEU. 

Tutti i leader politici, sindacali, istituzionali, appresa la notizia della scomparsa di Guglielmo Epifani, gli hanno ascritto i meriti che ha acquisito nella sua lunga militanza nel sociale. 

I socialisti che non hanno voluto o saputo affrontare la diaspora dal Partito probabilmente, passato il tempo delle forti emotività individuali, rivalorizzeranno la Figura Emblematica del Socialista Riformista, utile più di altri al bene comune. 

Renato Bandera 

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