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Tragedie e inconsapevolezze

Marmolada

  07/07/2022 — Di Redazione

Tragedie+e+inconsapevolezze

Abbiamo ricevuto da due nostre affezionate lettrici (e corrispondenti fisse) le riflessioni suscitate dalla vicenda Marmolada. Le pubblichiamo e faremo, a nostra volta, seguire una chiosa. 

Gentile Direttore, talvolta anche la casualità incide sul nostro modo di giudicare. Qualche giorno prima di questo tragico evento, seguendo una trasmissione televisiva, avevo appreso di come era insolita e precaria la situazione sul ghiacciaio. Ricordo che l'esperto aveva preso in considerazione ogni anomalia, dal colore del ghiaccio, dall'odore sgradevole che emanava, dalla mancanza di neve che oltre a non proteggerlo non respingeva col suo candore i raggi implacabili del sole. Si perforava la superficie e il fondo cedeva, vicino zampillavano (termine molto riduttivo) torrentelli d'acqua.  

L'acqua, che già il padrone del rifugio accanto sentiva scorrere da giorni, impediva alla gelida massa di aderire alla roccia sottostante, così poteva scivolare a valle. Naturalmente la mancanza di considerevoli precipitazioni nevose sin dall'inverno e il caldo anomalo che ha investito ininterrottamente la penisola sin dai primi di maggio, era un fattore difficile da ostacolare, ma di giorno in giorno almeno pensare dai danni ben visibili sulla secca dei fiumi a quelli che anche le montagne più alte potevano subire… Chiudere la stalla quando i buoi sono già fuggiti? Non è difficile. Evitare di gettare la croce sulle spalle di qualcuno? Altrettanto facile. Però ora un rimedio è stato trovato: vietare ogni accesso alla Marmolada!! Se per precauzione fosse stato deciso solo qualche giorno fa …se gli escursionisti avessero anche affrontato un viaggio inutile avrebbero realizzato che qualcosa di grave poteva succedere.  

Mi sembra di udire la voce della mia cara maestra delle elementari: del senno di poi son piene le fosse …Già! 

Allora cerchiamo di far lavorare meglio le meningi, ora supportate dall'impiego di tanti accorgimenti tecnici come droni, cellule fotoelettriche, elicotteri che possono scendere quasi raso terra …Perché adesso? Perché non prima? 

Discolparsi in un amen, rigettare immediatamente ogni accusa mi è sembrato fuori luogo, molto fuori luogo. Rispetto della natura va seguito in primis, oltre che essere insegnato. Mi dispiace caro direttore, ma mi schiero con i parenti delle vittime, hanno il diritto di “sapere”.  

La ringrazio per l'ospitalità e cordialmente La saluto.  

Clara Rossini - Cremona, 6 luglio 2022 

Sono in macchina e sto tornando a Vicenza, vacanze terminate purtroppo. La tragedia della Marmolada è drammatica ma voler trovare un colpevole fra il CAI e chi ha il compito di sorvegliare il ghiacciaio è fuori luogo. Era imprevedibile, anche se con queste temperature possibile. In cordata c'erano guide alpine e escursionisti esperti senza altro prima di partire si saranno informati è ovvio. Quello che preoccupano sono i vacanzieri: vanno in montagna mal equipaggiati ed affrontano arrampicate fuori della loro portata. Ieri alcuni incoscienti si sono presentati sul sito chiuso e volevano fare la salita. La montagna esige rispetto, bisogna educare gli escursionisti a misurare le proprie forze. Preghiamo per i morti e siamo vicini con il nostro dolore a chi attende il ritrovamento dei dispersi. Trovare un capro espiatorio mi sembra eccessivo un rischio per chi fa escursionismo c'è sempre. 

C.L. - Vicenza, 6 luglio 2022

Ci sono lettori de L'Eco che vogliono commentare le esternazioni di qualche parente di periti nell'immane tragedia, portato a ravvisare responsabilità esclusive nel comportamento pubblico? Cosa avrebbe dovuto fare lo Stato? Stare seduto sul cuccuzzolo del ghiacciaio, controllare le temperature, saggiare la consistenza e correre a citofonare ai patiti escursionisti di revocare la passeggiata?

Ad essere sinceri, tale è stato qualche ora fa lo WhatsApp detonatore del flusso delle due lettere che pubblichiamo e di altre che pubblicheremo prossimamente. 

Sempre per un dovere di trasparenza verso chi ci legge, riveliamo di essere Socio CAI. Un benemerito sodalizio, che fa della preservazione ambientale, della precauzionalità rispetto al rischio, della preparazione il caposaldo della pratica escursionistica. 

Comprendiamo il dolore sconvolgente. Ma non possiamo non rilevare, quando accadono fatti come quello della Marmolada, l'impulso ad incolpare l'universo mondo. Prendiamo a prestito un'ineguagliabile testimonianza di Antonio Scurati, che, dando voce ai genitori di una delle vittime (Adesso io e mia moglie abbiamo paura del futuro), amaramente conclude:

Abbiamo cominciato a vivere confinati nel mero presente, abbiamo smesso di alzare lo sguardo sull'orizzonte. Sotto quella valanga di ghiaccio sono state sepolte le residue illusioni di poter vivere ancora una bella vita.

Esattamente così!  

Noi che (quando ce lo potevamo permettere in sicurezza ed in sostenibilità) siamo stati sui ghiacciai (e che continuiamo a sognare di poterli ancora, se non attraversare, almeno abbordare), sappiamo bene cos'è la passione per l'altitudine montana. E in larga misura possiamo anche comprendere la narrazione (excusatio non petita) dei famigliari e degli amici che piangono giovani vite sacrificate ad inclinazioni, in sé degne di apprezzamento. 

Avvertiamo, però, un dovere di testimonianza a lingua dritta.  

Esistono persone che hanno bisogno di una sfida, di arrivare ai limiti e oltre della propria forza per sentirsi vive.  

I no limits man. Tra cui, i fenomeni che partono senza alcuna informazione e si avventurano magari con infradito ai piedi (che non è il caso degli sventurati mietuti dalla tragedia della Marmolada). La montagna ha fatto e continuerà a fare ciò per cui è creata. 

Non proprio una fatalità assoluta; ma se, come qualcuno ha osservato, il pezzo di ghiaccio si fosse staccato di notte o in qualsiasi altro giorno e orario, in pochi ne avrebbero parlato. L'unica ragione per cui se ne sta parlando è il fatto che il distaccamento è avvenuto in una assolata domenica di luglio, nel primo pomeriggio e con molti escursionisti presenti. 

Fatto questo che non solo deve accuratamente scansare l'impulso ad incolpare l'universo mondo, ma che deve metterci tutti con le spalle al muro per una riflessione suscettibile di archiviare definitivamente letture fin qui assecondate da un diffuso sentire comune e, soprattutto, dalla prevalenza del ciò che fa comodo sul ciò che, invece, deve orientare verso l'etica della responsabilità civile. Riflessioni, queste, di valenza permanente; ma, nei contesti attuali, imposte dalla consapevolezza di una sostenibilità geoambientale molto vulnerabile, soprattutto per effetto, oltre che dei mutamenti climatici, di una pressione scriteriata di turisticizzazione. Non casualmente, in prima fila della canea indiscriminata contro qualsiasi branca dei pubblici poteri -Perché nessuno ha fatto un avviso sabato, che c'era l'acqua che scorreva sotto il ghiacciaio? Perché non hanno fermato le persone? Perché le hanno lasciate andare?-, non ci sono solo famigliari ed amici (la cui disperazione, non sempre lucida, è comprensibile), ma l'aggregato di interessi. Rifugisti e guide alpine, che sono contro le limitazioni. Gli amministratori locali, ormai affascinati dall'appealing Braies (ormai dilagante ovunque), che temono di dover parlare responsabilmente alle loro constituency, popolate da attività turistiche. Di cui è interprete un operatore di Campiglio:

Circa una limitazione degli accessi ai monti: assolutamente no. L'accesso deve essere libero a tutti. Certamente serve che gli alpinisti abbiano un bagaglio tecnico e di preparazione adeguato. 

D'altro lato, impraticabile sarebbe l'idea, mutuata dalle bandiere rosse del mare in burrasca, di segnalare dettagliatamente ogni singolo sentiero montano e ghiacciaio. 

Torneremo, visto che in passato abbiamo già praticato queste riflessioni; sull'argomento (manifestamente non riconducibile a ad una visione comune) torneremo, c'è da giurarci, in un prosieguo magari ravvicinato. 

Da ultimo, ci pare di doverci dissociare dalla tendenza, come abbiamo ripetutamente sostenuto, di imputare sempre “Pantalone”. 

Quanto meno, considerando che, alla fin fine, ai pubblici poteri compete il dovere del soccorso, un'ipotesi deterrente potrebbe essere quella di chiedere a chi proprio non può fare a meno di stare nei limiti dei comportamenti prudenziali di produrre una liberatoria di copertura in proprio degli oneri derivanti dal servizio di protezione civile. 

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