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Sulle campagne referendarie

Fine vita legale e giustizia: da trattare con rispetto, ma soprattutto con lungimiranza

  11/07/2021 — Di Redazione

Sulle+campagne+referendarie

Inaspettatamente (rispetto ad un dibattito che langue su altre testate) il forum avviato dalla nostra testata sulla campagna referendaria per la “giustizia giusta” sta incontrando una vasta adesione da parte dei nostri lettori. Abbiamo ricevuto un sintetico commento che viene pubblicato e commentato. 

Caro Direttore ho letto gli articoli dell'EdP di cui mi è giunto il link. Mi fa piacere sentire che altri la pensino come me. La riforma della giustizia ed il fine vita legale sono argomenti importanti e vanno trattati con il massimo rispetto, ma soprattutto con lungimiranza. Abbiamo troppe leggi e leggine inutili. Bisogna cominciare a togliere tutti i magistrati collusi e legiferare con competenza e capacità. L'attuale Parlamento ne è capace? Comunque anche dovesse vincere il referendum non si avrebbe una soluzione definitiva.  

C.L. Vicenza, 11 luglio 2021 

La missiva arriva da una compagna di scuola da cinquant'anni emigrata, ma evidentemente attenta alla nostra testimonianza editoriale. Nella sua essenzialità il riscontro ai nostri precedenti editoriali e all'ampio forum dei lettori coglie un punto poco praticati dalle parti della legge Cartabia e del fronte referendaria. La legge proposta dalla pur apprezzata Ministra passerà, ma, priva di un più vasto ombrello, risolverà solo la parte occasionale del disastroso funzionamento della giustizia italiana. 

Il referendum popolare, per il quale facciamo voti, fornirà, come il precedente del 1986, elementi inoppugnabili per inquadrare in un'ottica più vasta una riforma legislativa ineludibile. 

Successe così anche trentacinque anni fa, quando il referendum, attivato da socialisti, radicali, movimenti liberaldemocratici di cultura riformista e laica, surclassò l'opposto fronte conservatore. In cui già da tempo era manifesto il collateralismo tra gli ambienti dell'uso politico delle procure e dell'azione penale e l'autoreferenzialità di un organo costituzionale che si comporta e pretende di comportarsi da potere. 

L'intelaiatura del modello repubblicano presenta, dopo settant'anni, più di crepa. 

Quella della giustizia è una situazione emergenziale. 

Per le troppe distonie con l'obbligo di armonizzazione e convergenza con la realtà europea, di cui facciamo parte e che da tempo suona la campanella ammonitrice. 

Per i riflessi di paralisi sulla vita pubblica comunitaria e sull'attività dei corpi sociali ed economici, anche alla luce dell'interdipendenza coi partners europei. 

Per, e lo diciamo con accorata preoccupazione, il profondo discredito che la categoria degli addetti ha accumulato negli anni. Al netto della stagione delle “procure rosse” e dell'uso sistematico dell'azione penale a danno degli avversari di certi segmenti giudiziari e dei nemici dei di ambienti politici ad esse correlati, la situazione politica era pressappoco così nel 1986.  

Quando Craxi vinse il referendum e si fece fregare dalla riforma legislativa. Fu uno dei motivi della nostra disillusione nei confronti di un “nuovo corso riformista”, che, pur con grandi intuizioni, aveva lasciato troppo al tatticismo e all'impronta arrogante. 

La casta giurisdizionale aveva capito la lezione referendaria. Ma anziché adattarsi al volere del corpo elettorale e dei cittadini avrebbe recuperato sul terreno dell'invadenza e del ricatto sul ceto politico. Speriamo, come sembra voler dire C.L., il fronte referendario si vaccini dal pericolo che la storia si ripeta. (e.v.

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