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Sempre a proposito del "pacco" /8

La parola ai lettori e ai rappresentanti istituzionali

  26/10/2023

Di Redazione

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Giorgio Mantovani ha incontrato il vertice dell'ASST di Cremona

La scorsa settimana ho incontrato il direttore generale dell'Azienda socio sanitaria territoriale Giuseppe Rossi e l'architetto Maurizio Bracchi del Dipartimento innovazione, sostenibilità e aree di sviluppo strategico. Tema del colloquio è stato la vexata quaestio: demolire l'ospedale e costruirne uno nuovo o ristrutturare l'esistente. E' stato un incontro, durato due ore e mezza, tutto sommato cordiale, appassionato, in qualche momento con toni sopra le righe, in particolare col dottor Rossi, ma diciamo normale se pensiamo a interlocutori fermi sulle proprie posizioni contrapposte. Sono stato chiamato dall'architetto Bracchi a seguito della lettera-esposto inviata ai media nella mia veste di tecnico esperto di recuperi, recupero degli edifici esistenti e come firmatario della petizione” No alla demolizione del Maggiore”. Bracchi mi ha illustrato tutte le ragioni che hanno fatto propendere per la demolizione anziché il recupero: edificio inadeguato vetusto con un basso livello di sicurezza strutturale. Rossi è intervenuto dicendo che la maglia dei pilastri dell'attuale, di metri 6 per 6, non permette di realizzare vani “rotondi” che sarebbero indispensabili per un ospedale “innovativo”. Io chiedo se sono stati fatti un rilievo materico, prove statiche e uno studio di massima per valutare la possibilità del recupero e ristrutturazione con le stesse caratteristiche richieste per il nuovo e se si può averne una copia. Rossi si è alterato e ha risposto che hanno fatto tutto ciò che serviva, non dissipando i miei dubbi. Il direttore generale dell'Asst ha poi spiegato che per prima cosa hanno chiesto il finanziamento per il recupero, ma il gruppo “locale”, saputo della possibilità di ricevere 330 milioni per la costruzione di un nuovo ospedale, ha optato subito per questa soluzione. Ho replicato dicendo che di fronte al piatto che è stato presentato, cioè l'impossibilità assoluta di recuperare l'esistente, persone incompetenti e ignoranti in materia, quale opzione avrebbero scelto? Ribadisco che l'attuale ospedale si presta alla ristrutturazione, con opportuni interventi, minimizzando allo stesso tempo gli impatti ambientali, economici e sociali di ciascuno step di intervento. L'ospedale di Cremona non è “obsoleto”, ma trascurato. Con l'attuale e le precedenti gestioni non si è provveduto a una manutenzione, sia ordinaria che straordinaria. Bracchi ha sostenuto che la ristrutturazione impegnativa, difficile e con tempi lunghissimi. Certamente, osservo io, il progetto del nuovo è più facile, necessita di meno impegno, ma con un dispendio economico di gran lunga maggiore e con un impatto ambientale superiore del 45% rispetto al recupero. Bracchi e Rossi affermano che la superficie dell'attuale non ci permette di realizzare un modello d'ospedale come previsto nel nuovo. Io faccio notare che il Maggiore ha una superficie di circa 100.000 metri quadrati e il nuovo di circa 65.000.L'IRES Piemonte ha analizzato i costi teorici per la costruzione di nuovi ospedali, Parco della salute della ricerca e dell'innovazione a Torino, nuovo ospedale dell'Asl Verbano-Cusio-Ossola, ospedale unico dell'Asl Torino 5, determinando i costi teorici complessivi e per posto letto con impianti tecnologici: 300.000 euro per la costruzione, 2.500 euro al metro quadro, posti letto previsti nel nuovo ospedale 554. I dati forniti dalla direzione dell'Asst di Cremona sono 285 milioni di euro per la nuova costruzione più 30 milioni per la demolizione. Il calcolo economico per la riqualificazione dell'attuale va conteggiato in base a quello che c'è da conservare o sostituire, tenendo presente che la “scatola edilizia” esiste già e normalmente si calcola tra il 40 e il 50°% del valore di tutta l'opera. Dalle analisi IRES emerge inoltre che la vita media di un ospedale come il nostro è di 90 anni! La destrutturazione e la ristrutturazione in step, a stralci, oltre garantire la possibilità di perfezionare acquisizioni e realizzare lavori rivolgendosi agli operatori economici più competenti e competitivi dà la possibilità di realizzare opere e impianti tecnologici sempre aggiornati, come interventi antisismici e l'isolamento termico. Rossi mi ha invitato a lasciar perdere le analisi della Regione Piemonte” che non hanno niente da insegnare a noi della Regione Lombardia”. E io domando: “Avete fatto le analisi previsionali di CO2 e CO che saranno emesse in più durante il periodo di apertura del cantiere che sarà di 10-12 anni e altri 3 anni per la demolizione, tenendo presente che siamo primi in Europa per inquinamento atmosferico?”. Interviene Bracchi: “Il cantiere sarà organizzato con sistemi innovativi”. Io replico: “I mezzi d'opera utilizzati dovranno essere i soliti tradizionali: non si scava con il badile. E faccio un elenco dei mezzi necessari previsti per la costruzione e per la demolizione. Cito l'analisi fatta dalla Cnb (Cooperativa muratori di Carpi) dove vengono elencate la emissioni di CO2 di tutti i macchinari di cantiere”. Faccio inoltre presente il consumo di energia elettrica e idrica molto elevati per la costruzione e demolizione mentre quelli necessari alla ristrutturazione sono inferiori dell'80%. Evidenzio l'enorme impatto veicolare che si avrebbe nelle vie adiacenti e in prossimità del cantiere per 15 anni, un arco di tempo in cui diminuirebbero i parcheggi che già sono insufficienti. In conclusione, pazienti e parenti che si appoggiano sull'attuale ospedale dovranno subire tutti i disagi causati prima dal nuovo cantiere poi dalla demolizione. Per 15 anni si dovrà tenere chiuse le finestre ermeticamente perché l'aria sarà irrespirabile. La viabilità interna ed esterna al limite del collasso. Il valore della scatola edilizia attuale, cioè dell'ospedale maggiore, è di 1.000 euro al metro quadro per 100.000 metri: 100 milioni di euro. Per la costruzione ex novo occorrono 330 milioni ai quali bisogna aggiungere la perdita di 100 milioni pari al valore del Maggiore, destinato alla demolizione. Rossi chiude l'incontro dicendo che chi si oppone alla costruzione di un nuovo ospedale vuole il male di Cremona perché con il recupero si perderebbero i 330 milioni di euro già finanziati. Per avere un finanziamento per la ristrutturazione bisogna invece presentare un nuovo progetto e fare una richiesta specifica. Al che replico:” Certo, ma non si possono sprecare risorse dei cittadini pur di spendere quattrini inutilmente, con l'aggravante di creare enormi e inammissibili disagi a tutta la collettività. Avere senso civico e preservare risorse che possono servire per altri interventi necessari: questo è un bene per la città”.

Vanity publishing

Abbiamo sin qui definito quel pressing mediatico, quella favola usata per trasfigurare la realtà, adottati dal composito aggregato di “poteri”, in particolare il segmento più di altri esposto nel disastro ospedaliero, fatto drammaticamente emergere dalla pandemia, ma latente e percepibile da anni; da quando, cioè, l' “ottimizzazione”  gestionale venne affidata (sic!) alle cure dell'”aziendalizzazione”. Come si sa, nella vita prima o poi i conti si devono fare. Ed allora, che c'è di meglio, per sfangare un colossale deposito di responsabilità nel rovescio, di buttare la palla in un campo da gioco la cui regola è spararla grossa?

La favola narrata riguarda il cosiddetto nuovo fantasmagorico nosocomio e la sua realizzabilità in tempi compatibili con lo scenario emergenziale. La realtà ormai manifesta al di là delle finalità ciniche della narrazione è che la situazione confligge con un disegno tattico strategico che, da un lato, mette in stand by il default della sanità territoriale e, dall'altro, moltiplica l'indotto di una strategia fondata sul trasferimento della gestione del welfare alla logica privatistica e sulla definitiva avulsione dalla partnership territoriale, istituzionale e sociale

Se tale è la premessa, che nella nostra testimonianza è e sarà ineludibile, aggiungiamo di nostro a quanto magistralmente marcato dall'amico Giorgio Mantovani, che negli ultimi mesi ha assunto un ruolo di riferimento nella denuncia dei fatti e nell'aggregazione del Movimento che  (a colpi di migliaia di adesioni e di controdeduzioni concrete ed inoppugnabili) contrasta “il pacco” un approfondimento attorno al confronto di cui ci è pervenuta notizia.

È stato un incontro, durato due ore e mezza, tutto sommato cordiale, appassionato…Rossi si è alterato….chi si oppone alla costruzione di un nuovo ospedale vuole il male di Cremona.

Se fossimo costretti a fare una sintesi in due righe del baricentro relazionale dell'evento, varrebbe quanto appena messo tra virgolette.

In cui, sulla bocca del prevalent partner della controparte (che sarà anche il numero Uno ma che si dovrebbe sempre ricordare del fatto di non essere investito di mandato elettivo) appare una non velata intimidazione.

Anche in considerazione di tale particolare, il gesto di confronto (per di più munito di notevole professionalità) di Mantovani è apprezzabile e si aggiunge all'importante lavoro istruttorio messo in piedi dal Comitato. Di cui, alla luce di queste incontrovertibili circostanze, tutto si può dire tranne che si sia in presenza di una contestazione fine a se stessa ed animata da sentiment da contrarians per principio.

In via privata ed una volta sola su questa testata, che da tre anni tiene il punto in materia di denuncia della mala sanità, abbiamo sollevato una decisa perplessità circa l'individuazione del management ospedaliero come idoneo interlocutore.

Se è vero che di fronte ad interlocutori preparati come Mantovani le bugie mostrano le gambe corte, è ancor più vero che il movimento di cittadinanza attiva che è il Movimento per il No non può non alzare lo sguardo per individuare un interlocutore più acconcio. Che è il complesso dei livelli istituzionali operanti nel territorio.

Perché il problema è politico e politico istituzionale. Il SSN è in grande difficoltà e necessita di una strategia per essere salvato. Nell'interesse della salute di tutti ma anche per la sostenibilità stabilità della Stato che si fonda sull'uguaglianza dei diritti fondamentali. Ci vogliono idee ma anche risorse per salvarlo da una deriva altrimenti irreversibile.

Scriveva recentemente su Corsera il sempre bravo Sergio Harari:

La sanità e soprattutto gli ospedali devono attrezzarsi per un nuovo scenario, nel quale poter gestire i pazienti chirurgici e internistici positivi al virus senza ritardarne diagnosi e terapie e senza rallentarne le altre attività. Non è impossibile farlo, solo richiede un ripensamento delle strutture ospedaliere. E forse sarebbe bene ritornare a discutere proprio del territorio, che, di fronte alla prova di contrasto all'emergenza pandemica, anziché essere il valore aggiunto è stato l'addenso sottratto sistematicamente.

Necesse riavvolgere il nastro della sanità spedalocentrica.  Le risorse non bastano. Bisogna attivare riforme coordinate tra Stato e Regioni. Meglio se con l'abrogazione del Titolo V delle funzioni concorrenti. Soprattutto necesse un nuovo modello di medicina territoriale.  Non solo come articolazione del servizio ma anche e soprattutto come governance della rete istituzionale territoriale.

Occorre rilanciare oggi ciò che è stato demolito ieri, cioè la sanità di prossimità. Mancano i medici e la volontà politica. Con interventi su due livelli. Il primo sul SSN, innovativo nel 1978, ma deformato nella sua intelaiatura riformista, regionalizzato, vampirizzato, reso ospedalocentrico, messo in competizione anziché in competizione con il privato, poco tarato sull'invecchiamento della popolazione, universalistico solo sulla carta, per tagliare le liste d'attesa. Il secondo:una regia in grado di orientare il sistema delle prenotazioni.

Mentre, al contrario, dalla revisione del governo del capitolo sanità gli obiettivi sono ridimensionati o rinviati medicina territoriale denunciata dal Covid case di comunità strutture di assistenza primaria e prevenzione fondamentali per fragili e anziani ospedali di comunità. In aggiunta a ciò, occorre una profonda riforma della struttura della rete d'emergenza. Tutti gli ospedali sede di dea (Cremona, nonostante le promesse di Moratti, non lo nacque) avranno un reparto con attività OBI (OSSERVAZIONE breve intensità) e letti di medicina emergenza urgenza,  in modo da favorire i ricoveri in tempi rapidi. Un privilegio evidentemente negato agli altri nosocomi periferizzati.

Sin dall'inizio di questa impresa del Movimento del No abbiamo scritto: Incardinati l'impianto della mission e la relativa comunicazione...fiato alle idee. Diversamente si arrischia la taccia do contras.

Innanzitutto capire come declinare l'ossatura, o dorsale che dir si voglia, delle ragioni del no con la più vasta possibile metabolizzazione popolare e istituzionale (in modo che, un poco concedendo alla retorica, l'opposizione sia da un sol corpo) alla inaggirabile esigenza di tagliare l'erba sotto i piedi al composito fedifrago establishment, che ha fatto del nuovo ospedale un precipuo motivo-diversivo per stornare il redde rationem dello smantellamento della sanità pubblica e ospedaliera. Tale declinazione non può non essere scandita da una requisitoria rigorosa e fattuale degli addebiti di malagestio e, soprattutto, da uno strutturato format strategico

Deve farsi strada nel movimento (in funzione sostitutiva di un ceto politico manifestamente inadeguato e probabilmente cinico rispetto al dovere di rappresentanza) l'idea di corredare l'impianto del no con un richiamo alla storia e un progetto di restyling che incida da subito nell'inversione del degrado e tendenzialmente come alternativa strategica suscettibile di reimpiantare nel territorio i perni di un adeguato modello di diritto alla salute. È quanto il Movimento sta facendo. Adesso va alzata l'asticella della testimonianza chiamando a rispondere i partiti, l'associazionismo, i corpi intermedi sociali, soprattutto le istituzioni territoriali.

Il materiale, come si evince dallo speech articolato ed informato di Mantovani, non difetta.

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