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L'EcoRassegna della stampa correlata - "Dall'uscita di Renzi al ritorno di D'Alema" - "D'Alema e Bersani sull'uscio della porta di casa"

Di Domenico Cacopardo, Mauro Del Bue

  05/01/2022 — Di Redazione

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Dall'uscita di Renzi al ritorno di D'Alema 

 

Il presente, questo presente, ha un cuore antico. Torniamo indietro a 7 anni fa, a quando, mentre in tanti manovravano per portare Giuliano Amato al Quirinale, Matteo Renzi tirò fuori dalla manica la «carta Mattarella». Nessuno, allora, se ne rese conto, ma in quel momento, anzi nel momento in cui, con 665 voti (maggioranza richiesta 505), Mattarella veniva eletto al Quirinale, Renzi incassava una momentanea vittoria, si attuava l'innesco delle successive disavventure. Innanzi tutto, la rottura del «Patto del Nazareno», chiuso, su pressioni di Giorgio Napolitano, tra centro-destra e Pd: un patto che avrebbe potuto essere di legislatura, ma non lo fu, giacché non resistette alla rottura rappresentata dall'elezione di un presidente della Repubblica al di fuori e senza consultazioni tra alleati di governo. Il fatto che il governo continuasse a governare contando su ministri berlusconiani fedeli al premier piuttosto che al loro leader non assolve le responsabilità di Renzi nella rottura del quadro politico e cioè nella sottovalutazione delle conseguenze della sua mossa. Tanto è vero che la prova del referendum, affrontata senza Forza Italia e alleati, si trasformò nella nota sconfitta 40,9 contro 59,1, nel rifiuto del presidente della Repubblica di aprire la crisi, nell'uscita di Renzi dal governo prima e, poi, dal Pd (a valle di un congresso perduto). 

Il fatto è che il controllo di Matteo Renzi sul partito resse -e non poteva che essere così- sin quando ebbe il vento in poppa, inanellando successi politici (quelli legislativi, efficacemente ricordati da Maria Elena Boschi su La Stampa, contano sin lì, nelle distorte logiche dei partiti). 

Tutto sommato, un'occasione d'oro per il riformismo nazionale venne sprecata per una scelta avventata e al di fuori dai binari del riformismo tracciati proprio in tante Leopolda e in un'azione di governo volta a risolvere i problemi, non a rinviarli incancrenendoli. 

Ed era fatale che, nella temperie del renzismo che s'era impadronita (abbastanza) del Pd il gruppo ristretto della nomenklatura ex-Pci, capeggiato dallo statista di Bettola (Pc), Pierluigi Bersani se ne andasse. Con la fondazione di un partitino a sinistra del Pd e comunque, vassallo della sua area non riformista che, dopo la sconfitta nel referendum e la perdita di Palazzo Chigi, era scesa in campo contro Matteo Renzi. 

La scissione del giovane politico fiorentino era nelle cose: conoscendo bene i metodi del Pci e degli ex-Pci la sua sopravvivenza politica poteva discendere soltanto da una scissione, le cui dimensioni non hanno corrisposto all'area del renzismo del Pd, per vari motivi, il principale dei quali è che «tanti tengono famiglia» e che scommettere, osando, sul futuro non fa per la gente normale, tutta casa, politica e stipendio. 

In questi giorni poi, è uscito allo scoperto con il suo stile schietto e aggressivo Massimo D'Alema. 

Anche qui, secondo me, era fatale ed era fatale soprattutto in questo momento. Massimo D'Alema non è l'«uomo nero» della politica italiana, benché lo si dipinga come tale. È la sorte di chi ha idee chiare e che non parla per allusioni, per contorcimenti, ma dice cose dirette, a costo di suscitare risentimenti e opposizioni. Ma l'uomo è fatto così e, secondo me, si tratta di un pregio di cui si sono fregiati vari politici del passato, fra i quali mi piace ricordare Bettino Craxi, altro uomo nero. E in fondo, anche Renzi si è trasformato per alcuni ambienti in uomo nero. 

Perché D'Alema e perché ora? Chi conosce Roma e sa dove mettere l'orecchio per percepire il vento che tira, sa che Enrico Letta è un segretario debole (come era stato un premier indecisionista e debole), che sbaglia entrate ed uscite e che, in definitiva, ha quasi compiuto il suo tempo. Un'altra volta breve e irrilevante. Ora, se si va a un riassetto del Pd, senza i renziani -o almeno senza una parte dei renziani, parte che sarà ampiamente ridimensionata nelle prossime liste elettorali- D'Alema, ben più di Bersani, ha il diritto di essere presente e il dovere di contribuire con le sue idee a una ipotetica svolta, l'ennesima, del partito che ha contribuito a fondare. Dobbiamo ricordare che, nella sua esperienza di governo, che annovera, tra l'altro, la coraggiosa partecipazione alle operazioni Nato nei confronti della Serbia (Prodi sul punto faceva il cacadubbi e nicchiava), oltre ad alcuni significativi successi politici, il più importante dei quali fu l'incontro, a Firenze, di tutti i leader socialisti e socialdemocratici del mondo, con la partecipazione di Bill Clinton, e anche un serio tentativo di riforma delle pensioni e del mercato del lavoro (Cesare Salvi, ministro del lavoro) che non passò per la stolida opposizione della Cgil di Sergio Cofferati (l'inciampo che, nella realtà, determinò la fine di quei governi). 

Insomma, D'Alema va valutato, come tutti, per ciò che ha dato e ha saputo fare e per ciò che ancora può dare alla sbandata truppa pdina. 

E non è detto che la sua influenza possa determinare di per sé un irrigidimento a sinistra del partito, visto il pragmatismo dimostrato in tante circostanze dal nostro, cui -chi sa, sa- si deve il successo di Prodi nel 1996, per una costante tessitura, per un assiduo e penetrante lavoro diplomatico che superò tutte le reiettività che il professore bolognese suscitava in giro, o come l'intesa con Berlusconi con la bicamerale delle riforme, poi silurata dal medesimo Berlusconi (per evitare il successo di un'operazione targata D'Alema), o come l'altra intesa, ufficiosa, per sostenere Amato nelle elezioni presidenziali del 2015. Insomma, diretto, esplicito, ma concreto, tessitore consapevole degli schieramenti in campo e della necessità di compromessi. 

Certo queste sono vecchie storie. 

Liquidare, però, D'Alema e Renzi con stinte battute e giudizi affrettati è un imperdonabile errore in cui non incorreremo. 

Domenico Cacopardo

D'Alema e Bersani sull'uscio della porta di casa

Mauro Del Bue 3 gennaio 2022 LOCCHIODELBUE 

A mia memoria non ricordo due dirigenti politici chiedere di rientrare in un partito che non li vuole. Ho assistito a scissioni nel Psi e a reingressi anche impensabili. Uscivano e rientravano dal Psiup e dal Psdi. Senza suscitare rancori e contrarsi in pentimenti. È avvenuto perfino nel Pci, vedasi i casi Terracini, espulso perché contrario al patto Ribbentrop-Molotov, e poi riammesso nell'immediato dopoguerra, e Magri, espulso per la questione Manifesto e poi rientrato non certo in punta di piedi. È avvenuto nella Dc che di vere scissioni non ne ha subite. Penso perfino al Msi col caso Rauti. Perché loro due no? Hanno rubato, ucciso? No, ma non li vogliono per ragioni interne. Perché un loro recupero segnerebbe uno spostamento degli equilibri. Almeno come immagine generale. Diciamo la verità. Perché D'Alema e Bersani sono leader ex comunisti e adesso il Pd è in mano a Letta e Franceschini, ex democristiani, con Mattarella, ex democristiano al Colle (adesso fanno anche il nome di Casini). Io ho rivalutato molto la balena bianca. E mi scappa da ridere sul fatto che gli ex democristiani sbarrino la porta agli ex comunisti nel loro partito. Anzi nella loro ex ditta… 

I duellanti

Pubblichiamo, ovviamente su licenza dei rispettivi autori, che appartengono alla nostra medesima scuola di pensiero e che sono molto apprezzati dal nostro parterre di lettori, due importanti (per di più assisti di un notevole ed apprezzabile sens of umor che non guasta) contributi interpretativi di uno dei recenti tornanti delle vicende politiche. Tornanti non solo perché scenari del passato, dati per archiviati e irripetibili anche come semplice ipotesi scolastica, invertono il loro corso e accennano a ripresentarsi; ma perché i relativi players, da anni consegnati ad una vulgata di incompatibilità sotto lo stesso tetto politico, potrebbero tornarvi. Sia pure come evenienza astratta, funzionale ad alimentare le elucubrazioni di questi contesti, e per continuare il duello, che ne aveva separato il destino militante. Null'altro aggiungiamo alla presentazione ed alla chiosa dei contributi di Domenico Cacopardo e Mauro Del Bue, godibili e a ad un tempo suscettibili di orientare un'interpretazione delle dinamiche politiche al di fuori degli schemi imposti dalle narrazioni stereotipate. Ci riserviamo di unire, quasi fosse un forum, la nostra personale opinione. Soprattutto indirizzata al veterano editorialista di stanza a Parma. Bravo "maestro", bella riflessione, che per spessore di retroterra e capacità di percezioni, è alla portata di pochi. Apprezzo in particolare la proposizione del baricentro, pregresso e attuale, del campo del centro sinistra; in cui continuano a contrapporsi due offerte apparentemente riformiste. Cacopardo cita le impronte lasciate dal fare del post-"pionierista" (e "nano") proveniente dalla "ditta". Impronte che, per la loro importanza, meritano (in particolare, le opzioni di politica estera/militare) l'esclusione tassativa di speech da bar sport. Guardando a tutto il resto degli atti realizzati delle strategie di governo (ivi comprese le liberalizzazioni dello smacchiatore piacentino di leopardi), riesce impossibile iscriverli in un organico progetto ispirato dalla cultura di socialismo liberale e laburista. Piuttosto, continuano a sembrare scanditi dalle regole d'ingaggio incardinate dalle riflessioni e dagli esiti della mitica crociera del Brittania dell'estate 1992. Destinate, come fossero una dotazione di servizio, agli embeddeds del nuovo corso, in cui si sarebbero snodate la transizione e la seconda repubblica. I cui percorsi non avrebbero non incrociarsi con gli omologhi (in teoria) prevalent partners del momento. Appartenenti alla scuola socialdemocratica europea e democrat oltratlantica. Che avrebbero fatto poco per non percepire un endorsement di arrendevolezza al "primato" dei poteri economicofinanziari sulla politica. Cornice, questa, foriera dei futuri impari equilibri sociali e dell'avvitamento di meccanismi drogati del turbo capitalismo finanziarizzato. Le tracce prestazionali di quegli snodi del post-comunismo sono inequivocabilmente queste. D'altro lato, non fu mai intenzione del comunismo e del postcomunismo italiano approdare nè tout court alla socialdemocrazia testimone dei punti alti dell'economia partecipata nè ai punti di contatto intermedi. Non casualmente non sarebbe stato il "pioniere" pugliese a portare i Ds e più tardi il PD alla famiglia del PSE (le cui ali verranno appesantite dal piombo dell'ingresso dei "partiti fratelli" dopo la caduta del muro); bensì il rivale fiorentino. Essendo entrato nel PSI all'epoca di "signori" come Nenni e De Martino e non essendomi, con conseguenti indotti di "carriera", mai adattato fino in fondo al leaderismo ante marciam, non ho difficoltà a non sbavare per gli uomini "forti" di ultima (questi due contrapposti) e di penultima (Craxi) generazione. Il cui valore rispetto allo spessore progettuale riformista ha dovuto cedere sia alle conseguenze sia delle distorsioni polarizzanti sia della vastità della scesa in campo di un combinato di forze dichiaratamente conservatrici e di impulsi radicalmente contrarians. Da tale punto di vista il testa-coda della vicenda di Craxi e di Renzi hanno qualcosa in comune: i progroms attivati dai circoli della conservazione di destra e di sinistra. Indubbiamente, mutatis mutandis, l'offerta riformista di Renzi sembra richiamare maggiormente e più significativamente le line della grande riforma del nuovo corso socialista degli anni 80 (istituzioni, lavoro, diritti civili); piuttosto che le offerte dell'Ulivo. A Renzi poi di deve il fatto che, vincendo gli indugi, il PD (o meglio il niente che resta) sia entrato nel PSE (o meglio il poco che resta della famiglia socialista europea). Mettere insieme in uno stesso contenitore quel che resta delle truppe della stagione della seconda repubblica che risalgono (come direbbe Diaz) in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con tracotanza, non ha molto senso. Né al nostro modello liberaldemocratico che ha bisogno di forti spunti riformatori né al campo della sinistra, totalmente fuori mercato rispetto agli equilibri di rappresentanza e rispetto ad una decente offerta progettuale di governo del cambiamento. 

Unire indifferenziatamente forze incompatibili e recalcitranti non ha molto senso. Se non si trovano prima un comune senso di marcia ed un comune progetto strategico. Che secondo noi non può prescindere da quanto recentemente delineato da Marco Bentivogli: “dobbiamo edificare ciò che sarà dopo il capitalismo: la persona come protagonista di partecipazione e riscatto del lavoro dignitoso, quello che realizza, cambia le imprese, il territorio, le relazioni e i rapporti sociali, quello che giorno dopo giorno rende più umani. Saper è libertà anche di scegliere. Valorizziamo con le nostre decisioni audaci, i lavori, le imprese, i corpi sociali e politici, i territori che sono prima di tutti belle comunità umane. Sapere è libertà anche di crescere.” 

Un “nano” che pensa di essere diventato un gigante 

Una vecchia leggenda, tramandata da Segretario di sezione in Segretario di sezione, narra che un bambino fosse stato incaricato di portare il saluto dei Pionieri al IX congresso del Partito. Davanti ad una platea composta dal Gotha nazionale ed internazionale del movimento operaio («Ad ascoltarmi c'erano Togliatti, Longo e Suslov: mai più avuto una platea di quel livello» ricorderà molti anni più tardi quel Pioniere) il bambino pronunciò un articolato discorso che si era scritto da solo nei giorni precedenti. La leggenda narra che dopo aver sentito quel discorso l'On. Palmiro Nicola Togliatti, detto "Il Migliore", sorpreso da tanta precocità sentenziò: «Ma questo non è un bambino! Questo è un nano!». Quel bambino (o quel nano) era il futuro On. Massimo D'Alema. 

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