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Il monopolio del potere di Claudio Martelli

LA GIOVANILE baldanza del nostro premier si è consolidata e anche indurita nell’esercizio del comando e nell’accumulo di potere

  05/04/2015

A cura della Redazione

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Comando pieno, risoluto, spregiudicato, che lascia ai compagni di partito come agli alleati poche chance. Se gli stai vicino e lo assecondi Renzi ti toglie spazio, identità, capacità di iniziativa autonoma. Se invece radicalizzi lo scontro rischi di isolarti, di perdere pezzi e di finire ai margini come, in modo diverso, succede a Salvini con Tosi e a un Grillo che ha perso trentasei parlamentari e che non fa più notizia, non fa più ridere, non fa. Il ciclone Renzi ha squassato il sistema politico, ma se più di duecento deputati e senatori, di destra e di sinistra, lasciano i partiti che li hanno eletti non è una magia di Renzi. È conseguenza della molle inconsistenza di partiti inventati, invertebrati e della pochezza di un Parlamento fatto di nominati, non di eletti. Così l'alternativa tra centrodestra e centrosinistra cede il passo a un partito centrale, egemone, un partito unico del potere politico, pubblico, istituzionale e di governo; unico perché nettamente più forte di ciascuno dei suoi rivali divisi e inconciliabili.

GRILLO, Salvini, Berlusconi, Alfano – ciascun per sé – non sono in condizione di fare altro che di perdere, tanto a lungo quanto tirano a campare. Stessa sorte aspetta la minoranza interna al Pd: o si acconcia a fare l'opposizione di sua maestà o si mette in fila dietro a Landini. Nel lessico di Bersani, improntato a una bonomia rinunciataria, il partito è diventato «la ditta» e «la ditta», non avendo più una strategia, un prodotto e un marketing, sta cadendo come le foglie morte, mentre la sua giovane generazione, l'ultima dei post-comunisti, perplessa o persuasa, è ormai schierata con Renzi. Del resto, come _potrebbe esserci un'alternativa all'interno del Partito democratico se non ce n'è una nel Paese?

IL PARTITO di Renzi, un partito centrale e pigliatutto, che tiene prigioniero quel che rimane della vecchia «ditta» di sinistra mentre erode spazio politico e consensi elettorali all'esausto centrodestra o lo si combatte o lo si accetta. L'incombere di una brutta legge elettorale e di una pessima riforma del Senato segnano il passaggio decisivo. La minoranza Pd e/o Berlusconi avranno il coraggio e l'intelligenza di controproporre rispetto a Renzi e al suo cambiare per comandare una riforma democratica di stampo europeo? O, come al solito, inseguiranno qualche utilità marginale presunta – tipo i capilista bloccati o il premio alla coalizione anziché al partito – perdendo di vista la necessità di preservare per poi costruire la possibilità stessa di un'alternativa?

UN LEADER unico, un partito unico, una Camera unica, un capo dello Stato scelto dal Capo del governo come l'amministratore unico della Rai, come i nuovi vertici delle aziende pubbliche, come un preside toto potente in ogni scuola, contengono il rischio reale di un monopolio del potere e i monopoli del potere possono anche piacere alla gente e ai parlamentari nominati, ma sono il contrario della democrazia.

Segnalato e tratto da http://www.quotidiano.net/

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