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Il golpe dell’Immacolata di mezzo secolo fa

Il “golpe Borghese”

  10/12/2020

Di Giuseppe Azzoni

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Ho appena assistito alla puntata della serie “Passato e presente” su RAI 3 dedicata al tentativo di colpo di Stato che ebbe luogo in Italia nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970. Il “golpe Borghese”. Con esso forze eversive neofasciste e di destra (in ambiguo rapporto negli ambiti della NATO, delle Forze Armate, dei Servizi segreti e di frange politiche antidemocratiche) misero in scena un colpo di Stato come quello che c'era stato in Grecia nel 1967 (e che ci sarebbe stato in Cile pochi anni dopo). E' certo che il golpe fu organizzato ed ebbe inizio quella notte, fu fermato da qualcuno che c'era dietro... (con una telefonata?). Forse perchè per quanto si riprometteva bastava la minaccia, o forse per ripensamenti ed ostilità nelle Forze armate e nel retrovia politico, ma probabilmente anche per il timore di una reazione popolare dagli esiti imprevedibili.

Da poco c'era stata l'orrenda provocazione con l'attentato di piazza Fontana e si era manifestata una reazione popolare massiccia, autocontrollata e democratica. Il clima vedeva una spinta progressista dei giovani e delle classi lavoratrici tutt'altro che arrendevole a rigurgiti reazionari.

La puntata di “Passato e presente” mi ha fatto rivivere qualche ricordo personale, molto periferico ma significativo, di quei momenti. All'epoca, da responsabile del partito della zona casalasco piadenese, ero nella segreteria della Federazione di Cremona del PCI, segretario era Giuseppe Garoli. Ricordo che, con la massima riservatezza, fui tra i compagni avvertiti di possibili pericoli per la democrazia e per noi comunisti in particolare. La Federazione si doveva presidiare a turno anche di notte. Dovevamo prendere misure di vigilanza e difesa personale. Ebbi anche in consegna un ciclostile, che nascosi nel fienile di un compagno fidato di Vicobellignano. Per fortuna il golpe si fermò (anche se proseguì la terribile stagione della “strategia della tensione”...). Le misure “clandestine” di cui sopra non ebbero alcun seguito, non si cadde nella provocazione ma a lungo non si sottovalutò il pericolo. Ancora tempo dopo, al momento dell'arresto del generale Miceli, anche in periferia cercammo di tenere qualche rapporto ed attenzione a quanto accadeva in quegli ambienti. Il PCI diede direttive precise. Non sottovalutare il pericolo non significava predisporre misure improbabili ed anche controproducenti, utili persino a chi cercava pretesti contro i “rossi” ed i comunisti. Significava invece ritessere in modo diffuso, nuovo e consapevole uno schieramento (“l'arco costituzionale”) delle forze eredi della Resistenza e dei suoi valori, a invalicabile difesa della democrazia. In questo spirito si trattava anche di aprire una nuova fase rispetto al passato nei nostri rapporti con il mondo delle Forze armate e della Polizia di Stato, mondo in cui si indebolivano certe nostalgie e venivano avanti spinte democratiche in sintonia coi diritti costituzionali. Nella nostra Federazione furono impegnati in modo particolare in questa direzione compagni come Evelino Abeni ed il compianto Elio Susani. Abeni ne parla in una pubblicazione, ora in stampa, che abbiamo scritto insieme per il centenario della nascita del PCI. Avremo dunque occasione di tornarci.

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