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EcoStoria: Magnacucchi e Municipalismo

  23/09/2026

Di Redazione

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(copiaincollato dalle chat apparse sull'organo del Movimento Socialista Liberale e dedotto da SpazioReggio)

L'eresia dei Magnacucchi: osarono criticare Togliatti, espulsi dal Pci

di Fabrizio Montanari *

Negli anni cinquanta chi non era filosovietico e quindi stalinista, era accusato d'essere filoamericano e complice del capitalismo. Era la logica imposta dalla guerra fredda e dalla divisione del mondo in due blocchi contrapposti. Perseguire una terza via equivaleva a mettere tutti sullo stesso piano, non identificare le responsabilità e commettere un reato che meritava una dura condanna. Erano gli anni seguiti alla rottura tra Tito e Stalin, sancita dalla condanna sancita dal Cominform nel 1948. O si stava con Mosca, il difensore della pace nel mondo, o si era considerati dei traditori e dei rinnegati. Tutto ciò lo impararono a loro spese nel 1951 anche due tra i più amati deputati emiliani: Aldo Cucchi (1911-1980, medaglia d'oro della Resistenza, medico e docente universitario, nonché consigliere comunale a Bologna) e Valdo Magnani (1912-1982, medaglia di bronzo della Resistenza, laureato in filosofia e scienze economiche), che nel gennaio di quell'anno si dimisero dal partito. La stessa scelta la fecero anche Riccardo Cocconi, presidente della Federcoop di Reggio, e il professor Mariani, membro del Comitato Federale. Per Magnani, che aveva combattuto nella resistenza jugoslava e aveva frequentato i massimi dirigenti comunisti di quel paese, tutto apparve assurdo e inaccettabile. I suoi rapporti personali con Togliatti e la frequentazione della sua casa erano noti a tutti. La stima e la considerazione che Magnani godeva presso la direzione nazionale ne faceva un personaggio di statura nazionale. Abile oratore, i suoi comizi erano seguitissimi e richiamavano compagni da tutte le sezioni della provincia. Lo strappo si consumò il 19 gennaio 1951 al Teatro Municipale di Reggio quando Magnani, al termine della sua relazione congressuale, estrasse dal taschino della giacca e aggiunse: “Dobbiamo dichiarare che ove l'Italia non sia attaccata e quindi in stato di guerra, i comunisti non considerano via della loro rivoluzione democratica il passaggio delle frontiere da parte degli eserciti socialisti”. Prendeva in sostanza le distanze dall'Urss e dalla concezione dello stato-guida. Il documento invitava inoltre il Congresso ad assumere posizione contro chiunque, quindi anche l'Urss, varcando militarmente le nostre frontiere, intendesse aggredire il paese. In fondo erano le tesi già sviluppate da Gramsci e da Togliatti quando quest'ultimo, a partire dalla svolta di Salerno, aveva parlato di via nazionale al socialismo. I tempi però erano cambiati e tutto il partito si era accordato acriticamente alle tesi Mosca. I 480 delegati rimasero scioccati dalle parole del segretario e un pesantissimo silenzio invase la platea. Antonio Roasio fu visto impallidire e i lavori da quel momento continuarono a porte chiuse. Gli venne richiesta una ritrattazione, e Magnani con un discorso giudicato troppo reticente, ritirò l'ordine del giorno, giudicandolo prematuro. La situazione diventò imbarazzante perché Valdo Magnani era non solo un uomo di vasta cultura e un ex partigiano ma anche cugino di Nilde Iotti, la compagna di Togliatti. Occorreva prendere subito le distanze da quei due traditori. E così avvenne anche se Magnani fu tuttavia rieletto negli organi federali e indicato come delegato al congresso nazionale.

Dopo un mancato chiarimento con la Direzione nazionale, il 24 gennaio uscì dal partito insieme ad Aldo Cucchi, dimettendosi anche da deputati, ma la Camera dei Deputati, come di prassi, respinse le loro dimissioni. Onder Boni, compagno di provata fede, anche se di diversa levatura politica e culturale, fu eletto segretario della federazione reggiana. Subito dopo con Ignazio Silone fondarono il Movimento dei lavoratori e il settimanale Risorgimento socialista. Nel 1953 diedero vita All'Unione dei socialisti indipendenti, che raccolse esponenti di diversa matrice politica: socialdemocratici, azionisti, cattolici dissidenti e comunisti.

Alle elezioni del giugno 1953 ottennero un risultato deludente, circa 225.000, pari allo 0,8% e nessun eletto. Tra i collaboratori del giornale vanno ricordati: Ignazio Silone, Alfonso Gatto, Giuliano Pischel, Italo Pietra, Giuliano Vassalli, Massimo Fichera, Lucio Libertini. Nelle sezioni comuniste circolò a lungo un velenoso opuscolo dal titolo “Due agenti dell'imperialismo”, che contribuì a condannarli definitivamente alla gogna e alla morte civile. Le loro famiglie furono costrette a trasferirsi in altre città per evitare troppe umiliazioni ai figli.

Lo scrittore Mario Tobino raccontò: “I compagni si davano il cambio, erano come agenti in borghese, dando vita a un assedio che durava tutte le 24 ore e che in città era alimentato da insulti, occhiate d'odio, ghigni di disprezzo, rendendo le loro case come trincee circondate”.

Sull'Unità del 28 febbraio Togliatti, che al momento dello strappo era a Mosca, ricordò ai compagni che “anche nella criniera di un cavallo da corsa si possono trovare due o tre pidocchi”. Una vera e pria scomunica. Magnani e Cucchi finirono dunque per impersonare, secondo lo storico F. Barbagallo “il dramma politico e umano di quei dirigenti e militanti comunisti, insofferenti alle ultime aberrazioni teorico-pratiche staliniane”. Dopo la confluenza nel PSI (1957) e alcuni falliti tentativi d'essere eletto in Parlamento, nel 1961 Magnani rientrò senza autocritiche nel PCI, mentre Cucchi aderì al PSDI. Negli anni seguenti non fece più politica attiva ma fu dirottato alla presidenza della Lega delle cooperative.

* Fabrizio Montanari, nato a Reggio Emilia, è giornalista pubblicista e scrittore. Collabora con diversi giornali e riviste storiche. E' autore di numerosi libri sulla storia del movimento socialista e libertario italiano.

CHIOSA EDITORIALE: Bravo, compagno Montanari. Bella ed opportuna rivisitazione di figure e testimonianze, che diversamente sarebbero destinate al dimenticatoio. Vero che è passata tanta acqua sotto i ponti e che quei contesti sono ormai disgiunti dalla realtà contemporanea (sino a rendere ininfluente qualsiasi tentativo di attualizzazione). Ma il risultato dell'approfondimento storico serve quanto meno all'incremento della cultura storica. Ho annotato quei fatti nel mio "Il socialismo di Patecchio" **(rivisitazione del socialismo cremonese da Bissolati ai precordi del centrosinistra). Focalizzando, tra l'altro, la circostanza della candidatura di Magnani al Senato nel 1953 nelle liste del Psi nel collegio cremasco. La sua elezione sarebbe stato un segnale di rilevanza nazionale. Prevalsero, invece, nei fatti, le pulsioni dell'apparato morandiano, che investì nella prevalente elezione di un apparatcik locale. Similmente, quel medesimo apparato (non ancora morandizzato) nel 1948 fece poco per eleggere nelle liste del Fronte Guido Miglioli, ispiratore delle Leghe Bianche, rifiutato, per espressa scesa in campo del Papa, come fondatore della Dc. 

Stella Vecchio – Deputato PCI

 I due apparati favorirono (o semplicemente traccheggiando sul terreno) l'elezione della compagna Stellina Vecchio, moglie dell'impresentabile Alessandro Vaia, capo dell'ala militarista e di stretta fedeltà sovietica dell'Anpi e del PCI.  Nelle prossime settimane, riprenderò quelle circostanze in un richiamo del rimbalzo dei fatti d'Ungheria sul contesto locale. Ho trovato negli archivi della Camera del Lavoro i verbali del Direttivo dedicato ai fatti. Con l'occasione ancora complimenti per la bella rivisitazione. E cordiali saluti

(7.4.7 – Breve sintesi degli sviluppi successivi

Il sistema politico-istituzionale italiano, ispirato e plasmato dal fecondo incontro tra le culture cristiana, laica e socialista, fu incardinato secondo i canoni di una democrazia a larga base popolare, in cui i partiti, chiamati alla duplice funzione di garanzia e di organizzazione delle libertà democratiche, fungevano sostanzialmente da contraenti una sorta di “patto di sindacato”, rappresentato dalla Carta Costituzionale, ispirata dall'imperativo di esorcizzare, in modo, forse col senno di poi, troppo blindato, eventuali ritorni ad esperienze totalitarie.

Come già anticipato, la scena mondiale, condizionata dal pericolo incombente del comunismo, evocato in Italia dalla presenza di un movimento, nel tempo arrivato, sulla base di una linea apparentemente antisistemica, ad un consenso di oltre un terzo dell'elettorato, non poteva che favorire l'ingessatura di un impianto istituzionale bloccato anche dal consociativismo ed incapace di autoriformarsi in vista delle sfide dell'innovazione, già presenti a partire dagli anni sessanta e settanta.

Gli unici ad avvertirne i pericoli mortali, incombenti sulle prospettive di sviluppo del Paese e di tenuta della democrazia, furono i socialisti già ai tempi di Nenni (e, prima di lui, di Saragat, per quanto snervato da una accentuata propensione ministerialistica e subalterna al partito dominante) con l'apertura al mondo cattolico. Che portò alla stagione del centro-sinistra degli anni sessanta, in cui si dispiegò o tentò dispiegarsi il disegno riformatore di modernizzazione dell'Italia all'insegna del riequilibrio sociale, del consolidamento e dell'allargamento delle libertà, dell'affermazione dei diritti civili.

Una prospettiva, quella cui si accenna, convenzionalmente inquadrata negli eventi degli anni sessanta, ma i cui germi embrionali erano rinvenibili già nei primi anni Cinquanta.

Infatti, se il 1952, anno in cui Zanoni dà alle stampe la monografia sul movimento socialista di classe cremonese, è ancora da omologare al quadro della subalternanza socialista al patto di un'unità d'azione (definitivamente archiviato nel 1956 dopo l'Ungheria ed il 20° congresso del PCUS), il 1953, l'anno di “Sessant'anni di lotte del movimento sindacale cremonese (1893-1953)” disvela potenzialità inaspettate di rottura del quadro politico preesistente.

Potenzialità insite nei ”segnali di fumo”, scambiati, appunto nel 1952, tra il Nenni, che dalla pagine dell'Avanti chiese alle sinistre democristiane aperture sulle questioni sociali e sul lavoro, ed un “Signor G.”, criptico ma non tanto se fu universalmente identificato in quell'uomo politico che tre anni appresso avrebbe assunto la più alta magistratura della Repubblica, spendendo il proprio settennato, non sempre linearmente, come dimostrò il governo Tambroni del 1960, per realizzare la svolta a sinistra.

Gronchi, risponderà, sotto copertura di pseudonimo, a Nenni, ridimensionando, innanzitutto, come ricorda Gaetano Quagliariello nella sua recente ed interessante ricerca “La legge elettorale del 1953”, la portata della pregiudiziale negativa, costituita dall'allora operante patto d'unità d'azione tra socialisti e comunisti, arrivando anche a comprendere “le esigenze di una politica socialista nel quadro dell'unità operaia”, ma chiedendo espressamente al leader socialista di schierarsi in modo non equivoco per “la pluralità dei partiti, l'alternarsi dei partiti, i diritti di libertà”, precondizione per la “collaborazione tra la DC e il PSI intesa anche come compartecipazione al governo”.

A ben considerare, tutto quanto aveva costituito il nocciolo della rottura del PSI e del suo riflusso nel ghetto frontista.

La risposta di Nenni non si lasciò attendere e, benché valutasse come “del tutto ragionevoli ed oneste” le condizioni del Signor G, degne di grande apertura, inficiò, sia pure temporaneamente, l'inedita e, considerando il contesto, per alcuni versi, inaspettata e sorprendente disponibilità, mettendo di mezzo un punto di resistenza invalicabile (forse perché reso prematuro dallo scenario generale): la diversità di giudizio sulle “democrazie popolari”.

Come avrebbe dovuto suggerire a Nenni il dna socialista, aveva ragione il Signor G; ma il grande leader socialista, nel ‘52 e per alcuni anni ancora, sarebbe rimasto preda della preoccupazione di “non creare sospetti nella classe operaia” con la messa in discussione dei capisaldi della politica di unità della sinistra.

D'altro lato, le prime avvisaglie suscettibili di mettere in discussione quei “tanto criticati ordinamenti” sarebbero scaturite solo dopo la scomparsa di Stalin, avvenuta nel marzo successivo; avvisaglie, tuttavia, non sufficienti, nei tempi brevi, a schiodare i preconcetti di schieramento dei socialisti nenniani.

Se é vero che occorreranno il XX Congresso del Pcus del 1956 e, soprattutto, sempre nel 1956, la rivolta ungherese (con il vasto esodo dal PCI al PSI di autorevoli esponenti comunisti, tra cui Antonio Giolitti) ad indurli a denunciare il patto d'unità d'azione e a prendere coraggiosamente il largo per una iniziativa politica autonoma.

Una iniziativa, che faticherà, come analizzeremo nel prosieguo, a stagliarsi nitidamente e a dispiegarsi lungo un tracciato suscettibile di sbocchi parlamentari, a causa delle inclinazioni ondivaghe dei socialisti e dei sussulti del campo opposto.

Il 1953, al di là dello scenario di scontro occasionato, in sede legislativa, prima, ed elettorale, poi, dalla “legge truffa”, disegnò inaspettatamente prospettive nuove per il ruolo dei socialisti e per la politica italiana, quale era andata definendosi con il disastroso (per le sinistre, ovviamente) risultato del 1948.

Nella tarda primavera, con connotazioni, potremmo dire, da esercizio dialettico e da prova di laboratorio politico, si riaffaccerà, infatti, la “questione socialista”, che la scissione saragattiana del 1947 aveva contribuito, con l'ausilio degli errori della politica nenniana, ad archiviare temporaneamente.

Come anticipato, ciò avvenne nel quadro di un primo tentativo di manomissione di un tassello sensibile del quadro istituzionale definito dalla Costituente: la legge elettorale fondata sul proporzionale puro.

Ed avvenne in connessione con le prime claudicanze della stabilità-governabilità  centrista, messa in discussione, dopo l'apogeo del 18 aprile 1948, dall'affiorare dei crescenti deficit di autosufficienza parlamentare, causati sia dalle imboscate correntizie sia dalla tenacia dell'impegno dei gruppi di sinistra, e degli smottamenti nella tenuta del tessuto connettivo di quel grande contenitore, che fu la Democrazia Cristiana.

A ciò si aggiunga che nella DC cominciava a delinearsi nitidamente la propensione delle componenti più conservatrici, orientate anche dai non troppo discreti suggerimenti della curia vaticana, a rivolgersi “all'altro forno”, rappresentato dall'estrema destra missina e monarchica, che, dall'inizio degli anni Cinquanta, sembrava uscire dal ghetto dell'irrilevanza (salvo costituire un gruzzolo di sussidiarietà, nei casi di bisogno dello scudocrociato) e cogliere qualche risultato elettorale parziale, ma suscettibile di accreditarla come alternativa ai supporters laici, almeno nella teorica prospettiva di una cambio di cavalli.

Prospettiva ben più che virtuale, visto che per le comunali di Roma venne tentata, su caldo consiglio, pare, del Pontefice, un'inedita alleanza addirittura con l'estrema destra neofascista; evidente prova di laboratorio per un campo di applicazione nazionale, che non tarderà ad uscire dall'astrattezza nel 1960 col governo monocolore Tambroni beneficiario dell'astensione del gruppo missino.

Per completezza, occorre ricordare che quel tentativo ardito costituì nella storia della giovane repubblica un vulnus rilevante se Tambroni, riconosciuto come pupillo di Gronchi e dallo stesso messo in pista per una temeraria operazione di marca tutta democristiana, fu costretto ad andarsene, non prima di aver lasciato una ventina di morti sulle piazze di Roma, Genova e Reggio Emilia ed in seguito ad una vasta mobilitazione popolare.

Tornando alle vicende del 1953, va altresì precisato che i rigurgiti neoreazionari della DC comportavano indubitabilmente crescenti difficoltà anche per il “democristiano laico” De Gasperi, in evidente crisi di rapporti con l'Oltretevere, se, poco prima, Pio XII gli aveva negato la discretamente richiesta, come nello stile dell'uomo, udienza particolare in occasione delle nozze d'oro.

Primi episodi di crisi morale (l'affaire Montesi della primavera del 1953, in cui fu coinvolto il segretario scudo-crociato Piccioni attraverso una montatura scandalistica) e difficoltà a portare a sintesi, scemato il grande richiamo della sconfitta del pericolo rosso, le scelte strategiche dettate dall'agenda della ricostruzione, indussero, quindi, la DC dell'ultimo scorcio della leadership degasperiana, ad escogitare, come via di fuga alla paralisi governativa e parlamentare, il “premio di maggioranza” (lo stesso di cui si torna a parlare nello scenario attuale, di fronte all'ormai evidente sfacelo del falso maggioritario).

Le sinistre ed, in particolare, il PSI, difensore intransigente del primato della questione istituzionale, reagirono ad un evidente tentativo unilaterale, che sia pur dettato dalle problematiche derivanti dall'instabilità interna al partito egemone, fu realisticamente percepito come un colpo di mano teso a ridurre ulteriormente le libertà politiche, già messe a prova dallo scelbismo della Celere, delle restrizioni all'azione politica e sindacale, dell'ingerenza intimidatoria, quando non repressiva, nei conflitti sociali (ovviamente dalla parte padronale).

I socialisti ben ricordavano, tra l'altro, quanto accaduto, esattamente trent'anni addietro, con la legge Acerbo, l'escamotage  che, attraverso una compiacente legge elettorale ad hoc, consentì al fascismo di vincere, come ben si sa e come denunciò Giacomo Matteotti, le elezioni del 1924 e di mettere in sella il regime.

E, poiché, nonostante che historia non sia magistra di un bel niente, ma che ogni tanto sia utile, a lume di logica, ricordarne i precedenti, i socialisti ed i comunisti avvertirono tempestivamente l'evenienza di un ictus legislativo suscettibile di trasformare i codici genetici, faticosamente impostati dal laboratorio della Costituente, della ancora gracile democrazia.

D'altro lato, anche il torbido clima del 1993 confermerà la propensione delle forze prevaricatrici a violare la democrazia attraverso i vulnus nella legislazione regolante i sistemi elettorali, perorati all'insegna della governabilità, ma diretti a manomettere, come é avvenuto in realtà, un equilibrio espresso nel 1992 da libere elezioni

Il 18 ottobre 1952, infatti, il Consiglio dei Ministri aveva licenziato un progetto di riforma della legge elettorale, che non si limitava a prevedere un premio di maggioranza per la coalizione che avesse conquistato, su base nazionale, la metà più uno dei voti, ma fissava tale premio ad una aliquota di seggi (il 15%).

Ritenuta dalle sinistre intollerabile, provocatoria e potenzialmente lesiva del patto costituzionale per due principali motivi.

Per primo, va considerato che il “premio di maggioranza” non trovava giustificazione (diversamente dalla congiuntura di inizio anni Novanta) dalla necessità di assicurare alla coalizione dei partiti apparentati il conseguimento della maggioranza e, conseguentemente, della stabilità e della governabilità, bensì, appunto, dalla necessità di premiare la coalizione che avesse già conseguito la maggioranza.

In secondo ordine, va considerata l'entità del premio, il 15%, che, assommato alla ripartizione dei seggi spettanti alla maggioranza, avrebbe in pratica disattivato le garanzie costituzionali, previste all'art. 138 in materia di modifiche costituzionali, rendendole conseguibili senza dover obbligatoriamente transitare attraverso la ratifica referendaria.

I pericoli di una deriva autoritaria furono ben evidenti, se si pone mente alla parabola politica della DC, scandita in non poche congiunture dalle ricorrenti tentazioni, come si direbbe oggi mutuando dal lessico calcistico, di entrare a gamba tesa nello scontro politico. Un'entrata priva oltretutto della giustificazione di dover difendere la Repubblica dalla rivoluzione rossa, pericolo questo che, ove fosse mai esistito anche sul solo piano teorico, era stato messo in soffitta il 18 aprile 1948 e, per giunta, sconsigliato agli eventuali propugnatori dall'esito della coeva esperienza del comunista Markos Vafiadis di correggere il Patto di Yalta con la costituzione di una repubblica greca di chiara gravitazione sovietica.

La digressione attorno alle vicende del 1953 e del 1960 ha il chiaro intento di dissuadere almeno coloro, che non piangono la sventura di esser potuti morire democristiani, dai troppo disinvolti accodamenti alle ricorrenti cause di beatificazione della Democrazia Cristiana, i cui meriti, che cominciano dalla, più che giusta, realistica collocazione internazionale dell'Italia (e non vanno, ovviamente secondo chi scrive, molto oltre, sia pure indulgendo alla semplificazione), sono innegabili, come sono altrettanto innegabili gli errori-interfaccia dei socialisti (per non dire dei comunisti, collocati dal loro stesso dna a presidiare il buzzatiano deserto dei tartari rispetto ad una prospettiva palingenetica, improbabile ma suscettibile di tensioni permanenti in un scacchiere nevralgico ai confini del nuovo impero americano, con ovvio vantaggio dell'altro impero).

L'operazione ristorò le sinistre, stremate dall'impegnativo contrasto dello strapotere democristiano, ma creò tensioni anche nei partiti laici, dando luogo a nuovi movimenti: l'Alleanza democratica di Epicarmo Corbino in uscita dai liberali e l'Unità Popolare di Parri e Calamandrei (che, successivamente, confluirà nel PSI).

Ed, inaspettamente se si pensa alla profondità ed all'irriducibilità del “centralismo democratico” (il modulo illiberale, che regolerà per decenni, in guisa delle “democrazie popolari”, la sottomissione dei militanti e dell'apparato all'oligarchia comunista), il Movimento lavoratori Italiani dei comunisti, si potrebbe aggettivare, liberali ante litteram, Magnani e Cucchi, subito elegantemente battezzati “magnacucchi” dall'immaginifico “Migliore”, che, si sa, praticava nei confronti dei disobbedienti l'anatema in forme invariabilmente oltraggiose e degradanti (lo scrittore Elio Vittorini, l'ideatore del Politecnico, su l'Unità, al momento dell'abbandono, fu definito il pidocchio che s n'é ghiuto).

Il confronto parlamentare sul provvedimento, da Nenni argutamente battezzato “legge truffa” (anche se, nel prosieguo, Pajetta ne rivendicherà il copy-right) venne affrontato con tutte le armi regolamentari previste, a cominciare da un ampio ricorso all'ostruzionismo realizzato con una sequela interminabile di interventi-fiume (celebre la battuta di Pajetta: “l'ultimo spenga la luce” nel corso di una delle tante sedute normalmente presenziate dall'oratore-maratoneta e da pochi altri di turno in aula a tutela da eventuali colpi di mano dei governativi) e contrappuntato da una vasta campagna di mobilitazione dell'opinione pubblica.

Per la cronaca, il palmares del filibustering, praticato con l'oratoria ad oltranza, fu indiscutibilmente appannaggio del deputato Capalozza del PCI, che tenne consecutivamente il “pallino” per 7 ore e 40 minuti; record questo battuto solo in rare occasioni e servito ad inaugurare un tattica parlamentare, replicata ed inflazionata forse fino al limite dell'abuso, da allora ai tempi d'oggi.

A regolare i conti saranno le seconde elezioni legislative della Repubblica, la cui campagna si svolse, in un clima facilmente immaginabile, di contrapposizione alla svolta della DC, stigmatizzata come liberticida.

A sinistra, per quanto già incrinato dal risultato del 18 aprile e dalle diffidenze indotte, vigeva ancora il patto d'unità d'azione ed, anche a livello locale, pur colpendo uniti, in ossequio all'impostazione nazionale, si marciò separati con propri simboli e candidati e, come si vedrà, con propri messaggi di prospettiva (anche se a Cremona, in omaggio ad una sorta di “fronte-stralcio”, non furono infrequenti i comizi ‘unitari').

La campagna di denuncia e di sensibilizzazione, tesa a quel ridimensionamento del consenso dc che non avrebbe fatto scattare il premio di maggioranza (la maggioranza assoluta verrà mancata per 57.000 voti, avendo la compagine governativa ottenuto solo il 49,8%), comunque, si snodò a Cremona all'insegna della mobilitazione sinergica dei partiti di sinistra.

Per completezza, va anche aggiunto che il differenziale esiguo diede luogo ad un tentativo, maturato nei settori più esagitati della DC, di escalation revanscista delle finalità della Legge-truffa, attraverso l'impugnazione di una vasta massa (più di un milione) di voti contestati.

Ma come la minacciata impugnazione abortì in un battibaleno, anche l'arditezza del tentativo, unitamente al risultato, lasciò spazio ad opportune resipiscenze, in cui non é difficile rinvenire l'equilibrio di De Gasperi, il quale, in ogni caso, dalla circostanza vedrà definitivamente compromessa la sua parabola politica, esauritasi insieme a quella umana nel luglio del 1954.

In quella circostanza, i socialisti, tornati alla piena leadership nenniana, si presentarono all'importante appuntamento, di fronte agli elettori per la prima volta da soli e con il loro simbolo, dopo la parentesi del Garibaldi stelluto ed infausto del 1948; chiedendo voti per l'alternativa socialista, non già, come in passato e come nei ricorrenti ritorni negli scenari futuri per un'alternativa di sinistra o per una più generica alternativa democratica.

Elaborando l'alternativa di sinistra il PSI chiese consensi sufficienti e significativi per proporsi come soggetto politico insediato a sinistra ma autonomo, capace di fronteggiare l'impasse provocata dai blocchi contrapposti e dalla manifesta crisi del centrismo e, ad un tempo, di accreditarsi come perno della dinamica di sblocco, assumendo in ciò la connotazione di una frontiera mobile della sinistra.

Prospettiva, questa, alla quale anche i comunisti avrebbero dovuto guardare con maggiori attenzione, determinazione e coerenza, nell'interesse della stessa sinistra; ma che, al contrario, venne percepita dal PCI, da subito, con grande diffidenza e, nel volgere del tempo con l'approssimarsi della concretizzazione, affrontata con irriducibile ostilità.

Il 31 maggio 1953, come ha ricordato in una recente e lucida ricostruzione Paolo Franchi, a cinquant'anni dall'evento, Pietro Nenni, chiudendo la campagna elettorale a Bologna, chiese consensi per mettere in crisi il sistema di potere della Democrazia Cristiana, ma, ad un tempo, avvertendo: “se la maggioranza, una volta sconfitta, avrà bisogno del PSI, essa potrà sempre contare sulla nostra devozione democratica e repubblica”.

Da lì iniziò una stagione caratterizzata da grandi speranze di cambiamento sia in campo socioeconomico che in quello politico-istituzionale, ma anche da immani contrasti tra le forze del cambiamento e quelle della conservazione, tra l'area socialista e laica, irreversibilmente affrancata dai condizionamenti dell'alleanza elettorale del ‘48 ed alleata alle componenti sociali della DC, ed il complesso di poteri, rappresentati, in sede politica, dalla parte retriva del mondo cattolico (ispirata dalla Segreteria di Stato Vaticana e da importanti curie vescovili, nonostante le aperture del pontificato giovanneo), dotati di terminali nell'Esercito, nei Servizi Segreti, nell'editoria, nella Confindustria ed orchestrati addirittura dal Capo dello Stato pro-tempore.

Un Capo dello Stato, talmente compreso nelle strategie e nelle trame avverse alla “svolta a sinistra”, da risultare clamorosamente in contrasto con le aperture paradigmatiche, segnate dalla visita di stato del giovane presidente Kennedy, che, pochi giorni prima a Berlino, aveva tracciato la nuova frontiera della società moderna nel trinomio “democrazia progressiva -riforma economica - progresso sociale”.

Curiosamente l'atout per lo sblocco sarebbe venuto più da quella teorizzazione alloctona, che dagli intimi convincimenti della classe dirigente nazionale, avvitata su un irriducibile conservatorismo.

La cosiddetta “apertura a sinistra ebbe la valenza di una sperimentazione politica di livello europeo. Se di essa così scrisse lo storico Kennediano americano Arthur Schlesinger: “Se la coalizione di centro-sinistra fosse riuscita, l'alleanza tra cattolici progressisti e socialisti democratici avrebbe potuto offrire un modello ad altre nazioni, alla Germania dopo Adenauer, alla Francia dopo De Gaulle e perfino alla Spagna dopo Franco. Il consolidamento del centro-sinistra sarebbe stata anche la migliore garanzia al tentativo comunista di ridar vita ai fronti popolari.”

Avrebbero, tuttavia, influito sui destini di quella spinta al cambiamento le resistenze ed il ritardo, con qui la stagione veniva affrontata.

E quando s'approssimò a dischiudersi, a livello parlamentare e governativo, ci si accorse che quelle resistenze e quei ritardi l'avevano snervata.

Il che indurrebbe ad una riflessione, un'amara riflessione, sul potenziale autoriformistico del sistema politico-istituzionale; oggi, quando il “maggioritario”, attraverso la stabilità, dovrebbe assicurarne un tasso molto elevato.

In quella stagione, invece, i processi politici erano così lenti da apparire interminabili.

Eppure erano fondati, come i partiti che li promuovevano, su un consenso faticosamente guadagnato, passo dopo passo, nel profondo della società; alla fine così vasto da divenire quasi irreversibile (la regola sarebbe stata manomessa, come si sa all'inizio degli anni novanta).

Il processo, relativo all'apertura a sinistra, si era sviluppato secondo quella dinamica; ma era giunto al traguardo, secondo quanto già considerato, esausto, se non sterilizzato dalle resistenze endogene.

Quando approdò al banco di prova, la sua potenzialità sembrava essersi esaurita nei prodromi dei governi di transizione e di preparazione.

Per quanto quella potenzialità di modernizzazione, insita nel ritardato incontro tra socialisti e cattolici, per le ragioni dette, restò largamente inespressa, sarebbe politicamente e storicamente, dati i quarant'anni ormai trascorsi, del tutto errato darne una visione riduttiva.

Nel volgere di pochi anni la spinta riformista del socialismo italiano, riannodatasi alle sue vere radici ideali del pensiero turatiano, introdusse in Italia importanti cambiamenti: a cominciare, attraverso la delineazione e la strumentazione della programmazione, da un diverso equilibrio nella destinazione delle risorse, prodotte dal “boom economico”, all'introduzione di nuove ed avanzate legislazioni in materia di diritto del lavoro e di previdenza, all'avvio di una politica di pari opportunità tra uomini e donne, tra italiani del Sud e del Nord, nell'acquisizione del sapere, di diritti civili.

Una stagione, che a molti giovani, tutti presi da un progetto politico più simile ad un sogno e, perciò, portati a mordere il freno dell'aspettativa verso un riformismo più coraggioso e dinamico, parve troppo lenta, ma che, appunto a quarant'anni di distanza, mostra inequivocabilmente il suo alto profilo.

Una stagione che, dopo il periodo torbido del ribellismo di sinistra e dei terrorismi nero e rosso, che ogni tanto torna a far capolino in connessione con passaggi nevralgici nello scontro politico e sociale, fu ripresa ed esaltata dal riformismo, forse più maturo e consapevole, degli anni ottanta, più avvertito nell'analisi del cambiamento in corso nella realtà nazionale come nel panorama mondiale.

Un riformismo più ardito e più sicuro di sé, che promosse una nuova legislazione della famiglia, una revisione concordataria più equilibrata, un ruolo di primo piano dell'Italia in Europa e nelle relazioni mondiali, meno prono ad un atlantismo servile, una svolta economica capace di inertizzare le tossine prodotte, da un lato, dal sindacalismo antagonistico, completamente avulso dalle regole economiche e, quindi, relegato ad un ruolo non protagonistico (ma, semplice cinghia di trasmissione degli oppositori) e, dall'altro, dall'ingessatura di un apparato economico-finanziario incapace di misurarsi con le sfide dell'innovazione tecnologica, della competitività, della riorganizzazione industriale, della mondializzazione.

Un riformismo affrancato dagli ideologismi che avrebbe anche inciso nella modernizzazione dello Stato attraverso la Grande Riforma Istituzionale, riadattata, a destra e a sinistra, nello scenario successivo e destinata a diventare, come movente, la colossale ipocrisia della rivoluzione degli anni Novanta. Una modernizzazione che presupporrebbe un elevata capacità progettuale ed una superiore percezione, diversamente dai provvedimenti assunti a colpi di maggioranze risicate e di voti di fiducia, che non condurranno da nessuna parte se non all'ulteriore sfilacciamento del tessuto connettivo dello Stato, alla proliferazione dei centri di spesa e di spreco, alla conflittualità dei poteri (in cui organi, preposti a funzioni delicatissime assumono le connotazioni di poteri costituzionali).

Un riformismo più maturo, che, elaborando a beneficio di tutta la sinistra il progetto per governare il cambiamento, avrebbe potuto superare l'” anomalia” della sinistra italiana con un forte e lungimirante disegno riaggregativo sulle basi del socialismo liberale.

Sì, avrebbe potuto...!

Ma, come la stagione di Nenni e Saragat fu ostacolata dalle resistenze conservatrici e reazionarie dei circoli clericali, militari ed economici, quella degli anni ottanta fu contrastata dai poteri occulti dell'alta finanza, referenti delle grandi potenze, ostili all'idea di una forte discontinuità e di un governo del cambiamento.

Entrambe le stagioni, permeate dalla matrice del riformismo socialista, furono aggredite ed indebolite da un'opposizione di sinistra senza limiti, che, anziché stimolare criticamente ma costruttivamente l'azione socialista, per potenziarla nello scontro politico e sociale, preferì egoisticamente “scuotere l'albero” dell'azione rinnovatrice dei socialisti per raccoglierne abusivamente le “mele” e “falciare l'erba nel campo del vicino” (locuzioni queste, virgolettate, dell'oratoria togliattiana).

Delegittimare l'azione riformatrice in campo sociale all'insegna del massimalismo; fagocitare, facendo leva sulla contiguità di rappresentanza popolare, la fragile struttura politico-organizzativa del PSI attraverso l'orchestrazione di scissioni e correnti, protese ad un costante indebolimento del consenso elettorale; contrastare l'impegno legislativo riformatore dei governi a partecipazione socialista, prima, e a guida socialista, poi, attraverso una contrapposizione parlamentare ad alzo zero e vaste e profonde campagne di aggressione e di contrasto con il dispiegamento di apparati capillarizzati e di soverchianti disponibilità finanziarie, non giustificabili interamente con la teoria dell'autofinanziamento, come molti intuirono in tempo reale e come l'apertura degli archivi si incaricherà di dimostrare.

Questo fu il crinale che, dall'inizio degli anni sessanta alla fine degli ottanta, indebolirà l'azione del riformismo socialista (oltre, ovviamente, alla robusta filiera di errori compiuti in proprio dai socialisti, non ultime le spiccate indulgenze ministerialistiche di certi settori interni) non permettendo di ottimizzare lo sforzo innovatore e riequilibratore dell'intera sinistra italiana, dislocata, secondo la proiezione dei rapporti internazionali, in parte nell'area governativa ed in parte all'opposizione.

D'altro lato, anche a cavallo dei primi due decenni del XX secolo, la miope intransigenza del massimalismo aveva impedito lo sbocco realistico e lungimirante dell'incontro tra masse socialiste e masse cattolico-popolari, contribuendo, così, a regalare all'Italia vent'anni di dittatura e la partecipazione assurda alla seconda guerra mondiale.

E, pur resistendo al pericolo di finire per scrivere la storia nei termini virtuali, suggeriti dal “cosa sarebbe successo se...”, diviene quasi impossibile resistere all'immaginazione degli eventi che sarebbero accaduti, se tutta la sinistra fosse stata socialista e riformista al momento giusto.

Nella realtà, non lo fu mai, per ascendenza e per prassi, quella comunista e lo fu discontinuamente quella socialista, che per molti tratti della sua lunga storia, ripudiò la lezione dei suoi fondatori, Turati, Kuliscioff, Bissolati.

Ma qui impattiamo il sia pur labile confine tra cicli, ormai obiettivamente di rilevanza storica, ed attualità politica.

Ne riparleremo tra qualche decennio!

5.4 – D.C.: dal popolarismo al centrismo

Guido Miglioli – Un comizio alle Colonie Padane (presumibilmente durante la campagna elettorale del 1948

…..Significativo appare l'episodio delle elezioni del 1948, quando si presentò candidato del Fronte Popolare e rimediò un'incredibile “trombatura”, presumibilmente favorita dal massiccio impegno del PCI a far eleggere i propri candidati (in buon compagnia dei socialisti, a loro volta buggerati dal fraterno abbraccio frontista, che passarono da due a zero deputati).

Episodio che non scalfisce minimamente il rilievo del pensiero e della figura di Guido Miglioli, cui, in occasione della scomparsa avvenuta domenica 24 ottobre 1954, L'Eco del Popolo, rivolse un significativo tributo, che qui riportiamo:

“Il nome di Guido Miglioli resterà indissolubilmente legato alle grandi lotte contadine che negli anni intercorsi tra la fine della prima guerra mondiale e l'avvento del fascismo ebbero come teatro la Bassa bergamasca e quella parte della provincia di Cremona con essa confinante, che faceva capo all'antico collegio elettorale di Soresina. (...) Era allora nel suo pieno vigore fisico ed intellettuale capeggiando, in seno al Partito Popolare (il primo grande partito politico dei cattolici italiani fondato e diretto in quegli anni dal sacerdote siciliano Luigi Sturzo) la corrente di sinistra: espressione diretta e combattiva delle masse lavoratrici, e particolarmente contadine, che ritenevano non inconciliabili le proprie credenze religiose con le esigenze politiche e sindacali della solidarietà di classe.

Di questa esigenza le organizzazioni ‘bianche' del Cremonese e del Bergamasco furono fra le più decise baditrici ed i termini ‘migliolini' e ‘migliolismo' apparvero con sempre maggiore frequenza nelle cronache politiche di quegli anni e stettero ad indicare, nelle gazzette benpensanti, una particolare forma di ‘estremismo' bianco ancor più pericolosa, se possibile, di quello ‘rosso'.

Lo scandalo era grande e non poteva essere tollerato.

Intervennero le ‘autorità' ecclesiastiche, intervennero i dirigenti del partito, intervenne, soprattutto, la violenza armata degli agrari e delle squadracce farinacciane e quando, dopo la ‘marcia su Roma' ed il discorso del ‘3 gennaio', la vita in Patri gli fu resa impossibile, l'On. Miglioli dovette, come altri, lasciare l'Italia.

Nella sua ventennale odissea di rifugiato politico egli soggiornò da prima in Francia poi fu in Olanda, nel Belgio e infine in Russia.

Del suo lungo soggiorno nell'Unione Sovietica é frutto il libro ‘Una storia ed un'idea', pubblicato al suo ritorno in Francia.

Nel 1941 arrestato dai nazisti e deportato in Francia riuscì a fuggire e a raggiungere l'Italia.

Arrestato nuovamente nel 1944, a Cremona, rimase incarcerato sino alla avvenuta Liberazione.

Nel '46 dava alle stampe la sua ultima opera, ‘Con Roma o con Mosca', partecipando attivamente al movimento per i Consigli di cascina e per la Costituente della terra ciò che aveva nuovamente attirato su di lui i fulmini della stampa borghese sempre larga di calunnie e di denigrazioni nei confronti dei veri democratici.

Tutta una vita generosamente e cristianamente spesa per la redenzione dei lavoratori”.

Con tali credenziali, riconosciute dai socialisti (più quelle della contemporaneità che non quelle della fase pre-fascista) alla lezione di Miglioli non si sarebbero dischiuse le porte della Democrazia Cristiana.

Anzi sarebbero rimaste sbarrate a doppia mandata, in quanto la sua figura, già scomoda negli anni venti, fu ritenuta incompatibile con il nuovo look della transizione dal Partito Popolare Italiano alla Democrazia Cristiana.

Il presagio di un non gradimento bei confronti dell'apostolo delle Leghe Bianche dovette essere presente, prima di tutto, nelle consapevolezze del diretto interessato, che, il 10 maggio 1945, rese a “Fronte Democratico” la seguente dichiarazione:

“Avendo il giornale La Riscossa pubblicato oggi che la Direzione Centrale del Partito Democratico Cristiano ha avocato a sé le domande di iscrizione degli ex parlamentari e uomini politici, vi prego di dare corso a queste mie dichiarazioni:

Fino dall'agosto 1943, quando, liberato dal confino, mi recai per alcuni giorni a Roma, tenni a dichiarare agli esponenti delle diverse correnti cristiane, sociali e politiche, che io dovevo attendere, prima di prendere qualunque atteggiamento.

Dopo quindici anni di continue battaglie sostenute all'estero nel campo internazionale, con parecchie mie pubblicazioni, con la mia partecipazione a vari organismi europei,  con posizioni assunte di lotta, sindacale e politica, nell'interesse delle masse lavoratrici, io ho, prima di tutto, il dovere di rendere nota questa mia attività, che ritengo conseguente ai miei principi cristiani e al mio sentimento di italiano, ma che può e deve essere oggetto di esame e di giudizio da parte dell'opinione pubblica.

A ciò si aggiunge il lavoro di carattere cospirativo, che perseguii dal giugno 1940 fino all'ultimo giorno del fascismo, con momenti di azione accentuata; come a Parigi, nell'autunno 1940, per inferire i primi colpi al ‘Patto d'acciaio'; come a Cremona, nel settembre dell'anno scorso, per impedire che si realizzasse il piano tedesco di portare la guerra guerreggiata nell'Alta Italia, il che avrebbe significato la nostra totale rovina.

E vero che questa mia attività trovò già le sue sanzioni: il mio arresto a Parigi, nel febbraio 1941, donde dovevo essere trasferito a Berlino per finirvi la vita: l'accusa di lato tradimento notificatami al carceri di Bolzano, nel settembre dello stesso anno: due gravi pericoli a cui sfuggii.

E' vero, altresì, che la mia opera cospirativa, dopo l'8 settembre, mi procurò una serie di persecuzioni non indifferenti: l'arresto brutale eseguito dai segugi di Farinacei a Milano, nell'aprile 1944; la mia dimora coatta a Cremona, dove fui piantonato e spiato giorno e notte, dalla Questura prima, dalla polizia politica poi; il tentativo rinnovato di farmi tradurre in Germania l'ottobre scorso, tramite la Questura di Torino; la mia iscrizione a capolista degli antifascisti cremonesi designati come ostaggi e rappresaglia finale.

E questa è la parte conosciuta; mentre si ignora dai più come io abbia risposto a tutto ciò.

Si ignora come, attraverso il contatto con amici socialisti ed altri esponenti antifascisti, e anche sfruttando l'apporto di qualche fascista, si sia riusciti a svolgere una certa azione dappertutto, nella polizia, nelle caserme, al distretto militare, nelle carceri, presso i tribunali, allo scopo di cooperare, il più possibile, alla preparazione insurrezionale.

Né si conoscono i giovani che furono così sottratti alle forze militari fasciste; quanto vennero imboscati contro l'invio loro in Germania, quanti sbandati e soccorsi; quelli avviati ai monti o strappati alle carceri!

Due settimane prima della fuga di Farinacci, cui ebbi la ventura di portare io  l'ultima parola; ‘la resa a discrezione' – espressione non di rancore personale, ma di una giustizia vendicatrice – non esiti a recarmi al Comando tedesco, per liberare dalla prigione germanica alcuni contadini di S. Bassano, che vi languivano da tre mesi senza neppure vedere i loro genitori.

Sognai anche di più sul terreno sociale.

Ma tutto non ciò non basta all'uomo politico, al quale volle la sorte imporre, nella vita nazionale ed internazionale, particolari doveri e responsabilità.

Come non basta che egli possa presentare un certificato, donde risulta che chiude quarant'anni di vita pubblica, la più attiva, levando le mani pure, ricco solo della più onorata povertà.

Di ogni sua opera egli ha l'obbligo di rendere conto: questo è il suo dovere.

Plaudo, quindi, alla Direzione del Partito Democratico Cristiano che ha stabilito di avocare a sé le domande di iscrizione degli ex parlamentari; come a dire che, in questo momento, tutti gli uomini politici dovrebbero far sapere al pubblico quanto veramente essi hanno fatto contro il fascismo, nello scorso ventennio; perché è giusto che il popolo italiano esiga da essi molto di più, che da ogni altro cittadino antifascista.

Io mi appresto a compiere, per parte mia, questo dovere; però mi astengo dall'avanzare, oggi, ogni domanda di iscrizione a qualsiasi Partito.

Frattanto, spero di continuare, come meglio potrò, a lavorare in mezzo alle masse proletarie, specialmente fra i contadini cristiani, per affrettare la conquista di quelle loro rivendicazioni, essenzialmente antifasciste, donde dipendono una vera rinascita ed una sicura ricostruzione del paese.

E al riguardo, sono sempre più convinto che tale conquista sarà seguita solo in virtù di una sincera, ordinata ed attivissima unione di tutti i lavoratori”.

Evidentemente il ‘curriculum' di Miglioli, specie se privo della ricevuta della raccomandata di inoltro della domanda di iscrizione, non bastava ad una debuttante Democrazia Cristiana, in imbarazzo per i precedenti sociali ed antifascisti dell'apostolo delle ‘Leghe Bianche' ed a maggior agio con gli ingressi restauratori più coerenti con il nuovo corso involutivo.

Bisognerebbe dire che l'ostracismo restò sospeso tra cautele (forse) ed imbarazzi (sicuramente, da parte di De Gasperi).

Né, d'altro lato, andrebbe considerato che Mignoli, già un anno prima, non sembrò nutrire soverchie illusioni sull'accoglibilità di una sua eventuale istanza; che non sembrava, come dichiarato dallo stesso, rientrare nell'ordine delle cose possibili.

Visto che, nel medesimo scritto, erano chiaramente tracciati i percorsi di continuità della sua missione sociale e politica, anche prescindendo dall'indecoroso passaggio sotto le forche caudine di un esame finestra, riservabile, come ipotesi di garanzia, per eventuali coscienze antifasciste poco candide. Ma non certamente per Guido Miglioli, che era restato e resterà fedele a se stesso

L'ultimo sindaco del socialismo municipale

Cinquanta anni fa Carlo Tognoli a Palazzo Marino

Coerente con l'impostazione delle “giunge rosse” inaugurate l'anno precedente (1975) dal predecessore Aldo Aniasi con un'operazione politica di portata nazionale, ideata e sostenuta da Bettino Craxi, Tognoli ha condotto con coerenza la sua amministrazione fino a al 1985, quando dopo il cambio della maggioranza in Consiglio comunale e la sostituzione del PCI con la DC lo fece desistere, si dimise e affermò di non potere essere un sindaco per tutte le stagioni: “Fu un errore. Mi ritrovai sostenuto da chi mi aveva osteggiato e osteggiato da chi mi aveva sostenuto”. 
Con l'avvicinarsi delle prossime elezioni comunali non sarebbe male guardare al passato utile a trarre qualche idea per il futuro.

di Walter Marossi

Cinquant'anni fa Carlo Tognoli veniva eletto sindaco di Milano, il più giovane della storia, restandolo per 10 anni 7 mesi e nove giorni, secondo solo a Giulio Bellinzaghi che governò la città per 16 anni ma era un altro secolo. Tognoli è eletto, in quanto socialista per un accordo tra i partiti e in quanto autonomista (il nome dato alla corrente nenniana favorevole all'indipendenza dei socialisti dai comunisti), per un accordo tra le correnti del PSI. È quindi, come del resto per tutti i suoi predecessori fin dai tempi della giunta Mussi (18 dicembre 1899) una scelta politica e partitica. 

Tognoli difese spesso il primato della politica: “Il ruolo che i partiti svolgevano, non senza difetti, di formazione, di scuola, di esperienza, di selezione anche attraverso la cooptazione, permetteva a esponenti della società civile di trovarsi, se lo volevano, una corsia da percorrere nella pista della politica, venendo a conoscenza delle regole scritte e non scritte. Oggi sembra che non ci siano più regole in quanto infrante dalla classe politica. La verità è che da quando c'è stata una immissione di massa, senza filtri, di coloro che dalla società civile hanno voluto entrare in politica, si è registrata la massima sregolatezza. È come se molti dei nuovi attori pensassero che la politica fosse solo “il seggio”, dal quale agire, senza dover rispondere a nessuno. Il controllo che in passato gli elettori esercitavano sugli eletti era costante. Certo erano in posizione più favorita gli iscritti ai partiti, gli opinion maker, i leader di associazioni assistenziali e di organizzazioni del tempo libero, che influenzavano l'elettorato. Certo esisteva un margine per il clientelismo. Tuttavia, l'eletto si sentiva guardato e misurato, e questo aveva un effetto nei comportamenti e negli atteggiamenti politici”. 

Socialismo municipale Municipalismo sociale

Un modo di farsi Stato, un modello non ideologico che ha radici nella civiltà comunale italiana

di  CARMELO CONTE

Il socialismo è una dottrina, un ideale senza tempo che continua a informare di sé la società, la vita, la politica e le comunità locali, più che i Governi. Vive come ideologia, non più come partito organizzato del novecento, quando ha scritto la storia dei popoli in cerca di libertà e di uguaglianza. È una religione laica più che una filosofia, un'aspirazione al potere-uguale, non uno status di potere in atto.

Non si è incarnato mai compiutamente in uno Stato, ma ne ha rappresentato, per un verso, il suo ideale e, per altro aspetto, la sua alternativa: ha preso forma concreta nelle comunità territoriali, le città.

Nella storia dell'Italia, le istanze autonomistiche locali riprendono a manifestarsi, a cominciare dai Primi anni post Unità quando i gruppi liberal-moderati, non coinvolti nel governo del Paese, trovano nei socialisti alleati pronti a lottare insieme per mettere in discussione la subordinazione delle istanze locali alle esigenze della politica statale.

Li accomuna lo spirito liberale contro la cosiddetta “dittatura legale” dello Stato centrale nei confronti della società che appare lontana e sottomessa. Si collocano in questa linea - un modello mutuato dell'esperienza inglese- sia le iniziative dei moderati guidati da Cavour sia l'opposizione cattolica che quella delle forze laiche, radicali e socialiste.

Con sfumature diverse se ne fanno portatori tutti i movimenti critici nei confronti del nuovo Stato, in quanto costruzione “dall'alto”. I moderati coltivavano l'autonomia per realizzare il liberalismo economico e limitare il ruolo dello Stato ai compiti di ordine pubblico e di difesa nazionale. I cattolici sostenevano una “società organica”, a difesa di posizioni confessionali. I movimenti radicali-democratici, in particolare quelli socialisti, erano attratti dalla suggestione della “Comune parigina” che sosteneva un'autonomia rivoluzionaria “dal basso”; Sul finire dell'Ottocento, queste teorie, con i rispettivi modelli di riferimento, entrano in vario modo in crisi e i loro sostenitori sono costretti

a rivederne i termini di riferimento per la loro riproposizione.

A fronte di una cultura conservatrice che considerava le istanze per l'autogoverno delle comunità locali un rimasuglio del passato e una manifestazione di incapacità ad accettare la società moderna, prende corpo, con le riforme di Crispi e Di Rudinì, la scelta di rimodulare, condizionare ed integrare il potere centrale, introducendo il principio dell'elettività del sindaco e del presidente della giunta provinciale..

È un cambiamento sul quale si confrontano e scontrano cattolici e socialisti con le loro diverse visioni della società, “organicista” per i primi, “classista” per i secondi. Tant'è che, -a seguito dello sviluppo e della modernizzazione capitalistica ed industriale, sono costretti ad accettare un crescente interventismo dello Stato sia in campo economico che sociale: Balzelli che condizionano e frenano la spinta delle autonomie locali a radicarsi e a ricostruire dal basso il potere politico.

Di qui il differenziarsi delle istanze autonomistiche che, stressate dall'intransigenza dei cattolici e dell'anarchismo, sviluppano, in modo crescente, la loro tendenza a fare dell'autonomia locale una specie di ‘contro potere' rispetto allo stato.

Merita, sotto questo profilo, di essere ricordata una data storica, il 1946, quando, con la ricostituzione dell'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, prende corpo, in tutti i movimenti di opposizione (cattolico, radical-democratico e socialista) una nuova fase che è, istituzionalmente, finalizzata ad adeguare i precedenti progetti autonomistici all'evoluzione della realtà locale.

Se ne fanno interpreti i giovani democristiani, raccolti attorno a don Murri ed a don Sturzo, i riformisti e i liberali che si fanno carico di contrastate le spinte autoritarie del governo.

Sul piano storico, anticipa questa prospettiva il “programma minimo” presentato dal partito socialista nel 1895. È portatore di una pluralità di istanze di cambiamento che, pur se tra loro non coordinate, diventano una spinta vitale per ricercare e favorire forme associative fra i Comuni con due obiettivi: condizionare il potere centrale, nel merito, e svilupparne la propria capacità di provvedere ai bisogni primari dei propri cittadini.

È in questo contesto che si manifesta l'istanza di “liberazione” di tutti i maggiori soggetti politici di opposizione (compresa la massoneria) per indurre i Comuni a liberarsi dalla subalternità alla volontà dei prefetti e delle appena costituite giunte provinciali amministrative (GPA).

Non sono espressione di un localismo meramente rivendicativo ma parte consapevole del “municipalismo sociale”, del protagonismo sociale e del “socialismo municipale”.

È una presa di consapevolezza che le crisi sociali si manifestano prima nelle città che nello Stato nazionale.

È nelle metropoli che esplodono il caro-affitti, la gentrificazione, la mancanza di servizi, la povertà educativa, l'inquinamento, la mobilità e l'espulsione dei ceti popolari. Per questo il Comune torna a essere un ente politico essenziale: non di amministrazione tecnica, ma di redistribuzione economica, pianificazione pubblica e democrazia di prossimità. In Europa, questa tendenza si afferma a Parigi, dove prevale l'ecologia urbana, la città dei 15 minuti, la riduzione dell'auto e l'housing sociale. A Marsiglia, con la lotta alla povertà urbana, il risanamento delle scuole e degli alloggi degradati. A Rennes che si propone come una socialdemocrazia cooperativa fondata su coesione sociale, partecipazione e mobilità sostenibile. A Montpellier che diventa uno dei casi più innovativi, con trasporto pubblico gratuito, acqua come bene comune e welfare municipale. A Lille che conserva e rilancia la tradizione storica del socialismo municipale francese, con servizi sociali, cultura popolare,

rigenerazione post-industriale e mixité sociale. A Nantes che sviluppa una pianificazione ecologica inclusiva, attenta a giovani, scuole, migranti e quartieri popolari.

La stessa linea si ritrova in altre capitali e città europee: con Jaume Collboni a Barcellona, Sadiq Khan a Londra, Roberto Gualtieri a Roma, Michael Ludwig a Vienna, Sophie Hæstorp Andersen a Copenaghen, Philippe Close a Bruxelles, Gergely Karácsony a Budapest, Benoît Payan a Marsiglia. In Spagna il municipalismo socialista assume un carattere più partecipativo e di quartiere, con Abel Caballero a Vigo e l'esperienza di Juan Espadas a Siviglia.

In Germania prevale un socialismo urbano più pragmatico e amministrativo, che risalta nelle esperienze socialdemocratiche di Peter Tschentscher ad Amburgo e di Burkhard Jung a Lipsia. Mentre Berlino, diventa un laboratorio storico della sinistra urbana e Belit Onay ad Hannover rappresenta, invece, una linea verde-progressista. Nelle Americhe il fenomeno assume forme diverse. Negli Stati Uniti Zohran Mamdani a New York, Katie Wilson a Seattle, Emma Mulvaney- Stanak a Burlington ed Eduardo Martinez a Richmond rappresentano una nuova sinistra urbana, basta su affitti, trasporti, servizi pubblici, giustizia ambientale e lotta alla gentrificazione; di cui Bernie Sanders a Burlington resta il modello storico di riferimento, mentre Omar Fateh a Minneapolis interpreta la stessa spinta come nuova generazione socialista urbana.

In America Latina, Hermes Binner a Rosario, le amministrazioni del Frente Amplio a Montevideo e l'esperienza di Porto Alegre hanno realizzato un municipalismo più strutturato, fondato su sanità pubblica locale, bilancio partecipativo, decentramento, periferie e democrazia di quartiere.

La storia delle città è, di là delle diversità di principi tra le dottrine, è una storia di socialismo e del suo voler fare “Stato” la comunità e l territorio.

Il municipalismo non è una dottrina e tantomeno una ragione per far rinascere i partiti socialisti novecenteschi, è un modello di governo locale che storicamente ha preso le forme diverse: il Municipalismo Comunitario di Luigi Sturzo, il Municipalismo di democrazia diretta di Bookchin, e il Municipalismo libertario radicale e socialista.

Non è l'avvento del socialismo, ma una socialdemocrazia urbana meno ideologica, ma più quotidiana; meno statalista, ma più territoriale; meno astratta, ma più vicina ai bisogni reali delle persone.

In questo senso, il municipalismo è un modo di farsi Stato, non Stato nazione, come l'abbiamo conosciuto nell'ultimo secolo, ma un modello che ha le sue radici nella tradizione comunale.

Il riferimento va alle Città Stato che hanno avuto, nell'antichità, la forma di Atene, di Sparta, di Roma; e nel passato più prossimo, quella delle Repubbliche Marinare: Amalfi, Pisa, Genova, Venezia. Le quattro città-stato costiere italiane che tra il X e il XIII secolo dominarono i commerci nel Mediterraneo, godendo di autonomia politica, di una potente flotta navale e di una ricca classe mercantile, che coniarono la propria moneta, stabilirono scali commerciali in Oriente e si distinsero per innovazioni tecniche nella navigazione, come la bussola.

Un passato che è ridiventato attuale. Lo Stato ha delegato, negli ultimi decenni, molte delle sue competenze, in parte all'unione Europea e, in parte, a Regioni e comuni, che hanno determinato il cambiamento dei rispettivi ruoli. In particolare i comuni che hanno assunto un'autonomia

che, in alcune materie, è assoluta ovvero competitiva e concorrente con l'Europa, lo Stato e le Regioni.

Questo aspetto assume una rilevanza meramente funzionale per i comuni medio piccoli, mentre pone l'esigenza di riconsiderare il ruolo politico delle grandi città, che negli anni 80/90 portò al varo della legge per “Roma capitale “, che merita di essere ripresa (è nel programma del Governo) e riformata per trasformare Roma in” città Stato”, un modello che andrebbe esteso, nelle forme possibili, a Milano, Napoli., Torino e Venezia.

On. Carmelo Conte (già ministro socialista delle Aree Urbane)

CHIOSA EDITORIALE: Come dimostrano anche i nostri avvertiti lettori dimostrano (quanto meno dalle diatribe in atto tra i protagonisti della vita politica), siamo alla vigilia del redde rationem in vista di un incrocio di appuntamenti elettorali destinati, in pratica, a coinvolgere (nell'arco di un anno) praticamente tutti i livelli di “mandato”. Al punto che si avverte molto bene (nella partitocrazia) l'impulso a giocare le future fortune nella gestione del potere su un unico “tavolo” d'azzardo. Sempre più manifestamente viene avvertita la tendenza ad una chiamata alle urne “a reti unificate”. Che, nelle nostre riflessioni, appare quanto più lesivo del rapporto di trasparenza col corpo elettorale; nel rispetto della quale sarebbe quanto meno doveroso separare, in omaggio all'articolazione dei diversi piani della materia del contendere, il perimetro dialettico di tutta la procedura della chiamata alle urne. Si fa un “pacco” unico; per comodità di massimazione delle bocche di fuoco di una relazionalità col corpo elettorale, in cui conta molto di più, anzi esclusivamente l'appealing incardinato nel combinato disposto della politica leaderistica (in cui conta solo acquisire la posta in gioco). Diciamolo…un po' … un sovvertimento dell'ispirazione costituzionale che articola, appunto, i diversi piani di governo.

Un contesto politico generale, in cui ormai da molti anni sono stati asfaltati i protagonisti della partecipazione popolare alla vita pubblica, riesce ad ottimizzare (sempre più!) un modulo di acquisizione del consenso, su basi decisamente “semplificate”. In cui appunto conta esclusivamente la fidelizzazione a danno delle consapevolezze dei contenuti dell'”offerta” progettuale. Decenni addietro si parlava di “Repubblica dei Comuni”. Oggi I Comuni non sono altro che un segmento asservito alle logiche e alle lusinghe di un modulo leaderistico. In cui, ripetiamo, i contenuti opzionali sono sacrificati da un input che lascia spazio solo alla fidelizzazione del consenso. La stessa selezione del “personale” preposto al mandato risponde a questo paradigma. “Le candidature si scelgono a Roma”, ovviamente dai capoluoghi di provincia! Spudorata ammissione che i programmi ed il ceto preposto alla loro attuazione costituiscono una variabile indipendente. Per farla breve, si è in presenza dell'epilogo del percorso incardinato dalla “transizione” innescata all'inizio degli anni 90. Un percorso destinato ad assestare un ulteriore colpo alla preservazione del modello liberaldemocratico messo a punto dalla Costituzione Repubblicana. Gli importanti editoriali dedotti dalla Critica Sociale costituiscono un'apprezzabile opportunità di rivisitazione del grande progetto, con cui oltre un secolo fa i grandi idealismi di modernizzazione, di progresso sociale e di emancipazione civile approdarono in una scena in cui la prerogativa di partecipazione, non solo delle “masse” ma anche delle fasce di popolazione che non fossero strettamente i ceti favoriti, era tutta da costruire.

Fu questa la core mission del movimento repubblicano e socialista, che individuò nella prioritaria applicazione all'ingresso popolare alla vita pubblica il contesto a più diretto contatto: il Comune, l'entità basica dell'ordinamento pubblico più vicino al popolo.

Ne sarebbe nata, come molto bene raccontano gli articoli da noi pubblicato e dedotti dalle testate “correlate” (almeno dal punto di vista storico) la strategia del “Municipalismo”, che, appunto come appena anticipato, faceva della realtà Comunale l'epicentro non solo di una strategia politico-amministrativa, ma anche un modo di porre la visuale del movimento, la formazione dei protagonisti impegnati nel mandato elettivo, la priorità progettuale della leva gestionale.

Si può dire che il Municipalismo sia nato dalle nostre “parti”; ad opera degli apostoli del socialista umanistico e riformatore, dei fondatori delle premesse di tutto questo (le società di mutuo soccorso, le cooperative, il sindacato). In poche parole, di Turati e di Bissolati, che “testarono” la fattualità in Lombardia, in particolare, a Milano e a Cremona. L'esordio, nel senso di punzonatura del mandato, sarebbe avvenuto con le elezioni del maggio 1914, con l'elezione a Milano di Emilio Caldara (do origini soresinesi) e a Cremona di Attilio Botti.

Il modello avrebbe tenuto (a parte la parentesi del Ventennio) per quasi un secolo. Anche se, come abbiamo considerato nelle premesse, di tutto ciò non c'è più traccia concreta. Ad opera di un “compressore” che ha “asfaltato” un modello ideale e pratico, ma anche le premesse costituite dalle “coscienze” civiche, collettive ed individuali.  

Esorta il cardinale Delpini: “la città si converta a comunità”.

 Cul coeur in man (ammesso che ce ne siano ancora disposti a...) non basta più, di fronte alle macerie ampiamente sparse dalle irrefrenabili pulsioni di arido scetticismo, che (ognuno per sé e...boh chi?  per tutti). Con il che non ci riferiamo solo o prevalentemente ai valori solidaristici. Infatti, nel suo piccolo (sic!), Delpini azzarda: l'idea che la città debba convertirsi al senso di una comunità può essere accolta sul piano valoriale, ma resta lontana dalla fenomenologia degradante incardinata da un terzo di secolo tutto dedicato alla perdita di consapevolezze e di pratiche consapevoli, responsabili, feconde, ispirate dall'imperativo della priorità comunitaria e delle visioni strategico-progettuali. Che, fagocitate dall'ossessiva mission di ribaltare il passato e "rigenerare" il municipalismo fino ad allora perseguito per un secolo da un afflato condiviso (a prescindere dalle specificità politiche degli apporti) hanno finito, come più volte qui affermato, per asfaltare un pregresso tutto sommato fecondo, senza che lo "schema" fosse sostituito da modelli migliorativi praticabili. Quindi, non resta, come abbiamo anticipato, che riprendere il filo di una vision realmente comunitaria e, come perora  l'indimenticato presidente Piero Bassetti, reinstallare un "potere buono" (e, aggiungiamo noi, consapevole a tutto tondo).

Dall'archivio L'Eco Storia

  lunedì 28 settembre 2020

150° della liberazione di Roma

Rievocato ed attualizzato dai laici cremonesi

  giovedì 2 dicembre 2021

"NUMERO 1"

125 anni dopo, oggi l'Avanti! ristampa il primo numero del 25 dicembre 1896 su carta ed in formato originale

  giovedì 17 novembre 2016

45° anniversario autostrada A21. Mario Coppetti ancora una volta è stato fantastico

Grazie alla disponibilità dell’Archivio di Stato di Cremona diretto dalla dott.ssa Angela Bellardi, che ha accolto l’ospite insieme ad un gruppo di fedelissimi ammiratori, il prof. Coppetti, maestro d’arte e di vita, ha voluto ricordare con una precisa e dettagliata relazione il 45° anniversario dell’apertura dell’autostrada Brescia-Cremona-Piacenza, avvenuta l’11 novembre del 1971

  martedì 13 marzo 2018

Le tracce di Pertini a Cremona

Nei giorni scorsi Welfare, in occasione dell’anniversario della scomparsa avvenuta in Roma il 24 febbraio 1990, ha postato una bella rievocazione del Presidente Pertini

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