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ECO-Welfare /54

  07/04/2026

Di Redazione

ECO-Welfare+%2f54

Non foss'altro che per un doveroso riscontro all'intenso volume di chat con cui i nostri lettori tributano (fino a qualche tempo fa inaspettatamente e comunque in controtendenza all'encefalopiattume generalizzato dell'informazione e del confronto su questa specifica tematica), torniamo sul punto.

RASSEGNA DELLA STAMPA CORRELATA

I medici di famiglia non bastano più

di Lucia Abbatantuono *

Ci mancano oltre 5.700 medici di medicina generale. E sempre più cittadini faticano a trovare un medico di famiglia. Oggi ogni medico aiste in media quasi 1.400 pazienti, ma si arriva anche a 1.800, ben oltre il rapporto ottimale di 1.200 assistiti. La situazione è aggravata dal progressivo invecchiamento della popolazione e dal calo dei giovani medici che scelgono questa professione. E non è finita qui: oltre 8.000 medici andranno in pensione entro il 2028. Sono i tristissimi risultati dell'ultima rilevazione della Fondazione Gimbe sulla carenza di medici di famiglia in Italia.

Il medico di famiglia - Ogni cittadino iscritto al SSN ha diritto a un medico di medicina generale. I medici di famiglia però non sono dipendenti del SSN: operano in convenzione con le Asl sulla base di un Accordo Collettivo Nazionale (ACN) e di altri Accordi: quelli integrativi regionali e quelli attuativi aziendali, definiti a livello di singola Asl. Secondo la Fondazione Gimbe, “la carenza dei medici di medicina generale è un problema ormai diffuso in tutte le Regioni e affonda le radici in una programmazione inadeguata, che per anni non ha garantito il necessario ricambio generazionale rispetto ai pensionamenti attesi”. Il risultato è che sempre più cittadini non riescono a trovare un medico vicino a casa, con disagi e rischi per la salute, soprattutto per anziani e pazienti fragili.

Italia sempre più anziana

Negli ultimi quarant'anni gli Over 65 sono passati dal 12,9% del 1985 al 24,7% del 2025. Gli Over 80 sono triplicati. Le previsioni Istat indicano che nel 2035 gli Over 65 saranno il 30% della popolazione. E così sono pure aumentate le malattie croniche: nel 2024 il 77,3% degli Over 65 soffriva di almeno una patologia cronica, e oltre la metà conviveva già con più malattie. “L'invecchiamento della popolazione e l'aumento delle malattie croniche generano bisogni assistenziali molto più complessi rispetto al passato – sottolinea Cartabellotta, il presidente della Fondazione Gimbe – Di conseguenza, un massimale di 1.500 assistiti per medico di famiglia, adeguato al quadro demografico sino agli Anni '90, oggi riduce il tempo da dedicare ai pazienti, aumenta i carichi di lavoro e genera inevitabili ripercussioni su accessibilità e qualità dell'assistenza“.

Il rapporto tra medici e popolazione

L'Accordo collettivo nazionale stabilisce un massimo di 1.500 assistiti per medico, con possibilità di arrivare a 1.800 e oltre, con deroghe locali. In alcune aree, come nella Provincia autonoma di Bolzano, si può arrivare fino a 2.000. Secondo Gimbe, il rapporto ottimale tra medici e popolazione è passato da un medico di famiglia ogni 1.000 residenti a uno ogni 1.200, come confermato dal nuovo Accordo Collettivo Nazionale. Un parametro utilizzato per individuare le “zone carenti”, quelle in cui il numero di medici di famiglia è insufficiente rispetto al fabbisogno della popolazione. “Questa modifica è di fatto un espediente che sottostima la carenza di medici di famiglia sulla carta – segnala il presidente Cartabellotta – Aumentando il rapporto ottimale, infatti, cresce il numero di cittadini che devono restare senza medico affinché un territorio venga formalmente riconosciuto come “zona carente” e possa quindi essere attivato un bando“.

Pensionamenti in aumento e zero ricambio

Secondo le stime di Fimmg (la Federazione italiana dei medici di medicina generale) entro il 2028 saranno 8.180 i medici di famiglia che raggiungeranno l'età pensionabile, Le borse di studio per la formazione in medicina generale sono cresciute fino al picco del 2021, ma sono poi tornate a diminuire: nel 2025 scendono a 2.228, con un calo del 15%. Nel 2025 i partecipanti al concorso nazionale sono stati più dei posti disponibili, ma in alcune Regioni – come Bolzano, Valle d'Aosta, Marche, Trento e Piemonte – è più marcata la mancata presentazione di candidati in rapporto ai posti disponibili. Un segnale del calo di attrattività della professione e delle difficoltà territoriali più acute.

Mancano oltre 5.700 medici

Le stime della Fondazione Gimbe documentano una progressiva riduzione dei medici di famiglia in tutte le Regioni, tranne nella Provincia autonoma di Bolzano. Tra il 2019 e il 2024 i medici di famiglia sono diminuiti del 14,1%. Al 1° gennaio 2025 ogni medico ha in carico in media 1.383 assistiti, con forti differenze regionali: dai 1.153 del Molise ai 1.533 della Lombardia.
Per garantire prossimità e libera scelta il rapporto ottimale dovrebbe essere di 1 medico ogni 1.200 assistiti. Con questo parametro, la carenza stimata è di 5.716 medici, distribuiti in 18 Regioni. Le situazioni più critiche riguardano quasi tutte le grandi Regioni. Anche ipotizzando che tutti i medici vadano in pensione a 70 anni e che tutte le borse vengano assegnate, i nuovi ingressi non copriranno né i pensionamenti né le carenze attuali. Il gap stimato supera i 2.700 medici di famiglia. Dice Cartabellotta: “Da un lato sempre più medici di famiglia scelgono di ritirarsi prima dei 70 anni, dall'altro il numero di medici che completa il percorso formativo è inferiore alle borse finanziate: non tutte vengono assegnate e almeno il 20% degli iscritti abbandona il percorso formativo”.

Alla crisi della medicina generale bisognerebbe rispondere con una riforma organica, capace di rendere la professione più attrattiva – continua Nino Cartabellotta – Il dibattito politico negli ultimi anni si è sempre avvitato senza risultati sulla trasformazione del rapporto di lavoro del medico di famiglia. Oggi il quadro normativo si sta sviluppando su direttrici non sempre convergenti e troppo generiche. Secondo il presidente, la vera priorità oggi è ripensare il ruolo del medico di famiglia: dalla formazione all'organizzazione del lavoro, fino all'integrazione con l'intera rete dei servizi territoriali e ospedalieri.

L'Italia forma infermieri, ma è l'Europa a reclutarli

di Lucia Abbatantuono *

…e lo fa sempre prima e sempre più in fretta. Secondo l'inchiesta di Nursing Up, molti Paese non aspettano più che i nostri infermieri si laureino, ma intercettano gli studenti di infermieristica direttamente nelle università, trasformando la formazione italiana in un bacino di reclutamento anticipato.

Un meccanismo che sposta all'estero il valore creato nel nostro Paese: le università formano, il Servizio sanitario nazionale investe, ma sono gli ospedali stranieri a raccogliere i professionisti già pronti. Una dinamica sempre più evidente nel panorama sanitario internazionale. Come denuncia Antonio De Palma, presidente di Nursing Up:

“Siamo il bancomat formativo d'Europa: noi paghiamo i conti, gli altri incassano i professionisti”

Il dato economico (o meglio, il danno economico) è impressionante. Formare un infermiere costa allo Stato circa 30mila euro. Se ogni anno circa 6-7mila professionisti lasciano il Paese, il “regalo” italiano all'estero supera i 200 milioni di euro annui in capitale umano.

Il tutto avviene in un contesto già fragile: l'Italia soffre una carenza stimata di circa 175mila infermieri, con un rapporto tra professionisti e popolazione tra i più bassi d'Europa. E non è solo un problema di numeri. Il gap è anche economico e di attrattività: gli stipendi italiani risultano tra i più bassi nell'area Ocse, inferiori di oltre 9mila dollari rispetto alla media.

L'inchiesta evidenzia programmi di reclutamento sempre più aggressivi, rivolti direttamente agli studenti universitari. In Germania, ad esempio, programmi come Germitalia propongono agli studenti vitto, alloggio e corsi di lingua già durante il percorso formativo, con stipendi iniziali tra i 2.400 e i 2.600 euro lordi che, dopo il riconoscimento del titolo, possono salire fino a 3.300-3.800 euro e superare i 4.000 euro con le indennità.

In Norvegia le offerte arrivano a circa 3.500 euro netti mensili, accompagnate da un welfare completo che copre casa, bollette e perfino i voli. Ancora più elevati i compensi in Svizzera, dove nelle aree di Zurigo e Basilea si raggiungono i 5.000-6.500 franchi al mese, equivalenti fino a circa 6.700 euro.

Il confronto con l'Italia è impari e impietoso: qui un infermiere guadagna mediamente tra i 1.500 e i 1.700 euro al mese e deve sostenere autonomamente le spese abitative, rendendo il divario economico e di condizioni sempre più difficile da colmare.

Alla base dell'esodo però non c'è solo la questione economica. Secondo diverse analisi, tra cui quelle della Fondazione Gimbe, pesano anche:

  • carichi di lavoro elevati
  • carenza cronica di personale
  • scarse prospettive di carriera

Questi fattori rendono la professione sempre meno attrattiva per i giovani, e cresce il numero di dimissioni e trasferimenti all'estero. Il fenomeno si inserisce nel contesto di una crisi ancora più ampia: tutta l'Europa soffre una vasta carenza di infermieri, ma i Paesi più forti riescono a colmare il gap attingendo proprio da realtà come quella italiana.

Il sistema sanitario nazionale si trova così davanti a un paradosso: mentre l'Italia forma professionisti che emigrano, è costretta a cercare all'estero altro personale per coprire i vuoti. Molte regioni hanno già avviato programmi di reclutamento in Paesi extra-Ue, dall'America Latina all'Asia centrale, pur di tamponare l'emergenza.
In Lombardia sono stati avviati progetti per l'arrivo di circa 3.000 infermieri uzbeki e, in passato, iniziative come il progetto Magellano hanno portato all'inserimento di operatori sudamericani dopo appena quattro settimane di corso di lingua italiana. Parallelamente, regioni come Lazio, Veneto, Calabria e Puglia hanno organizzato missioni di reclutamento in Paesi come Cile, Perù e Cuba, con l'obiettivo di colmare le carenze strutturali attraverso professionisti formati fuori dall'Unione europea.

Una strategia che non risolve affatto il problema strutturale, ma lo aggrava. Le conseguenze potrebbero essere profonde: incideranno direttamente sulla qualità dell'assistenza e sulla tenuta del sistema pubblico. Già oggi l'Italia conta meno infermieri per abitante rispetto alla media europea, e il gap rischia di ampliarsi ulteriormente nei prossimi anni. Il rischio è quello di un progressivo “dissanguamento” del Servizio sanitario nazionale, incapace di trattenere le proprie competenze. Come ricorda De Palma:

“Non servono toppe straniere ma politiche serie per valorizzare chi già abbiamo”.

Lucia Abbatantuono - Vice Direttrice. Giornalista pubblicista. Laurea cum laude in Scienze Politiche Economico/Internazionali. Master ISSMI - Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze. Stagista UNESCO e ricercatrice per i Ministeri dell'Interno e della Difesa. Analista al Centro Alti Studi per la Difesa. Esperta di politica militare e diritto internazionale. Funzionario della Pubblica Amministrazione. Appassionata di letteratura e musica classica, è pianista per diletto. Ha pubblicato un romanzo e alcune antologie poetiche. Autrice per L'Avanti! di Mauro Del Bue fino al 2023, oggi scrive anche per Stampa Parlamento, Corriere Nazionale, Mondoperaio, Il Chaos e L'Autiere. Moderatrice e relatrice in dibattiti accademici sul diritto internazionale. Socia del Club di Cultura Classica e dell'Associazione Socialista Liberale. Aderente a Reporters sans frontières e al Movimento Federalista Europeo.

Enrico Gnocchi – Coordi

natore del Movimento per la riqualificazione dell'ospedale di Cremona

trasmettiamo in allegato una breve nota relativa alla recente presentazione di un esposto alla Corte dei Conti e all'ANAC da parte di alcuni consiglieri comunali in merito alla gestione del servizio rifiuti del Comune di Cremona. Alleghiamo  anche la lettera inviata qualche giorno fa ad ogni consigliere firmatario dell'esposto.

Riteniamo si tratti di un'iniziativa importante, perché richiama un principio fondamentale dell'azione amministrativa: le scelte pubbliche che comportano un rilevante impiego di risorse devono essere supportate da valutazioni economiche e comparative documentate.

Proprio per questo motivo, abbiamo ritenuto doveroso porre la medesima questione anche in relazione all'opera pubblica economicamente più rilevante nella storia della città, cioè il nuovo ospedale di Cremona, per il quale ad oggi non risulta resa pubblica una valutazione comparativa tecnico-economica completa tra la costruzione ex novo e la riqualificazione dell'ospedale esistente.

Trasmettiamo in allegato:

  1. una breve nota sul tema;
  2. la lettera inviata ai consiglieri comunali firmatari dell'esposto relativo al servizio rifiuti, con la quale chiediamo che lo stesso principio di verifica della convenienza economica e di valutazione comparativa venga applicato anche alla decisione relativa al nuovo ospedale.

Il tema non riguarda l'essere favorevoli o contrari al nuovo ospedale, ma la necessità che una decisione di tale impatto economico sia supportata da un'istruttoria comparativa completa e trasparente, nell'interesse della collettività e della corretta gestione delle risorse pubbliche.

In questi giorni abbiamo appreso che alcuni consiglieri comunali di Cremona hanno presentato un esposto alla Corte dei Conti e all'ANAC in merito alla gestione del servizio rifiuti, segnalando, tra i punti principali, la mancata rivalutazione della convenienza economica del servizio e l'assenza di procedure comparative. Si tratta di un'iniziativa importante, che richiama un principio fondamentale dell'amministrazione pubblica: quando si gestiscono risorse pubbliche, soprattutto per importi rilevanti, è necessario dimostrare con atti e istruttorie che la scelta adottata sia la più conveniente dal punto di vista economico e funzionale. 

Proprio per questo motivo riteniamo che lo stesso identico principio debba valere anche per la decisione più importante e più costosa mai affrontata dalla città di Cremona: la costruzione del nuovo ospedale. Ad oggi, infatti, non risulta sia stata resa pubblica una valutazione comparativa tecnico-economica completa tra le due alternative principali:?– costruire un nuovo ospedale;?– riqualificare e ristrutturare l'ospedale esistente. 

Il punto non è essere favorevoli o contrari al nuovo ospedale. Il punto è un altro: prima di impegnare oltre 600 milioni di euro di risorse pubbliche, è stata dimostrata in modo oggettivo e documentato la convenienza economica della scelta fatta rispetto alle alternative possibili? È esattamente lo stesso principio che i consiglieri comunali hanno giustamente richiamato nel caso del servizio rifiuti: la necessità di verificare nel tempo la convenienza economica delle scelte amministrative e l'eventuale opportunità di procedure comparative. 

Per questo motivo abbiamo inviato una lettera ai consiglieri firmatari dell'esposto relativo al servizio rifiuti chiedendo che lo stesso principio di verifica della convenienza economica e di valutazione comparativa venga applicato anche alla decisione relativa al nuovo ospedale, trattandosi di un investimento pubblico di dimensioni enormemente superiori. Riteniamo che su decisioni di questa portata si debba discutere sulla base di dati, analisi economiche e confronti tra alternative, nell'interesse della collettività e della corretta gestione delle risorse pubbliche. 

Gentili Consiglieri Alessandro Portesani, Mario Beltrami, Andrea Carassai, Marco Olzi, Chiara Capelletti, Luca Fedeli, Matteo Carotti, Carlalberto Ghidotti, Rosaria Compagnone, abbiamo appreso con interesse della Vostra iniziativa di presentare un esposto alla Corte dei Conti e all'Autorità Nazionale Anticorruzione in merito all'affidamento del servizio di igiene urbana del Comune di Cremona, con particolare riferimento alla necessità di verificare nel tempo la convenienza economica del servizio e l'eventuale opportunità di procedure comparative o concorrenziali. Si tratta di un'iniziativa che riteniamo importante e coerente con i principi di buon andamento, economicità ed efficienza dell'azione amministrativa e di tutela delle risorse pubbliche.

Proprio per questo motivo riteniamo doveroso segnalarVi che un'analoga questione si pone oggi, in modo ancora più rilevante sotto il profilo economico-finanziario, in relazione alla decisione di procedere alla costruzione del nuovo ospedale di Cremona, intervento il cui costo complessivo previsto supera i 600 milioni di euro di risorse pubbliche. In particolare, allo stato attuale, non risulta sia stata svolta e resa pubblica una valutazione comparativa tecnico-economica completa e documentata tra le due principali alternative possibili: – costruzione di un nuovo ospedale;
– riqualificazione e ristrutturazione dell'attuale ospedale.

Si ricorda inoltre che la medesima questione era già stata formalmente sottoposta all'attenzione di tutti i Consiglieri comunali con nostra comunicazione del 26 febbraio 2026, nella quale si evidenziava la necessità di procedere ad una valutazione comparativa tecnico-economica tra le alternative progettuali, in relazione all'entità delle risorse pubbliche coinvolte. Alla luce di quanto sopra, riteniamo che sussistano oggi i presupposti affinché tale tema possa essere oggetto di un'iniziativa istituzionale di segnalazione e approfondimento presso gli organi competenti, nell'ambito delle Vostre funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo.

Il tema, pertanto, non riguarda la scelta in sé, ma la necessità che tale scelta sia supportata da un'istruttoria comparativa oggettiva e documentata, idonea a dimostrare in modo trasparente la convenienza economica e funzionale della soluzione adottata rispetto alle alternative praticabili, soprattutto alla luce del rilevantissimo impiego di risorse pubbliche. Si segnala inoltre che la medesima questione è stata già sottoposta dal nostro Movimento all'attenzione della Sezione regionale di Controllo della Corte dei Conti della Lombardia, nell'ambito delle funzioni di controllo collaborativo sulla corretta gestione delle risorse pubbliche. Riteniamo tuttavia che un'eventuale iniziativa assunta anche da Consiglieri comunali, nell'esercizio delle loro funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo, possa rafforzare ulteriormente l'attenzione istituzionale su un tema di così rilevante impatto economico per la città. Al fine di agevolare eventuali valutazioni in merito, alleghiamo inoltre una possibile traccia di esposto, redatta in forma tecnica, impostata secondo criteri analoghi a quelli utilizzati in casi amministrativi simili.

Egregio direttore spero voglia dare spazio a questa riflessione su un argomento d'attualità sul quale poco si sente la voce dei cittadini. Grazie per l'attenzione – Tiziano Chiesa

NUOVO OSPEDALE: Il “mago” SILVAN arriva a Cremona! fa sparire il progetto ORIGINALE e fa apparire quello MODIFICATO cioè la REALTÀ!

Stravolgere la realtà per confondere la idee e' una tecnica che ultimamente viene molto utilizzata. Per Cremona ci pensa l'archistar Cucinella, progettista del NUOVO OSPEDALE, con una intervista rilasciata a RAI 3 e ampiamente evidenziata dal quotidiano locale La Provincia.

L'interessato dice belle cose in merito al progetto ed alla filosofia che lo sostiene....ma le immagini e le narrazioni diffuse richiamano elementi che non sono più presenti nel progetto che infatti è stato MODIFICATO

Per fortuna ci pensa il mago SILVAN a far apparire il NUOVO progetto modificato...cioè la REALTÀ... e cosa scopriamo?

Il LAGO CENTRALE: Sparito!

Al suo posto una vasca tecnica che si riempie solo con forti piogge e che una volta svuotata può lasciare ristagni, fanghiglia, zanzare e potenziali criticità igieniche. Come si fa a chiamarla OASI?

IL PARCO APERTO A TUTTI:  si occuperà di sicurezza e degli alti costi di manutenzione? Il Comune ha già detto di NO

IL MONOBLOCCO: Meno piani (da 9 a 7 piani sanitari)

150 posti letto in meno

Giardini pensili? scomparsi

Struttura “in legno”? In realtà è ibrida, anche in acciaio

COSTI LIEVITATI:

oltre 600 milioni (per ora) contro i 280 milioni sbandierati all'inizio

PARCO DELLA SALUTE:

Per realizzarlo verranno abbattuti oltre 400 alberi, molti con più di 50 anni!!Le nuove piante verranno  piantumate tra10 ÷ 15 anni e serviranno almeno 30-40 anni per raggiungere una copertura paragonabile a quella abbattuta. Gli alberi rigogliosi dei rendering? I cremonesi potranno vederli, nella migliore delle ipotesi, intorno al 2070

Le immagini che continuamente vengono mostrate rappresentano un futuro ideale... ma non quello reale!!! La realtà è molto diversa.

I cittadini hanno il diritto di sapere:

• cosa verrà costruito davvero

• quali saranno i costi (economici e ambientali)

• chi gestirà tutto nel tempo.

• L'alternativa a tutto questo esiste e si chiama RIQUALIFICAZIONE! si può fare risparmiando parecchi milioni di euro ed ottenendo risultati

MIGLIORATIVI E CONTINUI

• il parco della salute esiste già! Lo dimostrano i 400 alberi esistenti che possono essere ulteriormente incrementanti riconvertendo il parcheggio interno dipendenti e i 2 parcheggi esterni. Creando un'area verde di 75.000mq ( 5 volte i giardini di piazza Roma )

La trasparenza non è un'opzione. È un dovere! Pierluigi Alquati

NEL FRATTEMPO …LORO SE LA SUONANO E SE LA CANTANO: IL PROGETTO CUCINELLA PRESENTATO IN RAI

 (a dimostrazione della pervicace campagna di sviamento dei fatti, accompagnata dall'evidente non disinteresse dell'archi-star di non passare inosservato, ma di raccogliere –ancor prima dei fatti concreti – il trickledown mediatico).

A farla breve (anche perché l'” ideona” dell'usa e getta l'esistente e costruisci tutto nuovo viene costantemente, seriamene, convintamente controdedotta dal Movimento) riporteremo che Cucinella ha sostenuto che “Il nuovo ospedale di Cremona come modello di sanità del futuro: un luogo dove architettura, ambiente e benessere si intrecciano. Al centro dell'idea progettuale c'è il rapporto con la natura. L'ospedale sorgerà immerso in un grande parco, aperto alla città, diventando non solo luogo di cura ma spazio vissuto quotidianamente dai cittadini. La vista del verde è già una forma di terapia, sottolinea l'architetto, spiegando come il contatto con l'ambiente contribuisca al benessere psicofisico di pazienti e personale sanitario…Accanto al verde, anche la sostenibilità dei materiali e delle soluzioni costruttive gioca un ruolo chiave: edifici pensati per ridurre l'impatto ambientale, migliorare il microclima e garantire efficienza energetica.”

A confutare tutto ciò c'è la campagna di cittadinanza attiva del Movimento che in quattro anni ha sviluppato un'eccezionale impegno di confutazione radicale, raccogliendo oltre seimila firme di liberi cittadini. Mobilitazione e firme che i “poteri” (se è vero che al Consiglio Comunale la cosa non fa né caldo né freddo) sono ipnotizzati dal “nuovismo” progettuale.

Ad abundantiam (anche se correremo il rischio di essere delegittimati come portatori di luddismo e di pervicace conservatorismo) ribadiamo che ci dovrebbero essere ben altri argomenti per convincere della bontà di un progetto che demolisce una struttura costruita mezzo secolo, che produce una immane distruzione di edificato, che altera l'ambiente (in quel quadrante cittadino già significativamente infragilito).

Sul punto, il Geometra Giorgio Mantovani che in questi anni ha fornito un supporto tecnico formidabile, proprio oggi ci fa sapere che per l'Ospedale M2 100.000 su sette piani - altezza media 4m. interpiano - la demolizione produce circa 120.000 metri cubi di macerie - pari a circa 1.200.000 quintali di rifiuti (120.000 tonnellate. Per un costo, compreso rifiuti speciali, distanza discarica ecc. di circa Euro 3.600.000 –.

  1. Ciao Enrico, Ho letto con interesse Eco Welfare/53 pubblicato su Eco del popolo è un editing approfondito e con confronti politici e civili. La mia riflessione è la stessa dei precedenti Eco Welfare, la tua informazione è sempre precisa e trasparente ma dall' amministrazione pubblica non ci sono risposte adeguate. È più giusto e meno oneroso riqualificare il vecchio ospedale o farne uno nuovo? I cittadini hanno bisogno di cure oggi e il SNS a Cremona non funziona: mancano medici, infermieri, apparecchiature all' avanguardia e la struttura stressa dell'ospedale va ammodernata e portata a norma delle leggi vigenti. Penso che se non si cominceranno presto i lavori di ristrutturazione dell'ospedale attuale i cremonesi saranno costretti ad emigrare in altri ospedali pubblici già oberati anch'essi di plus liste d' attesa bibliche. Se non si trova presto una soluzione temo disagi enormi e caos per la cittadinanza. C.L. Vicenza
  1. Ciao Enrico! Sei sul pezzo....non mollare. Noi a Piacenza abbiamo un assessore regionale che in carenza di finanziamenti cerca di giustificare la riduzione di alcuni servizi senza minimamente accennare ai costi per un ospedale nuovo. Questo articolo 5 di Bassanini è stato un disastro. Franco Benaglia

CHIOSA EDITORIALE

Abbiano, i lettori (specie se “simpatizzanti”) comprensione nei confronti dell'intelaiatura di questa chiosa, che per la complessità e le dimensioni di questo underground, arrischia di diventare (more solito) uno zibaldone un po' disarticolato.

Ma non abbiamo alternative, procederemo per tronconi tematici. Con un incipit introiettato: Come scrive su Corsera Giuseppe Lauria Pinter, "nel nostro Paese la gestione della salute è delegata a 20 sistemi regionali (anzi a 19 sistemi regionali più due province autonome) diversi che ormai si identificano nel loro modello da difendere.

Una ricaduta di questo ex SSN è rappresentata da fenomeni imbarazzanti. Trasferte sanitar ie, ricoveri e visite "oltreconfine" di 135000 pazienti che approdano in Lombardia. In omaggio alla libertà di accesso incardinata nelle prerogative del SSN. Con beneficio delle casse della sanità privata, che, ovviamente, deve stornare, per far posto ai trasmigranti compatrioti (di Regioni storicamente interessate ad una offerta parassitaria ed avulse almeno a tentativi di eccellenza), devono praticare (oltretutto in contesti di irreversibile perduranza di code e tempi d'attesa biblici) il "fatti più in là" alla domanda di cura proveniente dall'inesaudita domanda del bacino dei nativi. Su cui ricadono, come osserva su Corsera la sempre puntuale Sara Bettoni  i lacerti sia pure marginali di impostazioni (com'è il Welfare lombardo) in cui si cerca (con risultati molto insoddisfacenti e non solo a causa della prelazione  privata e la spending review) di "tamponare". Negando l'evidenza e, soprattutto, ponendone  l'indotto a carico delle fasce “fragili”(per patologia ed età) conducendo una strategia comunicativa (con riflessi anche operativi) impostata sull'aspettativa disperata di travisare la realtà. Il maggior specchietto per le allodole è rappresentato dall'ossessivo nuovismo strutturale del comparto ospedaliero. Su cui, per non appannare i luccicori del mirabolismo, si fa dissolvenza sia sull'inesistenza od inadeguatezza delle risorse finanziaria sia, come da tempo denunciano virtuosamente i movimenti di mobilitazioni dal basso, sulla "rottamazione" dell'esistente strutturale nonché su ulteriori alterazioni ambientali. Per quanto consapevoli della marginalità non ci sottraiamo alla segnalazione, sempre in materia di code bibliche per i cittadini lombardi ma di porte aperte alla domanda extra regionale, di due circostanze aggravanti. La prima riguarda la difficile esigibilità delle poste della Tariffa unica di compensazione per le prestazioni oltreconfinarie (con il risultato che si alimentano le "code" degli autoctoni e non si incassano interamente le tariffe). La seconda attiene ad una circostanza, apparentemente marginale ma percepibile come concausa dello sprofondo prestazionale: ai lombardi si applica, per certe prestazioni ospedaliere (un tempo degenziali) la fattispecie del day hospital (dopo tanto penare di code...l'intervento...una botta e via...nanna e trattamento convalescenziale a domicilio! mentre per gli oltreconfinari, che vengono da lontano, degenza prolungata). Con ovvia ingiustizia prestazionale e danno per i nativi. Sarà pure, si ripete con piena convinzione eticomorale e spirituale (per la quale amore, beneficenza, compassione, pietà, altruismo non devono far girare la testa dall'altra parte), ma, di fronte ad un contesto generale inadempiente e penalizzante soprattutto "gli ultimi", queste incongruenze collocate un po' tra il lusco e il brusco ordinamentale appaiano molto il limite della sostenibilità sistemica e dell'accettabilità civile. Che quando viene messa a prova dalla inadeguatezza gestionale e dalla strafottenza dei travisamenti mediatico comunicativi può (anche in considerazione della totale assenza dell'azione, come fu in passato, di corpi sociali intermedi (come si chiamano elegantemente adesso) non si può escludere (diononvoglia!) l'emergere qua e là di cani sciolti emuli del "siamo tutti Luigi". Già, di fronte all'evidenza di questa ciclopica ingiustizia che colpisce (ovviamente insieme ad altro) diritti fondamentali come la cura della salute, dove sono finiti la sinistra politica, sociale, civile, i segmenti dedicati (come il Tribunale del Malato, sentinella e monito nei confronti della malasanità)? Già si occupano di Propal, di Referendum, di disarmo...

Permane una lodevole e vasta mobilitazione popolare di volontariato, grazie al quale il Welfare o come dir si voglia il sociosanitario ospedaliero non è ancora totalmente collassato. Anche se siamo molto vicini. Mentre (ripetiamo ad nauseam, le maggiori sollecitudini del modello politico-istituzionale e l'establishment operativi impegnati nella sanità sono attratte dalla priorità dialettica del "chi ha colpa" e della ossessiva pratica mediatica di travisamento. Con cui cinicamente la classe dirigente tenta di sviare, oltre che la realtà, anche il redde rationem di almeno un tentativo di resilienza. L'orribile circostanza della morte del (si fa per dire) "trapiantato" bimbo Domenico fa giustizia sia (purtroppo) della tenuta del modello della riforma del SSN (colpita ed affondata, nel caso ce ne fosse stato ancor di più bisogno, dalle conseguenze della revisione del Titolo V della Carta), dice inequivocabilmente dello sprofondo. Soprattutto, in un aggregato sistemico composto da filiera idealistica ed applicazione nella realtà comunitaria. Il cosiddetto ascensore sociale applicato alla dignità di cittadinanza che si esprime nella cura della salute e diun minimo di autosufficienza funziona solo dal piano terreno ai piani C. Nonostante che l'establishment (in tutte le sue configurazioni istituzionali ed operative) prediliga esprimersi sul tasto della comunicazione mediatica autoreferenziale. Gli uffici stampa (come si diceva un tempo) sproporzionati come estensione organica e, si presume, dispendio delle risorse, costituiscono la dorsale principale delle sollecitudine di questo ceto dirigente. Che non si fa scrupolo di praticare un branding comportamentale ispirato in over dose dalla cinica ossessione di mimetizzare con le balle sulla realtà e mettere sotto i proiettori le "eccellenze" della sanità. Deducendo, si ripete, cinicamente le opportunità dalla tragicità di alcuni accadimenti di forte impatto. Ci riferiamo al rientro in patria e nei piani altissimi (inaccessibili ai comuni, e il caso di dirlo, mortali indigeni) della giurisdizione Ssn dei rampolli con secondo e dorato domicilio esclusivo, malcapitati ahinoi. Ma ci riferiamo a forme di accoglienze da frontiere aperte ai malcapitati fratelli (ed accompagnatori) di tragici contesti. Per i quali le nostre braccia devono essere aperte. Ma, anche pensando agli altrettanti malcapitati cittadini che (neanche nelle festività per ecvellenza) si muovono di casa, hanno condotto una vita all'insegna della rettitudine e dell'operosità e avrebbero il sacrosanto diritto ad accedere ad un welfare che se anche non fosse più quello immaginato da lord Beveredge ed attuato nel 1945 dal premier (laburista) Attle.

ULTIMOMA NON ULTIMA LO SPUNTO DEL BELLISSIMO EDITORIALE L'Italia forma infermieri, ma è l'Europa a reclutarli di Lucia Abbatantuono.

Su cui crediamo di dover fare (in ovvio appoggio alla bravissima editorialista de La Giustizia, facente capo al Movimento Liberalsocialista) la seguente riflessione.

Brava, Lucia! Anche per il pezzo sugli operatori del Ssn. Noi li formiamo (praticamente a carico della spesa pubblica). Poi, con una irresponsabile politica di pauperismo retributivo li esodiamo. A voler essere obiettivi, c'è anche una giustificata aspettativa di migliore qualità del ritorno. In un modello liberale e soprattutto di frontiere aperte, non si può certamente pensare ad una chiusura autarchica. Bel busillis! Su cui da tempo mi arrovello. Certamente non possiamo continuare questa filiera suicidaria: formiamo (a nostre spese) eccellenti laureati che vanno a praticare oltre frontiera; abbiamo drammatici buchi di organico che sono concausa di malasanità; fronteggiamo in parte rivolgendoci al privato (ovviamente lasciando la polpa e riservando le frattaglie al pubblico) ed in parte tentando di colmare con flussi migratori da paesi che (con tutto il rispetto) sono da ogni punto di vista quinto, sesto mondo. C'è un problema generale di reputazione di sistema-paese. Da sempre, anche se con un delta in calando con altri paesi rinomati (come dimostra l'affaire Crans Montana, dove tra l'altro hanno casa i "rampolli" salvo farsi rimpatriare al Niguarda), le nuove leve acculturate e attrezzate ambiscono per le ragioni anzidette a "sacrificarsi" oltre frontiera. Non essendo Cuba, sono impossibili manovre "protezionistiche". Ma sia perché la Tua analisi è fattualmente vera sia perché abbiamo da tempo superato il non ritorno, è giunto il tempo per dismettere una neghittosità intollerabile. Ergo: a) macchina indietro per il processo di privatizzazione b) temperamento di una spending review limitata solo al parassitismo c) migliori contratti economico-normativi con benefits (come da modello Olivettiano). Eppoi (anche col rischio di essere fraintesi) un intervento chirurgico sulla gratuità o para gratuità degli studi universitari. Se non ricordo male, nel sistema universitario Usa era previsto un "patto" che prevedeva, in certe condizioni, la gratuità delle tasse restituite ad iniziare dall'attività professionale. Non so se oltreatlantico è ancora così. Da noi si potrebbe azzardare che i portatori di borse di studio esentati e gli studenti a tariffa normale, restituiscono i benefici di un sistema formativo di eccellenza e di una imposizione molto fuori mercato, nel caso non esercitassero in Patria. Mi rendo conto della problematicità delle contromosse ad uno stato di cose quasi drammatico. Ma da qualche parte si deve cominciare. Quel che Tu denunci (con rara professionalità rispetto ad un generalizzato approccio omissivo) è una cosa da becchi e bastonati. Non mi resta che elogiare il Tuo bello e costante contributo giornalistico sulla sanità negata (perché controriformata) e quello del Movimento. Bravi!!! (e.v.)

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