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ECO-Storia dell’80mo della Repubblica e del Lavoro

  11/10/2026

Di Redazione

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L'ECO della storia all'insegna dell'80mo della Repubblica e del Lavoro

l'80mo …già…ci sa tanto che la sua rivisitazione, che, per il rango storico avrebbe dovuto impegnare più convinzione, più spirito universale, più sentiment civico-morale, si stia andando esaurendo (anzi si sia del tutto esaurita). Peccato…avrebbe fatto tanto bene un convinto e fecondo percorso di rilettura e ritualizzazione delle basi fondanti (in un contesta in cui, senza voler minimamente gufare, la “quotidianità” sembra volersi ben estraniare da quel virtuoso ciclo costitutivo.

Nel senso più ampio ordinamentale, ma anche per le contiguità relative all'impianto della vita politica e sociale in senso generale.

Simmetricamente alla Repubblica nasceva, infatti, 80 anni fa la struttura partecipativa che avrebbe da intelaiatura e impianto al modello liberaldemocratico e alle dinamiche sociali. Ci riferiamo qui stricto sensu alla rivitalizzazione del movimento dei lavoratori.  Due anni prima col Patto di Roma, l'accordo storico firmato il 9 giugno 1944 (ma datato simbolicamente 3 giugno 1944) si sanciva la rinascita del sindacato libero in Italia e la fondazione della CGIL unitaria (Confederazione Generale Italiana del Lavoro).

Nei giorni scorsi la CGIL ha celebrato a Milano il proprio 120mo della nascita. Negli ultimi giorni la CISL Lombarda ha voluto, molto emblematicamente ricorda col 90mo della nascita a Castelleone di uno dei suoi più prestigiosi leaders, Pierre Carniti, che ivi nacque e da lì spiccò un volo di prestigio e di servizio alla causa del lavoro.

Dedichiamo questo editing (arricchito dagli estratti del quotidiano socialista liberale on line La Giustizia e dal sito della CISL Lombarda) all'esortazione a recuperare un sentiment propenso, più che ad una celebrazione, ad una rievocazione di profilo storico degli avvenimenti sociali che con la Repubblica allestirono un vasto movimento di impegno sociale, capace di rafforzare il modello liberaldemocratico.

CGIL tra errori storici e crisi del sindacato

di Alessandro Palumbo

Le celebrazioni dei 120 anni dalla fondazione della CGIL sono l'occasione per fare chiarezza della storia sindacale e per tentare di capire prospettive e ruoli dei sindacati nel prossimo futuro.
La cornice della Scala e la presenza del Presidente della Repubblica hanno nobilitato l'anniversario.
Il segretario generale della CGIL Landini ha tenuto un discorso che ha sottolineato una continuità, in realtà mai esistita, rivendicando un ruolo politico del sindacato.
La indubbia capacità di Landini di cavalcare ogni protesta e di porsi come interlocutore politico ci fa dimenticare la complessità della storia sindacale e soprattutto la crisi strisciante che il sindacato vive.
La storia della CGIL come oggi la conosciamo è difficilmente connessa in maniera lineare con la fondazione nel 1906 della CGdL, non è solo una questione semantica. La CGdL nasce riunificando gli spezzoni sindacali delle singole realtà economiche, all'inizio rappresenta 250.000 iscritti per crescere rapidamente sino a 2 milioni, la sua impronta è riformista, il suo fondatore e primo segretario Rinaldo Rigola è un socialista riformista che aderirà al PSU di Matteotti e Turati, la sua battaglia principale riguarda le otto ore di lavoro, non la rivoluzione.
Sarà il biennio rosso 1920/22 che darà al sindacato una impronta più rivoluzionaria.
Le vicende sindacali e personali di Rigola divergeranno radicalmente. La storia sindacale segue le vicende della democrazia italiana con il fascismo, sarà sciolta nel 1927, per rinascere nel 1944 con il patto di Roma tra sindacalisti cattolici, (Grandi), Comunisti, ( Di Vittorio) e socialisti, (Canevari).
Il suo promotore il socialista riformista Bruno Buozzi fu fucilato dai nazisti in fuga appena 6 giorni prima della firma.
Il nome cambia, sparisce la d e si inserisce la i di italiana, non è un cambio solo di vocale e consonante, fu imposto dalla componente cattolica per evidenziare il suo carattere di indipendenza dai partiti.
Non una rottura, ma un cambio di impostazione rispetto alla vecchia sigla.
Ma non sarà cosi, perché appena nel 1948, dopo l'attentato a Togliatti e lo sciopero generale proclamato, i sindacalisti cattolici uscirono per fondare quella che poi sarebbe diventata la CISL, appena due anni dopo uscirono anche i sindacalisti socialdemocratici e repubblicani per fondare quella che dopo qualche peripezia sarebbe diventata la UIL.
Difficile dire quindi che la attuale CGIL sia l'assoluta erede di questa storia complicata.
Il patto di Roma è il momento al quale i tre sindacati si possono richiamare per rivendicarne lo spirito.
Gli anni hanno visto poi un riavvicinarsi dei tre sindacati che dopo il 1968 sigleranno un patto di azione che vedrà la confederazione CGIL-CISL-UIL che durerà fino al 1994, quando il blocco della scala mobile voluto dal governo Craxi li vedrà su fronti contrapposti; CGIL da una parte e CISL e UIL dall'altra.
Questa breve sintesi delle vicende sindacali ci aiuta a capire che il panorama sindacale è più complesso della semplificazione che la ricorrenza ha proposto, e offre più politiche che a volte sono contrapposte.
In questa breve sintesi va ricordata la rivoluzione culturale di Benvenuto alla UIL che conierà lo slogan di sindacato dei cittadini per sottolineare la volontà del sindacato di voler proteggere gli interessi generali e non solo quelli delle singole categorie di lavoratori.
Ma cosa è il sindacato oggi e cosa rappresenta e quale è il suo futuro.
I numeri che possono darci un quadro sono sempre difficili da rintracciare, per una ritrosia sindacale nell'essere totalmente trasparente. I dati che riguardano la ricchezza sono delle stime che divergono sostanzialmente dal dichiarato. I bilanci sono parziali. Le stime parlano tra vantaggi diretti e indiretti di 3,5 miliardi anno, cifra tutta da verificare, l'unico dato certo sono la migliaia di beni immobili che possiedono.
La CGIL ha più di 5 milioni di iscritti ma quasi la metà sono pensionati, la CISL ha poco più di 4 milioni di iscritti con il 40% pensionati, la UIL poco più di 2 milioni ma solo meno del 30% pensionati.
Un dato che fa riflettere è che nel corso degli anni calano le percentuali degli iscritti pensionati, ma insieme calano gli iscritti complessivi. I pensionati ahimè muoiono e non vengono sostituiti.
Se analizziamo i dati per fasce di età vediamo che gli iscritti al sindacato per gli over 50 sono il 40% dei lavoratori, ma se prendiamo i giovani (under 35) sono solo il 18%-
Inoltre crescono gli iscritti ai vari sindacati autonomi che arrivano a oltre 4 milioni.
Complessivamente oltre 15 milioni di iscritti ai vari sindacati, un numero ancora rilevante anche se frammentato in realtà non omogenee.
Il dato che ci fa più riflettere è che a fronte di milioni di iscritti, migliaia di sindacalisti distaccati e un patrimonio estremamente ricco gli italiani hanno gli stipendi più bassi di tutta la UE.
Un dato che ci dice delle gravi difficoltà e anche degli errori sindacali.
Il dato riflette certamente le carenze delle forze politiche e della classe imprenditoriale, ma è indubbio che i vari sindacati hanno le loro responsabilità.
Il crollo degli iscritti tra i giovani ci dice anche il cambiamento del mondo del lavoro, i giovani non si affidano e non si fidano dei sindacati, preferiscono affidarsi alla propria capacità personale di tutela, anche perché il loro ingresso nel mondo del lavoro a volte è stato reso più difficile dalle difese corporative sindacali.
Da tempo la CGIL ha risposto a questa crisi spostando la sua azione su una linea massimalista e su temi politici, anche internazionali, cosi facendo ha ribaltato il paradigma, non è più il sindacato guida dei lavoratori, ma si limita a cavalcare i temi del momento.
I giovani vanno in piazza per la Palestina non perché li porta la CGIL, è la CGIL che porta le sue bandiere per marcare una presenza. Preferisce essere opposizione al governo piuttosto che interlocutore delle forze imprenditoriali.
La CISL ha scelto la linea di trattare comunque per portare a casa quel che si può, diventando l'interlocutore privilegiato del governo, in una logica minimalista.
La UIL dopo un periodo di vicinanza quasi subalterna alla CGIL si sta progressivamente avvicinando alla politica attendista, mentre i sindacati autonomi si muovono nelle singole categorie con logiche corporative ed estreme.
Considerato la crisi epocale che il mondo del lavoro, stretto tra IA e robotica, sta vivendo le risposte sindacali sembrano ben poca cosa e lontane anni luce dai veri temi del futuro.
Orari di lavoro, formazione, benessere nel posto di lavoro, sicurezza, equilibrio tra lavoro e vita privata, welfare allargato, sono le sfide che il mondo del lavoro deve affrontare e che il mondo sindacale dovrebbe essere pronto a porre sul tappeto in maniera anche rivoluzionaria, se occorre, rispetto a vecchie logiche.
Per questo andrebbe riscritto un nuovo patto sindacale che ritrovasse lo spirito del Patto di Roma, che voleva un sindacato autonomo e forte, e insieme recuperata la visione moderna del sindacato dei cittadini, che voleva un sindacato attento non solo agli aspetti salariali, ma a tutti gli aspetti della vita del lavoratore che è un cittadino che nella sua vita deve affrontare mille problemi.
Il sindacato deve profondamente rinnovarsi anche nei suoi quadri, ritrovare un atteggiamento pragmatico, ma non arrendevole, accettare le sfide della cogestione e della cooperazione, rinunciare a velleità politicanti.
Il sindacato rimane, in questo mondo polverizzato, uno dei pochi enti intermedi, deve assolutamente ritrovare una leadership capace di leggere il futuro e proporre soluzioni confrontandosi con imprenditori e governo.
Tornando alle celebrazioni della CGIL, Landini ci propone una visione arcaica del mondo, la sua politica sindacale è il frutto della incapacità culturale di leggere il futuro, non basta elencare i mali del mondo con una posa barricadera, rinunciando ad ogni compito anche educativo, perché questo atteggiamento non è altro che lo specchio della profonda crisi del sindacato. Un errore del genere ne Di Vittorio, ne Lama lo avrebbero commesso.

Ci è sembrato utile rivisitare localmente le dinamiche che avrebbero portato a questo risultato. Attingendo stralci dal nostro pregresso lavoro, intitolato il Socialismo di Patecchio. Buona lettura.

A Castelleone, nel giorno del 90° anniversario della nascita di Pierre Carniti, la CISL ha ricordato uno dei protagonisti più originali e innovativi della propria storia.

L'iniziativa “Pierre Carniti. Il sindacato come progetto di cambiamento”, promossa dalla FIM CISL e dalla Fondazione Pierre Carniti al Teatro Leone, è stata soprattutto un'occasione per interrogarsi sull'attualità del suo pensiero di fronte alle trasformazioni del lavoro e della società.

All'incontro hanno partecipato, tra gli altri relatori e testimoni, la Segretaria generale della CISL Daniela Fumarola, il Segretario generale della FIM CISL Ferdinando Uliano e il presidente della Fondazione Pierre Carniti Roberto Benaglia. Presente in sala anche il Segretario generale della CISL Lombardia Fabio Nava che, a margine dell'iniziativa, ha sottolineato l'attualità della lezione di Carniti.

«Cosa ci ha lasciato Carniti?»

«Carniti non ci ha lasciato le risposte per il nostro tempo. Ci ha lasciato qualcosa di forse ancora più importante: il coraggio di cercarle. Ricordarlo oggi non significa guardare con nostalgia al sindacato del passato, ma recuperare un metodo: leggere fino in fondo il proprio tempo, misurarsi con la complessità e assumersi la responsabilità di provare a cambiarlo», sottolinea Nava.

Unità e autonomia, i valori centrali

Nel suo intervento Daniela Fumarola ha richiamato due valori centrali dell'esperienza di Carniti: unità e autonomia. Unità sindacale costruita su contenuti e obiettivi comuni, senza cancellare le differenze; autonomia come libertà di giudizio e responsabilità verso le persone rappresentate.

Un richiamo che Nava raccoglie: «È una lezione molto attuale. Anche oggi abbiamo bisogno di un sindacato capace di stare insieme senza pensare necessariamente tutti allo stesso modo e di costruire convergenze concrete senza rinunciare alla propria autonomia. Perché l'unità è forte quando produce risultati per le persone, non quando nasconde le differenze».

Le grandi trasformazioni del lavoro

Una responsabilità che diventa ancora più importante davanti ai cambiamenti che attraversano il lavoro: transizione demografica, intelligenza artificiale, trasformazione dei sistemi produttivi, salari, formazione e trasmissione delle competenze.

«Sono trasformazioni troppo grandi e troppo intrecciate perché qualcuno possa pensare di governarle da solo. Per questo la proposta della CISL di un Patto della responsabilità e il percorso avviato con il Libro Verde indicano un metodo preciso: individuare alcune grandi priorità del Paese, costruire impegni verificabili e chiedere a ciascuno – istituzioni, imprese e parti sociali – di assumersi la propria parte di responsabilità».

Al centro resta il lavoro e la capacità della contrattazione di accompagnare il cambiamento, ricostruendo il rapporto tra produttività, salari e qualità dell'occupazione.

Il sindacato esiste per cambiare, non per conservarsi. «Carniti ci ricorda una cosa essenziale: il sindacato non esiste per conservare se stesso. Esiste se riesce a cambiare concretamente la condizione delle persone che rappresenta. Oggi questo significa stare dentro le trasformazioni per orientarle, facendo crescere insieme innovazione e qualità del lavoro, produttività e salari, competitività e coesione sociale».

«Forse è questa la fedeltà più autentica alla nostra storia: non ripeterla, ma avere il coraggio di fare oggi ciò che Carniti seppe fare nel suo tempo. Capire ciò che sta cambiando e provare a orientarlo, perché il cambiamento migliori concretamente la vita delle persone».

4.7 – Risorge l'organizzazione del movimento dei lavoratori

Un siffatto contrasto sociale, e politico, presupponeva logicamente una partecipazione ed un consenso, vasti e profondi.

Che non si giustificavano solo alla luce di un'adesione ideale dalle dimensioni quasi incomprensibili oggigiorno; tale partecipazione essendo figlia, peraltro, dell'anelito popolare verso il ripristino di quelle libertà individuali e di massa conculcate per un ventennio.

Bensì, essi potevano trovare esauriente spiegazione nella vasta e capillarizzata organizzazione, che costituiva la strumentazione di un così possente movimento di massa.

Per quanto il retroterra storico fosse stato reciso dal profilo repressivo del regime, che cancellò sistematicamente l'organizzazione preesistente, un filo tenue di continuità era stato mantenuto dallo spostamento all'estero dei vertici delle centrali di massa.

Certamente quel trasferimento non avrebbe potuto soddisfare la primaria esigenza di contrasto di classe in uno scenario in cui la formale e propagandistica rappresentanza del lavoro era stata virtualmente identificata, già dal 1926, dal regime nei simulacri di sindacati ed associazioni, organici al regime stesso e coerenti con la dottrina del corporativismo.

Quel riparo all'estero, tuttavia, aveva tenuto accesa una sia pur flebile prospettiva di riscatto e con essa, in qualche misura, attraverso i difficili contatti della clandestinità, costituito un riferimento per coloro che, nelle fabbriche e nelle campagne, non avevano capitolato di fronte alla dittatura, almeno idealmente.

Diversamente non si spiegherebbe la celerità con cui, al tracollo del 25 luglio, la rappresentanza sindacale antifascista tornò ad insediarsi nelle fabbriche e, con maggiori difficoltà indotte nella cascina dall'adiacenza fisica al padrone, anche nelle campagne.

Indubbiamente, quel riparo all'estero contribuì a riconsegnare al movimento di massa un gruppo dirigente, già collaudato nel conflitto sociale nella stagione pre-fascista, che, nell'esilio a contatto con le realtà più avanzate dell'Europa laica e democratica, aveva assimilato, dal punto di vista dottrinario e della tecnica dell'organizzazione del consenso e della mobilitazione, più di quanto vent'anni prima si era portato nella valigia dall'Italia.

Il cursus di Coppetti, Verzeletti, Delvaro Rossi e, sopratutto, Caporali, giunto ai vertici della CGdL a Parigi, ne ha dato prova.

Ai livelli sottostanti, centinaia di attivisti socialisti, emarginati inertizzati dall'oppressione totalitaria, avevano, specie i giovani (approdati, per impulso naturale a progredire e per conseguenza di un'accresciuta scolarizzazione), appreso, oltre che nuove tecniche produttive, anche nozioni rudimentali di politica e di sindacato; ovviamente nei limiti consentiti da pochi spiragli.

Anche nel comparto dei servizi non si erano del tutte spente le fiammelle della continuità ideale ed organizzativa del movimento dei lavoratori.

Per i molti casi, si citano emblematicamente le posizioni di Ottorino Vecchia, capostazione del “trenino Cremona-Iseo”, che pur da giovane studente aveva assaggiato i manganelli, di Augusto Bernardi, funzionario del Genio Civile a Casalmaggiore, di Comunardo Boldori. Ma potremmo dire anche delle decine di artigiani, di commercianti, di medici, di avvocati, di professionisti, che, svolgendo attività autonome o professioni liberali, poterono obiettivamente risparmiarsi l'umiliazione della “tessera” e continuare a “pensare”.

Le loro posizioni erano sicuramente note al regime e, pur non essendo politicamente operative, erano, da un lato, tollerate dalle autorità, per le loro irreprensibilità personale e professionalità, e, dall'altro, percepite dal popolo, rispetto a cui fungevano da elemento suscitatore almeno di una speranza.

Sinteticamente tale fu il retroterra di ascendenze ideali e di patrimonio organizzativo, da cui prese le mosse, già si diceva dal 25 luglio 1943, la rinascita del movimento di classe.

Una rinascita che fu tutt'uno con quella del sistema politico; in un rapporto sinergico che scandì i ritmi della preparazione dell'insurrezione armata, ma anche della difesa, nelle fabbriche e nelle campagne, dei diritti dei lavoratori, impegnati allo spasimo a sostenere lo sforzo bellico, per quanto destinato al completo fallimento.

Il movimento di classe forgiò, negli opifici e nelle cascine, l'ossatura della resistenza, uno dei maggiori meriti della quale é rappresentato dalla difesa del patrimonio strutturale e tecnico delle attività produttive.

Un dato questo misconosciuto oggi, ma già abbondantemente ed interessatamente trascurato sin dal momento in cui prese forma il conflitto sociale della ricostruzione.

Dopo questa breve premessa, necessaria ad inquadrare il processo attraverso cui si organizzarono le espressioni del mondo del lavoro e della cooperazione, aggiungeremo che esso fu significativamente plasmato dal contributo dei socialisti cremonesi; per le ragioni che, appunto,  sono già state illustrate e che approfondiremo ulteriormente.

Si sbaglierebbe a definire quel ruolo sulla base delle categorie del primato, dell'egemonia,  della leadership.

Perché il significativo ruolo dei socialisti cremonesi nella rinascita della politica e dei movimenti sociali, per quanto di riferimento e di traino, sarebbe inappropriato a tali categorie; che resteranno prerogativa, in fasi successive, di altre componenti.

Il P.S.I., dal punto di vista elettorale, sia nelle elezioni per la Costituente che in quelle precedenti e successive per il varo delle amministrazioni locali, aveva inequivocabilmente dimostrato la propria autorevolezza nella rappresentanza della sinistra.

Tanto per dare un ordine di grandezza di tale consenso, si dirà che, alla fine del 1946, 60 dei 110 sindaci della provincia di Cremona erano socialisti.

Ma anche a livello di rappresentanza sociale tale primato si era delineato nitidamente dalla tornata di elezioni delle Commissioni Interne e dei Consigli di Gestione nel settore industriale; meno significativamente, nei Consigli di Cascina.

Si tratterà di un ruolo, figlio, però,  di un moto inerziale rispetto a ciò che il movimento socialista aveva rappresentato prima e subito dopo il fascismo, durante l'insurrezione e la battaglia referendaria, nella testimonianza laica e civile della Costituente, nell'impostazione della ricostruzione e delle prime lotte contrattuali.

Ma il clima stava cambiando, come conseguenza della divisione del mondo, operata a Yalta e destinata ad approfondirsi per effetto delle dinamiche di occupazione degli ambiti là definiti.

Una siffatta divisione non avrebbe potuto che proiettarsi celermente anche nelle realtà nazionali, in cui gli spazi di manovra politica e sociale delle espressioni, non si dice intermedie, ma non interamente omologate dalla logica manichea del “di qua o di là”, erano destinati ad assottigliarsi, almeno nei tempi brevi.

E, conseguentemente, a perdere per strada l'appeal verso le masse.

Specie considerando che a sinistra esordiva una possente macchina organizzativa del consenso e delle lotte, quale si preannunciava il PCI.

Una forza massimalista, ma soprattutto assoggettata ad una visione del socialismo dalle suggestioni rivoluzionarie, che, nata dalla scissione imposta dal Kremlino nel '21, non aveva potuto, a causa dell'avvento del fascismo, collaudare  la messa a punto della propria macchina operativa. Più di quanto avesse fatto nella versione del socialismo massimalista (soprattutto nell'occupazione delle fabbriche industriali del Nord-Italia a cavallo dei primi due decenni del secolo).

Sulla trasposizione in sede locale di tale fatto nuovo sbaglieremmo ad aggiungere anche una sola inezia a quanto fu lucidamente registrato dagli scritti di Zanoni.

La scissione di Livorno incise verticalmente nel tessuto socialista anche a Cremona.

Anche se si può trarre la sia pur superficiale impressione, secondo cui essa a Cremona non fu altro che la prosecuzione d'ufficio non eludibile di un impulso nazionale.

In qualche misura la tensione e la solidarietà antifasciste ne rimasero, in un certo qual modo, preservate; così come il senso di appartenenza alla medesima classe.

Un'impressione che sicuramente andrebbe meglio approfondita; ma che, per l'economia del ragionamento che si vuole svolgere, appare suffragata dal valore di due episodi, marginali ma non insignificanti: i ripetuti interventi di Attilio Boldori, che nella primavera del '21 difese la Giunta successiva a quella Pozzoli (1920-21) dagli attacchi fascisti, strumentalmente indirizzati a divaricare la sinistra, e l'afflato particolarmente affettuoso con cui il 12 novembre del '21 “Lotta dei Comunisti” stigmatizzò l'agguato a Gino Rossini “il nostro carissimo e valoroso compagno di fede che, dopo aver sofferto ingiustamente il carcere, fu assalito e percosso da un branco di manigoldi”.

Insomma, si intende sostenere, sia pure con esiguità di fondamenti storiografici più di quanto non possano essere rappresentati dagli episodi appena richiamati, limitati ma non irrilevanti, che il riverbero della scissione a Cremona aveva incontrovertibilmente indebolito il movimento socialista, come l'aveva indebolito quella del '12; ma non aveva intaccato, forse anche solo per carenza temporale, la solidarietà dell'appartenenza alla stessa classe sociale ed allo stesso movimento di massa.

Il tempo, purtroppo, non mancherà dopo la liberazione; ma, a quel livello, la cesura non si verificherà totalmente. Perché, come si diceva, i socialisti restaranno fedeli, malgrado la scissione del '47 e l'implicito pericolo di emarginazione o, comunque, di perdita di ruolo, a quel movimento popolare.

Ma di comune allo scenario pre-fascista, contraddistinto dal primato socialista,  era restata solo la scelta di esserne radicati.

Tutto il resto muterà.

A cominciare, come si é tentato di delineare, dalle conseguenze della verticalizzazione dello scontro sociale e politico.

Esiziale per una forza come il P.S.I., che, per quanto negli sviluppi teorici e pratici della sua azione dimostrasse asimmetrie ed incongruenze, destinate a sfociare in una tendenziale sussidiarietà rispetto alla crescente leadership comunista, tentò di non distaccarsi, almeno idealmente, dalla lezione riformista.

Gli scostamenti a quel riferimento ideale e dottrinario, numerosi e non senza conseguenze, tuttavia, ci furono e fecero capo alla necessità di fronteggiare l'alto, quasi vertiginoso, livello dello scontro imposto da un antagonista di classe, sostanzialmente primordiale.

Come era quello delle imprenditorie industriale e, soprattutto, agricola, abbarbicate, tanto per richiamarci alle cose che abbiamo scritto in materia di emergenze, alle pratiche del mercato nero, della sottrazione della produzione all'ammasso, dei licenziamenti intimidatori, del ricorso alle ritorsioni squadristiche, dell'irresponsabilità sociale.

I socialisti cremonesi avrebbero voluto, parafrasando Brecht, “la gentilezza ma non poterono essere gentili”  di fronte alla “Celere”, ai crumiri polacchi, ai fucili degli agricoltori ex fascisti, all'intransigente difesa di un ordinamento sociale, che stava cambiando in tutto il mondo.

Avevano sì i socialisti elaborato i 14 Punti di Morandi, i Consigli di Gestione, il controllo  sociale sull'economia e la programmazione economica.

E nulla di tutto ciò sarebbe andato perso in una stagione, quella dell'apertura a sinistra a cavallo degli anni cinquanta e sessanta, in cui la consapevolezza della moderazione avrebbe appunto aperto ambiti di mediazione sociale e di impostazione strategica, incompatibili con gli scenari in atto od alle viste.

Una moderazione che, a questo punto di acquisizioni storiografiche sviluppate dall'apertura degli archivi, non si sa se attribuire maggiormente alle resipiscenze endogene del potere democristiano ovvero agli indirizzi suggeriti dall'alleato atlantico.

Un alleato il quale aveva compreso, già a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta, che il brodo di coltura per il rafforzamento del comunismo internazionale era rappresentato dall'arretratezza e dalla povertà.

E che era preferibile, proprio per sconfiggere la prospettiva comunista, nella frontiera più avanzata dell'Occidente, rappresentata da Francia, Germania e Italia, imprimere una forte accelerazione alla modernizzazione economica e sociale. Ciò, tuttavia, sarebbe avvenuto dopo.

Ma, in quel quadro preesistente di scontro, la pretesa del P.S.I. di confermare il marxismo come base dottrinaria sia pure temperandolo con l'irreversibile adesione, se non proprio alla concezione liberaldemocratica occidentale, sicuramente a quella “democrazia progressiva” (su cui si era saldata la convergenza antifascista anche con le componenti moderate e cristiana) e con teorie economiche, che, per quanto aborrite dalla finanza e dall'imprenditoria, non mettevano in discussione il mercato, era la pretesa di fermare il vento con le mani.

Una linea troppo sofisticata o azzardata, quella, destinata ad infrangersi di fronte alla verticalizzazione dello scontro politico e sociale, che avrebbe aperto varchi enormi al  massimalismo, patrocinatore di qualsiasi scontento sociale e, per giunta,  beneficiario della propaganda dei miti fondativi del marx-leninismo internazionale.

E, lo si dica pure, di un flusso imponente ed inarrestabile di “fraterni aiuti” da Oltrecortina.

Su questo terreno non ci sarebbe stata partita!

E così comincerà il reflusso socialista dalle posizioni e dal ruolo di punta nel movimento di classe.

Da tali premesse andò delineandosi il quadro di complementarietà della sinistra italiana, in cui il PCI si organizzava nella società privilegiando la rappresentanza sociale, incapsulata nel rapporto con il PCUS, ed il PSI si qualificava come forza riformista ed innovativa ma con un debole insediamento nel sociale, eroso costantemente dal PCI.

Ma prima di allora, per una breve stagione, configurabile dal 1945 al 1948, i socialisti tornarono ad essere, mais seulement pour l'éspace d'un matin, quell'avanguardia del movimento di classe che erano stati prima del fascismo.

Resta da affrontare, in questa premessa, l'aspetto, si oserebbe dire, antropico di quello sforzo immane di emancipazione.

Ci riferiamo ad una constatazione facilmente rilevabile nel filo conduttore delle lotte rievocate nelle pagine precedenti, che richiesero una passione ed un'adesione totali ed incondizionate e che impegnarono la testimonianza civile e morale, le sofferenze e i sacrifici di migliaia di militanti sindacali, ma anche delle relative famiglie.

Se ci fosse anche un solo tratto di nobiltà nei controversi (sicuramente lo furono quelli in cui i socialisti annullarono nella politica “unitaria” il loro riformismo e la loro autonomia) 100 anni di storia del socialismo cremonese, esso sarebbe sicuramente rappresentato dalle motivazioni sociali di salda collocazione in quel movimento in quella stagione.

In cui, lo constateremo più analiticamente nel prosieguo, consumarono atroci errori di collocazione; che, in ogni caso, non annullano il valore di quella testimonianza.

Già molto ed autorevolmente  é stato scritto in merito; e non é qui i caso di replicare.

Ci limiteremo, dal versante socialista,  a rievocarla, in sintesi e limitatamente al segmento temporale della presente rivisitazione, attraverso la riproposizione di contributi e di approfondimenti, generalmente tratti dall'EdP ovvero da testimonianze orali.

Ma prima di procedere alla saldatura di queste premesse alla testimonianza di quanto tramandato in materia di rinascita degli organismi di rappresentanza del mondo del lavoro, sia consentita, come si diceva, una digressione di ordine umano.

A testimonianza del valore etico e morale di una militanza concepita e praticata come intreccio tra vita e passione civile.

Per agevolare la percezione della vastità del movimento, si dirà che in quegli anni la Federazione Provinciale del P.S.I. contava 29.000 iscritti; solo un po' meno dei soli iscritti alla Federterra.

Una così imponente organizzazione richiedeva, soprattutto nel sindacato, l'esistenza di una struttura dirigenziale ed organizzativa vasta e permanente.

Ma, soprattutto, richiedeva una dedizione inimmaginabile oggigiorno.

Una dedizione che veniva richiesta ai “quadri”, ma emulata anche dagli “attivisti” e, giù giù, dai militanti.

I quali, ovviamente in rapporto diverso, si sobbarcavano un carico ingente di sacrifici, che si assommavano all'impegno di lunghe ore di lavoro. E che comportavano i doveri connessi, ad esempio, al tesseramento (tessera distribuita semel in anno, ma bollini-contributo mensili), all'organizzazione delle manifestazioni, delle feste popolari, ai volantinaggi e, poiché la militanza si estendeva al sindacato ed alla cooperazione, alla replica delle iniziative nei luoghi di lavoro. A livello di preparazione delle assemblee, degli scioperi, dei picchettaggi, delle iniziative di solidarietà con i licenziati, i disdettati, gli arrestati.

Non raramente, gli attivisti ed i militanti erano impegnati anche nelle amministrazioni comunali; con tutto ciò che la condizione aggiuntiva comportava.

Questa era la politica in over dose, inoculata nell'Italia tra gli anni Quaranta e Cinquanta, dopo quattro lustri di “qui non si parla di politica”.

Un po' per compensazione ed un po' per provare sul campo le grandi intuizioni democratiche e progressiste contenute nella carta costituzionale.

E' fuori dubbio che quella stagione, in cui vaste masse furono ben consapevoli di un passato ancora presente e di un futuro che tardava a venire, dovette essere animata da una grande inclinazione a progettare il futuro, a guardare avanti, a sognare; diversamente da oggi.

Se l'Italia si é costruita nel contesto mondiale un ruolo economico ed un prestigio culturale e morale, una parte rilevante del merito va ascritto anche a quelle lotte per l'emancipazione e per il riscatto degli ultimi.

La cui condizione di ultimi non era rappresentata solo dalle rilevazioni statistiche, note successivamente e terrificanti (una casa su quattro era senza acqua corrente; due famiglie su tre erano prive di telefono, gas, energia elettrica; il 40% non mangiava mai carne; il 10% a livello nazionale era completamente analfabeta).

Ma era amplificata, oltre ai crudi elementi statistici, da una certa qual propensione, da parte dei ceti privilegiati e dalla classe dirigente, a scolpirla ed approfondirla; anche nell'intento di delegittimare l'autorevolezza delle forze che la rappresentavano socialmente, politicamente ed istituzionalmente.

A partire da un parametro che, più di altri, avrebbe dovuto costituire, anziché un elemento di delegittimazione dell'avversario, un severo monito di priorità sociale: il modesto livello di scolarizzazione dei ceti popolari.

Ma ciò che, da parte dell'avversario borghese, fu pretesto di polemica e delegittimazione (sfociante nell'ovvia esortazione a non lasciare le sorti del Paese ad un'orda di sediziosi ed ignoranti) assume, ancor oggi, il significato di riconoscimento e di esaltazione di quella dedizione.

Di quell'handicap erano ben consapevoli le migliaia di interessati, che caparbiamente perseguirono tutte le opportunità di accrescimento delle conoscenze e del sapere. Come lo erano, d'altronde, le dirigenze dei partiti, del sindacato, del movimento cooperativo, che avviarono una vasta campagna di acculturazione dei propri quadri.

Non sui banchi di scuola, proibitivi per quelle condizioni sociali ed economiche; ma sul campo dell'attività politica, dell'impegno militante nelle fabbriche e nelle campagne, dell'esercizio della funzione nei consessi elettivi.

D'altro lato, va ricordato che la consapevolezza di dover colmare il gap culturale tra le masse e la classe dirigente era ben radicata nelle riflessioni dei socialisti.

Ne costituisce episodica ma significativa prova un trafiletto, pubblicato sulla prima pagina de L'EdP n° 83 del 30 Novembre 1946, titolato “Corsi serali e festivi”:

“Il Gruppo insegnanti di Sinistra ha sollecitato le amministrazioni comunali di tutta la provincia ad aprire senza indugio corsi serali o festivi d'istruzione per i lavoratori adulti che desiderino conseguire la licenza elementare o che intendano aggiornare la loro preparazione culturale.

Tali corsi dovranno essere affidati esclusivamente a maestri disoccupati, il cui numero è purtroppo elevatissimo.

La spesa cui i Comuni andrebbero incontro é delle più modeste; inoltre i Comuni potranno fruire di un congruo contributo da parte dello Stato.

Si confida pertanto che la proposta del Gruppo insegnanti di Sinistra troverà pronto e cordiale accoglimento da parte delle amministrazioni comunali, specialmente da quelle che sono rette da nostri compagni”

Sull'argomento, qui concediamo un qualche spazio all'aneddotica, giunta oralmente sino a noi. 

Non per un'intenzione di dileggio, con cui gli avversari volevano stroncare quella volontà di emancipazione e di affermazione di una speranza, magari espressa con un armamentario linguistico claudicante (così ben fissata dalle pagine di Giovannino Gareschi e dalle pellicole dalle medesime ricavate).

Ma, al contrario, per testimoniare il valore morale di quella caparbia volontà, forse inconsapevole fino in fondo dei propri mezzi. E, magari, per sorriderne ancora un po'; come si soleva fare quando gli episodi venivano divulgati qualche ora dopo.

Un formidabile palcoscenico per tale aneddotica era fornito dalle manifestazioni popolari, in cui, oratori non sempre ineccepibili, erano chiamati, ad un tempo, a controllare una massa tumultuante, a trasmettere precisi messaggi di impostazione delle lotte, a fornire una chiave interpretativa locale delle direttive centrali.

E non sempre, occorre ammetterlo, chi stava sul palco (o sul tavolo o sulla sedia) era sufficientemente attrezzato alla bisogna.

Un episodio, sicuramente segnalatore delle conseguenze imbarazzanti, cui poté condurre la sproporzione tra buona volontà e ruolo, rievoca una delle tante manifestazioni di massa a Stagno Lombardo, in occasione del conflitto delle 11.000 disdette; che avrebbe dovuta essere presieduta dal compagno Arturo Verzeletti, all'epoca segretario della Camera del Lavoro.

Il quale Verzeletti, impedito da un sopravvenuto impegno e non potendo disporre di una tempestiva sostituzione, ritenne cosa giusta ed opportuna inviare colà almeno l'autista della Camera del Lavoro. Affinché placasse, con la notizia dell'impedimento, la tumultuante massa, innervosita, probabilmente, più che dall'assenza in se stessa, dalle  supposizioni riferibili a qualcuna delle ricorrenti ed odiose limitazioni di polizia (che, anziché raffreddare le tensioni, erano destinate a radicalizzarle).

Sotto questo profilo, l'impresa sarebbe stata impegnativa anche per un tribuno di lungo corso, come Arturo Verzelletti, il cui pensiero fu maldestramente tradotto dall'improbabile, improvvisato oratore.

Il quale, una volta sommariamente spiegata la causa dell'assenza del dirigente sindacale, raccomandò, a suo nome, di tornare a casa, di non fare colpi di testa e, soprattutto, di volgere le terga al muro, tenendo ben strette le natiche, in considerazione del fatto che “i padron ié semper pront a metel in del... (Bip!)”.

Pure vittima delle parole incontrollate del segretario di una sezione di campagna, fu il Sen. Alcide Malagugini, conosciuto anche a livello periferico come esponente socialista di grande prestigio, oltre che per aver assunto la difesa degli imputatati dei fatti di Stagno Lombardo.

Un prestigio che, diciamolo pure, traeva beneficio, in termini di immagine, anche da un portamento severo. Che, per la inappuntabile mise nera e per la bianca e fluente barba che incorniciava un volto ispirato, non poteva non evocare la stereotipata e mitizzante immagine dei padri fondatori del socialismo.

Un connotazione questa che, insieme a rispetto reverenziale, dovette suggerire all'umile quanto incauto presentatore di introdurre l'oratore ufficiale alla conoscenza degli astanti ed al comizio, col ricorso ad un lessico fuori-ordinanza; mutuato da qualche vocabolo meccanicamente registrato, più che dalle proprie dirette risorse.

E che lo portò ad iperbolici elogi nei confronti dell'oratore.

All'apice dell'enfasi oratoria e nell'apnea lessicale del presentatore, inarrestabilmente proteso a tesserne le elette virtù morali e civili, letteralmente apostrofato come “l'esponente più pederasta della Direzione Socialista”.

Ciò che non fu apprezzato dal Senatore; il quale, pur essendo persona comprensiva, si limitò sommessamente a protestare “Insomma, compagno...”. Dall'interessato  percepito come manifestazione di modestia. Cosa che indusse il medesimo a rincarare la dose, ribadendo: “Lasciatelo dire, compagno Senatore, tu sei un grande pederasta”.

L'episodio, oltre che tramandato oralmente per tanti anni, fu ricordato a chi scrive dallo stesso Sen. Malagugini nel 1964 in occasione di una manifestazione popolare nel cremasco, organizzata dal PSIUP, della cui fondazione egli fu uno dei promotori.

Un po' meglio andò al Segretario Generale on. Lelio Basso, che a Crotta d'Adda fu presentato solo come “grande demagogo”.

Per non dire dell' infortunio, che vide protagonista il sindaco socialista di Corte de' Cortesi, il quale, dopo aver arditamente percorso tutti i sentieri della retorica, si era avviato a concludere la presentazione dell'oratore ufficiale, Nino Zana.

Il compagno Zana, pur appassionato dirigente della federazione socialista e fecondo redattore de L'Eco del Popolo,  per vivere, fu per qualche anno agente di commercio nel campo dei prodotti per la pulizia della casa.

Generosamente si era preparato il comizio volantinando di persona e provvedendo all'annuncio a bordo dell'automezzo aziendale (recante sulle fiancate la ragione sociale ed il logo della ditta); dal cui alto-parlante avrebbe diffuso il comizio, non appena il presentatore, in evidente apnea da emozione e da amnesia, gli avesse dato la parola. Cosa che effettivamente avvenne, soltanto che il presentatore-sindaco annunciò come oratore  “il rappresentante della Savonina Tre Vele”.

Aneddoti da “mondo piccolo”, rivelatori di una passione incommensurabile, solo scalfita da un eloquio non propriamente accademico, oggetto del dileggio di un avversario che amplificava, col proprio armamentario informativo, tali innocenti claudicanze con un implicito intento di delegittimazione.

Ne sorridevamo allora; ne sorridiamo oggi, perché quegli aneddoti nulla tolgono alla tensione morale di coloro che parteciparono a quelle lotte e a quel movimento.

Il filone dei comizi offrirebbe altri spunti degni di essere tramandati, non certamente per rilevanza storica, quanto in omaggio alla registrazione di costumi neanche lontanamente paragonabili alla contemporaneità; soprattutto, per quanto si riferisce a quella carica ideale che animò migliaia di militanti e di attivisti in una testimonianza civile irripetibile.

Una testimonianza che comportò per coloro, che scelsero la militanza a tempo pieno (con una buona dose di autoironia a sinistra venivano definiti “rivoluzionari a tempo pieno”) una dedizione totale, al limite dello sfinimento.

Capace di giustificare un livello esistenziale di sacrifici impensabile, dal punto di vista, non solo della precarietà economica, ma anche delle relazioni personali e famigliari (che trasformò molti di quei “rivoluzionari” in ladri di affetti famigliari), di esposizione a qualsiasi tipo di rischio, di gratificazioni nulle che non fossero quelle dell'orgoglio di servire un ideale.

Una dedizione hegeliana, si potrebbe dire, figlia di un idealismo assoluto che suggeriva (in molti casi esigeva!) di non vedere altro che la prospettiva di un cambiamento palingenetico; e che comportava, diciamolo pure, un pacchetto “all inclusive” di vita non particolarmente gratificante, almeno dal punto di vista delle gratificazioni materiali.

Il ristretto vertice dirigente, esordito immediatamente dopo la Liberazione, era stato reclutato tra i ranghi insurrezionali e, generalmente, tra coloro che provenivano da precedenti esperienze professionali qualificate.

Successivamente, per quanto la letteratura auto-agiografica dell'epoca volesse far intendere il contrario, la formazione dei gruppo dirigente avvenne sostanzialmente per cooptazione; soprattutto per quanto si riferisce ai quadri a tempo pieno, vale a dire stipendiati dal partito, dal sindacato, dalla cooperazione e dagli altri numerosi organismi di massa.

Un criterio questo, che, per quanto fosse coerente, nel PCI, con l'impostazione dirigistica e centralistica del leninismo e non creasse in detto partito particolari tormenti (se non adesioni, convinte o conformistiche che fossero), nel PSI, sia pure limitatamente al periodo tra il Congresso di Firenze del 1946 e quello successivo di Roma del 1947, suscitò qualche riserva e qualche accesa discussione.

Specie nelle riflessione di quei militanti che non accettavano la tendenziale omologazione del PSIUP ai canoni del partito d'apparato che sarebbe diventato a partire dal 1948.

Vale a dire il partito di funzionari, di ispettori e di quant'altro fosse mutuato dal modello leninista.

Di tale disagio si fece interprete, ma sostenendo un avviso opposto a quello dei critici, la compagna Severina Rossi, responsabile femminile della Federazione Provinciale, nel corso dell'assemblea congressuale preparatoria di quello nazionale.

Severina Rossi sostenne: “Non sono una mercenaria anche se percepisco uno stipendio. Dicano gli amici di ‘Critica Sociale' se gli organizzatori del Partito Socialista devono essere scelti tra coloro che possono vivere senza stipendio. Il mio lavoro non viene svolto in ragione della moneta, ed i risultati ne fanno fede (...)”.

Il tema dell'agibilità politica in ruoli dirigenziali, ovviamente, non riguardava solo i vertici di partito; bensì, tutte le funzioni associative del sindacato e della cooperazione e  pubbliche.

E trovava pareri controversi sia a sinistra, dove le riserve tendevano ad esorcizzare il pericolo di una politica di apparato, che, soprattutto, nel fronte contrapposto, dove la giusta riflessione sul diritto-dovere degli inabbienti di esercitare funzioni civili, veniva aspramente contrastata e strumentalizzata da un moralismo di maniera. In realtà tendente ad escludere da tali funzioni la rappresentanza delle masse lavoratrici.

Se ne ebbe un segnale dalla polemica, avviata a Stagno Lombardo dalla minoranza democristiana, che eccepì l'opportunità di riconoscere un parziale risarcimento al Sindaco, coltivatore diretto, il quale, per attendere alle funzioni istituzionali, aveva dovuto farsi sostituire da un avventizio.

Della polemica si occupò l'edizione n° 68 del 10 agosto 1946 con una nota titolata “Da Stagno Lombardo”:

“Un trafiletto velenoso della Riscossa a proposito del nostro compagno Boselli, sindaco di Stagno Lombardo, mette in luce un problema che non é solo di Stagno Lombardo.

Stando alla stregua del ragionamento democristiano, solo i ricchi e i capitalisti potrebbero amministrare la cosa pubblica.

Come si farebbe altrimenti a dedicare tutta la propria attività per tutta la giornata (come vogliono i proletari) alle faccende comunali, mentre si deve lavorare anche per il sostentamento personale e della propria famiglia? (...)”.

Lo stesso problema riecheggiò anche nell'aula consiliare di Cremona martedì 11 novembre 1947, quando il gruppo socialista ribadì:

(…) Perché anche gli operai, gli artigiani, gli impiegati possano dedicarsi senza pensiero alcuno o preoccupazione alla pubblica amministrazione è indispensabile che essi vengano risarciti del mancato guadagno.

L'indennità di carica è così doverosa per chi esercita con continuità e assiduità un lavoro tecnico per conto dell'amministrazione (…)”

Più avanti, nel 1948, vedremo che quella giusta rivendicazione, tendente a consentire l'agibilità delle istituzioni locali, dell'associazionismo sindacale e dei partiti popolari, in contrapposizione ad una pretesa elitaria e sostanzialmente antipopolare, troverà, in casa socialista, un clamorosa ed autorevole eccezione: quella di Gino Rossini.

Ma, bisognerebbe dire, si trattava quasi di un ‘sanfrancesco'.

La materia, logicamente, non lambiva lo status degli organizzatori sindacali e cooperativi. In relazione sia alla consolidata tradizione preesistente al fascismo, anche nell'ambito del sindacalismo bianco, sia alla prevalenza, nei loro incombenti, di prevalenti contenuti tecnici ed all'effettivo assorbimento di un impegno temporale totale.

Certamente la decisione di rispondere alla “chiamata” della missione non discendeva né dallo status sociale derivante né tanto meno dal trattamento economico.

Solo per pochissimi l'epilogo dell'esperienza sindacale avrebbe coinciso con l'ascesa a più significativi incarichi, generalmente di partito, o addirittura nei consessi parlamentari a rappresentare le istanze del movimento dei lavoratori.

Si ripete, per pochissimi.

Per tutti gli altri era, invece, assicurata una prospettiva di rischi personali, di precarietà e di quasi indigenza economica.

Ovviamente, ci si accontentava di lavorare senza copertura previdenziale (impossibile, per legge, fino all'inizio degli anni sessanta), di un compenso che non era un vero stipendio di dieci, ventimila lire al mese, pagate a rate col contagocce in ragione del gettito del tesseramento (introitato con i bollini mensili e falcidiato dagli effetti dell'indigenza, delle disdette, degli scioperi), delle feste dell'Avanti e delle raccolte fantasiosamente escogitate “per tirar un po' di soldi” (come si diceva) con cui pagare, secondo un inflessibile ordine di priorità, dettato dal senso dell'onore oltre che dell'ineluttabilità della chiusura, in caso contrario, della linea di credito dei fornitori, le tipografie, la pigione delle sedi, le bollette delle utenze, i carburanti necessari a far funzionare i rudimentali mezzi di trasporto, un'antesignana car-sharing, (usata collettivamente allo scopo di ottimizzare le risorse, comprese quelle umane chiamate, quasi tutte le sere, alle uscite) e, dulcis in fundo, il sostentamento del quadro attivo e delle rispettive famiglie, che, in cuor loro, intimamente, pur essendo orgogliose del ruolo politico a tempo pieno del loro congiunto, si sarebbero accontentate di meno.

Ad esempio, che lo stesso decidesse di tornare alla professione od al mestiere quo ante, abbandonato in omaggio alla missione politica.

E, mentre i perseguitati trascorrevano anche lunghi periodi di carcerazione in attesa di giudizio, dedicandosi proficuamente ad incrementare il proprio bagaglio di sapere, alle relative famiglie non mancava la solidarietà del partito, della Camera del Lavoro, della cooperazione, come, va detto, anche dei singoli militanti, in una fratellanza assoluta, connotazione etico-morale del movimento di classe di quei tempi.

Si, ma a chi avrebbe potuto interessare una siffatta prospettiva di precarietà?

Ma la “missione” presupponeva anche l'incondizionata mobilità in tutti i segmenti del movimento popolare, quasi che partiti, cooperazione e sindacato fossero collegati dalla teoria dei vasi comunicanti.

Generalmente, l'esperienza sindacale era considerata una sorta di università ineludibile per chi ambisse alla carriera politica, amministrativa e parlamentare, soprattutto.

Ma, unitamente alla cooperazione, diventava un serbatoio di accoglienza per carriere infrantesi contro gli scogli di qualche disavventura, non rara in uno scenario per alcuni tratti conformistico, capace di riservare qualche spiacevole sorpresa.

Il reclutamento avveniva generalmente nella “produzione”, a contatto diretto della massa di attivisti che avevano già dato prova di integrità, di passione, di capacità organizzative nelle lotte dei campi e delle fabbriche.

E, siccome, da quanto si é accennato, il livello di scolarizzazione di quelle maestranze non era eccelso, l'attivista veniva prontamente affidato alla filiera dell'addestramento; concepita e sviluppata sia per fronteggiare una forte domanda di sussidiarietà sociale che per forgiare una formidabile macchina di contrasto politico-sociale.

Filiera che permetteva di elevare il bagaglio culturale generale, ma che, soprattutto, dava priorità all'indottrinamento ideologico ed all'apprendimento di elementari nozioni contrattualistiche, assistenziali e previdenziali.

Che si sarebbero accresciute con l'esperienza sul campo, ma che già dall'inizio erano indispensabili per affrontare adeguatamente una congerie infinita di istanze.

La rete operativa di un così importante e delicato investimento di risorse umane faceva capo direttamente alla struttura sindacale, che, a livello nazionale, era dotata di due importanti “scuole”, ad Ariccia e a Grottaferrata, sui colli laziali, quasi adiacenti alla “scuola” per eccellenza, ‘Le Frattocchie', riservata alla formazione dei dirigenti comunisti.

I “corsi” duravano non meno di un semestre ed impegnavano l'intero arco della giornata degli allievi; in un contesto spartano, concepito anche per saggiare le attitudini personali al sacrificio.

In certi periodi inclinarono a qualche forma di degenerazione ideologistica, in cui si sperimentarono didattiche più funzionali ai canoni stalinisti dell'autocritica e del conformismo; o a qualche indulgenza verso pedagogismi meritocratici.

Che, come ricorda Pompeo Fermi, approdato, giovane neodiplomato perito-agrario al Convitto, alla Federbraccianti, fu prontamente inviato a frequentare il corso per funzionari, della durata di due mesi, a Covigliano nella profonda Emilia rossa.

Quotidianamente, veniva esposta la graduatoria di merito, relativa alle attitudini ed all'impegno dimostrati dai partecipanti, che, implacabilmente, collocava nelle prime posizioni, spesso al di fuori di parametri obiettivi, gli allievi in quota comunista.

Generalmente, tuttavia, i corsi forgiarono quadri preparati e votati ai compiti per i quali sarebbero stati immessi negli apparati di massa.

Una volta approdati ai “corsi”, va precisato, si entrava in un circuito di aggiornamento permanente; funzione assolta dalla struttura dirigenziale dell'organizzazione, che assicurava serrati ritmi di periodicità delle riunioni, tematiche o generalistiche che fossero.

E, siccome, pur garantendo un cospicuo livello di autonomia periferica, l'impostazione della struttura era prevalentemente centralizzata, un indispensabile momento di lancio delle “campagne” era rappresentato, oltre che dalle manifestazioni oceaniche di piazza, anche dai congressi.

Manifestazioni e congressi, che erano convocati sia perifericamente, allo scopo di esaltare un particolare evento politico o sociale od una specificità (come nel caso dell'iniziativa sulla condizione della cascina a Cremona), sia nella capitale.

Una prospettiva questa che, a differenza delle manifestazioni che richiedevano massacranti mobilitazioni, risarciva tanti anni di dedizione e di sacrificio, mettendo i congressisti a contatto con leaders carismatici; i cui interventi di caratura superiore costituivano, culturalmente e moralmente, qualcosa di più di un sia pur prestigioso discorso congressuale.

Nei “benefits” della condizione di funzionario a tempo pieno era iscritta anche l'aspettativa di una qualche “missione” all'estero; per ciò intendendosi, ovviamente, qualcuno dei “paesi socialisti”.

La missione era finalizzata a rinsaldare la solidarietà socialista internazionale, ma, soprattutto, a cementare l'incrollabile fede nelle mirabilia propagandistiche, che sarebbero state diffuse e moltiplicate al rientro in patria.

A beneficio di una macchina propagandistica che già eccelleva, di luce propria.

E che proprio non violentò la coscienza e l'autonomia dei socialisti, che, sarebbe scorretto negarlo, mostrarono, almeno fino alla morte di Stalin nel 1953, di non trovarsi troppo a disagio in quel brodo di coltura.

Premio Stalin del 1952 a Nenni docet (per quanto restituito solo dopo il XX Congresso del PCUS)!

Di tali tecniche, che attenevano tanto alla gestione dell'apparato quanto alla costruzione propagandistica del consenso, forniamo un sintetico spaccato attraverso un annuncio del settimanale socialista e due reportages, si potrebbe dire, dalla patria del socialismo, per eccellenza, l'U.R.S.S. e da quella di un socialismo, minore e contrastato, come si avrà occasione di constatare solo due anni dopo, l'Ungheria.

Gli accenti elogiativi superavano l'obiettività; in dipendenza non tanto di un'inclinazione all'incensamento encomiastico, preteso dal ritorno propagandistico conseguente alla ratio ed alle regole del sistema dell'interscambio (a senso unico, ovviamente) di esperienze con la realtà Oltrecortina.

Quanto della percezione della realtà, resa deformata dall'appartenenza ad un mondo in cui i messaggi, non esattamente subliminali, di una propaganda incessante inducevano ad una visione manichea.

In cui, ovviamente, il paradiso era Oltrecortina.

Con eccessi che resero insopportabile all'interessato reggere fino alla fine il tour di conferenze fissate in ogni sezione ed in ogni lega al rientro in patria dopo il soggiorno di due mesi in Ungheria.

Ma cominciamo dall'accattivante “Festival mondiale”, da cui si deduce che i giovani virgulti della sinistra belscevizzata erano allevati ad amare il comunismo, appunto, sin da giovani:

“In questi giorni a Praga i primi scaglioni di giovani italiani si incontrano con i giovani convenuti nella capitale cecoslovacca da tutti i paesi del mondo.

Per la prima volta centinaia di operai, contadini, studenti e impiegati, figli del nostro popolo sono andati a passare le vacanze in un paese amico, ad annodare nuove amicizie e a rinsaldarne antiche, con migliaia di giovani stranieri.

Nella stragrande maggioranza coloro che oggi affollano le vie e i locali della città d'oro sono giovani provenienti da paesi che hanno conosciuto gli orrori della guerra e i tormenti dell'occupazione.

Innanzi ad un nemico comune essi hanno combattuto la stessa battaglia implacabile e la lotta e le sofferenze hanno già avvicinato gli uni e gli altri, al di sopra di ogni distinzione di nazionalità e li hanno spinti ad amarsi ancor prima di conoscersi.

Sarà utile il confluire delle diverse esperienze di lotta e di lavoro, sarà utile ascoltare soprattutto i giovani dei paesi nei quali le condizioni economiche sono mutate col mutare dei rapporti di forza tra le classi, come il posto che oggi occupano i giovani operai, contadini, studenti e impiegati nella vita sociale, si è notevolmente aumentata l'importanza e come le loro iniziative lascino una traccia profonda nella marcia del popolo verso l'avvenire.

In questo senso il contributo dei giovani allo sviluppo della Democrazia nel proprio paese e alla costruzione della pace nel mondo sarà veramente concreto.

E quando torneranno da Praga i nostri giovani sentiranno di avere non soltanto trovato ed annodato nuove amicizie ma di essere entrati in un ordine di idee che non conoscevano”.

Il Festival mondiale della Gioventù rappresentò per decenni un evento fisso nell'agenda della sinistra mondiale ed, al di là dell'evidenza delle finalità propagandistiche, pedagogiche, politiche, venne letto come una effettiva opportunità di esperienza internazionale per le nuove generazioni,che, ovviamente, si collocavano in una determinata posizione rispetto agli allineamenti.

Oseremmo dire che costituì, fatte le debite proporzioni, una grande kermesse mondiale di prevalente inclinazione ‘pacifista'; potremmo dire antenata degli attuali eventi no-global.

Ma anche, nelle sue modalità di aggregazione comunitaria, una sorta di Meeting di Rimini; soltanto un po' più in grande e sul un altro versante politico.

Ovviamente vi parteciparono anche i rappresentanti del movimento giovanile socialista cremonese.

A quello, oggetto dell'articolo, sicuramente partecipò Oddino Magnani.

Ad uno successivo, quello di Vienna del 1959, Giacomo Carnesella.

L'Eco del Popolo n° 2 – 31 gennaio 1954 Impressioni di un viaggio nell'Unione Sovietica”  di L. Gerevini:

“Che cosa i nostri lettori vogliono sapere dell'U.R.S.S.?

Sono Stato ospite del Centrosoyus e, per riconoscimento ai compagni e all'organizzazione ospitante, dovrei descrivere il movimento da loro diretto.

I compagni di Centrosyus mi scuseranno se parlerò del movimento cooperativo su un prossimo numero de L'Eco del Popolo se per questa volta mi limiterò a scrivere alcune cose, alla buona, sfogliando il mio taccuino di viaggio.

La sera del 14 novembre u.s. l'aeroplano che ci portava a Mosca sorvolava la città a bassa quota tanto che si potevano benissimo individuare i grandi edifici, illuminati a vari colori, e tra tante luci cinque si distinguevano: le cinque stelle rosse del Cremlino.

Ci vennero incontro vecchi amici dell'Italia, il compagno Timofieiev e Maria Gerolosvskaia che salutammo con espansione (Si noterà che il quadretto dell'approdo nella patria del socialismo é addirittura anticipatore del guareschiano “Il compagno Don Camillo”; anche rispetto al particolare dell'”espansione”, rivolta, si presume, soprattutto, alla compagna Gerolosvskaia. D'altro lato, era quasi mitologica – anche se non andata manifestata – l'attesa di approfondire la solidarietà e l'amicizia internazionaliste, in particolare, con le interpreti e le hostess, addette alle missioni. Dietro cui non era difficile immaginare, se non proprio agenti del KGB, sicuramente operatrici preposte al controllo degli ospiti –nda).

La macchina che ci doveva portare all'albergo, dove era predisposto il nostro alloggio, dietro nostra richiesta, fece una piccola deviazione, passò davanti alla grande università di Mosca di recente costruzione.

L'amico Giorgio Savisonovic (impeccabile interprete) ci spiegò come sorse questa Università, che, austera, si presentava dinnanzi a noi.

Dalle finestre veniva proiettata la luce che assumeva diversi colori, i colori dei vari tendaggi; studenti, a gruppi, entravano ed uscivano silenziosi dall'entrata principale.

I lavori di costruzione sono iniziati nel 1949 con un impiego, nel periodo di lavoro più intenso, fino a 30.000 tra operai e tecnici.

Per dare l'idea della vastità di questa Università basta adoperare le parole del compagno Giorgio: entrando un neonato e cambiando stanza ogni giorno prima di arrivare alla stanza d'origine egli avrà 51 anni due mesi e dieci giorni.

Tale é la vastità degli edifici senza poi contare le palestre, i campi sportivi, le piscine, i cinema, le biblioteche, i campi sperimentali ecc!

Quella sera naturalmente dopo sei ore di aereo, eravamo un po' stanchi e dopo aver pranzato e predisposto il programma di soggiorno ci ritirammo ognuno in una lussuosa stanza dell'albergo ‘Sovietskaia' uno dei migliori di Mosca.

Nel programma oltre ad essere incluse le visite alle più belle opere di pace del popolo sovietico era inclusa quella al Cremlino e al Mausoleo di Lenin e Stalin.

Non so trovar parole per significare come attesi quel giorno.

La sera del 17 novembre, Giorgio ci comunicò che il giorno seguente avremmo visitato il Cremlino.

I visi dei delegati si accesero di gioia ed il giorno dopo ci preparammo per la visita.

Col solito mezzo ci portammo all'entrata del Cremlino, e trovammo, come sovente si poteva notare lungo le vie di Mosca, una bancarella dove si vendevano i gelati.

Quel mattino, contrariamente al solito, avevamo una temperatura di 4° sotto zero e quei ragazzi che mangiavano il gelato mi fecero una certa impressione.

Finalmente varcammo la soglia del Cremlino e  qui incontrammo una dottoressa di storia dell'arte che ci doveva fare da guida che ci accompagnò a visitare le chiese ove sono custodite le grandi opere d'arte ed il museo dei tesori degli zar.

Non dico il valore complessivo di tanti gioielli e brillanti montati in oro, argento ed altri metalli preziosi, i chilometri di perle che ornavano i paramenti degli zar, delle bardature per i cavalli con grossi topazi e rubini e come tutto era gelosamente custodito.

Visitammo i lussuosi appartamenti degli zar e finalmente salimmo lo scalone che conduce alla sala S. Giorgio, anticamera del Soviet Supremo.

Magnifica sala di semplice architettura, adorna di marmi bianchi.

Ebbi così il piacere di vedere il luogo dove Stalin fece il suo ultimo discorso.

La nostra guida ad ogni nostra domanda dava esaurienti spiegazioni.

Il giorno seguente visitammo il Mausoleo di Lenin e Stalin.

Dopo dieci minuti di attesa nella piazza Roma ecco schiudersi la porta dell'Ambasciata cinese che stava davanti a noi.

Vi confesso che un brivido e un'ansia nello stesso tempo mi pervase nel varcare la soglia.

Le pareti, il soffitto e il pavimento erano di marmo nero, solo una striscia di bandiere rosse in mosaico ornava il suggestivo Mausoleo.

Nel mezzo un'unica urna raccoglieva le due salme divise da una lastra di cristallo, da una parte il grande Maestro Lenin e dall'altra il suo successore Stalin.

Stavano davanti a noi come se fossero ancora vivi.

Stalin aveva ancora il suo sorriso sulle labbra che sembrava volesse dire qualche cosa.

Ho voluto descrivere questo periodo della mia permanenza in Unione Sovietica perché pochi, come me, hanno avuto il privilegio di poter visitare il Mausoleo anche perché era solo aperto da due giorni.

I giorni seguenti quando passavamo dalla Piazza Rossa, vedevamo un lungo interminabile corteo di folla che, silenziosa, attendeva il turno per visitare e rendere omaggio ai due grandi costruttori del Socialismo.

Il 22 ci alziamo un po' presto e ci dirigiamo verso l'aeroporto ovi ci attendeva l'apparecchio che ci doveva portare a Stalingrado.

Arrivati a Stalingrado visitammo la città distrutta.

La guida, per darci un'idea della battaglia sostenuta in quella località contro i nazisti, ci disse che per ogni metro quadrato sono state trovate in media 1.200 schegge.

Ora Stalingrado é completamente ricostruita, sono ricostruiti i cantieri e le numerose fabbriche.

E dal taccuino voglio estrarre le parole che la guida, congedandosi da noi sulle piane di Stalingrado, ci disse: ‘come vedete per combattere la sua battaglia, l'Unione Sovietica non ha bisogno della guerra, ma della pace, i suoi anni di pace sono elemento decisivo del suo cammino in avanti”.

Andrebbe aggiunto che, un anno prima di L. Gerevini, era arrivato a Mosca in delegazione Piero Pressinotti, già deputato costituente non riconfermato nel 1948 e destinato alla Federazione delle Cooperative dell'Emilia con un incarico di rilievo.

Fece parte sicuramente della delegazione italiana invitata alle celebrazioni in occasione del 35° anniversario della Rivoluzione d'ottobre.

Almeno così si deduce dalla cartolina indirizzata ai compagni della sezione di Pizzighettone, recante i saluti fraterni dal “paese del socialismo”.

Pompeo Fermi, invece, (non si sa se più o meno fortunato di Gerevini e di Pressinotti; anche se qualche cosa si può intuire, oltre che dal complesso del reportage, anche dal criptico od eloquente ringraziamento “alle compagne Piroska e Baby”) fu dirottato in missione solo in Ungheria.

Del che si conservano le “Impressioni di un viaggio nella Repubblica popolare Ungherese – Le meravigliose realizzazioni di un popolo che é riuscito a liberarsi dall'oppressione capitalistica testimoniano la giustezza della nostra lotta per il socialismo.”, pubblicate dal n° 10/54 de L'EdP:

“E' difficile poter dire in un solo articolo quanto mi é stato dato di vedere, di sentire, di apprendere nei cinquanta giorni in cui sono stato ospite della organizzazione giovanile democratica ungherese.

Vedrò comunque di riassumere alcuni aspetti della vita, dei costumi, degli usi, delle abitudini, della libertà della classe lavoratrice di quel popolo che in pochi anni ha saputo trovare la giusta strada per dimostrare, al fianco di altri paesi di Democrazia Popolare, come attraverso l'abbattimento del capitalismo sia possibile far assurgere il popolo lavoratore a popolo libero.

Per le vie della grande metropoli Budapest assieme ad altri tre compagni che con me costituivano la delegazione italiana, accompagnati da una giovane interprete ungherese abbiamo avuto modo di fare le prime positive constatazioni.

Una di queste é quella di non aver trovato, né al centro né alla periferia della città, flotte di bambini scalzi ed affamati in cerca di elemosina, ed al di sopra di questo sta il fatto che lavorando i loro genitori essi non sono costretti a questa dura e umiliante vita.

Ed i negozi, i negozi di abbigliamento, di generi alimentari, sportivi sono ricolmi di cose, sono affollati di gente che acquista, giusta conseguenza dell'occupazione totale di tutti i lavoratori e di tutte le lavoratrici che con un giusto ed adeguato salario riescono a far fronte alle esigenze della vita.

Ho visitato fabbriche, cooperative agricole, industrie vinicole ed alcooliche, ho parlato coi lavoratori dei campi e delle fabbriche che rispondevano ad ogni nostra domanda e che la nostra interprete ci trasmetteva.

Parlando dell'ieri i loro volti si oscuravano, era un ieri di fame, di sofferenze, di miserie, di maltrattamenti era un ieri di capitalisti agrari e di industriali, di disoccupazione e di galera, a parlare dell'oggi il loro volto si rischiarava di una luce nuova, i loro occhi luccicavano, é l'oggi del lavoro e della libertà, é l'oggi della pace e della democrazia.

E quando facevamo loro presente delle condizioni di vita dei lavoratori italiani, dei milioni di disoccupati senza lavoro essi ci rispondevano che in Ungheria vi era lavoro per centinaia di migliaia di lavoratori italiani, là in uno di quei paesi dove il lavoratore, e non la macchina come nei paesi capitalisti, é considerata la parte più necessaria e più utile della produzione.

La riforma agraria attuata nel paese ha permesso attraverso il sistema cooperativo di togliere i contadini dalla schiavitù e dalla fame più nera cui erano costretti dai capitalisti agrari e fondiari e di farli assurgere a classe dirigente migliorando sensibilmente le loro condizioni di vita.

Ed oggi grazie a questa riforma, a tutti i provvedimenti  che il governo ha preso, al fatto che i loro salari sono parificati a con quelli degli operai non si verifica come avviene in Italia che i lavoratori dei campi lascino le campagne in cerca di un'occupazione in città.

Grandi passi in avanti sono stati compiuti dal popolo ungherese in ognuno degli aspetti delle sua vita nazionale.

Nel campo dell'edilizia ad esempio una delle cose che maggiormente lascia stupiti é il fatto che in cinque anni là dove prima erano campi ed alberi é stata costruita una città capace di ospitare circa trentamila abitanti, dotandola di ogni confort e di ogni cosa che ad una città necessita, dai cinematografi agli alberghi, alle scuole, ai campi sportivi, agli asili nido.

Ed alla periferia della città la più grande fabbrica che produce ferro ed acciaio del paese e che occupa la stragrande maggioranza degli abitanti della città.

E non credo sia possibile parlare della costruzione edilizia ungherese senza dire di un'altra mastodontica opera in via di ultimazione e cioé dello stadio dei 150.000 che già alla data odierna può ospitare oltre 100.000 persone.

E non é detto che soltanto case, scuole, cinematografi, stadi, palestre ed altro siano stati costruiti in Ungheria, ma anche chiese.

Vi sarebbe molto da dire su questo aspetto e vi sarebbe molto da dire anche perché é uno degli aspetti contro il quale maggiormente si scaglia il clero italiano con la stampa e con tutti i mezzi, e sono molti, di cui esso dispone.

Riassumo in poche righe quelle che ritengo le cose di maggior interesse col proposito di ritornare sull'argomento in uno dei prossimi numeri del nostro giornale.

E per entrare nel merito devo innanzitutto dire di aver visitato una decina di chiese cattoliche nella città di Budapest durante un giorno festivo.

Ognuna delle chiese era affollata di uomini, di donne ed anche di giovani che ascoltavano la messa e poi la predica.

E la predica ho voluto che la nostra interprete ce la traducesse in italiano.

Ho costatato che il parroco parlava della chiesa, dei doveri di chi in Cristo crede, della dottrina cristiana senza parlare di politico come spesso e volentieri fanno i parroci delle nostre parrocchie.

Non intendo fare considerazioni, le farò se sarà il caso una prossima volta.

Un'altra cosa che merita di essere detta al proposito é quella che i parroci sono stipendiati dal governo e che al loro raggiunto limite di età usufruiscono di pensione e case di riposo.

Esistono inoltre nel paese scuole per preti che da noi sono chiamati seminari.

Questo ed altro che potrebbe essere detto lascia chiaramente intendere come falsi ed ipocriti siano tutti gli attacchi che in ogni direzione vengono rivolti contro gli organi e gli uomini che dirigono il popolo in Ungheria.

E per concludere su queste prime cose che io ho scritto sento il dovere di ringraziare pubblicamente i dirigenti del DISZ Ungherese, le compagna Piroska e Baby che ci sono state interpreti per tanto tempo, tutta la gioventù, tutto il popolo ungherese”

Ma, ce ne rendiamo conto, abbiamo precorso i tempi che sarebbero venuti nell'arco di almeno un quinquennio; rispetto al contesto in cui il movimento di massa cominciò a prendere ufficialmente forma, dopo i due anni di attività clandestina, all'indomani dell'insurrezione.

Da questo punto procederemo registrando gli eventi che ne hanno scandito la ricostituzione e lo sviluppo fino alla fine degli anni quaranta.

Sin dagli albori del rinato settimanale socialista si ricava, dalla periodicità delle pubblicazioni, una chiara visione della centralità riservata a i temi del lavoro e dell'attività sindacale.

Non v'é, infatti, un solo numero de L'EdP, tra le centinaia che abbiamo minuziosamente compulsato, che non veda come prioritaria l'attenzione a quelle tematiche.

Conseguentemente, se ne ricava l'impressione che anche le numerose riunioni di partito, ad ogni livello, ne fossero quasi interamente assorbite.

Anzi, L'Eco per molti anni riservò ad esse una corposa rubrica, in cui agli approfondimenti si accompagnavano notiziari contrattualistici ed indirizzi di tipo organizzativo.

Tra i moltissimi riportiamo quello apparso il 24 agosto 1946 sotto il titolo “Importante”:

“Lunedì 26 agosto alle ore 21 presso la Federazione sarà tenuta una riunione di tutti i compagni fiduciari sindacali e componenti il comitato sindacale (...)

                                                           ***

Tutti i compagni lavoranti legno nelle Ditte Cavalli e Poli, Allodi, Rossi e Cipolla, sono pregati di intervenire alla riunione che si terrà domenica 25 corr. alle ore 10 presso la Federazione di Piazza Roma, 9”.

A segnalare una significativa periodicità e metodica della centralità del lavoro, si cita anche l'appello “A tutti gli attivisti sindacali”, pubblicato a pagina 2 del n° 77, in cui venivano impartite precise direttive di comportamento all'interno della produzione: “Infatti se noi vogliamo effettivamente ottenere qualche risultato positivo nella lotta contro la speculazione, dobbiamo poter controllare tutto il movimento delle derrate alimentari e quello che più interessa per sapere esattamente la quantità dei prodotti lavorati dalle singole aziende. (...) Allo scopo di tener sempre più stretti contatti con l'ufficio sindacale, per svolgere una azione sempre più intensa e legata contro la speculazione ed anche per parlare e per discutere sui problemi sindacali che interessano maggiormente oggi la classe lavoratrice é stato deciso dal Comitato Sindacale che ogni sera presso il Partito si debbano tenere delle riunioni di categoria”.

Fatto questo che oltre a testimoniare l'intensità dell'attenzione é rivelatore di un metodo politico-organizzativo.

Vale a dire che le tematiche del lavoro venivano affrontate preventivamente in sede di partito, prima di approdare all'organizzazione sindacale.

Ma ciò é rivelatore, implicitamente, della dinamica della formazione degli orientamenti, con cui influenzare gli indirizzi sindacali, meglio conosciuta come “cinghia di trasmissione”.

Una dinamica, peraltro, diffusa in molte realtà europee; a cominciare da quella che per alcuni versi fu antesignana della moderna organizzazione della politica e del sindacato, l'Inghilterra.

In cui il rapporto risultava, però, invertito, nel senso che, nella sede sindacale, le Trade Unions, si adottavano gli indirizzi politico-sociali che sarebbero stati portati avanti nelle sedi istituzionali dal Labour Party.

Dovendosi, tuttavia, sottolineare una rilevante specificità; vale a dire che entrambi rappresentavano l'unità politica e sindacale dei lavoratori britannici.

Il riferimento al più consolidato modello sindacale inglese fu, curiosamente, costante nel dibattito all'interno del PSI cremonese.

E ciò si deduce dall'interfaccia rappresentato da L'EdP che in quegli anni pubblicò una serie di approfondimenti, suggeriti, presumibilmente, dalle interessanti prospettive aperte dalla vittoria laburista alle prime elezioni legislative del secondo dopoguerra.

Che, ponendo alla ribalta prestigiosi leaders del calibro di Attlee e Bevan, impegnati nello sforzo di radicare la prima significativa esperienza europea di welfare-state, collocarono il Labour e le Trade Unions al centro dell'attenzione del socialismo occidentale.

Non diversamente si spiegherebbe quella marcata attenzione, in cui risulta evidente l'intenzionalità emulativa.

Né, d'altro lato, andrebbe dimenticato (e lo si avvertirà vieppiù la ricerca tenderà ad addentrarsi nell'analisi concernente le vicende della forma-movimento del socialismo cremonese) che l'Inghilterra degli anni quaranta del XIX secolo fornì l'habitat utopistico degli sviluppi scientifici della teoria marxiana del socialismo.

Di tale attenzione forniamo qui una significativa testimonianza, rappresentata dall'articolo di Herbert Tracey intitolato “Le Trade Unions e il Partito Laburista”, i cui contenuti, oggi obsoleti, all'epoca inducevano un vasto interesse almeno in termini di sollecitazione comparativa nei confronti di un'esperienza nazionale, che a quei tempi nel movimento socialista era ritenuta d'avanguardia.

“La pubblicazione delle statistiche degli iscritti al Partito Laburista britannico nella relazione del suo Esecutivo Nazionale alla prossima Conferenza del partito, che si terrà nel giorno di Pentecoste, ha suscitato molte discussioni.

Alcuni giornali hanno fatto allusione al divario esistente tra i membri aggregati ai sindacati affiliati al Congresso delle Trade Unions e i membri che pagano un contributo politico a questi sindacati affiliati al Partito Laburista. A prima vista questo divario é notevole. (...)

Alcuni corrispondenti di giornali hanno tratto la conclusione che una grande maggioranza di sindacalisti britannici rimanga indifferente alla richiesta di appoggio del Partito Laburista (...)

L'abolizione della Legge del 1927 da parte del Governo Laburista avvenuta lo scorso anno ha sostituito a questa procedura l'obbligo per ogni membro di un sindacato che non desidera pagare contributi politici di dichiararlo esplicitamente; in altre parole la legge richiede oggi al sindacalista che non desidera che nessuna parte del suo contributo sindacale sia adoperato per sostenere attività politiche del sindacato stesso e per pagare le tasse di affiliazione al Partito Laburista di chiedere la esenzione compilando e firmando un apposito modulo.

Fuori degli ambienti degli esperti del Partito Laburista e del Congresso delle Trade Unions, vi erano alcuni che ritenevano che questo mutamento di procedura avrebbe portato un grande aumento dei contributi sindacali al Partito Laburista e nel numero degli iscritti al partito stesso. (...) Così il Sindacato Misto dell'Industria Meccanica, che in base alla legge del 1927, aveva meno di 100.000 membri che si erano esplicitamente impegnati ad appoggiare le attività politiche del sindacato e che quindi il sindacato poteva iscrivere al partito, ha ora deciso di iscrivere 600.000 membri. Un altro grande sindacato, l'Unione Nazionale dei Lavoratori Generali e Municipali si prepara a prendere una decisione simile che aumenterà il numero degli iscritti di varie centinaia di migliaia.

Si deve ricordare a questo riguardo che un sindacato britannico ha solo il diritto di spendere, in base alla legge esistente, quella proporzione di contributi dei suoi membri che viene esplicitamente fornita per scopi politici, dopo un ballottaggio tra i suoi membri.

In base ala legge sindacale del 1913, che l'annullamento della legge del 1927 ha riportato in pieno vigore, i sindacati sono autorizzati ad effettuare un ballottaggio fra i loro membri per raggiungere scopi politici agli altri loro scopi e creare un fondo politico.

La legge stabilisce che solo questo fondo può essere adoperato per l'attuazione delle finalità politiche del sindacato.

Perciò ogni sindacato é limitato nelle sue attività politiche e nell'ammontare del suo contributo finanziario che può dare al Partito Laburista  dalla somma di denaro posseduta nel suo fondo politico (...)”.

La ragione di un così forte interesse  nei confronti di un contributo, per alcuni versi barboso, specie nei sui eccessi tecnicistici, sicuramente discende sia dalla posizione di avanguardia del socialismo laburista britannico sia dallo snodo rappresentato dal modello di rapporto Labour-Trade Unions.

Che intrigava, diciamolo pure, una sinistra, in quel momento alle prese, su contrapposti versanti, con gli effetti della scissione saragattiana e le suggestioni “fusioniste” o, nell'ipotesi più limitata, dell'unità d'azione, ed un sindacato, che aveva alle viste la prospettiva certa di replica della rottura della solidarietà ciellennista anche nell'ambito della rappresentanza del mondo del lavoro.

Nella seconda metà degli anni quaranta, in Italia la rappresentanza politica del mondo del lavoro era incarnata dai tre partiti di massa, destinati, come si vedrà, dopo la breve fase costituente, a contrapporsi in ruoli di governo e di opposizione.

Conseguentemente, l'unità sindacale, interfaccia della solidarietà resistenziale, sarebbe andata in pezzi con la deflagrazione dell'intesa politica.

Peraltro, resta da considerare che le premesse per una tale conseguenza risiedevano già nella ratio della Confederazione Generale Italiana del Lavoro, che, per quanto unitaria (e lo fu sostanzialmente nella fase preinsurrezionale e di impostazione dei provvedimenti sociali-guida dei governi ciellenisti), era articolata, quasi come una Dieta Polacca, nelle correnti cristiana, socialista e comunista. Inizialmente coese dal Patto di Roma in senso unitario e paritetico.

Tali correnti funsero per almeno un quinquennio, appunto, da “cinghia di trasmissione” tra sindacato e partiti.

Ed in qualche misura saranno anche lo strumento della divisione dell'unità sindacale alla fine degli anni quaranta, quando quella cristiana sceglierà di diventare cinghia del governo e quelle socialista e comunista dell'opposizione di sinistra.

Ma quanto appena considerato, su cui torneremo in sede di conclusione del presente capitolo, costituisce l'epilogo di un excursus il cui incipit é configurabile nelle settimane immediatamente successive alla liberazione.

Presumibilmente, l'organigramma sindacale di quella fase dovette essere conseguente all'impostazione del Comitato Sindacale, forgiato alcune settimane dopo la costituzione del CLN.

La liberazione presupponeva un salto di qualità nella rappresentanza sindacale e non solo nel senso di uno sforzo di adeguamento ai ritmi ed agli obiettivi della stabilizzazione.

Occorreva, anzi, fissare prima il modello e le funzioni del risorto sindacato, destinato, come si é visto, ad ispirare, unitamente ai partiti, il percorso della ricostruzione.

Significativo, da tale punto di vista, appare ancora oggi il contributo di Ernesto Caporali, intitolato “I nuovi orizzonti del movimento sindacale” ed apparso in prima pagina de L'EdP n° 30 del 1 Dicembre 1945:

“L'organizzazione operaia e contadina ha preceduto, un po' dappertutto, il movimento politico vero e proprio della classe lavoratrice come un'espressione spontanea dei suoi bisogni immediati e futuri nel campo economico e in quello spirituale.

Ed é naturale che i primi aggruppamenti risentissero delle origini corporativistiche e non avessero che degli obiettivi limitati, timidi e incerti in quanto concerneva le rivendicazioni generali del proletariato.

A guisa però che lo sviluppo del macchinismo si andava affermando ed estendendo, l'organizzazione operaia modificava la sua struttura e precisava i suoi obiettivi, liberandosi gradualmente dalle bardature ereditate dalle corporazioni di mestiere esistenti avanti la rivoluzione dell'89.

In prosieguo di tempo la dottrina socialista doveva fissare con maggiore chiarezza  le attribuzioni proprie del movimento sindacale sintetizzante le aspirazioni del proletariato.

                                                           * * *

Il cammino é stato lungo ed impervio.

Il padronato non tardò ad opporsi allo sviluppo dell'organizzazione di classe ricorrendo a tutti i mezzi: dalla intimidazione alla rappresaglia, dall'affamamento alle persecuzioni.

Nella seconda metà del secolo scorso il nascente movimento operaio dovette lottare strenuamente per la sua stessa esistenza, subendo tutte le violenze legali ed extra legali del capitalismo e dell'apparato statale del quale si serviva.

Ma a nulla valsero négli imprigionamenti di militanti operai, né le periodiche repressioni collettive a far desistere i lavoratori dal bisogno istintivo di raggrupparsi nei Sindacati.

Così che giunse il momento in cui lo Stato borghese fu costretto – sia pure con tutte le riserve mentali – ad accordare alle masse lavoratrici il diritto di organizzazione.

La prima fase – quella eroica – si chiudeva per iniziare la seconda, quella della costruzione e dell'affermazione vittoriosa del movimento operaio.

La Società tuta intera é debitrice del movimento sindacale di tutto un complesso di leggi e di disposizioni che hanno elevato con il tenore di vita il grado di civiltà del popolo lavoratore.

Dalle leggi speciali protettrici dell'operaio e del contadino in caso di infortuni o di invalidità, a quelle concernenti l'occupazione delle donne e dei fanciulli, a quelle del lavoro in miniera, in risaia e nelle località insalubri, a quelle abolenti il lavoro notturno dei panettieri giù giù fino alle disposizioni assicurative per le malattie, la disoccupazione, gli assegni famigliari ecc, tutte queste tappe della marcia proletaria sono caratterizzate dallo sforzo attivo  dell'organizzazione sindacale.

Senza dimenticare le convenzioni collettive del lavoro, le vacanze pagate, gli uffici disciplinatori del collocamento, l'insegnamento professionale, ecc.

Il proletariato organizzato, con la sua azione tenace nel campo legislativo e in quello economico, ha fornito un apporto considerevole al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie dell'intera popolazione ed alla prosperità, di cui, evidentemente, non ebbe che le briciole.

Due guerre si sono susseguite in trent'anni o, più esattamente, una sola guerra con l'interregno di un ventennio di schiavitù fascista; e questo ciclone devastatore ha divelto l'impalcatura della Società capitalista dalle sue fondamenta.

E' ormai luminosamente dimostrato come il fascismo abbia rappresentato la fase decadente della Società borghese, incapace di difendere i suoi privilegi in un clima di libertà anche relativa.

Ed é questa la ragione prima per cui le classi dirigenti ricorsero alle bande armate dell'illegalità contro un proletariato che ascendeva gradualmente e irresistibilmente verso i suoi destini.

Il fascismo morbo pestifero di una società in decomposizione ne ha accelerato la fine.

Essa si produrrà nella stessa maniera di esso e che tutti, ormai, sono in grado di prevedere prossima.

L'abisso scavato dal fascismo criminale ha travolto la società capitalistica nel suo baratro né varranno a salvarla gli abili mascheramenti con i quali tenta di nascondersi né le conversioni troppo rumorose di certa gente al credo della Libertà.

C'é un mondo che muore nel sangue e nelle rovine.

Il proletariato non deve porre tempo di mezzo per seppellirlo definitivamente.

                                                           * * *

Ecco aprirsi allora la nuova fase dell'attività sindacale; quella della ricostruzione e della preparazione tecnica, spirituale ed amministrativa a cui il proletariato dovrà partecipare con tutta la passione e con tutto il senso di responsabilità necessario.

Permangono le preoccupazioni dei conguagli salariali, ma assume oggi un'importanza maggiore di ieri la lotta contro il rincaro della vita a mezzo del controllo efficace sulle ripartizioni, dello stimolo alla produzione, dell'intervento diretto del Sindacato in tutti i settori dell'economia nazionale per imprimervi delle direttive di snellezza  e di organizzazione razionale in obbedienza ai bisogni della collettività.

I lavoratori sanno che l'eredità lasciata dal fascismo é più che fallimentare.

Esso ha depredato l'Italia delle sue risorse dopo di avere provocato montagne di macerie e causato milioni di morti.

E' per questo che dovranno centuplicare i loro sforzi onde ricostruire le città e i villaggi distrutti e mettere in moto la macchina della produzione, perché é a questo prezzo, e a questo soltanto, che il nostro paese potrà risorgere.

Il proletariato italiano é maturo per cimentarsi a questa prova immane e per riuscire vittorioso”.

Per quanto Caporali fosse partito dalla lontana ascendenza del moderno movimento di classe (addirittura dalla rivoluzione francese del 1789, forse in omaggio alla terra che lo ospitò durante l'esilio) e per quanto alcune sue insistenze sull'imminente tracollo del capitalismo e della società borghese sembrassero discendenti più dalla fede politica che non da una rigorosa analisi, é fuori dubbio che il suo scritto rappresentasse, in quel momento, un efficace compendio del retroterra da cui il movimento sindacale avrebbe dovuto ripartire.

Soprattutto, per partecipare alla ricostruzione e per esserne la componente protagonista.

Come si é già visto nell'analisi dei processi della ricostruzione e dei conflitti politici e sociali di quella stagione, inequivocabilmente, quello tracciato dal segretario della rinata Camera del Lavoro e futuro deputato della Costituente costituiva il filo conduttore destinato ad informare gli sviluppi del movimento di classe.

Una sorta di “dove ci eravamo lasciati?”

Forniamo, per campioni significativi, un quadro di progressione di quello sforzo di radicamento e di sviluppo del movimento di classe.

“Il PRIMO CONGRESSO dei lavoratori cremonesi”: annunciava trionfante L'EdP n° 71 del 31 agosto 1946:

“Oggi si apre il Congresso Generale delle Leghe e dei Sindacati dei lavoratori aderenti alla Camera Provinciale del Lavoro di Cremona.

I lavori che si svolgeranno nel massimo teatro cittadino ‘A. Ponchielli' dureranno sino a tutta domenica.

E' assicurata la presenza al Congresso di oltre mille delegati di tutti i Comuni e categorie professionali della provincia.

Le elezioni precongressuali delle Leghe e dei Sindacati di categoria hanno confermata la forza del Partito Socialista nella massa dei lavoratori.

E' stata comunque preoccupazione del cessante Esecutivo Provinciale della Camera del Lavoro di non inserire motivi politici nella lotta sindacale per cementare sempre più la stretta intesa dei lavoratori.

L'attuale momento richiede il più largo spirito di collaborazione e comprensione tra gli esponenti delle varie correnti politiche per rafforzare l'unità sindacale per vincere le battaglie del lavoro.

Al Congresso si avranno le relazioni dei componenti l'Esecutivo Provinciale Camerale onorevoli Ernesto Caporali e Dante Bernamonti che hanno diretto la Segreteria sino alla loro elezione alla Costituente.

Relazioneranno gli attuali Segretari Camerali Arturo Verzeletti, Arnaldo Bera e Angelo Formis oltre il compagno Angelo Delvaro Rossi della Federterra.

Non possiamo sottacere il compiacimento di avere noi socialisti in Arturo Verzeletti il compagno di fede che resse la Segreteria Camerale da solo sino allo scioglimento decretato dal Governo (fascista – nda).

L'atmosfera di libera democrazia che permette la collaborazione cordiale di tutti i lavoratori del braccio e della mente indipendentemente dalla concezione politica é la documentazione della maturità sindacale del popolo e della serenità ed obiettività con cui tutti i Segretari Camerali hanno improntato in ogni circostanza la loro azione.

Le conquiste sindacali di questo anno sono dovute allo spirito di sacrificio ed al disinteresse degli attivisti sindacali e dei dirigenti ed organizzatori sindacali.

La sempre più attiva partecipazione dei lavoratori e specialmente gli impiegati tecnici ed amministrativi varranno a potenziare l'organismo sindacale per sostenere le battaglie del lavoro.

Il problema dei Consigli di Gestione e la Riforma Agraria impegnano direttamente i lavoratori chiamati a nuove gravi responsabilità per la rinascita del Paese.

In questo spirito di cordiale e fraterna collaborazione il Partito Socialista invia il suo saluti a tutti i congressisti con particolare riguardo a tutti i compagni militanti che non hanno guardato a sacrifici per rendere sempre più forte l'organizzazione sindacale”.

Sulla stessa pagina Ernesto Caporali, sotto il titolo “Il proletariato a raccolta”, chiosava l'annuncio con una pregevole ricostruzione storica degli albori del movimento sindacale cremonese.

“Il movimento operaio della nostra provincia é uno dei più solidi e più antichi del nostro paese.

Esso risale – per talune categorie come i poligrafici, i muratori, i fornaciai, l'arte bianca e quelle artigianali come i pianellai, i decoratori, gli ebanisti – ai tempi lontani che hanno preceduto la rivoluzione industriale del XX secolo.

I nomi di certe vie cremonesi attestano del resto l'attività produttiva del nostro popolo e la sua intelligente partecipazione alla vita economica nei tempi in cui l'Italia non era che un'espressione geografica, che il suo territorio nazionale era frammentato in una sequela di Stati senza alcuna connessione organica.

La massa operaia fu all'avanguardia di questo processo organizzativo e rivoluzionario che caratterizzò il suo sforzo volitivo in un mondo reazionario e stupidamente ottuso e rappresentò anche l'elemento unitario della nazione.

I primi sindacati operai ebbero attorno ad essi il conforto di altre formazioni che si andavano costituendo sotto l'impulso della propaganda socialista.

La nostra Camera del Lavoro ha mezzo secolo di esistenza.

Dalla sua sede di Via del Passeggio, si trasferì in Via Canobbio e, prima ancora della Prima Guerra mondiale, in quella più adatta di Via Volturno.

Le vicissitudini che essa ha attraversato sono ormai entrate nella storia, perché esse costituiscono una parte integrante della vita sociale e politica della nostra terra.

Prima ancora della fine del secolo scorso Cremona poteva onorarsi di tutta una fioritura di organizzazioni sindacali, mutualistiche e cooperative che seppero resistere contro tutti gli attacchi della reazione crispina e uscirne vittoriosa, anche se uno stuolo di militanti oscuri dovettero pagare con la prigione o con la rappresaglia padronale la fedeltà all'ideale.

Ma ciò che assume un significato particolarissimo per la nostra terra cremonese é l'entrata in scena del movimento sociale del proletariato agricolo che si avverte verso il 1880 e continua ad intensificarsi negli anni successivi fino a costituirne, agli albori di questo secolo, l'elemento preponderante.

Ed infatti l'organizzazione sindacale della nostra provincia da quel momento sarà influenzata dalla presenza della nostra massa contadina che con le sue battaglie e con le sue realizzazioni nel campo economico e morale darà tono a tutta la nostra attività sociale.

Quante battaglie sono state combattute con le alterne vicende delle vittorie e delle sconfitte.

Ma le une e le altre attestano della vitalità del nostro movimento operaio e contadino della nostra provincia negli anni ormai lontani in cui si lottava per dare al proletariato una più alta nozione della sua esistenza come classe a cui era riservata la direzione della vita economica e  politica della società.

Ed é venuto il fascismo a distruggere questa pagina gloriosa del popolo italiano.

Il fascismo che é stato il nemico più crudele e più feroce della nostra Patria.

Nella sua mania di tutto accasermare e di tutto ridurre al minimo comun denominatore dell'imbecillità, il fascismo ha disonorato la Nazione e il nostro magnifico popolo ed ha perfino inaridito le fonti della sua capacità produttiva intelligente che si estrinsecava nella fioritura dei suoi operai qualificati e dei suoi artigiani.

Noi siamo gli eredi di un quarto di secolo di schiavitù e di vergogna da cui dobbiamo riscattarci con una azione volitiva per la pace e la democrazia che ci allineerà con i popoli civili del mondo.

Ma l'Italia deve risorgere.

Deve sanare le sue piaghe dolorose.

Deve ricostruire le sue città e i suoi villaggi ove é passata la guerra infame voluta dal fscismo e dalle classi borghesi che l'hanno tenuto a battesimo e che l'hanno foraggiato fino al suo tracollo inonorato.

Il proletariato é la sola forza sana del nostro Paese ed é esso che costituisce l'elemento verso cui devono confluire tutte le forze che vogliono la ricostruzione della Patria.

Salutiamo questo Primo Congresso Sindacale della nostra provincia come un auspicio perché i ricorsi del passato ci siano di sprone a intensificare l'azione educativa e rivendicativa delle masse lavoratrici nella unità organica del proletariato e nel clima della giovane e già vigorosa Repubblica Italiana”.

All'impegno di rievocazione delle ascendenze storiche della CGIL si applicò anche il Prof. Romeo Soldi, stimato studioso e collaboratore di Bissolati, che sul n° 74 de L'EdP aveva pubblicato “In margine al Congresso della Camera del Lavoro”.

In cui, a reminiscenze, dipinte quasi deamicisianamente, sugli albori del sindacalismo cremonese, si accompagna, da parte dell'anziano intellettuale socialista, uno sforzo di indagine comparativa tra quello scenario della fondazione e quello della ricostruzione.

“Una nuda cameretta nei quartieri popolari, delle sedie rustiche sulle quali si assidevano una ventina di contadini rappresentanti poco più di un migliaio di compagni, un tavolo in mezzo, dove scrivevano e donde parlavano Bissolati, Garibotti, l'Avv. Quaini, il sottoscritto e qualche altro; ecco l'ambiente nel quale sorse la prima Lega di resistenza provinciale dei contadino dove venne formulato il primo patto colonico, all'inizio dell'ultimo ventennio del secolo scorso.

La sentenza del Tribunale di Venezia che rifiutava di riconoscere come reato lo sciopero, secondo la tesi sostenuta da Enrico Ferri e da Ettore Sacchi, dava forza al nuovo tentativo di organizzazione.

La crisi agraria, dovuta alla concorrenza dei grani russi ed americani, aveva indotto i conduttori di fondi a scaricarne il peso sui lavoratori.

Il salario annuo in denaro dei contadini si era ridotto a meno di 60 lire; e pareva una grande conquista potere portarlo a 100.

Si trattava di aprire una prima breccia nell'ordinamento liberale della libertà assoluta di contratto, per la quale la forza di resistenza dell'imprenditore soverchiava completamente quella del contadino, che aveva bisogno di accordarsi per mangiare.

Quindi cessava il salario libero, e si iniziava il salario di coalizione dipendente in gran parte dalla compattezza e dalla forza delle organizzazioni.

La cosa apparve in pubblico in una famosa polemica tra gli onorevoli Bissolati e Luzzati e nel campo teorico aveva una prima illustrazione da parte del Prof. Bonini.

A poco a poco i prezzi di coalizione, non nel solo campo salariale, diventarono la regola.

A quasi sessant'anni di distanza si riuniscono a congresso più di 500 delegati, assisi nelle comode poltrone di velluto del teatro Ponchielli, in rappresentanza di più di 70 mila lavoratori.

Il patto colonico é diventato uno dei migliori d'Italia.

Le relazioni indicano i nuovi limiti entro i quali si possono usufruire le forze del lavoro, come le 8 ore giornaliere e certe modifiche alle compartecipazioni (Bernamonti) una riforma radicale delle case coloniche, l'imponibile della mano d'opera, l'irrigazione come servizio pubblico (Caporali), i consigli di Cascina (Formis) gli uffici di collocamento (Delvaro Rossi) i servizi economici (Verzeletti) ecc.

La discussione dà luogo più a precisi e documentati rilievi delle condizioni delle singole categorie di lavoratori e dello stato della loro organizzazione che non a critiche sull'opera dei dirigenti.

Interessante l'accenno di Caporali al problema dell'emigrazione. Si cerca dall'estero mano d'opera qualificata e noi abbiamo dei generici, che solo gradualmente e col tempo potremo educare.

Il problema richiama alla mente lo stato dell'Inghilterra dopo le guerre napoleoniche e la famosa teoria, sorta allora, di Malthus della sproporzione tra popolazione e sussistenze, teoria che tenne il campo della scienza economica per tre quarti di secolo.

Si sono avuti parecchi accenni al fatto che il potere politico decurta i salari colla svalutazione della moneta come nell'attacco dell'On. Bernamonti al Ministro Corbino e nella precisa illustrazione del fenomeno da parte dell'operaio Borghisani.

Il congresso non diede luogo a manifestazione di dissensi fondamentali nelle direttive della politica salariale (più complessa di quanto comunemente si creda) tra i tre partiti di massa.

Tanto che quando si venne alla elezione dei nuovi dirigenti si votò una lista già precedentemente a carattere oligarchico, in luogo di una democratica e libera votazione di nomi; ma il fatto fu dovuto alla necessità pratica di impedire che il movimento fosse improntato ad un'unica direttiva, dovuta probabilmente ad una maggioranza occasionale.

In complesso il convegno fu uno dei meglio riusciti e dei  più ordinati e meritava la massima attenzione da parte di ogni studioso di movimenti economici ed anche da parte dei dirigenti la produzione”

Con l'edizione n° 72 del settimanale socialista, sotto il titolo di prima pagina “IL CONGRESSO DELLA CAMERA DEL LAVORO – il nuovo esecutivo”, si dava conto dei lavori congressuali, limitandosi, tuttavia, alle sole conclusioni rappresentate dall'elezione dei nuovi organi dirigenti:

“Come abbiamo annunciato nel numero precedente nei giorni 31 agosto e 1à settembre ha avuto luogo in Cremona nel Teatro Ponchielli il primo Congresso Generale delle Leghe e dei Sindacati Provinciali di Categoria.

I lavori del Congresso sono iniziati con le relazioni dei componenti il cessato Esecutivo onn. Ernesto Caporali e Dante Bernamonti e dei segretari Arturo Verzeletti, Angelo Formis, Arnaldo Bera, Angelo Delvaro Rossi.

I compagni del cremasco sono giunti con mezzi di fortuna nella giornata di domenica e con i loro numerosi interventi hanno reso ancor più interessanti i lavori del Congresso.

Nel complesso sono stati esaminati tutti i problemi interessanti la classe operaia.

Sull'operato della cessante Segreteria Camerale vi è stata l'unanime approvazione.

I cremaschi hanno insistito sulla parziale autonomia della succursale della Camera del Lavoro.

Pensiamo che la nuova Segreteria Camerale non avrà nulla in contrario a soddisfare le richieste dei Cremaschi che anche in passato hanno goduto di larga autonomia come é documentato dai numerosi accordi stipulati direttamente, dal premio di liberazione all'indennità di contingenza.

Dopo l'approvazione della Relazione Morale della Segreteria i delegati al Congresso hanno proceduto alla elezione per acclamazione del nuovo Esecutivo Provinciale della Camera del Lavoro che risulta composto nel modo seguente:

Per il Partito Socialista: Ernesto Caporali, Arturo Verzeletti, Angelo Delvaro Rossi, Walter Borghisani, Giovanni Lazzari.

Per il Partito Comunista: Dante Bernamonti, Arnaldo Bera, Enrico Bonetti, Gregori Pierino, Cremonesi Enrico, Zeni Mario.

Per il Partito Democristiano: Angelo Formis, Bonvini, Osvaldo Goldani, Gastaldi Ferdinando.

* * *

Nella riunione della Commissione esecutiva che ha avuto luogo subito dopo il Congresso é stata designata la segreteria della Camera del Lavoro nelle persone di:

Arnaldo Bera (com.) Segretario Responsabile; Arturo Verzeletti (Soc.); Angelo Formis (Dem.) Segretario”.

A margine del resoconto dei lavori del 1° Congresso Sindacale Unitario, resterebbero da sottolineare alcuni elementi intrinseci nelle modalità delle relazioni politiche del momento.

In primis, è doveroso sottolineare la quasi perfetta pariteticità nella rappresentanza delle tre componenti, affermata, al di fuori di qualsiasi ipocrita infingimento, nella sua solare specificità.

Anche la segreteria, dopo la fuoruscita dei due deputati costituenti, sarà figlia di quel criterio di pariteticità, in qualche misura garante dell'unitarietà politica ed operativa delle tre componenti politiche popolari.

Ma, l'ordine dei fattori delle responsabilità uscirà modificato, nel senso che il ruolo di segretario responsabile, in precedenza rivestito dalla corrente socialista nella persona di Caporali, verrà affidato alla corrente comunista nella persona di Arnaldo Bera, un giovane dirigente, già operaio della Latteria di Soresina, impegnato nella lotta antifascista.

La scelta, in qualche misura incoerente con la realtà degli indici di rappresentatività politica e sindacale delle tre componenti, registrata sia alle elezioni del 2 giugno che a quelle dei delegati congressuali, discendeva probabilmente dal forte impulso dei comunisti ad esercitare la loro crescente egemonia nel sociale.

Per di più, Bera rappresentava la cifra massimalista ed operaista di quell'egemonia.

Che non si schioderà più nei successivi sviluppi, avulsi da qualsiasi valutazione di opportunità politica e di valore personale, andando a cementare un sistema di “lottizzazione” degli organigrammi che assegnerà definitivamente alla corrente comunista il ruolo di guida del Sindacato.

Pagina altrettanto significativa, e pertanto degna di essere evocata nella presente ricostruzione, fu indubbiamente quella de “Il Congresso della Federterra”,  il cui svolgimento fu annotato da Ugo Stocchero sul settimanale socialista nell'edizione n° 75 del 28 settembre 1946:

“Domenica 22 settembre ha avuto luogo in Cremona nell'ex Cinema Olimpia il primo Congresso Provinciale del lavoratori della terra.

Al Congresso hanno partecipato trecentocinquanta delegati rappresentanti le Leghe contadini di tutti i Comuni della provincia.

I delegati hanno salutato calorosamente i compagni deputati Ernesto Caporali e Dante Bernamonti che avevano appositamente intrapreso il viaggio a Cremona per assistere ai lavori del Primo Congresso della Federterra alla quale durante la loro permanenza alla Direzione Camerale hanno dato tutto il loro apporto per la realizzazione del programma sindacale.

Verzeletti dichiara aperto il Congresso alle 9,30.

Risultano eletti presidenti i compagni on.li Dante Bernamonti, Ernesto Caporali ed Ennio Zanibelli.

Il primo presidente di turno Dante Bernamonti porta ai congressisti il saluto cordiale della Segreteria e dell'Esecutivo della Camera della Camera del Lavoro ringraziando i compagni Giovanni Cella dell'Ispettorato Lombardo e Corbari della Federterra di Brescia di aver voluto assistere ai lavori.

Iniziano le esposizioni dei Segretari della Federterra Angelo Delvaro Rossi, Enrico Bonetti, Primo Bonvini sull'attività sindacale per la tutela degli interessi dei contadini.

Dopo brevi parole del Presidente Bernamonti, che chiarisce i concetti relativi all'autonomia sindacale ed all'azione dei partiti di massa, vengono dichiarate aperte le discussioni sull'ordine del giorno.

Salgono alla ribalta i rappresentanti le zone di Soresina, Casalmaggiore e Crema che portano il saluto dei contadini al Congresso.

Sui vari problemi sindacali prendono la parola:

ZIGNANI per la parificazione degli assegni famigliari dell'agricoltura a quelli dell'industria.

TAINO per sollecitare la Federterra a migliorare l'attuale Patto Colonico perché abbia a rispondere a tutte le esigenze della classe contadina.

MORETTI per chiedere l'aumento della razione di pane.

Passeri per invitare l'autorità competente a risolvere il problema dell'uva che interessa direttamente i lavoratori.

INVERNI é per la tutela dei contadini per quanto concerne la garanzia di macinazione del granoturco.

CREMONESI espone la critica situazione dei capi-lega la cui sistemazione economica dovrebbe preoccupare i dirigenti della Federterra.

RINALDI prospetta la necessità di un rigido controllo del grano e dei problemi relativi all'allevamento dei bachi da seta.

ALINOVI sollecita la revisione e il controllo dell'imponibile di mano d'opera per far fronte alla disoccupazione che angustia le campagne.

VILLA per la risoluzione del problema dell'anticipazione del prezzo dei bozzoli tenendo conto che ai contadini bisognerebbe lasciare un più largo margine di guadagno.

CAPORALI, presidente, legge un ordine del giorno inviato dalla lega di Spineda che reclama il pronto intervento delle competenti autorità per risolvere il problema della disoccupazione.

FORMIS chiede la parola per una mozione d'ordine. Formis ne approfitta per lumeggiare la politica sindacale della Federterra che deve compendiarsi nell'attuazione della riforma agraria con il conseguente esproprio della grossa proprietà per garantire e tutelare i contadini in tutte le loro aspirazioni.

Aspre discussioni hanno luogo quando il Presidente Zanibelli pone all'ordine del giorno la proposta Formis per la scelta dei delegati al Congresso Nazionale di Bologna.

Notiamo gli interventi vivacissimi dei delegati Ghidoni, Bianchi, Lazzari, dei Segretari della Federterra Bonetti, Formis e dei Segretari Camerali Verzeletti, Bera, di Bavelloni dell'on. Caporali che cerca in tutti i modi di ristabilire la calma ed infine del vulcanico Inverni di Stagno Lombardo.

Malgrado gli sforzi della presidenza la discussione continua disordinata e tumultuosa e un gruppo compatto di comunisti si alza per lasciare la sala.

Interviene Arnaldo Bera che svolge opera di persuasione e riesce a ricondurre tutti i congressisti ad una più tranquilla e serena discussione.

Approvata la proposta Formis viene anche accolta la mozione Verzeletti sulla chiusura delle discussioni dell'ordine del giorno.

Il presidente inizia pertanto le interpellanze sulla relazione morale dei  Segretari della Federterra.

Parlano Lazzari, Maestri, Arcari, Bellini, Delvaro Rossi, Arturo Verzeletti, Arnaldo Bera ed il compagno Giovanni Cella dell'Ispettorato di Milano che insiste esortando i congressi ad operare concordi nella difesa dell'unità sindacale.

Approvate all'unanimità le relazioni morali prendono ancora la parola i segretari camerali Arnaldo Bera, Arturo Verzeletti ed Angelo Formis che inneggiano alle fortune del forze del lavoro.

Delegati al Congresso di Bologna risultano eletti: Angelo Delvaro Rossi, Enrico Bonetti, Primo Bonvini, Mario Morini, Eugenio Cremonesi, Pietro Alberti, Bavelloni Vitaliano”.

Abbiamo scelto di riportare integralmente la cronaca congressuale sia per fornire, a distanza di quasi sessant'anni, il senso dei riti pubblici in auge al momento del ripristino delle libertà collettive nell'ambito di un'organizzazione che rappresentava 60.000 lavoratori, sia per evidenziare alcuni aspetti di connessione tra la discussione congressuale e le tematiche enucleate nel corso della trattazione del conflitto sociale.

Come ultima sottolineatura, resterebbe da evidenziare che l'epilogo dell'assemblea, una volta imboccato l'adempimento elettivo, si prospettava ben meno scontato.

Con un largo anticipo rispetto alla definitiva rottura della CGIL, infatti, la discussione disordinata e tumultuosa arrivava al punto della rottura.

Che venne scongiurata, in extremis, grazie all'intervento del vertice camerale ed all'esortazione all'unità.

Ma non sarà ancora per molto.

Di fatti, “l'unità”, se si prescinde dallo stretto rapporto tra PCI e PSI, già da allora costituiva la conseguenza di un legame pattizio di cui le tre correnti, rappresentanti in sede confederale i partiti popolari, fungevano da garanti; in un rapporto destinato presto a logorarsi e a recidersi.

Tale stato di fatto risulterà sancito già in sede di preparazione del Congresso Nazionale della CGIL dell'inverno del 1947 a Firenze, quando la scissione socialista e l'estromissione delle sinistre dal Governo era già state consumate.

Di tale evento riportiamo la “Mozione della corrente sindacale socialista al primo Congresso unitario della C.G.I.L.”:

“Al Congresso che, per la prima volta dopo la caduta del fascismo e la proclamazione della Repubblica, riunisce le libere forze del lavoro di tutta l'Italia nel concorde sforzo di tracciare le direttive per la ricostruzione della nazione e per l'affermazione dei diritti dei lavoratori

saluta la memoria dei martiri, saluta i combattenti, i partigiani e tutti coloro che nella lotta contro il fascismo ed il nazismo riscattarono col proprio sacrificio la libertà e l'onore d'Italia,

afferma che la Confederazione Generale Italiana del Lavoro alla quale confluiscono lavoratori di ogni categoria, di ogni regione, di ogni partito, aperta a tutte le correnti di pensiero, democraticamente diretta, rappresenta nel suo spirito unitario la più efficace conquista della classe lavoratrice, il suo solido strumento di difesa ed al medesimo tempo il tessuto connettivo della stessa unità del paese

dichiara che dal Congresso i lavoratori attendono il rafforzamento dell'unità sindacale, il potenziamento della CGIL, un chiaro ed ampio programma in cui siano espresse, alle loro aspirazioni, le esigenze di vita di tutto il popolo italiano.

In tale spirito ed allo scopo di concorrere alla formulazione di questo programma, la corrente sindacale socialista presenta una mozione, indicando sui principali problemi le direttive di massima che saranno più ampiamente sviluppate dai suoi rappresentanti in sede di congresso.

Struttura e funzioni della C.G.I.L.

La corrente socialista ritiene che nella CGIL ed in tutti gli organismi aderenti vada riaffermata l'esclusione di ogni interferenza esterna da parte dei partiti politici e consolidata, dalla base al vertice, la libera e democratica espressione degli organizzati.

Per quanto riguarda il nuovo ordinamento sindacale la CGIL e gli organismi aderenti devono mantenere le loro caratteristiche di associazioni di fatto, senza che la procedura di un riconoscimento giuridico possa compromettere la natura del libero sindacato o comunque postulare una possibilità di intervento o di controllo statale.

Problemi economici e sociali

La corrente socialista postula quali punti fondamentali della politica della CGIL:

1)   Nell'attuale situazione di crisi non é possibile che la ricostruzione sia basata esclusivamente sui tentativi isolati e frammentari ai quali l'iniziativa privata conferisce prospettive limitate e talvolta contraddittorie, puntando soltanto sul proprio profitto immediato o futuro e richiedendo l'intervento dello Stato ogni qualvolta si viene a trovare in una situazione difficile. Occorre invece stabile un programma razionale, da attuarsi attraverso una pianificazione pluriennale che contempli la modifica dei cicli produttivi, la trasformazione delle industrie passive, l'attivazione di industrie nuove e stabilisca le garanzie ed i limiti entro i quali saranno sorretti ed aiutati i tentativi individuali.

2)   Contemporaneamente si deve affrontare il risanamento del bilancio e frenare la svalutazione della moneta. Per realizzare questi obiettivi va quindi applicata l'imposta straordinaria sul patrimonio ed attuato il cambio della moneta, misura indispensabile per procedere ad un inventario fiscale. Va rivisto tutto il sistema di tassazione che deve incidere in misura proporzionalmente progressiva colpendo fortemente i redditi elevati per una più equa giustizia tributaria. La C 2 va abolita. Va concretata e portata a termine l'avocazione dei profitti di guerra e del regime, in modo che gli speculatori siano privati delle ricchezze accumulate col sangue e col sudore dei lavoratori.

3)   Nel campo dei consumi una rigorosa disciplina deve imporre una base di comuni sacrifici. Il rialzo dei prezzi va contenuto, il tesseramento esteso ad latri generi di prima necessità. Oltre ai cereali, altri prodotti alimentari di largo consumo vanno acquistati all'estero con l'intervento dello Stato e direttamente distribuiti ai lavoratori. Nel settore dei prodotti industriali va imposta la fabbricazione di un contingente di indumenti e di calzature di tipo commerciale da distribuirsi ai lavoratori della città e della campagna; con speciale riguardo ai contadini va disciplinata la fornitura diretta di strumenti di lavoro e di fertilizzanti. Va regolarizzata con un controllo effettivo e severo l'afflusso agli ammassi, stroncato all'origine il mercato nero, aumentate le sanzioni per i trasgressori,  fino al sequestro delle aziende ed alla loro gestione a mezzo di enti comunale e col concorso delle organizzazioni sindacali. La Federazione dei Consorzi Agrari e la Sepral, nelle quali vanno immesse rappresentanze sindacali, e gli enti comunali di consumo vanno sburocratizzati e collegati con criteri unitari.

4)   Le grandi riforme di struttura vanno portate allo studio sul piano delle realizzazioni concrete, sia pure con un gradualismo che ne consenta l'armonico inserimento nell'economia italiana. Nel settore bancario, come premessa alle altre riforme, le grandi banche vanno controllate in maniera che il credito possa impiegarsi corrispondentemente alle necessità collettive ed alla ricostruzione del paese. Nel settore industriale vanno nazionalizzate le aziende chiave come l'industria elettrica e la mineraria, l'industria dei trasporti e quelle relative ad alcuni servizi pubblici come i telefoni, il gas ecc. In genere devono essere nazionalizzate senza distinzione di categoria le industri per le quali venne richiesto un costante concorso finanziario dello Stato. Nel settore agricolo deve essere affrontata con energia e con mezzi adeguati l'espropriazione del latifondo e delle grandi proprietà a favore dei produttori diretti, promuovendo la costituzione di cooperative che assicurino mezzi adeguati ad una produzione razionale.  Nuovi rapporti di mezzadria devono garantire ai mezzadri dei compensi proporzionati al lavoro ed agli apporti delle famiglie coloniche. La piccola affittanza deve essere regolata con accordi collettivi che stabiliscano sulla base della produttività dei terreni riferiti ai  relativi compressori, i prezzi medi di locazione. La piccola proprietà a condizione diretta, frutto del lavoro e del risparmio e finora abbandonata a se stessa, va protetta con sgravi fiscali e collegata attraverso forme cooperative che assicurino il credito ed i mezzi tecnici necessari per una maggiore produttività.

5)   Spetta alla CGIL impostare ed avviare alla soluzione il problema del mezzogiorno, che non riveste soltanto aspetti sociali ed economici, ma che si pone anche sul piano morale per la sfiducia di quelle popolazioni che dal 1870 ad oggi non hanno mai visto mantenute le promesse costantemente riaffermate dai vari governi.

La mozione fu presentata dalla folta schiera dei socialisti, che, all'epoca, erano impegnati nella direzione del Sindacato.

Ne riportiamo i nominativi sia in omaggio alla loro memoria sia a beneficio della percezione dell'autorevolezza del ruolo dei socialisti cremonesi nella guida dell'organizzazione sindacale:

Verzeletti Arturo, Segretario Camera del Lavoro di Cremona; Delvaro Rossi Angelo, Segretario Confederterra;  Stocchero Ugo, Organizzatore Sindacale; Bavelloni Vitaliano, Segretario Camera del Lavoro di Crema; Ricca Carlo, Vice Segretario Camera del Lavoro di Soresina; Ghisolfi Carlo, Segretario Camera del Lavoro di Casalmaggiore, Moroni Lorenzo, membro del Direttivo della Confederterra di Soresina; Morini Mario, membro del Direttivo della Confederterra di S. Daniele; Ronco Ferrucci, Gentilini Angelo, Singhi Enrico, Giansoldati Galliano FIOM, Pertica Paolo, Sindacato Chimici; Dusi, Boldori Luigi, Rolleri Plinio, Bellecchia Michele,  Germani Carlo, Sindacato Edili; Dognibene Ferruccio, Sindacato Ferro-Tranvieri; Pigoli Edvige, Subitoni Maria e Maestri Delfina, FIOT Filatrici; Rotelli Enrico, Commercio (organizzatore) Lavoratori della mensa; Borghisani Walter, Sindacato Alimentazione; Granata Carlo, Pagliari Ultimo e Cadenazzi Ernesto, Ferrovieri;  Carini Luigi, Poligrafici; Maranesi Mario, Postelegrafonici; Taié Segretario Provinciale UDEL; Rossi Ugo e Papadia, Sindacato Bancari; Sterzati Umberto, Sindacato Spettacolo; Sivalli Ottorino, Orchestrali e bandisti; Bassi Francesco e Piccioni Luigi, Lavoranti Legno; Cabrini Giuseppe e Avalli Attilio, Aziende Elettriche; Panzi Italo, UDEL; Cipelletti Franco e Arcari Angelo e Giovanni, Berettera Ginetta e Galliani Maria, Consulta Femminile Sindacale.

La “statura” della mozione merita una serie, sia pure sintetica, di annotazioni.

A cominciare, appunto, dall'evidente capacità di elaborazione, da parte di una componente sindacale, attorno a tematiche di vasto respiro strategico.

Rispetto a cui non può non rilevarsi un baricentro politico sostanzialmente riformatore, per quanto, su alcuni aspetti quali le auspicate nazionalizzazioni di gangli vitali della produzione industriale e dei servizi e quali ancora le riforme nel settore della ricomposizione fondiaria, decisamente riformatore, ma non in antitesi al mercato.

Quelle “grandi riforme di struttura”, auspicate dalla mozione socialista, appaiono inequivocabilmente figlie dell'elaborazione morandiana, applicatasi, già dalla clandestinità del Centro Interno socialista dell'Alta Italia, a definire una   democratica trasformazione dell'Italia in senso socialista, a cominciare dall'economia.

Esse guideranno coerentemente l'azione politica, parlamentare e sociale del PSI (per quanto nel corso degli anni del muro contro muro contaminate da venature massimaliste) ed approderanno, dopo tre lustri, alla confluenza delle prospettive di “svolta a sinistra” di inizio degli anni sessanta, fino a permearne il profilo programmatico.

Di fatti, larga parte di quella elaborazione finirà sul tavolo delle complesse trattative tra socialisti e cattolici e diventerà base degli accordi di governo.

Per quanto si riferisce alle connotazioni afferenti più squisitamente all'impostazione dell'organizzazione sindacale va sottolineata la perentorietà con cui i socialisti rivendicano per la CGIL il carattere fondativo di associazione di fatto; ed occorre dirlo, anche con una certa enfasi.

L'aspetto, nei tempi attuali, potrebbe prestarsi al rilievo di un certo sofismo.

Nulla di più superficiale.

Infatti, quell'opzione faceva capo al rifiuto, da parte dell'organizzazione sindacale unitaria, di qualsiasi prospettiva di “irrigimentazione” dell'organizzazione medesima, quale era andata configurando e consolidando durante il ventennio, a seguito della Carta del Lavoro del 1926; con cui, con l'enucleazione della dottrina corporativista, di fatto furono soppresse le libertà sindacale ed irrigimentati i simulacri di rappresentanza del lavoro dipendente creati dal fascismo.

I deputati costituenti erano impegnati a lungo dalla trattazione del problema costituito dalla regolamentazione del quadro di funzionamento delle associazioni sindacali e politiche; anche come riflesso del confronto, che, in materia, aveva impegnato le rappresentanze sindacali dei tre partiti di massa, già a partire dal Patto di Roma del 4 giugno 1944, con cui era sorta la CGIL unitaria.

Come si sa l'epilogo del confronto fu rappresentato dalla formulazione dell'art. 39 della Costituzione (“Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo che la loro registrazione”).

Ma prima di approdare a tale conclusione, il dibattito politico ed istituzionale era stato impegnativo e divaricante.

Come ricostruisce Walter Tobagi in “Il Sindacato riformista”, il Patto di Roma, con cui si era dato vita all'intesa per la ricostruzione della rappresentanza del lavoro, tentò inizialmente di accreditare una continuità tra il risorto sindacalismo italiano e la CGL prefascista.

Ma tale continuità, contrastata sin dall'inizio dalla componente comunista, risiedeva solo nelle intenzioni di una parte del PSIUP e nel ruolo di Buozzi, che, come segretario della CGL in esilio, era stato chiamato nell'agosto del 1944 dal governo badogliano alla guida delle organizzazioni sindacali ex fasciste.

Buozzi tentò, riuscendoci per un breve periodo (in quanto verrà fucilato dai nazi-fascisti il giorno antecedente alla liberazione di Roma), di imprimere nelle connotazioni del risorto sindacato, appunto, elementi di continuità tra la vecchia Italia liberale ed il nuovo scenario politico e sindacale.

Allo scopo di fornire a tale tentativo un ampio retroterra di consenso popolare, ottenne da Badoglio di rappresentare nel collegio dei commissari sindacali anche la componente comunista.

Nel breve periodo, in cui tale tentativo si dispiegò, occorre registrare una forte coerenza di scelte, rispetto all'obiettivo strategico; tra cui, ad esempio, le Commissioni Interne, un istituto inequivocabilmente riferibile al sindacalismo riformista ante fascismo.

Un obiettivo strategico che era destinato ad entrare repentinamente in rotta di collisione con i programmi del PCI, un cui esponente di rilievo, Scoccimarro, già nel dicembre del 1943 aveva scritto alla direzione milanese del partito: “Noi non riconosciamo più la gerarchia stabilita da Badoglio fra i commissari. In ogni caso non accetteremo più una posizione di subordinazione del nostro rappresentante rispetto a Buozzi. Sarà già molto concedere a lui una posizione di parità. Il Partito Socialista non é d'accordo col nostro progetto: esso sostiene il principio del sindacato obbligatorio e il mantenimento della confederazioni fasciste almeno per un anno. Buozzi vuole conservare la sua posizione di preminenza per ricreare il vecchio apparato riformista della burocrazia sindacale di venti anni fa”.

Il massimo dirigente della corrente sindacale comunista, Roveda, cui succederà Di Vittorio, sosteneva: “Conservare ancora anche solo per un anno il sindacato legale vorrebbe dire anche dare il tempo di raggiungere il piano dei riformisti”.

Si badi bene che nelle prese di posizioni antagonistiche, da parte dei dirigenti comunisti, ci si riferisce ai “riformisti”, ritenuti una componente dei socialisti, verso cui era già in atto, da parte del PCI, un'operazione a tenaglia di pressing con l'obiettivo di rendere i medesimi minoritari.

Il problema, come si sa, sarà risolto in modo diverso, con l'arresto e la morte di Bruno Buozzi; che non si riuscì a scongiurare nonostante rocamboleschi tentativi di liberazione. Il cui fallimento indusse a più di una perplessità, riferita alla cifra riformista che Buozzi avrebbe rappresentato negli sviluppi del sindacato unitario.

Il suo successore, Oreste Lizzadri, come ricorda Tobagi, era per formazione e vocazione, esponente di un massimalismo di stampo meridionale, sostenitore di un'alleanza stretta, fino ai limiti della fusione, tra socialisti e comunisti.

Divenne consequenziale l'allineamento del PSI sulle posizioni teorizzate da Di Vittorio, il quale contrappose una concezione di classe che “vede nel sindacato l'organo d'unione di tutti gli operai d'una stessa industria e nella Camera del Lavoro e nella CGL l'organo di unione di tutta la classe operaia”.

L'allineamento riguardò, anche se con molte resistenze, la corrente cristiana, originariamente e per un lungo tratto attestata sulle stesse posizioni dei socialisti, che era quelle propugnatrici di un sindacalismo riformista, gradualista, unitario.

Sostanzialmente di ispirazione trade-unionistica, si potrebbe dire economicistico e legato alla tradizione sindacale occidentale. E, quindi, sottratto all'egemonia comunista.

Un ispirazione, che verrà sconfitta,  perché in antitesi con la visione comunista che tendeva (con successo) ad ispirare il ruolo del sindacato alla lotta di classe.

In tale luce, la CGIL sarebbe dovuta divenire una sorta di superpartito, in grado di ingabbiare, nel rapporto di classe, le tre componenti popolari; a prescindere dalla linea politica di riferimento.

Se ne avrà dimostrazione, a principiare dal dibattito sindacale col tendenziale ridimensionamento del presupposto fondativo, costituito dalla pariteticità.

Una tendenza avvertibile nei pronunciamenti e palpabile, in concreto, nella dinamica di composizione degli organi dirigenti sindacali.

Al Congresso di Napoli i rapporti erano stati: corrente comunista 40%, corrente socialista 30%, corrente cristiana 15.

In quello successivo di Firenze (1947) saranno: corrente comunista 57,8%, corrente socialista 22,6%, corrente cristiana 13,4%.

Ma l'occupazione dello spazio egemonico, da parte comunista, procedeva anche a livello delle grandi fabbriche.

Citiamo la Pirelli di Milano, dove nel 1945 il nucleo socialista contava 1800 iscritti.

Nelle elezioni della Commissione Interna dell'aprile 1946 il PCI ottenne 5 seggi ed il PSI 3.

Nel 1948 saranno rispettivamente 9 e 3 (su 15).

La mozione rivendica, altresì, un profilo molto alto per l'impegno dei militanti socialisti a sostegno delle lotte socialisti e dell'azione sindacale.

Parallelamente alla mozione, infatti, la Federazione del Partito diramò un significativo “Appello ai lavoratori”:

“Il Partito Socialista Italiano ha elaborato un vasto programma di opera per la valorizzazione delle forze del lavoro.

Il Partito Socialista Italiano richiamandosi alle proprie tradizioni gloriose indica ai lavoratori, anche in questo difficile momento, la via da seguire per iniziare veramente il risanamento morale e materiale del paese.

Partito di popolo e per il popolo tendiamo decisamente all'unità di classe all'unità della classe lavoratrice come unico mezzo per stroncare la tracotanza padronale.

La corrente del Il Partito Socialista Italiano tende decisamente a realizzare in seno all'organizzazione sindacale la più stretta collaborazione dei lavoratori del braccio e della mente.

Nell'organizzazione sindacale i lavoratori tutti devono trovare il rispetto delle proprie opinioni politiche.

I lavoratori che hanno sopportato i più duri sacrifici attraverso una politica unitaria sul terreno sindacale dovranno ottenere il riconoscimento dei propri diritti e divenire elementi attivi e positivi della ricostruzione del Paese.

Il Partito Socialista Italiano garante delle libertà democratiche chiama a raccolta militanti e simpatizzanti per il prossimo Congresso Camerale.”

L'occasione congressuale fu, però, propizia anche come contributo ad enucleare una serie di elaborazioni di natura più squisitamente organizzativo-sindacale, con formulazioni che, per alcuni aspetti, riecheggiano, rapportate alle odierne polemiche, una certa attualità.

Nel formuliamo una breve sintesi:

“Nessuna limitazione può essere consentita all'esercizio del diritto di sciopero, ma vanno rivendicate a tutte le categorie eguali possibilità di difesa; va respinta come violazione della libertà individuale qualsiasi forma di arbitrato obbligatorio.

L'attività contrattuale va intensificata, non soltanto per la risoluzione dei problemi salariali, ma anche per la definizione di nuove e più complete regolamentazioni generali; base di queste regolamentazioni é la valorizzazione della Commissioni Interne che devono inserirsi nella vita aziendale con più ampi e riconosciuti poteri per quanto riguarda i rapporti fra direzioni e maestranze con particolare riguardo alle assunzioni ed ai licenziamenti.

Alle Commissioni Interne devono corrispondere nel campo economico i Consigli di Gestione da istituirsi obbligatoriamente in tutte le aziende che abbiano un minimo di capitale o di dipendenti o che esercitino una funzione importante nell'economia nazionale. Attraverso i Consigli di Gestione, organi di democratizzazione delle aziende, i lavoratori parteciperanno all'indirizzo generale delle aziende stesse, contribuiranno al loro miglioramento tecnico ed organizzativo ed al loro inserimento nello sforzo collettivo della ricostruzione.

Gli accordi collettivi di lavoro generali e salariali, liberamente conclusi fra le associazioni sindacali, unitarie o di maggioranza, devono essere registrati a cura del Ministero del Lavoro e dei suoi organi periferici, così da acquistare validità ed efficacia vincolante per tutta la categoria e da trasferire sul piano giuridico le conquiste dei lavoratori affidandone la difesa alla collettività.

Le vertenze del lavoro non possono essere risolte attraverso ordinaria procedura giudiziaria, che, imponendo ai lavoratori dilazioni ed attese insostenibili, spesso li obbliga ad ingiuste transazioni.”

Il programma della corrente sindacale socialista verrà completato con “La Carta femminile – presentata al Congresso della CGIL”:

“La ‘Carta della Lavoratrice' che verrà presentata al prossimo Congresso confederale dalle rappresentanti delle correnti socialista e comunista, stabilisce i punti fondamentali che devono diventare, dal Congresso in poi, patrimonio di ogni lavoratore e di ogni lavoratrice.

Ecco i sei punti fondamentali della Carta:

1)   Diritto al lavoro;

2)   Diritto ad una giusta retribuzione;

3)   Diritto a condizioni di vita sane e dignitose;

4)   Diritto allo sviluppo delle proprie capacità;

5)   Diritto della lavoratrice a veder garantita la saluta propria e dei suoi figli;

6)   Diritto ad una piena partecipazione alla vita sociale”

Il lettore non sia tratto in inganno dal carattere, oggi scontato, di quella summa di rivendicazioni, quasi primitive.

Come lo erano le condizioni dei diritti economici, sociali e politici della donna, che, salvo le ristrette élite, erano stati conculcati dalle negazioni di un sistema, cui avevano fatto comodo i bassi costi della manodopera e la precarietà del lavoro femminile; e l'arretratezza, cui non poco contribuivano le credenze religiose.

Per inciso, si ricorda che per la prima volta l'altra metà del cielo aveva potuto esercitare il diritto di voto solo un anno prima.

Come annunciato da L'Eco n° 103, nella primavera del 1947 si svolse “Il Secondo Congresso della Camera del Lavoro”:

“Sabato 13 aprile in Cremona presso la Sede dell'ANPI in Via Trento e Trieste si sono iniziati i lavori per il Secondo Congresso della Camera del Lavoro.

Alla riunione ha presenziato il Prefetto dott. Speciale che ha portato il saluto del Governo e suo personale ai delegati rappresentanti i 68 mila organizzati.

I delegati procedono alla elezione della presidenza che risulta così composta: Tajé, Andrini, Maria Galliani e Prof. Lombardi.

Avuta la parola il Segretario Responsabile, Arnaldo Bera, illustra la complessa opera svolta dalla Camera del Lavoro per la tutela dei lavoratori.

Dopo aver ricordato il contributo di Bruno Buozzi ed Achille Grandi per la rinascita di un'organizzazione unitaria espone quanto hanno fatto le leghe ed i sindacati di categoria.

Verzeletti, risalendo alla situazione esistente alla caduta del nazifascismo ha illustrato i vari contratti stipulati e particolarmente gli accordi per la scala mobile applicata all'indennità di contingenza successivamente estesi alle categorie del commercio e dell'artigianato che hanno senz'altro tutelato i lavoratori.

La tregua salariale che rappresentava il tangibile apporto della classe lavoratrice alla normalizzazione della vita del paese é stata infranta dall'avidità speculativa della borghesia capitalista che ha determinato allarmismo e che ha compromesso la ripresa economica.

Segue Angelo Formis che riassume sinteticamente la situazione finanziaria della Camera del Lavoro. Formis ha sollecitato i congressisti ad intensificare l'azione di proselitismo anche per assicurare alla CdL i mezzi finanziari sufficienti a far fronte alle esigenze camerali e più che altro per poter migliorare i servizi della CdL, dei sindacati e delle leghe.

Si apre nel pomeriggio la seduta alle ore 14. Ha la parola Angelo Formis, segretario camerale, il quale riprende e completa le relazioni svolte nella mattinata dagli altri segretari.

Si sofferma egli soprattutto sulla situazione degli impiegati statali e parastatali. Fa un appello a questa categoria a ciò che essa resti solidale con gli altri lavoratori, dai quali per nulla si differenzia.

Ricorda gli interventi della CdL a favore dei dipendenti degli enti locali. Angelo F. afferma che i contadini non devono mirare solamente ad ottenere un buon patto colonico. L'aspirazione dei conduttori della terra ad una vera giustizia sociale deve essere concretizzata nella attuazione della riforma agraria.

Per raggiungere tale supremo obiettivo auspica la sempre più stretta e fraterna intesa dei lavoratori della terra.

Il Sindaco di Cremona impossibilitato ad intervenire al mattino a causa di un convegno provinciale di sindaci, reca il suo saluto suo e dell'Amministrazione comunale che rappresenta. Ricorda egli gli sforzi della classe lavoratrice per la liberazione e dichiara che l'amministrazione comunale farà il possibile per venire incontro alle esigenze popolari.

Sulle relazioni della segreteria camerale prendono la parola Moro Carlo che prospetta le esigenze sulle riforme delle Commissioni Interne, su pagamento della contingenza nel senso di parificare il trattamento delle donne a quello degli uomini.

Seguono Torresani Francesco per i Mutilati, Piero Bonaldi che chiede il potenziamento dell'Ufficio del Lavoro e Alfredo Orio per i dipendenti Enti Locali.

seguono ancora Comandulli Angelo, Nolli Aldo, Andrini Adriano e Giudici che sottopone la necessità di aiutare i ferrovieri. Altri interventi ancora dei delegati Inverni, Penna Martino e di Piero Cadenazzi, che porta il saluto di ferrovieri.

Il pastaio Walter Borghisani illustra chiaramente e sinteticamente la necessità di impegnare ogni energia per vincere la battaglia dei prezzi. Borghisani insiste sui pericoli dell' inflazione e prospetta la necessità di rimediare ai mali del presente mediante la partecipazione dei lavoratori al processo produttivo.

Parlano ancora Ada Savagnini per le filatrici, Amos Zanibellli per la CAMERA DEL Lavoro di Soresina, Pierino Gregori per la FIOM, Gelati Carlo e l'attivista nostra compagna Brigida Maianti per i lavoratori dell'alimentazione.

Angelo Delvaro Rossi richiama l'attenzione dei delegati sulla necessità di risolvere i problemi dell'agricoltura, soffermandosi particolarmente sulla cooperazione e sui riflessi nella riforma agraria.

Per ultimi si hanno gli interventi del compagno Tajé per la ULDEL  e della compagna Maria Galliani. Hanno così termine i lavori della prima giornata.

Nella giornata di domenica sono proseguiti i lavori per la illustrazione delle varie mozioni.

Prendono la parola il signor Faia per i repubblicani, l'on. Ernesto Caporali per i saragattiani, Angelo Formis per la corrente cristiana, Andreini per la corrente comunista.

Il compagno Arturo Verzeletti riandando al passato vicino, ha ricordato l'opera degli attivisti sindacalisti socialisti nella dura lotta clandestina e la riorganizzazione degli scioperi che paralizzarono durante l'occupazione nazi-fascista l'intera produzione dell'Alta Italia.

Il Partito Socialista Italiano é strenuo difensore dell'unità sindacale appunto perché, sottolinea Verzeletti, noi anziani ricordiamo tutto il male che ha provocato la divisione della classe lavoratrice.

La nostra corrente, insiste, ritiene indispensabile che la libera organizzazione sindacale abbia una propria politica che si identifichi nella necessità di sostituire la borghesia incapace con le forze vive e sane del paese, i lavoratori.

Per questo gli attivisti della corrente socialista si sono sempre impegnati a fondo per la riforma agraria industriale ecc. per iniziare la rinascita del paese nell'interesse di tutti i cittadini.

Verzeletti termina auspicante il fronte unico delle forze del lavoro.

Sulle mozioni prendono la parola Bassi Francesco per i lavoratori del legno, Zanibelli Amos, Bonoldi Pietro, Gerevini Aldo della Fiom di Crema, Carotti Mario per gli alimentaristi, Zeni Mario per gli impiegati, Fogliazza Enrico per i bancari, Sozzi Renzo per i dipendenti degli Ospedali Riuniti, Orio Alfredo per i dipendenti comunali, Bini Giancarlo per gli edili e Guazzaroli per gli Statali.

GLI ATTIVISTI SOCIALISTI in testa nei voti preferenziali:

Verzeletti Arturo voti 14.315; Stocchero Ugo 13.752, Galliani Maria 5.162, Calzi Giovanni 1.819, Borghisani Walter 1.160, Ghiselli Arnaldo 489, Rossi Giovanni 400.

COMUNISTI:

Bera Arnaldo voti 8.333, Bernamonti Dante 7.009, Andrini Adriano 6.685, Zeni Mario 2.166, Salvagnini Ada 1.690, Trezzi Enrico 1.492, Priori Stefano 920, Fogliazza Enrico 920, Genevini Agide 854, Uggeri Guido 450, Pizzi Ernesto 444, Soldi Guido 336, Mariconti Angelo 240, Furini Cesare 200.

DEMOCRISTIANI:

Formis Angelo voti 4.648, Zanibelli Amos 4.608, Goldani Walter 1.338, Lombardi Evangelista 1.319, Bonvini Primo 1.115

INDIPENDENTI.

Caporali Ernesto voti 340, Aldovini Rosolino 106.

VOTI DI LISTA:

Correnti sindacali:

Comunista              voti 38.038

P.S.I.                        voti 20.496

Cristiana                  voti   8.857

Saragattiani             voti       19

Indipendenti            voti   1.130

Azionisti                  voti          1

Apolitici                   voti        36

Uomo Qualunque   voti         8

Repubblicani           voti      131

Schede in bianco                200

COMMISSIONE ESECUTIVA

La Commissione Esecutiva con la ripartizione dei posti in base ai voti di lista risulta formata da 10 comunisti, 5 socialisti e 2 democristiani.

Per la corrente socialista: Arturo Verzeletti, Ugo Stocchero, Galliani Maria, Calzi Giovanni,e Borghisani Walter

Per la corrente comunista: Arnaldo Bera, Dante Bernamonti, Adriano Andrini, Mario Zeni, Ada Salvagnini, Enrico Trezzi, Stefano Priori, Fogliazza Enrico, Agide Genevini, Guido Ruggeri

Per la corrente democristiana: Angelo Formis e Zanibelli Amos.”

Dalla vasta cronaca congressuale é facile ed utile rilevare che:

-     é ormai evidente, sul piano dell'apporto politico, il passaggio dell'egemonia alla corrente comunista

-     fatto riscontrabile anche nelle votazioni, che, nonostante premino ancora l'autorevolezza personale dei massimi esponenti della corrente socialista, assegnano indiscutibilmente la maggioranza dei voti a quella comunista e conseguentemente la maggioranza assoluta nella composizione della Commissione Esecutiva (la corrente sindacale comunista cremonese, in qualche misura, si rivelò antesignana della strigliata di Togliatti al congresso del PCI del 1948 che accusò “i compagni dirigenti della CGIL di aver pagato troppo caro per mantenere l'unità”)

-     da ciò discende il tramonto sia della pariteticità delle tre componenti popolari nella confederazione unitaria, scaturita dal Patto di Roma, con il tendenziale affievolimento, come si vedrà nel prosieguo, dell'unità politica ed organizzativa, sia delle istanze di correzione dei sistemi interni di votazione (ritenuti, non a torto, dalla corrente cristiana, troppo favorevoli alla corrente comunista)

-     la scissione saragattiana appare già abbondantemente metabolizzata dal congresso sindacale, che fotografa il malinconico declino del più autorevole dirigente socialista, Ernesto Caporali, neanche eletto nella Commissione

-     si affacciano alla ribalta della dirigenza sindacale outsiders, che faranno carriera: i democristiani Prof. Lombardi, eletto alla presidenza congressuale, destinato ad essere sindaco di Cremona e parlamentare fino agli anni ottanta, ed Amos Zanibelli, che guiderà la Cisl cremonese e la Fisba nazionale e che sarà autorevole parlamentare per quasi quarant'anni, i comunisti Adriano Andrini, futuro segretario camerale, ed Enrico Fogliazza, deputato per due legislature, e, tra i socialisti meno protesi a scoprire nuovi talenti, Maria Galliani, futura consigliere comunale del capoluogo e vicepresidente dell'Ospedale.

Complessivamente, va registrato che quel congresso contribuiva ad imprimere velocità ed irreversibilità alla tendenza, radicata come si é visto in precedenza, di superare l'impostazione del Patto di Roma e di connotare, sempre più nettamente, il carattere classista e politico della CGL, spostandone il baricentro, originariamente orientato nel senso di un rapporto bi-partisan con lo schieramento ciellennista, a favore della sinistra.

Più realisticamente bisognerebbe dire a favore dell'egemonia del PCI, che pensa ancora, in quel momento di poter sottrarre le masse cattoliche alla transizione al collateralismo con la DC, incapsulandole nella Confederazione.

L'obiettivo fallirà almeno sotto quel versante.

A consolidare il processo, tuttavia, contribuirono, senza ombra di dubbio, sia il peso della tendenza “fusionista”, rappresentata nel Partito e nel Sindacato, da Oreste Lizzadri, e la propensione ondivaga, impressa dalla parentesi di autoincatenamento tra il Congresso di Firenze e quello successivo di Roma.

Indubbiamente, ciò che ne sortì, vale a dire la scissione saragattiana, contribuì ad accelerare quel processo.

La Federazione socialista di Cremona si attestò massicciamente sia sulle posizioni fusioniste che su quelle di accettazione dell'ineluttabile ruolo egemonico del PCI; per alcuni aspetti, tale linea, che già aveva abdicato al ruolo di cerniera con la corrente cristiana, impostato nella breve stagione  di Bruno Buozzi, tendeva a manifestarsi come più realistica del re.

In quanto, anziché recuperare le ragioni di una tensione unitaria, imperniata su basi riformiste e gradualiste, quindi più coerenti con le ragioni del socialismo italiano, i socialisti tesero ad approfondire il solco.

Insomma bisognerebbe dire dell'irrealistica posizione dei socialisti, che, da un lato, tendevano a dare della funzione sindacale una lettura di tipo ‘rivoluzionario' e, dall'altro, postulavano il mantenimento dell'unità del movimento.

Su questo secondo aspetto scrisse nel numero 109/47 Ugo Stocchero “Per l'unità sindacale”:

“Domenica 1° giugno si apriranno a Firenze i lavori del Secondo Congresso Nazionale della Confederazione Generale del Lavoro, primo dell'Italia liberata.

La Confederazione Generale del Lavoro con i suoi sette milioni di aderenti rappresenta il più efficiente strumento di difesa della classe lavoratrice.

E nel momento in cui la classe padronale nostrana, influenzata dalla politica di Truman, accentua le provocazioni nei riguardi dei lavoratori, è naturale che le attenzioni di tutti gli Italiani volgano a Firenze.

Non sveliamo alcun mistero affermando che agrari e industriali appoggiati da alcuni settori della destra democristiana puntino decisamente sulla scissione.

Nel momento cruciale della vita della Nazione i lavoratori ed i loro rappresentanti a Firenze devono investirsi della necessità di compiere indispensabili sacrifici per cementare l'unità sindacale unica valida arma per sostenere l'urto con la classe padronale.

Chi ha avuto modo di leggere almeno le Mozioni dei tre partiti di massa si sarà accorto che la corrente sindacale cristiana, in contrasto con le correnti ispirate al marxismo, sostiene il concetto interclassista e cioè la collaborazione tra capitale e lavoro.

Noi socialisti siamo con Carlo Marx quando scriveva: ‘La Storia stessa della Società fino ad oggi non è che la storia della lotta fra le classi'.

E' un principio fondamentale del Socialismo che considera assolutamente negativa la collaborazione con la classe capitalista in quanto infrenerebbe il moto ascensionale di liberazione dei lavoratori.

Contrasti che comunque non dovrebbero impedire una sana collaborazione con la corrente cristiana.

D'altra parte non possiamo che confermare fiducia alla sinistra sindacalista cristiana per raggiungere una certa autonomia e svincolarsi dalle forze nettamente reazionarie dai vari Jacini e compagni.

Anche il concetto interclassista sostenuto dalla direzione della Democrazia Cristiana non è sempre accettato dai sindacalisti che vivendo veramente in mezzo ai lavoratori hanno modo di documentarsi giorno per giorno della incomprensione padronale.

Un lavoro immenso deve essere compiuto per lenire in parte le miserie dei lavoratori.

Riforma dell'assistenza, tutela della donna e dei giovani, disciplina del collocamento, apprendistato, preavviso, stipulazione di accordi normativi, Commissioni Interne ecc rappresentano un complesso così vasto di opere da impegnare seriamente e per molto tempo la Confederazione Generale del Lavoro.

Particolarmente la Confederazione Generale del Lavoro dovrà mettere in atto ogni mezzo per avvicinare i lavoratori del braccio con quelli della mente.

Approntando uno statuto che sia garante dei diritti delle minoranze verranno gettate le basi per una proficua ed intensa collaborazione e sarà la risposta più esauriente alle mene reazionarie.

Con queste garanzie tutte le correnti dovranno a loro volta impegnarsi al potenziamento della organizzazione sindacale rinunciando a tutte quelle iniziative concorrenziali anche in materia di assistenza.

Il Partito Socialista Italiano porta a Firenze la decisa volontà di rafforzare l'unione di tutti i la lavoratori”.

Della percezione socialista di una possibile deriva scissionista del movimento sindacale italiano rappresentiamo un campione, riportando integralmente un articolo di Ugo Stocchero, intitolato “Di tradimento in tradimento – La politica Sindacale della corrente cristiana” e pubblicato in prima pagina dall'EdP  del 29 novembre 1947.

“Al Congresso di Napoli il democristiano On. Gronchi ha fatto importanti dichiarazioni sulla linea politica del proprio partito.

L'On. Gronchi dopo aver affermato che nessun sostanziale contrasto divide la sinistra dalle altre correnti di centro e di destra ha precisato che la D.C. rimane fedele al patto di unità sindacale.

I concetti dell'On. Gronchi sono stati ulteriormente sviluppati da altri autorevoli rappresentanti della D.C.

L'orientamento dei circoli dirigenti della D.C. trova riferimento nell'incrudirsi della lotta politico-sindacale nell'interno del paese.

Non possiamo infatti dimenticare che il patto di unità sindacale sottoscritto a Napoli offriva alla D.C. la possibilità di assumere nel movimento sindacale un ruolo di primaria importanza e certamente superiore alle sue effettive rispondenze nella massa lavoratrice.

I primi e veri contrasti con la D.C. in seno agli Organi sindacali sorgevano con la costituzione delle A.C.L.I. e l'azione svolta alla Costituente.

Infatti alla Costituente i Democristiani, che in un primo tempo avevano sostenuto i concetti sul riconoscimento giuridico delle organizzazioni sindacali con il conseguente controllo dello Stato, propugnarono la libertà, dell'assistenza e dell'associazione, intesa come possibilità di formazione e di coesistenza di più istituti aventi uguali fini.

Con la libertà dell'assistenza la C.G.I.L. veniva intralciata nel suo sforzo per giungere ad un'organizzazione unitaria e capillare della tutela sociale dei lavoratori.

D'altra parte le A.C.L.I. sviluppavano gradualmente i propri servizi assumendo tutte le caratteristiche dell'organizzazione sindacale.

Non é mai stato un mistero che la D.C. ha sempre considerato il patto di unità una necessità nel campo del lavoro.

Le A.C.L.I.  esprimevano le istanze della D.C. che intendeva salvaguardare, dalla scissione, le posizioni conquistate nel campo del lavoro.

L'On. Pastore nel suo discorso al teatro comunale di Firenze affermava che le A.C.L.I. non erano che la copia degli uffici sindacali dei nuclei e delle cellule dei Partiti Socialista e Comunista.

A tal riguardo é necessario chiarire che gli uffici sindacali di partito  dei socialisti e possiamo affermare anche dei comunisti tendono esclusivamente a determinare collegamenti tra gli aderenti della corrente ai fini di una politica sindacale unitaria.

Le A.C.L.I. invece svolgono un lavoro di carattere puramente sindacale come esame e studio di problemi fuori della classe lavoratrice.

La crisi di Governo del maggio 1947 salvava provvisoriamente l'unità sindacale.

Infatti la D.C. che per chiari segni sembrava volesse clamorosamente provocare una scissione mutava radicalmente il proprio orientamento alla fine di maggio.

L''estromissione dei socialisti e comunisti dal Governo proponeva alla D.C. di non perdere i contatti con la base operaia.

In quel momento non neghiamo che esistessero anche interessi delle altre correnti di conservare nella C.G.I.L. la corrente cristiana per saggiare gli intendimenti del Governo di De Gasperi.

La politica governativa di De Gasperi portava decisamente a destra tutta la D.C. e si veniva conseguentemente a scavare un abisso incolmabile con i partiti di sinistra rappresentanti la stragrande maggioranza della classe lavoratrice.

La D.C. perdeva i lavoratori ed acquistava i ceti medi e la piccola e media borghesia.

L'unità sindacale risultava praticamente spezzata ed inoperante in questi ultimi mesi quando la classe lavoratrice insorse per protestare contro la politica del governo.

In questi frangenti la D.C. con la sua teoria della non violenza si é posta contro la volontà della maggioranza dei lavoratori.

D'altra parte la funzione di oppositore non é stata assolta solamente all'interno  ma quel che é più grave all'esterno indebolendo l'organizzazione sindacale.

Risulta così evidente che la D.C. considera l'unità sindacale come possibilità di seguire, controllare e frenare l'azione della C.G.I.L. nei suoi riferimenti alla politica sociale del Governo De Gasperi.

L'unità sindacale prospettata ed attuata in queste condizioni non offre più quelle garanzie necessarie ai fini dello schieramento unitario del fronte del Lavoro.

A ciò si aggiunga che gli endemici contrasti interni impediscono alla C.G.I.L. di superare le difficoltà di ordine tecnico per sostenere i lavoratori nel campo contrattuale assistenziale e previdenziale”.

Va rilevato che la visione prospettica di Stocchero, per quanto nel tempo si rivelerà fallace per le prospettive di una sinistra riformista ed esiziale per i socialisti, paralizzati dalla successione di eventi ormai incontrollabili (a meno di compiere l'opzione saragattiana, incompatibile con la scelta di rappresentare l'opposizione sociale al modello conservatore in via di consolidamento), rispondeva, in quel momento, alla logica stringente di chi aveva subito le lusinghe del Lupo-PCI, adagiatosi nel letto della nonna di Cappuccetto Rosso.

L'erroneità di scelta non risiedeva nella collocazione a favore della rappresentanza dell'opposizione sociale, bensì nella presunzione di guidarne la sovrastruttura politica, da tempo finita, per le ragioni che si sono abbondantemente considerate e lo saranno di nuovo nel contesto dell'analisi relativa al Patto d'Unità d'Azione e del Fronte Democratico-Popolare, nelle prerogative del P.C.I.

L'analisi di Stocchero, veritiera dal punto di vista della successione dei fatti e della spiegazione della tattica democristiana, by-passa bellamente, in omaggio alle incipienti scelte frontiste, tutto lo spettro degli eventi racchiusi nel triennio '44-'47, dimentico, come dimostra, che il soggetto del “avevano sostenuto i concetti sul riconoscimento giuridico delle organizzazioni sindacali “ non riferibile solo ai democristiani, bensì anche, anzi, in primis ai socialisti ed al loro leader.

Bruno Buozzi, per quanto fucilato dai nazifascisti, verrà tanto repentinamente dimenticato dalla corrente socialista del sindacato, approdata disinvoltamente alle teorie di Roveda e Di Vittorio.

L'assenza di qualsiasi remora di natura autocritica nel paradigmatico scritto di Stocchero, indubbiamente qualificato e coerente con la linea nazionale e provinciale dei socialisti, rappresenta un retroterra consolidato di acquisizioni e di aspettative, tutte inclinanti a percepire la scissione politica, che c'era già stata nel P.S.I., e quella, che vi sarà nella C.G.I.L., come una quasi auspicabile liberazione.

Essendo che l'unità “non offre più quelle garanzie necessarie ai fini dello schieramento unitario del fronte del Lavoro “.

Siffatti teorici della ghettizzazione di coloro che non accettavano di assoggettarsi ad una prospettiva massimalistica, eterodiretta in un rapporto di subalternità al comunismo sovietico, sarebbero stati presto accontentati.

Stocchero diceva il vero riguardo alla funzione divaricante delle A.C.L.I.; anche se non andrebbe dimenticato che la loro costituzione era stata prevista (e, pertanto, accettata anche dalle correnti comunista e socialista), nella tormentata elaborazione del Patto di Roma; sia pure, quasi in una logica di extraterritorialità, come organismo collaterale impegnato nella formazione del sindacalismo cristiano.

Ne uscirà qualcosa di ben diverso.

Le A.C.L.I. saranno, infatti, “l'incubatrice” per la nascita e la crescita del sindacato cristiano.

Che le ACLI potessero fungere da portaerei dell'operazione di divisione dell'unità sindacale i socialisti cremonesi, pur auspicando ovviamente di essere smentiti, avevano cominciato a subodorarlo in tempi non sospettati.

Esattamente dal 2 novembre 1946, quando sulla seconda pagina del L'EdP apparve “L'A.C.L.I. – Qui casca l'asino”:

“Il compagno Walter Borghisani è stato maltrattato dalla cristiana Vita Cattolica per un suo brevissimo e chiarissimo scritto sulle A.C.L.I. apparso sul numero scorso de L'Eco del Popolo.

Lasciamo le poco evangeliche offese ed insinuazioni per entrare nel concreto del problema delle A.C.L.I.

Borghisani sosteneva:

1) che le A.C.L.I. è un'organizzazione Sindacale al servizio della Democrazia Cristiana;
2) che Democrazia Cristiana come firmataria dell'accordo di Napoli sulla costituzione della Confederazione Generale del Lavoro dovrebbe sciogliere le A.C.L.I.

‘Pali' risponde che è la ‘bile' del nostro Borghisani che lo spinse a simili congetture e conclusioni.

Preferiamo riportare quanto ha pubblicato La Vita Cattolica lasciando al lettore che non abbia ‘pali' nella testa di trarre le debite conclusioni.

- Egli non vede il bisogno di organizzazioni che assistano i lavoratori nella tutela e nelle rivendicazioni dei loro diritti, perché a ciò basta la Camera del Lavoro.

Opinione sua personale che potrebbe non essere condivisa da quei lavoratori che non avendo trovata assistenza presso la Camera del Lavoro han potuto ottenere ciò che spettava ad essi di diritto per merito delle A.C.L.I.

Si vede che il germe fascista è entrato, speriamo a sua insaputa, nel cervello del denigratore delle A.C.L.I., se pretende che la Camera del Lavoro abbia il monopolio dell'assistenza perché regolarmente costituita.

Come sarebbe questo regolarmente?

In regime democratico può lo Stato dare la privativa di una funzione a questa o a quella organizzazione o non piuttosto deve solo ratificare quello che i cittadini hanno liberamente scelto?

Ora perché sono migliaia i nostri assistiti, chiediamo se questa non è una regolare costituzione. Non obblighiamo nessuno a venire da noi, sono i lavoratori che chiedono la nostra opera.

Che ci vuole di più, una divisa alla Storace?

Curi il signor Borghisani i residui microbi fascisti con qualche iniezione di sana democrazia!

Per la collaborazione con la Camera del Lavoro non chiediamo di meglio; ma come faremo, se per suo invito, la Camera del Lavoro prenderà posizione contro di noi? –

                                                        *******

E' una smentita quella de La Vita Cattolica che conferma tutte le giustificate apprensioni dell'operaio pastaio Walter Borghisani e di coloro che credono nell'unità sindacale.

Se Socialisti e Comunisti avessero le stesse idee dell'A.C.L.I., me la saprebbe dire lei come va a finire l'unità Sindacale!”

Preliminarmente sarebbe da osservare l'irritualità, rappresentata dalla scelta dell'organo ufficiale della cattedra vescovile di promozionale le ragioni, buone o cattive che fossero, se non proprio del diritto, sicuramente della coerenza, delle A.C.L.I. a fungere a tutti gli effetti da centrale sindacale.

Ancor più singolare appare la smemoratezza de La Vita Cattolica che sembrò ignorare un inobliabile precedente.

Come ricorda lo spesso citato “Il sindacato riformista” di Tobagi,

Tra le molte ed importanti altre cose, infatti: “fu accompagnato da un protocollo siglato dai rappresentanti dei tre partiti, col quale si stabilirono, fra l'altro, le modalità di ripartizione del patrimonio sindacale fascista. (…). E ciò agevola il rapido ampliamento delle adesioni: fa si che la Confederazione generale dei lavoratori diventi, nel volgere di pochi mesi, la prima organizzazione effettivamente di massa, con decine, centinaia di aderenti. (…) I cattolici ottengono solo l'autorizzazione a costituire un organismo collaterale, le ACLI, destinato a diventare un centro di formazione dei quadri sindacali cattolici”.

Si potrebbe su questo punto dedurre, a prescindere dal giudizio politico sulla piega assunta dall'intreccio tra sviluppi politici e lotte sociali, che i ‘cristiani' quanto meno furono grandemente ‘preveggenti' (ove la deduzione contraria circa la premeditazione della rottura, delle sue dinamiche, delle sue motivazioni fosse smentita), nell'allestire un ambito polivalente di formazione quadri (indispensabili a far partire il motore del sindacato liberino), di assistenza tecnico-giuridica, di rappresentanza sindacale parallelo, quali furono le A.C.L.I., già a partire dalla liberazione.

Si può correttamente stimare che l'evento convenzionale, si potrebbe dire, il detonatore per la scissione fu rappresentato dalle conseguenze dello sciopero politico generale, proclamato dalla C.G.I.L., come risposta all'attentato a Togliatti del 14 luglio 1948.

Proclamato dalla maggioranza social-comunista dal comitato esecutivo senza limiti di tempo, lasciando così sospettare un sottofondo favorevole ad una deriva insurrezionale.

D'altro lato, quella maggioranza aveva bellamente ignorato la richiesta della corrente cristiana di limitarne la portata temporale alla mezzanotte del 15 luglio.

Un casus belli, dietro cui si era già consolidata una lunga teoria di eventi traumatici, di prese di distanza, di divaricazioni.

L'on. Pastore, successore di Grandi, aveva già avvertito delle conseguenze derivanti dalla pervicace volontà di usare la mobilitazione sindacale in senso sfavorevole al governo.

Scrisse, infatti, su “Il Popolo”  del 23 dicembre 1945 un articolo dal titolo “Dello sciopero politico”, in cui avanzava “un giudizio del tutto negativo per l'inserimento di ogni tipo di manifestazione a sapore politico nelle possibilità d'azione del sindacato”.

Un monito non troppo dissonante dalle preoccupazioni, espresse nel luglio 1945, da Di Vittorio: “Bisogna stare attenti a prendere posizioni che potrebbero essere mal interpretate. Col governo é necessario collaborare, e d'altra parte il governo Parri ha appena un mese di vita; si deve anzi difenderlo dalla reazione, appoggiarlo in tutto ciò che é sviluppo democratico nella soluzione dei problemi sociali quando é d'accordo con noi, lottare con esso quando ci si pone contro”

Il “quando ci si pone contro” verrà stabilito dalla maggioranza social-comunista ogni qual volta, ad esempio, il PCI ed il PSI usciranno dalla compagine governativa.

Ed, indubbiamente, la stagione del 1947 fu tormentata stagione di instabilità e di estromissione delle sinistre.

Un altro emblematico detonatore fu rappresentato dalla decisione della maggioranza della CGIL di non partecipare ad un convegno internazionale dei sindacati occidentali, promosso dalla Trade Unions sull'applicazione del Piano Marshall.

Decisione disattesa dalle minoranze che vi parteciparono.

Insomma, una serie di strappi e di divaricazioni, culminata nel documento del 20 luglio 1948 del Comitato Esecutivo della CGIL con cui si dichiarava che “i democratici-cristiani, con le loro azioni, si erano posti al di fuori dell'organizzazione”.

Ne nacque, tra il 31 luglio ed il 1° agosto, la Corrente Sindacale Cristiana, anticamera dell'assemblea costituente con cui tra il 16 ed il 18 ottobre nascerà la LCGIL – Libera Confederazione Generale del Lavoro.

Cremona, ovviamente, non si sottrasse al piano inclinato su cui si erano poste le vicende politiche e sindacali nazionali.

Anzi, in qualche misura, le anticipò.

Il 26 giugno 1948, infatti, per iniziativa di Angelo Formis, Amos Zanibelli, Primo Bonvini, gli esponenti cristiani di spicco del congresso provinciale di un anno prima, venne convocato il Congresso costitutivo delle ACLI-Terra.

Il prologo cremonese di una rottura che non verrà più suturata e che, anzi, verrà percepita dai socialisti come una scelta esecrabile da condannare.

Ancora nel 1953, in “Sessant'anni di lotte del movimento sindacale cremonese” ne scrisse in termini abrasivi Emilio Zanoni:

“Man mano che il Governo più reincarna l'aspetto e la fisionomia di comitato d'affari del capitalismo la lotta operaia si fa in città più dura e serrata.

La secessione dell'unità sindacale della corrente democristiana sancisce questa ripresa della borghesia provinciale.

Sortono dalla scissione i “Sindacati Liberi” che vorrebbero identificarsi colla vecchia organizzazione cristiana di ante fascismo, ma che ne differiscono nello spirito e nella composizione.

Il sindacato di Miglioli sentiva istintivamente una istanza, se non proletaria, almeno di popolo.

Il suo dirigente e teorizzatore aveva tratti di onestà sindacale e impulsi verso qualcosa di nuovo che fermentava, confusamente, nel fondo delle masse controllate dalla sua propaganda.

I “sindacati liberi” altro non sono che un'appendice al partito di governo e alle forze del capitalismo.

Gli strumenti da esso controllati non sono masse contadine ed operaie ma strati incerti e superficiali di categorie impiegatizie piccolo-borghesi, quando non sono elementi opportunisti.

Una mala copia, in definitiva, del vecchio sindacato cattolico e solo per l'aria confessionale che vi tira lungo i disabitati corridoi quasi governativi.

Maggior somiglianza hanno invece coi “sindacati economici” del primo fascismo e perché legati al governo e perché costituiti sulle pressioni padronali e di forze esterne”.

Costante del rapporto conflittuale tra il sindacato confederale e quello ‘liberino' fu per lungo tempo l'accusa di  ‘complemetarietà' col fronte imprenditoriale.

Oltre che sul piano politico, di ‘sussidiarietà' operativa nell'ambiente di lavoro.

A campione si cita l'articolo “ I mezzi padronali per rafforzare la CISL”:

“Il tradimento operato dalla CISL contro i lavoratori agricoli con la firma dell'accordo-truffa per il patto colonico ha suscitato in provincia il malcontento tra gli organizzati della Liberterra e molti di essi hanno restituito la tessera.

Così è avvenuto nella cascina Fosse del ‘nobile' Grasselli dove due lavoratori della Cisl hanno restituito la tessera al loro capolega (il figlio del fattore dell'azienda).

Onde impedire che la stessa cosa facesse il terzo (ed ultimo) iscritto, il fattore (si dice su ordine del ‘nobile') gli ha trattenuto i soldi della tessera nel consegnargli la busta quindicinale.

Visto il malpartito i cislini cercano con ogni mezzo di mantenere i pochi loro iscritti carpiti tra l'altro con il sopruso e l'initimidazione.

E costume infatti degli agrari, e dello stesso ‘nobile', pretendere che i propri lavori gli consegnino il libro-paga della Cisl ed acquistino la relativa tessera, pena la disdetta.

Ed i più deboli (ma non sono pochi!) cedono, salvo poi alla prima occasione rigettare la tessera in faccia agli agrari ed ai loro servi.

E' certamente più facile per il Grasselli usare queste armi per difendere i propri quattrini (e sono molti) che sistemare le case coloniche dell'azienda Fosse che sono tra le più antigieniche del comune.”

Si sviluppò in quegli anni, dalla consumata rottura dell'organizzazione sindacale unitaria di fine anni quaranta fino a tutti gli anni cinquanta, una irriducibile contrapposizione, che, se pur intervallata da annusamenti e prove di ritorno all'intesa, se non proprio all'unità organica, fu costantemente contrappuntata da polemiche grevi.

Riecheggiate, ovviamente, anche sulla stampa di partito, in un rapporto sinergico col sindacato, in cui, nella dinamica del collateralismo e della cinghia di trasmissione, non si sapeva ben chi fossero i collaterali, i trasmessi ed i trasmettitori.

Evidente, invece, era l'intento di delegittimare l'antagonista, anche, come si vedrà, con l'uso di ‘punture di spillo' che avevano tutta l'aria di essere dei poderosi fendenti.

Eccone alcuni campioni.

L'EdP – Prima pagina – n° 138/47 dal titolo “ Per la vittoria dei padroni “:

“ Domenica scorsa ha avuto luogo in Cremona un grandioso convegno delle cosiddette correnti sindacali autonome.

Al Convegno hanno aderito i 19 ceti medi saragattiani ed i 131 repubblicani cosiddetti storici.

Dalle informazioni della stampa risulterebbe che i congressisti già largamente rappresentati nella CGIL vogliono costituire un'organizzazione sindacale autonoma; insomma una seconda ACLI.

Gli argomenti principali discussi: l'autonomia e lo sciopero.

Per lo sciopero si è invocato all'unanimità il referendum.

Il referendum è la soluzione meno pericolosa per i lavoratori del colletto duro.

Infatti nella sola provincia di Cremona, in cui diversi sindacati risultano costituiti dalle 100 alle 1550 leghe, con il sistema del referendum, lo sciopero potrà essere proclamato dopo circa tre mesi.

Altrettanta intransigenza sull'autonomia sindacale, visto e considerato che i lavoratori italiani nella stragrande maggioranza aderiscono ai partiti comunista e socialista, i saragattiani e i repubblicani hanno inventato l'autonomia.

Per i saragattiani ed i repubblicani del CdL dimostreranno veramente di essere autonome quando le maggioranze socialisti e comuniste si ispireranno nell'azione sindacale all'interclassismo e al riformismo.

Insomma l'autonomia si avrà quando le maggioranze si metteranno democraticamente al servizio delle minoranze reazionarie.

Ad una così imponente manifestazione proletaria non poteva mancare la voce sia pure stentorea dell'incanutito corridoniano Tullio Casotti già direttore dell'Aratro.

E' superfluo mettere in rilievo che i saragattiani ed i repubblicani con la fobia del rosso attentano all'unità della classe lavoratrice.

Una volta incamminati su questa via non mancheranno domani i soliti d'Aragona e Rigola che al momento opportuno troveranno parole concilianti con la forza della reazione nel sacrosanto timore che la classe lavoratrice possa salire al potere.”

L'EdP – Prima pagina – n° 7/54 dal titolo “I falsi di Zanibelli e C.”:

“Sembra davvero incredibile con quanta faccia tosta e con quanta ipocrisia i dirigenti della Liberterra Provinciale conducono sistematicamente la loro campagna propagandistica.

Credo sia giunto il momento di levare la sordina ai nostri commenti e alle valutazioni che sono state fatte sull'azione di questi benemeriti disertori della lotta di classe.

Su queste colonne possiamo dire quello che è il nostro pensiero personalissimo, se volete, su alcuni dei ‘casi' più significativi.

La preoccupazione dei liberini è sempre stata ed è ancora oggi quella di assumere, sul loro giornaletto o in comizi o assemblee, delle posizioni di apparente avanguardia per talune questioni, mentre per le altre addirittura mantengono il più assoluto silenzio.

E' così che, per esempio, la organizzazione sindacale dei lavoratori agricoli, l'unica che difende veramente gli interessi dei contadini, e cioè la Federbraccianti, ha dovuto più volte fare sforzi notevoli, per cercare di far passare i ‘liberini' dalle vuote enunciazioni demagogiche a posizioni precise in sede di trattative sindacali.

I dirigenti scissionistici sul loro quindicinale scrivono di numerose assemblee, dove si è avuto modo di spiegare la politica della Liberterra, ecc.

Ci risulta che nelle riunioni tenute dai ‘liberini' il più delle volte nell'oratorio della chiesa o addirittura in casa del prete, non si è mai data la possibilità ai presenti di esprimere il loro parere e di fare delle domande.

E' il caso della riunione tenuta a Corte de' Frati da Rizzini, segretario organizzativo della Cisl Provinciale, il quale a coloro che chiedevano alcune precisazioni avrebbe risposto di aver molta fretta e che pertanto non poteva fermarsi a discutere.

E' il caso di ciò che ha detto Zanibelli a Soncino in una piazza desolatamente deserta ( e certo non a coprire il fiasco sono sufficienti le ‘pompature' di ‘Guardiamo Avanti') sulla funzione e sulle lotte (?) della Liberterra.

Zanibelli ha avuto il coraggio di dire: ‘Gli agrari preferiscono trattare con la Federbraccianti anziché con noi'.

Più falso mentitore, che sa di mentire, facendo simili affermazioni, certo sulla piazza della provincia è difficile trovarne.

Bisogna ricacciare in gola a certi parolai della domenica quello che è semplicemente il linguaggio dei fatti.

E i fatti dicono che gli agrari hanno trovato comodo per ben due volte trattare solo con i ‘liberini' e precisamente nel 1949 e nel 1952.

I fatti dicono che i liberini in tutte e due le occasioni ‘mollarono' completamente e abbandonando le richieste dei lavoratori sottoscrivevano accordi che io chiamerei inutili tanto essi non venivano a spostare niente a favore dei salariati.

In questo modo i vari Zanibelli si sono ingraziati gli agrari ed in questo modo pregiudicarono per i contadini la possibilità di fare passi in avanti.

Ancora in Piazza a Soncino l'on. Zanibelli ha avuto il coraggio di affermare: ‘Il mantenimento del rapporto tra il salario ed il costo della vita è sempre stato oggetto di attenzione da parte della Liberterra. L' accordo per l'assistenza farmaceutica rappresenta un'esclusiva conquista della Liberterra, la rivalutazione delle categorie specializzate è pure una delle affermazioni della Liberterra'.

I fatti dicono che i liberini sulla questione salariale sono sempre stati più che mai prudenti. Prudenti fino al punto di non chiedere per molti anni aumento di salario.

E' vero, ogni tanto si presentano con delle più o meno interessanti tabelle a sostenere qualche ritocco di contingenza e così via.

E' il loro sistema e la loro mentalità di sindacalisti, si, ma prima ancora di sindacalisti si sentono dei ‘tecnici', quei tecnici che intendono il sindacato non un'organizzazione di classe che deve battersi contro i privilegi e gli egoismi dei padroni, ma il sindacato interclassista, com'è interclassista la Ced e tutti i sindacalisti democristiani. (…)”

Su LIBERA PAROLA della stessa edizione si incaricava un attivista cigiellino cremasco, Cadregari Franco di appesantire l'attacco polemico con l'articolo intitolato “I sindacati democristiani continuano a mentire”:

“L'azione che i lavoratori aderenti alla CGIL hanno intrapreso dopo le affermazioni dell'On. Pastore sul problema delle richieste salariale e del Conglobamento, nei confronti di quei lavoratori che in buona fede credono ancora in questi servi del padronato nazionale ed estero e che per errata interpretazione della vita sociale non hanno saputo ancora ben distinguere il bene del corpo ed il bene dell'anima, e in un certo senso ha acceso gli animi di molti di questi, i quali unitamente ad altri lavoratori e lavoratrici si sono recati alla sede dell'Unione Sindacale a protestare per le umilianti richieste fatte da Pastore alla Confindustria e nel contempo poneva in comune l'inizio di un'azione unitaria al Linificio ed in altre fabbriche allo scopo di realizzare diversi punti dei programmi rivendicativi presentati dalle C.I. di fabbrica agli industriali.

Le malversazioni, le calunnie, le ingiurie di questa specie di sindacato il quale trova le sue basi fondate su di una società squalificata e traballante antioperaia e borghese marcia e putrefatta, sono la testimonianza della sua funzione.

Gli operai cremaschi non ci credono più e hanno capito benissimo che la Cisl ha dei doveri nei confronti della classe padronale e che pertanto non può in modo asoluto difendere gli interessi dei lavoratori, le richieste stesse lo hanno denunciato.

E' doloroso constatare tutto ciò ed è altrettanto doloroso pensare che nel nostro Paese vi sono ancora oggi uomini i quali si dichiarano sindacalisti e si vantano di appartenere ai sindacati democristiani ma che nel contempo di azione cristiane non ne fanno e si prestano a simili funzione che hanno, come finalità, il permanere della miseria della schiavitù e della rassegnazione.

I lavoratori non sono d'accordo e la loro volontà di lotta per migliorare le condizioni di vita è forte, essi sono stanchi di una situazione del genere, e hanno preso coscienza che solo attraverso una lotta a fondo rafforzando nel contempo l'unità di tutti i lavoratori si potrà veramente strappare al padronato l'aumento salariale soddisfacente e degno delle gloriose battaglie condotte nel passato e attualmente in corso per migliori condizioni economiche sociali.

I lavoratori hanno compreso che qualsiasi passo fatto in avanti dalla classe lavoratrice, in senso economico, sociale e politico, è stato fatto solamente attraverso le dure lotte e mai a tavolino si è potuto accordare con il padronato italiano miglioramenti economici e sociali.

All'Unione Sindacale (CISL) la quale attraverso il suo apparato clerico-borghese sputa veleno e odio nei confronti della più grande organizzazione sindacale dei lavoratori italiani, diciamo: bisogna cambiare strada, è necessaria l'unità di tutti i lavoratori al di sopra di ogni interesse individuale o di parte, occorre veramente intraprendere la strada tracciata dai lavoratori, la strada dell'unità, della fratellanza, della concordia e della solidarietà”.

Ora non v'è chi non veda nel difficile esercizio letterario dei contributi appena ripubblicati poderose bocche di fuoco di ostilità, attenuate dalle blandizie del richiamo unitario, purché realizzato sul proprio terreno (sul quale –quello dell'accettazione dell'egemonia comunista sul sindacato- si era da poco verificata la rottura).

Gli attacchi, costanti e tutt'altro che lievi, non risparmiavano vicende interne nella vita delle singole organizzazione (avversarie) allo scopo di strumentalizzare eventuali incidenti di percorso.

E' il caso di “La campana ha suonato per l'On. Zanibelli”, in cui il settimanale socialista non perse l'occasione di servirsi polemicamente di un incidente di percorso del congresso della Liberterra, per attaccare a viso aperto il massimo dirigente sindacale cislino, appunto l'On. Amos Zanibelli.

Nei cui confronti andrebbe considerato che, se i ‘mala tempora' della contrapposizione lo collocavano senza dubbio sul versante filo-governativo, egli, per quanto approdato alla fondazione del Sindacato Libero, non aveva risparmiato, nelle acuzie dello scontro delle disdette, parole di ferma condanna contro l'intransigenza padronale (La Riscossa del 21 maggio 1949)

“ ‘Il Congresso della Liberterra che si è svolto domenica scorsa ha riservato una dura sorpresa all'on. Zanibelli.

Il quale non soltanto non è stato rieletto alla Segreteria, ma è stato bocciato in pieno dagli elettori, i quali chiamati ad eleggere i diciannove che dovranno comporre il direttivo, non hanno, fra quelli, compreso l'on. Zanibelli'

I giornali, in questi giorni, hanno dato la notizia che più sopra abbiamo riportata.

Certo è prematuro tirare delle considerazioni complete su una questione così importante come quella del ‘siluramento' dell'On. Zanibelli, dalla Segreteria Provinciale della Liberterra, ma senza tema di sbagliare, alcune questioni le possiamo affrontare e alcune cose le possiamo dire subito.

Non è una bomba quella che è scoppiata.

Già si era a conoscenza che fra il gruppo dirigente della Cisl provinciale erano nati diversi attriti.

Attriti che partivano da questioni di carattere personale, per i modi poco democratici con i quali l'on. Zanibelli dirigeva il ‘suo' Sindacato e che via via hanno portato sempre più a scontri di uomini su problemi che si affacciano alla ribalta delle  lotte sindacali.

I ‘nemici' dell'on. Zanibelli hanno lavorato per molto tempo, hanno per mesi e mesi fatto la figura di comparse e non di protagonisti delle battaglie del lavoro, hanno dato a vedere che si sottomettevano al loro ‘grande capo', però nello steso tempo tessevano quei rapporti che domenica scorsa dovevano far cadere dal piedestallo l'on. Zanibelli.

Tradimento? In un certo senso possiamo dire di si.

E sarebbe interessante poter esaminare i vari aspetti della questione anche nei più piccoli particolari.

Ed allora vedremmo con Zanibelli sia stato giocato proprio da coloro che lui riteneva i suoi bracci destri, i suoi ‘stretti collaboratori'.

Chi scrive queste brevi note è amico dell'on. Zanibelli anche se è suo nemico politico dichiarato e deve contattare però  che non sono stati preminenti le questioni personali su quelle politiche, che hanno portato ai risultati delle elezioni del Direttivo della Liberterra di domenica 15 gennaio.

L'on. Zanibelli ha troppo scherzato con il fuoco, ha per troppo tempo creduto che poteva orientare il ‘suo' Sindacato come riteneva più consono alle sue vedute personali., senza restare troppo legato alle sue stesse dichiarazioni pubbliche ed alla risoluzioni che faceva assumere alla Liberterra pubblicamente.

Fin ad un determinato momento, il sindacalismo scissionista della Cisl era sito come elemento di divisione dei lavoratori e di lotta anticomunista, non aveva nessuna base organizzata e nessun peso politico (talché il suo ‘grande capo' Zanibelli nel 1953 venne eletto alla Camera dei Deputati, dove resterà per sei legislature! – nda), ed in questo periodo Zanibelli (1948-1951) gioca i ‘tiri' più deleteri ai lavoratori della terra, con i famosi contratti separati.

Noi lo attacchiamo in pieno, senza pietà, lo accusiamo di tradimento.

Ma i lavoratori cattolici, democristiani, che in buona fede sono andati ad iscriversi alla Liberterra, non credono ai nostri attacchi, dicono che è tutta propaganda politica.

E credono a Zanibelli che parla di sindacato apolitico all'infuori di ogni partito.

L'on. Zanibelli sa che mentre non ci può essere un sindacato apolitico, perché i nostri avversari fanno la politica contro i lavoratori, ed i lavoratori devono fare la loro politica per difendere i loro interessi, e per ciò che si riferisce al Sindacato fuori da ogni controllo di partito, non può starci perché lui è un deputato democristiano, che vota alla Camera per il Governo Scelba-Saragat e che in ogni occasione, anche perciò quando dirige la Liberterra a Cremona, cerca di impedire che i lavoratori si battano, facciano gli scioperi per difendere i loro diritti e conquistare nuove vittorie.

La posizione di Zanibelli diventa perciò sempre più insostenibile.

I lavoratori che sono organizzati nel suo Sindacato non sono evidentemente né socialisti né comunisti, però sono sfruttati, malpagati, maltrattati, disdettati e ricattati anche loro come sono quelli aderenti alla Federterra e perciò stesso sentono anch'essi gli stessi problemi, hanno gli stessi bisogni di tutti i contadini.

Zanibelli però non può sentire questi bisogni perché sa benissimo che per poter soddisfare i lavoratori ci vuole un altro governo, un governo che non sarà completamente dalla parte dei padroni, lui è democristiano e vuole imporre la linea democristiana a tutte le cose, a tutti i problemi.

E ne abbiamo le prove.

Durante le trattative del Patto 1954, Zanibelli sa che i padroni hanno paura dello sciopero, egli sa che c'è uno sciopero generale dichiarato da tutte le organizzazioni e che darà grandiosi risultati per l'unità che si è creata e per lo spirito di lotta dei lavoratori.

Questo sciopero convincerà i padroni a cedere su tutta la linea.

Zanibelli invece impone ai suoi la ritirata e rompe il fronte unitario dei lavoratori.

Siamo al problema dell'imponibile.

Gli agrari fanno una grande cagnara per ottenere una riduzione.

Zanibelli vuole convincere il Comitato Direttivo della Liberterra ad accettare la riduzione dell'imponibile ma il Direttivo gli dice di no.  Lo richiama ad essere più energico.

Comincia la battaglia per l'assistenza farmaceutica, gli agrari vogliono concederla solo se si discute il patto.

I lavoratori dicono di no.  Zanibelli non vuole l'irrigidimento delle parti, non vuole la lotta, è pronto a un altro compromesso, e manda una lettera agli agrari dove precisa quali sono le richieste della Liberterra sul patto colonico.

Altro tradimento non solo nei confronti dei lavoratori, ma nei confronti dei suoi stessi collaboratori che non condividono la ‘calata' di ‘brache' del loro segretario.

Aggiungete a tutti questi fatti quel minimo di astio personale che si era creato fra lui e Verbaschi e Rizzini, questi ultimi, di fare la figura dei cavalieri serventi ed avrete la chiara visione del voto negativo per l'on. Zanibelli, espresso domenica dal Congresso della Liberterra.

Noi pensiamo che il Congresso della Liberterra abbia avuto modo di fare un esame della situazione nelle nostre campagne e ci auguriamo che da parte dei nuovi dirigenti della Liberterra si sia compreso quella che è l'aspirazione più grande dei lavoratori: l'unità.

L'unità della categoria, l'unità di tutti i lavoratori per marciare verso nuove battaglie sindacali che gli agrari ci impongono con la loro grettezza e per imporre un maggior rispetto e una maggior considerazione verso i lavoratori della terra.

Se il Congresso ha voluto significare ciò noi siamo i primi ad essere veramente lieti.

Ci sono problemi sul tappeto che hanno ormai delle scadenze immediate, vedremo alla prova presto i nuovi dirigenti della Liberterra e constateremo se la lezione ricevuta dall'on. Zanibelli sarà servita a qualcosa. GHICA”

Com'è evidente nello scritto, appena riportato e firmato da GICA ed attribuibile perciò a Gino Carnevali all'epoca dirigente socialista e sindacale, gli scambi polemici, senza esclusione di colpi ma sempre rispettosi, erano incessanti ed interdisciplinari, si potrebbe aggiungere; in quanto non perdevano mai di vista l'irriducibile connessione tra sfera politica e sfera sindacale.

Come è facile avvertire ancor oggi negli scritti sopra-riportati serpeggia un artificio polemico: l'incompatibilità del doppio ruolo di Zanibelli come dirigente sindacale e come deputato.

Incompatibilità denunciata e basata su un presupposto, in vero, poco obiettivo e tutt'altro che bi-partisan.

Nella stessa condizione erano, infatti, i comunisti Fogliazza e Bernamonti ed il socialista Ricca ( e lo era stato Caporali). Soltanto che questi erano dirigenti della CGIL ed esponenti dell'opposizione.

Anzi bisognerebbe dire che in quella condizione, a Cremona, erano solo i parlamentari e, contemporaneamente, dirigenti sindacali di sinistra; in quanto, per effetto di quella esclusione dagli organi cislini cremonesi (come ci ha recentemente precisato Mirco Rizzini, a quell'epoca giovane dirigente della Liberterra e destinato ad assumere il massimo incarico dei vertici ‘liberini' per molti anni), era decaduta per Zanibelli la condizione di incompatibilità (anche se lo stesso per lungo tempo sarà ai vertici nazionali della Fisba).

D'altro lato, va considerato che gli organi di stampa, diffusissimi in carenza degli strumenti mediatici ancora a venire, costituivano una ribalta a cadenza quasi settimanale, tutt'al più quindicinale; e tutto ciò che era stato dato veniva regolarmente reso tra ‘L'Eco del Popolo' socialista, ‘Lotta di Popolo' comunista ‘Riscatto del Lavoro' cigiellino (in posizione, più che simmetrica, quasi del tutto organico), la ‘Riscossa' scudocrociata, e ‘Guardiamo Avanti' cislino.

Una vera ricchezza per il dibattito politico e sindacale, per l'associazionismo e la democrazia dal basso, per la cultura. Di cui si sente la mancanza, avendo riguardo, sotto tale profilo, alla situazione odierna, in cui le organizzazioni sindacali, immensamente più robuste di allora dal punto di vista della risorse economiche, hanno da tempo abrogato qualsiasi forma di approfondimento.

Si sarà notato, altresì, l'alto livello di attenzione, pur nel quadro di costante ed irriducibile contrasto, a cogliere, magari con finalità strumentali, anche qualsiasi impercettibile segnale di resipiscenza e di apertura, nel campo opposto.

Ne costituisce traccia l'articolo di terza pagina dell'edizione 3/55 de L'EdP, sempre a firma GICAR, intitolato “Patti agrari SOLENNE IMPEGNO DELL'ON. GRONCHI”:

“Le grandi e possenti manifestazioni di protesta dei contadini italiani contro il tentativo governativo di rinviare ‘sine die' l'approvazione della legge di riforma dei contratti agrari, svoltesi in tutto il paese domenica 6 febbraio scorso, sembra abbiano colto un primo e significativo successo.

Infatti, il Presidente della Camera, On. Gronchi, nel corso della sua conferenza-stampa tenuta sabato 5 febbraio u.s., ha affermato che: ‘uno dei compiti che la Camera – alla ripresa dei suoi lavori – sarà chiamata ad affrontare e deliberare è quello dell'approvazione della legge sui patti agrari.'

E' bene ricordare che sin dal 1950 la Camera dei Deputati approvò a stragrande maggioranza (302 favorevoli contro 65 contrari) il disegno di legge dell'allora Ministro dell'Agricoltura, on. Segni, disegno di legge che per l'anticipato scioglimento di uno dei rami del Parlamento Italiano non divenne legge dello Stato repubblicano, e va pure ricordato che l'art. 1 della legge 11 luglio 1952 n° 765 relativa alla proroga dei contratti agrari afferma: i contratti sono prorogati sono al termine dell'annata in corso al momento dell'entrata in vigore di una nuova legge contenente norme di riforma  (…)

Possiamo con piena coscienza affermare che fin quando i contadini italiani non avranno ottenuto la legge della riforma contrattuale in agricoltura e il riconoscimento della ‘giusta causa' essi saranno sempre sottoposto ai soprusi, alle intimidazioni, ai ricatti da parte degli agrari e dei grandi proprietari terrieri.

Giustizia e tranquillità nelle campagne – hanno detto i contadini italiani in centinaia e migliaia di assemblee di domenica scorsa – e si ponga fine ai giochi di corridoi, agli incontri da salotto a tre o quattro, a tute le inconcludenti deliberazioni o affermazioni e si dia al Parlamento la piena e sollecita libertà di pronunciarsi in materia”.

Senza equivoci, era quello lo scenario di polemiche e di contrapposizioni, descritto con asprezza da Emilio Zanoni e dall'EdP.

Che rievochiamo, non perché meriti, nella sostanza e nella forma, di essere ribadito nel contesto attuale, già denso degli strascichi di quella rottura permanente; ma perché paradigmatico del complesso di distorsioni che nel corso di un intero secolo hanno impedito la costruzione di quel grande e moderno movimento riformista che avrebbe potuto essere, ma che non fu.

A causa e nonostante (unitamente a più rilevanti concause, a cominciare dal peso esercitato in Italia dal più grande partito comunista dell'area occidentale), l'ondivaga attitudine del socialismo riformista.

Ne tratteggiava gli sviluppi Walter Tobagi ne “Il sindacato riformista”, rievocando e considerando: “Il successo dei riformisti – di cui la fondazione della Confederazione Generale del Lavoro, nell'ottobre 1906, é l'espressione più evidente – ha proprio questo valore: il rifiuto e il superamento della tentazione spontaneista, che si sintetizza nel mito soreliano dello sciopero generale, e la scelta di una via gradualista, nella logica della socialdemocrazia tedesca classica e nella prospettiva di una lunga marcia all'interno delle istituzioni. (..) Il sindacato é elemento essenziale di un sistema democratico e pluralistico; e l'esperienza italiana dimostra che un tale sistema ha bisogno, per affermarsi, anche dell'apporto di un sindacato saldamente ancorato al quadro istituzionale e impegnato all'interno del sistema politico.

E' il sindacato, insomma, che fa lo Stato democratico; ma è, nel contempo, lo Stato democratico che offre reale spazio sociale e politico al sindacato”

Bisognerà concludere, su tale aspetto, che la rottura del sindacato ed, in senso più lato, della solidarietà popolare dai socialisti fu vissuta, pur nella abrasività della costante polemica, come una sconfitta della strategia di imperniare su tale solidarietà la trasformazione democratica dello Stato e la riforma, in senso equitativo, del sistema economico e sociale.

Una prospettiva che costituì meno di un miraggio negli anni del profondo centrismo, connotati dalla radicalità dello scontro, ma che, non di meno, non indusse i socialisti a disarmare.

Ne sarà prova l'ampio articolo di Italo Ruggeri “Portare avanti l'unità dei lavoratori” apparso in prima pagina de L'EdP 5/54; un articolo sorprendentemente innovativo ed aperturista, se si considerano le posizioni coerentemente “carriste” di Ruggeri, cui non dovette essere estranea la lezione nenniana della campagna della “legge-truffa” dell'anno prima (che affronteremo più avanti in un apposito capitolo).

Innovativo ed aperturista, certamente; anche se andrebbe detto che proprio a fianco dell'articolo di cui trattasi L'EdP  pubblicava su due colonne la fotografia di Stalin in occasione del primo anniversario della scomparsa.

Il che, se è permesso, denotava i tormenti del PSI nell'individuare una linea autonoma di iniziativa politica, che avrebbe largamente giovato soprattutto alla miglior difesa degli interessi popolari.

Ma, torniamo all'articolo di Ruggeri, che pubblichiamo integralmente:

“Gli ultimi avvenimenti politici susseguitisi nel Paese, il voltafaccia di Saragat, il viaggio di Pastore  in America e la conseguente rottura, da parte della CISL, dell'unità d'azione sindacale; i tragici fatti di sangue di Milano e di Mussameli legati al riapparire di Scelba sulla scena del governo, sono e costituiscono, per le masse lavoratrici e per i democratici italiani, i segni più evidenti della testardaggine e della incapacità della D.C. a voler affrontare, per risolverli, i problemi sociali di fondo del Paese.

Questo, anche e soprattutto dopo le elezioni del 7 giugno, che pur hanno chiaramente dimostrato, con gli 11 milioni di elettori socialisti ed i milioni di voti ‘sociali' degli elettori D.C. come il popolo italiano voglia una effettiva ‘apertura a sinistra' in senso politico-sociale, che non sia solo una vana manovra parlamentare.

Le grandiose lotte unitarie condotte dai lavoratori, specie dopo il 7 giugno, l'estendersi e l'approfondirsi del ‘dialogo' fra i lavoratori di ogni orientamento politico o religioso, ne costituiscono l'irrefutabile e concreta prova.

Evidentemente questo fermento sociale, sviluppatosi nel paese fra le stesse file dei lavoratori cattolici, non poteva non impensierire le alte gerarchie, i vecchi gruppi dirigenti reazionari e conservatori politici e clericali, da De Gasperi a Scelba alle alte sfere del Vaticano.

Essi hanno chiaramente avvertito che la ‘base' operaia della D.C. non accetta più passivamente le direttive dei dirigenti ‘borghesi' e dà vita a correnti e tendenze che esigono il rinnovamento delle strutture sociali ed economiche del Paese.

Gli esempi in questo senso non mancano: l'atteggiamento del Sindaco La pIra nella lotta della ‘Pignone' i pronunciamenti delle A.C.L.I. lombarde, alcune correnti in seno agli stessi gruppi parlamentari della D.C.

Messe di fronte a questi fatti concreti, che non possono ignorare e costrette a prendere atto delle aspirazioni e della sete di giustizia delle masse lavoratrici cattoliche, le alte sfere dirigenti clerico-borghesi della D.C. capiscono che non è possibile contrastarle apertamente e si danno da fare, per ricondurre queste correnti, questi impulsi sani ed innovatori nell'alveo della loro politica tradizionale di conservazione cercando il momento e l'occasione per riassorbire e distruggere le une e gli altri, proprio con quello ‘strumentalismo del sanfedista', di cui ha parlato il compagno Togliatti.

Sistema, del resto, già altre volte adottato e del quale fecero le spese, oltre che i lavoratori cattolici (assieme agli altri) anche uomini della ‘sinistra D.C.' come l'on. Rossetti.

E' in questo quadro che trovano una spiegazione i ‘pateracchi'  ed i giochi di corridoio nei congressi e nei ‘consigli nazionali' della D.C. con i quali uomini come Fanfani, La Pira, Rossetti, Ravaioli, Martinelli ecc che, in buona fede, o con scopi reconditi, si facevano alfieri di queste aspirazioni della ‘base' operaia cattolica, venivano corrotti e, con abili mosse, resi innocui.

E partendo da queste considerazioni che troviamo, in certo senso, la spiegazione delle varie crisi dei ‘Gabinetti' D.C. dopo il 7 giugno.

E' in questo quadro di interessi e di mire, più o meno nascosti, che arrivano a comprendere le rivalità e le gelosie dei vari De Gasperi, Pella, Piccioni, Fanfani, Scelba, Alghisio, Andreotti, Gronchi e cento altri che, complici ieri, diventano nemici e concorrenti domani.

Pella rimpiazza De Gasperi con l'aiuto di Fanfani, Fanfani scavalca Pella con l'aiuto di De Gasperi, Scelba rimpiazza Fanfani riesumando il cadavere ormai marcio del ‘quadripartito' per tentare di ripetere la politica del 18 aprile.

Le forze di estrema destra premono, i ‘padroni' di oltre Atlantico sono allarmati, si vuol rassicurare entrambi sulle vere intenzioni della D.C.

Ecco Scelba che si presenta col suo governo ‘forte'.

Si deve perciò arrestare lo slancio unitario delle masse lavoratrici, dividerle ancora una volta sventolando la ormai frusta e sbiadita bandiera della ‘santa crociata anticomunista', invece di accogliere le giuste richieste.

Per dare un colpo normale a questa unità, ecco che Pastore va in America a rassicurare i ‘padroni' del fatto che il sindacato ‘comunista' è ormai in rovina.

Si rompe ai vertici, l'unità d'azione sindacale sui problemi di fondo del salario, del conglobamento, iniziando uno stolto gioco a rimpiattino con la Confindustria, per confondere le idee ai lavoratori e guadagnare tempo.

Si mettono in atto tutte le provocazioni possibili.

Di fronte alla compatta azione sindacale dei lavoratori della CGIL e della UIL, si invitano apertamente i lavoratori della CISL al ‘crumiraggio'.

La stampa ‘borghese' cerca di creare confusione fra i lavoratori per metterli in lotta fra di loro.

Scrive, sotto titoli a nove colonne, che gli scioperi del ‘triangolo' sono falliti, perché tutti i lavoratori della CISL hanno sabotato l'agitazione, tacendo che gran parte di essi hanno lottato al fianco dei loro compagni di lavoro.

Pastore, per compiere l'opera, manda un telegramma insultante a Di Vittorio, in questa situazione che essi hanno creato, tutte le forze coalizzate della reazione e del capitalismo, si scatenano per far indietreggiare le forze del progresso.

E' perciò duplice il compito che si presenta in questi tempi ai socialisti, alla classe operaia, alla stessa democrazia!

Sbarrare il passo ai ritorni fascisti nelle fabbriche e Paese; far riprender il cammino in avanti a tutte le forze democratiche.

Questo significa per i socialisti, per la classe operaia, per le nostre organizzazioni politiche e di massa, che si dovrà fare ogni sforzo per chiarire ai lavoratori tutti ed al popolo il significato della nostra lotta.

Significa mantenere ed allargare, alla ‘base' fra i lavoratori, il ‘colloquio' che si è voluto troncare ai vertici.

Dobbiamo ricordarci sempre, nel lavoro di ogni giorno, che per i socialisti, per la CGIL non ci sono nemici fra i lavoratori.

Bandire il settarismo.

Ricercare sempre la discussione sui motivi di lotta che uniscono tutti i lavoratori, non confondendo mai il lavoratore socialdemocratico o cattolico con i suoi dirigenti.

Soprattutto nei confronti di quest'ultimi, vale la pena di ricordare quanto ebbe a dire un loro dirigente di ‘base' nel convegno unitario delle C.I. tenutosi a Dalmine (BG) recentemente…

Vorrei che i lavoratori della CGIL  prendessero atto della nostra buona volontà di aderire alla unità sindacale.

Non come nel 1948 quando in ogni lavoratore ‘libero' si vedeva un ‘crumiro'.

La nostra posizione è più disgraziata della vostra, perché noi dobbiamo combattere su due fronti!

Contro la classe padronale e contro tutti coloro che si sono ‘intrufolati' nella nostra classe dirigente.

Compito, dunque, immediato ed urgente dei socialisti cremonesi è la ricerca ‘politica' costante ed intelligente, di una più larga unità alla 'base' fra i lavoratori, attraverso il ‘dialogo' costruttivo che deve intensificarsi come indicava il compagno Nenni nel suo recente discorso di Bologna…

‘E' dovere vostro, compagni socialisti, ricercarlo (il dialogo –ndr) sollecitandolo soprattutto nei  luoghi di lavoro, nelle officine, nei campi, negli uffici, dove la base di ogni incontro politico è determinata dalla comunità degli interessi sociali'!!

Sono questi i compiti del momento che competono a tutto il nostro Partito, alle nostre sezioni, ai nostri N.A.S.

Compito che dovremo portare innanzi con forza ed intelligenza, nell'interesse del Partito e della classe operaia, nell'interesse stesso della democrazia e del Paese.”

La seconda gamba dell'organizzazione di massa nel cremonese era sicuramente costituita dalla cooperazione, che, prima del fascismo, aveva avuto in provincia uno sviluppo significativo, grazie alla luminosa opera di precursori del calibro di Boldori e Garibotti.

Come, é noto, il fascismo ne fece tabula rasa, in senso anche fisico, applicandosi alla distruzione sistematica col fuoco, di un centro di aggregazione politica e sociale, dalle valenze anche economiche, in quanto capace di delineare un modello produttivo e sociale, tendenzialmente antagonistico al modello vetero-capitalisitico.

Con la liberazione e la ricostruzione si trattava di imprimere un'accelerazione al processo di riorganizzazione di un movimento di importanza strategica, per le reciproche connessioni con il sindacato; soprattutto, nella prospettiva, che si andava delineando a sinistra, di un ancoraggio ad un modello, in cui, in ogni caso, sembrava prevalente il ruolo di una significativa ipoteca popolare sulla gestione economica.

Come ricorda Pasquale Amato ne “Il PSI tra frontismo e autonomia (1948-1954)”, la Lega Nazionale Cooperative e Mutue, fondata nel 1886 e sciolta dal fascismo nel 1925, venne ricostituita il 3 settembre 1945 dai socialisti, che espressero il primo presidente, nella persona del vecchio turatiano Emilio Canevari, e dai comunisti.

Un primato da brevissima stagione, in quanto l'impegno maggiore dei socialisti fu allora riservato, come lo era stato nel ventennio ante fascismo, alla conflittualità interna tra due schieramenti contrapposti: gli “unitari” e gli “autonomisti”.

Fatto questo che indebolì il prestigio e la rappresentanza del ruolo dei socialisti, relegati, a conclusione del XXI Congresso svoltosi dal 15 al 17 giugno 1947, ad una modesta rappresentanza del 25% rispetto al 60%, acquisito dai comunisti.

Come rileva Amato, l'azione di acquisizione del controllo della Lega delle Cooperative fu chirurgico: “(...)Applicarono sostanzialmente due linee convergenti al fine generale.

Da un lato collocarono i loro quadri in tutti i posti- chiave dell'apparato centrale e periferico.

Dall'altro lato, apportarono poche ma esenziali modifiche di carattere strutturale, tali da rendere irreversibile la loro egemonia: alla gestione democratica dei socialisti sostituirono la loro, autoritaria, centralizzata e burocratizzata”.

Nella “strategia del ragno”, con cui i comunisti italiani avvilupparono in poco più di un biennio tutto il movimento di massa, non vi era solo l'obiettivo di radicare la loro egemonia politica sulla sinistra (ed, in prospettiva – ma l'obiettivo fallì – sullo Stato), ma anche mire più prosaiche.

Continua Amato: “Il fine loro era il controllo politico della Lega per disporre all'occorrenza dell'appoggio finanziario (in alcune regioni, come Emilia e Toscana, il movimento cooperativo costituiva ormai una holding), per usufruire delle strutture di essa e della sua capillare organizzazione nei momenti di mobilitazione sociale e politica, come le campagne elettorali”

In un rapporto sinergico, oseremmo noi, in cui i ruoli, apparentemente disgiunti, del partito, del sindacato e delle istituzioni locali, erano (e sono) fortemente coesi ed interdipendenti da una ramificazione di rapporti da socialismo reale.

Un'egemonia di tipo sovietico, in cui il significato della presenza socialista sarà sempre più paragonabile alla foglia di fico; fino a giungere allo spianamento dei primi anni novanta, in cui entrarono in azione reparti specializzati che procedettero alla sistematica pulizia etnica di qualsiasi cosa che evocasse il tracciato della presenza nel movimento dei socialisti.

Che, di tale movimento, furono i fondatori.

La rifondazione del movimento cooperativo avvenne, potremmo azzardare, ‘per decreto'.

Il “Fronte Democratico” del 13 giugno 1945, infatti, annunciò: “Si è costituita l' ‘Unione Cooperativa di Consumo' “:

“ La Commissione per l'incremento cooperativo nella Provincia di Cremona, nominata dal C.L.N., comunica che si è costituita con promotori appartenenti ad ogni partito una cooperativa provinciale di consumo denominata ‘Unione Cooperativa di consumo fra lavoratori di Cremona e Provincia'.

Venne nominato Presidente della medesima il Rag. Feraboli Arnaldo e Vicepresidente il rag. Alvergnia Carlo.”

Assolto l'obbligo di riferimento generale dello scenario in cui, alla metà degli anni quaranta, si imposto la riorganizzazione del movimento cooperativo, si anticipa che per alcuni versi la realtà cremonese, benché non avulsa dal processo di occupazione comunista, si delineò in termini originali e più coerenti con la tradizione di guida del socialismo.

Abbiamo, poco sopra, inquadrato, tra gli apostoli della cooperazione cremonese, Attilio Boldori.

Il figlio Comunardo, lo sarà della sua resurrezione, dopo il fascismo.

Del suo impegno, in tal senso, si ha una significativa traccia sull'edizione n° 24 de L'EdP del 20 ottobre 1945, con il titolo “Sotto l'insegna delle Cooperative”, con cui avvia una rubrica fissa sul settimanale socialista.

“Pietro Nenni, inaugurando a Roma il Congresso Nazionale della cooperazione esprimeva il suo augurio alla ‘vecchia e gloriosa Lega nazionale delle Cooperative che trasse l'Italia dalla miseria in cui vegetava e seppe compiere il miracolo delle grandi organizzazioni cooperative di prima della guerra 1915 che trasformarono fisicamente, per eroismo di classi lavoratrici, il volto del nostro Paese'.

Come membro del Governo - ha detto Nenni – io mio auguro che il movimento  cooperativo costituisca la spina dorsale della ricostruzione economica del nostro Paese”.

Il “dove eravamo rimasti?”, con cui esordisce l'impegno di Comunardo Boldori, non trascura anche una venatura didattica.

Infatti,  a partire dal n° 83 viene inaugurata la rubrica “I PRECURSORI del movimento cooperativo”, in cui verranno tratteggiati i profili di due tra i più eminenti ispiratori del movimento Owen ed Holjoake.

Robert Owen:

“Roberto Owen nacque a Newton nel Montgomeryshire il 14 maggio 1771. Fin dall'infanzia fu divoratore di libri. Iniziò il suo tirocinio  a poco più di dieci anni, a Londra, presso il mercante Gullog, da venditore ambulante salito fino al grado di commerciante con stabilimento di vendita di oggetti d'ornamento femminili.

A diciotto anni, Owen passa a Manchester, si associa ad un industriale per la fabbricazione delle prime macchine di filatura, e quindi diventa direttore dello stabilimento Dikvater, per passare alla direzione della Chartlon  Twist Company.

Nel 1798 Robert Owen, a 28 anni dopo aver sposato la figlia del suo principale, diventa comproprietario dei grandi cotonifici di New Lanark, fecondissimo campo della sua attività riformatrice per l'elevamento delle classi lavoratrici.

Egli opera nel doppio terreno materiale e morale: per l'igiene dell'ambiente e per quello dello spirito.

Restaura le case, combatte l'ubriachezza e, ricorre quando i mezzi persuasivi falliscono, a rigorose  norme obbligatorie.

Dalla disciplina interna del suo stabilimento passa alla legislazione sociale della quale diventa il più tenace propugnatore.

A lui si devono le prime leggi sul lavoro promulgate in Inghilterra nel 1813.

Ma oltrechè educatore e legislatore Owen fu entusiastico sostenitore dei principi della cooperazione.

A lui si deve questa parola ‘cooperazione' che egli rese popolare.

‘Bisogna che voi diventiate i vostri stessi commercianti, i vostri stessi fabbricanti, per fornire a voi stessi i prodotti della miglior qualità al più basso prezzo.

Così diceva agli operai mentre si studiava di realizzare nella sua città dell'Armonia la cooperazione integrale sotto forma di comunismo e della socializzazione della terra e dei mezzi di lavoro.

Ma la sua cooperazione, a differenza dei pionieri di Rochdale, doveva svolgersi sulla base del lavoro, anziché su quella del consumo. Morì nel 1858”

A completare il quadro delle ascendenze utopiche, significativamente riferite alla cultura europea, cui i socialisti cremonesi attingevano la linfa teorica, anche del loro sforzo didattico, dall'intento sicuramente edificante verso, le masse nel numero successivo venne proposta la figura di Georges :

“Dentro la calda atmosfera di ribellione al vecchio mondo sfruttatore dei deboli, che Owen aveva riempita della sua genialità riformatrice, visse e si formò l'anima di Giorgio Holyoake, uno dei discepoli dello stesso Owen più appassionati  per le sue idee.

Nato a Birmingham

 nell'aprile del 1817, ancor giovane diede alla propaganda cooperativistica la sua eloquenza, serena, buona, insinuante.

Fu scrittore fecondissimo e prodigò la sua prosa in moltissimi giornali e riviste, sostenendo vivacemente l'alto valore sociale dei principi cooperativistici propugnato dai pionieri di Rochdale, coi quali ebbe consuetudine di pensiero e di lavoro.

Giorgio Holyoake é lo storico dei poveri tessitori di Rochdale, che illustrò in una ricca pubblicazione piena di sentimento, di ammirazione e di gratitudine.

Ma la sua attività si spinge anche sulle sfere della filosofia e della morale sociale, sostenendo calorosamente la libertà di coscienza e la necessità di un concorde sforzo di tutti che non hanno fede o non sono ispirati nelle loro azioni dallo sprone di una idealità, per dare al mondo una base morale.

Amico di tutti i generosi che lottarono per sospingere l'umanità verso forme superiori di ordinamento politico ed economico, ebbe fraterni rapporti con Mazzini e Garibaldi.

Holyoake é una delle più belle figure della ormai lunga collana di eminenti apostoli che il Pantheon della Cooperazione accoglie e venera.”

La prima significativa tappa di riavvio del movimento cooperativo cremonese é scandita dal Primo Congresso Provinciale che si svolse domenica 8 settembre 1946, come annotò la prima pagina de L'EdP n° 73 con un articolo a firma Franco Capelletti:

“Con la nomina dei Presidenti nelle persone dell'On. Pressinotti e dell'On. Bernamonti si sono aperti i lavori.

Sale per primo alla tribuna il compagno Comunardo Boldori, il quale fa una lunga dettagliata relazione della attività svolta.

‘Oggi – ha detto il compagno Boldori – la Federazione raggruppa i 5/6 di tutte le Cooperative del Cremonese.

Le Cooperative che hanno dato la loro adesione la loro adesione alla Federazione sono 103 per un totale di 30 mila soci e con un capitale versato di L. 20.000.000.

Il patrimonio raggiunge all'incirca uguale cifra.

Odiernamente le Cooperative possono coprire il fabbisogno di un 1/3 della popolazione.

Rileva la mancanza quasi totale di Cooperative di lavoro e ne tratteggia le cause dovute più che altro ai danni prodotti della guerra specie agli impianti industriali.

Le Cooperative non sono sufficientemente sviluppate nel Casalasco e nel Cremasco, lacuna questa determinata dagli scarsi mezzi di trasporto i quali hanno impedito alla Federazione di svolgere una fattiva opera di potenziamento nei riguardi delle stesse.

La relazione del compagno Boldori é coronata da vivi applausi.

Si alternano quindi alla tribuna i dirigenti delle varie branche di lavoro che sono nell'ordine: il Rag. Feraboli per le Cooperative di consumo, Pedrabizzi per le Cooperative di Lavoro, Vacchelli per le Cooperative di Trasporto e ultimo il Dott. Boldori per le altre cooperative.

Tra le relazioni non sono mancate le accuse alle varie autorità cittadine.

Di particolare interesse quella del compagno Vacchelli per le cooperative trasporti il quale ha reso nota l'opera di sabotaggio che alcuni enti cittadini hanno compiuto nei riguardi delle Cooperative.

Il presidente On. Pressinotti ha assicurato che interverrà presso i ministeri competenti per porre termine a tale stato di cose.

Terminate le relazioni prendono la parole il compagno Galluppo della Lega Nazionale il quale si dice lieto di partecipare a questo Congresso che mette in evidenza alcuni accorgimenti pratici per l'attività che si dovrà esplicare in avvenire.

Ultimo oratore della mattinata é il compagno Verzeletti il quale porta il saluto della Camera del Lavoro ed auspica una più intensa collaborazione fra i due organismi.

Il pomeriggio é interamente occupato per la discussione e per le elezioni della Segreteria.

Prendono la parola nell'ordine Benvenuti della Carlo Marx, Gaudenzi della Cooperativa Trasporti, Ponzoni della Cooperativa Consumo, Galazzi di Piadena, Zavatti della Carlo Marx, Bianchini e Capelli per la Cooperativa ‘La Ricostruzione'.

Quasi la totalità degli interventi riguardavano strettamente le Cooperative rappresentate e, quindi, pur non negando la loro importanza, hanno servito alla Presidenza a solo scopo informativo. Successivamente si é proceduto alla nomina di una Commissione elettorale per formare una Commissione da sottoporre all'approvazione dell'Assemblea la quale ha scelto quali responsabili delle varie branche di lavoro i compagni: Feraboli, Cabrini, Del Miglio, Vacchelli, Scala, Pedroni (C.d.L.).”

Ma, più della cronaca congressuali, per alcuni versi di taglio burocratico, l'intervista ad un anonimo dirigente, raccolta da un altrettanto anonimo redattore e pubblicata sotto il titolo “All'insegna delle Cooperative”, rende efficacemente il senso delle problematiche che stavano di fronte ai dirigenti impegnati nel rilancio di un movimento, che, in uno scenario di assoluta emergenza, poteva fornire un deciso supporto alla soluzione di drammatiche questioni, quali il lavoro e l'alimentazione.

“(...) Noi socialisti siamo convinti di lavorare per il popolo, per i lavoratori, organizzando le cooperative, ed é per questo che siamo stati i primi e i più attivi. I nostri compagni hanno fatto moltissimo; ma questo non vuol dire che il Partito Socialista sia entrato qui dentro a farla da padrone. (...) Pensiamo sempre all'unità del proletariato; e quell'unità che non si realizzarla per ora sul terreno politico noi cerchiamo di realizzarla intanto in questo campo cooperativo.

Quindi questa non é una federazione socialista, ma con noi ci sono i comunisti, molto attivi insieme a noi, ci sono i repubblicani, gli azionisti, i democristiani, i liberali, gli indipendenti e in genere tutti coloro che sentono la cooperazione e i suoi problemi senza distinzione di partiti o di concezioni religiose.(...)

Sento parlare di licenze per la vendita del vino, di assegnazione di gomme, di bilanci da presentare, di contabilità da impiantare, di libretti di lavoro, di tasse, di prezzo del latte, del Genio Civile che non paga, di banche che non danno sovvenzioni, dell'olio di mandorle che costa di più dell'olio d'oliva, di scarpe americane che non vanno bene (aiuti dell'U.N.R.R.A.).

(...) Cooperative aderenti e loro filiali 250 (cioé i nove decimi di quelle esistenti), soci 30.000, utenti o lavoratori interessati oltre 100.000 (quasi un terzo della popolazione della provincia), giro d'affari sulla base attuale di un miliardo all'anno.

(...) Ma il compagno non mi dà tregua. Mi parla ora di quello che c'é ancora da fare...

Pensa alle cooperative agricole che un giorno dovremo pur fare, al Consorzio delle Cooperative di consumo che controllerà un terzo del commercio alimentare della provincia; pensa che stiamo mettendo insieme le cooperative alimentari di produzione con le cooperative di consumo. (...) Sarebbe la cooperazione integrale: lavoratori che producono, cooperatori che trasformano, cooperatori che consumano.

(...) E tutto questo viene svolto da lavoratori muniti talvolta solo di fede e di buona volontà, spesso senza mezzi e magari senza esperienza; e pian piano, con passione e  con tenacia, le cooperative si fanno, crescono, si consolidano, talvolta si impongono.

Quando penso all'Unione Cooperativa di Consumo e quando penso che un anno fa si cominciava appena con uno spaccio, ed ora sono cento spacci in tutta la provincia uniti in un solo vincolo di solidarietà umana, 15.000 soci che costituiscono una sola grande famiglia...”

Del decollo dell'Unione Cooperativa Cremonese di Consumo aveva già scritto sul n° 40/46, sotto il titolo “All'insegna delle cooperative – Il finanziamento delle cooperative di consumo e le necessità dell'Unione Cooperativa”, Comunardo Boldori:

“Più volte ci siamo intrattenuti su questo argomento e più volte abbiamo osservato che le cooperative, avendo poco capitale dai soci, devono chiederne molto alle banche.

Ma, nonostante tutto, le cooperative si dibattono in difficoltà di ogni genere, dovute alla mancanza di capitali.

Se pensiamo che per ogni vagone di vino occorre un milione e mezzo, che per fornire un magazzinetto appena appena e una cantina occorrono dieci milioni, che la scorta di vino e di alimentari di uno spaccio è di circa mezzo milione e se consideriamo che il capitale versato dai soci è sì e no un decimo di quanto occorre, si vede come il problema finanziario è oggi il primo e più importante problema cooperativistico.

E del resto è logico: qual è la forza dei commercianti?

Il capitale. Si può pensare di combattere sul terreno commerciale senza capitali?

Non bisogna dimenticare che viviamo in un regime di economia capitalistica e anche le cooperative devono sottostare alla legge del capitale.

D'altra parte se non si hanno capitali non si possono fare gli acquisti in grande e bisogna dipendere dai grossisti che pure vogliono guadagnare; se non si hanno capitali non si può andare a comperare sui posti di produzione; ci sono le merci che devono essere acquistate all'inizio della stagione e occorrono capitali.

E poi in genere senza capitali non si fa nulla, si vive alla giornata, nelle mani di commercianti, si acquista male e non si può fare molta concorrenza.

Come si risolve il problema?

In quattro modi: con la sottoscrizione di capitale da parte dei soci; con la sottoscrizione di prestiti da parte dei soci; coi finanziamenti dello Stato; con finanziamenti bancari.

Dal punto di vista cooperativo la forma migliore è la sottoscrizione di capitale sociale: se la cooperativa deve essere l'opera dei soci, è bene che i soci stessi provvedano il capitale necessario.

Poco si può contare sul finanziamento statale, come si è visto con gli otto famosi miliardi di lire stanziati… sulla carta e mai arrivati a destinazione.

Se possibile, bisognerebbe poi evitare il ricorso alle banche, le quali chiedono degli interessi esagerati e non danno prestiti a lunga scadenza.

Le banche, poi, si sa, sono poco tenere verso le cooperative che non hanno sostanze proprie a garanzia.

Le cooperative che vogliono lavorare sul serio e intendono avere una lunga vita devono contare soprattutto sul capitale dei soci; sia esso capitale sociale o prestiti ad interesse.

A questa conclusione si è giunti in una riunione tenutasi presso l'Unione Cooperativa, con i rappresentanti della Camera del Lavoro e dei partiti di massa.

Scopo della riunione era quello di esaminare la situazione finanziaria dell'Unione e di suggerire i mezzi per farvi fronte.

Dalla relazione del Presidente si è visto che l'unione Cooperativa potrà continuare in pieno la proficua opera fin qui svolta se potrà avere i mezzi finanziari occorrenti.

Tenendo conto che l'Unione Cooperativa ha ora una rete di 96 spacci, che alle banche non si deve chiedere molto, che poco si può contare sul credito dei fornitori, il fabbisogno finanziario dell'Unione è di 15-20 milioni che devono essere attinti soprattutto fra i soci.

I soci sono molti, e il capitale potrà essere sottoscritto, se ogni socio, considerati i vantaggi fin qui avuti e considerati che altri se ne potranno avere man mano che il mercato si normalizzerà, sentirà il dovere di contribuire a sostenere questo organismo.

Sono circa 150-200 mila lire in media per ogni spaccio che dovranno essere sottoscritti.

Chi ha la possibilità deve contribuire senz'altro a sottoscrivere nuove azioni; ogni famiglia non deve accontentarsi di una sola azione, ma deve sottoscrivere un'azione per ogni familiare; chi ha qualche risparmio deve portarlo alla cooperativa dove riceverà un interesse del 4 o 4,5 per cento.

Non abbiano timori che i compagni cooperativi: il loro danaro sarà saggiamente amministrato, ed è assai meglio per essi che lo diano alla cooperativa, che difende i loro interessi, e non alle banche che sono avare con le organizzazione proletarie, e non danno quasi niente di interesse ai risparmiatori e pretendono degli interessi enormi.

La Cooperazione deve essere opera dei cooperatori, e sarà una grande conquista del proletariato cremonese, se l'Unione Cooperativa potrà contare sull'appoggio finanziario di tutti i suoi soci.

La Cooperazione deve vivere e prosperare per la difesa economica dei lavoratori, ma non potrà contare sulle banche che in fin dei conti sono organizzazioni capitalistiche e non sono tanto tenere verso il proletariato.                                                                                       COMUNARDO”

Inequivocabilmente, l'estensore-testimonial delle ragioni dell'autofinanziamento, come unica o prevalente condizione per lo sviluppo del movimento, si era sobbarcato, oltre che un onere non comune sul piano didattico della funzione dell'associazionismo di consumo, anche un gravoso compito di educazione politica, ma soprattutto di responsabilizzazione rispetto ai principi ineludibili della responsabilità e della rigorosa gestione.

Principi universali e permanenti, che non sempre saranno rigidamente presenti nella mente e nell'opera di tutto il  vasto e complesso movimento cooperativo della provincia di Cremona.

Erano le prime significative realizzazioni, i programmi talmente appassionati da confondersi con i sogni, ma anche le consapevolezze dei limiti oggettivi e delle difficoltà.

Quando muterà il quadro emergenziale e la stabilizzazione imporrà le  regole del mercato, passioni e sogni cederanno, diversamente da alcune province contermini, il passo, sotto gli effetti dei costumi della socializzazione comunitaria, di un'offerta di beni e di servizi dettata dall'efficienza della produzione e della distribuzione di massa, ma anche di una propensione individualistica tipica della gens cremonensis.

Cooperative agricole e di lavoro, realizzate col contagocce e mantenute con l'ossigeno, resisteranno l'éspace d'un matin.

Da questo punto di vista, si rivelerà ben più solida la tenuta della parallela centrale bianca.

Di quel sogno resterà significativamente in piede solo l'UCCC, l'Unione Cooperativa Cremonese di Consumo, attivata dalla presidenza Feraboli, un ex impiegato bancario che diventerà sindaco socialista negli anni cinquanta; ma solo fino alla conclusione degli anni ottanta, quando essa stessa verrà incorporata in una holding d'area regionale.

Che, in omaggio alle esigenze di ottimizzazione delle risorse, farà tabula rasa dei principi e dei valori fondativi della cooperazione, fatta eccezione per una virtuale presenza di ‘comitati soci', impegnati in una pratica di panem et circensis, che non lambisce neppure la periferia del sistema decisionale.

Ma così va il mondo della competitività e dell'ottimizzazione delle risorse!

In termini conclusivi, si potrebbe sostenere che la parabola del movimento di massa, iniziata con il ruolo socialista di guida e di propulsione a cavallo tra i due secoli, registra una profonda mutazione.

Gli organismi sociali, da esso rappresentati, diventano associazioni di massa a guida comunista e a partecipazione socialista. Che determinano effetti non solo sull'uso politico delle medesime, ma anche sulla capacità di influenza nelle vicende interne del Psi.

Se non altro, in considerazione del fatto che in quella stagione almeno i due terzi del personale politico del PSI facevano parte della struttura funzionariale di quegli organismi di massa, appunto “a guida comunista e a partecipazione socialista”.

Ma a prescindere dagli sviluppi dei successivi decenni, i socialisti mantennero costanti l'attenzione e l'iniziativa nei confronti del movimento cooperativo.

Specialmente nei momenti torbidi delle repressioni e discriminazioni scelbiane, di cui si ha tracciata, ad esempio, in una sere fitta di articoli dell'Eco del Popolo.

A partire da “ A seguito delle decisioni liberticide del Governo S.S.

Sferrata in provincia l'offensiva reazionaria diretta principalmente contro le cooperative

Assurde interpretazioni della legge da parte delle autorità – Si vorrebbe praticamente chiudere 40 cooperative – Le nuove inconcepibili disposizioni per i giornali murali”, apparso in prima pagina del n° 24/54:

“Nel giugno del 1946 venne emanato un apposito provvedimento legislativo, col quale si stabiliva che ‘alle cooperative di consumo, aventi non meno di cento soci e regolarmente costituite e funzionanti' poteva essere nel termine di sei mesi dall'entrata in vigore del provvedimento stesso, ‘concessa licenzia per la vendita al minuto di vino sul posto, limitatamente ai soci, anche in deroga delle disposizioni di cui all'art. 95 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza'.

Per chi non lo sapesse, l'art. 95 ora citato stabilisce il rapporto limite tra la popolazione di ogni località e il numero dei pubblici esercizi, osterie, trattorie, ecc.), che vi possono essere consentiti ed autorizzati dall'Autorità di P.S.

Ne consegue, ovviamente, che la deroga disposta a favore delle cooperative, dava loro la possibilità di costituire propri appositi spacci anche se questi venivano ad essere in soprannumero rispetto a quelli consentiti dal rapporto limite.

Avvalendosi della facoltà loro accordata dal provvedimento legislativo in questione, numerose cooperative di consumo della nostra provincia tra le quali l'Unione Cooperativa chiese ed ottennero dalla Questura regolari licenze di vendita del vino al minuto per i soli soci, e sulla base di queste licenze apersero e gestirono locali di spaccio attrezzandoli convenientemente così da adibirli a locali di ritrovo e di ristoro per i propri soci.

Le licenze in tal modo concesse vennero regolarmente rinnovate di anno in anno senza che la questura di Cremona trovasse nulla mai da eccepire sul valore delle licenze stesse e sulla legalità degli spacci relativi.

E così siamo arrivati a questo fatidico dicembre 1954 in cui, alcuni giorni dopo l'annuncio di una serie di misure governative a carico delle cooperative aderenti alla Lega Nazionale (considerate troppo rosse), si determina un inatteso colpo di scena.

Il Questore convoca nel suo ufficio il presidente dell'Unione Cooperative, la quale gestisce dodici di tali spacci, e gli comunica di essersi accorto che gli spacci stessi non sono a posto, perché sono andati – secondo lui – oltre i limiti consentiti; pertanto la loro attività deve restringersi a somministrare soltanto il vino ai soci, in piedi senza attrezzature di sedie e tavolini, possibilmente nello stesso locale o ambiente dove ha sede lo spaccio di generi alimentari, osservando lo stesso orario degli spacci alimentari, pena la chiusura.

Annulla valgono le obiezioni del presidente convocato perché il Questore ritiene e considera giusta e valida solamente la sua interpretazione.

Quindi, stato di allarme fra i cooperatori, i quali sono giustamente preoccupati per la sorte dei loro spacci, né, per quanto si sforzino, riescono a trovare qualche cosa che giustifichi- sul terreno legale – la posizione che il Questore intende assumere.

Questo stato di allarme non tarda a diffondersi tra le altre cooperative, perché, oltre alla Unione, altre 28 gestiscono spacci vino con licenza per i soli soci, e tra queste vi sono cooperative di notevole importanza, quali Stagno Lombardo, Gussola, Piadena, Spino d'Adda ecc.

I cooperatori, ripetiamo, non trovano, sul terreno legale, nulla che giustifichi la posizione del Questore.

Giustificazione, che a parere nostro,  può essere ricercata e trovata invece se si considera il clima di reazione che il governo Scelba-Saragat ha deliberato di instaurare in Italia nel memorabile Consiglio dei Ministri del 4 dicembre con le misure apertamente anticostituzionali decise a carico dei movimenti e degli organismi democratici.

L'assemblea imponente che i cooperatori hanno tenuto domenica alla Casa della Cultura, la reazione dei soci e dei lavoratori e la solidarietà dei partiti democratici e dei sindaci ha già ottenuto qualche risultato: infatti il Prefetto ha disposto di rinviare di qualche tempo le misure che il Questore voleva attuare immediatamente, e comunque di procedere alla loro attuazione con una certa gradualità.

Questo modesto successo momentaneo non deve però farci deflettere dalle nostre posizioni  e dalla nostra azione.

Noi siamo sicuri che le cooperative interessate sono in regola con la legge, e ci conforta in questa sicurezza il parere dei legali che abbiamo interpellato ed  ai quali abbiamo sottoposto il caso.

Continueremo perciò a dare ai cooperatori tutta la solidarietà dei socialisti e ad agire perché nulla si compia a danno delle cooperative, delle quali anche l'art. 45 della Costituzione riconosce il valore e le finalità altamente sociali.

Se attorno alle cooperative minacciate continuerà a svilupparsi la concorde solidarietà dei cooperatori, dei lavoratori, dei cittadini, di tutti i democratici cui sta a cuore il mantenimento delle libertà e dei diritti scaturiti dalla lotta di Liberazione, non c'è dubbio che non si oserà andare oltre.

Comunque, per i socialisti, oggi la parola d'ordine è questa: ‘le nostre cooperative non si toccano!'”

Ma mai monito fu meno beneaugurate, in quanto fu subito smentito dalla pervicacia con cui il governo e la maggioranza si applicarono a restringere le iniziative e le risorse del movimento cooperativo.

L'EdP n° 16/54 denunciò, infatti, per la penna di Luigi Gerevini, “Aggravi fiscali sulle cooperative”:

“La Camera dei Deputati il 27 luglio scorso ha affrontato la discussione sul progetto di legge che comporta un nuovo onere fiscale per le società tassabile in base a bilancio.

Questo progetto di legge, come abbiamo avuto modo di esaminare in altre occasione su questo giornale, comprende pure le cooperative. (…)

Non riusciamo ad immaginare quale spirito lo animi quando parla contro le esigenze delle masse popolari, ed in quale caso di tre milioni di cooperatori che non sono altro che lavoratori.

Abbiamo udito dei ‘maligni' che hanno affermato che si vuol prendere una rivincita con gli elettori italiani che non gli hanno conferito il mandato come deputato.

La carica che attualmente ricopre gli è stata assegnata dai rappresentanti degli industriali e dei detentori dell'economia nazionale, da colo che insomma che hanno compilato quelle denunce dei redditi del 1953 delle quali abbiamo avuto modo di prendere visione recentemente sulla stampa cittadina e confessiamo che ci hanno fatto inorridire.

Così stando le cose quei ‘maligni' sembra abbiano centrato il problema. (…)”

Era ben evidente che gli aggravi fiscali sulle cooperative altro non fossero che la punta dell'ice-berg di una organica politica governativa in chiave di ridimensionamento di un segmento nevralgico del movimento operaio.

Che, oltre a calmierare i prezzi al consumo (fatto questo logicamente inviso al partito dei bottegai), aveva costituito nella fasi calde degli scioperi ad oltranza una cassa di solidarietà.

Il m° Italo Panzi, dirigente della cooperazione già prima del fascismo, percepì tale profilo in una approfondita analisi, pubblicata dal settimanale socialista nell'edizione n° 5/55 dal titolo “L'azione del Partito per la difesa ed il potenziamento della Cooperazione – L'attacco del Governo alla cooperative cremonesi”, che compendia un esame generale dello stato del movimento cooperativo cremonese a quasi dieci anni dalla sua ricostituzione, ma, ad un tempo, anche una sorta di istruzioni per l'uso, di fronte alle insidie ed agli attacchi, cui il medesimo era costantemente sottoposto dalla politica repressiva di Scelba.

“ Non crediamo sia più necessario richiamare l'attenzione dei compagni sulla situazione in cui sono venuti a trovarsi molte delle nostre cooperative, per effetto delle ormai famigerate direttive ministeriali del 4 dicembre scorso e dei provvedimenti che le autorità di polizia – quelle di Cremona in prima linea – hanno escogitato e tentato di applicare per dare alle predette direttive concreta attuazione.

I compagni sanno come tali provvedimenti, che miravano in modo particolare a colpire le cooperative autorizzate a praticare la vendita del vino e delle altre bevande ai propri soci limitandone gravemente ( e noi  aggiungiamo ingiustamente) l'attività, hanno suscitato tra i cooperatori e gli amici della democrazia e della libertà una tale ondata di indignazione, una così decisa volontà di resistenza, da costringere le autorità a riesaminare la questione e sospendere pertanto l'applicazione dei provvedimenti stessi.

Finirà così?  Non lo crediamo; siamo anzi convinti che dovremo registrare altri tentativi e reagire ad altre minacce.

Donde la necessità di mantenere attorno alla cooperazione la massima vigilanza e di rinforzarne la difesa, interna ed esterna, per metterle in grado di rintuzzare ogni velleità reazionaria e di respingere le offese, da qualunque parte vengano.

A questo punto occorre chiarire che ci sono due modi, entrambi utili e praticamente confluenti al medesimo scopo, di intendere e praticare la difesa delle cooperative contro tutto ciò che tende ad impedirne, o a limitarne, l'attività e l'espansione.

C'è la difesa che possiamo definire immediata, contingente, e che consiste nel creare attorno alle cooperative minacciate o colpite da una misura ingiustificata, o da un sopruso, il più largo schieramento di cooperazione, non trascurando nel contempo l'adozione di idonee contromisure (ricorsi, esposti, delegazioni, ecc) sul terreno legale e sulla piattaforma del rispetto delle libertà e dei diritti sanciti dalla Costituzione.

C'è l'altra difesa, che potremmo chiamare ‘per linee interne', cioè la difesa ‘autonoma' delle cooperative, che consiste nel sistemare meglio, e nel migliorare continuamente, la conduzione sotto tutti gli aspetti commerciali, contabili, sociali, in modo da farne degli organismi capaci di raggiungere appieno le finalità per le quali sono stati costituiti.

Ciò, per le cooperative di consumo,  significare operare con ogni più idoneo accorgimento perché siano gestite e amministrate bene, perché siano in grado di esercitare una efficace azione calmieratrice e sappiano difendere bene il potere di acquisto dei salari e degli stipendi dei consumatori, perché sappiano svolgere una sempre più intensa attività di carattere sociale, assistenziale, culturale, ricreativo e mutualistico, perché possano insomma raccogliere simpatie e adesioni sempre più vaste in tutti gli strati sociali a cui appartengono i loro clienti.

Orbene, se per quanto riguarda l'azione immediata di difesa contro i soprusi e le minacce governative l'apporto dei socialisti, come cooperatori, come militanti, come amici della libertà e della democrazia, è stato pronto e positivo, altrettanto non si può dire dell'azione del Partito a sostegno e per l'incremento del movimento cooperativo.

C'è stato per parecchio tempo, per troppo tempo, un atteggiamento, se non di indifferenza, almeno di inadeguata comprensione dei problemi e delle necessità di sviluppo delle cooperative e della loro importanza sociale, e a questo atteggiamento ha corrisposto la mancanza di un'appropriata organizzazione della corrente socialista nel movimento cooperativo e la mancanza – o la sporadicità – di un contributo socialista ( come contrito di partito, non come apporto di singoli compagni ) alla risoluzione dei problemi della cooperazione.

Fortunatamente, e ne fa fede il recente convegno nazionale del Partito sulla cooperazione, svoltosi a Roma nei giorni 10 e 11 febbraio, il nostro Partito sta ora puntualizzando le sue posizioni anche nei riguardi delle cooperative, promuovendo in ogni sede ed istanza una adeguata organizzazione della corrente e dando al lavoro dei socialisti nelle cooperative e per le cooperative precise direttive.

Il nostro prossimo congresso provinciale dovrà, tra l'altro, dedicare la sua attenzione, con un approfondito esame della situazione delle cooperative nella nostra provincia, dovrà considerarne le esigenze e le prospettive di sviluppo, che non mancano, e con la effettiva costituzione dei comitati di corrente, provinciale e comunale, dovrà imprimere all'attività di partito in questo particolare e delicato settore dell'azione di massa quell'orientamento e quel coordinamento che la situazione esige e che sono imposti altresì dalla necessità di offrire alle cooperative, per l'importanza sociale che esse rivestono, un contributo sempre più efficace alla loro difesa e al loro potenziamento”.

Sulla materia, che in un partito di massa, attento alla questione sociale, quale era il P.S.I., rivestiva una funzione primaria, destinata ad accentuarsi in vista del Congresso provinciale ormai annunciato ed in preparazione, si era avuto un contributo non meno fecondo; anzi si potrebbe anche dire più autorevole, per la fonte da cui proveniva.

Tale contributo, apparso sulla prima pagina de L'EdP n° 2/55 e titolato

“Contro le mene reazionarie

I socialisti cremonesi per la difesa della cooperazione”, era frutto dell'elaborazione di “E.Z.”, Emilio Zanoni, che in quel periodo rivestiva la funzione di Presidente della Federazione Provinciale delle Cooperative e Mutue.

Una funzione, la meno appropriata che il Partito potesse assegnargli in considerazione delle sue attitudini.

Ma nella quale, come dimostra l'articolo, Zanoni seppe profondere un indiscutibile contributo di intelligenza politica.

Oltre che di verve ironica.

Sia per attirare maggiore audience sia per focalizzare un punto centrale: l'attacco alla cooperazione, benché attuato con modalità diverse, aveva le stesse finalità repressive, manifestate dal precedente regime.

“Sul fronte cooperativo provinciale continua la guerra fredda con lo stillicidio di ingiunzioni, di tentativi di intimidazione, di ispezioni saltuarie.

Tipica a questo proposito la ispezione alla ‘Carlo Marx' con l'ingiunzione di non esporre… il calendario del Pastificio Combattenti forse perché riproduce belle ragazze e i cooperatori, a licenza per i soli soci, non possono bearsi della vista di gambe litografate e di seni al rotocalco.

Nella stessa cooperativa il presidente è stato ammonito di essere sempre presente anche quando, per evidenti ragioni, deve allontanarsi.

E quali segnalazioni pervengono da altre cooperative!

Ma non è di ciò che oggi vogliamo parlare.

Sostanzialmente la situazione è quasi immutata ma i cooperatori, per far fronte all'assalto prevedibile, debbono ognor più stringersi attorno alle loro cooperative.

In particolare questo dovere incombe ai militanti del partito socialista.

Ogni partito ha perfettamente compreso la sua funzione e i suoi compiti nel settore cooperativo.

Questo è aperto a tutti, è costituito da tutti coloro che vedono nella cooperazione un mezzo di elevamento della classe lavoratrice; ma interessa soprattutto un partito che, come il socialista, ha per sua base programmatica il miglioramento del tenore di vita del popolo che è legato, fin da suo sorgere, alla grande tradizione cooperativa italiana.

I socialisti, nella cooperazione, debbono perciò essere in prima linea nella difesa e sul potenziamento di essa.

Le numerose assemblee di soci che finora sono state fatte hanno visto masse cospicue di lavoratori agitarsi e protestare contro l'indegno trattamento fatto alla Cooperazione.

Fra queste masse, numerosi erano i compagni socialisti.

Ma bisogna far di più.

I socialisti, come democratici coscienti e militanti di un partito di classe, debbono direttamente mettersi  alla testa dei cooperatori, muovere i problemi, agganciare alle cooperative, là dove è loro più facile, i nuclei di simpatizzanti democratici ed indipendenti.

Ciò vale per l'indirizzo cooperativo che il partito socialista ha da quando sorse e che elaborò nel corso dei decenni.

Pareva a questo proposito che la cooperazione, nell'animo degli attuali militanti, fosse qualcosa di avulso e di distaccato dalla mentalità moderna.

In questo periodo critico è apparso però che tutto ciò era soltanto apparenza.

Il vero senso dei cooperatori e dei democratici si è rivelato.

La cooperazione è una cosa viva e palpitante nell'anima dei lavoratori.

Questi si sono accorti che, colpendo le cooperative, si vuole mettere le mani su un patrimonio loro che costituisce un ostacolo alla politica dei monopoli.

Le quaranta cooperative (licenze per soli soci) minacciate dall'autorità rappresentano un tesoro abbondante del movimento cooperativo cremonese con 10 mila soci e un movimento di oltre un miliardo e 222 dipendenti che vivono del lavoro in esso prestato.

Ostacolando queste cooperative si mette perciò in difficoltà un settore importante della vita economica provinciale.

Ciò non avrà importanza per il governo maccartista, l'ha, e grande, per il popolo lavoratore.

D'altro canto ‘l'assalto alla cooperazione' interessa vivamente i socialisti come aspetto politico della politica liberticida del Governo Scelba-Saragat.

I socialisti non possono rimanere indifferenti alle minacciate discriminazioni in atto contro i cittadini e gli organismi ‘burocratici'.

La campagna reazionaria governativa si spiega, nell'anno del decennale della liberazione, con una forsennata ‘cupidigia di servilismo' nei confronti dell'imperialismo americano.

Dovere dei socialisti è di partecipare attivamente all'azione di difesa e di contro-offensiva contro i tentativi avversari.

Dovere dei socialisti è di combattere con tutti i mezzi contro un governo di ritorno al passato e a metodi ormai screditati di reazione.

Oggi questa batte, con maggiore insistenza, contro il settore cooperativo. Qui perciò debbono resistere tutti i democratici.

Resistere e contrattaccare.

Chiedere cioè al governo non solo che si arresti l'indegna campagna ma che si dia applicazione alla norma dell'articolo 45 della Costituzione.

Potenziare il movimento cooperativo minacciato; dargli i mezzi per spingere avanti la sua volontà di ampliamento e consolidamento.

Dall'esempio dell' indimenticabile Giuseppe Garibotti i socialisti cremonesi traggono l'esempio per lottare in difesa della cooperazione”

In ordine alle ascendenze fascistoidi della nuova ondata repressiva contro il movimento cooperativo e popolare non meno esplicito, d'altronde, era stato tal Gherardo Patecchio sulla precedente edizione de L'Eco 1/55 con

“ RISPONDIAMO UNITI AGLI ATTENTATI ALLA COSTITUZIONE

I lavoratori cremonesi difenderanno le cooperative dagli attacchi del governo

Nessuno riuscirà ad impedire l'ascesa del proletariato qualunque siano i mezzi che verranno escogitati – La fine ingloriosa del fascismo insegni”:

“Il pittoresco quadripartito che si legge sulle grucce di una pietosa tolleranza che, forte della ‘destra nazionale', non ha trovato di meglio, per accattivarsi la simpatia della reazione nostrana, che escogitare una serie di misure per le quali, se applicate, la carta costituzionale della repubblica diverrebbe un fogliaccio qualunque utile a tutti i bassi servizi di cucina e di scuderia della così detta maggioranza parlamentare.

Tra queste misure, particolarmente odiosa e per i ricordi che suscita ( ricordi dello squadrismo fascista del '21) e per gli organismi che tocca (cari al cuore di tutti i militanti ma soprattutto a quello dei compagni anziani) è la campagna contro il movimento cooperativo.

Nel cieco furore che lo anima contro lo schieramento democratico, reo di allineare dietro a sé la classe operaia e di essere portatore delle premesse di un'era migliore, il quadripartito è partito a testa bassa come un toro furente, contro il movimento della cooperazione italiana.

Indubbiamente esso vi si romperà contro le corna ché la classe operaia di oggi è più unita che trent'anni fa e la situazione politica e parlamentare di oggi è tutt'affatto diversa.

Contano, però, anche le intenzioni.

E se fanno veramente schifo quei ministri socialdemocratici che avallano le persecuzioni alle cooperative l'inizio di attività delle quali fu salutato da Trampolini e da Zibordi; ancor più ribrezzo, nell'anno del decennale, fa l'ibrida concentrazione democratica governativa che richiama in vita metodi e forma di un ben morto passato.

La lotta contro il movimento cooperativo fu la prima attività del fascismo del '21, il quale, abbattuto quel fortilizio democratico, sperava avere alla sua mercé tutto lo schieramento dei lavoratori.

In molti casi, in quella sua opera criminale, il fascismo usò il metodo brutale della violenza (incendi, devastazioni, rapine); non trascuro, però, quello, chiamandolo gesuitico di nomina di ‘commissari' e di subdola azione burocratica.

Il quadripartito segue le stesse tracce.

Evidentemente i ricordi partigiani e dell'apporto decisivo dato dai partiti di sinistra alla lotta di liberazione, sono ancor vivi nella memoria dei fascisti e simpatizzanti, così che si può ritenere che, per ora almeno,  ci si asterrà da ogni violenza temendosi una ritorsione fulminea e potente.

Si preferisce dunque seguire il metodo mellifluo della frode volpina, del cavillo pseudo legalitario, della pressione burocratico-poliziesca.

A queste manovre intimidatorie gli organizzatori democratici rispondono ora vigorosamente con le armi legali della legge e della costituzione.

Non immagineranno certo i signori del quadripartito che il movimento cooperativo, risorto dieci anni or sono, vorrà sottoporsi alle misure vessatorie, comminatorie, extra legem, stabilite dall'arbitrio fantasioso dei prefetti e dei questori.

Ci son dei giudici in Italia; c'è una costituzione in Italia; c'è in Italia un ultimo giudice cui ci si può appellare: il popolo italiano.

In altri tempi ci fu chi credette di poter andare contro la volontà popolare.

Finì, come tutti sanno, in una Piazza di Milano.

Ci furono, in altri tempi, funzionari ed impiegati che abusarono della carica per esercitare vessazioni ai danni del popolo.

Finirono anch'essi per scontare il fio.

Ora i socialisti, tutti i democratici, nell'annuale della liberazione, dicono ben chiaro a questi signori: ‘la libertà non si tocca'.

Nessuno si illuda; nessuno nasconda la testa, come lo struzzo, sotto la sabbia del doppio gioco.

Il popolo italiano ha avuto una ventennale esperienza.

Lotterà a fondono prima che lo si possa ridurre al muro.

Tutto ciò, naturalmente, si dice nel caso in cui le cose, ad opera di politicanti e stupidi o criminali, si avviassero al peggio.

Per ora riteniamo che il Quadripartito non voglia spingere le cose troppo lontano.

E le cose fin qui svolte hanno, per ora, un significato tra lo stupido ed il burocraticamente offensivo.

Si pensi alle misure che a Cremona sono state adottate contro le Cooperative!

Non si sa se esse siano più ridicole o più contrarie alla legge.

I socialisti, i lavoratori della nostra provincia che ha così forti tradizioni cooperative, debbono perciò appoggiare l'azione di difesa in atto.

Debbon soprattutto render forte il movimento cooperativo; debbon far sì che i tentativi del governo cadano nel vuoto e nel ridicolo.

Attorno alle Cooperative, baluardo avanzato della democrazia, si costituisca lo schieramento più largo possibile.

La reazione dovrà indietreggiare perché non intervengano mali peggiori alla democrazia e alla patria”.

Fu sicuramente quella una stagione di scontro e, per qualche verso, di messa in discussione, da parte dell'alleanza politica e sociale impegnata nella guida del governo, dei capisaldi che reggevano il patto costituzionale sul terreno delle libertà individuali e collettive.

Loro sostennero che dovettero una siffatta condotta all'imperativo di salvare l'Italia dal pericolo di una deriva al comunismo.

A parte le intenzioni, ancor oggi ci sarebbe da chiedersi come si giustificasse un siffatto imperativo con le vessazioni a carico delle lotte per il rinnovo dei patti colonici o con la libertà di mescita nei circoli o nelle cooperative!

Fu un passaggio, in ogni caso, gravido di tensioni e di pericoli.

Ed, anche se siamo convinti che le conquiste sociali e politiche non sono mai per sempre, riteniamo di archiviare tale passaggio sul filo dell'ironia dei versi del “poeta maledetto” Alberto Cavaliere, pubblicate sotto il titolo “Regime” sulla pagina del L'EdP n° 4/54:

“Si cammina così: lo sfollagente,

 la sicurezza, l'ordine, lo Stato

la pubblica morale; e lentamente

nasce il regime (oppur riprende fiato).

Il clima si fa duro, intransigente;

si caccia dentro un primo deputato;

l'applauso obbligatorio al Presidente

dovranno poi la Camera ed il Senato.

Messo il bavaglio al libero pensiero,

seguon, con un crescendo impressionante,

la razza, il foglio d'ordine, l'Impero…

Fascismo? Ohibò! Lontana, arcaica voce.

Questa è ‘democrazia', sacra, operante

All'ombra della mitria e della croce.

Per ragioni di completezza, aggiungeremo che la struttura di massa della sinistra costituì un vasto arcipelago di organizzazioni, che coprivano a 360 gradi l'impostazione sociale.

Nel corso degli anni, a partire dal 1944 erano nati e si erano sviluppati l'UDI (Unione Donne Italiane), l'ADSN (Associazione per la difesa della scuola), il SUNIA (Inquilini e senzatetto), la CNA (Artigiani), la Lega Nazionale comuni democratici, l'Associazione Giuristi Democratici, il CUDI (Universitari democratici), i Comitati di Solidarietà Democratica, l'UISP (circoli sportivi), per citarne solo alcuni, che, con maggior o minore successo in relazione alle caratteristiche locali, si insedieranno anche nella provincia cremonese.

Dall'archivio L'Eco Storia

  martedì 22 marzo 2022

correva un saldo vincolo di fraternità…

Le vicende militanti di un giovane socialista

  mercoledì 21 giugno 2017

Ampia convergenza sul valore della testimonianza dei fratelli Rosselli

Dalla conferenza per l’80° anniversario ampia convergenza . Diciamo subito che, considerando il rilievo e la competenza con cui le testate cremonesi (Fabrizio Loffi per il settimanale Mondo Padano e Giuseppe Bruschi per il quotidiano La Provincia) hanno dato conto dell’evento, la cronaca della conferenza richiederebbe poca cosa.

  lunedì 21 settembre 2020

150° della liberazione di Roma

La celebrazione di Stagno Lombardo

  lunedì 13 maggio 2019

Presentazione cortometraggio ‘Coppetti ultimo testimone’ alla presenza di Valdo Spini

Venerdì 17 maggio alle ore 17.30 presentazione alla sala convegni del Pilo del cortometraggio/intervista ‘Coppetti ultimo testimone’ realizzato da Pierluigi Bonfatti Sabbioni. Interverrà Valdo Spini Presidente della Fondazione Rosselli.

Rimani informato!