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Comunità socialista cremasca: recuperare i ritardi sull’assetto del territorio

  12/12/2022

Di Redazione

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La Comunità socialista, segue da tempo e con interesse l'attività dell'Organismo politico amministrativo dell'area omogenea cremasca.

Al neo Presidente Rossoni, che pare voler principalmente riprendere gli obiettivi contenuti nelle deliberazioni di tutti i Consigli Comunali del Cremasco, assunte nel 2026, impegnanti la Provincia al riconoscimento delle Aree Omogenee, evidenziamo la necessità di recuperare il tempo perduto anche su un altro fronte: quello delle gestioni associate dei servizi comunali.

L'Amministrazione Provinciale, pur favorevole ad istituzionalizzare l'Area Omogenea cremasca, non ha infatti ancora dato seguito al percorso attuativo, così come solo superficialmente si è impegnata a coordinare la definizione di un progetto generale per le gestioni associate delle funzioni comunali.

Perplessità e rinvii vari hanno rallentato i processi previsti dalle normative emesse in questi anni, tutti sinteticamente tesi: al superamento della frammentazione dei piccoli Comuni, alla razionalizzazione della spesa, ad una maggiore efficienza dei servizi, tramite Convenzionamenti, Unioni e Fusioni, tra i Comuni inferiori a 5000 abitanti.

L'adozione di un modello aggregativo rispetto ad un altro, senza una visione più ampia rispetto al perimetro delle singole aggregazioni, soprattutto quando motivate semplicemente dagli incentivi economici, ovunque ha mostrato risultati contradditori rispetto agli auspici.

Nella realtà provinciale, si sente la mancanza di corollari indilazionabili quali: l'impegno determinante della Provincia, le disponibilità dei Comuni più grandi ad assecondare i processi associativi, l'evoluzione delle aree omogenee del cremasco, del cremonese e del casalasco, in ambiti riconosciuti come ottimali all'esercizio delle funzioni comunali in forme unitarie, in grado di garantire pari livello di servizio a tutti i cittadini.

Senza questa presa di coscienza tra i 113 Comuni della Provincia di Cremona, ove solo 12 superano i 5000 abitanti e appena 15 le piccole Unioni in essere, prima o poi saranno imposti accorpamenti forzosi nonché la soppressione dei presidi amministrativi più piccoli.

A fronte di tale realistica prospettiva, la Comunità socialista, rinnova il suggerimento ai Sindaci delle comunità obbligate alla gestione sovraccomunale dei servizi, forti del “peso demografico” che rappresentano, pari a circa la metà dell'intera popolazione provinciale, a coordinarsi decisamente per imprimere una accelerazione alla discussione dei temi sopra evidenziati, a tutti i livelli.

Quindi pure nell'ambito della Regione Lombardia, ove giace, finora senza alcuna risposta, la delibera del Consiglio Provinciale di Cremona, a sostegno del riconoscimento formale dell'Area Omogenea cremasca, per il quale sarebbe opportuno conoscere anche l'impegno o meno, dei candidati in competizione alle prossime elezioni Regionali.

Sull'assetto e sulla configurazione della nostra Provincia, restano tutt'altro che fuori luogo i confronti sulle aspettative esistenti dalle diversificate realtà che la compongono.

Virginio Venturelli.

No future. Ma Sex pistols e punk non c'entrano

…è l'incipit della cavalcata a briglie sciolte (dai condizionamenti di qualsiasi tipo) di Antonio Grassi sulle praterie dell'irrisolta questione territoriale.

Il bravo e sempre sagace giornalista, che per qualche tempo è stato apprezzato opinionista della nostra testata, stamane, col titolo “Una provincia senza futuro. Il cremasco guarda a Lodi e Milano”, posta una bella riflessione su CremonaSera. Che anche senza essere esattamente sovrapponibile al comunicato pubblicata appena sopra della Comunità Socialista Cremasca, evidenzia non poche comunanze di interpretazione dello stato dell'arte di un'acuzie della politica locale.

Ne prendiamo alcuni passi (rinviando la lettura del testo integrale cliccando https://cremonasera.it/editoriale/una-provincia-senza-futuro-il-cremasco-guarda-a-lodi-e-milano), perché ci sono apparsi funzionali alla riflessione che sta alla base di questa edizione del focus TERRITORIO.

Discutere sull'angoscia di un presente senza futuro, sarebbe una pippa intellettuale, ma meglio di niente. Si avrebbe coscienza del problema e del pericolo, due aspetti che paiono ignorati, comunque poco presenti nelle priorità di chi decide…

Un refolo punk potrebbe smuovere la morta gora, ma per l'incantesimo serve Mago Merlino che non risiede da queste parti e gli apprendisti stregoni da noi sono più schiappe che fenomeni. Restano le persone di buona volontà, ma non bastano per una sterzata e il rilancio della provincia.

Il quadro rappresentato non lascia molti spazi alla speranza ed è foriero di critiche. Di disapprovazione per eccessivo pessimismo, catastrofismo e definizioni analoghe care ai sostenitori – nei fatti – dello status quo. Ai gattopardi del cambiare tutto per non cambiare nulla. Ai lupi travestiti da agnelli.

La provincia è sul Titanic, l'orchestra continua a suonare e qualche burlone lancia la Walk of fame delle vacche (vittorianozanolli.it, 6 e 9 dicembre). L'iniziativa, originale e creativa, prevede una via lattea composta da lastre di cemento su cui, di anno in anno, saranno impresse le impronte dello zoccolo della vincitrice dell'annuale edizione della Mostra del bovino a CremonaFiere. A fianco, l'impronta della mano del suo allevatore. Ideona geniale o cazzata mostruosa? Ai posteri l'ardua sentenza. Di sicuro, una proposta bestiale da includere negli annali di Cremona. E brevettare.

A togliere dal solaio il tema del futuro della provincia di Cremona e a rilanciarlo, anche se indirettamente, è stato Gianni Rossoni, sindaco di Offanengo e neopresidente dell'Area omogena cremasca. Martedì scorso, durante l'assembla dei sindaci, convocata per l'approvazione del regolamento e la nomina dei sei colleghi che lo affiancheranno nel lavoro, ha indicato la linea che intende percorrere. «Guardo a Lodi e Milano» (La Provincia, 7 dicembre). Senza esitazioni, chiaro e inequivocabile, il presidente ha interpretato ed estrinsecato la prospettiva che la maggioranza dei cremaschi auspica. Ipotesi suggerita da configurazione geografica, condizioni logistiche, infrastrutturali e produttive. Ma anche dai rapporti con Cremona non sempre idilliaci per cause di non facile indicazione e attribuzione. In alcuni casi, dipendenti dal carattere e dalla personalità degli interlocutori.

Lo sguardo e l'attrazione dei cremaschi verso la metropoli non è vezzo o idiosincrasia nei confronti di Cremona o Casalmaggiore. È un dato di realtà che il già obsoleto Masterplan 3c certifica e rende incontestabile grazie al prestigio e all'affidabilità di The European House Ambrosetti, l'autorevole studio di consulenza e ricerca che l'ha redatto…

Cremonese, Cremasco e Casalasco, autonomi, ma uniti in una provincia federale. Potrebbe essere un'idea. Uno slogan. Un motivo di discussione e confronto. Un modo per fermare la discesa del territorio. Un sogno. Un'illusione. Santa Lucia e Babbo Natale. Un film. Forrest Gump. Perché non crederci? Se arriva la Walk of fame delle vacche, tutto è possibile

Il bravo e sempre sagace giornalista, che per qualche tempo è stato apprezzato opinionista della nostra testata, stamane, col titolo “Una provincia senza futuro. Il cremasco guarda a Lodi e Milano”, posta una bella riflessione su CremonaSera. Che anche senza essere esattamente sovrapponibile al comunicato pubblicata appena sopra della Comunità Socialista Cremasca, evidenzia non poche comunanze di interpretazione dello stato dell'arte di un'acuzie della politica locale.

Ne prendiamo alcuni passi (rinviando la lettura del testo integrale cliccando https://cremonasera.it/editoriale/una-provincia-senza-futuro-il-cremasco-guarda-a-lodi-e-milano), perché ci sono apparsi funzionali alla riflessione che sta alla base di questa edizione del focus TERRITORIO.

L'empasse della questione territoriale, ovvero esercizio di freudiana onirocritica…

Che può costituire l'alternativa alla vecchia postura portata a scavallare, appunto, l'empasse agitando l'evergreen campanilistico.

Non v'è chi non veda né l'inutilità né la dannosità sia dell'interpretazione dei sogni sia del rifugio negli speech tanto immaginifici quanto infecondi.

La Comunità Socialista Cremasca e Antonio Grassi, in ruoli e stili diversificati, hanno il merito di mettere a nudo un'irrisolta questione. Fatta, da un po' di tempo fatta riemergere dall'acutizzazione della non più sostenibile condizione della frammentazione della rete comunale. Di cui abbiamo più volte parlato come Comunità Socialista e Eco del Popolo.

Assumendo la presidenza, Bill Clinton decise che era meglio voltare pagina nella riorganizzazione del sistema di governo piuttosto di farsi imprigionare da parziali aggiustamenti. Chiamò questa strategia "reinventing government", reinventare il metodo e la struttura di governo. Noi vorremmo applicare questa intuizione (senza della quale si resta al palo) alla realtà territoriale.

Insomma rovesciare il tavolo, che fin qui ha fatto aggio sull'emicrania dicotomica “Convenzionamenti, Unioni e Fusioni”.

È giunto il tempo di interloquire a cuore aperto, per ridisegnare l'intera intelaiatura dell'amministrazione periferica per garantire servizi ai cittadini, maggiore efficienza, minori costi, maggior rispetto e attrattivi del territorio in cui vivono e lavorano.

Partendo da una redistribuzione dei poteri che implica la necessità di una riorganizzazione amministrativa, prima di tutto.

Inutile e dannoso gridare “Aux armes citoyens!”. Più fecondo e razionale guardarci negli occhi ed individuare un progetto comune, che sia la scaturigine di un'analisi fattuale.

La nostra testata ne ha fatto un perno centrale.

Resteremo, come si suol dire, sul pezzo.

Heri dicebamus…E facciamo seguire la riproposizione di alcune significative edizioni dedicate alla questione territoriale.

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Nuovi scenari per l'ente intermedio sub-statale

Il 12 ottobre 2014 può sin d'ora essere immaginato come una data destinata ad essere convenzionale: l'attuazione della regressione dell'ente intermedio provinciale da organo elettivo diretto ad organo elettivo di secondo livello.

Lo stesso procedimento (il ristretto parterre del voto passivo ed attivo) ha, per alcuni versi, innalzato le barricate per l'intangibilità delle modalità elettive del Senato.

Per la Provincia, come suggerirebbe Anatole France, les héros sont fatigués: né un uomo né un soldo (parafrasando il Filippo Turati non interventista) per la difesa delle prerogative elettive di un'istituzione che, per essere franchi, non è mai stata veramente nel sentimento degli italiani (più campanilisticamente municipale).

D'altro lato, il suo impianto ordinamentale è stato quanto di più mutevole si possa immaginare in uno scenario istituzionale che, già di suo, è stato ripetutamente costretto alle riconversioni indotte dai grandi cicli storico-politici.

Immutabile fu, invece, la sua collocazione nella gerarchia istituzionale: un livello sub-statale, intermedio rispetto all'unità di base del Comune.

Volendo dedicarci ad un breve excursus, segnaleremo appresso la filiera dei superiori atti legislativi donde discese nel tempo il profilo dell'istituzione intermedia:

Istituzione di chiaro rimando napoleonico, fu concepita, in connessione con l'avvio dell'intelaiatura istituzionale post-risorgimentale, a servizio di una evidente ispirazione centralistica.

Sotto il nome di deputazioni, in attuazione del decreto Rattazzi ed a seguito delle prime elezioni. le Province esordirono nel 1860. La sistemazione ordinamentale definitiva si ebbe con la legge 1865, che la definì come organo esecutivo del territorio provinciale e tutorio dei comuni e delle opere pie compresi nella circoscrizione territoriale. Erano, a riprova della loro discendenza da un disegno amministrativo prettamente centralistico, presiedute dal prefetto; prerogativa questa che sarebbe passata in carico ad un presidente elettivo a mente della legge 30 dicembre 1888 n. 5865 promossa dal governo Crispi.

Si sarebbe tornati, con il regime fascista, alla nomina autoritaria dei componenti (R.D. 30 dicembre 1923, n. 2939), prodromo della soppressione (legge 27 dicembre 1928, n. 2962).

Il livello amministrativo intermedio sarebbe stato ripristinato, alla caduta del regime totalitario, a seguito del R.D.L. 4 aprile 1944, n°11; che poneva in carico alla Prefettura, sentito il CLN, l'emanazione delle nomine.

L'opzione per la conferma come unico livello sub-statale avrebbe molto impegnato la Costituente divisa tra i sostenitori di una visione, come abbiamo detto, prevalentemente centralistica e i propugnatori, invece, di un livello sub-statale (le Regioni) dotato di prerogative legislative.

Come succederà frequentemente nella storia repubblicana, il compromesso sfociò nella statuizione di Regioni (entrate a regime dopo il 1970), Province (dal 1951) e Comuni.

Alle 20 Regioni (21 in realtà, se si considerano Trento e Bolzano), alle 110 Province, agli 8057 Comuni (ndr, al 2014; 7 904, al 20 febbraio 2021 si sarebbe aggiunta una pletora, fomentatrice, specie dopo la soppressione della distinzione tra spese obbligatorie e spese facoltative ed i controlli di merito, di una incontrollata dilatazione dei centri spesa, di altri enti intermedi o sovracomunali (comunità montane, consorzi di bonifica, camere di commercio).

Sia pure di veloce passaggio, faremo menzione, nelle aberranti tendenze alla spesa ipertrofica, al caso paradigmatico della mostra dei dinosauri organizzata dalla Provincia di Cremona ed al non commendevole epilogo della struttura preposta alle manifestazioni, finita, come si sa, addirittura nelle aule penali.

Diciamo pure che i rumors questo ente intermedio se li è andati a cercare; anche se, andrebbe aggiunto, l'istituzione delle Regioni assestò il cosiddetto colpo di grazia.

La dispendiosità e l'inanità erano, profeticamente, denunciate in epoca non sospetta (inizio terzo millennio) da un significativo saggio del 2006 (I costi della politica) dell'addirittura capogruppo senatoriale PDS Cesare Salvi e del sodale sen. Massimo Villone, che indicava in 3 o 4 mld la risorsa bruciata dall'inutile e vorace ente.

In progressione con le conseguenze del rientro da standards di spesa pubblica e di debito statale da suicidio, avrebbe preso consistenza e velocità l'individuazione del capro espiatorio.

L'incoercibile attitudine consociativa del teatrino politico, durata ampiamente anche nella seconda Repubblica, sarebbe arrivata al redde rationem alla fine del 2011; quando sull'orlo del baratro, non si sarebbe più potuto recalcitrare di fronte sia alle medicine indicate dalla tecnocrazia continentale sia all'autonoma resipiscenza.

Il bisturi della spending revew, reso incerto dalla difficoltà ad opporsi alla pressione concentrica degli interessi precostituiti e refrattari a qualsiasi ridimensionamento, fatica, come dimostrano le cronache, ad affondare dove in realtà dovrebbe. E con la determinazione che la situazione cachettica pretenderebbe.

Iniziando un percorso, non esattamente privo di mende, il nuovo corso governativo approvava, il 3 aprile 2014, (dopo che il precedente Governo Monti ne aveva ipotizzato un accorpamento) la riforma delle province che restano organo di secondo grado, ma non elettivo. Il ciclo elettivo delle province, iniziato col commissariamento, chiuderà definitivamente il 31 dicembre 2014. La riforma andrà così a regime col 1° gennaio 2015. Su questi aspetti azzardiamo qualche chiosa.

È stato abolito per davvero il suffragio universale per eleggerne gli organi. Presidente e Consiglio provinciali verranno scelti solo da sindaci e consiglieri comunali. I quali, però, elettori uguali non sono. Infatti, il comma 33 dell'art. 1 della stessa L. 56/14 inventa la divisione dei Comuni in ben nove fasce demografiche con un meccanismo di attribuzione ai consiglieri comunali di un peso elettorale molto differenziato!

 Per approvare lo Statuto e, soprattutto, i bilanci basteranno solo “i voti che rappresentino almeno un terzo dei comuni compresi nella provincia e la maggioranza della popolazione complessivamente residente” Di conseguenza visto che in Italia, nei Comuni con più di 10.000 abitanti risiede il 54,8% della popolazione, significa che quelli con popolazione inferiore ai 5000 abitanti ( circa il 70%) saranno irrilevanti nella approvazione dei futuri ordinamenti statutari e finanziamenti dei servizi provinciali.

Le nuove Province di cui alla Legge 7 aprile 2014, n. 56, contrariamente a quanto si tende ad equivocare, esisteranno ancora mantenendo gran parte delle funzioni (pianificazione territoriale, tutela dell'ambiente, trasporti provinciali, costruzione e gestione di strade d'area, programmazione ed edilizia scolastiche, controlli in ambito occupazionale); mentre alcune altre andranno in capo ai Comuni o alle Regioni (con l'eccezione le Province Autonome di Trento e Bolzano, che di fatto sono Regioni autonome camuffate)..

Come osserva opportunamente una scheda di approfondimento del PD cremonese, la Legge 56 apre, almeno così speriamo noi, le premesse per impegnativo ripensamento dell'intelaiatura dell'amministrazione periferica dello Stato; partendo dall'istituzione (sia pure con 25 anni di ritardo) delle città metropolitane, dell'avvio degli enti di “area vasta”, della spinta (con le buone o con le cattive) alle aggregazioni comunali, passando, come sostiene il documento, attraverso le Unioni, la cooperazione comunale e l'intercomunalità.

Può bastare tutto questo? Decisamente no!

Anzi, la scadenza del 1° gennaio 2015 deve costituire l'occasione per ripensare soprattutto la risagomatura della fallimentarissima istituzione regionale.

Ma, in controtendenza con tale pacifica conclusione, la Legge 56 prevede, come abbiamo più sopra anticipato, una ulteriore devoluzione di competenze alle Regioni. Agli enti, cioè, come sostiene l'editorialista di Italia Oggi, Domenico Cacopardo, che

Sono stati e sono protagonisti della dissipazione nazionale, incapaci di recepire le esigenze di austerità che percorrono la penisola. Centri di spesa che, spesso, operano in conflitto con le esigenze della politica economica nazionale.

E l'intervento costituzionale sul titolo V, che indica l'orizzonte politico delle regioni, è insufficiente, ancora una volta facciata non sostanza.

Sia come sia, domenica 12 ottobre le urne, ancorché prerogativa di eletti, si apriranno per eleggere 12 consiglieri provinciali più il Presidente.

Benché ammaccato e ridimensionato, l'Ente intermedio si rimetterà in marcia; partendo da una specificità territoriale, la nostra, decisamente complicata: 115 (113, attualmente) Comuni con una popolazione complessiva di poco più di 300.000 abitanti, che insistono su un budello lungo oltre 100 km privo di profondità e su asset gravitazionali centrifughi oltre i confini attuali.

Conclusioni: non vorremmo che la legge 56 costituisse l'offa con cui tacitare la canea che abbaia (non ingiustamente) contro la casta.

La sua attuazione potrebbe innescare un processo virtuoso; purché, specie in scenari politico-amministrativi (come la Lombardia), non finisca per alimentare quel perdurante bieco centralismo, che ha emarginato ulteriormente i territori periferici ed irrilevanti come il nostro.

Volenti o nolenti ci si dovrà incamminare verso snodi che non consento gli alibi triti e ritriti del passato (specie quello dello strabismo di appartenenza territoriale).

Dal punto di vista della coesione dell'aggregato territoriale, consegnato dal ciclo sabaudo e ribadito dalle ere politiche successive, la provincia di Cremona è una sorta di Frankestein risultante dall'assemblaggio di pezzi, messi sul tavolo per soddisfare prevalentemente meri standards di superficie e di popolazione.

Nei 150 anni ed oltre, che ci separano dall'esordio, tutto si può dire tranne che la Provincia abbia interpretato quella voglia di comunità, analizzata da Zygmunt Bauman.

Soprattutto la nostra. Caratterizzata da mandamenti periferici tenacemente ancorati alla sensazione di essere un po' appiccicati al capoluogo: il cremasco, sempre alla ricerca di un'egemonia discendente da futuribili quanto improbabili raggruppamenti da laboratorio politico, l'area Oglio/Po in uno stand by di prevalente gravitazione esterna, il cremonese situato sull'asta padana, forse l'unico a segnalare una certa coesione.

Con tutte le contraddizioni ed i limiti evidenziati, il mantra riformatore della nuova premiership sembra voler mettere in discussione molte cose nei modelli di governo e di amministrazione.

Molte categorie concettuali ispirate all'immutabilità ed alla paralisi dovranno pur andare (beneficamente) in soffitta.

Andando in mare aperto, lo sforzo riformatore dovrà fare giustizia di alcune confusioni, come l'identificazione dei concetti di comunità condivisa e di società territoriale incardinata prevalentemente dalla sovrastruttura amministrativa.

Se la mission è riformare per innovare ed ottimizzare spesa pubblica e servizi, allora è lecito pensare che l'area vasta possa incorporare anche definire nuovi e diversi requisiti di omogeneità territoriale, su cui fondare un efficiente modello di raccordo e di rappresentanza degli interessi e delle vocazioni locali.

Nel nostro scenario non è difficile individuare nella padanità il minimo comune multiplo di coesione. Un parametro che potrebbe dar luogo a scorpori (per le realtà zonali a vocazione differenziata) e a processi aggregativi con realtà attualmente incapsulate in format incongruenti.

Sotto tale profilo non possiamo non segnalare gli spunti innovativi contenuti in una intervista recentemente rilasciata dall'Assessore del Comune di Cremona (con delega all'area vasta), Andrea Virgilio. La sua riflessione parte dall'ovvia considerazione che il Comune Capoluogo non può che costituire l'epicentro di un modello in grado di fornire asset di condivisione dei servizi, ma anche di ottimizzazione degli elementi gravitazionali.

La nuova governance comunale mostra di avere le idee chiare anche sulla volontà di alzare le sguardo per rendere in prospettiva l'ambito territoriale del riformato ente intermedio veramente vasto.

I contatti settoriali (salvaguardia dell'ambiente, navigabilità interna e quant'altro entrato nell'agenda dei primi 100 giorni) sono qui a dimostrare la profondità della nostra tendenziale area vasta: il bacino padano!

Ultimo ma non ultimo, la riforma deve anche servire ad innescare un virtuoso processo di accorpamento del reticolo troppo frammentato (e quindi costoso ed improduttivo, nonostante la dedizione civile del ceto politico locale) dei Comuni.

Sempre a proposito di “area vasta” L'INTENDENCE DEVANÇA! LA POLITIQUE (PEUT ÊTRE) SUIVRA?

Dopo l'uscita de L'eco del Popolo in formato dossier “area vasta”, abbiamo avuto, per qualche giorno, la sensazione di un silenzio assordante. Tal che, per non far cadere l'interesse sull'argomento (e, considerate le scadenze, che argomento!) pensavamo di chiosare gli approfondimenti dedicati dall'ambiente politico-istituzionale, ricorrendo al sussidio del ben noto aforisma napoleonico. Capovolto, però; fino a divenire un quasi ossimoro: le ragioni dell'intendenza hanno anticipato la politica?

Andiamo a ricapitolare. Il 12 ottobre il parterre elettorale di secondo livello (oltre 1200 consiglieri-elettori) si recherà alle urne per eleggere il Consiglio della “area vasta”.

Fino a qualche giorno addietro, nel carniere del dibattito (e dell'informazione) non erano entrate che indiscrezioni sui papabili e qualche schermaglia. Tutto quanto ci induceva ad una sensazione di inadeguatezza della risposta politica locale alle prove poste in carico (in uno scenario, diciamolo pure, un po' evanescente) dalla Legge 56, meglio conosciuta col patronimico del suo propugnatore, Del Rio. A complicare un quadro, di per sé (politicamente e proceduralmente) non troppo rassicurante, interveniva qualche giorno fa l'indirizzo di governo afferente alla definizione delle funzioni in capo al nuovo ente intermedio (sub-regionale e sovra-comunale). Ebbene, così parlò Zarathustra/Del Rio: ogni Regione si acconci come meglio crede.

Fatto che integra, unitamente alla percezione di una quasi sine cura per i destini della riformata istituzione locale, il profilo di una sorta di “ognuno faccia come gli pare!”.

Mettere, infatti, nelle mani del livello legislativo, maggiormente squassato da performances non esattamente commendevoli (quale è la Regione), la questione è come accreditare la quasi certezza che non ne uscirà nulla di buono (per i destini di un raccordo territoriale che, invece, considerate anche la frammentazione della rete municipale e l'inveterata tendenza centralistica dello Stato e delle Regioni, andrebbe, debitamente riformato, mantenuto).

Ma su questo aspetto, poco rassicurante, non si stanno spendendo molte parole.

Da registrare, invece, c'è una certa accelerazione del dibattito sugli scenari e sulle prospettive politiche e istituzionali che saranno aperte dall'elezione del 12 ottobre.

Sino ad ora le forze del centro-destra hanno brillato per propensione a riservare il meglio di sé alle questioni tutto sommato prosaiche delle alleanze, delle liste (apparentate o disgiunte), dei candidati. Segnalatore di una certa gerarchia di priorità un curioso fatto: il Presidente-Commissario della Provincia ha nominato il funzionario della (sic!) comunicazione (privando la comunità del prezioso apporto del comunicatore-fratello del suo predecessore).

Non è che il campo opposto abbia trascurato questa priorità; ma, va riconosciuto il tentativo della Segreteria del PD quanto meno di inquadrare questi profili da fureria in un contesto progettuale congruo.

Già oltre un mese addietro la Federazione cremonese del PD aveva elaborato una scheda (si presume destinata al proprio quadro attivo) intitolata “Cremona 2030: una nuova governance locale per “costruire” territorio e sviluppo sociale”.

Sia pure derubricato al rango di nota di lavoro, l'elaborato avrebbe favorito l'impulso, specie nell'ambito degli addetti ai lavori, ad affrontare convenientemente l'approfondimento.

Bisognerebbe, altresì, aggiungere che, approssimandosi l'agenda delle decisioni concrete, un'ulteriore testimonianza è stata recentemente fornita dal Segretario del PD Piloni, che, abbandonando i preliminari, sembrava incanalare lo sforzo progettuale del partito maggioritario su un terreno più consono al cambio di passo istituzionale.

L'incipit di Piloni (un post-comunista cremasco, che ha invertito per la prima volta la tendenza storicamente consolidata nel PCI a fornire alla autonoma federazione del Serio vertici di provenienza padana) prende le mosse da una consapevolezza critica:

La vicenda che ha condotto alla L. 56 è stata particolarmente complessa.

Fortemente condizionata dall'emergenza finanziaria di questi anni, dal sovrapporsi caotico di provvedimenti di taglio e di spending, non sempre guidata da progettualità istituzionali e politiche compiute e chiare (dalle macro-province di Monti, alla sentenza della Corte Costituzionale)… Fortemente condizionata dall'emergenza finanziaria di questi anni, dal sovrapporsi caotico di provvedimenti di taglio e di spending, non sempre guidata da progettualità istituzionali e politiche compiute e chiare (dalle macro-province di Monti, alla Sentenza della Corte Costituzionale).”

Per concludere con un bel “Obiettivo fondamentale è superare la frammentazione per rendere più efficaci le decisioni politiche, più efficiente la macchina istituzionale e migliori i servizi per i cittadini.

 La nuova architettura istituzionale deve essere finalizzata a creare ambiti adeguati alla gestione dei servizi, che permettano la migliore aderenza tra la morfologia e i bisogni dei vari territori da una parte, e le forme istituzionali deputate a prendere le decisioni politiche dall'altra.

 Adeguare territorio reale con quello istituzionale. In questa direzione è fondamentale superare la frammentazione, che rende più deboli i comuni, soprattutto quelli più piccoli.

Ma parallelamente a questo endorsement di prevalente impostazione strategica prendeva corpo sulla stampa locale una ridda di dichiarazioni che, pur non essendo divergenti con l'impostazione del segretario federale, lasciavano chiaramente trasparire che il dibattito interno al PD stagnava e comunque non si sarebbe sviluppato sul pentagramma politically correct di Piloni.

Il cui taglio, alla luce della progressione del (si fa per dire) “dibattito”, non poteva non essere percepito come reticente.

Sia quel che sia, è del tutto evidente che nel partito di maggioranza, che governa ormai gran parte delle istituzioni locali, si è aperta una voragine negli elementi fondanti della linea interpretata dalla Segreteria.

"Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole": si sarebbe azzardato non più tardi di qualche decennio fa, assuefatti come si era alle massime maoiste,

Ma, essendo Mao da tempo morto (e, soprattutto, non lottando più insieme a noi), la situazione sembra essere vieppiù sfuggita al controllo della nomenklatura del PD. Che, non essendo più il “partito di una volta” (alias, del centralismo democratico, in cui si discuteva, ma poi la linea della maggioranza era la linea di tutti) fa sempre più fatica ad essere percepito e a costituire un aggregato con standards accettabili di coesione e di agreement comportamentale. Mentre (a forza di imbarcare società civile) ha accresciuto la zavorra di permeabilità e di vulnerabilità tipica degli impulsi individualistici (ancor più accentuati rispetto a quelli della “balena” democristiana, da cui provengono, non casualmente, molti esponenti).

A questo punto, appare, specie dopo l'alzamiento sedizioso del Sindaco di Crema, della cui Giunta curiosamente fa parte come assessore il leader provinciale Piloni, assolutamente non azzardata la conclusione che è in atto un processo centrifugo rispetto alla Segreteria; attestata, come pare, su una linea di congelamento del baricentro unitario storicamente consolidato nell'entità provinciale.

Tale linea è posta chiaramente sotto schiaffo dal pronunciamento del Cremasco (chiaramente interessato non già alla melina continuistica, bensì, prendendo spunto dai forzosi accorpamenti alle viste nell'organizzazione regionale ospedaliera) a precorrere le tappe di una aggregazione territoriale più “omogenea”.

Nonché dall'insofferenza, alimentata da un certo dirigismo non più congruente alle mutazioni genetiche intervenute nella capacità aggregativa del PD, che coglie lo stato d'animo e l'impulso ad agire senza vincoli, da parte sia di non irrilevanti settori interni sia, soprattutto, di testimonianze individuali e di aggregati (cosiddetti) civici non più disposti a prendere ordini “dal partito”.

Non c'è che dire: proprio una bella matassa da sbrogliare!

Azzarderemmo, per quanto non espressamente richiesti, un paio di cose da tenere a mente per seguire il ragionamento (e per un auspicabile approdo costruttivo nell'interesse della sinistra e della comunità tutta).

Cominciamo dalla rappresentanza. Qui le contromisure sono quasi esclusivamente “tecniche”. Basterebbe che, alla riunione del 18 p.v., in cui si assumeranno le decisioni finali, crescesse la consapevolezza della pluralità (anche territoriale) che costituisce la cifra evidente del cosiddetto “centro-sinistra”.

Si sono fatte le “primarie” per molto meno. Perché non si son fatte anche per scegliere i dodici candidati all'elezione del futuro Consiglio di “area vasta”?

Di sicuro, si sarebbe evitato lo scivolone dell'inopinata candidatura del borgomastro cremonese, archiviata per almeno tre motivi.

In una provincia così poco coesa ed omogenea essa ha finito per assumere significati simbolici non facilmente metabolizzabili dalle aree periferiche. In secundis, quel voler essere, da parte del diretto interessato, una eterna risorsa da meritare non ha aiutato la mission. Da ultimo, finita la luna di miele con l'opinione pubblica e la platea dei supporters, il nuovo Sindaco di Cremona appalesa crescenti limiti cognitivi, di cultura e di galateo politici.

Per il vero tale profilo è ben presente e diffuso nelle prime file del personale politico-istituzionale del PD: più sono “acerbi” e più sono “volitivi”.

Pensate alla “stravaganza” del primo cittadino di Crema, che, dopo aver colpito ed affondato la candidatura di Galimberti (perché cremonese) e contrapposto l'ipotesi di una candidatura meno simbolica, pretende, rebus sic stanti bus, che il prescelto sia cremasco.

A questo punto, se il PD non vuol perdere la faccia e la comunità provinciale l'occasione per, come propugna il documento estivo del PD, “poter costruire la più ampia condivisione possibile verso il nuovo assetto istituzionale e il nuovo ruolo della provincia di Cremona”, il vertice provinciale deve dismettere ogni reticenza (altrimenti, imitando Michelangelo, lanceremo unitamente al martello di prammatica anche un “perché non parli?”). Ma, soprattutto, deve archiviare le cose scontate.

Stanno emergendo nel (sic) “confronto” regressioni di natura primordiale, sviluppate da impulsi campanilistici che neanche la notte dei tempi aveva il coraggio di disvelare; ad inoppugnabile constatazione che gli apostoli del nuovismo e della rottamazione non sono poi tanto vergini da non avere un passato (almeno ideale).

Per dirne una, la Sindaca di Crema, fresca autrice del clamoroso parricidio del suo talent scout, si dimostra interessata a compensare il ripudio del padre con l'adozione di uno zio guru; quell'assessore rag. Filippo Rota, iper-fanfaniano, che, sin dall'inizio anni 70, indiscutibilmente fu il più accreditato apostolo della “cremaschità”, professata e dispensata al volgo e all'inclita, come epicentro di un aggregato territoriale (cremasco, lodigiano, trevigliese).

Di cui, ça va sans dire, la città rasa al suolo dal Barbarossa e risorta avrebbe dovuto essere il capoluogo.

Questo (magari inconsapevole) ritorno alle radici del Sindaco Bonaldi mette a nudo l'istinto del ceto dirigente cremasco ad andare sempre dove lo porta il cuore; guardando e rimpiangendo un passato non si sa quanto rimaterializzabile con una pennellata di arcivernice del professor Alambicchi.

Dal 1860, anno di esordio delle Province sotto il nome di deputazioni (in attuazione del decreto Rattazzi), che aggregava, in evidente carenza di conoscenza dei sentiments e degli spirits indigeni, il pur cospicuo mandamento del tortello alla provincia del torrone e della mostarda, la nostalgyia cremasca non ha cessato di rivolgersi alla defraudata Provincia del latte.

D'altro lato, come sostiene Ainis, “la testimonianza civile è un cantiere sempre aperto; ogni giorno si forma e si riforma” e l'approccio del ceto politico-amministrativo alle conseguenze della Legge Del Rio diviene inevitabilmente il laboratorio della metamorfosi della politica locale, sia pure rivelatore di vecchia politica, anzi di bruttissima politica.

Il contributo di questa politica, privo di qualsiasi benchmark di progetto, non è la soluzione del problema, ma il problema stesso o, nella migliore delle ipotesi, una parte del problema.

La canea sviluppatasi contro il sia pur claudicante teorema della Segreteria del PD, presenta incerti fondamenti logici; che non potranno non mettere piombo alle ali del nuovo assetto intermedio.

Non compete a noi intervenire nella materia degli organigrammi, ab origine già resa complessa dalle incongruenze della Legge 56.

Nella precedente analisi consideravamo

Con tutte le contraddizioni ed i limiti evidenziati, il mantra riformatore della nuova premiership sembra voler mettere in discussione molte cose nei modelli di governo e di amministrazione.

Molte categorie concettuali ispirate all'immutabilità ed alla paralisi dovranno pur andare (beneficamente) in soffitta.

Andando in mare aperto, lo sforzo riformatore dovrà fare giustizia di alcune confusioni, come l'identificazione dei concetti di comunità condivisa e di società territoriale incardinata prevalentemente dalla sovrastruttura amministrativa.

Se la mission è riformare per innovare ed ottimizzare spesa pubblica e servizi, allora è lecito pensare che l'area vasta possa integrare anche nuovi e diversi requisiti di omogeneità territoriale, su cui fondare un efficiente modello di raccordo e di rappresentanza degli interessi e delle vocazioni locali.

Al di là di ogni presunzione, questo non è un punto, bensì, il punto.

La classe dirigente si impegni per una lesta opera di sminamento e bonifica delle tossine delle visioni particolaristiche e proceda con buon senso e spirito di servizio: doti la provincia riformata di un organigramma espressione del territorio e della volontà di plasmare il nuovo ente intermedio alla luce dei mutamenti in corso, in modo che risulti correlato ad un progetto ragionato e logico di convergenza (e, non essendoci le condizioni, di divergenza condivisa).

Quale "nuova" provincia?

Settembre 2014 - forum sul tema: Provvedimenti e calendario di attuazione della riforma dell'ente intermedio definito “Area Vasta”.

L'evento rivestiva una prevalente finalità di approfondimento legislativo ed amministrativo in vista delle scadenze fissate per l'attuazione delle Legge 56 destinata a modificare profondamente l'ente intermedio tra Regione e Comuni.

Un argomento, quindi, rivolto ad una platea qualificata ed interessata a conoscere qualcosa di più sui processi che prenderanno forma e sostanza dopo l'elezione di secondo livello del Presidente e dei dodici consiglieri chiamati, dopo il 12 ottobre, ad insediare il livello amministrativo definito dalla legge Delrio.

Oltre ai relatori era presente una folta schiera di specializzati in discipline amministrative, ex amministratori locali, esperti, il vicesindaco di Cremona Maura Ruggeri, i consiglieri comunali del capoluogo, Gagliardi e Pontiggia, Sindaci e candidati all'elezione del 12 ottobre (il candidato-Presidente Vezzini, Sindaco di Sesto ed Uniti, ed i candidati-consiglieri Andrea Virgilio e Davide Viola, Sindaco di Gadesco Pieve Delmona).

Dopo il saluto di benvenuto del Presidente dell'Associazione Zanoni, Clara Rossini, è spettato al consigliere comunale avv. Paolo Carletti introdurre e coordinare le relazioni. Carletti, nel suo intervento, ha sottolineato, pur nel riconoscimento del valore innovativo del provvedimento, una certa vaghezza nell'impianto legislativo, che potrebbe dar luogo a contenziosi o aggiramenti perniciosi per il buon esito dell'attuazione.

Ha, quindi, preso la parola Virginio VENTURELLI, già Sindaco di Madignano, che, lamentando la carenza di indicazioni concrete, ha sottolineato che, a suo avviso è irealistica la riproposizione della vecchia Provincia.

Si deve partire dall'opportunità imprescindibile di una ricognizione realistica e razionale del presente, per coordinare l'azione dei Comuni.

Siamo in un contesto territoriale modificato perché se in passato la frammentazione è stata bilanciata da riferimenti rappresentativi su base provinciale, riferimenti non solo istituzionali, oggi noi assistiamo alla perdita di rappresentanza di queste realtà,

alla facoltà di assumere una prospettiva di vasta area.

Basta pensare al fatto che gli stessi partiti organizzati su base provinciale si limitano spesso a essere semplici spettatori delle divisioni territoriali senza assumere una funzione di sintesi unitaria.

Ecco perché la riforma Delrio è importante, perché assume una discontinuità rispetto al passato e rispetto all'esigenza di responsabilizzare direttamente i comuni a stare insieme, a fare massa critica. Con questo provvedimento si chiede ai sindaci e agli amministratori di diversa estrazione un terreno comune: il passaggio da una logica di amministrazione competitiva a una cultura di lavoro cooperativa.

In questi anni numerosi servizi amministrativi diffusi sul territorio individuano in forme di aggregazione sovraccomunale la loro dimensione necessaria: se pensiamo ai servizi pubblici locali, al trasporto locale, alle aziende speciali consortili, ai servizi alla persona è costante questa tensione volta alla razionalizzazione.

Questa esigenza fisiologica di aggregare i servizi strategici contribuirà a una democrazia locale matura, molto più attenta a concentrare il dibattito pubblico sul merito delle questioni rispetto alle pure manifestazioni della contrapposizione ideologica. La fase costituente che si aprirà a livello locale dovrà infine concentrarsi sullo statuto, come vera carta identitaria dell'area vasta.

La sfida sarà quella di generare un'organizzazione capace di mettere a sistema i territori della nostra provincia, consentendo loro anche ulteriori interlocuzioni con altre reti locali.

In questa fase sarà senza dubbio necessario evitare un'interpretazione al ribasso della riforma, per non regredire nella centralità e nella autoreferenzialità di microaree, generando il paradosso di una riforma che intende ampliare le aree di interlocuzione con i diversi territori e che invece degenera nelle logiche microterritoriali.

Molto dettagliato anche il contributo di Andrea VIRGILIO – già consigliere provinciale ed attuale Assessore del Comune di Cremona, delegato all'area vasta. Il quale ha sottolineato che la mission della legge 56 non è tanto la riduzione della spesa pubblica locale, quanto l'affermazione di una democrazia, non più competitiva, bensì partecipata, alla base della nuova autonomia locale.

In tale visione, si deve puntare, accompagnando le riforme, ad ottimizzare e semplificare l'organizzazione amministrativa periferica.

Ma per avere successo, tale impostazione riformista non può prescindere dal passaggio da un'autonomia competitiva, basata sul bipolarismo anchilosato, ad una autonomia resa partecipata dallo sforzo trasversale dedicato alla priorità dell'efficientamento dell'organizzazione dei servizi e della coesione territoriale e dell'ottimizzazione delle risorse.

Virgilio ha osservato che siamo di fronte ad una sfida culturale prima che amministrativa. Il nuovo assetto dell'area vasta, per quanto ci riguarda, non può assolutamente pensato in un senso cremona-centrico. Nel senso che, considerate le attuali articolate caratteristiche territoriali, non potrà essere immaginato in una mera ottica gravitazionale sul capoluogo.

Tale impostazione, fondamentale per il buon esito della riforma, costituisce, unitamente alla formulazione dello Statuto, lo step dell'iter con cui verrà incardinato il nuovo ente intermedio.

Ferruccio GIOVETTI - Consigliere Comunale di Cremona e capogruppo di Forza Italia, ha ricordato che il suo partito, pur non avendo votato a favore della legge in questione, è fortemente impegnato a favorirne un'attuazione positiva.

Riferendosi ai commi 85-89 della Legge 56 ha osservato che essi prevedono ampie e numerose funzioni che, stante il divieto di aumento della spesa, non si vede come potranno essere attuate.

Il capogruppo consiliare, stante quanto premesso, ha osservato che la legge di cui trattasi non solo non ha tagliato i compiti della vecchia Provincia, ma, sia pure affidandosi all'intervento legislativo regionale in materia di definizione delle funzioni, fa intendere che potranno essere ampliate. Già, ha chiesto Giovetti, ma con quali coperture finanziarie, visto la manovra in corso di riduzione della spesa pubblica.

Ha concluso con un auspicio molto apprezzato dai partecipanti al convegno; vale a dire che si possa agire in unità d'intenti.

Giuseppe TADIOLI, già Consigliere Regionale ed attualmente Presidente della Lega delle Autonomie Locali, ha fatto presente che la legge Delrio sta riscuotendo giudizi molto positivi o molto negativi. Dopo aver illustrato il retroterra che ha condotto alla riforma, ha evidenziato che l'area vasta non deve rappresentare direttamente i cittadini, bensì l'articolazione delle entità amministrative comunali.

In tal senso, le decisioni del nuovo organo amministrativo dovranno essere assunte, non nell'ottica delle piccole realtà territoriali, ma della più ampia prospettiva della intercomunalità. In questo senso la legge 56 prospetta una chance straordinaria di rinnovamento.

Tadioli ha ampliato il raggio dell'analisi allo sforzo parallelo in corso nella realtà continentale. In Francia, dove attualmente esistono (senza scandalo) oltre trentamila municipalità, è in atto un interessante progetto riformistico che parte dalla dimensione dell'intercomunalità.

Da noi 103 dei 115 Comuni, sono, ope legis, destinati alla gestione associata. Che costituisce una chance formidabile; sol se si pensi alla difficoltà di far quadrare il bilancio, superare l'anomalia del gravame fiscale e paratributario (la spesa pro-capite è diminuita di 42 euro, mentre il carico contributivo è aumentato di 34), mantenere e migliorare i servizi.

È, quindi intervenuto, Agostino ALLONI, l'unico dei tre Consiglieri Regionali ad accogliere l'invito ed a contribuire al dibattito.

L'esponente del PD ha osservato che siamo in una situazione interlocutoria, negli sviluppi della quale l'attuale Provincia potrebbe essere destinata a sparire.

Infatti, la priorità deve essere dettata dalla pianificazione e dallo sviluppo socio-economico del territorio, che potrebbe essere configurato in modo diverso dall'attuale. Il consigliere regionale ha, altresì, considerato che la configurazione dell'ambito del nuovo ente intermedio andrà plasmata sulla base delle gravitazioni collegate alle sue funzioni fondamentali: la pianificazione urbanistica, lo sviluppo socio-economico, la razionalizzazione dei servizi.

Suscitando qualche sorpresa in alcuni partecipanti, Alloni ha chiaramente affermato che gli attuali 115 Comuni sono troppi e che si dovrà necessariamente procedere nel senso delle fusioni. D'altro lato, la provincia di Cremona è l'unica in Lombardia a non aver affrontato neanche un caso di fusione comunale. Ha concluso dichiarando che non ha senso affrontare queste problematiche con la logica di maggioranza e di opposizione.

Ha completato gli approfondimenti Luciano PIZZETTI, Senatore della Repubblica e Sottosegretario alla Presidenza del CdM con delega alle riforme istituzionali; il quale ha sin dall'inizio sottolineato il carattere costruttivo degli interventi che hanno animato la Conferenza.

Il senatore cremonese ha subito sottolineato che alcune critiche rivolte alla legge Delrio non hanno molto senso; specie quelle che denunciano una supposta dequalificazione dell'impianto democratico della Repubblica.

La crisi dell'economia e della rappresentanza producono inevitabilmente una centralizzazione, da un lato, ed il populismo, dall'altro.

La riforma istituzionale in itinere fissa livelli di rappresentanza diretta per l'istituzione legislativa e per le Regioni ed i Comuni.

La democrazia dipenderà sempre di più dalla qualità delle performances istituzionali e si esprimerà lungo i canali di quella diretta, attraverso l'elezione della Camera, dei Consigli Regionali e dei Comuni, e di quella indiretta attraverso la rappresentanza dei secondi livelli.

Per la seconda Camera e per l'ente intermedio è giusto fissare una rappresentanza di secondo livello espressa dalle Regioni e dai Comuni.

Pizzetti ha illustrato, contestando controfattuali vulgate, l'effettiva portata dei provvedimenti che riguardano la riforma dei referendum e delle proposte legislative popolari.

Le tematiche che sono di fronte a noi animano il dibattito e l'operato di altre realtà nazionali dell'Unione Europea ed hanno, come da noi, un percorso reso accidentato dalle resistenze particolaristiche, egoistiche e conservatrici.

Abbiamo avuto, di recente, un confronto con una delegazione governativa francese. In quel paese, da tempo, ma con risultati impari agli sforzi prodotti ed all'urgenza di riformare un ordinamento dell'amministrazione periferica del 1896, si fa, come da noi, molta fatica ad innovare.

L'attuale governo Renzi considera la riforma dello Stato e dell'amministrazione periferica un passaggio ineludibile del progetto di innovazione e razionalizzazione dell'Italia.

Un progetto che deve partire da presupposti collaborativi, non già divisivi.

L'area vasta non è la nuova Provincia; è invece il livello orizzontale che mette in collaborazione e non in competizione la pianificazione del territorio e dei servizi.

Quanto alla configurazione territoriale, secondo Pizzetti, non v'è dubbio alcuno che i confini della nostra area vasta debbano essere ricompresi nei quattro fiumi che solcano il sud-Lombardia padano.

Lo stop and go della riforma amministrativa

L'inaspettata (nel senso che il PD fin qui continua, non arbitrariamente, ad essere percepito come un aggregato funzionale al leaderismo più che un'entità di associazionismo politico a base democratico-popolare) consultazione di cui abbiamo dato notizia, viene qualche settimana dopo l'election day di ottobre. Con cui una platea di circa 1300 già eletti (nelle istituzioni comunali) aveva espresso il consesso che sostituisce, ai sensi della legge Delrio, il vecchio Consiglio Provinciale.

Da una posizione di totale estraneità agli schieramenti politici, osiamo cogliere un beneaugurante, per quanto flebile, segnale, da parte del maggior partito, di ritorno all'ascolto del suo popolo di iscritti e di elettori.

Avendo con tale premessa, acquisito un diritto se non proprio di tribuna quanto meno di analisi, ci sia permesso un contributo ermeneutico sia del valore dell'iniziativa sia delle conseguenze pratiche che potrebbe avere su una situazione maledettamente complicata.

Dal punto di vista della scansione delle procedure della riforma Delrio, tutto è andato secondo le previsioni ed il nuovo Presidente (Vezzini, Sindaco di Sesto Cremonese) si è insediato contestualmente al Consiglio eletto.

Le deleghe sono state attribuite. Il Regolamento è stato approvato; mentre la Regione ha provveduto, all'interno di una tattica sospensiva che denuncia le difficoltà ad agire e l'incertezza del quadro ordinamentale e finanziario, ad abbozzare le materie attribuite all'ente intermedio (facendo ovviamente per dire) “riformato”.

L'Eco del Popolo aveva, a fine settembre, organizzato un riuscito forum in cui erano state messe a confronto, col contributo di qualificati esponenti della vita amministrativa e legislativa, le percezioni della portata e degli approdi della legge 56 nello scenario locale.

Avevamo anche osato affermare “Con tutte le contraddizioni ed i limiti evidenziati, il mantra riformatore della nuova premiership sembra voler mettere in discussione molte cose nei modelli di governo e di amministrazione.

Molte categorie concettuali ispirate all'immutabilità ed alla paralisi dovranno pur andare (beneficamente) in soffitta.

Osato, sì. Ma abbiamo fatto la ben nota fine di Icaro. E siamo approdati, amaramente, alla conclusione che le suggestioni riformatrici agitate nel dibattito e nelle aspettative si stanno rivelando, se non proprio un'ammuina, sicuramente un'incongrua risposta ad uno scenario deprimente.

Infatti, i passaggi applicativi della riforma denunciano, senza ombra di dubbio, un rapporto molto conflittuale con la logica.

L'impasse del riordino amministrativo (Legge Delrio)

Dopo le baruffe sulla democrazia mutilata dalla cultura del “one man al potere” e sull'accaparramento (qualsivoglia fossero le prerogative degli eletti) dei posti, aleggia ormai un rassegnato smarrimento. Favorito dalla solita spensierata confusione che, unitamente all'imperativo dell'io speriamo che me la cavo, costituisce il brodo di coltura di un ceto politico, reclinato sulla propria pochezza progettuale e sulla propria incapacità di leggere la realtà.

Tal che non è arbitrario concludere che la cosiddetta Legge Delrio, già zavorrata ab origine da preoccupanti limiti di visione complessiva per di più mascherati da un profilo comportamentale sbrigativo, finirà solo per buttare per aria degli stracci.

Difficilmente riuscirà ad inserirsi efficacemente nelle linee strategiche in capo a questo corso governativo di “semplificazione” dell'effettivamente elefantiaco apparato pubblico. Con molta probabilità si tradurrà unicamente in un'operazione di alleggerimento della politica e, tanto che ci siamo, di supporto al contenimento della spesa. Operazione in cui non è impossibile intravedere, considerata l'incidenza minimalistica del rientro conseguito, una portata da raschiamento del fondo del barile (tratto tipico delle agoniche economie di guerra). Tale tendenza si aggiunge alle conseguenze scaturenti dalla logica dei tagli non selettivi; suscettibili, come si stanno rivelando, di penalizzare la spesa pubblica vieppiù a valle, alla periferia del sistema amministrativo.

Se in materia di annunci é innegabile che il premier-segretario non lo batte nessuno, è altrettanto vero che l'annuncite sembra arrestarsi sulla soglia demagogica di un mero sanzionamento delle prerogative debordanti di un ceto politico affetto, dalla seconda repubblica in poi, da una bulimia incontenibile.

Tremila scanni provinciali sono tornati ad essere occupati da eletti di secondo livello; ma mutilati delle precedenti prebende, che erano comunque in linea con i trattamenti generosi riservati alla casta e, soprattutto, con la metamorfosi del ruolo istituzionale in una nuova professione.

Se in questa meritoria opera di disboscamento da qualche parte bisognava pur cominciare, alleluia! Ma perché non procedere ora con lo stesso parametro non selettivo anche negli altri comparti della vita pubblica?

Questo effetto mediatico ha realizzato, secondo noi, una performance irrilevante ed ha spostato in termini ancor più irrilevanti il contenimento della spesa.

In compenso ha già prodotto danni incalcolabili nella certezza (che pure non è di questo mondo) di un quadro ordinamentale, di attribuzioni e di spesa.

Che spinge alla logica dell'arrangiarsi e dello scaricabarile.

La definizione delle funzioni, affidata alle prerogative legislative regionali, è approdata, in prima lettura, ad un patchwork in cui nessuna realtà assomiglia ad un'altra. Soprattutto, anche se ciò viene giustificato dall'incerto riferimento governativo, le Regioni si sono saldamente ancorate ad una tattica attendistica.

Di abbastanza nitido c'è, per effetto della Legge di Stabilità (ex DPEF), l'entità del taglio dei trasferimenti dallo Stato alle Regioni e da queste all'ente intermedio. Da qui a dire che la misura del fabbisogno sia congruente all'assolvimento delle funzioni di istituto c'è di mezzo un mare. Infatti, furbescamente, da parte di quasi tutte le Regioni, si tende, una volta fissati i parametri della linea di rientro della spesa e di riduzione degli organici del personale, ad una colossale dissolvenza su chi deve fare cosa.

Aleggia una pesante opacità che fa temere la deriva verso la pretesa di sottrarre risorse al territorio; cui resterebbero praticamente le medesime funzioni con finanziamenti significativamente ridotti e, soprattutto, con l'incombente di ridurre drasticamente gli organici.

Minimo che possa capitare è che la nuova leva di amministratori provinciali non potrà che tagliare pesantemente i servizi. Con conseguenze di un qualche rilievo.

Con il che non ci riferiamo assolutamente ai servizi voluttuari arbitrariamente (do you rember l'Apic, la mostra dei dinosauri, il fondo dei cespiti immobiliari?) cresciuti, in assenza di controlli di legittimità e di merito, con il dissennato generalizzato interventismo dell'ultimo quarto di secolo delle ex Provincie.

Ci riferiamo, bensì, alle funzioni in parte “storiche” ed in parte aggregate per effetto delle deleghe esecutive, che sono andate sedimentandosi, nel corso del tempo.

Persa (trent'anni fa) la sanità psichiatrica e preventiva, mantenuta la competenza sulle strade (implementate dalla politica di dismissione dall'ANAS) e quella sulle scuole superiori (struttura e servizi collegati), resta all'ente di vasta area un carico finanziario che sta mettendo in croce i nuovi gestori.

A cominciare dalla questione del personale.

Per riassumere:

  1. le sorti del cosiddetto ente “intermedio” (per cui, in un contesto propenso alla “semplificazione” istituzionale, sembra tirare una brutta aria) sono state affidate alla riforma del Titolo V (la cui conclusione non sembra immediata)
  2. nelle more del riordino, all'ente di area vasta restano in capo (con una dotazione finanziaria assolutamente insufficiente) le medesime funzioni della Provincia e l'incombente di disboscare organici del personale (19.600 unità a livello nazionale, 2.800 per tutta la Lombardia, 200 per il territorio cremonese)
  3. gli esuberi, in parte assorbibili, come ha considerato il Sottosegretario Luciano Pizzetti, da nuove strutture amministrative (Agenzie nazionali per l'impiego), dovrebbero logicamente approdare agli organici dei livelli istituzionali, superiori ed inferiori, destinatari delle funzioni sottratte (transitoriamente e definitivamente) alla vecchia Provincia
  4. la Regione Lombardia, per restare all'orizzonte di casa nostra, ha, come abbiamo già anticipato, deliberato, sia pure in attesa di conferma legislativa, di mantenere tutte le funzioni (tranne Agricoltura, Caccia e Pesca) in capo all'ex Provincia.

Scaricabarile? Gioco dei quattro cantoni?

Alle viste peggioramento dei servizi ed incertezza

Nel frattempo, la sostenibilità dei servizi di trasporto extra-urbani è entrata in fibrillazione (sintomo che verrà curato, come sta effettivamente avvenendo, con un inasprimento delle tariffe ed un peggioramento del già deplorevole servizio): la fatiscente condizione dell'edilizia scolastica è prossima all'inagibilità; il sostegno agli studenti in difficoltà, già insoddisfacente, rischia di creare un'altra piaga intollerabile.

Ma, assurdamente, la Regione Lombardia, che dimostra la più bieca insensibilità nei confronti di tali problematiche, con conseguenze suscettibili di appesantire il disagio sociale, avoca a sé (con un indirizzo poco coerente con un Governatorato paladino dell'autonomismo) un settore (Agricoltura, Caccia e Pesca), che è fondamentale per l'economia delle aree periferiche (ed emarginate) come il Sud/Lombardia.

Resta, ultima ma non ultima, la criticità della condizione-limbo di una, per un territorio già strutturalmente poco florido, non irrilevante aliquota di esodandi. Che neanche gli esausti organici comunali potranno assorbire; in quanto impediti quand'anche lo volessero, dalla legge di stabilità,

Un bel busillis, non c'è che dire!

Si potrà anche recriminare sull'allegrezza di comportamento delle passate giunte provinciali, che, non infrequentemente ricorrendo a procedure selettive “semplificate” dall'ansia delle assunzioni “fiduciarie”, hanno irresponsabilmente appesantito gli organici (e la spesa complessiva dell'ente).

Ma il problema resta e va ovviato (possibilmente, con soluzioni sostenibili e non improduttive).

Rebus sic stanti bus, e non essendo alle viste una provvidenziale safety car, non resta che perorare una eccezionale risposta conseguenza di coesione interistituzionale e civile del territorio.

Senza della quale il riordino amministrativo promesso dal sottosegretario alla Presidenza del CdM Delrio (che è stato a lungo amministratore locale e che dovrebbe essere figura informata dei fatti) è destinato, in aggiunta a sinistri presagi di sventure bibliche sulla saldezza dell'impianto istituzionale, a provocare sconquassi sociali nell'immediato.

Tornando alla premessa da cui siamo partiti (la consultazione degli iscritti ed elettori del PD Lombardo in tema di autonomie) e rifiutando di farci soverchiare dall'assillo delle criticità incombenti, osiamo incasellare l'iniziativa (al di là di un evidente profilo un po' garibaldino) nella scansione delle risposte da dare all'attuale tormentato scenario.

Che l'impalcatura amministrativa, alla luce dell'incongruità rispetto all'efficienza ed all'immediatezza pretese dal quotidiano confronto con realtà più vaste e, soprattutto, da ineludibili esigenze di rientro dalle logiche dello spending deficit, non fosse e non sia più sostenibile non occorre molto per affermarlo.

Se tale è un incontrovertibile punto di partenza, allora è necessario metterci tutti ai remi (e possibilmente remare tutti nella stesa direzione). Mission? Asciugare un debordante mastodontico ordinamento amministrativo, in cui allignano improduttività ed inefficienza. Facendo, però, salve alcune condizioni.

L'obiettivo riformatore non può prescindere da un impianto in linea con i requisiti (aggiornati ai cambiamenti, già consolidati ed in itinere) per una moderna democrazia. Che sia capace di dare rappresentanza alla cittadinanza ed al territorio.

Inteso, da un lato, come comunità di cittadini muniti della prerogativa di disporre servizi efficienti e correlati ad effettiva sostenibilità e, dall'altro, come agglomerato di attività private e pubbliche, individuali e collettive, da indirizzare permanentemente ad una sintesi strategica di sviluppo.

Uno robusto snodo riformatore

La nuova intelaiatura dell'amministrazione periferica, archiviando le suggestioni del passato, deve necessariamente correggere le distorsioni che hanno condotto all'elefantiasi; in cui duplicazioni di funzioni e crescita esponenziale dei centri di spesa hanno costituito la deriva dell'autonomia.

In tale senso la griglia dei livelli amministrativi non può trascurare uno sforzo di armonizzazione e di interdipendenza.

Uno dei quesiti posti alla platea degli iscritti-elettori del PD solleva la primaria questione dell'istituto regionale.

In controtendenza con tale pacifica conclusione, la Legge 56 prevede, come avevamo anticipato nella prima scheda di presentazione del dossier, una ulteriore devoluzione di competenze alle Regioni. Agli enti, come chiosato sin dall'inizio, che sono stati e sono protagonisti della dissipazione nazionale, incapaci di recepire le esigenze di austerità che percorrono la penisola. Centri di spesa che, spesso, operano in conflitto con le esigenze della politica economica nazionale.

Sicuramente, il primo quasi mezzo secolo di collaudo delle Regioni ordinarie ed i primi settant'anni per quelle a statuto straordinario dicono che l'istituto va radicalmente riveduto e corretto.

A principiare dalla distinzione tra ordinarie e a statuto speciale (queste seconde assolutamente non più giustificate da ogni punto di vista).

La Regione era stata concepita dal Costituente e, più tardi, dal legislatore come istituto di decentramento e di rappresentanza territoriale munito di prerogativa essenzialmente legislativa.

Come sia andata a finire, specie dopo la sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione recante, tra l'altro, le funzioni concorrenti, è di fronte agli occhi di tutti.

Gli stessi ambiti territoriali, ispirati da anacronistiche visioni di corta prospettiva, devono essere ridisegnati.

Non si dovrebbe arrivare alle maxi-Regioni; ma indubbiamente, una volta ristabilito il profilo essenzialmente legislativo dell'istituto, non dovrebbe, almeno sul piano teorico, essere impossibile definire un azzonamento ottimale, per omogeneità dei territori e per efficienza/sostenibilità della spesa.

Rafforzare la capacità di presidio del territorio e razionalizzare l'azzonamento dei comuni

L'altro corno della razionalizzazione dell'amministrazione periferica è costituito dall'unità di base dell'impianto: il livello comunale.

Che deve veder confermata la prerogativa essenziale di presidio del territorio e di erogazione di tutti i servizi, non direttamente attribuiti alle funzioni statali.

Se tale è la riformulazione delle funzioni in capo all'unità minima dell'ordinamento periferico, si può dire che, per come sono organizzati oggi, gli 8.047 Comuni italiani corrispondono a tale visione?

Ed i 115 (ndr attualmente 113) dell'attuale territorio provinciale vengono stimati congruenti?

Diciamo che non si parte dal nulla. Perché, con le buone o con le cattive, certe visioni particolaristiche stanno cedendo all'ineludibilità di scelte dettate dalla condizione di trovarsi nell'angolo.

Ma, diciamolo francamente, la gestione consorziata dei servizi non può bastare; soprattutto, in una prospettiva in cui il binomio efficienza/sostenibilità dell'offerta di servizi non concederà più deroghe o scappatoie.

Altrettanto francamente diciamo anche che l'aggregazione, mancata sia dal ciclo post-unitario di stampo liberale sia dal successivo autoritario/centralistico, dell'unità di misura dell'autonomia locale sarà destinata sempre a fallire, se non interverrà una radicale discontinuità etico/culturale.

Che, se pensiamo all'intensità con cui, anche da noi, si difende con le proverbiali unghie e denti il mantenimento dei micro-ospedali, dei micro-tribunali, dei micro-uffici postali, dei micro uffici del Giudice di pace, non sembra proprio dietro l'angolo.

Questa visione del piccolo (e nostro) è bello vale tanto per l'organizzazione dei servizi quanto per i confini comunali.

Se vuoi l'ospedale, l'ASL, la scuola, la posta a km 0, devi essere disposto a pensare che i relativi costi di sostentamento siano esposti (come è avvenuto) ad una assurda crescita esponenziale. Per di più, a meno che tu non sia un deficiente, non puoi pensare che la periferizzazione estrema dei centri di erogazione dei servizi, oltre che a costi insostenibili, possa mantenere elevati standards di qualità.

Lo stesso vale per l'istituzione comunale. Lo slogan di un tempo, segnavia della testimonianza civile, perorava “la Repubblica delle autonomie” (che sottintendeva l'autonomia di 8.047 repubblichine comunali).

Così, non funziona più! E prima ce lo mettiamo in testa (i partiti in prima linea, visto che dovrebbero essere muniti di una peculiarità di didattica e di indirizzo nei confronti dei cittadini) meglio è.

Alla conferenza di fine settembre, organizzata da L'eco del Popolo, nei loro interessanti contributi, il sottosegretario Pizzetti ed il consigliere regionale Alloni avevano fornito un'interessante analisi comparativa con i processi riformatori in corso in altri paesi europei.

La Francia, faro per eccellenza del centralismo amministrativo, non si fa mancare, come noi e più di noi, proprio niente. Oltre ai corrispondenti livelli regionali, provinciali, mandamentali, ha un numero di municipi tre volte il nostro.

Neanche l'autoritario, si fa per dire, De Gaulle con la sua V repubblica razionalizzatrice, riuscì, ammesso che lo avesse voluto, ad accorparli.

Ma, come da noi, i riformatori francesi vengono presi a sportellate dal ceto politico locale, dagli interessi particolari consolidati, dalla pigrizia dei cittadini di pensare in termini di razionalità, di sobrietà, di essenzialità.

Volendoci allargare e partecipando idealmente alla consultazione dei democratici, sosteniamo che non solo devono essere corrette le incongruenti gravitazioni entro i confini provinciali dei comuni frontalieri, ma anche quelli stessi dei confini provinciali.

Così come non può essere, per nessuna ragione, ulteriormente scansato il redde rationem dell'assurda articolazione municipale. Una volta che l'istituto comunale venisse rafforzato nelle prerogative e nella certezza finanziaria, il processo di aggregazione territoriale/amministrativa, favorito da incentivi/disincentivi e da tutele certe degli interessi originari delle municipalità accorpande, dovrebbe costituire lo snodo naturale ed il cambio di passo dell'impianto amministrativo.

Assolutamente, per restare aderenti alla consapevolezza della nostra realtà locale, non dovrebbe operare solo il parametro della base minima di popolazione (5.000 abitanti, dice la griglia dei quesiti della consultazione).

Che senso ha questo? Spino d'Adda e Rivolta d'Adda (potremmo dire anche Soresina e Castelleone) hanno entrambi più di quel minimo sindacale di popolazione. Ma, contigui territorialmente ed omogenei lato sensu come sono, dovrebbero continuare ad essere distinti? Od, invece, dar vita ad un'entità municipale, più vasta e suscettibile di attrarre altre entità contermini, per un aggregato civile ed amministrativo capace di esaltare le ampie potenzialità di questi ambiti già molto evoluti?

Attualità ad un livello intermedio

Sempre riferendoci al contributo di apertura del dossier, avevamo osservato: “Se la mission è riformare per innovare ed ottimizzare spesa pubblica e servizi, allora è lecito pensare che l'area vasta possa incorporare anche definire nuovi e diversi requisiti di omogeneità territoriale, su cui fondare un efficiente modello di raccordo e di rappresentanza degli interessi e delle vocazioni locali.

Nel nostro scenario non è difficile individuare nella padanità il minimo comune multiplo di coesione. Un parametro che potrebbe dar luogo a scorpori (per le realtà zonali a vocazione differenziata) e a processi aggregativi con realtà attualmente incapsulate in format incongruenti.

Va da sé, quanto premesso, che l'auspicio non possa non incorporare la convinta aspettativa della conferma, nell'organizzazione dell'amministrazione periferica, di un livello intermedio, che, sia pure attualizzato e reso congruo ai cambiamenti intervenuti nella realtà nazionale ed europea, possa costituire un'istanza di raccordo tra il soprastante ente legislativo regionale e la rete amministrativa di base rappresentata dai Comuni.

La collocazione intermedia trova giustificazione nell'ineludibilità di fornire ai territori un ambito omogeneo di interlocuzione e di bilanciamento di poteri tra, si ripete, la Regione e le comunità. Senza del quale, come si è potuto osservare, gli animal spirits del centralismo hanno, sia pure in presenza della vecchia Provincia, finito per prevalere sulle esigenze di equilibrio nella destinazione delle risorse e nelle strategie di sviluppo tra le diverse aree.

La quarantennale esperienza dell'istituto regionale ha, altresì, dimostrato l'impraticabilità del modello centralistico/dirigistico anche nella struttura burocratica.

Il decentramento, alla base della statuizione della Regione come erogatore più vicino ai territori e ai cittadini, si è rivelato un colossale flop.

Un Moloch, afflitto da elefantiasi e da voracità improduttiva di risorse. Se tale impulso, come pensiamo, è congenito, allora diventa conseguente, almeno teoricamente (salvo verifica sul campo), un modello di delega esecutiva per l'espletamento dei servizi sul territorio al territorio: all'area Metropolitana, ai Comuni, all'ente intermedio di area vasta. Che può sicuramente replicare le buone performances delle gestioni consortili intercomunali.

Quando affermiamo “buone performances”, non facciamo agiograficamente di ogni erba un fascio; in quanto sappiamo distinguere tra i servizi aggregati ma di emanazione diretta, e quelli indiretti della municipalizzazione.

Non vogliamo allargare troppo l'orizzonte, ma non possiamo sottrarre all'analisi del riordino amministrativo almeno un cenno all'esigenza di coinvolgervi anche l'indifferibile riforma dell'istituzione municipalizzata.

Essa prese grande vigore, un secolo fa, contestualmente al cambio di passo determinato nella vita politica e sociale dalla stagione delle prime amministrazioni comunali socialiste (guidate a Cremona da Attilio Botti e a Milano dal soresinese Emilio Caldara).

Si può ben dire che abbia rappresentato uno dei pilastri della politica di riduzione del disagio e dell'ingiustizia sociale e della dottrina del municipalismo, quale regolatore sul territorio di un programma di efficienza amministrativa e di rappresentanza civile.

Negli ultimi trent'anni, parallelamente al degrado della funzione istituzionale, anche le aziende municipalizzate (il braccio operativo del muncipalismo) si sono inceppate.

Finendo per costituire una macchina, quasi sempre a base monopolistica od oligopolistica, in cui l'erogazione di servizi è solo il pretesto che ne legalizza l'affidamento.

Dal punto di vista del confronto, tra il modello municipalizzato e quello teorico-pratico della gestione privata, nulla (o quasi) giustifica l'assetto preferenziale: medesima politica tariffaria determinata da gestioni industriali non in linea con il mercato, medesima bassa qualità dei servizi.

Per giunta, aggravate, da un lato, dalla propensione a gestire quegli ambiti di parafiscalità occulta, che, oltre i limiti non più tollerabili, è inibita ai Comuni, e, dall'altro, a praticare una, non dichiarata ma implicita nei comportamenti, funzione supplente dell'abrogato modello IRI.

Le “partecipate” si sono rivelate, il tappeto sotto cui Comuni sempre più in difficoltà con le conseguenze di consolidate male gestioni nascondono cascami di parafiscalità (pagate dai cittadini utenti all'interno di impostazioni tariffarie poco trasparenti) e, ad un tempo, la legittimazione, per un ceto politico disinvolto, per l'esercizio di arbitrarie ingegnerie finanziarie/societarie. Che, affidando al trastullo di un ceto politico una sorta di scatola di “Monopoli”, alterano la trasparenza dell'economia finanziaria e aggravano l'incidenza economica di servizi essenziali per la vita civile e per la sostenibilità sociale.

Suggeriamo al sottosegretario Delrio di allargarsi, in combinato con i ministeri dell'Economia (ex Tesoro e Finanze) e delle Attività Produttive (ex Industria), di allungare lo sguardo alla connessione tra riordino amministrativo e (profonda!) riforma del comparto municipalizzato.

E dulcis in fundo, la Camera di Commercio. Quattro amici al bar e la ruota del criceto

L'estrapolazione di un titolo immaginifico è, come si comprenderà meglio nel prosieguo, correlata sia all'effetto attrattivo sia all'evocazione dei contenuti della riflessione.

Potremmo, da tale punto di vista, anche aggiungere, sempre sul terreno dell'inanità, un sottotitolo (il gesto di Tafazzi) evocante il valore masochistico, aggiunto, appunto, alla vacuità del pensiero e dell'iniziativa. Perché, diciamolo con franchezza (anche se con dispiacere), il braccio e la mente della sala regia del nostro territorio non costituiscono, da qualche decennio, quanto di meglio una comunità territoriale possa augurarsi in materia di requisiti di progettualità, di prontezza assertiva, di strategie operative.

Diciamo che il punto più basso di questi requisiti, che normalmente si richiedono anche a minimo sindacale a quella che, nel nostro caso, può definirsi classe dirigente, è stato verificato poco più di un anno fa, all'inizio di agosto.

Un periodo del calendario notoriamente poco indicato (anche se con dose minore di ostracismo nei confronti delle partenze programmate per i giorni di martedì e venerdì) per proponimenti impegnativi.

Quali potrebbero essere l'inversione dell'ordine delle priorità per il riequilibrio territoriale; che da almeno un trentennio segna per la nostra provincia un pregiudizio biblico.

Orbene, come si premetteva, alla vigilia del ferragosto del 2019, si svolse, convocata non si sa bene da chi (anche, se essendo presso la sede del governo regionale, sarebbe azzardato accampare l'estraneità del padrone di casa), una sorta di stati generali tra vertice e periferia del territorio lombardo.

Senza un preciso ordine del giorno, senza la definizione dei partners, senza la prefigurazione di una sia pur minimale conclusione.

Appunto, en façon della proverbiale combriccola cameratesca tanto ben descritta da Gino Paoli. Ebbene a quella vigilia di ferragosto, i quattro amici istituzionali del territorio provinciale (che, come avremo modo di realizzare, tanto amici dimostreranno di non essere), si trovarono a Milano (in uno schieramento non di primissima fila) per parlare con tenacità di speranze e possibilità, per tirar fuori i perché e per proporre i farò

Oddio, gli amici del bar volevano cambiare il mondo. Mentre quelli provenienti dalla periferia del governatorato si sarebbero accontentati di un segno minimamente suscettibile di invertire l'impressione, diciamo, di una certa trascuratezza.

Come dimostrerà il prosieguo simmetrico del refrain e del “vertice a Milano” i destini si riveleranno comuni: uno con la donna al mare, l'altro con un impiego in banca, per gli amici del bar, e le immancabili pive nel sacco, per gli amici del bar istituzionale.

Sarà pur vero che ai due lati del tavolo mancavano i numeri uno, ma che senso aveva quel forte effetto evocativo dell'annuncio secondo cui tutti i ritardi e le trascuratezze (in primis, l'autostrada Cremona-Mantova) del passato erano praticamente archiviati?

Il testo, discendente dai titoloni del giorno dopo, per il vero davano conto di un traguardo molto nebuloso (al di là dell'effetto annuncio) e, soprattutto, tutt'altro che coesivo, in materia ad esempio del nodo centrale. Al punto che, a dimostrazione dei criteri raccogliticci del tavolo (era presente un ex assessore comunale, la cui partecipazione non è mai stata chiarita), la cronaca successiva fece veramente fatica a dar conto sia di una missione compiuta che di un consenso convinto e trasversale.

Perché, e qui ci avviamo ad imboccare la specifica riflessione, è così, bellezza! che la classe dirigente locale costuma affrontare il deposito di criticità, che, al punto cui siamo giunti, appaiono irreversibili.

Volendo poi essere franchi fino alla spietatezza, è essa stessa, leadership istituzionale e categoriale a farsi percepire come destinataria di un trattamento relazionale che ormai rasenta lo sprezzo e l'improntitudine.

Non dovrebbe essere difficile ricordare che, a lockdown appena sospeso, venne a Cremona una prodiga (di promesse palesemente demagogiche e menzognere) delegatsiya regionale (sia pure di caratura istituzionale inferiore) per esaurìre, alla moda di Toto e Peppino (ma si, fai vedere che abbondiamo), tutto lo scibile dell'incrocio tra aspettative e rassicurazioni. Il nuovissimo ospedale, l'autostrada, l'efficientamento della rete ferroviaria e, abbondandis in abbondandum, la correzione della viabilità stradale ordinaria.

Tutte fanfaluche, destinate a durare lo spazio di un'operazione mediatica, congegnata per distrarre la giusta indignazione nei confronti delle responsabilità del recente disastro della risposta antipandemica e per blandire la latente credulità.

Ma tant'è, si trova sempre qualche interlocutore istituzionale e categoriale della periferia disposto ad alimentare, nella nomenklatura regionale più centralista del mondo, la certezza che se la berranno anche questa e le prossime.

Per dirne un'altra, ricorderemo che la Lombardia avrebbe, come tutte le altre Regioni, dovuto avanzare al Governo (che definire “centrale” forse rende poco l'idea), proposte organiche in ordine alla ridefinizione delle funzioni a mente della “riforma” Del Rio (che collocherà nel limbo il livello intermedio meno censurabile dell'intero ordinamento amministrativo). Ma, in sede regionale, l'unica opzione del Pirellone è stata, nel totale silenzio sulla ridefinizione dell'ordinamento provinciale e con l'azzardo dell'autonomia regionale differenziata, l'espropriazione dell'attribuzione, originariamente prerogativa della Provincia, dell'agricoltura (che per una provincia come la nostra non si può esattamente definire une bagatelle).

Eh già erano quelli (la seconda metà della seconda decade del primo secolo del terzo millennio) i tempi dell'accorciamento/verticalizzazione della catena del comando politico-amministrativo e dell'efficientamento (sic!) del bacino territoriale dei servizi.

Ed ancora, do you rember la furbata dell'area vasta, che, accorpando più province, ne avrebbe anticipato di fatto la soppressione?

Alla stessa ratio si sarebbe rifatta la cosiddetta legge Madia in materia di accorpamento delle Camere di Commercio (in realtà una vera e propria soppressione degli enti camerali rispetto a come furono concepiti ed istituiti e a come avevano egregiamente operato.

E planiamo così sull'Ente Camerale alla Riforma Madia del 2017, auto-agiograficamente la Pubblica Amministrazione che cambia. Non che non ce ne fosse bisogno, considerando l'elefantiasi paralizzante di un impianto burocratico, che è il più arretrato del mondo civile e ad un tempo il più onnivoro di risorse e il più paralizzante delle attività pubbliche e private.

Ci poteva stare che l'impulso innovativo del nuovo corso renziano allungasse lo sguardo e gli impulsi operosi a un riformismo complessivo del sistema-paese.

Di cui la “riforma istituzionale” stricto sensu era da considerare l'elemento sia informatore che propulsivo rispetto ad un più vasto contesto.

Ma, evidentemente, se affidi a mani inesperte e ad apparati cognitivi indirizzati prevalentemente da autoreferenzialità e presunzione (come nel caso della giovane ministra, rampolla di una famiglia di burosauri a servizio di tutte le stagioni politiche), non puoi, poi, sorprenderti degli esiti di un processo riformatore che, nel caso della legge Madia, sollecita rimpianti per l'occasione persa, quando non addirittura per gli scenari precedenti.

Va aggiunto che il filo rosso di qualsiasi proposito innovativo di quel contesto politico-temporale aveva come linea guida l'efficientamento in chiave razionalizzatrice (in realtà, come avremo occasione di percepire nel prosieguo, fortissimamente accompagnata dal binario della polarizzazione.

La declaratoria di base delle finalità della legge 7 agosto 2015, n. 124, (c.d. "Legge Madia") è incontestabile almeno dal punto di vista della finalità di aggiornare ed efficentare la disciplina delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, come enti pubblici dotati di autonomia funzionale, che svolgono, nell'ambito della circoscrizione territoriale di competenza, sulla base del principio di sussidiarietà di cui all'articolo 118 della Costituzione, funzioni di interesse generale per il sistema delle imprese, curandone lo sviluppo nell'ambito delle economie locali.

Altrettanto incontestabile è l'insistita correlazione tra i compiti d'istituto, fondamentali per l'efficienza del sistema economico, ed il riconoscimento dell'autonomia funzionale nell'ambito delle economie locali.

Ora, ritenendo pleonastica una rivisitazione particolareggiata delle funzioni attribuite alla CCIAA e ben note ai più, ci soffermeremo sulla dorsale innovativa della legge, rappresentata prevalentemente sugli effetti della “rideterminazione delle circoscrizioni territoriali, istituzione di nuove camere di commercio, e determinazioni in materia di razionalizzazione delle sedi e del personale" (mediante accorpamento delle sedi (che passano dalle attuali 95 a 60), accorpamento delle Camere di commercio con meno di 75.000 imprese iscritte).

In sé il criterio di ridefinizione della “base” associativa non è, entro certi limiti e contesti, oppugnabile. A condizione che non venga usata come una livella suscettibile di dissestare i presupposti fondamentali dell'ente camerale, che sono l'autonomia funzionale sussidiaria correlata alla territorialità.

È vero che per un punto Martin perse la proverbiale cappa e che una volta definito il principio, non si possono e non si devono fare sconti.

Ma bisognerebbe pur chiedersi se l'unità di misura definita per il mantenimento dell'autonomia sia da considerarsi un po' come la pretesa dell'imperatore Hu della Dinastia Zhou che dedusse l'unità di misura a valere universalmente dalla propria altezza fisica.

Indubbiamente un criterio andava definito; ma non al punto di sacrificare sull'altare dell'efficientamento, che a questo punto farà terra bruciata dei perni territoriali, la vocazione camerale di riferimento della realtà economica ed imprenditoriale.

D'altro lato, lo standard dei 75.000 iscritti (non uno di meno!) andrebbe riferito (come è stato fatto per le deroghe riconosciute alle autonomie speciali ed alle Regioni ordinarie di piccolo taglio), specie quando, come nella nostra fattispecie, la scansione è irrilevante, alla riconosciuta storicità dell'Ente ed alla peculiarità del territorio.

In ogni caso, se passasse (e temiamo, passerà inevitabilmente, anche a causa dell'arrendevolezza del ceto dirigente categoriale ed istituzionale del nostro territorio), il saldo algebrico della “riforma” sarà rappresentato, oltre che, come abbiamo anticipato, dalle complicazioni di accesso ai servizi, soprattutto dall'annientamento della missione camerale, non specificamente codificata ma iscritta nel patrimonio di consapevolezze della comunità e degli operatori economici. Che è stata per oltre un secolo una concreta capacità di conoscenza e di anticipazione delle tendenze socio-economiche e di testimonianza della volontà di modernizzazione e di sviluppo.

Forse la nomeklaturina associativa non lo sa. Ma ci fu un tempo, molto differente da quello corrente, che la Camera di Cremona fu, di concerto con il ceto elettivo, anticipatrice delle significative svolte (purtroppo, limitate e tribolate, per responsabilità dei superiori poteri) suscettibili di cambiare e di incidere in termini di sviluppo.

Ci riferiamo alla costruzione dell'Autostrada Centropadana, scaturita dall'intuizione e dalla tenacia del vertice camerale, presieduto dal cav. Maffei, all'inizio degli anni sessanta del precedente secolo.

Ci riferiamo anche al lungimirante progetto della navigazione fluviale e della portualità interna, di cui, insieme vertici istituzionali locali, furono mentori visionari il successore ing. Loffi, il segretario generale dott. Genzini ed il Sen. Giovanni Lombardi, ispiratore della Comunità Padana delle CCIAA.

Il loro soffio ispiratore di sviluppo e di modernizzazione si è da tempo, prima affievolito e poi del tutto spento.

Sicuramente non risorgerà nel futuro di un Ente Camerale lobotomizzato nella capacità di cogliere le aspettative del territorio.

Che, come abbiamo da tempo avuto modo di accertare, non rientrano più, se non per sprazzi di recriminazioni assolutamente marginali, nelle corde di un ceto dirigente.

Che ha dato il meglio di sé sulla vicenda camerale, prendendo a modello la gabbia del criceto o il gesto di Tafazzi.

Non vogliamo infierire, ma che senso ha l'esternazione del consigliere regionale Piloni (che, per inciso, abbiamo contribuito ad eleggere), secondo cui: “l'accorpamento a tre è migliore rispetto a quello a due sole Cremona e Mantova”.

Quanto lo sia lo deve dire, in particolare, agli operatori cremaschi che, in futuro, avranno come riferimento un Ente la cui sede mediamente dista un centinaio di Chilometri (per non dire del bacino pavese).

Fermo restando la nostra idiosincrasia nei confronti di questa logica trilussiana che sembra presiedere alle linee guida della convergenza forzata, cosa avrebbe ostato ad un indirizzo (di fissazione della sede camerale) impegnativo per opzioni territorialmente baricentriche?

Il problema prevalente, specie di fronte alla prospettiva che la convergenza finisca sotto le prerogative del commissario ad acta, appare, dalle dichiarazioni degli apparatikni categoriali, prevalente, strategica, non la messa in discussione di una riforma che finirà per eradicare le basi dell'autonomia territoriale, bensì la precarietà di “accordi, equilibri già definiti, garanzie ben precise sulla sede, la governance, su Crema e sostanzialmente sugli aspetti economici in ordine al sostegno ad imprese ed altre realtà”.

Da cui traspare l'evidenza di una precarietà discendente da una visione consociativa (in senso ovviamente spregiativo) che accantona la priorità strategica e privilegia aggiustamenti, che non essendo di rango legislativo, vengono iscritti sulla sabbia. E, comunque, sono destinati allo spazio del mattino della duration dei contraenti in carica.

D'altro lato, il presidente camerale in carica ha, in piena empasse, esternato: “noi siamo sempre stati favorevoli alla fusione” (specie nella versione, aggiungiamo noi, discendente dallo scambio tra l'accettazione dell'assorbimento e la continuità del proprio incarico presidenziale).

D'altro lato, qui vogliamo finire un approfondimento ed una riflessione che, al di là delle nostre sincere intenzioni, ci porterebbe su terreni, contigui, ma non esattamente fecondi.

Che riguardano, e lo diciamo senza assolutamente voler ledere l'onorabilità di chicchessia, la caratura della classe dirigente. Dell'associazionismo categoriale, ormai del tutto uniformatosi alle cattive posture del ceto politico ed istituzionale.

Ne sono prova la rarefazione degli apporti progettuali, la frammentazione associativa, funzionale al mantenimento di apparati mestierizzati (come la politica), la tendenza a cercare le contrapposizioni di bottega anziché l'armonizzazione e la ricerca della convergenza.

La convergenza c'è solo quando, come nel caso della Fiera, c'è una spartizione larga (un Consiglio che da 5 componenti passa a 17).

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